Aggressione omofoba: crea un problema e offri la soluzione

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BY  · 22/03/2021

Potremmo definirlo un cliché, talmente tanti sono gli esempi che abbiamo a disposizione.

Dapprima c’è un evento di un certo tipo, che mette al centro un problema, vero o falso che sia, e dall’altra una proposta immediata di soluzione per  risolvere quel problema. Nella soluzione si celano spesso degli scopi secondari, più o meno evidenti alla prima analisi.

E’ una delle dieci strategie della manipolazione, attribuita a Noam Chomsky. Si tratta della tecnica più utilizzate dal potere per imporre ciò che vuole, perché permette agli organi di informazione di creare quella pressione mediatica di cui il potere ha bisogno per approvare leggi e provvedimenti, superando gli ostacoli della logica e della razionalità.

Oggi è il caso della presunta aggressione omofoba avvenuta a fine febbraio e resa nota ieri, a distanza di quasi un mese, nel momento stesso in cui i media e la falsa sinistra incominciano a fare pressione per approvare il Disegno di Legge Zan.

Il caso in esame è questo:

https://www.ansa.it/io-e-il-mio-compagno-aggrediti-per-un-bacio

Viene riportato da tutti i media italiani, con grande risalto, tra cui RepubblicaLa Stampa e Il Giornale. Si tratta di una aggressione, avvenuta contro un attivista gay e prontamente filmata da un altro ragazzo, amico dell’aggredito, che lo chiama per nome.

Non è la prima aggressione documentata in video, ce ne sono molte altre.

Il video, che è disponibile soltanto su YouTube o nel sito dell’associazione Gay che ha sollevato il caso. riporta un’aggressione avvenuta in una stazione della metropolitana di Roma, completamente deserta. Partecipano alla scena quattro persone, una che scappa immediatamente e sparisce dalla scena senza esser più inquadrata, l’aggredito, l’aggressore, una quarta persona che riprende in video, senza minimamente aiutare il ragazzo aggredito, nel mentre grida “Ehi ehi, che c’è, Gianpierre..:”

Non si capisce assolutamente nulla di ciò che è successo prima dell’aggressione, perché la scena parte prontamente dal momento in cui si vede l’aggressore.

Mi pongo queste domande. Se un vostro amico viene aggredito, voi cosa fate, impugnate il cellulare per riprendere il video poco prima dell’aggressione? e il terzo partecipante che scappa subito chi è?

Gli aggrediti hanno incassato la solidarietà di tutto il mondo politico, da Enrico Letta a Virginia Raggi, passando per Giorgia Meloni e il redivivo Alessandro Di Battista, ma non potevano mancare le Sardine, rappresentate da Mattia Santori.

Crea il problema e offri la soluzione

Qual è il problema?

Le aggressioni e le discriminazioni contro gli omosessuali, i transgender e gli LGBTQ+ in generale.

Qual è la soluzione?

Una legge che punisca severamente questi crimini.

Quindi, se sei un’operaio dell’ex ILVA e qualcuno ti insulta e ti aggredisce per strada urlandoti contro perché sei un poveretto  che suda tutta la vita per guadagnarsi il pane, e sei talmente stanco che non hai nemmeno la forza di reagire, devi far querela di parte ed aspettare che la legge faccia il suo corso. Di solito non arriva mai la giustizia, anche perché non hai i soldi per pagare un avvocato che presenti la querela e segua la pratica.

Se invece di un transgender o gay, la Magistratura deve agire d’ufficio, perché l’azione penale diventa un atto dovuto, non devi nemmeno andare da un avvocato, il tuo aggressore rischia multa e galera, verrà ridotto al lastrico, tu non sostieni alcuna spesa, le associazioni gay possono reclamare il diritto al risarcimento, altrettanto potranno fare il Comune in cui sei residente e chiunque si senta offeso da questa aggressione.

Quindi, un operaio che suda all’ILVA per mantenere la propria famiglia, che respira aria inquinata tutto il giorno e che subisce un’aggressione dovrà sudare sette camicie per far valere i suoi diritti. Un gay o un transgender potrà comodamente sederti sul divano ed aspettare che tutto l’ambaradan politico e mediatico si muova per distruggere l’aggressore e far valere i suoi diritti.

Chi è il discriminato?

Ma è tutto qui o c’è dell’altro?

No, certo che non è tutto qui. Questi sono solo specchietti per le allodole.

Cosa vuol dire discriminare gli LGBTQI+?

Il problema è cosa si intende per discriminazione contro gli omosessuali e gli LGBTQI+ in generale. Ad esempio, dire che la famiglia naturale è quella composta da un uomo e una donna è discriminazione verso il mondo transgender? Dire che sono una donna e mi piacciono gli uomini è una discriminazione verso gli LGBTQI+? Non avere mai avuto un presidente italiano gay è una discriminazione? Avere un parlamento senza Ministri gay è una discriminazione? Non permettere ad un cameriere uomo di truccarsi e vestirsi con la minigonna è discriminazione?

Intanto è già partito il tam tam mediatico: dobbiamo approvare il ddl Zan.

Gli obiettivi del potere apolide

Dietro questo tam tam mediatico c’è sempre un altro obiettivo del potere globale apolide:

la destrutturazione e la divisione della società.

Non dimentichiamoci mai che è la finanza apolide quella che controlla la stampa e impone la propria agenda ai media e ai politici.

Questo tam tam non è  un’eccezione. Lo potete constatare in tutti gli altri paesi occidentali. Ovunque è uguale. Stessa strategia, stessi video, stessi obiettivi.

E non è una coincidenza.

di Elena Dorian

Fonte: www.altreinfo.org

BIDEN ERA STATO CHIARO: “TOGLIEREMO DI MEZZO IL GASDOTTO NORD STREAM 2”

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Su segnalazione di alcuni lettori ed amici, ci sembra opportuno pubblicare questo articolo, molto interessante. Ovviamente non troverete traccia di tutto questo sui media mainstream. Per ascoltare e vedere i video, cliccare sul link della fonte a fine articolo.  (n.d.r.)

SULL’EUROPA SI STRINGE IL CAPPIO TRANSATLANTICO

Sull’attualità pesano come macigni gli equilibri scaturiti dalla seconda guerra mondiale. Lo scorso gennaio anche la diplomatica Victoria Nuland aveva dichiarato: “Se la Russia invaderà l’Ucraina, in ogni caso, il Nord Stream 2 non funzionerà”

di Jacopo Borgi per ComeDonChisciotte.org

Scrive ai suoi lettori la portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova:

Stai ancora cercando una risposta alla domanda, chi c’è dietro l’intero sanguinoso scenario ucraino, la distruzione della cooperazione europea e la crisi mondiale globale?

