Meloni si è mossa bene…perché ha cambiato posizione su tutto

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di Matteo Castagna

Oramai in Italia è quasi più facile cambiare sesso che cambiare posizione sull’Europa

La prestigiosa rivista americana Geopolitical Futures del mese di Aprile ha pubblicato un interessante articolo del suo fondatore, Prof. George Friedman, ungherese, naturalizzato statunitense, che conosce da anni le dinamiche del potere, di cui si occupa anche come insegnante di scienze politiche e scrittore di testi particolari, inerenti il mondo e i suoi sviluppi.

“Il sistema politico americano non è più in grado di gestire le crisi domestiche. Mai nella storia le faglie socio-economiche e istituzionali sono esplose insieme. Ci salverà l’innovazione tecnologica. E la strategia resterà centrata sul potere navale“. Per quanto Cina e Russia siano Paesi molto importanti, il perno del mondo è l’America. Gli Stati Uniti hanno la più grande economia del pianeta, la più potente forza militare e rimangono i leader nell’innovazione tecnologica. Gli avvenimenti degli ultimi anni, in particolar modo l’impennata della tecnocrazia, a prescindere dalla ricaduta sui popoli, sono la cinica diretta conseguenza del collasso interno a stelle e strisce.

Negli USA è in corso una crisi sociale, seguita da un’enorme crisi economica, di cui non si ricordano precedenti, quanto alla crisi sistemica in atto, che ha messo in ginocchio la Superpotenza anche con una crisi politica e una grave crisi istituzionale a livello federale. Friedman osserva, acutamente, che, mentre, in passato, le questioni sociali si attenuavano prima che emergessero guai letali nel sistema economico, oggi le rivendicazioni sociali sono al massimo della loro intensità, sul piano religioso, morale e culturale. Stanno divenendo logoranti, più perdurano. I fallimenti bancari si sommano a questi problemi, non riuscendo più a metterli a tacere. L’incapacità di attenuare le questioni sociali, inclusa l’esplosione fallimentare della società multirazziale ed il fenomeno gender fluid, i problemi economici e gli attriti tra le istituzioni federali rendono il quadro odierno molto diverso rispetto al XX secolo. La rabbia e l’odio tra americani, cui assistiamo, ogni giorno, sono un’anomalia. Noi europei dobbiamo considerare le proporzioni: negli Stati Uniti ci sono 335 milioni di abitanti, ovvero oltre 5 volte e mezza la popolazione italiana.

Il Prof. Friedman ritiene che questa situazione non reggerà oltre le prossime elezioni. L’impatto del conflitto in Ucraina sarà probabilmente amplificato. Certamente il prossimo Presidente dovrà affrontare il fallimento sistemico interno, prendendo le mosse dalla sua mole e gravità. Il professore si fida della politica statunitense basandosi sulle capacità dimostrate dai vari presidenti di risollevare il Paese dopo le batoste degli anni Trenta del XIX secolo con Andrew Jackson, poi dopo la crisi succeduta alla guerra civile con Rutherford Hayes; come dimenticare Franklin Delano Roosvelt che assecondando il rifinanziamento del sistema bancario rimise in piedi la società. E Reagan, invertendo la strategia di Roosvelt, aumentò la moneta in circolazione per gli investimenti delle imprese, contenendo l’inflazione e dando una spinta fondamentale alle Aziende. Senza ironia, il Prof. Friedman dice che sono i Presidenti a dettare la linea e che, male che vada, “anche se uno di essi fosse un idiota senza speranza, avrebbe comunque a disposizione una serie di istituzioni e consiglieri a tenerlo sotto controllo” (cfr. Limes – Aprile 2023).

Il Prof. Friedman è convinto che la prossima innovazione, grazie alla quale l’America troverà il modo per rialzarsi, sarà legata alla medicina e alla demografia. Effettivamente, da almeno due anni tutti i segnali sembrano andare verso queste due direzioni. Non è detto che ogni innovazione venga messa a disposizione del bene comune, perché nel machiavellico sistema democratico occidentale, il fine è il bilancio degli Stati, il mezzo è la tecnologia e l’uomo esiste per accidens, se può essere complementare al Sistema di potere e riassetto economico. Altrimenti si butta via e, magari lo si sostituisce con l’Intelligenza Artificiale. O, ancor peggio, se ne tiene quanto serve alla produzione e l’altra parte si lascia morire in qualche modo. col classico e satanico disprezzo per la Vita e per il Creatore che ha sempre caratterizzato la politica dei Principi di questo mondo, avidi e corrotti.

E la nostra amata Italia? Come si muove Giorgia Meloni nello scenario predetto? Leggere Luigi Bisignani, in questi momenti, è sempre utile, perché non vi è alcuno più informato di lui sulle vicende di Palazzo Chigi e dintorni. “Sì è mossa bene. – risponde l’editorialista de Il Tempo – Contro ogni previsione”. Ma se ha cambiato posizione su tutto??? “Appunto! Non poteva fare altrimenti. Il governo sarebbe durato una settimana. E’ proprio per come ha gestito queste metamorfosi che è stata brava. Oramai in Italia è quasi più facile cambiare sesso che cambiare posizione sull’Europa”. Siamo nel gender fluid. “E di conseguenza anche nel politics fluid”. …”Si sta costruendo come “regina degli scacchi” e sarà determinante nella scelta dei prossimi vertici delle istituzioni Ue. […] Le nomine in Europa per Meloni saranno una passeggiata rispetto al rodeo di quelle italiane. Metsola vuole fare la presidente della Commissione, Von der Leyen vuole andare alla NATO, Gentiloni punta a fare il presidente del Consiglio europeo. Chiaro e semplice”. (I Potenti al tempo di Giorgia, L. Bisignani e P. Madron, ed. Chiarelettere, maggio 2023) Non per il popolo, che delle spartizioni non è interessato, ma osserva che di “bene comune” non si parla mai. Brutta parola? Certissimamente – risponderebbe Cetto Laqualunque – perché di quella cosa lì, a noi politici non ce ne frega.

 

articolo completo: Meloni si è mossa bene…perché ha cambiato posizione su tutto – Affaritaliani.it

Articolo ripreso anche da www.2dipicche.news di Domenica 4 giugno e da InFormazione Cattolica di lunedì 5 giugno 

“Maltempo in Emilia Romagna? Il clima non c’entra, colpa degli amministratori”

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di Antonio Amorosi

Alla faccia dei gretini…(n.d.r.)

 

Maltempo in Emilia Romagna, ad Affari il parere di un dirigente del Comune di Bologna e di un ingegnere privato esperto del settore (che hanno preferito l’anonimato). Guarda il video del crollo sui colli in Romagna 

 

Ingegner K, sta vedendo le immagini?

“Non ascoltate quel branco di scemi in tv, non è il cambiamento climatico… E’ che non fanno le manutenzioni da decenni, in tutta la regione e quasi ovunque in Italia. In Emilia Romagna le macchine idrauliche che tengono sono del 1933, lo può capire un bambino leggendo: c’è scritto sugli impianti ‘Riva 33’. E poi ci sono opere degli anni ‘60. Opere su cui nessuno fa manutenzione. Motori elettrici che funzionano ma hanno quasi cent’anni. Non abbiamo fatto nulla di nuovo? A Ferrara non è accaduto nulla perché ci sono opere imponenti delle bonifiche del fascismo e degli anni ‘60. E’ un problema culturale non politico. Se fai un argine alto 200 metri, sai che per un certo periodo non verrà superato ma prima o poi accadrà: è statistica. Che tracimi ci sta, ma se crolla è un problema strutturale, tecnico, non dovuto alle precipitazioni. Non è colpa solo dei politici, è un problema culturale”.

Perché culturale?

“Perché si preferisce spendere i soldi in cose visibili, che diano consenso nel nostro modello di società. Chi è che fa l’inaugurazione di una fognatura, di un argine e si prende dei meriti? Lo ha mai visto? Che consenso porterebbe al politico di turno?”

GUARDA IL VIDEO dei colli in Romagna… poi continua a leggere l’intervista

Ma se crolla un argine?

“Sarebbe come accusare il sole perché crolla una casa. L’argine deve rimanere in piedi. La domanda è: chi fa manutenzione? Chi va a pulire? Chiaramente sono fenomeni enormi che esistono da millenni…”

E’ un problema che in Italia si trascina da decenni: quando le competenze di manutenzione sono passate dall’Anas agli enti locali questi non le hanno implementate e non fanno le manutenzioni…

“Non c’è Genio Civile, il Provveditorato alle Opere pubbliche non fa più niente, se non alcune ristrutturazioni. I Comuni non hanno strutture tecniche vere. Sono sessanta, cento anni che non si fa niente. La gente neanche sa cos’è il Cavo Napoleonico, ripreso negli anni ’60, che è il canale artificiale della pianura emiliana che collega i fiumi Reno e Po. Non è straripato il Reno perché hanno aperto il Cavo napoleonico. Ma chieda a 9 persone su 10 in Emilia Romagna cos’è il Cavo, non lo sanno ma è la cosa che gli permette di non essere sopraffatti dalla natura”.

Come vede il dibattito pubblico o quello che ne resta?

“È tornata fuori gente che dice cose a caso, che dipende da dove abbiamo costruito le case, l’adagio secondo il quale gli uomini vanno a costruire nelle zone dove non devono. Ma dove accade in Emilia-Romagna? Cesena è stata costruita nella zona di fondazione romana. Costruzioni abusive? L’acqua che arriva in Piazza Maggiore a Bologna sarebbe causa di quale abuso? Dicono cose a caso in tv”.

