Quanto vendono (poco) i giornaloni in Italia

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Continuano a diminuire le vendite dei giornali italiani cartacei. Il tracollo riguarda soprattutto La Repubblica

Il tramonto, o meglio, il tracollo dei giornali. Ebbene sì, non è una novità: con l’avvento del digitale e della notizia a portata di click, ormai si punta più sulla velocità elettronica, piuttosto che alle lunghe paginate di quotidiani cartacei. Eppure, se il fenomeno non aveva ancora toccato pienamente i grandi giornaloni, i dati sulle vendite dell’ultimo anno cominciano a destare numerose preoccupazioni, soprattutto nella redazione di Repubblica.

Il quotidiano diretto da Molinari, infatti, ha conosciuto un vero e proprio tracollo nell’ultimo anno (i dati che andremo a riportare riguardano un arco temporale che va da ottobre ’21 fino ad ottobre ’22), anche se rimane saldamente al secondo posto della classifica dei giornali più venduti in Italia. Nonostante tutto, la forbice con il Corriere della Sera continua ad aumentare.

Se, ad ottobre ’21, il deficit di Repubblica era di circa 78mila copie, oggi è arrivato a 112mila. Rispetto all’anno scorso, il Corsera cresce del 3,44 per cento, mentre Repubblica perde il 17,22 per cento, il peggior dato tra i sedici principali quotidiani italiani. Ma il fenomeno interessa la stragrande maggioranza dei giornali, fatta eccezione per tre casi, quelli di Libero, La Verità ed Il Fatto Quotidiano, che incrementano i propri dati di vendita rispettivamente del 4,40 per cento, del 7,37 per cento e del 4 per cento. Male anche Stampa, Giornale Sole 24 Ore, in calo di quasi l’11 per cento.

Questi dati, però, sembrano coincidere con i risultati elettorali del 25 settembre. I giornali in crescita, infatti, sono proprio quelli rappresentativi dell’area conservatrice, da cui attinge maggiormente Fratelli d’Italia, mentre Il Fatto Quotidiano rappresenta soprattutto il mondo pentastellato, che ha ottenuto consensi al di sopra delle aspettative nelle scorse elezioni, e che oggi si attesta secondo partito del Paese.

L’area progressista della stampa, invece, subisce un vero e proprio tracollo, che guarda caso coincide con quello del Partito Democratico, movimento di riferimento dei lettori de La Repubblica e de La Stampa. Un forte ridimensionamento dei numeri si nota anche dalla vendita delle copie digitali dei due quotidiani. Rispetto allo scorso anno, infatti, il giornale di Molinari è in calo di 8mila copie, mentre quello diretto da Giannini di circa 3mila, rispettivamente con un -25,9 per cento e un -21,1 per cento.

DA

https://www.nicolaporro.it/quanto-vendono-poco-i-giornaloni-in-italia/

Qatargate, le ombre sulle Ong: “Quelle fanno girare soldi”

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Roma, 14 dic – Il Qatargate ha generato un fiume di denaro illegale puntando anche sulle Ong. Dopo i ritrovamenti addirittura nelle case dei diretti interessati, a seguito delle perquisizioni a tappeto degli ultimi giorni, un altro elemento viene fuori, come riportato da Affari Italiani.

Qatargate e Ong: “Fanno girare soldi”

Soldi, tanti soldi. Mazzette con cifre che la maggior parte delle persone non si sogna di guadagnare in una vita. Tutti lì, messi in vila, forse nelle classiche valigette da film, ma anche le borse vanno bene. Ma questo non è un film, è la cruda realtà: quella che inchioda l’Ue e il suo Parlamento, per anni ammantati di chissà quale superiorità morale e democratica (con la seconda caratteristica, diciamolo pure, spesso oggetto di ironie e sfottò piuttosto frequenti, come è logico che sia vista la struttura sostanzialmente antidemocratica delle istituzioni di Bruxelles). Ora ciò che viene fuori è riportato dalle parole di Francesco Giorgi, compagno dell’ex-vicepredisente Eva Kaili e uomo di fiducia di Antonio Panzeri: “Le Ong? Ci servono per far girare i soldi”. Così si legge negli atti dell’indagine. E la questione quadra quasi perfettamente. Del resto, la Ong coinvolta si chiama “Fight Impunity”. Ironia della sorte o solita strategia?

L’avvocato di Kaili: “Non sapeva nulla”

Scontata la dichiarazione di estraneità ai fatti da parte della stessa Kaili. Il suo legale, Michalis Dimitrakopoulos, ha dichiarato infatti che la ex-vicepresidente non ha “nessuna relazione con il denaro trovato a casa sua (…) non sapeva dell’esistenza di questo denaro“. Ovviamente, la dichiarazione di partenza è una sola:”Innocente”. Come è logico che sia, saranno le indagini a stabilirlo. Certo è che il fatto ha prodotto un clamore inevitabile, lasciando un danno di immagine enorme per il già non certo brillante Parlamento Ue, che ha confermato la destituzione di Kaili, votandola con una maggioranza di oltre due terzi (625 voti).

ALBERTO CELLETTI

DA

Qatargate, le ombre sulle Ong: “Quelle fanno girare soldi”

George Orwell nel 1943 scrisse che Mussolini lo avrebbero ucciso gli inglesi, ma senza processarlo

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Segnalazione di Angelo Paratico

 

Nel 1943 uscì una lunga recensione al best seller The Trial of Mussolini (Il processo a Mussolini) sul quotidiano britannico TRIBUNE. L’autore era il socialista (assai scettico dopo la guerra civile in Spagna) George Orwell (1903-1950). Divenne celebre come autore, di “La fattoria degli Animali” (1945) e di “Millenovento-ottantaquattro” (1949).

La sua recensione era intitolata “Chi sono i Criminali di Guerra?”. Giustamente Orwell dice che difficilmente Mussolini potrà essere processato e si chiede chi ne avrebbe il diritto e la dirittura morale per farlo? Lo riproduciamo qui, in una nostra traduzione, il suo lucidissimo saggio.

Chi sono i criminali di guerra?

George Orwell

In apparenza, il crollo di Mussolini pare una storia uscita dal melodramma vittoriano. Finalmente il Giusto ha trionfato, il malvagio è stato sconfitto, i mulini di Dio stavano facendo il loro dovere. A pensarci bene, però, questo racconto morale è meno semplice e meno edificante. Per cominciare, quale crimine ha commesso Mussolini, se ne ha commesso uno? Nella politica del potere non ci sono crimini, perché non ci sono leggi. E, d’altra parte, c’è qualche caratteristica del regime interno di Mussolini che potrebbe essere seriamente contestata da qualsiasi gruppo di persone che potrebbero giudicarlo? Infatti, come l’autore di questo libro (The Trial of Mussolini by ‘Cassius’) dimostra abbondantemente – e questo è in effetti lo scopo principale del libro – non c’è una sola mascalzonata commessa da Mussolini tra il 1922 e il 1940 che non sia stata lodata fino al cielo proprio da coloro che ora promettono di portarlo in giudizio.

Ai fini della sua allegoria, “Cassio” immagina Mussolini incriminato davanti a un tribunale britannico, con un Procuratore Generale come pubblico ministero. L’elenco delle accuse è impressionante e i fatti principali – dall’omicidio di Matteotti all’invasione della Grecia, dalla distruzione delle cooperative di contadini al bombardamento di Addis Abeba – non vengono negati. Campi di concentramento, trattati violati, manganelli di gomma, olio di ricino: tutto è ammesso. L’unica domanda fastidiosa è: come può qualcosa che era lodevole al momento in cui fu fatto – dieci anni fa, per esempio – diventare improvvisamente riprovevole ora? A Mussolini viene concesso di chiamare testimoni, sia vivi che morti, e di dimostrare con le loro stesse parole stampate che, fin dall’inizio, i responsabili dell’opinione pubblica britannica lo hanno incoraggiato in tutto ciò che ha fatto. Per esempio, ecco Lord Rothermere nel 1928:

Nel suo Paese (Mussolini) è stato l’antidoto a un veleno mortale. Per il resto dell’Europa è stato un tonico che ha fatto a tutti un bene incalcolabile. Posso affermare con sincera soddisfazione di essere stato il primo uomo, in una posizione di influenza pubblica, a mettere nella giusta luce lo splendido risultato di Mussolini. È la più grande figura della nostra epoca”.