E sul suo canale Telegram allega un estratto video che ritrae la vice segretario di Stato Usa Victoria Nuland in una dichiarazione pubblica durante un briefing del 27 gennaio scorso (1):

Vorrei dire francamente: se la Russia invaderà l’Ucraina, in ogni caso, il Nord Stream 2 non funzionerà

27.01.2022. Il vice segretario di Stato Usa Victoria Nuland durante un briefing

Quando si sveglierà Bruxelles?” si chiede Zakharova, il giorno dopo che i gasdotti Nord Stream sono stati sabotati: un chiaro attacco al continente europeo, Germania in primis.

Separare la Germania dalla Russia e quindi l’Europa dal gigante eurasiatico, è sempre stato l’obiettivo primario degli Stati Uniti (e della Gran Bretagna), come confessò nel 2015, al Chicago Council on Global Affairs, il presidente della Stratfor George Friedman:

Il principale interesse per gli Stati Uniti, per cui per un secolo abbiamo combattuto le
guerre, Prima e Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda, consiste nella relazione
fra Germania e Russia, perché unite sono l’unica forza che ci possa minacciare e
dobbiamo assicurarci che questo non accada. (2)

Tramite le sanzioni contro Mosca e l’interruzione dei gasdotti che collegano direttamente la Germania alla Russia, si sta lavorando per l’isolamento dell’Europa e l’annientamento della sua industria: Germania e Italia su tutte.

A vantaggio di chi?

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden deve rispondere alla domanda se gli Stati Uniti abbiano messo in atto la loro minaccia il 25 e 26 settembre quando è stata segnalata un’emergenza su tre linee del Nord Stream 1 e del Nord Stream 2. (3)

La portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova ha chiesto quindi conto al presidente americano delle sue parole risalenti al 7 febbraio scorso, a pochi giorni di distanza dal discorso della Nuland. Quali?

Biden: “Se la Russia invade di nuovo l’Ucraina con truppe, carri armati, non esisterà più un Nord Stream 2. Lo toglieremo di mezzo per sempre“.

Giornalista: “Ma, esattamente, come farete, considerato che il progetto è sotto il controllo tedesco?”

Biden: “Le garantisco che siamo in grado di farlo”.

La sua dichiarazione di intenti era supportata da una promessa. Bisogna essere responsabili delle proprie parole. La mancata comprensione di ciò che si dice non esonera nessuno dalla responsabilità. L’Europa deve conoscere la verità!“. Ha concluso la portavoce del ministero degli esteri russo.

Già prima dell’attacco ai gasdotti, il capo della diplomazia di Mosca aveva rilasciato dichiarazioni di fuoco, proprio dalla sede Onu, a New York:

Adesso gli Stati Uniti sono parte del conflitto”. Quello che gli occidentali vogliono fare ”non è sconfiggerci. Vogliono toglierci dalle cartine, cancellarci dalle mappe”. ”Gli Stati Uniti e i loro alleati sono dei dittatori“. Quella di Washington ”è una dittatura pura o un tentativo di imporla”. (4)

Sergej Lavrov, 24 settembre 2022

Le ultime notizie riportano fonti governative tedesche che parlerebbero di “Nord Stream forse inutilizzabile per sempre” (5) dopo i danni che ha subìto nel tratto di mar Baltico tra Danimarca e Svezia.

Mentre il gigante eurasiatico ha avviato un’inchiesta per “terrorismo internazionale” e ottenuto per venerdì una riunione del Consiglio di sicurezza Onu in merito ai gravissimi fatti accaduti, ormai tutti parlano di sabotaggio. Ma il punto è: chi è stato?

Mosca e Washington si accusano a vicenda, mentre la Ue guidata dalla tedesca Ursula Van der Leyen supera ogni immaginazione: “La Russia deve pagare per questa ulteriore escalation“, dichiara mentre presenta l’ottavo pacchetto di sanzioni che rimbalzeranno contro gli europei. E mai verranno riconosciuti i “falsi” referendum organizzati nel Donbass (6).

La formazione di un oceanico mercato Usa/Ue è sempre stato l’orizzonte della costruzione europea, fortemente voluta da Washington (e Londra), formalizzato alla fine della Guerra Fredda con la Dichiarazione transatlantica del 22 novembre 1990.

Non solo interessi economici e valutari (l’euro è nato anche per fare da sparring partner al dollaro) ma anche una conformazione politica e militare – tramite la NATO – da sviluppare, perfezionare e mettere in comune.

Nel tempo, i tentativi per finalizzare sono stati tanti, in ultimo il famigerato TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)  voluto da Obama e fermato da Trump nel 2018, anche se era stato avversato sia dalla Germania che dalla Francia. Di fatto, il trattato avrebbe significato fare del Vecchio Continente terra di deregolamentazione e business selvaggio modello Far West. Chi ha le multinazionali più potenti si sarebbe preso terre vergini e inesplorate attraverso la deregolamentazione della finanza, dell’alimentazione, dell’industria, dei servizi, che avrebbe ridotto le imprese ed i lavoratori europei alla stregua degli indiani d’America: vittime della conquista e dei voleri del più forte. Coi singoli Stati costretti ad arbitrati internazionali, portati in giudizio dalle Corporation, se non avessero provveduto opportunamente ad aprire le proprie economie secondo gli accordi sottoscritti in sede internazionale.

Di pari passo al governo Usa, il cui Segretario al Tesoro Janet Yellen ha molto di recente svelato i piani per la creazione di una CBDC (valuta digitale emessa da Banca Centrale), il potente think tank di Washington DC, Atlantic Council ha proposto “una nuova agenda transatlantica per il coordinamento economico” (27 settembre 2022), che non esclude scenari valutari comuni:

Stati Uniti e UE dovrebbero collaborare per creare un contesto normativo che consenta CBDC transfrontalieri che preservano la privacy. Washington e Bruxelles dovrebbero cogliere questa opportunità per stabilire finalmente un quadro transatlantico sulla privacy e chiarire come può consentire la prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il lavoro transatlantico sulle CBDC, proprio come sulle sanzioni e sul commercio, dovrebbe sfruttare lo slancio dietro le risposte politiche immediate a grandi shock al fine di costruire una strategia a medio e lungo termine. Questa strategia non deve ignorare le sfide reali dell’inflazione e delle prospettive di bassa crescita; deve anche costruire ponti con le economie non allineate, piuttosto che costringerle a scegliere tra Cina e Occidente (7)

La CBDC ha lo scopo ultimo far aprire al cittadino il proprio conto corrente direttamente presso la Banca Centrale: diverrebbe così cliente di un sistema centralizzato “dove tutta la valuta emessa è disponibile soltanto attraverso flussi digitali su conti giacenti presso un’unica banca“, senza intermediari; ciò eliminerebbe quindi gli istituti di credito commerciali ordinari, e affiderebbe il controllo pressochè assoluto –  di quel conto corrente e quindi del denaro –  ad un’unica autorità.

L’attuale crisi europea scatenata dalle sanzioni anti russe, dall’aver liberalizzato il mercato dell’energia agganciandolo alle speculazioni di borsa, il recente sabotaggio ai gasdotti Nord Stream, stanno portando sempre più l’Europa ad aver bisogno degli Stati Uniti d’America, in termini di energia e di economia: magari non tardissimo ci proporranno un trattato. E stavolta, forse, non avremo alternative alla firma.

