Contro l’aborto e il gender la prima presidente della Repubblica donna d’Ungheria

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di Matteo Orlando

KATALIN NOVÁK, DEL PARTITO FIDESZ, FEDELISSIMA DEL PRIMO MINISTRO VIKTOR ORBÁN, È DIVENTATA PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DI UNGHERIA CON 137 VOTI

Il parlamento ungherese ha eletto la prima donna presidente del Paese, per un mandato di cinque anni. Si tratta di Katalin Novák.

Candidata del partito governativo Fidesz, fedelissima del Primo ministro Viktor Orbán, è diventata presidente della Repubblica di Ungheria con 137 voti (il candidato di opposizione, il professore di economia Peter Ronai, ha preso 51 voti).

Katalin Novák è già stata ministro della Famiglia ungherese e l’abbiamo conosciuta quando ha partecipato al XIII Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families), che si era tenuto a Verona dal 29 al 31 marzo 2019, riscuotendo numerosi apprezzamenti.

La Novák, già vicepresidente del partito Fidesz, quarantaquattro anni, due lauree (economia ottenuta presso l’Università Corvinus di Budapest e giurisprudenza presso l’Università di Szeged), sposata con Attila István Veres (dal 2013 direttore del mercato monetario e dei cambi della Magyar Nemzeti Bank) e madre di tre figli (Ádám del 2004, Tamás del 2006 e Kata del 2008), andrà a sostituire il vecchio Presidente Janos Ader.

Katalin Novák, che oltre all’ungherese parla francese, inglese e tedesco, in qualità di ministro per la Famiglia ha promosso e sostenuto, in Ungheria e nel mondo, l’immagine familiare naturale opponendosi all’ideologia gender.

“Congratulazioni a Katalin Novák, eletta oggi presidente della Repubblica d’Ungheria, la prima donna nella storia della Nazione magiara. Un politico determinato e capace alla quale mi lega un sentimento di amicizia e stima. Da ministro della Famiglia ha dimostrato con i fatti che è possibile investire sulle politiche a sostegno per la famiglia e la natalità e sono convinta che saprà essere all’altezza del ruolo che da oggi è chiamata a ricoprire, soprattutto in questo delicato momento storico che vede l’Ungheria in prima linea nell’accoglienza dei rifugiati ucraini”, ha dichiarato il presidente di Fratelli d’Italia e dei Conservatori europei (ECR Party), Giorgia Meloni.

La Novák nel 2019 era stata insignita come Dame dell’Ordine Nazionale Francese della Legion d’Onore e Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica di Polonia. Secondo il Barometer 2020, era la ventunesima persona più influente in Ungheria e secondo l’elenco Forbes 2021 era al primo posto nell’elenco delle donne più influenti d’Ungheria.

L’elezione di Katalin Novak a Presidente della Repubblica ungherese è una bella notizia per tutte le associazioni pro vita e famiglia nell’Unione Europea. L’ex Ministro della Famiglia del Governo Orban ha inserito nella Costituzione ungherese la dignità della vita sin dal concepimento, incentivato le nascite e i matrimoni, promosso un fisco amico delle famiglie e difeso la libertà educativa dei genitori contro l’indottrinamento gender nelle scuole. Intervenendo al Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona la Presidente Novak ha affermato: ‘Io non sono un genitore 1 o un genitore 2, ma la madre dei miei figli’. Speriamo che la sua elezioni ci aiuti a frenare la deriva ideologica che hanno preso le istituzioni europee contro la vita, la famiglia e la libertà educativa”, ha dichiarato Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia, commentando l’elezione di Katalin Novak a prima donna Presidente della Repubblica ungherese.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2022/03/10/contro-laborto-e-il-gender-la-prima-presidente-della-repubblica-donna-dungheria/

“E’ il nuovo 11 settembre”: parola di Enrico Letta (toglietegli il vino)

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di Adolfo Spezzaferro

Roma, 25 feb – “Questo momento, il 24 febbraio 2022 è il nuovo 11 settembre“: così Enrico Letta definisce la guerra in Ucraina. Con totale assenza del senso della misura e chiamando in causa uno scenario assolutamente fuori luogo, il segretario del Pd evoca l’attentato di New York forse per dire che Putin è il nuovo Bin Laden. E forse – peggio ancora – per dire che gli Usa, con l’Ue e la Nato, dovrebbero andare a fare la guerra in Russia come fu con l’Afghanistan dopo l’attentato alle Torri gemelle. Comunque la si mette, tuttavia, l’uscita del leader dem è a dir poco imbarazzante.

Per Enrico Letta la guerra in Ucraina “è il nuovo 11 settembre”

“Dobbiamo cambiare la bussola con cui abbiamo agito fino a oggi su questo tema. Due giorni fa, in questa Aula, e i toni erano ben diversi. Questo momento, il 24 febbraio 2022 è il nuovo 11 settembre, è il cambio del mondo, e quindi dobbiamo cambiare l’approccio”. Così Letta, intervenendo dopo l’informativa alla Camera del premier Mario Draghi sul conflitto tra Russia e Ucraina. “Il più importante principio è la difesa della libertà e della democrazia – prosegue Letta -. Ieri l’approccio di tutti noi era di limitare i danni il più possibile, oggi tutti insieme dobbiamo dire che Putin non deve vincere questa guerra, che è alla libertà e alla democrazia“.

