Come cambierà la democrazia dopo il Covid

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di Corrado Ocone

L’OCCIDENTE INVIDIA IL MODELLO CINESE? LE CONSEGUENZE POLITICHE DELLA PANDEMIA

Abituati a vivere la quotidianità pandemica, e immersi nelle polemiche sui vaccini e il green pass, poco riflettiamo sulle conseguenze storico-politiche di più ampia durata delle politiche di contrasto messe in opera, indipendentemente da come le si possa giudicare. In questo senso, si può veramente dire che Covid-19 abbia accelerato dei processi in corso già da un po’ di tempo, almeno dalla crisi finanziaria del 2007-8.

Il sistema occidentale in crisi

Con l’efficacia che può essere di un titolo di copertina, è The Economist a parlare questa settimana di The triumph of big government e a chiedersi quale dovrebbe essere, di fronte a una così forte espansione dello Stato, la risposta del liberalismo classico. In effetti, quello che non si dice, o che viene semplicemente occultato, è che un sistema basato quasi esclusivamente sula spesa pubblica, e quindi su una forte tassazione, non può reggere a lungo. Non solo per motivi economici, ma anche culturali. Quello che non può reggere, più propriamente, è il complicato sistema delle libertà istituzionali e costituzionali che l’Occidente ha costruito nei secoli e decenni scorsi, e soprattutto quella sana e caotica anarchia della società civile che ha permesso di liberare energie e spiriti vitali che alla fine ci hanno garantito, e ancora ci garantiscono, una rispettabile qualità della vita.

La Cina, il modello alternativo

La qualità della democrazia liberale è qualcosa che ci deve stare a cuore se teniamo alla qualità delle nostre vite. Inutile dire che il convitato di pietra, in questo mio discorso, è la Cina, che da partner commerciale strategico dell’Occidente quale era stato nei primi anni della globalizzazione (che hanno coinciso con la sua escalation come potenza globale) è diventato, almeno per l’America (e qui Trump o Biden fa poca differenza), un temibile avversario politico di sistema, cioè con modello alternativo di politica e vita civile del tutto poco rispettoso delle libertà personali. 

Per mesi, osserva il settimanale inglese, mente la vaccinazione in Europa procedeva  molto  lentamente, “la Cina ha potuto celebrare la sua risposta al virus come una vittoria del modello dello Stato forte”. È emersa perciò, anche nelle nostre democrazie, una sorta di volontà di emulazione, che ovviamente si è realizzato in forme edulcorate e più controllate. Stessa però l’impostazione del problema: “la strategia dello zero-covid ha esemplificato l’inflessibilità di un potere centralizzato e incontrollato”.

La nuova “dittatura preventiva”

Che l’Occidente invidi sotto sotto il modello cinese? Questa domanda se la poneva ieri  Le Figaro nel recensire il libro appena uscito di un ex diplomatico. L’Occidente ha invidia e paura al tempo stesso della Cina, spiegava l’articolista, non certo per la repressione degli Uiguri (certamente esecrabile) ma per la strana mescolanza che lì sembra essersi realizzata “fra la prosperità organizzata del capitalismo cinese, che garantisce una forma di armonia sociale, e una ‘dittatura preventiva’, fondata sul controllo sociale dei dati, che rende obsoleta la “dittatura repressiva” del XX secolo”. La Cina, sulla lunga scorta di un confucianesimo ben integratosi con il marxismo e il progresso tecnico-informatico, sembra quasi proporci un nuovo equilibrio fra benessere individuale e benessere collettivo. “Il successo cinese, senza che noi osiamo ammetterlo, diventa la tentazione dell’Occidente”. Il discorso, a ben vedere, è sempre quello di Tocqueville: un individuo atomizzato e alla ricerca di piaceri effimeri è ben disposto a svendere la sua libertà a un sistema che lo protegge e lo rassicura dalla culla alla bara.

Devo dire la verità: il dibattito su no vax e no pass non mi appassiona più di tanto, soprattutto quando è urlato, fazioso, piazzaiolo, violento. Né mi sembra intelligente la retorica del “noi” contro “loro”, ove il loro che vorrebbe controllarci e sottometterci non si sa bene chi sia. E, pur avendo non pochi dubbi sul green pass, credo che la sua introduzione, in quanto legge di uno Stato democratico come il nostro, vada assolutamente rispettata. Porsi però anche in Italia, con la postura giusta e nelle sedi giuste, queste questioni di fondo, che la stampa e il dibattito esteri non occultano, credo sia importante e “salutare” (tanto per restare in tema).

Corrado Ocone, 21 novembre 2021 https://www.nicolaporro.it/come-cambiera-la-democrazia-dopo-il-covid/

Chi è il Casalino di Draghi

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di Luigi Bisignani

Dallo storico whatever it takes’ ad ‘all you can eat. Se ora anche il cosiddetto “governo dei migliori” si mette a lottizzare siamo proprio alla frutta, soprattutto quando emergono con tutta la loro tracotanza i “famigli” dei vari premier pro tempore. Negli ultimi anni a Palazzo Chigi vanno di moda gli ingegneri tuttofare: Conte aveva Casalino, Draghi ha Giavazzi. Ma il risultato di questi fidati consiglieri post-Machiavellici non cambia: Roccobello irrompeva in ogni riunione e talk show mentre il professor Giavazzi fa e disfà a suo piacimento, correndo di prima mattina a Villa Borghese con manager e dirigenti pubblici e sognando nel frattempo i saloni del Quirinale.

Intanto, tra una nomina e l’altra, si trastulla con quell’intellighenzia che da sempre gravita attorno alla Bocconi e a Mediobanca dove scherzosamente lo chiamano il “Davigo dell’economia” per la sua indole giustizialista. Ma ciò su cui l’economista laureato in Ingegneria al Politecnico sta davvero spendendo ogni energia è la riforma del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il Cnr è uno tra i più iconici carrozzoni pubblici che gestisce oltre 600 milioni di euro di contributi l’anno, con un bilancio di circa 1 miliardo e che, almeno sulla carta, dovrebbe valorizzare la ricerca scientifica e tecnologica. Nel comma 1 dell’articolo 105 della riforma targata Giavazzi-Pd (area Letta) si prevede la sostituzione del piano triennale, sul quale si sarebbero dovute impegnare le risorse, con un cosiddetto piano di rilancio gestito da pochi intimi. Spetterà, quindi, esclusivamente alla presidente piddina Maria Chiara Carrozza e a 5 “bravi” scelti discrezionalmente dal ministro dell’Università decidere la destinazione delle enormi risorse riservate dal Pnrr al principale ente pubblico di ricerca italiano, esautorando gli organi interni senza nemmeno passare per un parere delle Commissioni parlamentari.

A poco servirà il tetto di 50 mila euro per le solite consulenze quando si può disporre di un fondo di 50 milioni, appena stanziato per il rilancio dell’Ente e che invece sarà utilizzato, ancora una volta, per pagare l’esercito di consulenti “amici degli amici”. Ad inorridire persino la Cgil, assieme al mondo accademico dei docenti riuniti attorno a “Lettera 150”, nonché i ricercatori che per domani hanno indetto un’assemblea di fuoco, anche dopo che la ministra Maria Cristina Messa, pupilla di Giavazzi, travolta dalle critiche, ha scritto che vigilerà con attenzione sulla questione. Sembra che ad intervenire contro queste manovre “all’italiana” con un emendamento specifico nella legge di bilancio sarà Maria Stella Gelmini, capo delegazione di Forza Italia al Governo e già apprezzata ministro della ricerca. Questa volta almeno sembrerebbe che l’emendamento dovrebbe trovare il supporto di Giorgia Meloni e Matteo Salvini.

Sempre in fatto di consulenze sul Pnrr la coppia Draghi-Giavazzi sta impazzando. Doveva essere il più grande piano di opere e di rilancio per l’economia italiana dal Dopoguerra a oggi mentre, almeno per ora, come ha sottolineato un presidente di sezione del Consiglio di Stato, romano da tre generazioni, “è solo un marchettificio”. Centinaia di assunzioni, senza passare da alcun concorso pubblico, tra funzionari, dirigenti e direttori con stipendi da capogiro per controllare l’attuazione di un piano che non è ancora partito. I recordmen di queste nomine sono Roberto Cingolani (Transizione ecologica) ed Enrico Giovannini (Infrastrutture e Trasporti). Seguono a ruota Marta Cartabia (Giustizia), Stefano Patuanelli (Agricoltura) e Patrizio Bianchi (Istruzione), tutti muniti di quelle “unità di missione” che, tra esperti e consulenti, costano fino a un miliardo di euro all’anno.