Ma ci sono piani ovunque..

“E’ l’altro vero problema umano: siamo in mano a gente che parla, parla, pianifica, parla, pianifica, parla e non spende una lira di risorse per fare dei lavori. Altrimenti sono cose naturali. Ma se l’uomo non fa niente… L’acqua si ferma con delle dighe, con dei canali, con degli argini, consolidando strade, non facendo piani. Non sta succedendo niente di incredibile. Dovremmo fare dei lavori non chiacchiere: di piani ne abbiamo finché ne vogliamo e spendiamo soldi per fare cazzate di ogni tipo. Faccio un esempio: il PNRR cosa finanzia di queste opere? La comunità europea su esigenze di Paesi del Nord Europa ci impone di costruire cose che in Italia non servono a un cazzo, tutto tranne rincorrere il dissesto idrogeologico”.

 

Articolo completo: “Maltempo in Emilia Romagna? Il clima non c’entra, colpa degli amministratori” – Affaritaliani.it

Alluvione, Bonaccini ko. Mezza protezione civile in ufficio non sul territorio

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di Antonino Amorosi

Dopo le alluvioni disastrose dell’Emilia Romagna, i morti e i senza tetto Paolo Zanca, vecchio socialista iscritto ad Azione con una lunga carriera alle spalle, da fine conoscitore della macchina amministrativa locale, dopo anni di silenzio ha deciso si parlare con Affaritaliani: “Dal 2015 al 2023 quanti interventi di messa in sicurezza del territorio sono stati fatti?”

 

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“Dove è il report delle cose realizzate da Bonaccini e Schlein per contenere le alluvioni? Qua tutti parlano ma nessuno chiede il report. Come mai? Va chiesto per rispetto a chi è morto e a chi ha perso tutto. Ma lo sa come funziona la Protezione civile dell’Emilia Romagna?

 

 

 

 

Come funziona?

“E’ una macchina da ringraziare, come tutti i vari corpi di polizia intervenuti e tutti i volontari, ma la Regione ha da anni spostato tutta la messa in sicurezza del territorio sulla propria Protezione civile regionale”

Ma non interviene solo per le emergenze?

“No, dalla Regione volevano creare, dicono loro, una pratica innovativa perché l’intervento nelle emergenze deve coniugarsi con la prevenzione e la messa in sicurezza del territorio. Benissimo. La domanda che mi sento di fare è: dal 2015 al 2023 quanti interventi di messa in sicurezza del territorio sono stati fatti? Vogliamo in numeri, dove e come sono stati fatti. Si può fare questa domanda? Perché c’è un particolare non trascurabile”

Quale?

“Per legge, il bilancio della Protezione civile dell’Emilia Romagna viene redatto dal dirigente della Protezione civile con una determina, poi passa in prima commissione assembleare per un parere che non è vincolante, dopodiché viene approvato dalla giunta regionale ma non passa mai in Consiglio regionale”

 

Quindi nessuno conosce il dettaglio degli interventi e delle spese?

“Le chiedo perché in Consiglio regionale non passano”

Paolo ZAnca
Paolo Zanca

Ma come è possibile?

“A me interessano le cose pratiche non l’ideologia. Da quando la politica è diventato tifo da stadio per gli ultrà le cose pratiche scompaiono, che fare con i problemi e quali soluzioni. C’è solo il ‘io tifo per questo, io sto con la Schlein, tu stai con Giuseppina’. E’ la mela marcia del populismo italiano che ora si condisce di cambiamento climatico. Ma che interventi sono stati fatti e quali, finora? Si può sapere? Non mi interessano le religioni”

Eppure l’apparato burocratico di enti come la Protezione civile dell’Emilia Romagna esiste ed è imponente o no?

Ha visto quanto addetti ha la Protezione civile di Bonaccini?

Sì…

“I volontari sono migliaia ma sono 500 quelli dell’agenzia regionale e ha visto quanti di questi 500 sono apparato amministrativo?”

Sono quindi negli uffici …

“Quasi il 50%. E che vuol dire?”

Che circa 250 persone dovrebbero controllare ogni rivolo dell’Emilia Romagna…

“E vuol dire anche che se ho un bilancio di 100, faccio un’ipotesi, 50 li devo spendere per mantenere in vita il mio ente. Vuol dire che ogni volta che investo un euro ne spendo due per investirlo. È una follia”

Direi totale

“Scrivono che da quando hanno fatto la riforma del 2015 hanno assunto 80 persone di qua, 50 di là e sono arrivati praticamente a 500 addetti ma 240 sono amministrativi”

Di chi è la scelta?

“Di chi è? Hanno ritenuto che questo è il modo più efficace. Il mio vuole essere un ragionamento costruttivo. Ma visto il disastro queste domande vanno fatte. E’ questo il modo più costruttivo?”

A noi risulta che su 159 milioni di bilancio che la Protezione civile doveva utilizzare per interventi alla fine ne sono stati utilizzati 11,6 per la difesa del suolo. E’ corretto?

“Questo è quello che compare dalle carte. Per questo chiedo chiarezza al presidente della Regione Bonaccini. Le carte possono essere anche interpretate male ma secondo me qualcuno deve rispondere e dirci anche degli anni precedenti che scompaiono”

Cioè?

“Il piano di manutenzione del territorio della regione 2022-2024, 378 pagine, contiene di tutto salvo il resoconto di quello che e’ stato realizzato negli anni precedenti”

Dopo il passaggio delle competenze dall’Anas agli enti locali quelle competenze sono state assorbite dai nuovi uffici, per il controllo del territorio?

“Molte regioni avevano passato queste competenze alle province ma le province come sappiamo grazie a un meraviglioso intervento riformatore del maestro dei riformatori italiani, cioè Matteo Renzi, come noto sono state abolite, e quindi sono tornare alle regioni”

Lei è ironico…

“No assolutamente. L’uomo che, in pochi anni, passa dal 42% a percentuali ridicole e che ogni volta che qualcuno fa qualcosa, dice ‘ma il mio governo lo aveva già fatta di qua e di là” è un esempio per tutti. Tra le cose di cui si dovrebbe vantare è come ha affrontato la tematica delle province che sono state distrutte, tanto è vero che oggi si pensa di rifarle. Questo passaggio di deleghe è stato devastante. Prima c’erano i cantonieri provinciale che almeno facevano attività di sorveglianza, i cantonieri dell’Anas che facevano sorveglianza e avvertivano sulle zone a rischio”

In generale avere un’idea politica, più o meno legittima o interessante, non vuol dire saper fare politica… ci sta dicendo questo?

“Con me sfonda una porta aperta. Il mio vecchio professore di storia medievale mi spiegava che nel 500 il Po è esondato 12 volte, come esondavano il Tevere e l’Arno. Sono eventi che si sono ripetuti nella storia ambientale climatica molte volte. Ora vediamo errori di cementificazione del suolo e di costruzione sugli alvei dei fiumi, mancanza di manutanzione del territorio. C’è una variazione di carattere climatico, certo. Ma anche il climatologo Franco Prodi, fratello di Romano, propone un punto di vista diverso di leggere il rapporto tra cambiamento climatico e impatto delle attività umane. Considerare l’uomo come responsabile dei cambiamenti climatici è scientificamente infondato, non ci sono prove, anche perché le nostre conoscenze sul sistema metereologico e climatico sono veramente limitate a poco tempo. Abbiamo sequenza di studi sul cambiamento climatico molto limitate. Quindi invece di concentrarsi sul ‘credo’ e sulle discussioni da bar concentriamoci su cosa si è fatto concretamente in un’area che nasce come una palude e che storicamente è sempre stata inondata. Aspetto delle risposte”.

 

Link articolo completo: Alluvione, Bonaccini ko. Mezza protezione civile in ufficio non sul territorio – Affaritaliani.it

Bilderberg, da Lilli Gruber a Sanna Marin: chi partecipa al meeting dei potenti globalisti e perché

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di La Redazione

Roma, 22 mag – Cosa ci fanno Lilli Gruber e Sanna Marin al meeting del Club Bilderberg, ormai celebre think tank dei potenti globalisti? Mistero della riservatezza elitaria. Perché gli invitati che prendono parte all’incontro, non possono divulgare alcun ordine del giorno dettagliato ufficiale né è riferibile successivamente quanto discusso. Dunque conosciamo solo quanto riportato sul sito ufficiale del Club, ovvero l’elenco dei partecipanti e i temi che verranno trattati, senza però sapere esattamente come, a quale scopo, con quali presupposti. Ma andiamo con ordine, per capirci di più.

Bilderberg, da Lilli Gruber e Sanna Marin: chi partecipa al meeting dei potenti

Gli italiani che hanno partecipato quest’anno al 69esimo incontro del Club Bilderberg, a Lisbona, sono ufficialmente tre: la conduttrice di La7 Lilli Gruber, l’ex As di Snam Marco Alverà e il commissario Ue, nonché ex premier, Paolo Gentiloni. La Gruber, della quale molti hanno notato l’assenza a Otto e Mezzo negli ultimi giorni, è ormai di casa al Club. Quando nel 2015 i potentoni si riunirono a Telfs-Buchen, in Austria, dall’11 al 14 giugno, vennero infatti invitati cinque italiani: il presidente di Fiat Chrysler Automobiles John Elkann, il re dell’acciaio italo-argentino Gianfelice Rocca, Mario Monti, l’ex presidente di Telecom Franco Bernabé e appunto Lilli Gruber (presente già 2013 e di nuovo invitata nel 2016 a Dresda).