Formuliamo nuovamente al lettore il quesito iniziale, facendolo nostro:

“Stai ancora cercando una risposta alla domanda, chi c’è dietro l’intero sanguinoso scenario ucraino, la distruzione della cooperazione europea e la crisi mondiale globale?”

Se il contenitore geopolitico Ue era stato costruito principalmente in funzione antisovietica per tenere separate la Germania e l’Europa (dell’ovest) dalla Russia, oltrechè per favorire l’apertura dei mercati e l’atlantismo globalizzante e finanziarizzato, oggi – al solito – la Storia si ripete. Ma stavolta la Guerra sembra proprio più calda che mai.

Il sogno europeo e le missioni di pace sono i prodotti dell’Impero del Bene; per fortuna i cattivi stanno sempre e soltanto dall’altra parte.

Intanto l’Europa rischia di diventare l’altro giardino di casa degli Stati Uniti, una copia – un pò più sofisticata e attempata, ma non meno sofferente e saccheggiata – dell’America Latina.

Di Jacopo Brogi per ComeDonChisciotte.org

29.09.2022

NOTE

(1) = https://t.me/MariaVladimirovnaZakharova/3820

(2) = https://www.youtube.com/watch?v=QeLu_yyz3tc

(3) = https://t.me/MariaVladimirovnaZakharova/3818

(4) = https://www.adnkronos.com/ucraina-lavrov-russofobia-grottesca_6FiQVMP8euMwfln1kaRf2n?refresh_ce

(5) = https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2022/09/28/berlino-nord-stream-forse-inutilizzabile-per-sempre_a71a0f13-897c-4f0c-8429-70380da6f6bf.html

(6) = Ibidem

(7) = https://www.atlanticcouncil.org/blogs/new-atlanticist/from-sanctions-to-digital-currencies-heres-a-new-transatlantic-agenda-for-economic-coordination/

 

 

Fonte: Biden era stato chiaro: “Toglieremo di mezzo il gasdotto Nord Stream 2”. Sull’Europa si stringe il cappio transatlantico – Come Don Chisciotte

LA GUERRA INUTILE DI WASHINGTON PER CONTO DI UNA FALSA NAZIONE

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QUINTA COLONNA

di David Stockman – AntiWar.com – 28 settembre 2022

I messaggi arrivano forti e chiari oggi: dal crollo della sterlina, al ripudio dei governi di establishment in Italia, Svezia e altri ancora, fino all’appello del Primo Ministro ungherese Orban a porre fine alla guerra delle sanzioni e a farlo subito.

Quindi, parliamoci chiaro: l’insensato intervento di Washington nella disputa intestina tra Russia e Ucraina e la guerra delle sanzioni globale che l’accompagna è sicuramente il progetto più stupido e distruttivo che sia nato sulle rive del Potomac nei tempi moderni. E gli architetti di questa perfida follia – Biden, Blinken, Sullivan, Nuland e altri – non possono essere condannati abbastanza duramente.

Dopo tutto, questa follia viene perseguita in nome di norme politiche astratte – lo Stato di diritto e la santità dei confini – che rendono Washington uno zimbello. Più di ogni altra nazione sul pianeta (e di gran lunga), negli ultimi decenni ha violato questi standard in modo grave e palese per decine di volte.

Tra le altre azioni, gli interventi di Washington in Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, Siria, Somalia, ecc. non sono stati solo inutili, ma anche un’evidente violazione dello stesso Stato di diritto e della sacralità dei confini su cui Washington si batte sempre più strenuamente.

Inoltre, crogiolandosi in questa sguaiata ipocrisia, Washington ha abbandonato ogni parvenza di buon senso sul perché questo conflitto sia avvenuto e sul perché sia del tutto irrilevante per la sicurezza nazionale della nazione americana o, se vogliamo, anche dell’Europa.

Il fatto fondamentale è che, a parte il periodo storicamente breve del ferreo dominio comunista durante l’era sovietica, l’Ucraina non è mai stata uno Stato nazionale all’interno dei suoi confini post-1991. Infatti, per oltre 275 anni prima del 1918, gran parte dei suoi territori erano terre di confine, vassalli e vere e proprie province della Russia zarista.

Non abbiamo quindi a che fare con l’invasione di uno Stato di lunga data, etnicamente e linguisticamente coerente, da parte del suo aggressivo vicino, ma con il pot-pourri di lingue, territori, economie e storie separate che sono state tritate insieme da brutali governanti comunisti tra il 1918 e il 1991.

Di conseguenza, l’inverno buio e freddo del collasso stagflazionistico in Europa, che si avvicina rapidamente, non è fatto in eroica difesa dei grandi principi proposti da Washington e dalla NATO. Al contrario, si tratta di un’inutile e sporca attività di conservazione di un ignobile status quo ante che è stato creato nelle terre a nord del Mar Nero, non dal normale corso dell’evoluzione storica e dell’accrescimento degli Stati nazionali, ma dalle mani sanguinarie di Lenin, Stalin e Kruscev.

In ogni caso, i costi economici impressionanti per la gente comune d’Europa nel perseguire uno scopo così inconsistente ed illegittimo stanno iniziando ad essere avvertiti dalle vittime a lungo sofferenti dei governanti elitari di Bruxelles. Da qui il tuono delle elezioni italiane di questo fine settimana e l’appello parallelo di Viktor Orbán all’Unione Europea affinché elimini le sanzioni e quindi potenzialmente riduca i prezzi dell’energia della metà in un colpo solo.

Orbán non è nemmeno l’unico a chiedere la fine delle sanzioni: anche il primo ministro greco Kyriakos Mitsotaki ha chiesto l’abrogazione delle sanzioni russe. Altri leader politici, come Matteo Salvini, che guida il partito conservatore della Lega e sarà una forza importante nel nuovo governo italiano, affermano che l’Europa ha bisogno di un “ripensamento” sulle sanzioni alla Russia a causa delle pesantissime ricadute economiche.

Allo stesso modo, anche il partito conservatore Alternativa per la Germania (AfD) spinge per la fine delle sanzioni e per la riapertura dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 (ma che strano, i gasdotti sono saltati, N.d.T.) a causa dell’aumento dei costi energetici in Germania. Il membro dell’AfD al Bundestag, Mariana Harder-Kühnel, ad esempio, ha recentemente fatto eco all’appello di Orbán.

“La burocrazia dell’UE ha tirato fuori le sanzioni e ora siamo noi a pagare il conto”, ha dichiarato.

In questo contesto, il crollo della sterlina inglese, che si è verificato da venerdì sul mercato ForEx parla più di ogni altra cosa.

La sterlina britannica è rapidamente precipitata al livello più basso di sempre all’inizio di questa mattina, toccando 1,0349 dollari durante le ore di negoziazione asiatiche, superando il precedente minimo storico del 1985. Inoltre, il crollo odierno ha fatto seguito a quello del 3% di venerdì scorso, dopo che il nuovo governo Truss aveva annunciato ampi tagli alle tasse e un massiccio salvataggio energetico per imprese e privati.