Ma, in verità, a Giavazzi – che da giovane amava governare le sue amate mucche nel bergamasco e del quale si racconta che il premio Nobel dell’economia Modigliani, suo mentore, dicesse, quando arrivò al Mit di Boston “non sa l’economia e la imparerà ma conosce benissimo la matematica” – non tutte le ciambelle riescono col buco. Con il pretesto di piazzare una donna al Tg1, si è battuto come un leone assieme a Draghi per Barbara Stefanelli, vicedirettrice del Corriere della Sera. Con un colpo solo avrebbe preso due piccioni, regalando ad Urbano Cairo il primo telegiornale nazionale, utile anche quale presidio per la corsa al Quirinale. Ma questa volta la nomina non è andata in porto, anche se almeno è valsa l’autocensura dalla tv pubblica di Giuseppe Conte, sempre più in versione “ultimo samurai”.

Ma Giavazzi si può consolare con la Consob, dove ha piazzato con un blitz Chiara Mosca, pupilla sua e di Mediobanca. Ed in queste ore sta facendo fuoco e fiamme, d’accordo con il suo amichetto di sempre Vittorio Colao Ministro dell’innovazione tecnologica, per disastrare Tim imponendo come Ad, in pieno conflitto di interessi, il numero uno di Vodafone Aldo Bisio o, in alternativa, Francesco Caio che già tanti guai ha fatto in Poste Italiane pretendendo tra l’altro di fare le riunioni in inglese con i postini. Ma c’è da chiedersi se super Mario sia davvero al corrente della ‘Giavazzi connection’ del suo novello Casalino. Al Quirinale pensano, e forse giustamente, che non sia possibile. Mai dire mai.

Luigi Bisignani, Il Tempo 21 novembre 2021

In difesa di Rondolino: la politica è sporcarsi le mani

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di Giovanni Sallusti

Forse non gli faccio un favore a rievocarlo, ma la prima volta che conobbi Fabrizio Rondolino mi parlò di una serie americana appena sbarcata in Italia, “geniale”, che dovevo assolutamente vedere. La serie era House of Cards, e sì, Rondolino aveva ragione, era la trasposizione al tempo di Netflix del “Principe” di Machiavelli.

Comunista

Perché questo aneddoto minimale? Per dire che l’uomo decritta la politica e il suo inscindibile fratellastro, il principio di realtà (irrealistiche esagerazioni letterarie comprese) meglio di quasi tutti. Non solo: che, a differenza di quasi tutti, non si fa premura di mascherare questa consapevolezza, come abitudine nella buona società italica, che al realismo di ascendenza machiavelliana preferisce sempre l’ipocrisia di ascendenza cattocomunista. Rondolino è stato comunista, ha un curriculum giovanile comunistissimo, ma di un comunismo sospeso tra estetica fraintesa (“Mi piaceva sentirmi militare in un partito la cui direzione nazionale aveva, al piano terra, una libreria. Del resto, ero un borghese”) e pragmatica rivendicata (“Il Pci mi ha insegnato a fare i compromessi, non a fare la rivoluzione”), superato in fretta da altri, contradditori, fecondissimi itinerari.

Stratega

Lothar con Claudio Velardi di Massimo D’Alema quando costui scalò Palazzo Chigi, dove “lothar” sta per qualcosa di molto più di addetto alla comunicazione e perfino di stratega, indica un lavoro quotidiano da fucina pop, sempre in bilico sull’ossimoro, vendere Baffino, l’ultimo togliattiano sopravvissuto, come un liberal, un “riformista”, un blairiano. Quindi, il pop che scalza definitivamente l’ideologia, la consulenza autoriale per la prima stagione del Grande Fratello, che sarà un caso ma è l’unica che ricordiamo ancora oggi, l’unica in cui la sociologia weberiana intersecò il trash senza complessi, puro rondolinese. Da lì, la sparigliata come culto e a volte anche come maniera, consigliere politico di Daniela Santanchè per le primarie del PdL che non si tennero mai e infine sì, costruttore di un renzismo più rigoroso dello stesso Renzi, quasi di un’ortodossia rottamatrice, ma un’ortodossia liquida, postmoderna, un’ortodossia eterodossa.

Post-politica

“Siamo nella post-politica”, disse anni fa in un’intervista a Luca Telese, e in questo disincanto candido, ennesimo paradosso, sta il segreto di Rondolino. Un corsaro che affronta le intemperie della politica e della comunicazione (sì, sono la stessa cosa, e lui ce lo ha insegnato forse meglio di tutti) con la benda in vista e la scimitarra sguainata, senza infingimenti, senza ritualità codine, senza tutto l’armamentario di chi oggi gli spara addosso, politici che blaterando di un’impossibile etica della comunicazione nascondono i propri regolamenti di conti immorali, o direttori di giornali che ostentando una disonesta oggettività cronachistica (non esistono inchieste oggettive, già solo perché c’è sempre un inchiestista) inseguono i propri tic, la retorica contro la Bestiolina di Renzi per rispondere alla retorica contro la Bestia di Salvini, puttanate, per usare il termine tecnico.

La mail a Renzi

Sì, Rondolino, uomo di comunicazione politica, e tra i migliori, ha osato perfino mandare una mail a Matteo Renzi intitolata “Appunti per una propaganda antigrillina” (che è come dire che un chirurgo ha osato impugnare il bisturi). Sì, nella mail addirittura non suggerisce di persuadere l’avversario politico con massiccio utilizzo di mazzi floreali, ma ipotizza scavi nei punti deboli, raccolta di informazioni compromettenti, creazione di portali di news unidirezionali, e sì, anche dell’esplicita “character assassination” (attività in cui del resto un movimento nato sull’illuminata piattaforma valoriale del Vaffa rimane maestro indiscusso), come se davvero la politica fosse quella di Machiavelli e di Rino Formica (“sangue e merda”, definizione insuperata), come se davvero l’uomo fosse il lupo di Hobbes o almeno il legno storto di Kant, e non l’appendice delle veline del Fatto Quotidiano, o di certe sue imitazioni malriuscite di destra.

E pensate, Rondolino si spinge fino a ritenere che queste tecnicalità specifiche per affrontare una tecnica specifica quale la lotta politica costituiscano un bagaglio professionale, come accade nei Paesi civili, dove lobby si contrappongono a lobby in una concorrenza permanente.

Oggi, anche chi non ha lo stomaco abbastanza forte per mandare giù lo sbracato circo mediatico-giudiziario allestito contro Renzi (e perfino lo stesso Renzi ospite dalla Gruber, il che non depone a favore della sua spina dorsale) tende a scaricare tutto su di lui, l’anima nera, il reprobo. Era tutta farina del suo sacco perverso, il principale poi non ha eseguito, e altre perifrasi vigliacche quanto quelle degli avversari.

Chi scrive invece, lontanissimo da qualunque mitologia sinistra e da qualsiasi innamoramento per l’improbabile liberista di Rignano sull’Arno, manda un abbraccio convinto al reprobo. Che, volontariamente o no, ci insegna una volta di più in cosa consista la democrazia: lotta per il consenso, e per il potere. Spesso ambigua, spuria, insozzata, amorale. Esiste un’alternativa, pulitissima, linearissima, moralissima (nel senso che la morale diventa addirittura monopolio di Stato), si chiama dittatura. Genere Venezuela, per intenderci, non a caso Paese di riferimento (e forse anche di finanziamento, a proposito di zone d’ombra) del bel mondo giallorosso, con qualche spruzzata di nero, che oggi lincia il reprobo all’unanimità. Viva il reprobo.