Tra i non italiani presenti a Lisbona, fra gli altri, c’erano anche il vicepresidente della Commissione europea Josep Borrell, lo storico Niall Ferguson, l’ex segretario di Stato Usa Henry Kissinger, il primo ministro finlandese Sanna Marin e il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Oltre al direttore dell’Intelligence nazionale statunitense, Avril Haines e al direttore senior per la pianificazione strategica americana presso il Consiglio di sicurezza nazionale, Thomas Wright. Ma c’era pure Jen Easterly, direttore dell’Agenzia per la sicurezza informatica e delle infrastrutture. E ancora: il Ceo di OpenAI Sam Altman, quello di Microsoft Satya Nadella, il capo di Google DeepMind Demis Hassabis e l’ex Ceo di Google Eric Schmidt.

Il mistero del Club

Il primo incontro del Club si tenne, su iniziativa del banchiere David Rockefeller, il 29 maggio 1954 presso l’hotel de Bilderberg a Oosterbeek, vicino Arnhem, nei Paesi Bassi. Da allora, ogni anno, un centinaio di uomini politici, giornalisti, esponenti della finanza si riuniscono periodicamente a porte chiuse. Il Club, come sopra accennato, non prevede conclusioni scritte né comunicati. Avvicinarsi all’incontro, è pressoché impossibile a causa di un apparato di sicurezza privato efficientissimo e che non bada tanto per il sottile. La natura profondamente oligarchica della struttura è stata denunciata per decenni da isolati gruppi della cosiddetta destra radicale, fra il disinteresse o l’ironia generale, salvo divenire da qualche anno un tema di dibattito pubblico. Inutile dire che ha alimentato pure esagerazioni complottiste. Quest’anno a parte l’Ucraina, sono state queste le questioni che hanno ufficialmente dominato le riflessioni a Lisbona: intelligenza artificiale, transizione energetica, conflitto russo-ucraino, contenimento della Cina e leadership statunitense. Insomma, si sono affrontati i macrotemi del momento. Di per sé, nulla di sconvolgente. L’unico obiettivo, più o meno manifesto, è legare il più possibile l’Europa agli Stati Uniti. Ma alcune domande sono d’uopo: è accettabile che personalità istituzionali partecipino a questo tipo di incontri senza che poi rivelino nulla di ciò che è stato detto? A che titolo vi prendono parte? E a quale scopo?

 

Articolo compelto: Bilderberg, da Lilli Gruber a Sanna Marin: chi partecipa al meeting dei potenti globalisti e perché (ilprimatonazionale.it)

Per trovare la strada a coloro che vogliono ascoltare la verità

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di Alexander Kornilov

Discorso alla 1° Conferenza globale sul multipolarismo del 29 aprile 2023

Il crollo dell’Unione Sovietica ha cambiato l’equilibrio internazionale del potere. Il mondo bipolare è stato sostituito da un mondo unipolare, il che ha avuto ripercussioni sui mezzi di comunicazione di massa, con il liberalismo che si è imposto e ha permesso ai media liberali di dominare l’agenda globale delle notizie.

Ma alcuni anni fa la situazione ha iniziato a cambiare. Il mondo è diventato multipolare, molti Paesi hanno scelto il proprio modo di sviluppare i media. È scoppiata una nuova guerra fredda, mentre il vecchio confronto tra capitalismo e socialismo è stato sostituito da dibattiti o, in alcuni luoghi, da vere e proprie battaglie tra i campioni del corso economico liberale e i sostenitori di una politica interna statale incentrata sul popolo.

Ora il nostro compito principale è quello di eliminare gli ingannevoli media liberali mainstream e trovare un modo per condividere informazioni veritiere con i Paesi del cosiddetto miliardo d’oro, raccontando loro la diversità del mondo e lo sviluppo dinamico di altri centri di gravità.

In Europa si è verificata una scissione ideologica che ha avuto un impatto anche sui media. La maggior parte dei media russi è stata bloccata in molti Paesi, non solo in quelli ostili. I megaprogetti russi del valore di molti miliardi non sono riusciti a riorganizzarsi in tempo nonostante i numerosi avvertimenti. Purtroppo, non svolgono alcun ruolo significativo come organi di informazione stranieri in Europa. Semplicemente non esistono più.

Per trovare sostenitori di un mondo multipolare in Europa, dobbiamo creare nuovi organi di informazione, unire gruppi interni europei nei social media e altre risorse. Potremmo iniziare con il supporto dei media lanciati dai connazionali russi.

Dobbiamo imparare a lavorare insieme a coloro che simpatizzano con la Russia, sostenendo così un mondo multipolare. Con coloro che non sono nostri compatrioti, ma che amano la Russia e sono pronti a dire la verità su di essa sui social media e sulle pagine pubbliche degli altri Paesi.

Ci sono davvero molte persone pronte ad ascoltare la verità, basta trovare la strada per raggiungerle. Camminate e arriverete.

Grazie per l’attenzione!

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacinia

 

Leggi l’articolo completo: Per trovare la strada a coloro che vogliono ascoltare la verità | Геополитика.RU (geopolitika.ru)

PARTENARIATO ORIENTALE, LA SCOMMESSA GEOPOLITICA DELL’UE CHE STA INABISSANDO L’EUROPA

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di Laura Ruggeri

 

La cooptazione di sei paesi ex-sovietici da parte dell’Unione Europea li ha trasformati in un campo di battaglia per la guerra ibrida contro la Russia e ha fondamentalmente minato l’architettura della sicurezza europea.

Nel febbraio 2007, alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, Vladimir Putin pronunciò un discorso molto incisivo che segnalava la ritovata fiducia in se stessa della Russia e annunciava il desiderio e la disponibilità di Mosca a svolgere un ruolo di primo piano nelle relazioni internazionali. In quella sede il presidente russo criticò come pericolosi e futili i tentativi degli Stati Uniti di creare un ordine mondiale unipolare in un momento in cui stavano emergendo nuovi poli. Sottolineò anche con forza che l’espansione della NATO e il dispiegamento di sistemi missilistici nell’Europa orientale costituivano una minaccia per la sicurezza della Russia. Gli Stati Uniti ritennero il suo discorso un atto di sfida: le relazioni USA-Russia diventarono più fredde, più tese e Washington iniziò ad elaborare nuovi piani per contenere le legittime aspirazioni della Russia. L’attuazione di questi piani richiedeva una più stretta collaborazione tra la NATO e l’Unione Europea: spinta dagli USA, l’UE decise di intensificare il suo coinvolgimento nello spazio post-sovietico.

Ovviamente, l’UE aveva sempre avuto un interesse per i paesi situati fuori dai propri confini. Ad esempio, la strategia di sicurezza europea (ESS) del 2003 aveva già raccomandato un “impegno preventivo” attraverso la promozione di “un anello di paesi ben governati a est dell’Unione europea”(1), ma mancava un quadro istituzionale per coordinare gli sforzi. Il cambio di passo fu sollecitato dagli Stati Uniti dopo il discorso di Monaco.

Nel maggio 2008, al Consiglio Affari Generali e Relazioni Esterne dell’UE a Bruxelles, Polonia e Svezia presentarono la proposta di un partenariato speciale con Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina. Durante il vertice di Praga del maggio 2009, il concetto venne ufficialmente tradotto nel Partenariato Orientale (EaP).

Apparentemente il Partenariato Orientale fu lanciato per rafforzare la cooperazione economica e politica tra l’UE e i paesi ex sovietici parallelamente alla cooperazione con la Russia, ma presto divenne chiaro che i suoi obiettivi reali erano piuttosto diversi: strappare questi paesi alla Russia, trascinarli nella sfera di influenza occidentale, dove ci si aspettava che contribuissero alla politica di sicurezza e difesa comune dell’UE e, ultimo ma non meno importante, la loro trasformazione in una rampa di lancio per la guerra ibrida che sarebbe stata condotta contro la Russia.

Non sorprende che gli “architetti” del partenariato orientale fossero due noti russofobi , entrambi ben inseriti nella rete di influenza anglo-americana.

Radosław Sikorski, un ex membro del think tank neocon American Enterprise Institute, due anni prima aveva rinunciato alla cittadinanza britannica, ma non alla sua fedeltà al Regno Unito, per diventare prima ministro della Difesa e poi ministro degli Affari Esteri nel suo paese natale, la Polonia. Il suo amico e collaboratore, Carl Bildt, impopolare Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri in Svezia, aveva ricoperto posizioni di rilievo in influenti think tank atlantisti. In veste di entusiasta lobbista della guerra, anche lui aveva mantenuto relazioni molto strette con i neocon americani che lo utilizzavano per portare avanti i loro programmi in Europa: nei cablogrammi diplomatici statunitensi pubblicati da Wikileaks, Carl Bildt è stato descritto come “un cane di taglia media con l’atteggiamento di un cane di grossa taglia”, una descrizione poco lusinghiera ma calzante per chi ha il compito di tutelare gli interessi del suo padrone. Il tradimento della neutralità formale del suo paese e la collaborazione con una potenza straniera risale agli anni ’80, quando passò documenti governativi riservati ad un addetto dell’ambasciata statunitense(2).

