Ucraina: radici e conseguenze della crisi

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del Prof. Roberto De Mattei

Lo “show” mediatico tra Biden e Putin sfocerà in una guerra reale tra Russia e Ucraina, destinata a coinvolgere anche l’Europa? Tutto è possibile, nell’era dell’imprevedibile. In questo caso non si tratterebbe di una guerra civile interna all’Ucraina, ma di un conflitto internazionale che vedrebbe di fronte la Russia e l’Occidente. Però i due contendenti non hanno nessun interesse a uno scontro militare di questo tipo, a meno che nel clima di esasperazione di toni artificialmente creato, un evento inatteso non modifichi le strategie in campo.

Il nome Ucraina (Ukraïna) è etimologicamente legato al termine slavo «kraj» (limite, bordo), che indica una «terra di confine». L’Ucraina è infatti, una vasta pianura dagli incerti confini, densamente popolata, ricca di risorse agricole e minerarie. Le origini storiche di questa terra sono antiche: fu chiamata Scizia dai greci e Sarmatia dai romani. Dal medioevo fino alla caduta dell’Impero austro-ungarico fu conosciuta in Occidente come Rutenia, mentre in Russia, era chiamata “Piccola Russia”, per affermare la sua appartenenza all’Impero degli Zar.

L’Ucraina è infatti la culla della Russia, la cui nascita risale alla conversione al Cristianesimo del principe Vladimir I (980-105), detto il Santo. Il Regno di Kiev da lui fondato fu il più antico Stato slavo cristiano, che si estese dal Baltico al Mar Nero, fino ai Carpazi, costituendo una delle Confederazioni più importanti dell’Europa medioevale. Però nel 1240 questo vasto regno fu quasi completamente distrutto dai mongoli, la cui dominazione si protrasse per oltre 250 anni.

Il regno di Kiev, pur aderendo allo scisma di Oriente (1054), aveva fatto parte della Cristianità occidentale. Lo Stato moscovita che si affermò nel XVI secolo, dopo la liberazione dai mongoli, sviluppò l’eredità di Bisanzio in senso antieuropeo. Sebbene con Pietro il Grande la Russia fosse entrata a far parte del sistema degli Stati europei, l’impero zarista fu sempre percepito come una minaccia dagli altri Stati del vecchio continente per la sua connotazione asiatica e il suo carattere autocratico.

Nel corso dei secoli l’Ucraina fu più volte smembrata e sottoposta, di volta in volta, ai Granduchi lituani e ai re di Polonia, all’Impero russo e a quello austriaco, ma rimase culturalmente legata all’Occidente e i suoi abitanti rifiutarono sempre i termini di ‘piccola Russia’ o ‘nuova Russia’ (‘Novorossija’), usati dagli Zar e oggi riproposti da Putin.

Dopo il crollo dell’Impero zarista durante la Prima guerra mondiale, gli Imperi centrali, con il Trattato di Brest-Litovsk del 3 marzo 1918, imposero ai bolscevichi il riconoscimento dell’Ucraina indipendente. L’Armata rossa, nel suo intento di esportare la Rivoluzione in Occidente, attaccò la Polonia, ma nell’agosto del 1920 fu sconfitta sulla Vistola dal generale Józef Piłsudski (1867-1935), che passò al contrattacco, tentando di riconquistare i territori dell’antica Confederazione polacco-lituana. Il Trattato di Riga, firmato il 18 marzo 1921 dalla Polonia da un lato e dalla Russia e dall’Ucraina dall’altro, segnò il fallimento del progetto di Piłsudski e, come scrive il conte Emmanuel Malinsky (1875-1938), può essere considerato il vero giorno di nascita dello Stato bolscevico (Les Problèmes de l’Est et la Petite-Entente, Librairie Cervantes, Paris 1931, p. 300).  Nel 1922 l’Ucraina entrò ufficialmente a far parte dell’URSS, con l’eccezione della Galizia e della Volinia, assegnate alla Polonia. Da allora, se si eccettua l’occupazione nazionalsocialista del 1941-1943, restò sovietica fino alla proclamazione della sua indipendenza, l’8 dicembre 1991.

L’Ucraina post-sovietica sta cercando di entrare nella Nato e nell’Unione Europea, per difendersi dall’egemonia Russa, mentre Mosca vuole preservare la propria influenza su una nazione con cui condivide oltre 1500 chilometri di confine. Il conflitto in corso è anche una “guerra del gas” in cui è in gioco il futuro energetico dell’Europa. Da una parte c’è la Russia, che è il principale fornitore del nostro continente; dall’altra gli Stati Uniti, che vogliono entrare nel mercato europeo con il loro Gnl (Gas naturale liquido) che viene trasportato sulle navi e costa più di quello della Russia che arriva con le pipeline.

Il problema però non è solo economico. Putin, si propone di restituire alla Russia una nuova coscienza imperiale ed è deciso a non tollerare ulteriori espansioni a Est della Nato dopo l’adesione delle Repubbliche baltiche e dei Paesi dell’ex-Patto di Varsavia. Come osserva il politologo Alexandre Del Valle, «tutta la politica estera di Vladimir Putin si inserisce in questa forte tendenza della geopolitica russa tradizionalmente orientata alla conquista territoriale delle aree che circondano il suo nucleo storico centroeuropeo. In questo sistema, l’Ucraina rappresenta ovviamente il fulcro che permette alla Russia di tornare ad essere una potenza eurasiatica perché, da questo Paese, la Russia può proiettarsi sia sul Mar Nero e sul Mediterraneo orientale che sull’Europa centrale e balcanica. Da qui la strategia americana volta a sostenere in Ucraina, come in Georgia e altrove, le forze politiche ostili a Mosca» (La mondialisation dangereuse, L’Artilleur, Paris 2021, p. 99).

Il prof. Massimo de Leonardis ricorda le parole di Zbigniew Brzesinski (1928-2017) che riassumono la sostanza del problema. «Senza l’Ucraina la Russia cessa di essere un Impero, ma se sottomette l’Ucraina diventa automaticamente un Impero» (Prefazione a Giorgio Cella, Storia e geopolitica della crisi ucraina, Carocci, Roma 2021, p. 12). In questa prospettiva, la Russia, sposta le sue truppe ai confini con l’Ucraina, per non essere accerchiata dalla Nato, ma la Nato mette in allerta i suoi soldati per difendere l’Ucraina dall’accerchiamento della Russia.

Per chi vede le cose con gli occhi della fede, al di là degli interessi geopolitici contrapposti, di Biden e di Putin, la prima domanda da porsi riguarda il bene delle anime. Sotto quest’aspetto, che per noi è il più importante, non possiamo dimenticare che l’Ucraina è il centro della Chiesa greco-cattolica ucraina, di rito bizantino, con sede in Kiev, dove l’arcivescovo Svjatoslav Ševčuk, occupa oggi la cattedra arcivescovile che fu dell’intrepido cardinale Josyp Slipyj (1892-1984), deportato per 18 anni nei lager comunisti. Inoltre nella regione ucraina della Transcarpazia esiste anche la Chiesa greco cattolica rutena di rito bizantino, che conta tra i suoi martiri l’eparca Teodoro Romža, assassinato su ordine di Nikita Chruščëv, il 1º novembre 1947 e beatificato da papa Giovanni Paolo II, il 27 giugno 2001. Oggi costituisce l’eparchia di Mukačevo, immediatamente dipendente dalla Santa Sede.

L’espansionismo della Russia non corrisponde solo alle ambizioni geopolitiche di Putin, ma anche alla richiesta del Patriarcato di Mosca di esercitare la propria autorità religiosa in tutto lo spazio ex-sovietico, contro quelle che esso definisce le indebite ingerenze del Patriarcato di Costantinopoli e soprattutto del Vaticano. Putin, da parte sua, è consapevole del fatto che la Russia non può fare a meno dei suoi legami con la chiesa ortodossa, che conferisce al regime legittimità morale e supporto in termini di consenso.   L’annessione da parte di Putin dell’Ucraina, o di una parte di essa, rappresenterebbe una russificazione del paese che rafforzerebbe il ruolo della chiesa ortodossa russa a scapito di quella cattolica di rito bizantino. Gli interessi politici dei cattolici non coincidono né con quelli di Putin né con quelli di Biden, ma sul piano religioso, che è il più elevato, bisogna respingere ogni forma di espansione del Patriarcato di Mosca nelle terre slave e forse domani in Occidente. La Chiesa cattolica attraversa oggi una grave crisi interna, ma la soluzione a questa crisi può venire solo dalla parola di Verità della Chiesa di Roma, non certo dal «Drang nach Westen», la spinta verso Occidente dall’autocefalia ortodossa.

Paracetamolo e vigile attesa: le linee guida cambiano, le colpe di Speranza restano

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Dall’altro ieri sono state aggiornate le linee guida, ma rimangono forti ombre sulla gestione covid di Speranza e del Cts. Ecco perché

di Paolo Becchi e Giuseppe Palma

Il Tar del Lazio, con sentenza n. 419 del 15 gennaio 2022, aveva annullato la circolare ministeriale del 26 aprile 2021 nella parte in cui questa prescriveva ai medici l’utilizzo del protocollo “tachipirina e vigile attesa”, ritenendo che i medici debbano essere lasciati liberi di prescrivere la terapia secondo il principio di “scienza e coscienza”, assumendosene la relativa responsabilità.