Il segretario Pd con il suo “armiamoci e partite”

Sembra a tutti gli effetti un “armiamoci e partite”, quello di Letta. Il leader dem, deposti per un attimo gessetti colorati e bandiere della pace alla Coop, parla proprio di intervento militare a difesa dell’Ucraina. Per la pace, s’intende. Non sia mai che qualcuno possa pensare che a sinistra ci sono guerrafondai, tipo D’Alema con i bombardamenti sulla Serbia. Per carità.

Quello che fa specie è che mentre la Cina – non esattamente la comunità “Peace and Love” di San Francisco – chiede una soluzione diplomatica e invita al dialogo, Enrico Letta – tornato da Parigi per dettare l’agenda liberal del Pd – ora soffia sul fuoco della guerra. Invoca un “aiuto più concreto agli ucraini a difendersi dall’invasione russa. Non bastano le parole”. Diremmo che nel caso del segretario dem, le parole sono pure troppe.

Alternativa prende sul serio il leader dem

Infine, segnaliamo i deputati di Alternativa (gli ex M5S espulsi), che prendono sul serio Letta. “Anche solo ipotizzare una replica della fallimentare campagna in Afghanistan nei confronti della Russia è follia. Non è quella la strada da seguire e la storia ce lo ha insegnato. Evidentemente Letta e chi come lui blatera soluzioni di questo tipo non ha imparato nulla dalla storia. Se Putin ha innescato una nuova fase pericolosa della guerra ucraina, in corso dal 2014, non dovrà essere un Letta a farci trascendere verso una guerra totale“. Ma quando mai.

Impossibile non immaginarsi Letta a cavalcioni di una bomba atomica in stile Dottor Stranamore, ma con la bandiera arcobaleno sulle spalle.

Adolfo Spezzaferro

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/e-il-nuovo-11-settembre-parola-di-enrico-letta-toglietegli-il-vino-225265/

Clamoroso: per giocare al Quirinale, Di Maio diserta la riunione sull’Ucraina

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di Nicola Porro

Mentre siamo qui a pensare a quale sarà il prossimo presidente della Repubblica, e a vedere che il parlamento dopo quattro votazioni è ancora nel pantano, ci sono forse altre questioni di cui dovremmo discutere. Le bollette? La crisi un Ucraina? Ecco: vorrei far presente che Di Maio ultimamente, per stare dietro al caos Quirinale, non ha partecipato ad un vertice sulla tensione a Kiev. E su questo avrei due cosette da dire…

Nicola Porro, da Stasera Italia del 26 gennaio 2022

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Quirinale, tutti gli ostacoli sulla strada di Draghi

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di Redazione

Premesso che il nome di un politico sarebbe davvero divisivo per un governo di larghe intese, le reali chance rimangono due: il Mattarella bis, sul modello Napolitano, garantirebbe un sostanziale mantenimento dello status quo ed una prosecuzione di legislatura senza particolari scossoni. Draghi al Quirinale con un suo fedelissimo/a nominato/a premier ed un rimpasto di governo garantirebbe una sorta di potere assoluto al grande banchiere, mentre tutti i partiti potrebbero essere accontentati con una spartizione di Ministri e sottosegretari. Ma i magheggi della politica italiana sono noti. E quindi attendiamo e vediamo cosa succederà. 

di Andrea Amata

FUMATA NERA AL PRIMO VOTO PER IL QUIRINALE. E LA PARTITA DEL PREMIER SI COMPLICA

È iniziato il “conclave laico” per eleggere il XIII presidente della Repubblica. Tuttavia, è presumibile che nelle prime tre votazioni, richiedenti per l’elezione i due terzi della seduta plenaria, dal comignolo di Montecitorio non sgorghi la fumata bianca. Assisteremo nelle prime tre chiamate a candidature di bandiera, alla prevalenza di schede bianche e alla nota di colore delle schede-burla.

I grandi elettori chiamati a pronunciarsi hanno un sostanziale vincolo nell’osservare le indicazioni dei rispettivi schieramenti. La votazione del successore di Sergio Mattarella è una sorta di plebiscito che non sceglie, ma ratifica ex post decisioni già assunte. L’unica variabile non predeterminabile è costituita dai franchi tiratori che nel segreto dell’urna non si uniformano, con un atto di insubordinazione clandestino, all’orientamento di gruppo.