Il Partenariato Orientale fu inaugurato dall’Unione Europea a Praga il 7 maggio 2009, mentre l’Europa soffriva ancora della sua peggiore recessione economica. Il giorno dopo, nella stessa città, il vertice “Southern Corridor — New Silk Road” esaltava i vantaggi di una rotta di approvvigionamento di gas naturale dal giacimento dell’Azerbaigian Shah Deniz (gestito da BP, che risulta essere anche il maggiore azionista) verso i mercati europei. Il Southern Gas Corridor da 33 miliardi di dollari, non solo sarebbe diventato uno dei progetti di infrastrutture energetiche più grandi e costosi al mondo, ma avrebbe anche lasciato dietro di sé una scia di devastazione ecologica, scandali e corruzione. Tuttavia venne elogiato dagli Stati Uniti come una pietra angolare della politica dell’UE di diversificazione delle fonti energetiche per emanciparsi dalla dipendenza dal gas russo.

Non solo il Partenariato Orientale e il Southern Gas Corridor sono indissolubilmente collegati, ma le impronte degli anglo-americani sono visibili in entrambi i progetti. L’inclusione dell’Azerbaigian — geograficamente, culturalmente e convenzionalmente considerato parte dell’Asia — nel Partenariato serviva anche ad altri scopi strategici: cementare il corso filo-occidentale di un paese alleato con Israele, Turchia e Stati Uniti, strumentalizzare Baku per interferire nell’Iran settentrionale, far deragliare qualsiasi progetto di connettività eurasiatica.

Tra retorica e realtà

Il Partenariato Orientale è stato presentato ai membri dell’UE come un forum istituzionale per discutere accordi sui visti, accordi di libero scambio e partenariato strategico, evitando al contempo il controverso tema dell’adesione all’Unione Europea. In quel momento l’Europa doveva fare i conti con la sua più profonda recessione dagli anni ’30, diversi stati membri dell’UE si stavano adoperando per salvare le banche e ripagare il loro debito pubblico, le misure di austerità e i tagli alla spesa avevano ulteriormente ridotto il PIL, mentre aumentava la povertà e il risentimento contro gli eurocrati. Sarebbe stato inopportuno discutere apertamente di un dirottamento delle risorse verso paesi che non erano nemmeno membri dell’UE. Eppure Bruxelles decise di dare avvio a programmi di aiuto e finanziamento in tutti e sei i paesi del Partenariato Orientale in coordinamento con le agenzie statunitensi. La maggior parte di questi programmi serviva a creare o consolidare relazioni clientelari e reti di influenza in settori quali legislazione, informazione, sicurezza, istruzione, cultura ed economia, con il pretesto di promuovere la democrazia, i diritti umani e lo stato di diritto, oltre all’integrazione politica ed economica, ecc.

Al vertice inaugurale del Partenariato Orientale, Radosław Sikorski caratterizzò l’iniziativa come un’espressione del soft power dell’UE, la capacità di ottenere ciò che si desidera attraverso l’attrazione piuttosto che la coercizione e il denaro. In altre parole, proiettare un’immagine, un “marchio” e plasmare la percezione al fine di ridurre i costi in termini di “bastoni e carote” per garantire i risultati politici desiderati.

La fase precedente del processo di allargamento dell’UE aveva mostrato che i paesi che si adattavano gradualmente all’apparato legislativo dell’UE e alla sua normativa politica sarebbero finiti per diventare parte dell’unione. Ma l’UE, dopo il 2008, non solo aveva perso il suo sex appeal, ma difficilmente poteva accogliere nuovi membri senza implodere.

Ben presto si capí che il soft power da solo non sarebbe bastato: milioni di euro vennero diretti nei paesi del Partenariato Orientale per finanziare vari progetti sulla base della condizionalità: il finanziamento sarebbe stato trattenuto se non si fossero compiuti progressi verso la “democratizzazione” (cioè l’elezione dei candidati controllati e approvati da USA-UE) e per combattere la corruzione (vale a dire indagare, e spesso incastrare, politici filo-russi mentre si corrompevano i loro oppositori).

Anche se gli “indici di democrazia” continuavano a peggiorare, finché i governi di questi paesi avessero mostrato lealtà al blocco occidentale e implementato le riforme ideate dagli eurocrati, essi avrebbero continuato a ricevere sostegno finanziario e politico.

Ben presto l’Unione Europea divenne il principale donatore per gli stati del partenariato orientale, promuovendo il brand “Europa” in termini di grandi obiettivi idealistici piuttosto che di risultati economici tangibili che nessuno poteva assicurare.

Sebbene i paesi del Partenariato Orientale siano estremamente diversi tra loro, hanno anche molto in comune: l’uso diffuso del russo come lingua franca, un passato e una memoria storica condivisi, legami di lunga data con la Russia di tipo commerciale, culturale e sociale. Il compito dell’UE era assistere gli Stati Uniti nel dipingere questo patrimonio condiviso come lascito dell’ “imperialismo e totalitarismo sovietico” al fine di distruggere tale patrimonio, cancellare l’uso del russo, demonizzare qualsiasi forma di cooperazione con la Federazione Russa.

Contrariamente alle aspettative di sicurezza, stabilità e sviluppo socioeconomico che molti associavano ad una maggiore integrazione sotto l’egida dell’UE, l’interferenza occidentale alle porte della Russia ha portato guerra, povertà, spopolamento, fuga di cervelli e instabilità.

Non sorprende se si pensa al vero scopo del Partenariato Orientale: sostenere gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti nella regione mostrando alcune carote ai vicini orientali dell’UE e colpendoli con un bastone se deviavano dal precritto tracciato anti-russo.

Prima della creazione del Partenariato Orientale, gli Stati Uniti avevano già orchestrato e finanziato due rivoluzioni colorate che avevano portato al cambio di regime in due paesi strategicamente significativi sulla scacchiera eurasiatica, la “rivoluzione delle rose” in Georgia e la “rivoluzione arancione” in Ucraina, ma mantenere il controllo dello spazio post-sovietico diventava sempre più costoso e prosciugava troppe risorse. Gli Stati Uniti non avevano altra scelta che affidare alcuni compiti e funzioni al loro vassallo, l’UE.

Il Partenariato Orientale ha fornito il quadro normativo per erodere lentamente la sovranità e l’autonomia degli Stati membri, aumentando così la loro dipendenza dall’UE.

Invece di riconoscere le legittime preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza e cercare una soluzione pacifica delle controversie, l’UE ha alimentato tensioni e conflitti nei paesi del Partenariato Orientale.

Per quanto riguarda le promesse di pace e stabilità nella regione, cinque dei sei membri originari del Partenariato Orientale hanno dispute territoriali; l’Ucraina ha subito un secondo colpo di stato guidato dagli Stati Uniti nel 2014 e da allora è in guerra grazie al supporto cruciale di USA-NATO-UE; la Bielorussia, l’unico paese senza dispute territoriali, ha visto una rivoluzione colorata nel 2020, è riuscito a prevenire un colpo di stato e ha saggiamente lasciato il Partenariato. Nel caso in cui si nutrano ancora dubbi su chi abbia sostenuto e parzialmente finanziato il colpo di stato, l’UE elenca ancora la Bielorussia come membro del Partenariato Orientale riconoscendo Svetlana Tikhanovskaya e la “società civile bielorussa” come suoi rappresentanti.

Sebbene il Partenariato Orientale sia praticamente sconosciuto tra i cittadini europei, da oltre un decennio gli emissari dell’UE e i loro clienti locali promettono ai membri del Partenariato vari vantaggi e un’ulteriore integrazione nell’UE, in cambio della rottura di tutti i legami con la Russia e dell’aumento di volume della loro russofobia.

Qualsiasi cosa può essere usata come leva, anche la liberalizzazione dei visti, o la minaccia della sua sospensione. Finora solo tre paesi su sei, Georgia, Moldova e Ucraina, sono stati premiati con accordi di liberalizzazione dei visti in cambio di “progressi verso la democrazia”. E chi potrebbe valutare i loro progressi meglio di un’organizzazione statunitense che si dedica al “regime change”?

Tra i suoi numerosi servizi, il National Endowment for Democracy (NED) fornisce consulenza all’UE anche in materia di visti. (3)

Un’altra leva utilizzata è lo status di “candidato all’UE”, che non è altro che un passo verso il nulla: la lista d’attesa per l’adesione all’UE è così lunga che le possibilità che i membri del partenariato orientale aderiscano è inferiore alla possibilità che l’UE si sciolga.

Al momento solo due paesi, Moldavia e Ucraina, hanno ricevuto lo status di candidati. L’Ucraina se l’è guadagnato pagando un tributo di sangue: i suoi soldati vengono usati come carne da cannone nella guerra per procura contro la Russia. Il governo fantoccio della Moldavia è stato premiato per la sua posizione anti-russa, anche se è improbabile che la promessa di adesione all’UE in un lontano futuro possa alleviare il dolore e la rabbia dei cittadini moldavi che stanno affrontando le conseguenze del collasso economico, la criminalizzazione degli oppositori politici e la povertà energetica.

Se in passato l’UE ha propagandato l’adesione al suo “club per ricchi” come un percorso verso la prosperità e la crescita economica, dopo il crollo finanziario del 2008 e la persistente crisi sistemica, quella narrazione ha iniziato a suonare falsa sia all’interno che all’esterno del club. Ed è per questo che il controllo della narrazione è diventato una priorità. Nessuna spesa viene risparmiata per manipolare l’”infosfera”, quel regno metafisico di informazioni, dati, conoscenza e comunicazione che modella la percezione a discapito dell’osservazione empirica.