Giovanni Sallusti, 16 novembre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/in-difesa-di-rondolino-la-politica-e-sporcarsi-le-mani/

 

L’arduo risveglio dello spirito

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di Marcello Veneziani

Se uno dice oggi spiritualismo, la gente non capisce, qualcuno si mette a ridere. Spiritualismo è diventata una parola incomprensibile, tra lo spiritico, l’arcaico e il conventuale. A parte il riferimento alla spiritualità in ambito religioso o new age, l’unica accezione corrente e comprensibile a tutti resta un genere musicale che evoca lo schiavismo, lo spiritual. Per il resto, sostituito il cristiano Spirito Santo con l’hegeliano Spirito del Tempo, si è via via capovolto in tempo senza spirito. Al più lo spirito è materia per la psicanalisi. Lo spirituale cede allo spiritoso, lo spirito è sinonimo di alcol. Parole che indicavano contenuti, visioni, stati d’animo diventano vuote, insignificanti, perfino grottesche, come se un’ottusità di ritorno avesse chiuso spazi di pensiero, porte dell’anima e campi di valori. Ma spirituale diventa ancor più inverosimile e alieno se correlato alla politica. Che vuol dire spiritualismo politico? Vuol dire farsi guidare nelle scelte e nei comportamenti da una visione spirituale della vita. E opporsi a una concezione materialistica, utilitaristica, opportunistica della politica. In pratica opporsi a un arco pressoché onnicomprensivo della politica contemporanea, dalla sinistra di derivazione radicale e marxista allo scientismo e al liberismo, dal razzismo – che è materialismo biologico, anzi zoologico  ̶  al dominio planetario della tecnica e della finanza.

Le opere disseminate lungo il Novecento da autori e pensatori spiritualisti sono state rimosse e cancellate, come se non fossero mai esistite. Eppure costituiscono un tratto saliente della cultura italiana ed europea del secolo scorso. Lo spiritualismo, anzi, ha permeato il pensiero italiano assai più che il materialismo storico e il radicalismo, ma anche più dell’utilitarismo e del pragmatismo, del liberalismo e degli altri filoni di pensiero scientifici e strutturalisti, analitici ed esistenzialisti. E non solo: per un secolo almeno la scuola pubblica e l’università sono state permeate dall’umanesimo spiritualista. Missione dei docenti era educare i ragazzi a una concezione spiritualista ben riassunta nel dantesco “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Non mancava l’abuso retorico e ‘nozionista’ dello spiritualismo in versione scolastica che lo riduceva a manierismo e astrazione.

Lo spiritualismo appare ora un reperto del passato, una traccia storica, affettiva e culturale di un pensiero ormai tramontato, legato ad un tempo ormai improponibile ed esaurito nella gran fiammata del novecento. Si può  parlare oggi di spiritualismo, di visione spirituale della vita? Io credo di sì nonostante tutto, e il naufragio dei pensieri “corretti” e dei canoni ideologici che lo affossarono ne è ulteriore conferma. Anzi, si può arrivare a dire che una visione della vita o ha una sua matrice spirituale o visione non è. L’impresa va tentata; nella peggiore delle ipotesi gioverà almeno allo spirito di chi la tenta, nella migliore lascerà qualche traccia in altre anime e produrrà qualche effetto nel pensiero e nella vita di una civiltà. E, comunque, se l’impresa è ardua e temeraria, è una ragione in più per tentarla. Il risveglio dello spirito nell’epoca degli automi.

C’è una dieta spirituale da consigliare? Lo spirito, dicevamo, è parola desueta, intrusa, se non estinta nel nostro lessico quotidiano. Eppure mai come ora necessaria perché laddove tornano in gioco la vita e la morte, la vecchiaia e la malattia, la solitudine e la solidarietà, come nel tempo interminabile della pandemia, torna l’urgenza di una preparazione spirituale agli eventi e alla nostra vita. E invece, l’ambito interiore è materia di psicologi, psicanalisti e psichiatri. Viene medicalizzata pure la coscienza, ospedalizzata anche l’anima.

È forse la prima volta che davanti al contagio è apparsa del tutto irrilevante il ruolo della religione; in ogni evenienza tragica del passato è sempre stata il rifugio, il conforto, l’invocazione e perfino l’esorcismo per fronteggiare il male o disporsi al rischio mortale. Ora è come se si fosse ritirata dal mondo. Ma la dieta spirituale a cui facevo riferimento non è solo di natura religiosa e confessionale; certo, non può eludere il ruolo della fede, della preghiera e della liturgia ma spirituale allude a una visione della vita, a un rapporto tra i fatti e la nostra interiorità, la relazione tra anima e corpo, il senso della vita e della morte.

La risposta spirituale è riattivare quelle energie e quei mondi che abbiamo atrofizzato nell’indaffarato scorrere dei giorni. Riprendere a fare i conti con la memoria, la storia e i suoi eventi, le aspettative e i progetti, il senso delle cose che durano; applicarsi come un esercizio di attenzione, concentrazione e collegamento con energie spirituali superiori, restituendo un disegno compiuto alla vita. Riprendiamo il filo d’oro dell’amore come nostalgia e lontananza, pathos della distanza.

Il livello spirituale più delicato riguarda il nostro rapporto con la vita e con la morte. Lo eludiamo da tempo, non guardiamo più in faccia la morte.  Dobbiamo rielaborare il rapporto con la morte, riuscire a concepire la nostra scomparsa, sforzarsi di pensare che il mondo non cominciò con noi e non finirà con noi, l’essere sopravanza l’esistere. Acquistare dalla disperazione una fiducia ulteriore che è amor fati e abbandono fiducioso alla sorte, dopo aver fatto tutto quel che potevamo per disporla verso il meglio.

Non sono rimedi, tantomeno soluzioni, ma piccole ed enormi svolte per guardare la realtà con altri occhi. Chi le sta ora indicando non ha raggiunto la saggezza, tantomeno la sapienza, ma è ancora immerso nelle contraddizioni, paure e insofferenze. Però è necessario rianimare la propria vita spirituale, senza farsi succubi del vivere o spenti dalla noia e dalla paura. Cominciate provando a pronunciare la parola spirituale…

Conferenza sullo Spirito (Cinema Teatro Astra di Misano Adriatico, ore 21 del 12 novembre 2021)

Muro di Berlino, il Pd scorda “la matrice”: non cita mai il comunismo

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IL POST SUL CROLLO DEL MURO CHE DIVIDEVA LA GERMANIA. I DEM NON NOMINANO MAI L’URSS

di Giuseppe De Lorenzo

Hai voglia a ripetere a Giorgia Meloni che non ha ancora fatto i conti col fascismo. Hai voglia a chiedere a Lega e Fdi di non avere “ambiguità” sulla dittatura nera. Perché se poi, quando si presenta l’occasione, perdi il treno per condannare l’orrore comunista, beh: un minimo di ipocrisia la dimostri.
Succede che oggi sarebbe, anzi è, la ricorrenza della caduta del muro di Berlino costruito nel 1961. Il 9 novembre di 32 anni fa i tedeschi lo presero a picconate ponendo fine prima alla Ddr, un regime comunista, e poi a valanga all’intera Unione Sovietica. Momento storico di portata colossale. Che infatti oggi viene giustamente ricordato da tutti gli schieramenti politici in parlamento. Gli occhi, ovviamente, sono puntati sul Pd. Voglio dire: sono o non sono gli eredi più o meno diretti di quel Partito Comunista Italiano che va da Togliatti in giù? Bene. Uno va sulla pagina Facebook dei dem e si trova questo post qui, corredato da una delle foto più iconiche di fine anni ’80: un berlinese intento ad abbattere il muro che divideva la città in due. State a sentire:
“Lungo 156 km e alto quasi 4 metri, il muro di Berlino, costruito nel 1961, impedì la libera circolazione delle persone verso la Germania dell’Ovest. Simbolo tangibile di una divisione territoriale e politica, non solo tedesca, la sua caduta segnò la fine della Guerra Fredda e della divisione in due dell’Europa e del mondo, e anticipò la riunificazione della Germania. Furono migliaia i berlinesi che presero parte alla demolizione di quel muro che li tenne in ostaggio per quasi trent’anni. La caduta, nel 9 novembre 1989, divenne così espressione del bisogno di autodeterminazione da parte di chi non accettò più divisioni forzate e conflitti. La fine del bipolarismo tra Oriente e Occidente aprì le porte alla riunificazione necessaria e all’Unione europea. La storia insegna che il desiderio di libertà è più forte di ogni muro. Ieri come oggi.
Notate qualcosa di strano? Vi sembra mancare qualcosina? Provate a fare una ricerca per parole e cercate di capire se il Pd è davvero riuscito a non nominare mai la parola comunismo nelle quasi 800 battute del post. Ebbene sì, ce l’hanno fatta. Si sono dimenticati di specificare che quei mattoni furono messi per impedire ai berlinesi dell’Est di scappare dal presunto “paradiso comunista”. C’entra poco “l’autodeterminazione” contro le “divisioni forzate e i conflitti”. È solo fuffa la storia del “bipolarismo tra Oriente e Occidente”. Il “desiderio di libertà” non era generico, ma un anelito di liberazione dal regime sovietico. Non specificarlo, volutamente, significa tradire le 140 vittime dei Vopos, gli agenti della Polizia del popolo che sparavano contro chiunque tentasse di raggiungere l’Ovest. Scusi, Letta, ci spieghi: di che matrice era quel muro?