Ecco Winston Churchill nel 1927:

Se fossi stato un italiano, sono sicuro che sarei stato con voi con tutto il cuore nella vostra lotta trionfale contro gli appetiti e le passioni bestiali del leninismo… (L’Italia) ha fornito il necessario antidoto al veleno russo. In futuro nessuna grande nazione sarà sprovvista di un mezzo di protezione definitivo contro la crescita cancerosa del bolscevismo.

Ecco Lord Mottistone nel 1935:

Non mi sono opposto (all’azione italiana in Abissinia). Volevo dissipare la ridicola illusione che fosse una bella cosa simpatizzare con i perdenti… Ho detto che era una cosa malvagia inviare armi o fare in modo che venissero inviate a questi crudeli e brutali abissini e ancora negarle ad altri che stanno facendo una parte onorevole.

Ecco il Duff Cooper nel 1938:

Per quanto riguarda l’episodio dell’Abissinia, meno si dice ora meglio è. Quando vecchi amici si riconciliano dopo un litigio, è sempre pericoloso per loro discutere le cause originarie.

Ecco il signor Ward Price, del Daily Mail, nel 1932:

Persone ignoranti e piene di pregiudizi parlano degli affari italiani come se quella nazione fosse soggetta a una tirannia di cui si libererebbe volentieri. Con quella commiserazione un po’ morbosa per le minoranze fanatiche che è la regola per certi settori imperfettamente informati dell’opinione pubblica britannica, questo Paese ha a lungo chiuso gli occhi sul magnifico lavoro che il regime fascista stava facendo. Ho sentito più volte lo stesso Mussolini esprimere la sua gratitudine al Daily Mail per essere stato il primo giornale britannico a mettere in chiaro i suoi obiettivi davanti al mondo.

E così via. Hoare, Simon, Halifax, Neville Chamberlain, Austen Chamberlain, Hore-Belisha, Amery, Lord Lloyd e vari altri entrano nel banco dei testimoni, tutti pronti a testimoniare che, sia che Mussolini stesse schiacciando i sindacati italiani, o intervenendo in Spagna, spargendo gas mostarda sugli abissini, gettando gli arabi dagli aerei o costruendo una marina da usare contro la Gran Bretagna, il governo britannico e i suoi portavoce ufficiali lo sostennero in ogni momento. Ci viene mostrata Lady Austen Chamberlain che stringe la mano a Mussolini nel 1924, Chamberlain e Halifax che banchettano con lui e brindano “all’Imperatore dell’Abissinia” nel 1939, Lord Lloyd che adula il regime fascista in un opuscolo ufficiale nel 1940. L’impressione netta lasciata da questa parte del processo è semplicemente che Mussolini non sia colpevole. Solo in un secondo momento, quando un abissino, uno spagnolo e un antifascista italiano testimoniano, inizia a delinearsi il vero caso contro di lui.

Ora, il libro è fantasioso, ma questa conclusione è realistica. È estremamente improbabile che i conservatori britannici mettano Mussolini sotto processo. Non c’è nulla di cui possano accusarlo, se non la sua dichiarazione di guerra nel 1940. Se il “processo ai criminali di guerra” che alcuni si divertono a sognare avverrà mai, potrà avvenire solo dopo le rivoluzioni nei Paesi alleati. Ma l’idea di trovare capri espiatori, di incolpare individui, o partiti, o nazioni per le calamità che ci sono capitate, solleva altre riflessioni, alcune delle quali piuttosto sconcertanti.

La storia delle relazioni britanniche con Mussolini ha illustrato la debolezza strutturale di uno Stato capitalista. Ammesso che la politica di potere non sia morale, il tentativo di comprare l’Italia per farla uscire dall’Asse – e chiaramente questa idea era alla base della politica britannica dal 1934 in poi – era una mossa strategica naturale. Ma non era una mossa che Baldwin, Chamberlain e gli altri erano in grado di realizzare. Si sarebbe potuta realizzare solo essendo così forti che Mussolini non avrebbe osato schierarsi con Hitler. Questo era impossibile, perché un’economia governata dal profitto non è semplicemente in grado di riarmarsi su scala moderna. La Gran Bretagna iniziò ad armarsi solo quando i tedeschi erano a Calais. Prima di allora, infatti, erano state votate somme piuttosto ingenti per gli armamenti, ma queste scivolavano tranquillamente nelle tasche degli azionisti e le armi non si materializzavano. Non avendo alcuna intenzione di ridurre i propri privilegi, era inevitabile che la classe dirigente britannica portasse avanti ogni politica a metà e non si rendesse conto del pericolo imminente. Ma il collasso morale che questo comportava era qualcosa di nuovo nella politica britannica. Nel XIX e all’inizio del XX secolo, i politici britannici potevano essere ipocriti, ma l’ipocrisia implicava un codice morale. Era stata una novità quando i deputati Tory esultavano alla notizia che le navi britanniche erano state bombardate da aerei italiani, o quando i membri della Camera dei Lord si prestavano a campagne diffamatorie organizzate contro i bambini baschi che erano stati portati qui come rifugiati.

Se si pensa alle menzogne e ai tradimenti di quegli anni, al cinico abbandono di un alleato dopo l’altro, all’ottimismo imbecille della stampa Tory, al rifiuto categorico di credere che i dittatori volessero la guerra, anche quando lo gridavano dai tetti delle case, all’incapacità della classe ricca di vedere qualcosa di sbagliato nei campi di concentramento, nei ghetti, nei massacri e nelle guerre non dichiarate, si è portati a pensare che la decadenza morale abbia giocato il suo ruolo oltre alla semplice stupidità. Nel 1937 circa non era possibile avere dubbi sulla natura dei regimi fascisti. Ma i signori conservatori avevano deciso che il fascismo era dalla loro parte ed erano disposti a ingoiare i topi più puzzolenti purché la loro proprietà rimanesse sicura. Nel loro modo maldestro stavano giocando al gioco di Machiavelli, al “realismo politico”, a “qualsiasi cosa sia giusta per far progredire la causa del partito” – il partito in questo caso, ovviamente, era il Partito Conservatore.

Tutto questo “Cassius” lo mette in evidenza, ma si sottrae al suo corollario. In tutto il libro è sottinteso che solo i conservatori sono immorali. Eppure c’è ancora un’altra Inghilterra”, dice. Quest’altra Inghilterra detestava il fascismo fin dal giorno della sua nascita… era l’Inghilterra della sinistra, l’Inghilterra del lavoro”. È vero, ma è solo una parte della verità. Il comportamento effettivo della sinistra è stato più onorevole delle sue teorie. Ha combattuto contro al fascismo, ma i suoi pensatori rappresentativi sono entrati altrettanto profondamente dei loro avversari nel mondo malvagio del “realismo” e della politica di potere.

Il “realismo” (una volta si chiamava disonestà) fa parte dell’atmosfera politica generale del nostro tempo. È un segno della debolezza della posizione di ‘Cassius’ il fatto che si potrebbe compilare un libro simile intitolato Il processo a Winston Churchill, o Il processo a Chiang Kai-shek, o ancora Il processo a Ramsay MacDonald. In ogni caso, i leader della sinistra si contraddirebbero quasi altrettanto grossolanamente del leader dei conservatori citato da “Cassius”. Perché la sinistra è stata anche disposta a chiudere gli occhi su molte cose e ad accettare alcuni alleati molto dubbi. Oggi ridiamo nel sentire i Tory che maltrattano Mussolini quando cinque anni fa lo adulavano, ma chi avrebbe previsto nel 1927 che la sinistra avrebbe un giorno accolto Chiang Kai-shek nel suo seno? Chi avrebbe previsto, subito dopo lo sciopero generale, che dieci anni dopo Winston Churchill sarebbe stato il beniamino del Daily Worker? Negli anni 1935-9, quando quasi ogni alleato contro il fascismo sembrava accettabile, la sinistra si trovò a lodare Mustapha Kemal e poi a sviluppare tenerezza per Carol di Romania.