Nei paesi del Partenariato Orientale i cittadini hanno subito il peso maggiore delle riforme neoliberiste e delle politiche suicide di Bruxelles: in milioni sono stati costretti a emigrare per sfamare se stessi e le loro famiglie. Questi paesi erano legati strettamente al mercato russo e il riorientamento delle esportazioni verso i mercati dell’UE non solo ha richiesto costose riforme strutturali, ma non ha neppure mantenuto le sue promesse.

Pochissimi vincitori e molti perdenti

Poiché tutti e cinque i rimanenti paesi del Partenariato Orientale restano fragili, ben poco democratici, economicamente depressi, lacerati da conflitti o tutte e quattro le cose contemporaneamente, l’idea che intere società avrebbero goduto ad essere penetrate dall’UE è chiaramente assurda.

Ma, come sempre, ci sono alcuni vincitori tra i milioni di perdenti. C’è chi ha beneficiato del sistema di relazioni clientelari che ha contribuito a costruire la maggior parte dell’infrastruttura sociale, politica, economica e culturale sottesa alla penetrazione dell’UE nello spazio post-sovietico.

Gli affiliati dell’UE ei beneficiari degli aiuti europei hanno ottenuto l’accesso a potenti reti e fonti di finanziamento che hanno consentito loro di accumulare capitale politico, potere e status creando la propria clientela. Una conoscente georgiana che gestisce un’agenzia di marketing e pubblicità mi ha detto che l’80% del suo fatturato proviene da campagne di marketing sociale per organizzazioni no profit sponsorizzate dall’UE. Non sorprende che lei e il suo staff sostengano attivamente tutte le cause progressiste che la sua agenzia aiuta a promuovere: attivismo e affari si rafforzano e si alimentano a vicenda.

La maggior parte dell’assistenza della UE va a coloro che promuovono il simulacro della democrazia occidentale e dello “stato di diritto”, i diritti umani (solo alcuni), l’agenda LGBT, il “new deal verde” e la transizione digitale, e a coloro che “combattono la disinformazione”, che è solo una parola in codice per produrre e diffondere narrazioni occidentali e propaganda anti-russa, censurare il dissenso, cancellare i media russi e filo-russi.

Concentrarsi su alcuni mitici valori occidentali è più facile che portare prosperità.

Anche secondo i suoi stessi parametri, l’Unione Europea ha fallito come entità economica. La performance dell’UE è stata pessima rispetto ad altre grandi economie. La stagnazione, l’elevata disoccupazione, l’eccessiva regolamentazione dell’attività economica e un deficit di democrazia hanno portato a un diffuso risentimento. I critici puntano il dito contro l’elaborazione di politiche e normative sovranazionali, poiché essa avviene in organismi tecnocratici, opachi e chiusi come comitati o agenzie che non sono eletti dal popolo e sfuggono al controllo pubblico.

L’esternalizzazione a società di consulenza gestionale ha portato alla perdita di responsabilità e ha prosciugato il significato stesso della democrazia.

È proprio a causa del deficit di democrazia e della mancanza di legittimazione che la retorica democratica è stata gonfiata e grandi risorse sono state investite nel marketing dell’UE come bastione di “democrazia, libertà e diritti umani”.

L’UE assomiglia ad un gigantesco schema piramidale: il benessere dei partecipanti a questa frode dipende molto dalla possibilità di attrarne di nuovi. I membri più attivi nelle attività di evangelizzazione sono invariabilmente quelli che vi hanno aderito in tempi relativamente recenti, come gli stati baltici. La loro adesione all’Unione europea si è rivelata deludente, piuttosto diversa dalle promesse ricevute nel 2003–2004. Gli investimenti diretti esteri negli Stati baltici sono crollati durante la crisi del debito del 2008–2009, oggi rimangono deboli e si trovano nella “trappola del reddito medio” con redditi che equivalgono a circa il 70% del reddito medio registrato nell’UE.

L’UE, come un vampiro, li ha risucchiati economicamente e demograficamente, ma avendo investito nello schema piramidale devono trovare altre vittime per aumentare il loro profilo a Bruxelles. Cittadini di Lituania, Lettonia, Estonia e paesi dell’Europa orientale con lauree inglesi spiccano nei luoghi prescelti per il “regime change”, nei think tank, nelle ONG, nelle reti di influenza online e offline, nell’intelligence e nelle psyop. In qualità di emissari dell’UE, forniscono “assistenza tecnica” ai paesi del Partenariato Orientale, condividono la loro esperienza, soprattutto nel settore pubblico, per facilitare l’attuazione di riforme politiche, economiche e sociali e continuano a difendere in modo aggressivo gli interessi angloamericani sia nell’UE che negli Stati post-sovietici.

I valori e le norme occidentali e liberali sono promossi come tutte le merci: sfruttando le paure recondite di inadeguatezza e rifiuto sociale, promettendo status e un senso di superiorità morale, inducendo desideri che oscurano i bisogni materiali.

Spesso è difficile distinguere tra schemi piramidali, clientelismo transnazionale, marketing evangelico e marketing da affiliato, poiché tendono a sovrapporsi. Se inizialmente si può osservare una distinzione, gli evangelisti credono in ciò che promuovono mentre gli affiliati traggono vantaggio dalla promozione, alla fine gli evangelisti più ambiziosi e abili diventano affiliati. Se trasponiamo questo modello di marketing nella sfera politica, gli attivisti svolgono la funzione di evangelisti. Non appena costruiscono una notevole influenza, viene offerta loro l’opportunità di diventare affiliati e quindi ricevere incentivi come finanziamenti per le loro campagne, maggiore visibilità sui media, una spinta sui social media, inviti a conferenze internazionali, opportunità di istruzione superiore e carriera, un libro, un tour internazionale, ecc. Qualunque cosa li faccia contenti. Una volta completata la transizione da “attivista/evangelista” ad “affiliato”, i promotori dell’UE entrano a far parte di un sistema che può essere descritto come clientelismo transnazionale: l’invio di ordini a broker e intermediari attraverso una distribuzione asimmetrica dei benefici. Nella politica clientelare una minoranza organizzata o un gruppo di interesse (lobby) beneficia a spese del pubblico con conseguenze negative sulla democrazia.

Le politiche dell’UE generalmente riflettono gli interessi delle lobby transatlantiche e, man mano che il loro potere cresce, aumenta anche la repressione del dissenso.

La capacità dell’UE di attrarre semplicemente basandosi sul suo soft power si è rapidamente rivelata un’illusione. La cooptazione dei vicini orientali richiedeva sia il pagamento che la coercizione.

I membri del Partenariato Orientale hanno presto scoperto che non c’è nulla di “libero” negli accordi di libero scambio con l’UE: le valutazioni di conformità di prodotti agricoli o industriali vengono concesse o negate sulla base di fattori esterni non correlati, come ad esempio il sostegno alle misure anti-russe. E una volta che i prodotti sono ritenuti idonei per i mercati dell’UE, il paese esportatore si rende conto che deve applicare gli stessi standard dell’UE anche alle sue importazioni, comprese quelle per gli appalti pubblici. Questo requisito è un fattore vincolante per le importazioni a basso costo di beni industriali da determinati mercati come la Cina o il CSI(4), porta a prezzi più elevati per i consumatori, a una gamma più ristretta di prodotti e all’emergere di monopoli. Il sogno di accedere a un mercato ricco può facilmente trasformarsi in un incubo, poiché il mercato interno è posto sotto la sorveglianza dell’UE e tenuto in ostaggio dagli esportatori occidentali e da standard dell’UE che cambiano in continuazione.

Il mito della superiorità degli standard UE ha portato anche a un diffuso senso di inadeguatezza tra coloro che non possono ottenere l’ambito certificato di conformità, un fenomeno psicologico che regola tipicamente i rapporti tra colonizzato e colonizzatore. Dopotutto, non ci sarebbe colonialismo senza una proiezione di superiorità.

I paesi del partenariato orientale si troveranno ad essere sempre un po’ “carenti”, non soddisferanno mai tutti i requisiti, perché sono utili solo nella misura in cui si auto-percepiscono come inadeguati e accettano di essere istruiti, consigliati, tirati per la giacca da quelli che ne “sanno di più”. Per compensare il loro complesso di inferiorità, le élite dei paesi orientali proiettano status abbracciando le ultime mode occidentali con uno zelo che spesso rasenta il ridicolo… e invariabilmente scelgono un’educazione anglo-americana per la loro prole. Adesso anche chi ha meno mezzi, ma i giusti contatti, può mandare i propri figli in una scuola straniera. Nel 2018, con il sostegno attivo dell’UE, è stata lanciata a Tbilisi, in Georgia, la prima scuola europea per studenti dei paesi del Partenariato Orientale. Ma l’invasione dei modelli educativi occidentali non si limita a poche scuole per privilegiati con i contatti giusti. Nei paesi del Partenariato Orientale sono state avviate ampie riforme per trasformare il loro sistema educativo in un vettore di influenza occidentale. Nel campo degli scambi, il principale contributo dell’UE è attraverso il programma Erasmus+, che aveva un budget totale per l’UE più paesi terzi di 4,7 miliardi di euro per il 2014–2020.