Quattro giorni più tardi, il 19 gennaio, la terza sezione del Consiglio di Stato ha sospeso con effetto immediato la decisione del Tar, salvando gli effetti della Circolare ministeriale. L’atto con cui il Consiglio di Stato ha sospeso la sentenza del Tar è stato emanato in via cautelare, mentre ieri – 9 febbraio – il Consiglio di Stato si è pronunciato nel merito annullando la sentenza del Tar, motivando la decisione sulla base del fatto che la Circolare ministeriale contiene “mere raccomandazioni e non prescrizioni cogenti e si collocano, sul piano giuridico, a livello di semplici indicazioni orientative, per i medici di medicina generale, in quanto parametri di riferimento circa le esperienze in atto nei metodi terapeutici a livello internazionale”.

La sentenza del Consiglio di Stato apre però un’autostrada su molteplici valutazioni da fare.

La prima è se sia sensato rivolgersi al Tar per queste cose. Se il Tar, come nel caso di specie, interviene per una volta contro il governo, c’è comunque il Consiglio di stato che gli dà comunque ragione. Tanta fatica per niente. Anzi il risultato è alla fine controproducente. Eppure, nonostante tutto, noi vogliamo insistere sul punto, sollevando alcuni problemi, che presentano, a nostro avviso, risvolti di natura persino penale. Quello che ci interessa capire, in buona sostanza, è se il comportamento del ministro Speranza e dei suoi collaboratori del Cts abbiano o meno creato danni tanto nella gestione dell’emergenza pandemica quanto nell’efficacia delle cure domiciliari. Andiamo per gradi.

Bergamo, primi di marzo 2020. Le terapie intensive vanno presto in affanno e i medici sono costretti a decidere chi deve vivere e chi morire. E molti, troppi muoiono. Ma su che basi scientifiche vengono curati quei primi malati? In realtà all’inizio si va a tentoni, tanto è vero che il Comitato tecnico scientifico istituito con decreto del presidente del consiglio dei ministri n. 371 del 5 febbraio 2020 – coordinato all’epoca dal dott. Agostino Miozzo – è scettico in questa prima fase sull’utilizzo degli anti-infiammatori, mentre qualche mese più tardi nelle cure domiciliari contro il Covid-19 il protocollo adottato prende il nome di uso comune “tachipirina e vigile attesa”, cioè proprio un semplice anti-infiammatorio.

Ancora il 16 marzo 2020 Repubblica, l’organo di propaganda del governo, scriveva: “Coronavirus, non prendete antinfiammatori per proteggervi”. Ma è proprio il Comitato tecnico scientifico di allora a fare i danni più grossi. Dal verbale del 28/2/2020 emerge che il Cts si oppose alla chiusura di altre zone rispetto agli undici Comuni già in zona rossa: “Non sono necessarie altre misure restrittive”, eppure il virus circolava ad un ritmo tale che dopo dieci giorni Conte dovrà chiudere tutto il Paese in lockdown.

Ancora il 4 marzo 2020, pochi giorni prima che la situazione precipitasse, con riferimento alla scuola il Cts scriveva: “le scelte di chiusura dovrebbero essere proporzionali al contagio […], non esistono dati che ne indichino la inconfutabile utilità”, salvo poi – dopo qualche giorno – chiudere tutte le scuole per l’intera durata dell’anno scolastico, mettendo milioni di famiglie davanti al fatto compiuto. Il 13 marzo, con l’intero Paese in lockdown totale dal giorno precedente, il Cts affermava “non vi è evidenza per raccomandare indiscriminatamente ai lavoratori di indossare le mascherine. Anzi. Al contrario è stringentemente raccomandato solo per gli operatori sanitari e per chi ha sintomi respiratori”. Visto che oggi, dopo due anni, le mascherine sono obbligatorie ovunque (addirittura quelle ffp2), con una variante meno pericolosa rispetto all’infezione del 2020, le indicazioni del Cts sarebbero da sottoporre al vaglio in sede giurisdizionale penale. Delle due l’una: o aveva ragione il dottor Miozzo e allora tutto quello che è stato fatto dopo è sbagliato o aveva torto e allora dovrebbe renderne conto.

Ma torniamo a Speranza. Con la Circolare ministeriale del 30 novembre 2020 n. 0024970, solo parzialmente modificata con successiva circolare del 26 aprile 2021, le principali indicazioni sono: vigile attesa, paracetamolo, non utilizzare routinariamente corticosteroidi, non utilizzare eparina, non utilizzare antibiotici e non utilizzare idrossiclorochina. Insomma, “curare” il meno possibile. Si tratta certo di “indicazioni”, non di obblighi (la dicitura esatta è “si forniscono le seguenti indicazioni di gestione clinica”), ma in campo medico la violazione di un’indicazione ministeriale potrebbe comportare l’avvio di un procedimento disciplinare, quantomeno da parte dell’ordine dei medici che valuta le contro-indicazioni e l’opportunità della scelta eventualmente contraria all’indicazione ministeriale. E dunque molti medici, sia di famiglia sia soprattutto ospedalieri (i più esposti di tutti), si sono sentiti costretti a rispettare le indicazioni del ministro Speranza.

La Circolare ministeriale del 26 aprile 2021 (n. 0008676), rispetto a quella precedente del 30 novembre, si è soltanto limitata ad aggiungere altri farmaci unitamente al paracetamolo (tachipirina), come i Fans (farmaci antinfiammatori non steroidei) in caso di dolori articolari o muscolari. Anche il protocollo Aifa nel setting domiciliare (datato 20 dicembre 2020) non si discosta molto dalle Circolari ministeriali, limitando l’uso delle eparine e dei corticosteroidi solo in specifiche condizioni, escludendo gli antibiotici (tra i farmaci non raccomandati). Il tutto sempre a titolo di “indicazioni”.

Da ultimo, finalmente, il 10 febbraio 2022, il dicastero ha aggiornato le linee guida, con indicazioni specifiche per i bambini e le donne in gravidanza, alla luce della “sopravvenuta disponibilità di nuovi farmaci antivirali e anticorpi monoclonali”. Peccato che i monoclonali esistano già da quando, a ottobre 2020, Aifa snobbò l’offerta di scorte di quei farmaci da parte della multinazionale Eli Lilly a scopi di sperimentazione. E che, con gli antivirali, si fosse già curato, ad esempio, Donald Trump, sempre nell’autunno del 2020. In realtà, come dimostra l’esistenza di protocolli terapeutici affidabilissimi (basti pensare a quello sviluppato dal professor Giuseppe Remuzzi), ben prima del 10 febbraio 2022 sarebbe stato possibile ampliare le scarne indicazioni ministeriali.

Ma soprattutto, la verità che viene nascosta dalla decisione del Consiglio di Stato è che finora ai medici è stata di fatto vietata – sotto il ricatto di essere cacciati dall’ordine professionale, quindi un obbligo mascherato – la possibilità di agire secondo “scienza e coscienza”. Un medico che volesse curare la Covid con un antibiotico, tanto per fare un esempio, si assume una responsabilità non da poco al cospetto delle autorità competenti gerarchicamente superiori (struttura ospedaliera, ordine dei medici, ministero della salute).

Ma c’è anche un’altra domanda da porsi: quanti decessi si sarebbero potuti evitare se i medici avessero avuto sin da subito indicazioni precise dal Ministero su come curare i malati di Covid? L’eparina, ad esempio, è un farmaco utilizzato dai medici ospedalieri a partire dalla terza settimana di marzo 2020 ed ha salvato molte vite, per quale motivo non ne viene autorizzato l’utilizzo anche per le cure domiciliari? E che dire degli antibiotici? Alcuni salvano la vita, ma il Ministro e i suoi tecnici si sono ben guardati dal consigliarne la somministrazione, anzi l’ hanno sconsigliata.

Continuare sulla strada di “paracetamolo e vigile attesa” ha portato parecchie persone al ricovero in terapia intensiva, e in tanti non sono più tornati. Se sin dall’inizio si fossero date indicazioni più aperte i medici di famiglia si sarebbero sentiti liberi di prescrivere quantomeno gli antibiotici (alcuni funzionano con notevoli risultati) e ci sarebbero stati meno morti. Ci sono studi, inoltre, che dimostrano come la tachipirina in caso di Covid sia addirittura dannosa, dal momento che aumenta il consumo di glutatione da parte dell’organismo, compromettendone la risposta antiossidante e antinfiammatoria. Se questi studi fossero confermati risulterebbe evidente che il Ministro ha indicato e continua ad indicare l’uso di un farmaco non solo sbagliato, ma addirittura dannoso per quei malati.