Sebbene fosse in ogni modo più perdonabile, l’atteggiamento della sinistra nei confronti del regime russo è stato decisamente simile a quello dei conservatori nei confronti del fascismo. C’è stata la stessa tendenza a scusare quasi tutto “perché sono dalla nostra parte”. Va bene parlare di Lady Chamberlain fotografata mentre stringe la mano a Mussolini; la fotografia di Stalin che stringe la mano a Ribbentrop è molto più recente. Nel complesso, gli intellettuali di sinistra difesero il Patto russo-tedesco. Era “realistico”, come la politica di appeasement di Chamberlain, e con conseguenze simili. Se c’è una via d’uscita dal porcile morale in cui viviamo, il primo passo è probabilmente quello di capire che il “realismo” non paga, e che svendere i propri amici e starsene con le mani in mano mentre vengono distrutti non è l’ultima parola in fatto di saggezza politica.

Questo fatto è dimostrabile in qualsiasi città tra Cardiff e Stalingrado, ma non sono in molti a vederlo. Nel frattempo, è dovere di un libellista attaccare la destra, ma non adulare la sinistra. È in parte perché la sinistra è stata troppo facilmente soddisfatta di sé stessa che si trova dove è ora.

Mussolini, nel libro di “Cassio”, dopo aver chiamato i suoi testimoni, entra in scena lui stesso. Si attiene al suo credo machiavellico:

“La forza è giusta, vae victis!”. È colpevole dell’unico crimine che conta, quello del fallimento, e ammette che i suoi avversari hanno il diritto di ucciderlo – ma non, insiste, il diritto di incolparlo. La loro condotta è stata simile alla sua e le loro condanne morali sono tutte ipocrisie. Ma poi arrivano gli altri tre testimoni, l’abissino, lo spagnolo e l’italiano, che sono moralmente su un altro piano, dato che non hanno mai avuto a che fare con il fascismo né con la politica di potere; e tutti e tre chiedono la pena di morte.

La chiederebbero nella vita reale? Succederà mai una cosa del genere? Non è molto probabile, anche se le persone che hanno il vero diritto di processare Mussolini dovessero in qualche modo metterlo nelle loro mani. I conservatori, naturalmente, anche se si sottrarrebbero a una vera inchiesta sulle origini della guerra, non sono dispiaciuti di avere la possibilità di far ricadere l’intera colpa su alcuni individui famosi come Mussolini e Hitler. In questo modo la manovra Darlan-Badoglio sarà facilitata. Mussolini è un buon capro espiatorio finché è in libertà, anche se sarebbe scomodo in prigionia. Ma come la mettiamo con la gente comune? Ucciderebbe i suoi tiranni, a sangue freddo e con le forme della legge, se ne avesse la possibilità?

È un dato di fatto che nella storia ci sono state pochissime esecuzioni di questo tipo. Alla fine dell’ultima guerra le elezioni sono state vinte in parte con lo slogan “Impiccate il Kaiser”, eppure se si fosse tentato di fare una cosa del genere la coscienza della nazione si sarebbe probabilmente ribellata. Quando i tiranni vengono messi a morte, dovrebbero essere i loro stessi sudditi a farlo; quelli che vengono puniti da un’autorità straniera, come Napoleone, vengono semplicemente trasformati in martiri e in leggende.

L’importante non è far soffrire questi gangster politici, ma far sì che si screditino. Fortunatamente in molti casi ci riescono, perché in misura sorprendente i signori della guerra, in una armatura lucente, gli apostoli delle virtù marziali, tendono a non morire combattendo quando arriva il momento. La storia è piena di fughe ignominiose di grandi e famosi. Napoleone si arrese agli inglesi per ottenere protezione dai prussiani, l’imperatrice Eugenia fuggì in una carrozza con un dentista americano, Ludendorff ricorse a degli occhiali blu, uno dei più impronunciabili imperatori romani cercò di sfuggire all’assassinio chiudendosi nel gabinetto, e durante i primi giorni della guerra civile spagnola un importante fascista fuggì da Barcellona, con squisita disinvoltura, attraverso una fogna.

È un’uscita di questo tipo che ci si augura per Mussolini, e se sarà lasciato a sé stesso forse ci riuscirà. Forse anche Hitler. Di Hitler si diceva che quando sarebbe arrivata la sua ora non sarebbe mai fuggito o si sarebbe arreso, ma sarebbe morto in qualche modo operistico, come minimo suicidandosi. Ma questo accadeva quando Hitler aveva successo; nell’ultimo anno, da quando le cose hanno cominciato ad andare male, è difficile pensare che si comporterà con dignità o coraggio. Cassius termina il suo libro con il riassunto del giudice e lascia il verdetto aperto, sembrando invitare i lettori a decidere.

Ebbene, se fosse lasciato a me, il mio verdetto sia su Hitler che su Mussolini sarebbe: non la morte, a meno che non sia inflitta in qualche modo frettoloso e non spettacolare. Se i tedeschi e gli italiani hanno voglia di sottoporli a una corte marziale sommaria e poi a un plotone di esecuzione, che lo facciano. O, meglio ancora, che i due fuggano con una valigia di titoli al portatore e si sistemino come accreditati di qualche pensione svizzera. Ma niente martirizzazioni, niente Sant’Elena. E, soprattutto, nessun solenne e ipocrita “processo ai criminali di guerra”, con tutto il lento e crudele sfarzo della legge, che dopo un po’ di tempo ha uno strano modo di mettere una luce romantica sull’accusato e di trasformare una canaglia in un eroe.

 

George Orwell

DA

https://giornalecangrande.it/george-orwell-nel-1943-scrisse-che-benito-mussolini-lo-avrebbero-ucciso-gli-inglesi-ma-senza-processarlo/

Il nuovo sviluppo della Cina offre nuove opportunità al mondo

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di Redazione

Ospitiamo qui di seguito le riflessioni di Liu Kan, Console Generale della Repubblica Popolare Cinese a Milano

Alcuni giorni fa il Presidente Xi Jinping e il nuovo Presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno tenuto un bilaterale ai margini del summit dei leader mondiali del G20 a Bali. Si tratta del primo incontro ufficiale tra i leader dei due Paesi dopo la conclusione del 20° Congresso del Partito Comunista Cinese e l’insediamento del nuovo governo italiano, ed è stato di grande importanza strategica nel quadro dello sviluppo delle relazioni sino-italiane. Tra le due parti è stato raggiunto ampio consenso circa la necessità di rafforzare il coordinamento e la cooperazione ed affrontare congiuntamente le principali sfide globali del momento.

Attualmente, la ripresa economica sta incontrando diverse difficoltà a causa di vari fattori di instabilità; quale corso prenderà e a cosa ci porterà lo sviluppo globale sono gli interrogativi di quest’epoca ai quali ogni Paese al mondo sta cercando di trovare risposta. Pace, progresso, cooperazione, reciproci vantaggi sono storicamente cose a cui tutti aspirano e tendono naturalmente. In tal senso la Cina ha preso l’iniziativa di assumersi le responsabilità in veste di più grande Paese in via di sviluppo, aderendo fermamente e con costanza ad una politica estera rivolta al mantenimento della pace mondiale e alla promozione di uno sviluppo condiviso. Al contempo, si impegna attivamente per lo sviluppo dell’economia e della società del Paese, guidando 1/5 della popolazione mondiale verso una modernizzazione in stile cinese, contribuendo con la propria forza e saggezza a dare un aiuto concreto per risolvere i problemi globali e promuovere il progresso della società umana.

Il nuovo corso di sviluppo della Cina si basa sulla costruzione di una “società moderatamente prospera sotto tutti gli aspetti”, in modo tale da poter guidare i suoi 1.4 miliardi di abitanti (numero che supera la totalità della popolazione dei Paesi sviluppati) verso una società moderna condividendo col resto del mondo i frutti di questa modernizzazione. Inoltre, dopo anni di impegno e duro lavoro, quasi 100 milioni di persone indigenti situate nelle zone rurali sono tutte sollevate dallo stato di povertà, raggiungendo l’obiettivo di riduzione della povertà dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile con 10 anni di anticipo sulla tabella di marcia, dando a livello globale un contributo importante a questa causa.