Allo stesso modo, il prezzo del debito pubblico britannico è sceso di pari passo con la sterlina, con rendimenti in forte aumento anche oggi. Il titolo di Stato a 10 anni rendeva il 4,11%, con un aumento di 28 punti base rispetto a venerdì e uno sbalorditivo 342% rispetto al rendimento dello 0,93% di un anno fa.

uk_10_y_bondRendimento titolo di stato decennale britannico

A scanso di equivoci, ecco l’andamento della sterlina negli ultimi dodici mesi. Questo è un enorme “pollice verso” da parte dei mercati ForEx, se mai ce n’è stato uno.

uk_10_y_poundAndamento della sterlina inglese negli ultimi dodici mesi

Ma il punto rilevante non sono tutte le chiacchiere keynesiane “sull’errore” di abbassare l’aliquota fiscale massima del 45% e di eliminare altri disincentivi al lavoro e agli investimenti che portano le aliquote marginali britanniche al 60%. Queste riduzioni delle schiaccianti aliquote fiscali che i governi conservatori e laburisti hanno eretto in cima allo sfarzoso Welfare State del Regno Unito erano attese da tempo e, di fatto, stimoleranno un’attività economica compensativa.

Ciò che in realtà distruggerà i resti della sostenibilità fiscale del Regno Unito è il piano assolutamente folle della Truss di congelare tutti i prezzi dell’energia per tutti i cittadini e le imprese, con un costo di oltre 200 miliardi di dollari all’anno o del 5% del PIL.  Ma questa è una follia neocon galoppante.

Se Londra vuole alleviare ai propri consumatori i prezzi esorbitanti dell’energia e delle altre bollette, deve solo seguire il consiglio di Orban e porre fine alla sua guerra di sanzioni contro le esportazioni russe di energia, cibo e altre materie prime. E non costerebbe un centesimo all’erario.

In altre parole, il crollo della sterlina dovrebbe essere un campanello d’allarme generale per l’Europa e anche per Washington. Dichiarando guerra al commercio produttivo e pacifico con la Russia che prevaleva in precedenza, i leader europei – soprattutto il nuovo governo del Regno Unito – hanno sacrificato la propria prosperità e il tenore di vita dei loro cittadini a favore di un regime prodigiosamente corrotto e antidemocratico a Kiev, dedito a preservare intatto nulla di più nobile della mano morta del vecchio Presidium sovietico.

O come ha giustamente riassunto il nostro amico James Howard Kunstler:

“Accettiamo il fatto che il luogo chiamato Ucraina non è mai stato affare dell’America. Per secoli l’abbiamo ignorata, attraverso tutte le colorate cariche di cavalleria di turchi e tartari, il regno degli audaci cosacchi zaporoziani, i crudeli abusi di Stalin, poi di Hitler, e gli anni grigi e spenti da Krusciov a Eltsin. Ma poi, dopo aver distrutto l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, la Somalia e vari altri luoghi per un grande gioco egemonico, i guerrafondai professionisti della nostra terra e i loro catamiti a Washington hanno fatto dell’Ucraina il loro prossimo progetto speciale. Hanno architettato il colpo di Stato del 2014 a Kiev, che ha spodestato il presidente regolarmente eletto, Yanyukovich, per creare un gigantesco supermercato di truffe e di riciclaggio internazionale. L’altro obiettivo strategico era quello di preparare l’Ucraina all’adesione alla NATO, che l’avrebbe resa, di fatto, una base missilistica avanzata proprio contro il confine con la Russia. Perché, beh, Russia, Russia, Russia!”

Torniamo quindi alla questione in oggetto: ogni elezione presidenziale ucraina dal 1991 ha rivelato una nazione radicalmente divisa tra popolazioni filorusse a Est e a Sud e nazionalisti antirussi al centro e a Ovest. Quando il pugno di ferro del regime comunista è stato rimosso, infatti, l’Ucraina è diventata un territorio che anelava a essere suddiviso in giurisdizioni di governo più facilmente accessibili.

Per esempio, ecco i risultati delle elezioni del 2010 che hanno portato un politico filo-russo alla presidenza e che hanno dato origine al putsch di Washington durante la rivolta di Piazza Maidan che ha presto portato il Paese alla guerra civile.

2010_vote_ukraineRisultati delle elezioni del 2010 in Ucraina

La mappa sopra riportata rende a malapena giustizia alle cifre reali. In molte delle aree gialle, che sostenevano Julia Tymoshenko, il voto era stato dell’80% o più a favore della candidatura nazionalista di quest’ultima, mentre in gran parte dell’area blu la vittoria del filo-russo Viktor Yanukovych aveva le stesse percentuali.

Ma non si è trattato di un caso isolato di politica elettorale a breve termine: si tratta in realtà della recrudescenza del modo in cui la finta nazione ucraina è stata messa insieme negli ultimi tre secoli.

Prima della fine della prima guerra mondiale, non esisteva uno Stato ucraino. Come le politiche artificiali e insostenibili della Cecoslovacchia e della Jugoslavia, create a Versailles da politici che servivano i propri interessi (in particolare da Woodrow Wilson, in cerca di voti a casa propria), l’Ucraina era un prodotto dell’ingegneria geopolitica, in questo caso dei nuovi governanti dell’Unione Sovietica.

In effetti, la provenienza storica “dell’Ucraina” può essere descritta in poche parole. Quella che sarebbe diventata l’Ucraina si unì alla Russia nel 1654, quando Bohdan Khmelnitsky, un atamano dell’Armata Zaporozhiana (traduzione forzata dell’originale Zaporozhian Host, N.d.T.), presentò una petizione allo zar russo Alessio affinché accettasse l’Armata Zaporozhiana nella Russia. In altre parole, la Russia imperiale diede origine all’odierna aggregazione dell’Ucraina annettendo al suo servizio i temibili guerrieri cosacchi che abitavano la sua regione centrale.

L’esercito e il piccolo territorio allora sotto il controllo dell’atamano furono chiamati “u kraine”, che in russo significa “ai margini”, un termine che era nato nel XII secolo per descrivere le terre al confine con la Russia.

Nei 250 anni successivi, l’espansionismo degli zar aggiunse sempre più territori adiacenti, designando le regioni orientali e meridionali come “Novorussiya” (Nuova Russia), territori che includevano la Crimea che Caterina la Grande acquistò dagli Ottomani nel 1783.

In altre parole, all’epoca dell’indipendenza dell’America, il cuore dell’odierna Ucraina era governato dal lungo braccio dell’autocrazia zarista.

Dopo la rivoluzione bolscevica, naturalmente, la mappa cambiò radicalmente. Nel 1919 Lenin creò lo Stato socialista dell’Ucraina su parte del territorio dell’ex Impero russo. L’Ucraina divenne ufficialmente la Repubblica Popolare Ucraina con capitale Kharkov nel 1922 (spostata a Kiev nel 1934).