 

 

Draghi: riforma o dissoluzione dello stato?

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

Con l’avvento di Draghi, l’Italia si è scoperta paese leader in Europa e potenza geopolitica mondiale. Con la fine dell’era Merkel ed un Macron probabilmente prossimo al congedo, emerge Draghi, quale demiurgo mediatico della nuova Europa. Questa immagine virtuale è del tutto falsa e perfino tragicomica, ma è tuttavia idonea a legittimare nella politica italiana il processo riformatore messo in atto da una ristretta cabina di regia presieduta da Draghi, leader di un governo acquiescente, in virtù della espropriazione delle funzioni del Parlamento.

Il G20 di Roma, come tutti quelli che lo hanno preceduto, si è risolto in una scenografia mediatica senza alcuna decisione rilevante tra i grandi della terra. L’unico fatto politico degno di nota emerso dal G20, è la riaffermazione del primato americano sull’Occidente e la ricompattazione degli alleati europei nel contesto del multilateralismo geopolitico a guida americana. Biden ha infatti dichiarato nel suo colloquio con Draghi: “Stai facendo un lavoro straordinario qui! Dobbiamo dimostrare che le democrazie possono funzionare e che possiamo produrre un nuovo modello economico. Ci stai riuscendo”.

Draghi è dunque delegato da Biden a realizzare un nuovo modello di sviluppo neoliberista in Italia e in Europa. L’impianto delle riforme da attuare in Italia, in base alle condizionalità poste dalla UE con il varo del NGEU ne è la conferma.

Giustizia: una riforma lesiva dello stato di diritto

La prima riforma messa in atto dal governo Draghi è stata quella della giustizia. Una riforma della giustizia penale destinata ad incidere sulla struttura del sistema giudiziario, che tuttavia non ha suscitato dibattiti e contrapposizioni di rilievo in una politica ufficiale, ormai estranea alla realtà del paese e omologata alle direttive di una elite tecnocratica eurodiretta.

Sono note le inefficienze della giustizia italiana, specie riguardo alla durata dei procedimenti. Pertanto, nell’intento di velocizzare i processi, è stata introdotta come causa di improcedibilità il superamento dei termini di durata massima dei procedimenti penali. L’improcedibilità scatta qualora il giudizio d’appello non si concluda entro 2 anni e quello di cassazione entro 1 anno. Tali termini possono essere prorogati rispettivamente di 1 anno per l’appello e di 6 mesi per la cassazione, per gravi delitti e giudizi complessi. Ulteriori proroghe sono stabilite nei procedimenti per delitti riguardanti il terrorismo, eversione dell’ordinamento costituzionale, associazione mafiosa e altri reati di particolare gravità. Vengono inoltre ampliate le possibilità di accedere a riti alternativi, quali il patteggiamento e il giudizio abbreviato.

Si vuole istituire una giustizia rapida, spesso a discapito dei diritti fondamentali dei cittadini, quali il diritto alla difesa, con rilevanti lesioni ai principi dello stato di diritto.

La riforma Cartabia inoltre delega al Parlamento l’indicazione delle priorità dei reati da perseguire. Questa norma fa venir meno nei fatti l’obbligatorietà dell’azione penale, principio fondamentale nel nostro ordinamento. Vi è la concreta possibilità che l’orientamento politico di un governo possa prevaricare l’indipendenza della magistratura. Nulla esclude poi che in futuro una maggioranza governativa possa servirsi dell’arma giudiziaria a fini repressivi, allo scopo cioè di tacitare, se non di criminalizzare le opposizioni scomode.

Una giustizia rapida, secondo l’orientamento del governo Draghi e conformemente alle direttive della UE, avrebbe l’obiettivo di favorire gli investimenti e la crescita. L’ispirazione ideologica della riforma è evidente: la ragione economica, in un sistema neoliberista, prevale sui principi dello stato di diritto.

Riforma fiscale: verso l’imposizione patrimoniale

La legge di bilancio ha stanziato un fondo di 8 miliardi all’anno per ridurre la pressione fiscale. Sono state messe in campo 3 opzioni: ridurre le aliquote IRPEF relative al “cuneo fiscale nel lavoro e le aliquote marginali effettive”, agire sul sistema delle detrazioni per i redditi di lavoro dipendente, ridurre l’IRAP per i redditi d’impresa.

Secondo l’indirizzo seguito dalla Commissione finanze, la riduzione delle aliquote riguarderebbe il ceto medio, quei redditi cioè che si attestano tra i 28.000 e i 55.000 euro, lo scaglione oggi corrispondente all’aliquota del 38%, che potrebbe essere ridotta fino al 34%. Beneficerebbero quindi del taglio IRPEF i redditi medio – alti che costituiscono il 21,2% della platea dei contribuenti. Resterebbero pertanto esclusi dai benefici i redditi medio – bassi fino a 28.000 euro. L’iniquità di tale misura è evidente, in quanto l’effetto del beneficio sarebbe di maggiore consistenza per i redditi più alti. Infatti, mentre i contribuenti con reddito pari a 41.000 euro usufruirebbero di uno sconto di 500 euro, coloro che si collocano oltre i 75.000 euro godrebbero di una riduzione di 1.000 euro.

E’ stato più volte ribadito che il sistema fiscale debba ispirarsi al principio della progressività. Occorre però rilevare che l’imposta progressiva oggi grava esclusivamente sui redditi da lavoro, sia dipendente che autonomo. Redditi da capitale, imposta societaria (IRES), redditi fondiari, sono invece assoggettati ad imposte proporzionali, che nell’ultimo decennio hanno beneficiato di cospicue riduzioni di aliquote. Pertanto, si deve dedurre che il carico fiscale è stato sopportato in misura sempre più gravosa dai lavoratori, a vantaggio delle classi più abbienti, che hanno usufruito di benefici fiscali assai rilevanti.

Secondo le direttive della riforma Draghi, il governo metterà mano alle imposte sostitutive. E’ quindi prevedibile un aggravio della flat tax sul lavoro autonomo dei contribuenti minimi (5-10%), della cedolare secca sugli affitti (10-21%), dell’imposta sui premi di produttività (10%), dell’imposta sugli interessi sui titoli di stato (12,50%), onde adeguarle al primo scaglione d’imposta del 23%. In coerenza con tale principio, verrebbe però ridotta l’aliquota sui redditi finanziari, oggi al 26%, anche se tale ribasso produrrebbe un minor gettito di 1,4 miliardi. I grandi investitori commossi ringraziano!

Il taglio delle tasse per 8 miliardi, non sarà comunque adeguato per favorire una crescita stabile, né sarà sufficiente a colmare lo squilibrio di 5 punti tra il cuneo fiscale e contributivo che grava sui lavoratori italiani rispetto alla media UE. Non sarà raggiunto nemmeno l’obiettivo del superamento dell’IRAP, che grava sui fatturati delle imprese, il cui gettito è pari a 12 miliardi. E’ prevista solo una riduzione delle aliquote.

Questa manovra è comunque transitoria, in vista di riforme strutturali che coinvolgeranno il fisco italiano nei prossimi anni. La filosofia che informa l’impianto di una riforma imposta dalla UE, prevede il progressivo trasferimento della pressione fiscale dai redditi finanziari e di impresa al patrimonio immobiliare. In questo contesto si inquadra la riforma del catasto patrocinata da Draghi (e che figura tra le condizionalità del NGEU), che comporterà la revisione degli estimi catastali, al fine di adeguarli ai valori di mercato. La riforma del catasto produrrà inevitabilmente rilevanti aggravi delle imposte patrimoniali sugli immobili (IMU), valutabili per oltre il 60%. Draghi ha annunciato che tale riforma non comporterà aggravi fiscali fino al 2026. Si rileva comunque che tale riforma, che prevede l’istituzione di un sistema fiscale improntato alla tassazione patrimoniale, è in coerente continuità con la politica del governo Monti.