Attualmente, la Cina sta accelerando sulla costruzione di un modello di sviluppo “a doppio ciclo” a livello nazionale e internazionale per promuovere uno sviluppo di alta qualità. La prossima fase si concentrerà sulla promozione di uno sviluppo regionale coordinato, di una maggiore integrazione tra zone urbane e rurali e sulla costruzione del più grande sistema sanitario, educativo e di sicurezza sociale a livello globale, in modo che i frutti di questo sviluppo nazionale siano equamente condivisi con l’intera popolazione, realizzando un progresso umano a 360 gradi.

Il nuovo sviluppo della Cina inoltre è anche uno sviluppo “verde”, ovvero la convivenza armoniosa tra uomo e natura. Uomo e natura rappresentano una comunità di vita condivisa: lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali e, in alcuni casi, la vera e propria distruzione di esse, avrà inevitabilmente ripercussioni future. La Cina prosegue sulla via di uno sviluppo verde promuovendo un modello di progresso a basse emissioni di CO2,  ha dato vita al più grande mercato di carbone al mondo ed è divenuto il maggior produttore di energia pulita a livello globale; avanza altresì in maniera attiva e risoluta verso gli obiettivi di carbon peaking (raggiungere il picco di emissioni) entro il 2030 e di carbon neutrality entro il 2060, contribuendo con le proprie risorse e la propria forza alla lotta mondiale ai cambiamenti climatici.

Il nuovo sviluppo della Cina è anche uno sviluppo che prosegue sulla strada della pace. Storicamente essa ha sempre avuto a cuore ed amato la pace e ha sperimentato sulla propria pelle le sofferenze causate da guerre, colonizzazioni e saccheggi vari nel corso dei secoli. È di vitale importanza quindi stare della parte giusta della storia e promuovere il progresso della civiltà umana, tenendo alta la bandiera della pace, dello sviluppo, della cooperazione e della strategia win-win, approfondire ed espandere relazioni di partenariato globale nel segno dell’uguaglianza, dell’apertura e dell’uguaglianza per costruire una comunità umana dal futuro condiviso; perseguire quindi un proprio modello di sviluppo inscritto in un quadro di salvaguardia dello sviluppo mondiale pacifico, e al contempo intraprendere questa via di sviluppo autonoma per poter ulteriormente preservare la pace a livello globale.

Il nuovo sviluppo della Cina la vedrà continuare ad aderire ad una politica estera aperta ed a una strategia di apertura che prevede vantaggi reciproci e risultati condivisi: assumere quindi un atteggiamento più aperto in modo tale da poter condividere i frutti dello sviluppo con le popolazioni di tutti i Paesi. Promuovere in tal senso la costruzione di un’economia globale all’insegna dell’apertura ed una maggiore liberalizzazione ed agevolazione degli investimenti: accelerare la costituzione di zone pilota di libero scambio e del porto di libero scambio di Hainan, continuare a lavorare per dar vita a un business environment di primo livello che sia internazionale, orientato al mercato e fondato sul diritto. Sfruttare il grandissimo potenziale di mercato e costruire in tal senso piattaforme di alta qualità come la China International Import Expo, la China International Consumer Products Expo, la China International Fair for Trade in Services (CIFTIS), la Canton Fair e così via. E ancora, a partire dall’adesione di 149 Paesi e 32 organizzazioni internazionali, continuare a lavorare per attirare sempre più nazioni ad entrare nel progetto “Nuova Via della Seta” (Belt and Road Initiative): a tal proposito, la Cina sta prendendo in considerazione la possibilità di organizzare il terzo “Belt and Road Forum for International Cooperation”.

La Cina e l’Italia sono partner strategici onnicomprensivi, con ampie prospettive di cooperazione. Ritengo che ambo le parti possano ulteriormente approfondire i punti di crescita di questa cooperazione, in particolare in settori come quello produttivo-manufatturiero di fascia alta, la conversione energetica, lo sviluppo verde, e più in generale le tecnologie, e concentrandosi sulla collaborazione nel settore degli sport su ghiaccio e neve in occasione dei prossimi Giochi Olimpici Invernali che si terranno a Milano-Cortina nel 2026. La Cina invita un sempre maggior numero di aziende italiane ad investire nel loro Paese e intende aumentare sensibilmente le importazioni di prodotti italiani di alta qualità. La Cina dà inoltre il benvenuto all’Italia come ospite d’onore della China International Consumer Products Expo 2023. Con il graduale aumento del numero di voli di linea tra i due Paesi, invita gli amici italiani di ogni estrazione sociale a visitare la Cina e intensificare gli scambi e la cooperazione; a tal proposito, noi, in qualità di Consolato Generale della Repubblica Popolare Cinese in Milano, saremmo lieti di fornire i nostri servizi e il nostro supporto.

Sono convinto che una Cina impegnata sulla strada di uno sviluppo di alta qualità e di un’apertura ad alto livello possa sicuramente fornire nuove opportunità a tutti i Paesi del mondo, Italia compresa. Lavoriamo assieme per affrontare le sfide globali, per promuovere la pace e lo sviluppo del mondo e per portare benefici all’umanità intera.

Pubblicato su Scenari Internazionali

Foto: Idee&Azione

9 dicembre 2022

Ex gran maestro Grande Oriente: «Alti ambienti massonici ed esoterici caso Narducci e mostro di Firenze»

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Il caso sarà riaperto dal Parlamento. Quella confessione: «So tutto e sono disposto a raccontartelo»

di Gabriella Mecucci

Importanti ambienti massonici, esoterici, sarebbero coinvolti nella vicenda Narducci e del mostro di Firenze. E’ questo il senso della testimonianza dell’ex Gran Maestro del ‘Grande Oriente d’Italia’, Giuliano Di Bernardo. Quando gli inquirenti lo hanno interrogato, ha riferito che un esponente della Massoneria fiorentina gli disse di essere informato dell’intera vicenda: «So tutto e sono disposto a raccontartelo». Purtroppo quell’incontro non poté svolgersi a causa delle divergenze che portarono Di Bernardo ad allontanarsi dal Grande Oriente. E’ questa la vera novità emersa dalla conferenza tenutasi venerdì mattina alla Camera dei deputati, promossa dall’onorevole Stefania Ascari, membro della Commissione Antimafia.

Ricostruzione I magistrati Guido Salvini e Giuliano Mignini, hanno presentato i risultati del lavoro di approfondimento a partire dal delitto Corazzin. L’indagine parlamentare nasce dalle confessioni di Angelo Izzo, uno degli assassini del Circeo, che ha raccontato che la ragazza friulana fu uccisa nella villa dei Narducci a San Feliciano. La commissione parlamentare ha deciso di allargare il campo delle ricerche e i successivi interrogatori hanno consentito di appurare anche il parziale coinvolgimento di personalità legate all’esotremismo di destra. Guido Salvini ha paragonato la vicenda Cirazzin – Narducci a quella terribile di Ludwig: la serie di delitti compiuti alla fine degli anni settanta da Marco Furlan e Wolfgang Abel, i due serial killer, che li rivendicavano con volantini di contenuto neonazista e firmati con lo pseudonimo ‘Ludwig’.

Indagine parlamentare Il rapporto finale della Commissione parlamentare è stato approvato all’unanimità. L’onorevole Ascari chiederà che, viste le importanti novità emerse, l’indagine prosegua anche in questa legislatura. Ha sottolineato inoltre che ha voluto presentare i risultati del lavoro svolto, a partire dal caso di Rossella Corazzin, proprio nel giorno in cui si ricorda la violenza contro le donne. La vicenda Narducci e quella del mostro di Firenze sarà dunque riaperta dal Parlamento.

Fonte: Umbria 24

Di fronte alla catastrofe?

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di Luciano Lago

L’impressione lasciata dagli avvenimenti relativi alla caduta del missile in territorio polacco è ancora alta, si è sfiorata la guerra tra la NATO e la Russia ma la paura di una guerra nucleare è divenuta concreta. Dai commenti dei media mainstream non si capisce se fosse la paura di fronte alla realtà di una guerra nucleare davanti ai propri occhi o per il contrario se questi commentatori erano entusiasmati per il fatto che la NATO adesso avrebbe avuto le mani libere per distruggere la Russia, visto che affermavano convinti che la NATO sarebbe invincibile.