Per quale motivo il Ministro non ha indicato, per le cure domiciliari, l’uso quantomeno degli antibiotici? Per paura che alcuni di questi funzionassero a tal punto da rendere irragionevole l’adozione dell’obbligo vaccinale? Non tocca certo a noi rispondere, ma crediamo che un giudice dovrebbe far luce sull’operato del Ministro, nonostante la decisione a lui favorevole del Consiglio di Stato.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/paracetamolo-e-vigile-attesa-le-linee-guida-cambiano-le-colpe-di-speranza-restano/

Ora revochiamo l’onorificenza al macellaio Tito

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In un mondo in cui a sinistra si fa la classifica politica dei morti di serie A e morti di serie B, sarebbe ora di togliere onorificenze ai macellai (n.d.r.)

Il 10 febbraio ricordiamo la tragedia delle foibe e il dramma dell’esodo, ma non abbiamo mai cancellato la più alta onorificenza italiana concessa a Josip Broz Tito

di Fausto Biloslavo

Il 10 febbraio ricordiamo la tragedia delle foibe e il dramma dell’esodo, ma non abbiamo mai cancellato la più alta onorificenza italiana concessa a Josip Broz Tito, il capo degli aguzzini che massacrarono migliaia di connazionali costringendo alla fuga 350mila persone dall’Istria, Fiume e Dalmazia.

Il Giorno del Ricordo deve essere simbolo di pacificazione senza nascondere le colpe precedenti del regime fascista, ma è giunto il momento di cancellare la vergognosa medaglia. L’onorificenza campeggia sempre sul sito del Quirinale ricordando che il 2 ottobre 1969 il presidente jugoslavo, che aveva le mani sporche del sangue degli infoibati, veniva decorato come «Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana» con l’aggiunta del Gran Cordone, il più alto riconoscimento del nostro Paese. Il capo dello Stato di allora, Giuseppe Saragat, aveva consegnato a Belgrado, fra sorrisi, brindisi e abbracci, l’onorificenza in una custodia verde a un compiaciuto Tito. E mai nella prima visita in Jugoslavia dopo la guerra osò accennare anche lontanamente alle foibe e all’esodo preferendo alzare i calici «alle fortune dei popoli jugoslavi e all’amicizia fra i nostri Paesi». Tremenda realpolitik, ricambiata dalla visita di Tito a Roma un anno dopo, accolto come una star del socialismo reale distanziato da Mosca.

Dopo la storica immagine di Francesco Cossiga inginocchiato davanti alla foiba di Basovizza, gli omaggi dei capi di stato che sono seguiti al monumento nazionale sul Carso triestino e la mano nella mano di Sergio Mattarella con lo sloveno Borut Pahor dello scorso luglio è anacronistico, paradossale e oltraggioso non cancellare l’onorificenza a Tito. Ancor più a diciott’anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo con il voto quasi unanime del Parlamento. Un insulto alle vittime delle foibe e discendenti, che in molti casi non hanno neanche una tomba dove deporre un fiore e agli esuli e loro figli. Un obiettivo che, almeno in teoria, dovrebbe essere condiviso in maniera bipartisan dalla politica, ma che viene sempre rispedito al mittente grazie a un cavillo legislativo. Si può togliere un’onorificenza per «indegnità» solo se il personaggio insignito è ancora in vita. Nel 2012 l’Italia lo ha fatto, giusto o sbagliato che sia, con il presidente Bashar al Assad, accusato di massacrare il suo popolo nella guerra civile in Siria. Per Tito, che sarà pur stato un grande leader della Jugoslavia, ma ha lanciato la pulizia etnica e politica contro gli italiani e una parte del suo popolo «non è ipotizzabile alcun procedimento essendo il medesimo deceduto» scriveva nel 2013 il prefetto di Belluno, a nome del governo. In Parlamento langue da tempo una proposta di legge di un paio di righe per cambiare la (folle) norma, che esalta Tito.

Se vogliamo onorare veramente i martiri delle foibe girando una volta per tutte questa triste pagina volutamente strappata della storia e guardare avanti, senza strumentalizzazioni, togliamo la medaglia della vergogna al boia degli italiani.

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/politica/ora-revochiamo-lonorificenza-macellaio-tito-2009486.html

Clamoroso: per giocare al Quirinale, Di Maio diserta la riunione sull’Ucraina

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di Nicola Porro

Mentre siamo qui a pensare a quale sarà il prossimo presidente della Repubblica, e a vedere che il parlamento dopo quattro votazioni è ancora nel pantano, ci sono forse altre questioni di cui dovremmo discutere. Le bollette? La crisi un Ucraina? Ecco: vorrei far presente che Di Maio ultimamente, per stare dietro al caos Quirinale, non ha partecipato ad un vertice sulla tensione a Kiev. E su questo avrei due cosette da dire…

Nicola Porro, da Stasera Italia del 26 gennaio 2022

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Quirinale, comunque vada vincerà il Palazzo

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Stante il nostro sistema elettivo, tutto fuorché democratico, le trame per eleggere l’inquilino del Colle che dovrebbe rappresentare gli italiani tutti e invece rappresenta solo il Palazzo, ci sono sempre state, anche squallide, anche losche, solo in camera caritatis, salvando la parvenza di decenza formale tipica del secolo borghese. Ma siamo in un altro tempo, dove l’unica vergogna è provare vergogna e per la prima volta maneggi e camarille non sono più segreti, avvengono in piena luce ad uso e consumo delle vendette trasversali veicolate dai giornali del potere.

I nomi bruciati

Draghi, sedicente nonno delle istituzioni, pretendeva l’investitura ostentando indifferenza, ma a lungo andare la sua si è rivelata una questua delle più umilianti anche perché destinata a sicuro logorio: consumato lui e bruciati tutti a cominciare da Berlusconi, che però essendo uomo di carattere ha saputo a sua volta scassinare il sempre meno super tecnico. In mezzo, una spoon river di candidati assai poco eccellenti, mandati al rogo uno dopo l’altro: Giuliano Amato, detto il dottor sottile per la propensione da azzeccabarbugli; Mario Monti, il vampiro più inviso agli italiani; Rosy Bindi, sempre più simile al Gabibbo; sotto a chi tocca, ora si dà per certo Pierferdinando Casini, che però sembra durare “come sugli alberi le foglie”, sostituito, Dio ci scampi, dal Riccardi della Comunità di Sant’Egidio, uno dei poteri davvero forti di questo Paese ma totalmente inadeguato. Insomma siamo alla frutta. E adesso, pover’uomo?

La variante Draghi al Colle

Adesso, Draghi se mai salirà le scale del Quirinale, lo farà arrancando come un’anatra zoppa: i partiti, deboli, debolissimi, hanno colto l’allarme nella finta umiltà che mascherava la ybris e hanno serrato i ranghi, hanno cominciato il lavoro ai fianchi nel quale restano maestri. L’interessato, a dirla tutta, non ci ha fatto una gran figura. Ha dato l’impressione di pretendere l’investitura ora col ricatto capriccioso – se non mi incoronate, e subito, me ne vado – ora con astuzie da Prima Repubblica se non da regimetto, potenziando uno stato concentrazionario funzionale unicamente alle sue pretese e alla disperazione di parlamentari da quattro soldi, diciamolo pure, terrorizzati all’idea di una prematura morte di legislatura. Che bel quadretto!

Centrodestra senza una linea

Berlusconi forse non è mai stato davvero candidabile, è stato usato come un babau per ricattare a sua volta il Signore degli anelli finanziari: se n’è accorto e, anche da malandato, ha saputo dare l’ultima bastonata a un sistema che comunque lo vede protagonista da quasi trent’anni anche se lui non si stanca di proporsi come Cenerentola al ballo. Comunque ne esce a testa alta, mentre chi risulta una volta di più nella miseria politica, e non solo, è il centrodestra Fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia… Non esiste una coalizione, esiste, esattamente come a sinistra, una diffidenza condivisa, con i coltelli sempre pronti a scattare. Salvini ha fatto la solita parte velleitaria, la Meloni è addirittura sparita dal radar.

Le vere emergenze

Entrambe le fazioni, rispettivamente lacerate all’interno da ulteriori spaccature, puntano sulle divisioni altrui, ma, quanto a questo, potrebbero tranquillamente specchiarsi e a volte viene il sospetto che l’amico migliore sia il nemico. In questa desolazione si apre la liturgia per scegliere il nuovo primo cittadino d’Italia: uno che, vada come vada, finirà per far rimpiangere il predecessore, anche se pare impossibile. Nel bel mezzo di una pandemia che non c’è più, di un regime asserragliato nel bunker, di un Paese prigioniero, di una crisi economica destinata a sfociare in distruzione: le promesse di rinascita erano cialtronaggini, l’inflazione dal trotto è passata a galoppare, lo spread ruggisce, di soldi non ce ne sono, di ristori neppure e anche i più fanatici eurolirici cominciano a temere che i soldi a strozzo del Piano di resilienza o quello che sia, non arriveranno se non in misura irrisoria.

Mentre il Paese si dibatte, al solito, nelle sue emergenze conclamate: un coprifuoco di fatto, completamente assurdo; l’afflusso incontrollato di clandestini; il ritardo tecnologico; la semidistruzione di tutti i reparti produttivi e dei servizi; il fabbisogno energetico, le cui cause sono perniciose quanto antiche ma acuito dall’incompetenza di Ursula e dall’inettitudine dello stesso Draghi. Rassegniamoci a un nuovo “notaio” degli italiani che, quale che sia, potrà solo sottoscriverne la deriva, eventualmente riuscendo nell’impresa non da poco di far rimpiangere il predecessore. Ma forse è arrivato il momento di ripensare, di archiviare non solo una politica ridotta a livelli di puro malaffare, quanto un metodo di elezione presidenziale che ormai non ha più alibi. Fuori dalla Storia oltre che dalla logica.