L’elezione del presidente della Repubblica non si può decontestualizzare dalla fase in cui sono incardinati i partiti che sostengono il governo di unità nazionale. Ecco perché l’ipotesi Draghi al Quirinale dovrebbe prevedere una soluzione parallela per la gestione dell’orizzonte residuo della legislatura, considerando gli onerosi impegni sull’implementazione dei progetti finanziati dal Pnrr, sugli interventi da varare per sterilizzare il rincaro dell’energia e sulla strategia di rientro alla normalità post-pandemica. Traslocare al Colle la figura di SuperMario significherebbe confutare il pretesto di inevitabilità che ne ha consentito l’ascesa a palazzo Chigi. Il governo Draghi nasce da una inedita convergenza multipartitica che si è affidata all’ex banchiere centrale con qualità tecniche, riconosciute a livello internazionale, per gestire l’emergenza sanitaria ed assicurare al paese le risorse del Pnrr.ù

Con Draghi al Quirinale decadono le ragioni dell’eccezionalità che hanno indotto la politica ad un ruolo ausiliario, anzi si decreterebbe l’auto-confinamento dei partiti in un incolore subalternità. Il centrodestra disponendo della maggioranza relativa dei voti in Parlamento ha il diritto di esprimere un orientamento senza temere i niet pregiudiziali della sinistra che si ritiene investita, per dogma costituito, della prerogativa di stabilire chi è ammissibile alla carica più alta della Repubblica.

Il centrodestra oggi ha i numeri per non essere spettatrice ma interprete di una fase politica che sancisca la discontinuità con una tradizione di ostilità che ha contraddistinto negli ultimi trent’anni l’inquilino del Colle. Nei primi tre scrutini si misura la stabilità numerica e la coesione del perimetro politico di uno schieramento, verificandone la solidità e la conseguente forza gravitazionale che può polarizzare le adesioni necessarie al conseguimento del risultato. Si pensi al gruppo parlamentare più numeroso, quello dei 5 stelle, che è ormai una massa proteiforme sui cui l’ex premier Conte non è in grado di esercitare un controllo funzionale a canalizzarne il voto.

A 15 mesi dalla fine della legislatura, con l’assembramento dei peones accasati nel gruppo Misto, sono pronosticabili dinamiche tarate su logiche di sopravvivenza di mandato che favorirebbero soluzioni compatibili con la conclusione naturale della legislatura senza alterare l’assetto di governo che verrebbe, invece, destabilizzato dal trasferimento di Draghi in altre residenze istituzionali. Inoltre, la pattuglia di Italia Viva potrebbe venire in soccorso di una soluzione di mediazione non ascrivibile alla paternità del Pd con cui Renzi ha ripudiato qualsiasi tipo di affinità.

Il centrodestra ha il compito di onorare il passo indietro del Cavaliere, mantenendosi coeso ed evitando di vanificare il gesto di generosità del suo fondatore. Rinunciare a proporre nomi di area, spendibili e dotati di credibilità istituzionale, per adattarsi ai veti della sinistra significherebbe attribuirsi lo stigma di una perpetua menomazione politica e frustrare il ritiro di Berlusconi a fenomeno di senile impotenza, oltre a decretare l’epilogo infausto della propria alleanza.

Andrea Amata, 25 gennaio 2022

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Giorgia Meloni propone Carlo Nordio per il Colle

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di Redazione

Già nel corso della puntata del 3 dicembre 2021 di Rosso&Nero su Telenuovo, il nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna lanciò il nome dell’ex magistrato Carlo Nordio per il Colle. Poi ne parlò in varie sedi, trovando un certo consenso, per l’alto profilo istituzionale della persona.

A sorpresa, ieri la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha proposto la candidatura del dott. Nordio al Quirinale. In serata Libero ha riportato i ringraziamenti dell’ex magistrato, che si è detto onorato ma con una frase latina: “Domine non sum dignus” ha dichiarato di non sentirsi adeguato perché non è un politico. Osservazione interessante ed acuta, in questo particolare momento, che lancia un messaggio indiretto a chi vuol capire. Meloni ha portato il nome a Palazzo, chissà che non possa esser ricordato in un eventuale governo di centrodestra…

Mattarella, il bis degli incapaci

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PARTITA DEL QUIRINALE ANCORA IN STALLO. LETTA PUNTA SU DRAGHI E MATTARELLA BIS. MA È UN ERRORE

di Giuseppe De Lorenzo

Gli scatoloni così come li hai riempiti, facilmente puoi svuotarli per far tornare appunti e ammennicoli al loro posto. Giovanni Grasso, scaltro portavoce di Sergio Mattarella, lo sa benissimo. E il presidente della Repubblica anche. Se ne è andato a Palermo per qualche giorno, all’uscita dalla messa alcuni cittadini gli hanno chiesto di restare al Colle, un po’ come accadde alla Scala. E per quanto il Capo dello Stato abbia ripetuto urbi et orbi che non intende replicare il settennato, la possibilità è meno peregrina di quanto ci si possa attendere. Non tanto per volontà di Mattarella, cui ovviamente altri sette anni di sue foto in tutti i tribunali non farebbero schifo. Ma soprattutto per l’incapacità manifesta della classe politica di produrre un’alternativa.