Intanto ieri Putin ha legalizzato formalmente il fatto che i volontari internazionali possano integrarsi all’Esercito russo e si deduce per sicuro che volontari provenienti dall’Iran o dalla Repubblica della Corea del nord arriveranno ad integrarsi alla battaglia contro i seguaci di Stephan Bandera e i loro patron occidentali. Dei volontari della Corea del Nord si era già molto parlato per i treni avvistati in transito da quel paese verso la Russia. Nessuno sa quale fosse il carico.

Così risulta che il presidente Vladimir Putin ha firmato il decreto che modifica il procedimento per reclutare cittadini stranieri che potranno servire nell’Esercito russo. Il documento modifica il regolamento approvato nel 1999 sul servizio militare e, in accordo con questo, da adesso in poi i cittadini stranieri potranno servire nell’esercito russo,media mainstream sotto contratto, al pari dei cittadini della Federazione Russa.

Inoltre nell’attacco russo dell’altro ieri, attuato con più di cento missili, si è saputo che lo stato Maggiore delle forze ucraine è stato distrutto a Kiev. Questo indica che la guerra è entrata in una nuova fase.

Secondo i rapporti, come risultato dell’attacco uno dei missili ha colpito l’obiettivo a Kiev, lo Stato Maggiore delle forze armate dell’Ucraina è stato distrutto, nonostante i missili antiaerei lanciati, quando nessuno dei missili antiaerei ucraini ha intercettato l’obiettivo e questo a dimostrazione della bassa efficienza del sistema di difesa antiaereo ucraino. Al momento si sa che, come risultato dell’attacco, l’edificio è stato parzialmente distrutto e sembra che questo sia avvenuto mentre era in corso una riunione a cui partecipavano ufficiali di alto rango delle forze straniere che sono coinvolte nelle operazioni in Ucraina.

Il comando della Forze Armate ucraine ancora non si è pronunciato ma questo è uno dei pochi attacchi diretti alla sede centrale del comando. I residenti locali parlano di un fumo nero che si è levato dall’edificio e dall’area dove si è verificata l’esplosione ma nulla si sa sul numero delle vittime.

Tutto è molto confuso in questo momento nei paesi alleati della UE e nelle reazioni scomposte degli USA e della NATO. Sopratutto si nota che c’è una grande preoccupazione che gli USA se ne vengano fuori con una uscita precipitosa e le dichiarazioni rilasciate in proposito sono molto sconcertanti.

In occasione della caduta del missile in Polonia si è visto che Biden non ha risparmiato tempo per smentire che il missile fosse russo e che tutto indicava che la Russia non era la responsabile. Cosa questa che ha rappresentato un secchio di acqua fredda sulle aspettative ucraine di coinvolgere direttamente la NATO nel conflitto con il sostenere che il missile fosse russo. Gli USA conoscono perfettamente la traiettoria del missile e questo mette in dubbio che possa essere stato un errore della contraerea ucraina, visto che gli obiettivi dell’attacco russo erano tutti a oltre 30/40 Km. dal confine polacco.

Potrebbe essere stata questa una provocazione ucraina per ottenere il coinvolgimento diretto della NATO nel conflitto? Il dubbio rimane dalle frettolose accuse lanciate subito da Zelensky e compagnia cantante.

Le notizie che arrivano sono indicative di un qualche cosa che sta avvenendo in questo momento. Il capo del Dipartimento di Sicurezza interna USA, Alejandro Mayorkas, ha dichiarato che se si verifica una esplosione nucleare in Europa questa non avrà conseguenza negativa per la salute degli americani e le minacce radiologiche sono basse; che voleva dire? Inoltre lo stesso ha detto che, mentre gli USA hanno espresso la loro preoccupazione per il fatto che la Russia sta facendo tintinnare le sciabole …non ci sono indizi che una esplosione nucleare in Europa possa avere conseguenze dirette sulla salute negli Stati Uniti, come dichiarato nella sua udienza davanti al comitato del Congresso.

Il presidente Putin ha detto in precedenza che l’Occidente ha lanciato un ricatto nucleare e i rappresentanti della NATO stanno parlando della possibilità di usare armi di distruzione massiva contro la Russia.

Anche l’ammiraglio ritirato Mike Mullen si è pronunciato su questo dicendo che il momento è molto pericoloso e tutto indica che potrebbe verificarsi uno scontro diretto fra Russia e USA. Il conflitto in Ucriana potrebbe produrre una escalation verso una conflagrazione nucleare.

Bisogna far terminare il conflitto senza l’uso di armi nucleari e, se appariranno tali armi, saremo molti vicini ad una guerra nucleare, ha detto l’ammiraglio con molta saggezza. Bisogna riprendere quindi un processo di negoziato per evitare questo rischio.Putin, NATO,

Da notare che Zelensky a minacciato ripetutamente la Russia di un bombardamento nucleare preventivo, anche se più tardi il suo segretario ha voluto rettificare le dichiarazioni (censurate dai media occidentali) per diminuire il significato di queste affermazioni. La natura psicopatica del personaggio sta diventando sempre più evidente e viene nascosta all’opinione pubblica dei paesi occidentali che lo stanno finanziando.

Tutto darebbe l’impressione in apparenza che gli USA non vogliano far precipitare la situazione in un conflitto nucleare.

Il rappresentante russo Dimitry Peskov ha rimarcato che Zelensky con la sua retorica ha chiesto l’inizio di una guerra mondiale. Lo stesso ha raccomandato ai paesi occidentali di prestare attenzione alle dichiarazioni improvvide di questo personaggio e ha ricordato che, in caso di tale conflitto, le conseguenze sarebbero mostruose per tutti.

Anche il ministro Lavrov ha ricordato che i rischi crescenti dell’uso di armi di distruzione di massa sono sempre più forti per effetto delle dichiarazioni del presidente ucraino. Tutti dovrebbero essere messi di fronte alle proprie responsabilità prima di fare dichiarazioni affrettate e prive di riscontro, come accaduto in occasione della notizia del missile in Polonia.

Prevarrà la prudenza fra i leader occidentali? Questo si vedrà a breve scadenza ma le dichiarazioni dei leader occidentali sono molto contraddittorie.

Foto: Idee&Azione https://www.ideeazione.com/di-fronte-alla-catastrofe/

19 novembre 2022

La morte di Siena, il Primo dei miei maestri. In memoriam

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Nei mesi scorsi Giovanni Perez tenne un’istruzione per il nostro gruppo, proprio su Primo Siena, molto interessante e partecipata (n.d.r.)

di Giovanni Perez

Questo ricordo “In memoriam”  è un assai modesto segno di riconoscenza verso il “Primo” – di nome e di fatto – dei miei maestri, ora che si è concluso il suo viaggio terreno. Risalendo agli anni della mia formazione culturale, assieme a tanti altri di un’intera generazione,  che fu sollecitata soprattutto dall’impegno dedicato all’azione politica, tra coloro che furono capaci di offrire i necessari “Orientamenti”, Primo Siena è il primo nome che pongo in cima ai miei ricordi. Da allora, nonostante appartenessimo a generazioni diverse, si è cementata nel corso degli anni un’amicizia profonda, frutto di colloqui che, talvolta, sono sconfinati nelle rispettive sfere private. E poi, i tanti approfondimenti, gli aneddoti, i ricordi di una vita attraverso i quali si cercava di trovare il senso della nostra comune appartenenza al medesimo mondo umano, e perciò ideale e politico. Tutto questo fino al suo crollo fisico, dal quale, purtroppo, non si è più ripreso.

Parlerò allora di lui come si conviene nelle tristi occasioni come questa, lasciando emergere anche le parole del sentimento. Primo Siena nasce il 20 novembre 1927 a San Prospero, in provincia di Modena, da una famiglia della piccola borghesia rurale. Gli fu dato quel nome, a ricordo di uno zio morto in seguito alle percosse subite da parte di un gruppo di “bolscevichi”, date le sue ben note simpatie fasciste. Il 20 settembre del 1943, aderisce al fascio repubblicano di Modena, arruolandosi il 2 novembre nel 1° Btg. Battaglione Bersaglieri “Mussolini”, della R.S.I., costituitosi a Verona il 9 settembre. Aveva allora sedici anni.