Di conseguenza, il nuovo Stato comunista fagocitò la Novorussiya per le porzioni orientali e meridionali dell’area verde nella mappa mostrata più sotto, comprese le regioni di Donetsk e Lugansk, nonché le regioni di Kherson e Zaporizhzhia che si affacciano sul Mar d’Azov e sul Mar Nero e che sono i luoghi degli odierni referendum di secessione sponsorizzati dalla Russia.

Successivamente, nel 1939, in seguito al famigerato Patto nazi-sovietico, Stalin poté annettere i territori orientali della Polonia, come indicato dalle aree gialle della mappa. In questo modo, il territorio storico della Galizia e la città polacca di Lvov furono incorporati nell’Ucraina con un decreto congiunto di Stalin e Hitler.

Nel giugno del 1940 la Romania ottenne da Stalin l’annessione della Bucovina settentrionale (area marrone). Infine, alla conferenza di Yalta del 1945, su insistenza di Stalin presso Churchill e Roosevelt, anche la Rutenia ungherese dei Carpazi fu incorporata nell’Unione Sovietica e aggiunta all’Ucraina.

L’insieme di queste confische staliniane è oggi noto come Ucraina occidentale, la cui popolazione comprensibilmente non va d’accordo con i russi. Allo stesso tempo, l’85% della popolazione di lingua russa che abita la zona viola (Crimea) fu regalata all’Ucraina da Kruscev nel 1954 proprio per prolungare la sua adesione alla dittatura comunista.

Ciò nonostante, dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, l’Ucraina ha ereditato questi confini confezionati dal comunismo, all’interno dei quali si trovavano circa 40 milioni di russi, polacchi, ungheresi, rumeni, tartari e innumerevoli altre nazionalità minori, tutti intrappolati in un Paese appena dichiarato in cui non desideravano particolarmente risiedere.

ukraine_territoryEvoluzione territoriale dell’Ucraina

In effetti, il motivo per cui lo sfortunato Stato “dell’Ucraina” ha bisogno di un aiuto nella divisione, non di una guerra per preservare il lavoro di zar e commissari, è stato ben riassunto da Alexander G. Markovsky su American Thinker:

“L’odierna guerra civile ucraina è quindi notevolmente aggravata dal fatto che, a differenza di società pluralistiche come gli Stati Uniti, il Canada, la Svizzera e la Russia, che sono tolleranti nei confronti di culture, religioni e lingue diverse, l’Ucraina non lo è. Non sorprende che la devozione al pluralismo non sia il suo forte. Anche se il regime di Kiev non aveva radici storiche nel territorio in cui si trovava, dopo aver dichiarato l’indipendenza ha imposto le regole ucraine e la lingua ucraina ai non ucraini.

Di conseguenza, i sentimenti filorussi – che vanno dal riconoscimento dello status ufficiale della lingua russa alla vera e propria secessione – sono sempre stati prevalenti in Crimea e nell’Ucraina orientale. L’Ucraina occidentale ha sempre gravitato verso le sue radici polacche, rumene e ungheresi. Enfaticamente anti-russa, la Polonia potrebbe non perdere questa opportunità strategica per riacquistare il proprio territorio e vendicare l’umiliazione inflitta dalla Conferenza di Yalta.

L’insistenza dell’Occidente nel mantenere lo status quo dei confini ucraini stabiliti da Lenin, Stalin e Hitler mette in luce lo scollamento tra dottrina strategica e principi morali. 

I polacchi non fanno mistero delle loro ambizioni. Il presidente polacco Andrzej Duda ha recentemente dichiarato: “Per decenni, e forse, Dio non voglia, per secoli, non ci saranno più confini tra i nostri Paesi – Polonia e Ucraina. Non ci saranno confini!”.

Neppure la Romania resta molto indietro, soprattutto alla luce del fatto che molti abitanti dell’ex Bucovina settentrionale hanno già il passaporto rumeno.

Il territorio dell’Ucraina è un mosaico di terre altrui. Se vogliamo fermare questa guerra folle e garantire la pace in Europa, invece di definire una farsa il referendum sponsorizzato dalla Russia nell’Ucraina orientale, dovremmo condurre un referendum onesto in tutti i territori contesi sotto l’egida delle Nazioni Unite e lasciare che il popolo decida quale governo vuole.”

Inutile dire che la spartizione del falso Stato ucraino non è neanche lontanamente nei pensieri di Washington. Dopo tutto, eliminerebbe l’ultima ragione neocon per diffondere la benedizione della guerra perenne alle zone più belle del pianeta.

dave_stockman David Stockman è stato per due mandati deputato del Michigan. È stato anche direttore dell’Ufficio di gestione e bilancio sotto il presidente Ronald Reagan. Dopo aver lasciato la Casa Bianca, Stockman ha avuto una carriera ventennale a Wall Street.

 

Link: https://original.antiwar.com/David_Stockman/2022/09/27/washingtons-pointless-war-on-behalf-of-a-fake-nation/

La Guerra è appena iniziata

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Segnalazione di Federico Prati

di Big Serge
bigserge.substack.com

Per diversi giorni ho cercato di raccogliere le idee sulla guerra russo-ucraina e di condensarle in un altro pezzo di analisi, ma i miei sforzi sono stati costantemente frustrati dall’ostinato rifiuto della guerra di stare ferma. Dopo un lento e progressivo rallentamento per gran parte dell’estate, gli eventi hanno cominciato ad accelerare, richiamando alla mente una famosa battuta di Vladimir Lenin: “Ci sono decenni in cui non succede nulla e ci sono settimane in cui succedono decenni.”

Questa è stata una di quelle settimane. È iniziata con l’inizio dei referendum in quattro ex oblast ucraini per decidere se aderire o meno alla Federazione Russa, accompagnati dall’annuncio di Putin che i riservisti sarebbero stati richiamati per aumentare il dispiegamento di forze in Ucraina. Un’ulteriore agitazione è scaturita dai fondali del Baltico con la misteriosa distruzione degli oleodotti Nordstream. Circolano voci sul nucleare, mentre la guerra sul campo continua.

Nel complesso, è chiaro che ci troviamo attualmente nel periodo di transizione verso una nuova fase della guerra, con un maggiore dispiegamento di forze russe, regole di ingaggio ampliate e un’intensità maggiore. La seconda stagione dell’Operazione militare speciale incombe, e con essa l’inverno di Yuri:

The Big Serge Pledge

Special Military Operation, Season 2: The Winter of Yuri pic.twitter.com/iKHrmTppV6

— Big Serge ☦️🇺🇸🇷🇺 (@witte_sergei) September 27, 2022

Cerchiamo di elaborare gli sviluppi delle ultime settimane e di fare il punto sulla possibile evoluzione della situazione in Ucraina.