Per intenderci: secondo la Costituzione può essere eletto “ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici”. Ci saranno più di 20 milioni di italiani che rispondono a queste caratteristiche. Certo: nessuno s’immagina un epilogo stile “Benvenuto Presidente” di Claudio Bisio, con un ignaro Giuseppe Garibaldi eletto per errore e senza esperienze politiche pregresse. Ma certo l’elenco di uomini delle istituzioni è ben fornito di ultra 50enni dalle indubbie capacità etiche e morali. Possibile che i partiti debbano anche solo pensare all’ipotesi di rimettere Mattarella sul Colle più alto di Roma?

La riconferma di Sergio sarebbe la pietra tombale sulla credibilità della politica. E non perché Mattarella non sia stato un discreto presidente, per quanto interventista e tutt’altro che “super partes”. Ma perché dimostrerebbe l’incapacità dei leader di trovare un accordo e di partorire alcunché, proprio come avvenne con Giorgio Napolitano. Renderebbe plastica l’inettitudine del centrodestra di mettersi d’accordo su un nome condiviso, quando avrebbe l’opportunità più unica che rara nell’ultimo secolo di nominare (finalmente) un arbitro non ostile. Ma sarebbe anche una debacle per la sinistra, tutta spocchia e veti, che da settimane si occupa solo di boicottare gli avversari convinta di avere il diritto divino di dare le carte, ma che si ritrova a lunedì 24 gennaio altrettanto priva di nomi realmente presentabili.

Certo resta in piedi l’opzione Draghi, il quale però nasconde dei rischi per la tenuta del governoPierferdinando Casini qualche chance le ha. Casellati, Pera e Moratti per ora si scontrano contro l’incomprensibile veto del Pd. E poi? Nessun altro? Il fatto che Letta ritenga “il massimo” e “la soluzione perfetta” la rielezione di Mattarella dà il senso del crinale da cui la politica italiana sta precipitando. Incapace di accordarsi su un nome “nuovo”, preferendo l’usato sicuro.

Giuseppe De Lorenzo, 24 gennaio 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/mattarella-il-bis-degli-incapaci/

Mattarella ribadisce: niente bis. E se proprio Draghi gli chiedesse di restare?

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di Adolfo Spezzaferro

Roma, 1 gen – Mattarella nel discorso di fine anno ribadisce che non vuole fare il bis, come un Napolitano qualsiasi, ma attenersi alle regole. “Ho sempre vissuto questo tradizionale appuntamento di fine anno con molto coinvolgimento e anche con un po’ di emozione. Oggi questi sentimenti sono accresciuti dal fatto che, tra pochi giorni, come dispone la Costituzione, si concluderà il mio ruolo di Presidente“. E’ l’esordio del discorso del capo dello Stato, in piedi, con le bandiere sullo sfondo, in una scenografia da congedo imminente.

Mattarella ribadisce: niente bis. E attacca un’ultima volta i non vaccinati

Nel suo discorso (qui il testo integrale), breve e programmatico per chi verrà dopo di lui, il presidente della Repubblica si è dilungato sulla pandemia e i vaccini salvifici, attaccando un’ultima volta i cosiddetti no vax. “Sprecare i vaccini è un’offesa a chi non li ha avuti“, è il monito del Presidente. “Anche nei momenti più bui, non mi sono mai sentito solo e ho cercato di trasmettere un sentimento di fiducia e di gratitudine a chi era in prima linea. Ai sindaci e alle loro comunità. Ai presidenti di Regione, a quanti hanno incessantemente lavorato nei territori, accanto alle persone”, dice poi sulla gestione della pandemia.

Ecco l’identikit del suo successore

Dopodiché traccia le linee programmatiche del dopo Mattarella, in un certo senso. “Il volto reale di una Repubblica unita e solidale. È il patriottismo concretamente espresso nella vita della Repubblica. La Costituzione affida al Capo dello Stato il compito di rappresentare l’unità nazionale. Questo compito – che ho cercato di assolvere con impegno – è stato facilitato dalla coscienza del legame, essenziale in democrazia, che esiste tra istituzioni e società; e che la nostra Costituzione disegna in modo così puntuale. Questo legame va continuamente rinsaldato dall’azione responsabile, dalla lealtà di chi si trova a svolgere pro-tempore un incarico pubblico, a tutti i livelli. Ma non potrebbe resistere senza il sostegno proveniente dai cittadini”, chiarisce Mattarella.

Il lascito dell’ex diccì a chi verrà dopo di lui

Ancora, per l’ex diccì, “unità istituzionale e unità morale sono le due espressioni di quel che ci tiene insieme. Di ciò su cui si fonda la Repubblica. Credo che ciascun Presidente della Repubblica, all’atto della sua elezione, avverta due esigenze di fondo: spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale, del bene comune come bene di tutti e di ciascuno. E poi salvaguardare ruolo, poteri e prerogative dell’istituzione che riceve dal suo predecessore e che – esercitandoli pienamente fino all’ultimo giorno del suo mandato – deve trasmettere integri al suo successore“. E’ questo il lascito a chi verrà dopo di lui, insomma.