Max Del Papa, 26 gennaio 2022

da

Quirinale, comunque vada vincerà il Palazzo

 

Russia, Ucraina e poi?

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di Patrick Armstrong

Fonte: Come Don Chisciotte

Per Mosca, l’Ucraina non è il problema, lo è Washington. O, come direbbe Putin: Tabaqui fa quello che Shere Khan gli dice e non ha senso trattare con lui, andate direttamente da Shere Khan. Questo è ciò che Mosca sta cercando di fare con le sue proposte di trattato.

Per la stessa ragione, Mosca non si preoccupa di ciò che dice l’UE o la NATO, ha capito che sono anch’essi dei Tabaqui.

A Washington l’attuale meme propagandistico è che la Russia sta per “invadere l’Ucraina” e assorbirla. Non lo farà: L’Ucraina è un Paese decadente, impoverito, deindustrializzato, diviso e corrotto; Mosca non vuole assumersene la responsabilità. Mosca è pienamente consapevole che, anche se le sue truppe sarebbero accolte a braccia aperte in molte regioni dell’Ucraina, in altre questo non succederebbe. Infatti, a Mosca sono del parere che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Stalin avrebbe fatto meglio a restituire la Galizia alla Polonia, piuttosto che annetterla alla Repubblica Socialista dell’Ucraina, in questo modo avrebbe scaricato il problema sulle spalle di Varsavia. Questo, comunque, non esclude come atto finale [per Mosca] l’eventuale assorbimento della maggior parte della Nuova Russia.

La seconda illusione di Washington è che se Mosca “invadesse l’Ucraina” inizierebbe l’attacco il più lontano possibile da Kiev, con i carri armati in fila indiana, in modo che le armi anticarro fornite dagli Stati Uniti possano far pagare ai Russi un costo pesante. Questo non è assolutamente ciò che farebbe Mosca, come spiega Scott Ritter. Mosca userebbe armi a distanza per obliterare le posizioni delle truppe ucraine, i centri di comando, controllo e intelligence, le aree di assemblaggio, le posizioni di artiglieria, i depositi di munizioni, i campi di aviazione, i porti ecc. A sua scelta. Finirebbe tutto così rapidamente che non ci sarebbe neanche il tempo di tirar fuori dagli imballi i missili Javelin. Ma questa è l’opzione estrema, come spiega Ritter.

Sfortunatamente i Blinken, i Sullivan, i Farkas, i Nuland e quelli che sembrano guidare la politica USA non capiscono nulla di tutto ciò. Continuano ad essere convinti che gli Stati Uniti siano una vera potenza, che la Russia sia debole e in declino, che la posizione di Putin sia traballante, che le sanzioni servano a qualcosa, che l’economia russa sia fragile e così via. E pensano di capire cosa sia una guerra moderna. Tutto negli ultimi vent’anni contraddice il loro punto di vista, ma loro continuano a crederci.

Prendete, ad esempio, Wendy Sherman, la principale negoziatrice americana a Ginevra questo mese. Guardate la sua biografia su Wikipedia. Assistente sociale, responsabile dei finanziamenti per i candidati del Partito Democratico, manager di campagne politiche, Fanny Mae [Federal National Mortgage Association], nominata da Clinton al Dipartimento di Stato, negoziatrice con l’Iran e la Corea del Nord. C’è qualcosa in questo curriculum che indichi una qualsiasi conoscenza o comprensione della Russia o della guerra moderna? (O magari della capacità di condurre negoziati?) Eppure, è lei quella che si occupa del problema. Jake Sullivan: avvocato, curatore di dibattiti, consigliere politico, idem.

Probabilmente ci sarà qualche generale americano che vede la realtà – certamente c’è chi ha parlato della formidabile difesa aerea della Russia o delle sue capacità nelle contromisure elettroniche; altri si rendono conto di quanto sarebbe debole la NATO in una guerra alle porte della Russia. Ma, come sottolinea il colonnello Lang, forse no.

Il problema è l’eccessiva fiducia radicata nel nulla. Mosca ha fatto una proposta che si basa su una posizione innegabilmente vera, quella che la sicurezza è reciproca. Se una parte minaccia l’altra, allora quella minacciata prenderà provvedimenti per rafforzare la propria posizione e il livello di minaccia aumenterà sempre di più. Durante la Guerra Fredda entrambe le parti si erano rese conto che c’erano dei limiti, che le minacce erano pericolose e che negoziare avrebbe impedito che accadessero cose peggiori. Ma ora Washington è persa nel suo delirio di eterna superiorità.

La cosiddetta “trappola di Tucidide” è il nome dato ad una condizione in cui una potenza (Sparta allora, USA oggi) teme l’ascesa di un forte concorrente (Atene allora, Cina e Russia oggi) e inizia una guerra per la paura che la sua posizione possa solo indebolirsi. La brutale verità è che quel punto è già stato superato: Russia+Cina sono più potenti degli USA e dei suoi alleati in ogni campo – più acciaio, più cibo, più armi, più laureati STEM [science, technology, engineering and mathematics], più ponti, più soldi – più tutto. NATO/USA perderebbero una guerra convenzionale – i wargamers militari americani questo lo sanno benissimo.

In breve, come può Mosca costringere queste persone a vedere la realtà? Ecco, in una parola, il problema: se saranno in grado di vederla, allora sarà possibile sperare in qualcosa di meglio; se non potranno, allora bisognerà prepararsi al peggio. Per il bene di tutti – anche dell’America – Washington deve prestare attenzione alle preoccupazioni di Mosca sulla sicurezza e ridurre la sua aggressività. Mosca lo ha chiesto – in realtà lo ha preteso – e non è ancora chiaro se il tentativo sia fallito. La reazione negativa dei Tabaqui non ha importanza – Mosca ha parlato con loro solo per una questione di forma – è la risposta di Shere Khan che conta. E non l’abbiamo ancora avuta.

Forse la rivoluzione colorata appena andata a gambe all’aria in Kazakistan è stata la risposta di una parte dello stato profondo USA/Borg ma, se così fosse, è stata una rapida e potente dimostrazione da parte del Deep State USA di quanto scarsa sia la sua comprensione del vero rapporto di forze.

Aspettiamo la risposta finale di Washington, ma, al momento, le prospettive non sono molto incoraggianti: le minacce a buon mercato e gli editoriali autocompiacenti si sprecano.

Allora qual è il piano B di Mosca?

Ho elencato altrove alcune delle risposte che riesco ad immaginare e anche altri lo hanno fatto. Sono del parere che Mosca dovrebbe fare qualcosa di piuttosto drammatico per rompere la compiacenza. Vedo tre possibilità.

È dal 1814 che gli Stati Uniti non vengono minacciati con un attacco convenzionale sul loro territorio nazionale; la Russia ha diversi modi per farlo. Il problema sarà rivelare la minaccia in un modo che non possa essere negato o nascosto. Una dimostrazione delle capacità del Poseidon contro qualche isola remota seguita dall’annuncio che un numero significativo è già schierato vicino alle città costiere degli Stati Uniti?

Washington deve essere messa di fronte ad una dimostrazione dell’immenso potere militare distruttivo della Russia, in modo che non possa più far finta di niente. L’Ucraina è il terreno naturale per una dimostrazione del genere. (Vedi Ritter).

Una mossa diplomatica che cambia il mondo, come un’alleanza militare formale con la Cina, con la clausola che un attacco ad uno dei due sarà considerato un attacco ad entrambi. Questa sarebbe una dimostrazione di un correlazione di forze che impressionerebbe anche i più fanatici. L’Eurasia di Mackinder, più popolazione, più produzione, più STEM, più risorse, più potenza militare e navale unite in un patto militare.

Vedremo. I negoziati non sono finiti e potrebbe uscirne qualcosa di positivo. Doctorow, un osservatore capace, dà qualche speranza. Ma, per arrivare ad un risultato migliore ci vorrebbe un cambiamento piuttosto importante nell’atteggiamento di Washington.

Possiamo sperare. La posta in gioco è alta.

Fonte: www.turcopolier.com
Link: https://turcopolier.com/russia-ukraine-et-al-what-next/
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

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L’Italia adotta il sistema di controllo sociale cinese?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/01/24/litalia-adotta-il-sistema-di-controllo-sociale-cinese/

LA VIA DELLA SETA SEMBRA IMBOCCATA. CI SIAMO ENTRATI COL LASCIAPASSARE…

Il Covid è un virus che molti chiamano “influenza cinese”. Si sta facendo luce sul fatto, assai probabile, per cui sia stato un prodotto di laboratorio sfuggito al controllo, ma che è funzionale all’attuazione di metodi di controllo sociale.