L’imposta patrimoniale è per sua natura una forma di tassazione straordinaria, a cui storicamente si è fatto ricorso in fasi emergenziali. L’imposta patrimoniale è stata introdotta in altre epoche quale strumento di politica fiscale che avesse la finalità di contrastare le concentrazioni di ricchezza nelle mani di pochi e in impieghi spesso improduttivi. Mediante l’imposta patrimoniale si sono infatti realizzate politiche di redistribuzione del reddito e di riequilibrio delle diseguaglianze sociali. Non a caso, l’imposizione patrimoniale era parte integrante dei programmi di politica sociale della sinistra del secolo scorso.

Ma è ormai definitivamente tramontata l’epoca del dominio di classe dei detentori delle rendite fondiarie, dei latifondi, dei padroni delle ferriere. Infatti l’imposizione patrimoniale è oggi parte integrante delle politiche neoliberiste imposte dal FMI, dall’OCSE, dalla UE. Il patrimonio immobiliare in Italia, è in larga parte detenuto dal ceto medio, quale forma di impiego del risparmio, consolidatosi per varie generazioni.

E’ peraltro una pura illusione, l’idea secondo cui con l’imposta patrimoniale e l’imposta di successione si andrebbero a colpire i grandi patrimoni e si possano combattere le diseguaglianze. Le classi dominanti, mediante l’uso e l’abuso dello strumento societario, il trasferimento dei capitali nei paradisi fiscali, il ricorso a pratiche di occultamento dei patrimoni su scala globale, sono del tutto immuni da tali forme di tassazione. La funzione dell’imposta patrimoniale, nel contesto di un sistema neoliberista è quella di trasferire il prelievo sul risparmio e sui patrimoni dei cittadini, al fine di smobilitare i capitali investiti nel comparto immobiliare per farli affluire nei mercati finanziari. La classe dominante persegue dunque una logica di accaparramento selvaggio della ricchezza a danno dei popoli.

Mediante l’imposizione patrimoniale, gli stati dovranno reperire le risorse finanziarie necessarie per realizzare la rivoluzione digitale ed energetica. I relativi costi sono imputati agli stati e quindi ai popoli. Le trasformazioni previste dal Grande Reset, sono state progettate dal World Economic Forum (WEF) di Davos, non dagli stati.

Riforma previdenziale: il ritorno della Fornero

La riforma previdenziale si renderebbe necessaria in base ad un ineludibile imperativo morale. La attuale insostenibilità del sistema previdenziale italiano, finirebbe per penalizzare i “senza quota” (giovani e non con impieghi precari e/o sottopagati), che sarebbero costretti a lavorare fino a 70 anni, con la prospettiva di percepire assegni pari al 50% dello stipendio. Le vecchie generazioni, usufruendo dei “privilegi” del welfare, avrebbero sottratto le risorse a quelle nuove. Al conflitto sociale del ‘900, si vuole sostituire quello generazionale, con l’effetto di istaurare l’ennesima guerra tra poveri. Il governo eurocratico di Draghi, sull’onda dell’emergenza sia sanitaria che previdenziale, vuole ripristinare, dopo l’abolizione di quota 100 e la transizione di quota 102 per il solo 2022, la famigerata legge Fornero.

La riforma pensionistica, prevista tra le condizionalità del NGEU, è stata imposta all’Italia sulla base dei dati OCSE sulla spesa pensionistica italiana che tuttavia si discostano dalla realtà. Il sistema pensionistico italiano è stato già oggetto di progressivi tagli con la riforma Dini, con i correttivi del governo Prodi e infine con la riforma Fornero nel 2011; tutte riforme imposte da direttive europee. Innanzitutto, si rileva che i dati di spesa dell’INPS sono compresivi della spesa per l’assistenza, che invece negli altri paesi è a carico della fiscalità generale. Secondo i dati di Eurostat del 2019, la spesa pensionistica italiana è pari al 16% del Pil, superiore cioè a quella della Germania (12%), della Francia (14,8%), della Spagna (12,7%). Tali dati però sono stati elaborati al lordo della imposizione fiscale sulle pensioni che è assai differenziata tra i paesi. Infatti, ad esempio, su una pensione di 1.500 euro, in Germania il carico fiscale è di 60 euro, mentre in Italia ammonta a 600 euro. Poiché l’imposizione fiscale, in termini di spesa pubblica costituisce una partita di giro, l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil, al netto del fisco (che grava per 1/4 del reddito), è del 12%, in linea quindi con l’Europa.

Nel 2020 la spesa pensionistica è stata di circa 215 miliardi, mentre le entrate contributive sono state di circa 200 miliardi. Il deficit dell’INPS è di circa 15 miliardi. Ma se si tiene conto del fatto che sulle pensioni è stato effettuato un prelievo fiscale di 53 miliardi, è facile comprendere che, con una pressione fiscale più ridotta, la gestione previdenziale sarebbe attiva. L’allarmismo mediatico è quindi infondato.

Non sarà rinnovata quota 100. Si è riscontrato il fallimento di quota 100 riguardo all’obiettivo di creare nuova occupazione. Quota 100 avrebbe solo favorito una riduzione del costo del lavoro delle imprese: a fronte di 3 pensionamenti ha fatto riscontro una assunzione. Il tasso di sostituzione è stato dello 0,40. Il 40% non sembra però una percentuale fallimentare, dato che nella Pubblica Amministrazione è rimasto in vigore il blocco delle assunzioni e non sono stati indetti nuovi concorsi. Nel corso della pandemia sono stati infatti richiamati in servizio medici anziani, data la carenza di personale sanitario dovuta alla mancanza di nuovi assunti. Negli ultimi 10 anni sono emigrati 10.000 giovani medici, data la mancanza di sbocchi professionali in Italia!

L’impatto della legge Fornero, ripristinata dal governo Draghi, si rivela devastante per le nuove generazioni. Il sistema contributivo puro applicabile per gli assunti dal 1996 e la diffusione generalizzata del precariato, con occupazione discontinua e sottopagata, determineranno l’innalzamento dell’età pensionabile a 70 anni, con assegni oltre che dimezzati. Inoltre, l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro è oggi tardivo, il turnover dei lavoratori di età media è sempre più precoce, a causa della rapida obsolescenza di tante figure professionali, dovuta alla continua avanzata del progresso tecnologico.

Da un report pubblicato su “La Repubblica” del 25/10/2021, emergono dati allucinanti circa il futuro dei “quota zero”. Secondo una simulazione che prende come base lavoratori che oggi hanno 25,30,35 e 40 anni, con stipendi con l’incremento annuale dell’1,5% e una crescita del Pil dello 0,3% annuo, emerge che ad una età pensionabile tra i 68 e i 72 anni i futuri pensionati percepirebbero assegni tra 55% e il 64% dell’ultimo stipendio. Tale simulazione è stata però effettuata sulla ipotesi di una carriera continuativa. Se invece la carriera è discontinua o la fuoriuscita è precoce, la pensione si ridurrebbe fino al 45% e sarebbe erogata solo dopo i 70 anni.

Gli effetti della Fornero comporterebbero inoltre ulteriori e progressivi innalzamenti dell’età pensionabile in base al parametro ISTAT sulla speranza di vita, coefficiente destinato ad aumentare. Infine, qualora la pensione non superi la soglia di 2,8 volte l’assegno sociale, non sarà possibile il pensionamento anticipato, mentre nei casi in cui non lo superi di 1,5 volte, non sarà erogato nemmeno l’assegno di vecchiaia e l’età pensionabile sarà innalzata di 4 anni. In conclusione, si andrà in pensione tra i 71 e i 77 anni. Questo sistema imposto dalle direttive europee, può produrre solo giovani precari, lavoratori sottopagati, esodati precoci e grandi masse di pensionati sotto la soglia di povertà.

L’impostazione delle riforme previdenziali susseguitesi fino ad oggi, ha una precisa matrice ideologica. Nell’economia neoliberista infatti, il progressivo smembramento dello stato sociale, si renderebbe necessario al fine di liberare risorse per la crescita. Ma è stata proprio la politica di austerity, in attuazione del patto di stabilità della UE, a determinare, oltre che un incremento della povertà conseguente alla devastante contrazione della spesa pubblica, anche il calo verticale degli investimenti e dei consumi e quindi l’avvento della recessione economica e della deflazione.