Annessioni

L’evento chiave al centro della recente escalation è stato l’annuncio di indire referendum in quattro regioni (Donetsk, Lugansk, Zaporizhia e Kherson) per decidere sulla questione del loro ingresso nella Federazione Russa. L’implicazione era ovviamente che se i referendum fossero andati a buon fine (una questione che non è mai stata in dubbio), queste regioni sarebbero state annesse alla Russia. Sebbene siano circolate alcune voci secondo cui la Russia avrebbe ritardato l’annessione, ciò non è mai stato realmente plausibile. Consentire a queste regioni di votare a favore dell’adesione alla Russia per poi lasciarle fuori al freddo sarebbe enormemente impopolare e solleverebbe seri dubbi sull’impegno della Russia nei confronti della popolazione ucraina.

L’annessione formale è una certezza, magari non il 30 settembre come si dice, ma entro la prossima settimana.

Tutto questo è piuttosto prevedibile e completa il primo livello di annessioni di cui avevo discusso nelle analisi precedenti. Il ragionamento non è particolarmente complesso: liberare il Donbass e mettere in sicurezza la Crimea erano gli obiettivi minimi assoluti della Russia per la guerra, e mettere in sicurezza la Crimea richiede sia un ponte terrestre con collegamenti stradali e ferroviari (oblast di Zaporizhia) sia il controllo delle fonti d’acqua della Crimea (Kherson). Questi obiettivi minimi sono stati ora formalmente designati, anche se, naturalmente, l’Ucraina mantiene alcune attività militari su questi territori e dovrà essere sloggiata.

La mappa di annessione di Big Serge: Fase 1 completata

Penso, tuttavia, che la gente abbia perso di vista il significato dei referendum e delle conseguenti annessioni. I discorsi occidentali si sono concentrati sull’illegittimità del voto e sull’illegalità di qualsiasi annessione, ma questo non è molto interessante o importante. La legittimità dell’annessione deriva dal fatto che l’amministrazione russa possa o meno avere successo in queste regioni. La legittimità, in quanto tale, è solo una questione di efficacia del potere statale. Lo Stato è in grado di proteggere, estrarre e giudicare?

In ogni caso, ciò che è molto più interessante dei tecnicismi dei referendum è ciò che la decisione di annettere queste regioni dice sulle intenzioni russe. Una volta annesse formalmente, queste regioni saranno considerate dallo Stato russo come territorio russo sovrano, soggetto a protezione tramite l’intera gamma delle capacità russe, comprese (nello scenario più terribile e improbabile) le armi nucleari. Quando Medvedev lo aveva sottolineato, la cosa era stata bizzarramente interpretata come una “minaccia nucleare,” ma ciò che in realtà stava cercando di comunicare è che questi quattro oblast diventeranno parte della definizione minima di integrità dello Stato russo – in altre parole, non saranno negoziabili.

Credo che il modo migliore per formulare la questione sia il seguente:

L’annessione conferisce una designazione formale del fatto che un territorio è stato ritenuto esistenzialmente importante per lo Stato russo e [ogni minaccia nei suoi confronti] sarà interpretata come se l’integrità della nazione e dello Stato fosse a rischio.

Chi si fissa sulla “legalità” dei referendum (come se esistesse una cosa del genere) e sul presunto ricatto nucleare di Medvedev non coglie questo punto. La Russia ci sta dicendo dove si trova attualmente il limite delle sue condizioni minime di pace. Non se ne andrà senza almeno questi quattro oblast e considera la possibilità di utilizzare l’intera gamma di capacità dello Stato per raggiungere questo obiettivo.

Generazione di forze

La mossa di indire i referendum ed eventualmente annettere il territorio di sud-est è stata accompagnata dall’atteso annuncio di Putin di una “mobilitazione parziale.” In apparenza, l’ordine iniziale richiama solo 300.000 uomini con precedenti esperienze militari, ma la porta è stata lasciata aperta per ulteriori incrementi a discrezione dell’ufficio del presidente. Implicitamente, Putin può ora aumentare la mobilitazione come meglio crede senza dover fare ulteriori annunci o firmare ulteriori documenti. Questo è simile al Lend-Lease americano o all’”Autorizzazione all’uso della forza militare” in America, dove la porta viene aperta una volta sola e il presidente è poi libero di muoversi a piacimento, senza nemmeno informare il pubblico.

Era sempre più chiaro che la Russia doveva aumentare il proprio dispiegamento di forze. Il successo dell’Ucraina verso il fiume Oskil è stato reso possibile dalla scarsità di truppe russe. L’esercito russo aveva completamente svuotato l’oblast di Kharkiv, lasciando solo una sottile forza di controllo composta da guardie nazionali e milizie dell’LNR. Nei luoghi in cui l’esercito russo aveva scelto di schierare consistenti formazioni regolari, i risultati sono stati disastrosi per l’Ucraina: la famigerata controffensiva di Kherson si è trasformata in un poligono di tiro per l’artiglieria russa, mentre l’esercito ucraino ha continuato inutilmente a far affluire uomini in una testa di ponte senza speranza ad Andriivka.

Un tiro al bersaglio

Finora, in questa guerra, l’Ucraina ha ottenuto due grandi successi nella riconquista del territorio: il primo in primavera, intorno a Kiev, e ora la riconquista a fine estate dell’oblast di Kharkov. In entrambi i casi, i Russi avevano preventivamente svuotato i settori. Non abbiamo ancora visto un’offensiva ucraina di successo contro l’esercito russo in posizione difensiva. La soluzione più ovvia, quindi, è quella di aumentare il dispiegamento di forze in modo che non sia più necessario sottopotenziare sezioni del fronte.

L’aumento iniziale di 300.000 uomini inganna un po’. Non tutti i richiamati saranno inviati in Ucraina. Molti resteranno in Russia in servizio di presidio, in modo da poter far ruotare in Ucraina le formazioni già pronte. Pertanto, è probabile che vedremo più unità russe arrivare nel teatro bellico molto prima del previsto. Inoltre, molte delle unità originariamente impegnate in Ucraina sono state allontanate dal fronte per essere reintegrate e fatte riposare. L’entità e il ritmo della nuova generazione di forze russe sarà probabilmente sconvolgente. Nel complesso, la tempistica dell’aumento degli effettivi russi coincide con l’esaurimento delle capacità ucraine.

L’Ucraina ha trascorso l’estate inviando i suoi coscritti di secondo livello sul fronte del Donbass, mentre raccoglieva amorevolmente le armi donate dalla NATO e addestrava le unità [di primo livello] nelle retrovie. Con il generoso aiuto della NATO, l’Ucraina è stata in grado di accumulare forze per due offensive su larga scala: una a Kherson (che è fallita in modo spettacolare) e una a Kharkov (che è riuscita a superare la forza di protezione russa e a raggiungere l’Oskil). Gran parte della potenza di combattimento accuratamente accumulata è ora scomparsa o degradata. Sono circolate voci di una terza offensiva verso Melitipol, ma l’Ucraina non sembra avere la potenza di combattimento per realizzarla e forti forze russe sono nella regione dietro linee difensive già pronte.