Che negli ultimi anni l’asse del potere economico, purtroppo padrone della politica, cameriera preferita dei banchieri, si stesse spostando in Oriente è cosa nota. La comunicazione occidentale ha focalizzato l’immigrazione a senso unico. Si è parlato e si parla sempre dei barconi provenienti dall’Africa, con tutto il loro drammatico epilogo di morte e sofferenza, alimentate da personaggi e lobby dis-umanitarie, senza scrupoli.

Si parla pochissimo dell’immigrazione proveniente dalla Cina. Eppure, secondo i dati Istat 2020, ben il 5,7% degli immigrati residenti nel Belpaese è cinese, con un trend ascendente che ha superato l’1% nel 2021. Lombardia, Toscana e Veneto guidano la classifica delle regioni col maggior numero di immigrati provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese. Si tratta di gente che fa poco rumore, arriva, rileva attività in crisi pagando in contanti, si distribuisce sul territorio senza integrarsi, mantenendo usanze e una particolare unità comunitaria. Tra di loro ci sono anche persone che studiano i comportamenti ed il carattere degli occidentali.

Potrebbe un regime comunista lasciar partire circa 500.000 immigrati senza mandare qualcuno che sappia cosa e dove guardare per poi riferire? Vabbè che la tecnologia cinese è così all’avanguardia che, secondo molti, non avrebbe neppure la necessità di inviare qualche “agente osservatore”, ma è, altresì probabile che una valutazione incrociata di entrambi i dati fornisca un risultato più sicuro.

L’Italia è un paese di poeti, santi, navigatori, oramai caduti in disgrazia, a causa del benessere iper-capitalista, tanto che viene ritenuta terreno assai fertile per la sperimentazione sociale.

Focus del 22 gennaio 2022 ci dice che “la Cina sta testando ormai da sette anni un sistema simile che giudica le persone: si chiama sistema di credito sociale (SCS), e in questi anni è stato bersaglio di numerose critiche da parte del mondo occidentale.

Anche in Italia, la RAI ha raccontato questo gioco a punti distopico, che tanto somiglia a un episodio della serie Netflix Black Mirror: la questione, però, è più complicata di come i media l’hanno descritta negli anni. Un articolo di Wired evidenzia le diverse sfumature di questo sistema di controllo messo in atto dal governo cinese, che non funziona ancora a pieno regime e non è uniformato a livello nazionale.

L’obiettivo del sistema è quello di “incentivare le buone azioni” (o quelle considerate tali) attraverso l’assegnazione di crediti, e disincentivare quelle cattive, togliendone. Quindi, è lo Stato a decidere cosa è bene e cosa è male, come volevano Marx e Engels, ispirandosi ad Hegel.

“L’SCS è stato utilizzato anche durante la covid per individuare e multare chi non rispettava le misure restrittive: in molte città, chi violava la quarantena e si rifiutava di farsi misurare la temperatura corporea veniva aggiunto a una lista nera”. “L’idea è che l’SCS venga un giorno esteso a livello nazionale, e che a ogni cittadino cinese sia associato un numero identificativo, connesso a un registro personale, da utilizzare per verificare la propria “fedina comportamentale” che andrà ad aggiungersi a quella penale.

Continua Focus: “Il rischio, però, è che l’SCS diventi lo strumento di censura e controllo di un governo già sufficientemente autoritario e poco propenso alla libertà di pensiero: basti pensare al caso di Liu Hu, giornalista che ha denunciato la corruzione del governo e che per questo è stato arrestato, multato ed è ora nella lista nera; non può viaggiare, comprare una casa o sottoscrivere un mutuo. La soluzione? Pagare il governo o venire giudicato in tribunale”. Un altro timore è che l’SCS possa esacerbare le disuguaglianze sociali, dividendo la società e creando classi di emarginati. «Una volta perso gran parte del credito sociale, è difficile recuperarlo», spiega Ohlberg: «credo sia facile poi cadere in una spirale negativa».

“L’SCS è solo l’ultimo degli strumenti di controllo impiegati dal governo cinese per monitorare il comportamento dei propri cittadini: in taxi, per strada, al supermercato si è sempre osservati dall’occhio delle telecamere (170 milioni in tutto il Paese), che grazie al riconoscimento facciale sono in grado di individuare una persona in appena sette minuti ovunque si trovi”.

Noi siamo ancora molto indietro rispetto al modello cinese, ma sia il il decreto del 24 dicembre che il dpcm del 21/01/2022 le cui regole decidono cosa si può acquistare e cosa no senza lasciapassare, sembrano avvicinarsi molto alla filosofia comunista cinese, che appare il retroterra della “nuova normalità”. Poiché al governo sono tutti d’accordo, salvo flebili distinguo, e tra restrizioni e green pass hanno raggiunto livelli liberticidi che ricordano i sistemi sovietici, chi ci dice che le mosse dei prossimi mesi non possano essere quelle previste dal SCS di Pechino? Del resto, la via della Seta sembra imboccata. Ci siamo entrati col lasciapassare…

Ecco il documento segreto su Grillo che nessuno vi farà leggere

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di Nicola Porro

IL FONDATORE DEL M5S, INDAGATO PER TRAFFICO DI INFLUENZE ILLECITE, FINITO NELL’ELENCO DEI LOBBISTI DI MOBY

Qual è il colmo per un movimento nato dal Vaffa Day, cresciuto maledicendo “la casta” e diventato adulto combattendo le lobby di Stato? Finire nell’elenco dei “lobbisti” finanziati da una grande azienda a rischio bancarotta. Se non fosse scritto nero su bianco nella “relazione tecnica” sul bilancio della Moby Spa, società dell’armatore Vincenzo Onorato indagato assieme a Beppe Grillo per traffico di influenze illecite, potrebbe apparire uno scherzo. O una barzelletta. Invece è tutto vero.

Non entreremo nel merito dell’inchiesta, delle presunte pressioni che Grillo avrebbe fatto su ministri e parlamentari grillini per sostenere le istanze di Onorato. Siamo e restiamo garantisti, anche quando c’è il comico di mezzo. E poi il “traffico di influenze illecite” è un reato così fumoso che solo il M5S e il suo dj Fofò potevano pensare di aumentarne le pene previste. Baggianate: non ci sarà nulla di penalmente rilevante. Il punto qui è politico. E cioè il fatto che Grillo e sodali, quelli che denunciavano i legami tra politica e finanza, quelli che si sono scagliati contro i Benetton, sono caduti negli stessi peccatucci che hanno sempre sbandierato come grandi scandali.

Per capirlo basta prendere l’analisi redatta dai commercialisti della Chiaruttini&associati su Moby Spa e scorrere fino a pagina 183, parte sesta, quella riferita agli “ulteriori trasferimenti” di denaro nel quinquennio 2015-2019. Sotto la dicitura “Dazioni a partiti politici, influencer e lobbisti” (esatto: influencer e lobbisti) compaiono proprio la società del fondatore del Movimento Cinque Stelle e quella di Casaleggio.

Il contratto con la Beppe Grillo srl

“Per quanto attiene i rapporti contrattuali con la Beppe Grillo S.r.l. – si legge – il verbale della seduta consiliare del 16 gennaio 2020 riporta che ‘con questa v’era in essere un accordo volto ad acquisire visibilità, con finalità pubblicitarie per il proprio brand sul blog presente nel sito www.beppegrillo.it nonché attraverso i canali redazionali social della Beppe Grillo S.r.l. avvalendosi del loro supporto redazionale, il tutto per un corrispettivo di 120mila euro annui””. Per la precisione, Moby aveva sottoscritto “un contratto di servizi, efficace dal 1^ marzo 2018 al 1^ marzo 2020, con riferimento al quale veniva versato l’importo complessivo di 200mila euro”. Non proprio spiccioli.

I rapporti con la Casaleggio Associati

I rapporti conIn data la società di Casaleggio invece prendono corpo il 7 giugno 2018, con lo scopo di “sensibilizzare le istituzioni sul tema dei marittimi” e “raggiungere una community di riferimento di 1mln di persone”. Il tutto, pagando alla Associati “un corrispettivo annuo pari ad 600mila, oltre alla previsione di goal fee legate al raggiungimento anticipato dei suddetti obbiettivi tra 50mila e 150mila euro”. Cosa strana, va detto, il contratto viene “approfondito” solo due anni dopo la sottoscrizione, ovvero il 16 gennaio del 2020, quando alla Moby si accorgono che “a fronte di un corrispettivo di € 50.000 mensili” la Casaleggio si era occupata di tre questioni:

1) “della creazione del sito internet www.marittimi.com e della gestione e produzione dei suoi contenuti, attività quest’ultima tutta consultabile on line e direttamente ricollegabile al Presidente di questo Consiglio di Amministrazione e con evidenti richiami al brand della Società”;

2) “della creazione e gestione della pagina Facebook […] marittimiofficial/ movimento a tutela dei diritti di quella categoria di lavoratori che sono anche i dipendenti di questa Società;

3) “della creazione e gestione della pagina Instagram […] marittimiofficial/ anche in questo caso servizi volti a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tematica della limitazione dei benefici fiscali del Registro internazionale alle sole navi che imbarcano equipaggi italiani o comunitari, il tutto con evidente ritorno d’immagine per la Società potenziando la connessione tra il brand Moby ed il concetto di italianità”.