In tema di spesa previdenziale, gli squilibri del sistema sono emersi proprio a causa della bassa crescita. La depressione economica è stata inoltre una delle principali cause del calo della natalità nel nostro paese. Dal 2011 il Pil italiano registra una crescita inferiore al 9%, mentre la Germania è cresciuta di quasi il 30%, la Francia del 19%, la Spagna del 16%. Si rileva inoltre che in Italia il tasso di rivalutazione del montante contributivo è agganciato al Pil e quindi, in assenza di crescita, le pensioni hanno registrato ulteriori, rilevanti decurtazioni.

La precarietà e la compressione salariale hanno contribuito in misura rilevante a decrementare il montante contributivo. La mancata crescita è da imputarsi anche alla carenza di domanda interna, dovuta al basso livello retributivo dei lavoratori italiani. L’Italia è l’unico paese europeo in cui i lavoratori guadagnano meno di 30 anni fa. Tra il 1990 e il 2020 i salari medi sono aumentati in Germania del 33,7%, in Francia del 31,1%, mentre in Italia il calo è stato del 2,9%. Nel 1990 i salari medi italiani erano al 7° posto in Europa, nel 2020 sono precipitati al 13° posto. Secondo i dati dell’OCSE, nel periodo pandemico tra il 2019 e il 2020, la contrazione salariale, in Francia del 3,2% e in Spagna del 2,9%, in Italia è stata del 6%, dovuta alle ore non lavorate e alla perdita di occupazione.

Il governo Draghi non è davvero innovativo, è solo la reincarnazione del governo Monti .

Verso la dissoluzione dello stato?

Le riforme di Draghi hanno come finalità la trasformazione strutturale dello stato. Si vuole infatti realizzare un processo evolutivo di riforme di stampo neoliberista che comportino la progressiva estraneazione dello stato dalla società civile. Allo stato sovrano subentrerà uno stato di stampo neoliberista, le cui strutture siano funzionali alle strategie di trasformazione messe in atto dalle oligarchie economiche e finanziarie globali. L’azione del governo Draghi non mira alla riforma dello stato ma alla sua dissoluzione.

In tale contesto è del tutto risibile millantare come un successo del G20 di Roma l’aver imposto ai giganti del web e dell’e-commerce una minimum tax del 15% a favore degli stati in cui vengano realizzati i loro profitti. Saranno invece i popoli a sostenere i costi della ristrutturazione economica digitale ed ambientale su scala globale. Afferma a tal riguardo Diego Fusaro: “Mi siano concesse alcune riflessioni rapsodiche intorno al G20 che si è svolto in questi giorni a Roma. A partire dall’essenza stessa del G20, esso è il ritrovo periodico nel quale il padronato cosmopolitico sans frontières e i suoi maggiordomi governativi senza anima si danno convegno in località di volta in volta diverse e con un obiettivo molto chiaro: fare il punto sulla loro agenda e sui loro interessi di classe al di là dell’interesse nazionale dei ceti medi e delle classi lavoratrici, al di là delle specifiche sovranità nazionali. Come sappiamo lo stato nazionale, al tempo della globalizzazione in cui sovrano è soltanto il mercato, diventa semplicemente uno strumento nelle mani dei gruppi dominanti, diventa una nuova forma di gestione dell’economia globale per il mezzo dei governi locali. Vorremmo dirlo con Michel Foucault, lo stato neoliberale è quello che governa non il mercato bensì per il mercato”.

Fine emergenza mai

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di Gianfranco Amato

È inquietante come il processo di metamorfosi istituzionale che sta subendo in nostro Paese avvenga in un clima di irresponsabile nonchalance.

L’opinione pubblica ha ormai digerito l’idea che il sistema liberal-democratico che abbiamo conosciuto fin ora sia in realtà un gioco. Un bel gioco, di cui puoi permetterti il lusso se non ci sono problemi veri, situazioni gravi da affrontare come la pandemia Covid-19. Perché quando arrivano i problemi, occorre smettere di giocare e chiamare papà.

Si è di fatto certificato il fallimento del sistema istituzionale delle democrazie liberali borghesi, quelle fondate sul parlamento, sulla tripartizione dei poteri, sulla rappresentanza popolare, sui partiti, elezioni, e così via. Questo sistema ha dimostrato di non essere in grado di affrontare le grandi sfide ed emergenze del futuro. Da qui l’idea che, proprio in nome della cosiddetta “biosicurezza”, il sistema migliore, più rapido, efficace e moderno sia quello che i politologi americani chiamano Security State. Basta perdere tempo con le stanche liturgie democratiche, col parlamento, i partiti, la politica politicante. Occorre affrontare e risolvere le emergenze. Se serve, quindi, è bene sospendere le garanzie costituzionali, lo stato di diritto, le libertà fondamentali e affidare tutto ad una Guida Illuminata, assistita da un Comitato Tecnico. Praticamente, introdurre una dittatura. L’affluenza incredibilmente bassa alle urne nelle recenti elezioni amministrative delle più importanti città italiane è un segno evidente di questa tendenza. Basti pensare che a Milano è andato a votare il 47% degli aventi diritto, meno di un milanese su due, dato mai registrato dal dopoguerra. Nel suo splendido saggio Le origini del totalitarismo, la filosofa Hanna Arendt spiega che «all’interno del regime totalitario gli individui provano un totale isolamento nella sfera politica e un forte senso di estraniamento nei rapporti sociali», che arriva ad «annientare, in primis, la vita politica democratica, e la libera comunicazione tra cittadini». È esattamente quello che sta accadendo.

In Italia si è di fatto instaurato quello che il grande giurista tedesco Carl Schmit teorizzò come Ausnahmezustand, ovvero Stato d’eccezione. Il problema per il Potere oggi è renderlo permanente.

La pandemia Covid-19 ha rappresentato il presupposto perfetto per giustificare l’Ausnahmezustand, ma si tratta pur sempre di un’emergenza sanitaria destinata, prima o poi, a cessare. Quando nel resto d’Europa il virus sparirà definitivamente, sarà difficile sostenere la sua esistenza solo nel Bel Paese.

Il problema è, allora, semplicemente quello di trovare altri presupposti per mantenere una perenne situazione d’emergenza tale da legittimare un Ausnahmezustand istituzionalizzato.

Non ci vuole molta fantasia per capire quale sarà il prossimo pretesto. Basta leggere alcuni fatti.

Primo, il discorso che Mario Draghi ha indirizzato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 22 settembre 2021, in cui ha parlato espressamente di nuove emergenze, come, ad esempio, quella del «cambiamento climatico», che avrà ripercussioni in campo energetico e alimentare. «Condizioni meteorologiche estreme e interruzioni degli approvvigionamenti hanno contribuito all’aumento dei prezzi degli alimenti», ha spiegato infatti il premier italiano, ricordando anche che «il numero di disastri naturali legati al clima è quintuplicato dagli anni Sessanta» e che «gli eventi meteorologici estremi sono destinati a intensificarsi nei prossimi decenni».

Secondo fatto da considerare: è passata in sordina la notizia che il primo ministro albanese Edi Rama ha dichiarato, il 9 ottobre 2021, lo stato di emergenza in Albania dopo una riunione del governo, a causa dei problemi di approvvigionamento energetico «innescati dall’impennata dei prezzi dell’energia sui mercati internazionali», come ha riferito Euronews Albania. Il premier Rama ha confrontato lo stato d’emergenza appena dichiarato con «la crisi pandemica», e ha promesso di proteggere i consumatori e le imprese dall’aumento dei prezzi dell’energia, con le stesse efficaci e drastiche misure utilizzate per combattere il Covid-19. Un precedente poco confortante.

Agli italiani, quindi, in nome dell’emergenza energetica potrà essere chiesto di restare in casa la domenica, come avvenne con l’Austerity degli anni Settanta, o di spegnere le luci alle undici di sera ed evitare di uscire. Del resto, gli stessi italiani hanno ormai imparato a conoscere termini come lockdown, coprifuoco, e hanno pure gradito il fatto di seguire le celebrazioni liturgiche via streaming.

A quest’ultimo proposito, occorre segnalare un altro fatto: l’atteggiamento dell’attuale Chiesa cattolica, ridotta oramai a specchietto del mondo.