L’istruzione è uno degli elementi chiave di questo progetto di colonizzazione poiché i programmi educativi europei vengono utilizzati come un cavallo di Troia per demolire i quadri di riferimento esistenti, abolire lo studio del russo, sostituire norme, credenze e habitus culturale di un popolo. Cancellano il passato e riscrivono la storia nazionale come una lotta contro “l’invasione sovietica e il totalitarismo” — e si arriva persino alla celebrazione di un collaboratore nazista, come nel caso di Stepan Bandera. Questi programmi esaltano le virtù di un’identità europea comune (fittizia) e producono invariabilmente una nuova generazione di adoratori dell’Occidente pronti per la migrazione o la guerra (sia ibrida che convenzionale) contro la Russia, il loro vicino demonizzato.

Le ONG sono un altro canale cruciale dell’influenza e della pressione occidentale negli stati orientali.

Nel 2009, la Commissione Europea ha istituito, insieme al Partenariato Orientale, un Forum della società civile (CSF), apparentemente perché “gli attori della società civile fungono da correttivo alla politica statale negli stati meno democratici e autoritari in cui l’opposizione parlamentare non è in grado di svolgere questo ruolo”(5).

“Potenziare” la società civile con gli aiuti dell’UE è stata una caratteristica del progetto di Partenariato sin dall’inizio.

È anche degno di nota che lo stesso testo descriva un’organizzazione creata dalla Commissione Europea come “iniziativa della società civile”. Ancora un esempio di offuscamento della realtà, qualcosa che l’UE ha imparato a fare molto bene.

Il Forum non fa mistero delle sue attività: “Il CSF ha organizzato piattaforme nazionali per avere maggiore influenza a livello di governo negli stati del Partenariato. In una certa misura, la Commissione europea funziona anche come una sorta di mecenate nei paesi con deficit democratici e costituzionali che consente ai gruppi della società civile di formulare critiche pubbliche e offre loro maggiore libertà d’azione. Ad esempio, la piattaforma bielorussa ha sfruttato questa libertà d’azione per trasformarsi in un’organizzazione filoeuropea”.(6)

Sappiamo tutti cosa è successo in Bielorussia nel 2020.

Come spesso accade con questo tipo di iniziative della cosiddetta “società civile”, l’organizzazione statunitense NED fornisce esperienza e supporto.

Nel 2012 il CSF ha istituito una Segreteria, rendendo così ancora più chiaro che l’attivismo nella società civile è diventato una professione. Le ONG locali possono candidarsi per partecipare al Forum annuale ma… sono selezionate dal Servizio Europeo per l’Azione Esterna! Non sorprende che il CSF sia pieno di attivisti, membri dello staff e beneficiari della Open Society di Soros et similia. In questo schema fraudolento l’UE paga le operazioni di influenza di Soros e garantisce un ritorno per i suoi investimenti.

Ma ovviamente CFS e Open Society Foundations non sono le uniche organizzazioni presenti. I paesi del Partenariato Orientale pullulano di ONG. Quando si tratta di armare la società civile, uno degli attori più attivi nel Partenariato è l’European Endowment for Democracy (EED), istituito nel 2013 dall’UE sul modello del suo più noto omologo statunitense, il National Endowment for Democracy (NED).

EED e NED non hanno risparmiato sforzi nel plasmare il panorama mediatico, culturale e politico dei paesi post-sovietici. Potrei citare dozzine di esempi, ma questo va oltre lo scopo di questo articolo, quindi invito il lettore a dare un’occhiata ai rapporti annuali di NED ed EED.

In Moldavia, solo per limitarmi ad un esempio, hanno sostenuto testate giornalistiche, programmi radiofonici e televisivi in ​​lingua russa e rumena che hanno svolto un ruolo fondamentale nell’elezione di Maya Sandu attaccando e screditando i suoi oppositori politici. L’ironia è che queste testate giornalistiche sono descritte come “indipendenti” nei documenti dell’EED. Ad esempio, da uno di questi rapporti apprendiamo che influencer e musicisti famosi come Pasha Parfeny, che aveva rappresentato la Moldavia al concorso Eurovisione 2012 con la sua canzone Lautar, erano stati cooptati e finanziati dall’EED.(7)

Un esito tragico

Nel corso degli anni il Partenariato è notevolmente cambiato poiché la realtà trova sempre il modo di farsi largo. Ora è composto da cinque paesi membri, la Bielorussia essendo di fatto uscita.

Dal momento che l’Armenia e l’Azerbaigian non hanno mai chiesto l’adesione all’UE e l’Armenia è entrata a far parte dell’Unione Economica Eurasiatica nel 2015, l’UE ha meno influenza lì rispetto a paesi desiderosi di aderire all’UE, come Ucraina, Moldavia e Georgia. Solo i primi due hanno ricevuto lo status di paese candidato all’UE come forma di compensazione per i servizi resi. Non sorprende che mostrino indicatori socioeconomici di gran lunga peggiori rispetto ai paesi che hanno mantenuto un certo grado di autonomia dall’Occidente: Ucraina e Moldavia erano i paesi più poveri d’Europa quando è stato lanciato il Partenariato Orientale, e lo sono tuttora. Gli ucraini, dopo essere stati vittime di campagne di propaganda e psy-op molto aggressive per quasi un decennio, hanno finito per combattere una guerra per procura per la NATO. Che è esattamente ciò per cui erano stati condizionati e addestrati.(8)

Molto prima dell’inizio dell’operazione militare speciale della Russia in Ucraina, gli Stati Uniti avevano stabilito una base importante nel paese, pompando miliardi di dollari in armi in Ucraina. Per anni il paese ha ospitato personale militare e di intelligence americano ed europeo, specialisti della guerra dell’informazione e squadre di supporto tecnico.

Di fatto, altri paesi del Partenariato sono stati designati dagli Stati Uniti come potenziali agnelli sacrificali. Oltre all’Ucraina, gli Stati Uniti e la NATO hanno istituito centri per coordinare le strategie di guerra ibrida in Georgia e Moldavia.

Su imbeccata degli USA, nel febbraio 2019 il Parlamento europeo ha annunciato l’istituzione di un’assemblea parlamentare regionale che comprende Ucraina, Moldavia e Georgia per stringere una cooperazione più stretta su “questioni strategiche come la guerra ibrida e la disinformazione”. È stato creato un gruppo di lavoro informale sulla disinformazione con il sostegno dell’Istituto Nazionale Democratico (NDI), uno dei componenti principali del NED.

Dopo l’Ucraina, anche la Moldavia e la Georgia hanno espresso il desiderio di aderire al Centro Europeo di Eccellenza per il Contrasto delle Minacce Ibride (Hybrid CoE) con sede a Helsinki, una joint venture UE-NATO impegnata nella guerra ibrida. Sebbene non siano elencati come partecipanti, collaborano già con Hybrid CoE.

Come se non bastasse, una lobby transatlantica travestita da think tank, nel 2020 chiedeva un Security Compact al Partenariato: un’iniziativa atta a creare una cellula di supporto e coordinamento dell’intelligence all’interno del Ministero degli Esteri e della Difesa dell’UE, per facilitare lo scambio di intelligence tra l’UE e i paesi del Partenariato. Tbilisi e Chisinau sono state suggerite come sedi per gli uffici di collegamento dei servizi segreti.(9)

L’idea che i paesi ex sovietici si sarebbero gradualmente allontanati dalla Russia sotto l’influenza del soft power occidentale e della promessa di un’ulteriore integrazione nell’UE, aveva senso quando l’UE rappresentava un modello di successo da emulare ed era un motore di crescita. Ma quell’idea era pericolosamente peregrina nel 2009, quando il crollo finanziario aveva già fatto crollare il castello di carte. L’UE, invece di risolvere i suoi problemi sistemici, ha escogitato nuovi schemi stravaganti e fraudolenti nel tentativo di rimanere rilevante.

Nel frattempo il baricentro economico e geopolitico si stava spostando a est verso l’Asia e l’ordine mondiale emerso negli anni ’90 mostrava segni di declino. Questa tendenza si è rafforzata nell’ultimo decennio e ora sta emergendo un ordine multipolare. Mentre l’Occidente si aggrappa alle sue manie di grandezza e superiorità morale, l’unico soft power che può proiettare è basato su bugie, doppi standard e vuote promesse. I bugiardi possono creare un’illusione di verità… finché non crollano sotto il peso delle loro menzogne.

Ma poiché estrarre ricchezza da una periferia di nazioni assoggettate e concentrarla nel nucleo imperiale richiede molto più del marketing, gli imperi sono sostenuti e di solito imposti con la forza militare. L’impero statunitense non fa eccezione e la militarizzazione dell’Europa da parte della NATO e la sua espansione verso est hanno accompagnato la retorica ipocrita di “libertà, democrazia e diritti umani”.

Considerando che l’iniziativa del Partenariato Orientale è stata venduta ai membri dell’UE come un modo “per proteggere i fianchi orientali dell’Europa”, che per inciso sono anche i fianchi occidentali della Russia, il conflitto in Ucraina e il suo impatto devastante sulla stabilità politica ed economica dell’UE mostrano chiaramente che l’esito di tale spinta espansionistica è stato tragico non solo per i paesi del Partenariato ma anche per l’UE.

articolo completo: https://www.geopolitika.ru/it/article/partenariato-orientale-la-scommessa-geopolitica-dellue-che-sta-inabissando-leuropa

Italia, Gran Bretagna e clandestini: ecco cosa si sono detti Meloni e Sunak

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di Alberto Celletti

 

Roma, 28 apr – Il vertice di Londra tra Italia e Gran Bretagna non ha riguardato solo i clandestini, sebbene l’immigrazione sia stato un punto importante del discorso imbastito tra i capi dei rispettivi governi, Giorgia Meloni e Rishi Sunak.