Raggiunge la zona di guerra a nord di Gorizia il 1° dicembre e partecipa agli eventi bellici fino al 30 aprile del 1945, combattendo contro il IX Corpus partigiano jugoslavo, che minacciava il fronte orientale italiano. Dal 30 aprile fu prigioniero di guerra nel famigerato campo di concentramento di Borovnica, oggi in Slovenia, fino al 30 ottobre del 1945. Raggiunse la famiglia a Verona, dove si era trasferita anche per sottrarsi alle rappresaglie da parte dei partigiani dopo la “liberazione” nei famigerati triangoli della morte.

Il 17 marzo del 1947 aderisce al Movimento Sociale Italiano, svolgendo vari incarichi politici e mettendosi subito in luce per il suo impegno nel campo della cultura, affermandosi in sede nazionale soprattutto nel settore pedagogico e didattico, partecipando da protagonista alla sezione veronese del Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori guidata in sede nazionale da Roberto Mieville, diventando dirigente provinciale e nazionale della Cisnal-Scuola e consigliere comunale a Verona negli anni del famigerato “Arco costituzionale antifascista” e della repressione del “Sistema”, guadagnandosi la stima di molti suoi avversari politici.

Collaboratore del “Risveglio Nazionale” (1949-1953) fondato da Gaetano Rasi e Cesare Pozzo, diresse con Carlo Amedeo Gamba e Carlo Casalena la rivista “Cantiere. Rassegna di critica e cultura politica” (1950-1953), per poi fondare e dirigere con Gaetano Rasi, “Carattere. Rivista di fatti e di idee” (1955-1963). Si tratta di riviste in cui Siena apportò il proprio orientamento cattolico-tradizionale, ma che erano comunque aperte anche ad altri contributi ideali e dottrinari. Proprio quest’ultima rivista rimane sicuramente la sua migliore iniziativa editoriale, in cui i temi etici e pedagogici diventarono per certi versi ancor più importanti di quelli politici e storici.

Dopo aver combattuto il comunismo nella sua manifestazione storica e militare, difendendo il fronte italiano orientale dagli assalti dei partigiani di Tito, una volta tornato ai suoi studi, Siena si pose la domanda se quella giovanile scelta di combattere dalla parte di chi era sicuramente destinato alla sconfitta, fosse davvero stata quella giusta. La risposta a questa domanda cruciale, quanto drammatica, si trova ora consegnata nelle pagine del libro Le alienazioni del secolo, in cui vengono sottoposte a critica le ideologie precedentemente combattute in una guerra vissuta, soprattutto, come guerra ideologica: la democrazia contrattualistica, il liberalismo laicistico, il social-comunismo. Questo libro venne pubblicato nel 1959 e fu premiato come manoscritto due anni prima, al concorso del “Premio Angelicum” dall’allora Mons. Montini, il futuro Paolo VI.

Sotto la guida di due autentici maestri, Umberto A. Padovani e Marino Gentile,  Siena si laureò in pedagogia nel 1964. Università di Padova, orientandosi verso un Cristianesimo in quegli anni testimoniato dalla rivista “L’Ultima”, fondata da Giovanni Papini e diretta da Adolfo Oxilia, per poi intraprendere un percorso di realizzazione interiore che lo porterà ad aderire al progetto cui diede vita la Rivista di Studi Tradizionali “Metapolitica”, animata da Silvano Panunzio, che divenne il suo definitivo punto di riferimento.

Lungo gli anni Sessanta, gli anni del Concilio Vaticano II, lo scontro tra le due anime della cultura cattolica, quella tradizionalista e antimodernista da una parte, quella progressista o modernista dall’altra, divenne particolarmente acuto, imponendo una radicale scelta di campo, che preludeva ad una adesione o meno alla Democrazia Cristiana, in nome del principio dell’unità politica dei cattolici in Italia. La scelta operata da Siena per il primo dei due campi, era in linea non solo con l’impronta esercitata dalla figura materna, ma con il magistero dei suoi maestri di sempre: Guido Manacorda, Attilio Mordini, Romano Guardini, Armando Carlini, Silvano Panunzio; scelta condivisa anche da altri illustri intellettuali della sua generazione, con i quali condivise un entusiasmante quanto difficile impegno politico: Fausto Belfiori, Fausto Gianfranceschi, Gianfranco Legitimo, Tazio Poltronieri, Giuseppe Spadaro, Piero Vassallo, Massimo Anderson, Pietro Cerullo.

Tra gli altri maestri incontrati da Siena nella metaforica “Terra di Mezzo”, Giovanni Gentile, Alexis Carrel, Michele Federico Sciacca, Russell Kirk, Giovanni Papini, Ferdinando Tirinnanzi, Vintila Horia e, nonostante la ben diversa declinazione dell’idea di Tradizione, Julius Evola, nei cui confronti c’è un debito di riconoscenza che risale agli anni in cui Siena appartenne al movimento giovanile del MSI, noto con l’appellativo di “Figli del Sole”, che lo distingue da altri pensatori cattolici tradizionalisti ai quali quel nome risultava invece del tutto inviso.

Ma la figura di pensatore e insieme di uomo d’azione, al quale a noi pare dover associare Primo Siena è quella di José Antonio Primo de Rivera, il fondatore della Falange Española, splendida figura di militante politico e intellettuale, incarnazione pura del motto paolino: Vita militia est!. Il capo della Falange, che, peraltro, accettava alcune delle critiche rivolte del marxismo al capitalismo, andando però al di là di esse, in nome di una più ampia e integrale concezione dell’uomo, fu fucilato dai social-comunisti durante la guerra civile nel 1936.

Una volta messo da parte l’impegno partitico, Siena ha approfondito una già intensa attività pubblicistica, collaborando alle principali riviste che formarono quella cultura di destra, alla quale egli contribuì soprattutto seguendo la sua vocazione di pedagogista, perciò rivolgendosi ai giovani, nei quali vedeva perpetuarsi il futuro di idee e ideali dal sapore antico e perciò perennemente attuale.

In qualità di direttore delle Scuole Italiane all’estero, Siena fu dapprima in Somalia, per poi passare nel 1978 all’area dell’America latina, in Perù e in Cile. In quella nuova realtà, ancora muovendosi sul doppio binario dell’impegno politico e culturale, Siena si è distinto nell’ambito dell’Associazione degli Italiani all’estero, guardando con interesse e curiosità ogni metamorfosi del mondo della Destra, ai cui principi egli richiamò costantemente l’attenzione dei nuovi protagonisti venuti via via alla ribalta.

Nel 1996, Siena acconsentì allo scrivente di dar vita ad una nuova serie di “Carattere”, con sottotitolo “Rassegna di cultura politica e scienze dell’uomo”, stabilendo così non solo una sorta di continuità ideale, ma un mio debito di riconoscenza nei suo confronti da parte mia, non tanto a titolo individuale, ma a nome di una generazione alla quale la sua opera aveva dato moltissimo. Il mio articolo di apertura si intitolava Per non disperdere un’eredità, quello di Siena, Per una cultura militante nel segno della continuità. Nei due numeri successivi, stampati nel 1997 e nel 2000, i suoi contributi si intitolarono: Romano Guardini. Il tramonto dell’epoca moderna e Dalla società individualista alla “Respubblica” partecipativa.

Nei suoi ultimi anni di attività, Siena si è dedicato alla Scuola italiana di Santiago, ricoprendo altresì il ruolo di rappresentante della comunità italiana del Cile, senza mai perdere i legami con la madre patria, dove un nucleo di estimatori, non solo a Verona, si dedica alla diffusione delle sue opera e all’approfondimento delle idee, ma anche delle provocazioni in esse contenute.

PRIMO SIENA. BIBLIOGRAFIA

Uomini tra la vita e la storia, (in collaborazione), C.E.N., Roma 1955.

Le alienazioni del secolo, Cantiere, Padova 1959

Il profeta della Chiesa proletaria (Emmanuel Mounier), Edizioni dell’Albero, Torino 1965.

Donoso Cortés, Edizioni Volpe, Roma 1966.

Giovanni Gentile, Edizioni Volpe, Roma 1966.