Il 4 ottobre 2021, Bergoglio ha riunito in Vaticano i leader religiosi che rappresentano le principali religioni del mondo per chiedere alla comunità internazionale di aumentare la sua ambizione e intensificare la sua azione per il clima in vista della COP26, in programma a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre prossimi. Nell’incontro Faith and Science: Towards COP26, promosso in Vaticano, quasi quaranta leader religiosi hanno firmato un appello congiunto, che è stato presentato dallo stesso Bergoglio al presidente designato della COP26, Alok Sharma, e al ministro degli Affari Esteri italiano, on. Luigi Di Maio. L’appello chiede che il mondo raggiunga il prima possibile l’azzeramento delle emissioni nette di carbone, per limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi al di sopra dei livelli preindustriali.

Prepariamoci. Tra poco non usare l’auto per poter andare a Messa e seguire la celebrazione on line da casa in nome del risparmio energetico e dell’emergenza climatica, sarà considerato un atto d’amore.

È gradita la camicia nera, Berizzi no: Verona sbatte la porta in faccia al giornalista

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di Matteo Castagna

Avevo garantito ai miei 4 lettori una recensione del libro in questione, dopo averlo letto. Non potrò farla perché la gente della mia città sta dimostrando che non è interessata a questo testo. Sarà per un’altra volta.

 

di Valerio Benedetti

Roma, 28 ott – A quanto pare, a Verona Paolo Berizzi è ospite non gradito. Il giornalista di Repubblica, infatti, sta facendo una fatica del diavolo a trovare un luogo dove presentare il suo ultimo gioiello, È gradita la camicia nera: Verona, la città laboratorio dell’estrema destra tra l’Italia e l’Europa (Rizzoli). Come denuncia Repubblica, «gli addetti della casa editrice, in queste settimane, hanno cercato una sistemazione per organizzare l’evento ma non è emersa alcuna disponibilità. Nessuno a Verona si prende la responsabilità di ospitare la presentazione di un libro che parla di estrema destra, o almeno questo è ciò che emerge dopo le prime ricerche».

Perché Verona non vuole Berizzi?

Per Repubblica, insomma, nessuno vorrebbe presentare un «libro che parla di estrema destra», lasciando intendere che la città scaligera non sarebbe interessata a questo tema. Ma siamo sicuri che l’ostracismo di Verona nei confronti dell’irreprensibile Berizzi derivi proprio da questo? Forse no. Forse i colleghi di Repubblica hanno dimenticato che il loro inviato non si è comportato molto bene con i veronesi. Nessun problema, ci pensiamo noi a rinfrescar loro la memoria.

Chiagni e fotti

Nell’agosto del 2020 un violento nubifragio aveva duramente colpito Verona (nonché Vicenza e Padova), e Berizzi pensò bene di pubblicare questo tweet: «Sono vicino a Verona e ai veronesi per il nubifragio che ha messo in ginocchio la città. I loro concittadini nazifascisti e razzisti che da anni fomentano odio contro i più deboli e augurano disgrazie a stranieri, negri, gay, ebrei, terroni, riflettano sul significato del karma». In sostanza, l’«umano» Berizzi disse che Verona, novella Sodoma dell’internazionale nera, si era meritata il nubifragio.

Come potete ben immaginare, il Comune scaligero non gradì affatto l’uscita del prode inviato di Repubblica. E lui, ovviamente non pentito, non si è mai sognato di chiedere scusa. Anzi: ha addirittura rilanciato pubblicando un libro sulla Gomorra dell’Adige. Davvero strano che Verona non muoia dalla voglia di accogliere Berizzi tra le sue mura. Sarà il karma.

Valerio Benedetti  

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/gradita-camicia-nera-berizzi-no-verona-sbatte-porta-in-faccia-a-giornalista-212518/

Stefania Craxi: Draghi? Dimostra tutta l’attualità del presidenzialismo di mio padre

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di Ferdinando Bergamaschi

Stefania Craxi: “Non mi chiami senatrice, preferisco senatore”. La battuta rivela tutta la sicurezza della figlia di Bettino Craxi, che a Palazzo Madama siede tra i banchi di Forza Italia. Il senatore ha uno sguardo dolce ma sempre attento, e l’atteggiamento di chi ama raccontarsi ma anche confrontarsi. Arriva da Parigi nella Milano di suo padre e osserva con piacere la Madonnina che appare ben distinta dalla vista che ci offrono le finestre del settimo piano che ci circondano. Poche formalità, ed entriamo subito nel vivo del discorso.

A questo punto della sua carriera politica che bilancio fa della sua esperienza parlamentare?
“Innanzitutto non sono in Parlamento per far carriera. Ho fatto questa scelta perché ho condotto e conduco una battaglia per rendere onore e merito a un uomo che ha lavorato tutta la vita per il bene del suo Paese. Ed è più facile farlo avendo un pulpito nazionale piuttosto che no. Mi è servito indubbiamente per avere consensi, ma lo spettacolo che da tempo offre il Parlamento italiano è miserevole; d’altronde questo accade da quando hanno distrutto i partiti, che avevano una funzione molto importante”.

Qual era questa funzione?
“Innanzitutto selezionavano una classe politica. La politica è una grande passione che richiede esperienza, confronto con la vita degli italiani e delle italiane. Una volta i partiti ti facevano fare una scuola di vita con percorsi che duravano anni. E che cominciavano dal basso, dalle periferie, dai piccoli paesi. Il fatto che oggi il Parlamento sia formato da persone che per lo più nella vita fanno altre cose è stato un depauperamento grave della politica e della nostra democrazia”. 

In Italia si è tornati a parlare di presidenzialismo. Pensa che il progetto di riforma costituzionale disegnato da suo padre in tal senso sia ancora attuale e perseguibile?
“Craxi parla della grande riforma istituzionale comprensiva del presidenzialismo nel lontano 1979. Lui aveva visto che quel sistema nato alla fine della guerra e che a quell’epoca era giusto, oggi di fatto impedisce il governo del Paese. Credo che Craxi fosse lungimirante quarant’anni fa e che il presidenzialismo sia di totale attualità; e credo anche che in questi vent’anni il Paese si sia avviato naturalmente verso un sistema presidenziale; basti vedere la fiducia che si è riposta nei presidenti della Repubblica e oggi nello stesso Draghi che di fatto sta governando con un sistema semipresidenziale. È la politica ad essere in ritardo”.

A proposito del premier, come pensa che finirà la partita del Quirinale? Draghi potrà salire al Colle già nel febbraio del 2022?
“Come sempre è successo nella nostra Repubblica la partita del Quirinale è molto complicata. Una volta si diceva: chi entra Papa esce cardinale. Non è mai detto che il candidato previsto sia quello che esce. Pensi al caso di Pertini, di Scalfaro e a tanti altri. Credo che Draghi, una volta fatte le riforme necessarie a consentirci di portare a casa i soldi del Pnrr (che, ci tengo a precisare, sono in gran parte debiti) probabilmente ambirà ad andare al Quirinale. E credo che sarà difficile per i partiti che oggi lo sostengono non votarlo. Tuttavia la ritengo una partita ancora aperta”. 

Torniamo a suo padre: lei pensa che la mancanza di servilismo che lo caratterizzava nei confronti degli altri partiti, dal Pci alla Dc e verso la dirigenza del suo partito (il Psi), così come nei confronti delle maggiori potenze straniere – vedi la crisi di Sigonella – abbia poi giocato un ruolo decisivo nel linciaggio giuridico-mediatico che ha subìto?
“Più che di mancanza di servilismo parlerei delle convinzioni profonde – giuste o sbagliate che fossero – che guidavano Craxi nelle sue decisioni politiche. Non si è mai posto un problema di opportunità. Certamente il suo carattere non lo ha aiutato, perché era un uomo libero. E si sa, gli uomini liberi difficilmente sono digeribili, soprattutto in un Paese che è stato molto spesso servo”.  

Ritiene che l’azione politica così incisiva e carismatica di suo padre sia stata in qualche misura ereditata da uno o più partiti di oggi? Se sì, quali sono questi partiti? E di cosa sono debitori dell’azione politica di Bettino Craxi?
“Craxi lascia indubbiamente un’eredità politica che è un patrimonio di idee capace di dare ancora buoni frutti. Che ci sia un partito che lo abbia ereditato in toto, credo di no; certamente alcune visioni, come quella del sistema presidenziale, si ritrovano più in un centrodestra che non in una sinistra che oggi senza ragione, senza storia e senza verità pretende di dirsi riformista. In realtà, dico sempre che è una usurpazione mancata: è come nel film Blade Runner, sono dei replicanti che vestono abiti non loro. Quella di Craxi comunque è un’eredità ancora viva nella disponibilità non di una persona, né di un partito ma dell’intera Nazione”. 