Se Mattarella va via il rischio che crolli tutto è concreto

All’indomani del suo discorso, gli scenaristi ribadiscono che nelle parole del Presidente è ribadito forte e chiaro che non è disponibile a un irrituale bis, che vuole concludere il suo settennato. Lasciando nei guai Draghi, perché di questo stiamo parlando. Senza Mattarella al Colle viene meno quel dream ticket – chiamiamolo così – che ha gestito la vaccinazione di massa e garantito l’unità nazionale con una maggioranza ampissima. Ma anche tenuta insieme dell’emergenza e che senza i presupposti e i paletti giusti cadrebbe in un batter di ciglia. Ma al di là di Letta che siccome non dà le carte per la battaglia del Quirinale minaccia la crisi di governo, il rischio che crolli tutto è concreto.

I paletti di Draghi nel caso andasse lui al Colle

Draghi va tenuto a Palazzo Chigi, dicono i partiti della maggioranza (e The Economist). Il premier dal canto suo, si è detto disponibile a tutto, come “nonno al servizio delle istituzioni”. Ma ha messo dei paletti: la maggioranza deve restare ampissima e il governo non deve cadere, chiunque sarà il premier. In sostanza, Draghi dice ai partiti: se vado al Colle piazzo un premier di mia strettissima fiducia e voi continuate a fare quello che dico io. Il problema è che quando i partiti potranno eleggere il nuovo capo dello Stato, potranno farlo finalmente in autonomia. Al di là del monito di Draghi di non eleggere un Presidente di parte. Nel senso insomma che seppure l’attuale premier avesse un disegno per andare al Colle e mettere – tanto per fare un esempio – l’attuale titolare del Mef a Palazzo Chigi – al momento del voto in Aula potrà succedere di tutto.

Ma i partiti in Aula votano chi vogliono

Renzi è stato il primo a ricordare che lui fece eleggere Mattarella con una maggioranza diversa dalla maggioranza di governo. E che si può fare. In ballo c’è la candidatura di Berlusconi e il fatto che i centristi, Italia Viva compresa, potrebbero votarlo. Stavolta il pallino infatti è in mano al centrodestra. Per non parlare dei cosiddetti franchi tiratori. Insomma, dalla quarta votazione in poi, quando basta la maggioranza assoluta (la metà più uno dei votanti), può accadere di tutto.

E se Draghi provasse a convincere Mattarella a restare?

Ecco perché non possiamo escludere che Draghi in persona provi a convincere Mattarella a restare, per il bene supremo della nazione. Così l’ex numero uno della Bce resterebbe dove sta, a gestire i soldi del Pnrr, come chiedono Ue, Usa, Nato ecc. ecc. E il Presidente continuerebbe a fare il garante di tutti e della Costituzione. Squadra che vince non si cambia, no? E chi a quel punto proverebbe a far cadere il governo Draghi, accollandosi la responsabilità di gettare l’Italia nel caos in un momento così delicato?

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/mattarella-ribadisce-niente-bis-e-se-proprio-draghi-gli-chiedesse-di-restare-219314/

L’inarrestabile ascesa dell’ipocrita morale progressista

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di Riccardo Sampaolo

L'inarrestabile ascesa dell'ipocrita morale progressista

Fonte: Riccardo Sampaolo

Nel libro “L’ultima intervista di Pasolini” Furio Colombo e Gian Carlo Ferretti riportano le profetiche parole del marxista eretico Pier Paolo Pasolini, concesse tramite una intervista, di cui ne riporterò un estratto di seguito. Pasolini manifestò <<la sua netta opposizione nei confronti della “legalizzazione dell’aborto” nel 1975, opposizione da lui ricondotta al “senso dell’origine sacra della vita”, al legame viscerale con le “acque primordiali del ventre materno”, al richiamo di un “paradiso” naturale e prenatale>>.
Il marxista eretico insieme a cattolici e missini verrà, in questo caso, sconfitto dall’entrata in vigore della legge sull’aborto del 1978 che di fatto sancirà la non sacralità della vita sin dal concepimento.
Tale legge oltretutto arrivava dopo l’imperfetta, squilibrata, e nella prassi prevalente, antipaterna legge sul divorzio, che avrebbe poi avuto effetti nefasti sulla natalità e sulla famiglia; il tutto andava a formare una sorta di filo rosso che ci avrebbe portato all’ultimo e liberticida (art. 4, estremamente rischioso sotto il profilo della libertà di opinione) ddl Zan, fortunatamente per ora, caduto nell’oblio.
Viene quindi inaugurato con il divorzio uno Stato e una Legge che inizia ad occuparsi degli aspetti più intimi della vita delle persone (arrivando a stabilire i giorni e gli orari precisi in cui il genitore non affidatario possa vedere i figli); da lì in avanti la normazione ossessiva sarà una costante del progressismo che ci accompagnerà fino ad oggi, arrivando alle pesanti restrizioni del 2020 in cui il legittimo principio costituzionale della tutela della salute  (art.32) è stato applicato con metodologia rischiosamente oscurante nei confronti di altri principi costituzionali (art. 4, diritto al lavoro e art.13, libertà personale) che di fatto gli sono risultati tendenzialmente subordinati, allontanando il tentativo di armonizzarli tra loro, e costruendo quindi una tendenziale gerarchia dei principi costituzionali.
Ritornando agli anni Settanta, questo grande desiderio di modifica antropologica del popolo italiano che doveva divenire più aperto ai nuovi costumi urbani, alla nuova sessualità liberata, all’attacco alla famiglia, alla desacralizzazione della vita, ha visto un piccolo partito fare da apripista, il Partito Radicale, e alcuni grandi accodarsi, come l’elettoralmente rilevante Partito Comunista Italiano.
Il Partito Radicale nasce nel 1955 da una scissione a sinistra del partito liberale, non ha quindi una matrice marxista, è infatti liberista in economia, libertario nel campo dei costumi e della sessualità, filoamericano; la sua principale arma sarà la continua proposizione di tematiche disarticolanti il corpo sociale (divorzio, aborto, eutanasia, legalizzazione di alcune droghe, apertura all’immigrazione).
Le tematiche radicali diverranno nel tempo le principali istanze dell’intera sinistra che quindi senza accorgersene diverra’ la cassa di risonanza di istanze non più prevalentemente operaie (che cercavano sicurezza nel P.C.I.) ma di una umanità affrancata dal vincolo, individualista, convinta di farcela da sola, che iniziava a vedere nella famiglia, nel fidanzato e nella ristretta cerchia delle amicizie un limite angusto, e veniva sempre più abbagliata dalla luce di un progressismo che reclamava opportunità per chiunque fosse stato disposto ad abbandonare la tradizione. Continua a leggere