Nel complesso, quindi, la finestra per le operazioni offensive dell’Ucraina si è chiusa e quel poco che rimane si sta chiudendo rapidamente. L’ultima zona di intense operazioni ucraine è quella intorno a Lyman, dove gli aggressivi attacchi ucraini non sono finora riusciti né a prendere d’assalto né a circondare la città. È ancora possibile che l’Ucraina prenda Lyman e consolidi il controllo di Kupyansk, ma questo rappresenterebbe probabilmente il culmine della capacità offensiva ucraina. Per ora, l’area intorno a Lyman è una zona mortale che espone le truppe ucraine attaccanti al fuoco aereo e terrestre russo.

La visione su larga scala dei rapporti di forza è la seguente:

L’Ucraina ha esaurito gran parte della potenza di combattimento accumulata con l’aiuto della NATO durante l’estate e avrà urgente bisogno di ridurre l’intensità dei combattimenti per rifornirsi e riarmarsi, proprio nel momento in cui la potenza di combattimento russa nel teatro bellico inizierà ad aumentare.

Contemporaneamente, la capacità della NATO di armare l’Ucraina sta per esaurirsi. Analizziamo questo aspetto più da vicino.

L’esaurimento della NATO

Uno degli aspetti più affascinanti della guerra in Ucraina è la misura in cui la Russia è riuscita a distruggere l’hardware militare della NATO senza combattere una guerra diretta contro le forze della NATO. In una precedente analisi avevo descritto l’Ucraina come una forza vampiresca che ha invertito la logica della guerra per procura; è un buco nero che risucchia l’equipaggiamento della NATO per farlo distruggere.

Le scorte a cui attingere per continuare ad armare l’Ucraina sono ormai molto limitate. La rivista Military Watch ha notato che la NATO ha svuotato il vecchio parco carri armati del Patto di Varsavia, rimanendo priva di mezzi corazzati sovietici da donare all’Ucraina. Una volta che queste scorte saranno completamente esaurite, l’unica opzione sarà quella di fornire all’Ucraina carri armati occidentali. Questo, tuttavia, è molto più difficile di quanto sembri, perché richiederebbe non solo riaddestrare completamente le squadre dei carristi, ma anche una selezione completamente diversa di munizioni, pezzi di ricambio e strutture di riparazione.

I carri armati non sono però l’unico problema. L’Ucraina sta ora affrontando una grave carenza di artiglieria convenzionale a tubo. All’inizio dell’estate, gli Stati Uniti avevano regalato un certo numero di obici da 155 mm, ma con le scorte di cannoni e proiettili in diminuzione, di recente [gli Ucraini] sono stati costretti a ricorrere a pezzi trainati di calibro e qualità inferiore. Dopo l’annuncio di un’altra tranche di aiuti il 28 settembre, gli Stati Uniti hanno ora messo insieme cinque pacchetti consecutivi che non contengono proiettili convenzionali da 155 mm. I proiettili per l’artiglieria sovietica ucraina si stavano esaurendo già a giugno.

In effetti, lo sforzo per mantenere in funzione l’artiglieria ucraina ha attraversato diverse fasi. Nella prima, le scorte di proiettili sovietici del Patto di Varsavia sono state svuotate per rifornire i cannoni in possesso dell’Ucraina. Nella seconda fase, all’Ucraina sono state fornite capacità occidentali di medio livello, in particolare gli obici da 155 mm. Ora che i proiettili da 155 mm si stanno esaurendo, l’Ucraina deve accontentarsi dei cannoni da 105 mm, che sono nettamente surclassati dagli obici russi e saranno, in una parola, condannati alla distruzione in qualsiasi tipo di azione di controbatteria.

In sostituzione di un’adeguata artiglieria a tubo, l’ultimo pacchetto di aiuti include altri 18 esemplari dell’arma preferita dai meme di internet: il sistema di razzi a lancio multiplo HIMARS. Ciò che non viene esplicitamente menzionato nel comunicato stampa è che i sistemi HIMARS non sono presenti negli attuali inventari statunitensi e dovranno essere costruiti ex-novo, quindi è improbabile che arrivino in Ucraina prima di diversi anni.

Le crescenti difficoltà nell’armare l’Ucraina coincidono con la rapida chiusura della finestra di opportunità operativa dell’Ucraina. Le forze accumulate durante l’estate sono ormai degradate e logorate e ogni successiva ricostruzione delle forze ucraine di primo livello diventerà più difficile a causa della distruzione degli effettivi e dell’esaurimento degli arsenali della NATO. Questo esaurimento arriva proprio quando la generazione di forze russe sta aumentando, preannunciando l’inverno di Yuri.

La guerra d’inverno

Chiunque si aspetti che la guerra rallenti durante l’inverno avrà una sorpresa. La Russia lancerà un’offensiva nel tardo autunno/inverno e otterrà guadagni significativi. L’arco di generazione delle forze (sia l’accumulo crescente di forze da parte della Russia che il degrado dell’Ucraina) coincide con l’avvicinarsi del freddo.

Facciamo una breve nota sul combattimento invernale. La Russia è perfettamente in grado di condurre operazioni efficaci nella neve. Tornando alla Seconda Guerra Mondiale, l’Armata Rossa era stata più che in grado di ottenere successi offensivi durante l’inverno, a partire dal 1941 con la controffensiva generale a Mosca, di nuovo nel 1942 con la distruzione della Sesta Armata tedesca a Stalingrado e, nel 1943-44, con due offensive di successo su larga scala iniziate in pieno inverno. Naturalmente la Seconda Guerra Mondiale non è direttamente applicabile in tutti i sensi, ma possiamo stabilire che, da un punto di vista tecnico, esiste una capacità chiaramente consolidata di condurre operazioni in condizioni invernali.

Abbiamo anche esempi più recenti. Nel 2015, durante la prima guerra del Donbass, le forze della LNR e della DNR avevano lanciato un’operazione a tenaglia che aveva accerchiato un battaglione ucraino [distruggendolo poi] nella battaglia di Debaltseve. E, naturalmente, la guerra russo-ucraina è iniziata a febbraio, quando gran parte dell’Ucraina settentrionale era sotto zero.

Bella mossa

Il clima invernale favorisce un’offensiva russa per molteplici ragioni. Uno dei paradossi delle operazioni militari è che il gelo, in realtà, migliora la mobilità: i veicoli possono rimanere bloccati nel fango, ma non sul terreno ghiacciato. Nel periodo 1941-43, le truppe tedesche festeggiavano l’arrivo della primavera, perché il disgelo avrebbe impantanato l’Armata Rossa nel fango e rallentato il suo slancio. La caduta invernale del fogliame riduce anche la copertura disponibile per le truppe in posizione difensiva. E, naturalmente, il freddo favorisce chi ha un accesso più affidabile all’energia.

Per quanto riguarda la scelta della Russia di impegnare le sue nuove forze, ci sono quattro possibilità realistiche, che elencherò in ordine sparso:

1. Riaprire il Fronte settentrionale con un’operazione intorno a Kharkov. L’attrattiva di questa opzione è evidente. Un attacco russo in forze verso Kharkov vanificherebbe immediatamente tutti i guadagni dell’Ucraina verso l’Oskil, compromettendo le loro retrovie.