Bettino Craxi aveva grande ammirazione per Garibaldi e teneva in grande considerazione anche Mazzini. La personalità di suo padre si abbeverava alla fonte della sinistra risorgimentale. Il 2 giugno 1985 nel commemorare Garibaldi all’isola di Caprera, ebbe a dire: “Io considero un dovere il rinnovare la memoria delle idee, dei fatti e degli uomini che innalzarono l’Italia al rango di Nazione. La coscienza nazionale non è una retorica presunzione nazionalistica”. Questo concetto di coscienza nazionale oggi è forse più attuale che mai? Draghi oggi è, o può essere, la coscienza nazionale?
“Craxi era una personalità del tutto straordinaria perché aveva un esprit risorgimentale fortissimo; basti pensare che è un uomo che ha rinunciato alla sua vita per difendere le sue idee: un gesto di un altro secolo. E al tempo stesso aveva uno sguardo estremamente lungimirante sul  futuro. Era veramente un ‘ircocervo’ particolarissimo”.

E il suo amore per Garibaldi?
“Era un amore per l’Italia, per le battaglie combattute nel Risorgimento, per il pensiero di Garibaldi che era un socialista umanitario (andava al Senato col poncho e parlava di povertà, diritti, parità tra uomo e donna, elezione dei magistrati). A un certo punto addirittura la vita di Craxi si è sovrapposta alla vita del suo idolo…”.

In che senso, senatore Craxi?
“Se lei pensa che Garibaldi, pochi giorni dopo la morte di Anita, inseguito da cinque eserciti si imbarca per Tunisi dove rimarrà un anno in esilio; se lei pensa che entrambi concludono la loro vita da sconfitti, guardando quello che succede all’Italia con amarezza. Garibaldi ebbe a dire: ‘Non è questa l’Italia che io sognavo: miserabile al suo interno e derisa al suo esterno’. Potrebbero essere parole pronunciate anche da Craxi nell’ultimo periodo della sua vita, perché era un patriota. Quindi l’interesse della Nazione, scevro da ogni tentazione nazionalistica, era per lui un faro”.

Ci fa un esempio concreto?
“Certo. Anche quando ha dato vita all’Atto Unico Europeo, non ha mai pensato a un’Europa dove non si potessero difendere gli interessi nazionali. Oggi quella coscienza nazionale così intesa è d’attualità. Lo confermano anche le espressioni più estremiste, come questo sovranismo, che non si capisce bene cosa sia. Ma è comunque la reazione ad una globalizzazione finanziaria che ha preteso che non esistessero più popoli e nazioni; invece i popoli e le nazioni esistono ed esiste quindi una coscienza nazionale”.

E Draghi oggi può rappresentarla?
“È un uomo tenuto in grande considerazione internazionale, di grande livello culturale, di conoscenza, ma è un banchiere. Il suo mondo di riferimento non è mai stato un mondo nazionale e si riferisce ad ambienti sovranazionali: non saprei dirle se Draghi può essere espressione della coscienza nazionale”. 

Quale pensa possa essere la critica maggiore, formale e sostanziale, che si può muovere a Bettino Craxi?
“Il suo errore politico più grande fu, nel 1991, fidarsi dei comunisti, fare un gesto di lealtà nei loro confronti e non andare alle elezioni. Era caduto il Muro di Berlino, probabilmente sarebbero stati distrutti. Craxi pensava che la storia avrebbe fatto il suo corso e avrebbe portato i comunisti sulla strada di una socialdemocrazia matura, di un socialismo liberale. Ma ciò non è avvenuto, neanche oggi. Un altro errore, sul piano umano, è l’aver dato fiducia a persone che forse non la meritavano”.  

Suo padre, in un’intervista, raccontava che da ragazzo andava a portare dei fiori a Piazzale Loreto dove 15 antifascisti (tra cui diversi socialisti) erano stati uccisi dai fascisti. Poi che un giorno, arrivato a Giulino di Mezzegra sul lago di Como con moglie e figli, decise di portare dei fiori davanti al cancello di Villa Belmonte, luogo simbolo dell’uccisione di Benito Mussolini. E che quando si recava al cimitero di Musocco era solito portare dei fiori anche agli sconfitti della Seconda guerra mondiale… Lei crede che gesti così nobili possano aiutare a far sì che la coscienza italiana possa riappacificarsi con se stessa?
“Guardi, le rispondo così: ho trovato assolutamente ridicola la polemica odierna su fascismo e antifascismo. Sono passati 70 anni e una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe non dividersi ma lavorare per una pacificazione nazionale”.

Lo ritiene possibile?
“No. Basta vedere lo scontro paradossale e ridicolo di questi giorni in cui si è divisa tra fascisti e antifascisti sempre con due pesi e due misure”.

Quali sarebbero?
“Non si capisce perché si chiede a chi ha nell’album di famiglia la storia del fascismo di abiurarla e nessuno dall’altra parte ha mai pensato di abiurare la storia del totalitarismo comunista. Quella di portare i fiori a Piazzale Loreto sia dove è stata consumata quella scena barbara, cioè lo scempio del cadavere di Mussolini, sia dove sono stati uccisi 15 resistenti socialisti, è una cosa che mi riprometto di fare ogni 25 aprile e che mi piacerebbe molto fare. Devo trovare qualcuno che abbia il coraggio di venire con me”.

Mps rovinata dalla sinistra che ora fa finta di nulla

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di Nicola Porro

CASO MPS, INTERROTTA LA TRATTATIVA CON UNICREDIT

Alla fine il nuovo amministratore delegato di Unicredit ha alzato l’asticella ad un livello tale che il Tesoro ha dovuto rompere le trattative per la cessione del Monte dei Paschi di Siena. Andrea Orcel è un manager che viene del mercato, e della politica evidentemente se ne infischia. Arrivato all’Unicredit gli hanno spiegato che la banca doveva salvare il Monte. Ha guardato le carte e, con un ristretto numero di fedelissimi, ha fatto quella che in gergo si chiama due diligence: insomma, si è fatto i conti al centesimo. Ebbene, per prendersi la banca senese ha preteso quasi dieci miliardi di euro. È inutile in questa sede specificare esattamente per cosa, basti sapere che dentro ci sono gli esuberi del personale in eccesso, l’irrobustimento del capitale di Siena perché non affondasse Milano e la pulizia totale dei crediti dubbi.

Una dote che il governo non si poteva permettere di pagare. Solo di aumenti di capitale andati in porto e lanciati negli ultimi due lustri, il Monte ha bruciato 13 miliardi (su quasi trenta totali). Senza tener conto di obbligazioni, prestiti e garanzie pubbliche. Quando una banca affonda, non si scherza.

Il Monte non è un fallimento del mercato, ma neppure solo dello Stato. È il fallimento di un gruppo di potere, legato prima al Partito comunista e poi al Partito democratico toscano. Non esiste una storia di fallimento pubblico così targato e così poco denunciato. Il ministro che ha realizzato l’ultimo prestito per la banca è stato eletto nel collegio di Siena per la sinistra e poi ha lasciato il Parlamento per diventare presidente di Unicredit e avrebbe dovuto ripulire i pasticci. Ma che, come abbiamo visto, ha preteso di farlo solo a condizione che la dote coprisse tutti i buchi.

Ora il premier deve usare la sua credibilità europea per una battaglia di retroguardia: comprare più tempo per privatizzare la banca. Avrebbe dovuto farlo entro quest’anno ma così non sarà.

Politicamente è un pasticcio: come spiegare in Consiglio dei ministri che non si finanziano misure assistenzialiste che piacciono ad esempio alla Lega, come Quota 100, e si bruciano altre risorse per pulire la scena del delitto finanziario?

In ultimo Orcel non si è piegato alla politica. Ma, in un paese di relazioni, rischia di pagarne un prezzo per le prossime mosse di aggregazione che volesse fare su banche ora in vendita. Il Partito democratico potrà continuare a fischiettare, come se la vicenda non lo riguardasse, come se il Monte fosse una banca come le altre. È un paradosso.

Nicola Porro, Il Giornale 25 ottobre 2021 e https://www.nicolaporro.it/mps-rovinata-dalla-sinistra-che-ora-fa-finta-di-nulla/

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