Da Cesare a Mussolini. Storia dell’itala gente, 2 voll., C.E.N., Roma 1967.

José Antonio Primo de Rivera. Scritti e discorsi di battaglia, (a cura di), Edizioni Volpe, Roma 1967 (nuova edizione Settimo Sigillo, Roma 1993).

Arriba España, (in collaborazione), C.E.N., Roma 1969.

Corporativismo e libertà. Verso un nuovo tipo di rappresentanza,Istituto di Studi Corporativi, Roma 1972.

Riforma della Scuola Italiana nel tempo europeo, Gnomes, Roma 1972.

Modello ispiratore del nuovo stato giuridico della Scuola italiana, in Almirante-Siena-Ruggiero, Salvare la scuola dal comunismo, Edizioni d.n., Roma 1974.

Alexis Carrel. Patologia della civiltà moderna, (a cura di), Edizioni Volpe, Roma 1974 (nuova edizione Il Segno, Verona 1995).

La concezione organica, in Il corporativismo è libertà, Istituto di Studi Corporativi, Roma (s.d. ma 1976), pp. 9-12.

I feticci dell’educazione contemporanea, Edizioni Thule, Palermo 1979.

Scuola del malessere, Società Editrice Il Falco, Milano 1983.

Per una «Carta della Gioventù», ora in Julius Evola, Idee per una Destra, Europa Libreria Editrice, Roma 1997, pp.61-64.

Para entender el Señor de los Anillos, (In collaborazione), UGM, Santiago de Chile 2004.

SEMPRE ANTICOMUNISTI

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il cattolico deve seguire la dottrina sociale della Chiesa e rifiutare sia il sistema liberale e laicista sia i sistemi che si rifanno al socialismo e al comunismo. 
Sull’argomento segnaliamo l’enciclica “Divini Redemptoris” di Pio XI e un seminario di studi organizzato dalla rivista “Sodalitium” e dal nostro centro studi “Giuseppe Federici”.
 
Enciclica “Divini Redemptoris” 
 
Seminario di studi: “INTRINSECAMENTE PERVERSO. I cento anni del comunismo in Italia (1921 – 2021). Perché il comunismo e il socialismo sono incompatibili con la dottrina sociale della Chiesa”. Docente: don Francesco Ricossa (Vignola, MO, 9/10/2021, XV giornata per la regalità sociale di Cristo). 
 
Prima lezione: A cent’anni dalla fondazione del Partito Comunista d’Italia. “Il Socialismo come fenomeno storico mondiale”.
 
Seconda lezione: Omicida e menzognero fin dall’inizio. Socialismo e Comunismo nel magistero della Chiesa.
 
Terza lezione: Infiltrazioni social-comuniste nel mondo cattolico. L’ateismo in Gaudium et Spes. 
 

Covid, addio restrizioni. E le viro-star frignano

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di Matteo Milanesi

Eliminato il bollettino Covid e reintegrati i medici no vax. Ecco i primi segnali del nuovo governo di Giorgia Meloni

Il governo cambia, la pandemia è tramontata, gli italiani vaccinati sono oltre il 90 per cento del totale, ma le viro-star non sembrano voler mollare. Il monito rimane sempre lo stesso: avvertimento spargi-panico sull’arrivo di nuove ondate (puntualmente senza portare alcun incremento della pressione ospedaliera), che andrebbero a legittimare ulteriori chiusure, restrizioni e limitazioni.

Il grande preso di mira di queste ultime ore è, senza alcun dubbio, il governo Meloni. Il neoministro della Salute, Orazio Schillaci, ha disposto l’abolizione del bollettino Covid giornaliero ed il reintegro del personale sanitario non vaccinato, sospeso precedentemente da Mario Draghi e Roberto Speranza. Inutile dire la reazione delle viro-star: attacchi isterici, previsioni apocalittiche, rispolvero della formula che associa il negazionismo pandemico alla destra.

“Bollettino ogni mezza giornata”

Primo su tutti, come sempre, è stato il virologo Massimo Galli, secondo cui l’eliminazione del bollettino sarebbe una “misura immotivata”, applicata da chi vuole “calcare la mano per motivi che non sono scientifici e che di questo fanno un po’ una bandiera” (ed eccolo qui il rispolvero negazionista di cui abbiamo appena parlato). Da neoeletto ed esponente del Partito Democratico, non può mancare lo zanzarologo Andrea Crisanti, il quale si supera, affermando come la sua idea (e quella dei dem) sarebbe quella dell’istituzione di un bollettino ogni mezza giornata. Un memento mori ogni poche ore, tanto per terrorizzare la fascia popolare più anziana, sicuramente più fragile, ma che si avvia alla somministrazione della quinta (quinta!) dose di vaccino anti-Covid.

“Gestione ordinaria”

Nonostante le posizioni di qualche mese fa, rigorosamente pro-green pass, pro-restrizioni, pro-lockdown, è l’Ordine dei Medici che sembra aver invertito la rotta: “Mi pare che il ministro abbia un’idea caratterizzata dal senso di responsabilità e da un ragionamento che tiene conto dell’andamento della pandemia. Si va verso una gestione ordinaria, di normalizzazione, e in questo senso rendere il bollettino settimanale mi pare coerente”, ha affermato il medico Anelli. Eppure, qualche rimasuglio ideologico della politica dirigista di Roberto Speranza è ancora presente: “Se succede come in Germania, dove i casi e i decessi sono aumentati, potremmo tornare ad avere una percezione più frequente di quello che sta succedendo”. Insomma, è il classico “fine emergenza mai”: a seconda dell’andamento del trend pandemico, indipendentemente dalle dosi di vaccino somministrate, gli italiani dovranno essere sempre pronti a vedersi limitate le proprie libertà personali.

Accoglie con estremo favore, invece, il virologo Matteo Bassetti parlando di “decisione giustissima”; mentre è un’altra viro-star a rimanere scettica sull’intervento di Schillaci: l’ex consigliere di Speranza, Walter Ricciardi, il quale ha confessato di essere “perplesso” sulle nuove misure adottate dalla coalizione di centrodestra.

Addio viro-star

Ma la vera bomba è arrivata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che nella giornata di ieri ha lanciato un monito al governo Meloni, quasi a voler indicare un proprio dissenso rispetto al cambia di rotta adottato dopo l’addio di Roberto Speranza: “Mantenere alta la sicurezza soprattutto dei più fragili, dei più anziani, di coloro che soffrono per patologie pregresse”, ha specificato ieri il titolare del Quirinale.

In questa fase, almeno sul lato della lotta al Covid, Giorgia Meloni pare essere un fiume in piena, contro tutto e tutti, abbattendo la frangia viro-star che vorrebbe tenerci serrati in casa, chiusi in nome del tanto sbandierato “modello cinese” di questi due anni emergenziali. La musica sembra essere definitivamente cambiata. Finalmente, si è arrivati alla consapevolizzazione di una malattia trasformata a semplice influenza, imparagonabile rispetto a quella che era la sua rilevanza pochi mesi fa. Ed anche i chiusuristi, prima o poi, se ne dovranno fare una ragione.

Matteo Milanesi, 29 ottobre 2022 https://www.nicolaporro.it/covid-addio-restrizioni-e-le-viro-star-frignano/

La marcia su Roma vista da Verona, il “terzofascio” fondato appena due giorni dopo San Sepolcro

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di Giovanni Perez

Il ritorno dei reduci della Grande guerra, in ogni città dell’Italia vittoriosa, fu seguito dalla medesima situazione di scontro politico e sociale, che, soprattutto, si svolse nelle città del Nord. Quei reduci avevano vissuto Caporetto, il Grappa, il Piave e Vittorio Veneto, avevano messo in gioco la propria vita per il bene superiore della Patria, avevano condiviso nelle trincee un cameratismo che tutti li accomunava, oltre le loro differenze e le regioni di provenienza; avevano acquisito per il resto dei loro giorni lo spirito cameratesco del fronte, in cui risuonava l’eco delle urla, delle bombe, dei reticolati, delle tempeste di fuoco. Era una generazione divenuta adulta guardando in faccia la morte, e ora doveva troppo in fretta affrontare una nuova vita.