L’ultima idea: vogliono eleggere il Quirinale con un conclave

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LA PROPOSTA DELLO STORICO RAFFAELE ROMANELLI: ELETTORI CHIUSI DENTRO, SENZA CELLULARI E SCHEDE BRUCIATE

Difficile dire se si tratti di una boutade (si spera). Ma l’ultima idea in vista dell’elezione del Presidente della Repubblica è questa: eleggere il capo dello Stato al Quirinale con un conclave. Segreto, segretissimo. Senza tutto il circo politico-mediatico già partito due mesi prima del voto. A mettere nero su bianco la proposta (o lo scherzo?) è lo storico Raffaele Romanelli sul Domani. Tutto nasce dalla convinzione che chiedere a Sergio Mattarella il bis, anche solo per un paio di anni, sarebbe un sacrificio alla “dignità dei politici” e a quella “dell’ordinamento costituzionale”. Un “presidente toppa”, un rimedio per la manifesta incapacità dei partiti di trovare un’alternativa, sarebbe una brutta figura. Come evitarlo, dunque?

Per il Quirinale Romanelli propone di rifarsi al conclave, ovvero alle modalità di elezione del Papa dal qualche secolo a questa parte. In fondo, fa notare lo storico, “fino al 1870 l’elezione avveniva nel palazzo del Quirinale”, un tempo di proprietà dello Stato Pontificio. “Di recente – continua – è stabilito che lo scrutinio debba essere segreto, con schede poi abbruciate (con fumata bianca o nera) perché si eviti poi di calcolare, soppesare, attribuire”. Ovviamente, il tutto chiusi sotto chiave, con il cibo fornito dall’esterno e senza poter parlare o interagire col mondo circostante. Dunque, dice Romanelli, “si faccia tesoro delle regole del conclave, che sono ben rodate“. Anche per eleggere il successore di Mattarella, i grandi elettori vengano “chiusi dentro, via i cellulari, nessun rapporto con l’esterno”. Decidano “e non si sappia mai chi ha votato per chi: si brucino le schede, si cancellino i file. Senza fretta, semmai dopo un po’ si taglino i viveri”.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/lultima-idea-vogliono-eleggere-il-quirinale-con-un-conclave/

 

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Trattato del Quirinale: i punti salienti del testo

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di Eugenio Palazzini

Roma, 26 nov – “Italia e Francia insieme per un futuro comune”, per una “cooperazione bilaterale rafforzata” e per “un’Europa più forte”. Slogan conditi da buoni auspici, preambolo festoso per un accordo siglato al Colle. Il Trattato del Quirinale è realtà, firmato oggi dal primo ministro italiano Mario Draghi e dal presidente francese Emmanuel Macron, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Dall’asse franco-tedesco a quella italo-francese

Un patto tra due nazioni dal sapore antico, un tuffo nel primo Novecento quando l’Europa unita era una chimera e il vecchio continente non era stato ancora sconquassato da due enormi conflitti. Un trattato che fuor di allitterazione è stato preceduto da una lunga trattativa, iniziata nel 2018 su spinta del governo francese e dell’allora premier italiano Paolo Gentiloni. Un accordo bilaterale tra due Paesi membri dell’Unione europea e che per questo pone – di nuovo – seri dubbi sulla solidità dell’Ue stessa. Di nuovo perché già nel 2019 Macron ad Aquisgrana ne siglò un altro di trattato bilaterale, con la Germania di Angela Merkel.