Italia e Gran Bretagna, “partenariato strategico”

La definizione è esattamente quella. “Partenariato strategico” tra Italia e Gran Bretagna, allo scopo di contenere l’immigrazione e favorire una cooperazione internazionale per scoraggiare i traffici illegali di esseri umani. Entrambi i Paesi definiscono la questione un’emergenza e sull’argomento dichiarano di avere una certa identità di vedute. In effetti, sotto questo profilo, il governo britannico ha promosso leggi ben più dure e discriminanti di quanto non abbia fatto quello italiano, anche piuttosto contestate dai “soliti” organismi internazionali. Il premier italiano, dal canto suo, fa finta che le cose in Italia si stiano facendo davvero: “La lotta ai trafficanti e all’immigrazione clandestina è qualcosa che i due governi stanno facendo molto bene”. Insomma, cara Meloni…non possiamo parlare per quello britannico, ma sull’esecutivo italiano – purtroppo – non abbiamo alcun riscontro positivo.

Non solo clandestini

Il “Memorandum of understanding”  è il documento firmato da Meloni e Sunak, diviso in molti punti e in sette capitoli, preceduti da una premessa sui valori condivisi tra i due Paesi. La comune appartenenza al G7 e alla Nato, ovviamente, è stata ribadita in più occasioni. Nel testo, anche sezioni sulla collaborazione in politica estera e sulla sicurezza globale, sulla scienza, sull’innovazione e sulla politica economica. L’obiettivo, secondo quanto dichiarato ufficialmente almeno, è quello di fafforzare il dialogo e la cooperazione strategica tra Italia e Regno Unito in coerenza con l’adesione italiana all’Unione europea.

 

Articolo completo: Italia, Gran Bretagna e clandestini: ecco cosa si sono detti Meloni e Sunak (ilprimatonazionale.it)

Video messaggio del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai partecipanti e agli organizzatori della Conferenza mondiale sul multipolarismo online, Mosca, 29 aprile 2023

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di Sergey Lavrov

 

Cari colleghi,

do un caloroso benvenuto ai partecipanti e agli organizzatori della Conferenza mondiale online sul multipolarismo. È gratificante che il vostro forum abbia riunito rappresentanti di spicco del mondo politico, pubblico e accademico provenienti da diverse decine di Paesi di quasi tutti i continenti del mondo. Non possiamo che accogliere con favore questo interesse per uno scambio di opinioni franco e depoliticizzato.

L’importanza di tali discussioni non può essere sopravvalutata. È ovvio che la “fine della storia” proclamata dopo la caduta del Muro di Berlino e il crollo dell’URSS non ha avuto luogo. I tentativi di stabilire un modello unipolare dell’ordine mondiale – con il centro decisionale a Washington – sono falliti.

Oggi il movimento verso il multipolarismo globale è un fatto e una realtà geopolitica. Vediamo come i nuovi centri mondiali, soprattutto in Eurasia, Asia-Pacifico, Medio Oriente, Africa e America Latina, stiano facendo progressi impressionanti in vari campi – basandosi sull’indipendenza, sulla sovranità statale e sull’identità culturale e di civiltà. Allo stesso tempo, sono guidati dai loro interessi nazionali e perseguono politiche indipendenti negli affari interni ed esteri. Non vogliono più essere ostaggi di giochi geopolitici alieni ed esecutori di volontà aliene.

I fatti parlano chiaro. La quota degli Stati del G7 nell’economia globale si è notevolmente ridotta negli ultimi tre decenni. E il peso delle economie di mercato emergenti è in costante crescita. Ora la prima potenza economica del mondo – in termini di parità di potere d’acquisto – è la Cina, che combina abilmente meccanismi di mercato e metodi di regolamentazione statale.

Stiamo assistendo al continuo rinnovamento dell’infrastruttura delle relazioni internazionali. Un esempio lampante di diplomazia multipolare sono le attività di nuovi tipi di associazioni multilaterali, come la SCO e i BRICS. Al loro interno, Paesi con sistemi politici ed economici diversi e piattaforme valoriali e di civiltà differenti cooperano efficacemente in una varietà di settori. I BRICS possono essere giustamente definiti una sorta di “maglia” cooperativa che supera le vecchie linee di demarcazione Nord-Sud e Ovest-Est. Non è un caso che sempre più Paesi del Sud globale stiano cercando di stabilire legami con queste associazioni e di diventarne membri a pieno titolo.

Come ha osservato il Presidente russo Vladimir Putin, “la tendenza al multipolarismo nel mondo è inevitabile, non potrà che intensificarsi. E coloro che non lo capiscono e non seguono questa tendenza perderanno”.

Sembra logico che gli sforzi di Washington e dei suoi satelliti per invertire il corso della storia, per costringere la comunità internazionale a vivere secondo un “ordine basato su regole” inventato, stiano fallendo. Citerò solo il completo fallimento della linea degli occidentali di isolare la Russia. Gli Stati della maggioranza mondiale, in cui risiede circa l’85% della popolazione della Terra, non sono disposti a “togliere le castagne dal fuoco” alle ex metropoli coloniali.

Amici,

nel mondo multipolare di oggi, con le sue sfide e minacce transfrontaliere, l’unica alternativa sensata allo scontro, da cui i promotori sono destinati a perdere, è unire gli sforzi dei principali centri mondiali sui principi della Carta delle Nazioni Unite, compreso il rispetto pratico dell’uguaglianza sovrana degli Stati. Oggi dobbiamo tutti riconoscere l’irreversibilità di un ordine mondiale policentrico più equo. È nell’interesse comune garantire che l’architettura multipolare non sia basata su un “equilibrio di paure”, ma su un equilibrio di interessi, su norme universalmente riconosciute di diritto internazionale, su un dialogo reciprocamente rispettoso tra civiltà, religioni e culture diverse.

La Russia rimane in prima linea negli sforzi internazionali per rafforzare i principi multipolari, legali e democratici della comunicazione tra Stati. A tal fine, continueremo a lavorare attivamente all’interno delle Nazioni Unite, compreso il Gruppo di amici in difesa della Carta delle Nazioni Unite. Naturalmente, continueremo a coordinare strettamente i nostri passi con molti amici, alleati e persone che la pensano come noi, compresi quelli della CSTO, della CEEA, della CSI, dei BRICS, della SCO e di altri raggruppamenti regionali del mondo in via di sviluppo.

Fonte: mid.ru

Leggi l’articolo intero: https://www.geopolitika.ru/it/article/video-messaggio-del-ministro-degli-esteri-russo-sergey-lavrov-ai-partecipanti-e-agli