Il tutto alla “modica” cifra di 1,2 milioni di euro “sino alla risoluzione consensuale del contratto, intervenuta a partire dal 1 marzo 2020”.

Gli altri partiti finanziati da Onorato

Vero è che Grillo e Casaleggio non sono gli unici due ad essere stati finanziati dalle società di Onorato. Nel calderone compare un po’ tutto l’arco costituzionale. Tra il 2014 e il 2015  la federazione Val di Cornia-Elba del Partito Democratico ha incassato 30mila euro, altri 50mila sono andati ad Ernesto Carpone (sempre del Pd) e ulteriori 10mila hanno sostenuto la campagna elettorale della dem Silvia Velo. Inoltre, tra il 2015 e il 2016, ben 200mila euro sono finiti alla Fondazione Open riconducibile a Matteo Renzi. E non fanno eccezione Fratelli d’Italia (10mila euro) e il Comitato Change “facente capo” a Giovanni Toti (100mila euro).

La domanda però è una sola: se le cifre versate e Grillo e Casaleggio avessero riguardato un qualsiasi altro partito e se queste carte fossero finite nelle mani dei grillini, cosa sarebbe successo oggi? Ve lo diciamo noi: gogna mediatica, titoloni sul Fatto Quotidiano, accuse di favoritismi. In fondo, nella sua carriera politica Grillo se l’è presa con le lobby del tabacco (2017), con le lobby in Rai (2013) e con le lobby in generale. Per poi finire nell’elenco dei lobbisti di una società privata. Anche questa, una nemesi grillina.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/ecco-il-documento-segreto-su-grillo-che-nessuno-vi-fara-leggere/

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Sta cambiando la narrazione sulla sindemia?

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di Thomas Fazi

Fonte: Thomas Fazi

L’ultima settimana è stata veramente ricca di notizie e di “inversioni a U” in materia di Covid e di gestione pandemica, al punto che possiamo ipotizzare che sia in corso un decisivo cambio di rotta nella narrazione mainstream. Vediamo di passare in rassegna le notizie principali:
– La notizia principale è senza dubbio la netta presa di posizione sia dell’OMS che dell’EMA contro i booster, ovverosia contro la politica dei richiami vaccinali ravvicinati permanenti. L’OMS ha dichiarato che è ormai evidente che i vaccini esistenti hanno un bassissimo impatto sulla prevenzione dell’infezione e della trasmissione, soprattutto nei confronti di Omicron, e che «andrebbero sviluppati vaccini contro il Covid-19 che abbiano un alto impatto sulla prevenzione dell’infezione e della trasmissione oltre che sulla prevenzione di malattie severe e morte». Fino a quel momento, secondo l’OMS, non ha senso continuare ad effettuare richiami con i vaccini esistenti. «Una strategia di vaccinazione basata su richiami ripetuti» dei vaccini attuali «non appare né appropriata né sostenibile», ha concluso l’OMS¹.
– Sull’incapacità del vaccino di fermare la trasmissione, da segnalare l’ennesimo studio, apparso su “The Lancet”, che conferma che «l’impatto della vaccinazione sulla trasmissione delle varianti circolanti di SARS-CoV-2 non risulta essere significativamente diverso dall’impatto tra le persone non vaccinate». Una cosa che già si sa da tempo ma repetita iuvant².
– Sempre su questo punto, interessante la netta presa di posizione di Crisanti, secondo cui: «Come misura per bloccare la trasmissione i non vaccinati hanno un contributo marginale, la maggior parte dei casi, di questi 120.000 magari o di più, sono i vaccinati, sono loro che contribuiscono in maniera elevata a diffondere il virus. Per me c’è stato un corto circuito di comunicazione da parte del governo che ha sbagliato, è pur vero che i non vaccinati si ammalano e occupano posti in terapia intensiva, ma non sono loro la maggiore causa di trasmissione del virus, bensì i vaccinati»³.
– Sulla stessa linea dell’OMS, come si diceva, l’EMA, il cui capo della strategia vaccinale, Marco Cavaleri, ha dichiarato: «Sta emergendo una discussione sulla possibilità di somministrare una seconda dose booster con gli stessi vaccini attualmente in uso: non sono ancora stati generati dati a sostegno di questo approccio. Se l’uso dei richiami potrebbe essere considerato parte di un piano di emergenza, vaccinazioni ripetute a brevi intervalli non rappresenterebbero una strategia sostenibile a lungo termine. Non possiamo continuare con booster ogni 3-4 mesi»⁴.
– Sempre su questo tema abbiamo anche l’interessante dichiarazione di Sergio Abrignani, membro del Comitato Tecnico Scientifico (CTS), secondo cui un regime di vaccinazione ravvicinata permanente potrebbe addirittura avere effetti negativi in termini di immunizzazione: «Se si vaccina ogni 2-3 mesi per stimolare continuamente la risposta “effettrice”, dopo un po’ potrebbe ottenersi l’effetto contrario. Il sistema immunitario si potrebbe “anergizzare”. Si rischia l’effetto paradossale di “paralizzare” la risposta immunitaria»⁵.

– In controtendenza Pfizer (strano, eh?), che ha invece ha ribadito la sua opinione del tutto disinteressata secondo cui la variante Omicron necessaria rende necessaria quanto prima anche la quarta dose di vaccino (in seguito alla quale, è lecito supporre, si “renderà necessaria” la quinta dose e poi la sesta, e così via)⁶.
– L’altra notizia della settimana, poi, è la legittimazione, a livello di discorso mainstream, di quello che certi “cospirazionisti” dicono fin dal primo giorno: ovverosia che il numero dei ricoverati e dei decessi Covid è falsato dal fatto che, fin dall’inizio della pandemia, viene registrato come paziente/decesso Covid chiunque risulti positivo al momento dell’ospedalizzazione e/o del decesso, a prescindere dal reale motivo dell’ospedalizzazione e/o del decesso. Attenzione: qui non stiamo parlando del dibattito, piuttosto sterile, se una persona con patologie pregresse che muore perché il virus ha esacerbato le patologie in questione sia da considerarsi un morto per o con Covid. Qualcuno che avrebbe verosimilmente vissuto più a lungo nel caso in cui non avesse contratto il virus è da considerarsi un morto per Covid, per quanto mi riguarda (al netto della necessità di fare corretta informazione sulle fasce di età di età e sulle categorie che rischiano veramente dal Covid). No, qui stiamo parlando di una persona che entra in ospedale con una gamba rotta o che muore perché cade dal decimo piano di palazzo e che viene classificato come paziente/decesso Covid solo perché positivo al momento dell’ingresso in ospedale o della morte. Cosa nota fin dall’inizio ma che non si poteva dire fino all’altro giorno, quando la Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (FIASO) ha sganciato la bomba, ammettendo che «un numero significativo di pazienti che arrivano in ospedale per altre malattie (traumi, tumori, scompensi cardiocircolatori) all’atto del ricovero, che prevede il tampone, vengono diagnosticati come casi positivi asintomatici e questo aumenta la pressione nelle aree Covid delle strutture sanitarie»⁷.