In quel caso sulla carta fu un’estensione del precedente accordo – del 1963 – tra Charles de Gaulle e Konrad Adenauer, con la firma simbolica avvenuta lo stesso giorno: il 22 gennaio. Fu de facto molto di più e fece tremare gli alti papaveri di Bruxelles: le locomotive d’Europa si muovevano autonomamente, infischiandosene dell’Unione continentale. Allora si parlava di asse franco-tedescooggi si parla di asse italo-francese e attenzione, invertendo l’ordine dei firmatari il risultato cambia eccome. Il rischio di trasformarci in un protettorato economico di Parigi è stato di fatto ben illustrato su questo giornale da un acuto pezzo di Filippo Burla, a cui rimandiamo in questa sede: Trattato del Quirinale: così diventeremo (per iscritto) una colonia francese.

Buon vecchia pace di Vestfalia

Ora gli storici più attenti potranno evocare facilmente la pace di Vestfalia, correva l’anno 1648 e lo stato moderno veniva consacrato come attore unico della politica. Un paragone senz’altro azzardato se consideriamo oggi la presenza determinante – a tratti dominante – degli agenti globali non governativi, sovranazionali e in quanto tali svincolati da un reale controllo statale. Eppure l’Ue non può che guardare con sospetto alle mosse di due Stati membri che bypassano in un certo qual modo la linea comunitaria, tracciandone un’altra parallela. Ma cosa sappiamo davvero di questo Trattato del Quirinale, cosa prevede e che ruolo potrà giocare l’Italia?

Cosa prevede il Trattato del Quirinale: il testo

Oggi è finalmente spuntato il testo dell’accordo, composto da 11 capitoli su 11 specifici temi: Esteri, Difesa, Europa, Migrazioni, Giustizia, Sviluppo economico, Sostenibilità e transizione ecologica, Spazio, Istruzione formazione e cultura, Gioventù, Cooperazione transfrontaliera e pubblica amministrazione. Undici punti con un programma di circa trenta pagine in cui si prova a delineare il modo in cui Francia e Italia dovranno centrare gli obiettivi elencati. Punto per punto, vediamo le parti che a nostro avviso sono maggiormente rilevanti.

Politica estera e difesa

Articolo 1, comma 3: “Riconoscendo che il Mediterraneo è il loro ambiente comune, le Parti sviluppano sinergie e rafforzano il coordinamento su tutte le questioni che influiscono sulla sicurezza, sullo sviluppo socio-economico, sull’integrazione, sulla pace e sulla tutela dei diritti umani nella regione, ivi incluso il contrasto dello sfruttamento della migrazione irregolare. Esse promuovono un utilizzo giusto e sostenibile delle risorse energetiche. Esse s’impegnano altresì a favorire un approccio comune europeo nelle politiche con il Vicinato Meridionale e Orientale”

Sicurezza e difesa

Articolo 2, comma 1: “Nel quadro degli sforzi comuni volti al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, e in coerenza con gli obiettivi delle organizzazioni internazionali cui esse partecipano e con l’Iniziativa Europea d’Intervento, le Parti s’impegnano a promuovere le cooperazioni e gli scambi sia tra le proprie forze armate, sia sui materiali di difesa e sulle attrezzature, e a sviluppare sinergie ambiziose sul piano delle capacità e su quello operativo ovunque i loro interessi strategici s’incontrino. Così facendo, esse contribuiscono a salvaguardare la sicurezza comune europea e rafforzare le capacità dell’Europa della Difesa, operando in tal modo anche per il consolidamento del pilastro europeo della NATO. Sulla base dell’articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord e dell’articolo 42, comma 7, del Trattato sull’Unione Europea, esse si forniscono assistenza in caso di aggressione armata. Le Parti contribuiscono alle missioni internazionali di gestione delle crisi coordinando i loro sforzi”.

Affari europei e politiche migratorie

Articolo 3 comma 4: “Le Parti si consultano regolarmente e a ogni livello in vista del raggiungimento di posizioni comuni sulle politiche e sulle questioni d’interesse comune prima dei principali appuntamenti europei”.

Politiche migratorie, giustizia e affari interni

Articolo 4, comma 10: “Le parti programmano incontri, a cadenza regolare, tra le rispettive forze dell’ordine al fine di analizzare e risolvere le questioni di interesse comune, nonché individuare e implementare buone prassi nell’applicazione degli strumenti di cooperazione di polizia. Le Parti s’impegnano altresì a favorire lo scambio di membri delle forze dell’ordine e a sostenere l’attuazione di attività di formazione comune e lo scambio di conoscenze e competenze in ambito securitario, promuovendo e organizzando corsi comuni di formazione o brevi programmi di scambio professionale presso le rispettive amministrazioni”.