L’Italia muore ma è vietato dirlo

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di Marcello Veneziani

Bella ciao? No, bella addio. L’Italia sta morendo di denatalità, si va estinguendo ma se lo dici sei un razzista. Gli italiani spariranno, dicono gli istituti di statistica che nel giro di pochi anni saremo nove milioni in meno; ma se sei scontento di questa situazione, sei nazista. Passata la buriana, resta il tema vero e drammatico, la cancellazione di un popolo, di una nazione, di una storia e di una civiltà. Mentre il tema fittizio che sostituisce il dramma reale è che se non accetti la morte dell’Italia, vuoi la pulizia etnica contro i migranti. Passato il delirio di queste affermazioni, con le invasate partigiane dell’estinzione, dopo la sinistra mobilitazione contro i fantasmi del passato per rendere un fantasma il nostro avvenire, resta la vera questione: non dobbiamo e non possiamo dir nulla e far nulla sull’estinzione del popolo italiano, dobbiamo rassegnarci alla morte dell’Italia e alla scomparsa progressiva degli italiani?
Sostituzione etnica è un’espressione tecnicamente appropriata ma genera equivoci perché evoca l’idea che ci sia una pianificazione. C’è una letteratura che sostiene l’esistenza di un piano prestabilito per sostituire il popolo italiano, ed europeo, con genti venute da altri mondi, soprattutto dall’Africa. Ci potrà pur essere qualcuno che auspica questa sostituzione e persino qualcuno che si adopera fattivamente per favorirla, ma è fumoso imbarcarsi in questa dietrologia complottista. Basta attenersi alla realtà: un popolo che non fa figli, che non vuole figli, ad eccezione di coloro che non possono averli (come le coppie omosessuali), lascia inevitabilmente spazi vuoti che vengono poi colmati da flussi migratori. Il problema principale non è quello di frenare i flussi, arrestarli o almeno governarli, per evitare il caos. Ma è invertire la tendenza interna, ovvero riuscire a incentivare, favorire la natalità in un paese avaro di nascite. Le ragioni di questa denatalità sono legate da un verso alle oggettive difficoltà di fare famiglia e di mettere al mondo figli, col tipo di vita e di società che si va delineando, coi genitori entrambi impegnati nel lavoro, e con la scomparsa della famiglia veramente allargata dove nonni, zii, parenti e figli più grandi si occupavano dei figli e affiancano i genitori. Dall’altro verso, è il modello di società fondata sul primato assoluto dell’individualismo e dei suoi succedanei (narcisismo, edonismo, egoismo), che è refrattaria a limitare libertà e benessere individuali (o di coppia) per assumersi l’onere di procreare e far crescere dei figli. Il tema dunque è questo: dobbiamo abbandonarci a un cupo fatalismo e accettare come irreversibile e inevitabile questa tendenza o è possibile fare qualcosa, tentare quantomeno di frenare, se non di invertire questa marcia verso l’estinzione?
Da un’opposizione responsabile ci sarebbe da aspettarsi un diverso atteggiamento; piuttosto che accusare di razzismo chi denuncia da posizioni di governo, l’estinzione di un popolo, dovrebbero incalzarli sul piano pratico: oltre che denunciare questa tendenza cosa fate voi, concretamente, al governo per favorire un’inversione di tendenza, avete in progetto una politica per la natalità, una tutela delle coppie e dei loro nascituri? E dunque, l’accusa dovrebbe essere quella di sollevare il problema ma di non adottare nessuna politica conseguente ed efficace per rispondere al problema.
Accade invece che la sinistra sia indifferente alla morte del popolo italiano e favorevole al ricambio di popolo; quel che conta è la società globale e i singoli che la abitano, non i popoli, non le nazioni, non la civiltà, tantomeno le identità. Più che indifferente potrei dire compiaciuta; l’unica natalità che a loro preoccupa è il diritto di affittare uteri per avere figli anche quando non si possono avere, a partire dalle coppie omosessuali. La maternità è un bene solo se è surrogata.
Chi è sempre sistematicamente contro il proprio popolo, la propria nazione, la propria civiltà, la sua identità e sempre dalla parte di chi viene da fuori e da lontano, ha smesso di rappresentare i cittadini del suo paese e di preoccuparsi della loro vita reale. Abita un mondo ideologico parallelo.
E’ un passo in più e in giù anche rispetto al comunismo: penso al nazional-popolare, a Gramsci e Di Vittorio, alla difesa dei proletari italiani, a partire dai più poveri con più figli, alla giustizia sociale. Tutto cancellato. La nuova sinistra, interpretata perfettamente dal fenotipo eletto alla guida del Partito dem, è estranea anche a questa tradizione. Del comunismo eredita solo la parte distruttiva, la cancellazione dei popoli, l’abolizione della realtà, l’internazionalismo come morte delle patrie, la negazione dei sentimenti di appartenenza e dei legami naturali e culturali su cui si fonda un popolo, una nazione, una civiltà. E aggredisce chiunque osi pensarla diversamente e preoccuparsi per la fine del Paese. Ma è un principio naturale e universale di autoconservazione che ogni famiglia, ogni popolo, ogni nazione voglia salvaguardare la sua esistenza. Ritenere che questo sia razzismo, autorizza a dire che chi preferisce l’estinzione di un popolo persegue scientemente il disegno criminale di favorire la morte dell’Italia e degli italiani. Follia per follia, una chiama l’altra, questo è il livello.
Il dramma aggiuntivo a tutto questo è che la nostra politica si ferma solo alle parole, alla demagogia e alla demonizzazione del nemico. Salvo qualche accenno di proposte concrete per aiutare le famiglie con figli (una l’ha fatta Giorgetti). Sarebbe infatti grottesco che dopo questa fumata di odio, non succeda poi nulla, non si tenti coi fatti di fronteggiare l’emergenza denatalità né si oppongano altre strategie. Intanto la politica si limita a sceneggiare lo scontro tra favorevoli e contrari e a capitalizzare consensi e dissensi sul tema. La realtà resta quella ma si vomita odio nella speranza che diventi concime di consenso. Miseria su miseria, porca miseria.

La Verità – 21 aprile 2023

fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/litalia-muore-ma-e-vietato-dirlo/

In USA si candida Presidente R.F. Kennedy: cooperazione nel mondo multipolare?

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di Matteo Castagna

LA GEOPOLITICA È, OGGI, LA MATERIA PIÙ IMPORTANTE PER COMPRENDERE GLI AVVENIMENTI CHE STANNO COINVOLGENDO I POPOLI DEL MONDO

La geopolitica è, oggi, la materia più importante per comprendere gli avvenimenti che stanno coinvolgendo i popoli del mondo. La guerra in Ucraina ha prodotto anche un nuovo approccio di fronte ai cambiamenti epocali in atto. Per la prima volta, dalla fine della II Guerra Mondiale, si ragiona in termini di gestione del potere in forma multipolare, non più unipolare statunitense.

Oramai, è un processo incontrovertibile costituito da Superpotenze che non trovano, almeno per il momento, alcuna convenienza in un terzo conflitto planetario. L’Occidente si è suicidato in compagnia degli USA perché l’euro ha ucciso la finanza, la Commissione Europea ha annullato la politica, il sistema liberale ha distrutto l’identità socio-culturale e religiosa, sciogliendosi nella sua folle fluidità.

Non occorre una vittoria militare a Kiev, per osservare che Russia, Cina, America Latina e mondo arabo sono già protagonisti e fanno da contraltare multipolare a Biden ed alla sua servitù del Vecchio Continente. per quanto il 75% delle riserve mondiali siano espresse in dollari, il declino americano si palesa se si pensa che fino al 2000 erano oltre il 70% e che oggi è in continua decrescita in accelerazione. I BRICS si sono accordati per utilizzare le loro valute nazionali per i reciproci scambi. Stiamo parlando di economie che pesano un quarto di quella globale. Mosca si sta ben destreggiando con lo yuan cinese ed ha concluso accordi con India, Turchia, Iran, e i Paesi dell’ Unione Economica Eurasiatica. L’egemonia unipolare americana sta volgendo alla fine.

C’è una novità, che i media occidentali hanno riportato come notizia di poco conto, ad eccezione di Stilum Curiae di Marco Tosatti. Robert F. Kennedy, Jr. ha depositato la documentazione per candidarsi alla Presidenza degli Stati Uniti nel 2024. Lo ha annunciato il diretto interessato, il 5 Aprile, cui è seguita un’ intervista molto interessante su “The Epoch Times”. Sta crescendo, in casa Dem, l’anti-Biden, almeno dalle dichiarazioni rilasciate. Kennedy Jr. esordisce con un attacco alla politica del suo Paese: “E mentre i democratici combattono contro i repubblicani, le élite stanno spaccando la nostra classe media, avvelenando i nostri figli e mercificando i nostri paesaggi”. “Robert F. Kennedy, Jr.- si legge sulla pagina della sua campagna – ha lottato contro l’avidità delle aziende e la corruzione del governo per proteggere i nostri figli, la nostra salute, i nostri mezzi di sussistenza, il nostro ambiente e, soprattutto, la nostra libertà”. C’è scritto, inoltre: “Con integrità, coraggio e abnegazione, ha guidato gli americani in una lotta nobilitante per ripristinare il nostro Paese come nazione esemplare e per porre fine alla polarizzazione tossica che ci divide e arricchisce le élite”.

Pur essendo un democratico, Kennedy è noto per la sua opposizione a molte politiche dell’attuale amministrazione, in particolare a quelle relative al COVID-19. Ha fondato l’associazione Children Health Defense, organizzazione no-profit dedicata alla risoluzione delle “condizioni di salute croniche causate da esposizioni ambientali”, e ha parlato dei danni associati ai vaccini COVID-19. Le piattaforme di social media come Instagram hanno censurato Kennedy dal parlare contro i vaccini COVID. Anche i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) hanno preso le distanze da alcune sue affermazioni, ma per lui, nell’industria farmaceutica è molto diffuso il fenomeno delle “agenzie di regolamentazione [che] vengono catturate dalle industrie che dovrebbero regolare”.

Secondo Kennedy, la Central Intelligence Agency (CIA) è diventata “un governo all’interno del nostro governo” e un “tumore” per il sistema americano, e ha proposto di sistemare l’agenzia implementando un organo di controllo separato su di essa. Egli sostiene che l’agenzia di intelligence ha usato tecniche di “controllo mentale” come la “deprivazione sensoriale, le tecniche di tortura, la paura e la propaganda, [e] i messaggi autoritari” per influenzare le persone in tutto il mondo”. Egli ha affermato che la CIA è stata coinvolta in colpi di Stato o tentativi di colpo di Stato tra il 1947 e il 1997 contro un terzo delle nazioni della Terra. “La maggior parte di esse erano democrazie”. Ha suggerito che un modo per riformare l’agenzia sarebbe quello di implementare un organo di supervisione […]”.

“Mio padre voleva sistemare la CIA. Quando si è candidato, la sua intenzione era quella di riportare la CIA a quello che doveva essere, cioè un’agenzia di spionaggio, che significa raccogliere informazioni, fare analisi e fornire quelle informazioni all’esecutivo”, ha detto Kennedy. Nella sua intervista con “American Thought Leaders”, Kennedy ha detto a Jekielek che l’America non è più una democrazia e che le sue elezioni sono controllate da ricchi donatori.

“È più un’oligarchia o una plutocrazia che risponde solo alle esigenze dei ricchi e delle aziende, che pagano i costi elettorali delle lobby dei politici, che poi diventano i loro servi a Capitol Hill”.
Se il denaro non viene tolto dalle elezioni, ha detto Kennedy, l’America è una “corporazione”. Quando ricorda la sua infanzia dice: “Sapevamo che ciò che vedevamo ogni giorno faceva parte della storia del nostro Paese. I miei genitori ci parlavano ogni giorno di storia, letteratura e valori”.

La scommessa di pacifica cooperazione e ritorno ai principi fondamentali della sana civiltà occidentale, in un mondo multipolare, potrebbe iniziare dai Kennedy? Ai posteri la sentenza.

 

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2023/04/10/in-usa-si-candida-presidente-r-f-kennedy-cooperazione-nel-mondo-multipolare/

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