Finita quella guerra, presero corpo non pochi miti: quello della vittoria mutilata, primo di ogni altro. Gabriele d’Annunzio, una leggenda vivente, diffondeva anche in politica uno stile, fatto di canti, divise, gagliardetti e formule dal sapore antico, come il celebre “Eia, eia, alalà!”, conquistando l’italianissima Fiume, in un’impresa partita da Ronchi il 12 settembre 1919 e coronata con la visionaria Carta del Carnaro, prima del tragico epilogo.

I socialisti aizzarono le masse contadine e operaie, contrapponendo italiani contro italiani, cercando quella rivoluzione che doveva portare anche in Italia le soluzioni imposte in Russia dai bolscevichi guidati da Lenin. Ma a fronteggiare i sovversivi vi furono proprio molti di quei reduci, che, smessa la divisa da alpino o da granatiere, avevano indossato la camicia nera. Mussolini colse nella sua drammaticità l’impotenza della classe politica liberale, la sua inadeguatezza e incapacità di fronte alla drammaticità del momento. Incapacità di fronteggiare il «pericolo rosso» che, arrivato alla sua fase estrema nel “biennio rosso”, con l’occupazione delle fabbriche e gli scioperi generali, si scontrò con le squadre fasciste, formate dai reduci e dagli arditi, da nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari, futuristi. Il tentativo di realizzare anche in Italia la rivoluzione socialista e comunista, con il suo progetto collettivista, la sua negazione della proprietà, della patria, dello Stato, della religione, fu sconfitto.

Furono anni in cui la lotta politica si combatté anche con la violenza, che oggi viene identificata solo con quella dello squadrismo, sebbene la realtà storica sia molto diversa, e si potrebbe cominciare con il ricordare il cruento episodio occorso ad Empoli, dove i socialisti uccisero e seviziarono diversi carabinieri e marinai, gettandone i corpi nell’Arno. Si potrebbe così continuare ricordando l’attentato al Teatro Diana e il tragico episodio dell’eccidio di Sarzana, che costò la vita a ben diciotto fascisti, cui era stato teso un agguato in un clima assurdamente festoso, da Rivoluzione francese. Questo era il clima e alla violenza dei social-comunisti, tra i quali si distinsero per ferocia gli “arditi del popolo”, si rispondeva con la violenza.

Nel medesimo crogiuolo, come si disse, finirono, in attesa di una sintesi, le varie reazioni spiritualistiche che si contrapposero al positivismo e al materialismo, una dottrina dello Stato espressione della nazione, i principi di una riforma della pedagogia e della Scuola, molte idee artistiche e letterarie oscillanti fra tradizione e modernità. In altri campi, s’imposero dottrine ispirate dal nazionalismo, dal sindacalismo rivoluzionario e dalla dottrina sociale della Chiesa, che invocavano il superamento delle concezioni economiche del liberismo e del socialismo. Da tutto questo retroterra fatto di dottrine, miti e simboli, attinse Mussolini per il suo tentativo rivoluzionario di edificare lo Stato nuovo, mentre altri elementi del primo programma fascista vennero invece messi da parte, come l’opzione repubblicana, in nome di un Fascismo come prosecuzione del Risorgimento nazionale.

Aderirono al fascismo filosofi provenienti dall’idealismo, come Giovanni Gentile, letterati e artisti, come Luigi Pirandello, Filippo Tommaso Marinetti, Mario Sironi ed anche scienziati, come Guglielmo Marconi e Orso Mario Corbino. Qualcuno ipotizzò che la nuova Italia fascista potesse creare un nuovo tipo umano, forgiato da una specifica etica; altri videro nella dottrina del corporativismo il superamento dell’egoismo capitalistico, così come della lotta di classe; altri ancora videro nel mito della “Giovinezza” l’occasione per realizzare una nuova idea di città, sperimentando inedite concezioni architettoniche e urbanistiche. Per quegli uomini nel simbolo del fascio non si intravedevano gli aspetti liberticidi del totalitarismo, ma quelli della ritrovata concordia nazionale, dell’appartenenza ad un comune destino, il prevalere del bene comune su quello degli egoismi di parte. Vennero perciò, nonostante le leggi del 1925 e la dittatura, come riconobbe il grande storico Renzo De Felice, gli “anni del consenso” al Regime, con tanto di riconciliazione con la Chiesa, al punto che in Mussolini si vide l’uomo della Provvidenza e il crocifisso, che era stato bandito dalle scuole, vi ritornò.

Quel consenso fu diffuso e sincero, almeno fino all’avvicinamento con la Germania e la promulgazione nel 1938 delle Leggi sulla difesa della razza italiana. Molti fascisti di origine ebraica, la cui storia non è stata ancora adeguatamente considerata, videro crollare la propria fede nel Regime, che loro stessi avevano contribuito a edificare; un nome per tutti loro, quello di Gino Arias, che fu tra i maggiori teorici del corporativismo.

Il primo Fascio di combattimento fu creato a Milano, in Piazza San Sepolcro, il 23 marzo del 1919. A Verona, dove fu fondato il Fascio Terzogenito soltanto due giorni dopo, su iniziativa di Italo Bresciani, Mussolini aveva vissuto alcune pagine molto significative della sua vita, come raccontò Carlo Manzini in un suo celebre libro Il Duce a Verona. Dal 1905 al 1938.

Anche da Verona i giovani fascisti partirono alla volta di Roma, e fu il 28 ottobre, quando, sotto la reggia sfilarono cinquantamila camicie nere, inneggianti alla grandezza della patria italiana. Il Re non volle spargimento di sangue e l’esercito li aveva perciò lasciati sfilare, semmai solidarizzando con loro, in nome proprio di quel comune “spirito del fronte” mai tramontato, così come del resto era accaduto a Napoli, il 23 precedente, quando vi fu una sorta di prova generale con un’adunata cui partecipò lo stesso Mussolini.

In terra scaligera aderiranno al fascismo eminenti protagonisti della cultura, non solo locale: Alberto de’ Stefani, Luigi Messedaglia, Guido Valeriano Callegari, Umberto Grancelli, Siro Contri, Paolo Bonatelli, Egidio Curi, Michele Lecce. A questi nomi aggiungerei Guido Fracastoro, discendente del ben più celebre e celebrato Girolamo e Bruno Aschieri, tra i fondatori agli inizi degli anni Trenta del Gruppo futurista veronese, poi intitolato a Umberto Boccioni.

Fracastoro fu autore di una rievocazione autobiografica che prende le mosse negli anni “della lotta anticomunista del dopoguerra”, in nome di una rivolta ideale poi sfociata nella rivoluzione del 28 ottobre, intitolata Noi squadristi, pubblicata nel 1939 e dedicata alla figura del padre, un fascista della prima ora, che conobbe appena, giusto in tempo per riceverne le consegne. Aschieri ci ha lasciato una gustosa rievocazione intitolata Squadrismo veronese in miniatura nel 1921, pubblicata nel 1934, in cui ricostruisce la genesi dell’Avanguardia studentesca fascista a Verona nel 1920.

Un po’ futurista si definì peraltro il settimanale “Audacia”. Organo di battaglia dei Fasci di Combattimento di Verona e Provincia”, diretto da Edoardo Malusardi, che uscì il 15 gennaio 1921, la cui consultazione per comprendere e ricostruire gli esordi del Fascismo veronese è ancora oggi essenziale.

Edoardo Pantano fu tra i giovani sostenitori di “Audacia” e oggi suo figlio Antonio, ha scritto un libro in cui si ricostruisce l’amicizia tra suo padre e Angelo Dall’Oca Bianca, il celebre artista che aderì convintamente al Fascismo e che aveva conosciuto Mussolini ancor prima della Grande guerra. Dall’Oca morì nel maggio del 1942, prima del crollo di quel mondo in cui aveva creduto, ma fece in tempo a progettare e costruire un “Villaggio” per i veronesi meno abbienti, che portava il suo nome ed è ancora oggi parzialmente abitato, quasi a testimoniare la metafora di una eredità incancellabile.

Pubblicato anche sul quotidiano L’Adige: https://www.giornaleadige.it/la-marcia-su-roma-vista-da-verona-il-terzofascio-fondato-appena-due-giorni-dopo-san-sepolcro/

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