Cooperazione economia, industriale e digitale

Articolo 5, comma 3: “Le Parti riconoscono l’importanza della loro cooperazione al fine di rafforzare la sovranità e la transizione digitale europea. Esse s’impegnano ad approfondire la loro cooperazione in settori strategici per il raggiungimento di tale obiettivo, quali le nuove tecnologie, la cyber-sicurezza, il cloud, l’intelligenza artificiale, la condivisione dei dati, la connettività, il 5G-6G, la digitalizzazione dei pagamenti e la quantistica. Esse si impegnano a lavorare per una migliore regolamentazione a livello europeo e per una governance internazionale del settore digitale e del cyber-spazio”.

Articolo 5, comma 5: “E’ istituito un forum di consultazione fra i Ministeri competenti per l’economia, le finanze e lo sviluppo economico. Esso si riunisce con cadenza annuale a livello dei Ministri competenti al fine di assicurare un dialogo permanente nell’ambito di due distinti segmenti: il primo sulle politiche macro-economiche; e il secondo sulle politiche industriali, sull’avvicinamento dei tessuti economici dei due Paesi, sul mercato interno europeo e sulle cooperazioni industriali che coinvolgono imprese dei due Paesi

Sviluppo sociale, sostenibile e inclusivo

Articolo 6, comma 5: “Nel riconoscere il ruolo significativo della mobilità e delle infrastrutture nel perseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), del Green Deal europeo e del contrasto dei cambiamenti climatici, le Parti cooperano a livello bilaterale e in ambito Unione Europea per ridurre le emissioni prodotte dai trasporti e per sviluppare modelli di mobilità e d’infrastrutture puliti e sostenibili a sostegno di una transizione ambiziosa, solidale e giusta. A tal fine, un Dialogo strategico sui trasporti a livello di ministri competenti per le infrastrutture e della mobilità sostenibili si tiene alternativamente in Italia e in Francia”.

Spazio

Articolo 7, comma 3: “Attraverso la loro cooperazione, le Parti mirano a rafforzare la strategia spaziale europea e a consolidare la competitività e l’integrazione ’dell’industria spaziale dei due Paesi. Nel settore dell’accesso allo spazio, esse sostengono il principio di una preferenza europea attraverso lo sviluppo, l’evoluzione e l’utilizzo coordinato, equilibrato e sostenibile dei lanciatori istituzionali Ariane e Vega. Le Parti riaffermano il loro sostegno alla base europea di lancio di Kourou, rafforzando la sua competitività e la sua apertura. Nel settore dei sistemi orbitali, esse intendono incoraggiare e sviluppare la cooperazione industriale nel settore dell’esplorazione, dell’osservazione della terra e delle telecomunicazioni, della navigazione e dei relativi segmenti terrestri.

Istruzione e formazione, ricerca e innovazione

Articolo 8, comma 3: “Le Parti si adoperano per una cooperazione sempre più stretta tra i loro rispettivi sistemi di istruzione, con l’obiettivo in particolare di contribuire alla costruzione dello Spazio europeo dell’istruzione. Esse incoraggiano la mobilità giovanile, in particolare per l’istruzione e la formazione professionale, in un’ottica di apprendimento permanente, con l’obiettivo di istituire dei centri di eccellenza professionale italo-francesi ed europei e di favorire il riconoscimento di tali percorsi. Esse sviluppano i percorsi dell’Esame di Stato italiano e del Baccalauréat francese (“Esabac”) e incoraggiano i partenariati sistematici tra gli istituti italiani e francesi che li offrono, nonché la mobilità degli studenti e dei loro docenti. Inoltre, esse s’impegnano a cooperare per un’educazione allo sviluppo sostenibile e alla cittadinanza globale, attraverso programmi di collaborazione dedicati”.

Cultura, giovani e società civile

Articolo 9, comma 1: “Le parti istituiscono un programma di volontariato italo-francese intitolato ‘servizio civile italo-francese’. Esse esaminano la possibilità di collegare questo programma al Corpo europeo di solidarietà”.

Cooperazione transfrontaliera

Articolo 10, comma 5: “Le parti favoriscono la formazione dei parlanti bilingue in italiano e in francese nelle regioni frontaliere, valorizzando in tal modo l’uso delle due lingue nella vita quotidiana”.

Articolo 10, comma 6: “Le parti studiano congiuntamente le evoluzioni dello spazio frontaliero, mettendo in rete i loro organismi di osservazione territoriale“.

Organizzazione

Articolo 11, comma 1: “Le Parti organizzano con cadenza annuale un Vertice intergovernativo. In tale occasione, esse fanno un punto preciso di situazione sull’attuazione del presente Trattato ed esaminano ogni questione prioritaria d’interesse reciproco”.

Disposizioni finali

Occhio infine al comma 3 dell’articolo 12: “Il Trattato ha durata indeterminata, fatta salva la facoltà di ciascuna Parte di denunciarlo con un preavviso di almeno dodici mesi per via diplomatica. In questo caso, il Trattato cessa di essere in vigore al compimento di sei mesi dopo la data di ricezione della denuncia”.

Eugenio Palazzini

Fonte: www.ilprimatonazionale.it 

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