Sempre la FIASO ha poi specificato che addirittura più del 30 per cento dei “pazienti Covid” non manifestano segni clinici, radiografici e laboratoristici di interessamento polmonare: ovverosia sono stati ricoverati non per il virus ma con il virus⁸. La diagnosi da infezione da SARS-CoV-2 è dunque occasionale.
– Una volta che questa verità di pulcinella è diventata di dominio pubblico e non più negabile, le virostar più intelligenti si sono affrettate a riposizionarsi. Tra questi anche Bassetti, da sempre in prima fila nell’alimentare la psicosi da Covid, che ha dichiarato: «Nei nostri reparti siamo ben oltre il 35 per cento di ricoverati che con il Covid-19 non c’entrano nulla. Non hanno della malattia nessun sintomo, ma solo la positività al tampone per l’ingresso in ospedale. Anzi, dirò di più, questo avviene anche nella registrazione dei decessi: se il paziente entra in ospedale per tutt’altro, ma è positivo e muore, viene automaticamente registrato sul modulo come decesso Covid. Sono numeri assolutamente falsati»⁹. È piuttosto curioso che Bassetti se ne accorga solo ora ma meglio tardi che mai, come si suol dire.
– Si arriva poi al caso della Lombardia, che ha addirittura dichiarato che da venerdì 14 comincerà a distinguere ufficialmente tra pazienti ammessi per e con Covid. In una nota, ha specificato che: «Si definisce affetto da malattia Covid solo il soggetto che positivo al test antigenico o molecolare presenti sintomatologia e diagnostica compatibile con la malattia Covid. I ricoverati per altra patologia che si positivizzino al Covid, ma senza sintomi di malattia Covid, attualmente devono essere isolati secondo le vigenti norme, ma non dovrebbero essere conteggiati come malati Covid»¹⁰.
– Sorprende che ci si siano voluti due anni per riconoscere un fatto così ovvio. Considerando che ogni giorno in Italia muoiono in Italia all’incirca 2.000 persone, è normale che una parte di questi risulti anche positiva. Il vero dato per capire l’impatto (diretto o indiretto) del Covid sui tassi di mortalità è quella della mortalità in eccesso rispetto agli anni pre-pandemia. Da questo punto di vista, al momento, per fortuna, la mortalità in Italia risulta essere più o meno in linea con quella del 2019, come si può verificare sul sito di EUROMOMO¹¹.
– Questo è senz’altro merito della protezione dalla malattia grave offerta dal vaccino nelle fasce di età e nelle categorie a rischio, ma anche della progressiva endemizzazione e “influenzizzazione” del Covid. Particolarmente interessante la dichiarazione del premier spagnolo Pedro Sanchez, che ha reso nota l’intenzione della Spagna di cominciare a trattare il Covid come una «normale influenza» , rinunciando a tracciare e confinare chiunque risulti positivo al test ma monitorando la situazione controllando alcune zone a campione. Dato lo scarto che ormai si sta scavando tra numero di contagi e numero di morti per Covid, secondo Sanchez ci sono le condizioni per passare da un quadro di «pandemia» a uno di «malattia endemica» come è appunto l’influenza stagionale¹².
– Anche su questo punto si è subito accodato Bassetti, sempre attento a come tira il vento, che ha dichiarato che la nuova variante è più contagiosa ma causa meno ricoveri ordinari e in terapia intensiva, non solo per chi ha due dosi e booster, anche per chi non ne ha nessuna. In entrambi i casi, ha detto, siamo davanti a «una sorta di forma influenzale, un raffreddore». Ci sono due quadri, ha spiegato Bassetti, «con la Delta che nel vaccinato doppia dose o tripla dose causa una forma influenzale e di raffreddore rinforzato, e la Omicron sembra fare lo stesso nel non vaccinato»¹³.
– Infine, una pillola di ottimismo dall’estero, che però dà il senso del baratro politico e culturale in cui sia sprofondato il nostro paese. Ecco la comunicazione del governo giapponese ai propri cittadini in materia di vaccinazione anti-Covid: «Anche se incoraggiamo tutti i cittadini a ricevere la vaccinazione Covid-19, essa non è obbligatoria o forzata. La vaccinazione sarà eseguita solo con il consenso della persona da vaccinare dopo le informazioni fornite. Si prega di farsi vaccinare per decisione propria, comprendendo sia l’efficacia nella prevenzione delle malattia che il rischio di effetti collaterali. Nessuna vaccinazione sarà effettuata senza consenso. Per favore, non costringete nessuno sul vostro posto di lavoro o coloro che vi circondano ad essere vaccinati, e non discriminate coloro che non sono stati vaccinati»¹⁴. Che dire? Esistono ancora dei paesi in cui la civiltà è sopravvissuta alla pandemia.

– Alla luce di tutto questo, cosa fa il governo italiano? Cambia narrazione? Chiede scusa ai propri cittadini per il colossale fallimento della sua gestione pandemica? Figurarsi: continua ad inasprire le regole. È di questi giorni, infatti, la notizia di persone non vaccinate che non riescono a lasciare le isole per raggiungere la terraferma per curarsi o di persone che non riescono a tornare a casa sulle isole perché sprovviste di green pass¹⁵. Infine, un’altra previsione “cospirazionista” che rischia di divenire realtà. Come riporta il “Corriere della Sera”, dall’1 febbraio i non vaccinati rischiano di perdere il reddito di cittadinanza a meno che non si vaccinino o non si sottopongano a tamponi regolari. Dall’articolo in questione: «Chi percepisce il reddito di cittadinanza è obbligato a frequentare i Centri per l’impiego. Pena la decadenza del diritto all’assegno. Ma per entrare nei CPI bisogna esibire il green pass. Dunque, di fatto, i percettori del reddito di cittadinanza che non si sono vaccinati si vedranno negare il sostegno, a meno che non facciano un tampone»¹⁶.
Per oggi dal Draghistan è tutto. Per fortuna il resto del mondo sembra andare in una direzione diversa dalla nostra.

¹ https://www.ansa.it/…/loms-servono-vaccini-nuovi-non….
² https://www.thelancet.com/…/PIIS1473-3099(21…/fulltext.
³ https://www.notizie.com/…/esclusiva-crisanti-non-sono…/.
⁴ https://www.agi.it/…/ema-avverte-non-possiamo…/.
⁵ https://www.corriere.it/…/contro-covid-serviranno….
⁶ https://www.corrieredellosport.it/…/_tre_dosi_non….
⁷ https://www.fiaso.it/…/Monitoraggio-ospedali-sentinella….
⁸ https://www.ansa.it/…/fiaso-34-positivi-ricoverati-non….
⁹ https://www.quotidiano.net/…/morti-covid-italia….
¹⁰ https://www.quotidianopiemontese.it/…/DEFINIZIONE….
¹¹ https://www.euromomo.eu/graphs-and-maps.
¹² https://www.corriere.it/…/spagna-vuole-trattare-covid….
¹³ https://www.iltempo.it/…/variante-omicron-matteo…/.
¹⁴ https://www.mhlw.go.jp/stf/covid-19/vaccine.html….
¹⁵ https://ildiariometropolitano.it/…/52042-lipari-le….
¹⁶ https://www.corriere.it/…/reddito-cittadinanza-green…

 

‘Ndrangheta al Nord: il regalo dello Stato ai clan calabresi

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Segnalazione di Mario Spezia

Mandati al confino nei piccoli centri del Settentrione, gli uomini delle ‘ndrine replicano riti e strutture di potere dei piccoli paesi d’origine. Oggi gli amministratori pubblici e la ricca borghesia aprono le porte ai clan. E la metastasi si estende

di Claudio Cordova

Invaso, colonizzato, depredato: sono solo alcuni degli aggettivi che vengono utilizzati per definire il Nord in relazione alla presenza della ‘ndrangheta e delle mafie in generale. Da Roma in su, la criminalità organizzata fa i soldi veri. Un po’ perché l’economia che conta, nel nostro Paese, si svolge nelle grandi città e non nel depresso Meridione. Un po’ perché, per anni, su quei territori, le organizzazioni malavitose hanno potuto agire quasi indisturbate. Ricreando le stesse dinamiche della casa madre.

L’ultima inchiesta

Appena qualche giorno fa, 13 ordinanze di custodia cautelare emesse dal G.I.P. del Tribunale di Milano nei confronti di altrettanti soggetti. Alcuni di loro sarebbero contigui a storiche famiglie ‘ndranghetiste originarie di Platì radicatesi tra le province di Pavia, Milano e Monza Brianza nonché nel Torinese.

Le cosche della Locride, soprattutto (ma non solo), in quei territori hanno riproposto il modus operandi dell’entroterra calabrese. Dalle estorsioni all’infiltrazione nei lavori pubblici, passando per gli investimenti tipici – grande distribuzione, edilizia, slot machine – e persino la guardiania.

«Ti ammazzo come i cani»

Fa specie, con riferimento all’ultima inchiesta sulla famiglia Barbaro, leggere le intercettazioni: «L’ho presa e l’ho messa sul tavolo (l’arma, ndr) … gli ho detto … vedi che ti ammazzo … come ai cani ti ammazzo … e me ne sono andato». Così si esprimeva, intercettato, Rocco Barbaro, 30 anni, arrestato assieme al padre Antonio, 53 anni, nell’inchiesta della Guardia di finanza di Pavia e del pm della Dda milanese Gianluca Prisco. Non ci troviamo nei “classici” luoghi di ‘ndrangheta. Ma al Nord.

Incensurato ma pericoloso

Nonostante la sua «formale incensuratezza», scrive il gip sulla posizione di Rocco Barbaro, «la pericolosità dell’indagato è emersa chiaramente nell’analisi della presente indagine» come «costante coadiutore del padre Antonio nella gestione del narcotraffico e nelle attività criminali ad esso strumentali (armi ed estorsioni)».

Terra di conquista

Il Nord, quindi, da decenni, è la zona prediletta dalle cosche per fare investimenti, ma anche per condizionare la vita economica e sociale. La borghesia lombarda, quella piemontese o ligure, si sono “vendute” con una facilità forse maggiore rispetto a quanto accaduto in CalabriaComuni sciolti per infiltrazione mafiosa, appalti truccati, sanità condizionata attraverso gli uomini giusti nelle Asl. Ma anche sangue e omicidi.

Fin dagli anni ’70, i De Stefano, insieme a Franco Coco Trovato, investivano ingenti capitali nel Nord Italia. In particolare nella zona di Milano, dove spartiscono il traffico degli stupefacenti con altre cosche della ‘ndrangheta e con i clan della camorra e della mafia. Nel 1990, Coco Trovato ingaggia per circa sei mesi una sanguinaria faida con i Batti, camorristi, che decidevano di mettersi in proprio e contrattare direttamente la compravendita di eroina con i turchi.

E parte dall’omicidio del boss scissionista Nunzio Novella, avvenuto nel Milanese, la maxi-inchiesta “Crimine-Infinito” che, circa 15 anni fa, svelò a tutta Italia come la ricca Brianza, ma non solo, fosse un’importante e potente succursale. Della Locride quanto della Piana di Gioia Tauro o di centri chiave nella storia delle ‘ndrine, come Guardavalle.

Personaggi come Coco Trovato, ma anche Pepè Flachi, i fratelli Papalia, il gruppo Sergi-Morabito, i fratelli Ferraro danno vita a fusioni, creano nuovi schieramenti, stringono nuove alleanze e mutano fronte. La “Milano da bere” necessita di droga. E la ’ndrangheta al Nord gliela fornisce.

Il Nord come la Calabria

Franco Coco Trovato assurge ben presto a soggetto di estrema rilevanza nell’ambito criminale della Lombardia. Anche perché, come da tradizione della ’ndrangheta, può contare su una serie ampia di “colletti bianchi” piegati alle esigenze dei clan. Così, il gruppo Flachi-Coco Trovato diviene una validissima articolazione milanese sia del gruppo reggino dei De Stefano-Tegano sia degli Arena-Colacchio di Isola Capo Rizzuto.

Le attività criminali dei clan spaziavano dai delitti contro il patrimonio (in specie estorsione, usura, furti, ricettazioni) a quelli relativi a traffici di stupefacenti e armi. Una lista a cui aggiungere anche gli omicidi di appartenenti a organizzazioni avversarie per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione e/o il controllo di attività economiche. In particolare di ristoranti, bar, pizzerie, esercizi commerciali operanti nel campo dell’abbigliamento, dell’arredamento, del movimento terra, distributori di benzina e autolavaggi, palestre, società finanziarie ed immobiliari, imprese di costruzione e/o di gestione immobili, di demolizione auto e commercio rottami, di trasporto).

Un mucchio di soldi per acquisire la proprietà di beni immobili (edifici, appartamenti, terreni etc.) e di beni mobili di valore. E per procurare profitti ingiusti (anche derivanti dal controllo e dalla gestione di bische clandestine) a sé o ai propri familiari. Il passo precedente è stato però quello di occupare l’Italia: nel senso letterale del termine. E questo avviene grazie a una delle (tante) scelte sbagliate mosse contro le cosche. Pensando di poterle affrontare solo sotto il profilo repressivo.

La colonizzazione

Tra i primi a occuparsene, lo storico Enzo Ciconte, che, da decenni, tenta di studiare il fenomeno sotto il profilo storico, ma anche sociale. Ebbene, la ‘ndrangheta non ha “scelto” il Nord. Almeno non all’inizio. Col tempo ha capito che fare affari lì era più conveniente, forse anche più “facile”. Ma l’arrivo (e quindi la colonizzazione) di quelle ricche aree del Paese avviene grazie a un “favore” fatto dallo Stato alle cosche: «Tale scelta è relativamente recente perché matura a partire dalla metà degli anni Cinquanta del Novecento. Inizialmente gli ‘ndranghetisti arrivarono al Nord non per scelta, ma perché inviati al confino da una legge dello Stato» scrive Ciconte nel suo libro Ndrangheta.

Insomma, con il crescente aumento dei crimini della ‘ndrangheta (e delle mafie in generale) nei territori meridionali, la strategia dello Stato è quella di eradicare le organizzazioni criminali. Ancora dallo studio di Ciconte: «In quegli anni si fece avanti l’idea che, per recidere i legami del mafioso con il suo ambiente d’origine, fosse necessario adottare la misura del soggiorno obbligato che imponeva al sospetto mafioso di risiedere per un determinato numero di anni – dai 3 ai 5 – fuori dal suo comune di origine». Una scelta clamorosamente sbagliata.

Gli abbagli dello Stato

Del resto, che la strategia dello Stato contro le mafie, oggi come ieri, sia stata spesso fallimentare è ormai nei fatti. Basti pensare che, all’articolo 416 bis del Codice Penale, quello che punisce le associazioni mafiose, la parola ‘ndrangheta entra solo pochi anni fa, nel 2010. Per anni la criminalità organizzata calabrese viene e verrà sottovalutata. Considerata una mafia stracciona, di serie B.

Ancora dal libro di Ciconte: «Ci furono abbagli nei confronti della ‘ndrangheta molto clamorosi. È stata considerata come una società di mutuo soccorso o espressione diretta e filiazione del brigantaggio. La ‘ndrangheta si presentò come una variante del ribellismo meridionale, come una delle espressioni del riscatto calabrese e come una necessità dettata dal bisogno di sostituire uno Stato lontano, inesistente e disattento».

Nessuno, tranne i sindaci dei comuni dove arrivarono i soggiornanti, si accorse della pericolosità di quelle presenze o previde gli effetti che avrebbero potuto determinare. Scrive ancora Ciconte: «I sindaci si opposero, ma le loro proteste non furono ascoltate dai governi dell’epoca. E così, nella sottovalutazione più generale, la ‘ndrangheta mise piede in quei territori».

Nel libro-conversazione con Antonio NicasoLa malapianta, il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, afferma: «Per molti anni la ‘ndrangheta, ma anche le altre organizzazioni criminali infiltrate in Lombardia sono state sottovalutate. Nel 1989 l’allora sindaco di Milano Paolo Pillitteri ne negò l’esistenza e due anni dopo il procuratore generale Giulio Catellani fece la stessa cosa, sostenendo che nel distretto di Milano non c’erano sentenze passate in giudicato per il reato di associazione mafiosa».

La ‘ndrangheta sottovalutata

Solo negli ultimi anni, dopo la strage di Duisburg in particolare, si è iniziato a parlare in maniera più strutturata della ‘ndrangheta. Anche maxiprocessi come l’attuale “Rinascita-Scott” continuano ad avere poco appeal per i media nazionali. A fronte di quanto ancora tirino i “brand” di Cosa nostra e camorra. Nonostante la criminalità organizzata calabrese abbia, probabilmente, indirizzato alcuni snodi cruciali della storia d’Italia, la prima relazione organica della Commissione Parlamentare Antimafia sulla ‘ndrangheta arriva solo nel 2008 con la presidenza di Francesco Forgione.

In quel testo, Forgione parla di “mafia liquida”, mutuando il concetto di “società liquida” di Zigmunt Bauman. E sottolinea come una grossa mano alla ‘ndrangheta, paradossalmente ed inconsapevolmente, ma di certo con poca lungimiranza, è stata data proprio dallo Stato italiano, negli anni ’50. In quegli anni i mafiosi, dapprima siciliani e poi via via campani e calabresi, vengono inviati nelle regioni del Centro e del Nord, in comuni possibilmente piccoli e comunque lontani da centri che avessero stazioni ferroviarie e o strade di grande comunicazione.

«Fu in tale contesto che si fece strada nelle ‘ndrine l’idea di seguire l’ondata migratoria (più o meno forzosa) e di trapiantare pezzi delle famiglie mafiose al centro-nord. Dapprima fu una necessità, poi diventò una scelta strategica che coinvolse alcune fra le famiglie più prestigiose della ‘ndrangheta, le quali intuirono le enormi possibilità operative di una simile proiezione (che divenne vera e propria occupazione, in alcuni casi) verso le ricche e sicure terre del centro e del nord Italia» –  scrive Forgione nella relazione del 2008.

Il paradosso

Se il soggiornante non poteva spostarsi dalla sua sede, non c’era nulla che vietasse o impedisse che altri lo raggiungessero nelle sedi del soggiorno. E così le riunioni di ‘ndrangheta iniziano a tenersi nei luoghi del soggiorno obbligato. Sono questi i primi passi per ricreare al Nord le medesime dinamiche della casa madre.

Buccinasco, ma anche Bardonecchia, oppure Volpiano e Leinì, diventano luoghi simbolo dell’infiltrazione ‘ndranghetista al Nord. E, oggi, comandano quelli di sempre: dai Saffioti ai Marando, passando per i D’Agostino, i Crea, gli Alvaro, i Mancuso, i Bonavota, i Barbaro, i Morabito-Bruzzaniti-Palamara, i Vrenna, gli Ursino-Macrì. E, ovviamente, soprattutto a Milano città, casati storici come i De Stefano o i Piromalli. Ma tutto nasce in quegli anni.

Ancora dalla relazione della Commissione Parlamentare Antimafia: «Il piano di colonizzazione della ‘ndrangheta fu inconsapevolmente favorito dalle scelte di politica sociale ed urbanistica degli amministratori settentrionali che concentrarono i lavoratori meridionali nelle periferie delle grandi città, in veri e propri ghetti, dove fu facile per gli esponenti delle ‘ndrine ricreare il clima, i rituali e le gerarchie esistenti nei paesi d’origine. In alcune realtà il controllo della ‘ndrangheta divenne asfissiante».

Dapprima fu una necessità, poi una scelta. Che ci porta all’attualità: la ‘ndrangheta è l’unica organizzazione mafiosa ad avere più sedi. Quella principale, in Calabria, le altre nei comuni del Centro-Nord dell’Italia oppure nei principali Paesi stranieri, snodi fondamentali per i traffici di droga. E in queste sedi si riprodurrà la stessa struttura organizzativa presente in Calabria.

Fonte: https://icalabresi.it/fatti/ndrangheta-nord-il-regalo-dello-stato-ai-clan-calabresi/

 

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