2. Un’offensiva su Nikolayev dalla regione di Kherson. Questo si avvicinerebbe ulteriormente all’obiettivo di un’Ucraina senza sbocchi sul mare e sfrutterebbe il fatto che le forze ucraine in questa regione sono malridotte dopo il fallimento della loro offensiva.

3. Un impegno massiccio nel Donbass per completare la liberazione del territorio della DNR catturando Slovyansk e Kramatorsk. Questo è meno probabile, poiché la Russia ha dimostrato di essere a suo agio con il ritmo lento delle operazioni su questo fronte.

4. Una spinta a nord dall’area di Melitopol verso Zaparozhia. Questo salvaguarderebbe la centrale nucleare e porrebbe fine a qualsiasi minaccia credibile per il ponte terrestre verso la Crimea.

Altre possibilità le considero improbabili. Una seconda avanzata su Kiev avrebbe poco senso dal punto di vista operativo, poiché non sosterrebbe nessuno dei fronti esistenti. Mi aspetterei un’azione intorno a Kiev solo se la nuova generazione di forze fosse significativamente maggiore di 300.000 unità. Altrimenti, è probabile che le offensive invernali della Russia si concentrino su fronti che si sostengono a vicenda. Ritengo probabile qualche movimento per riaprire il fronte nord, in quanto vanificherebbe i guadagni dell’Ucraina in direzione di Izyum-Kupyansk. Si dice che si stiano spostando forze in Bielorussia, ma in realtà penso che l’asse Chernigov-Sumy sia più probabile di una nuova operazione a Kiev, in quanto potrebbe essere di supporto ad un’offensiva su Kharkov.

Potenziali assi dell’avanzata invernale (Base Map Credit: @War_Mapper)

A livello generale, è chiaro che la finestra di manovra dell’Ucraina per le operazioni offensive si sta rapidamente chiudendo e che i rapporti di forza sul terreno si sposteranno decisamente a favore della Russia durante l’inverno.

Nordstream ed escalation

Mentre stavamo riflettendo su questi sviluppi sul terreno, è emersa un’altra trama sottomarina. Il primo indizio che qualcosa non andava era stata la notizia che la pressione nel gasdotto Nordstream 1 stava misteriosamente calando. Si è poi saputo che il gasdotto, insieme al Nordstream 2 non operativo, aveva subito gravi danni. I sismologi svedesi avevano registrato esplosioni sul fondo del Mar Baltico e si è scoperto che le condutture sono state fortemente danneggiate.

Siamo franchi su questo punto. La Russia non ha fatto esplodere i propri gasdotti ed è ridicolo insinuare che lo abbia fatto. L’importanza del gasdotto per la Russia risiedeva nel fatto che poteva essere attivato o chiuso, fornendo un meccanismo di leva e di negoziazione nei confronti della Germania. Nella classica formulazione del bastone e della carota, non si può muovere l’asino se la carota viene fatta saltare in aria. L’unico scenario possibile in cui la Russia potrebbe essere responsabile del sabotaggio sarebbe se qualche fazione integralista all’interno del governo russo avesse ritenuto che Putin si stava muovendo troppo lentamente e avesse voluto forzare un’escalation. Una cosa del genere, tuttavia, implicherebbe che Putin stia perdendo il controllo interno e non ci sono prove a sostegno di questa teoria.

Quindi, torniamo all’analisi elementare e chiediamoci: Cui bono? Chi ci guadagna? Beh, considerando che la Polonia ha festeggiato l’apertura di un nuovo gasdotto dalla Norvegia solo pochi giorni fa e che un certo ex parlamentare polacco ha ringraziato cripticamente gli Stati Uniti su Twitter, è lecito fare qualche ipotesi.

La prima regola del delitto perfetto è non vantarsene su Twitter

Meditiamo brevemente sulle reali implicazioni della scomparsa del Nordstream.

1. La Germania perde quel poco di autonomia e flessibilità che aveva, diventando ancora più dipendente dagli Stati Uniti.

2. La Russia perde un punto di influenza sull’Europa, riducendo gli incentivi al negoziato.

3. La Polonia e l’Ucraina diventano nodi di transito ancora più critici per il gas.

La Russia percepisce chiaramente questa iniziativa come una mossa di sabotaggio da parte della NATO, volta a metterla all’angolo. Il governo russo ha dichiarato che si tratta di un atto di “terrorismo internazionale” e ha affermato che le esplosioni sono avvenute in aree “controllate dalla NATO” – la concatenazione di queste dichiarazioni è che incolpano la NATO di un atto di terrorismo, senza dirlo esplicitamente. Ciò ha provocato un’altra riunione del Consiglio di Sicurezza nazionale russo.

Molte nazioni occidentali hanno consigliato ai loro cittadini di lasciare immediatamente la Russia, facendo capire di essere preoccupate per un’escalation (questo coincide con la folle affermazione dell’Ucraina secondo cui la Russia potrebbe essere sul punto di usare armi nucleari). Per il momento, mi aspetto che l’escalation russa rimanga confinata alla sola Ucraina, probabilmente in coincidenza con il dispiegamento di ulteriori forze di terra russe. Se la Russia si sentirà costretta ad intraprendere un’escalation fuori da questo teatro, l’opzione più probabile resta quella di colpire i satelliti americani, le infrastrutture digitali [cavi sottomarini] o le forze in Siria.

Sull’orlo del precipizio

Sono pienamente consapevole del fatto che, dopo i guadagni dell’Ucraina nell’oblast di Kharkov, le mie opinioni saranno interpretate come un “farsene una ragione,” ma sarà il tempo a dirlo. L’Ucraina è allo stremo – ha prosciugato tutto ciò che era utilizzabile dalle scorte della NATO per costruire una forza di primo livello durante l’estate e quella forza è stata distrutta e degradata in modo irreparabile, proprio quando la generazione di forze della Russia è destinata ad aumentare in modo massiccio. L’inverno porterà non solo l’eclissi dell’esercito ucraino, la distruzione di infrastrutture vitali e la perdita di nuovi territori e centri abitati, ma anche una grave crisi economica in Europa. Alla fine, tutto ciò che rimarrà agli Stati Uniti sarà dover governare su un’Europa deindustrializzata e degradata e su un residuo di Ucraina, una sorta di bidone della spazzatura senza sbocchi al mare ad ovest del Dnieper.

Per ora, però, siamo nell’interregno, mentre si spengono le ultime fiamme della potenza combattiva dell’Ucraina. Ci sarà una pausa operativa e poi un’offensiva invernale russa. Ci saranno diverse settimane in cui non succederà nulla, e poi succederà tutto.

Durante questa pausa operativa, potreste essere tentati di chiedere: “È finita, Yuri?

No, compagno Premiere. È solo l’inizio.”

Big Serge

Fonte: bigserge.substack.com
Link: https://bigserge.substack.com/p/the-war-has-just-begun
29.09.2022

DEXIT: LA GERMANIA ROMPE IL PATTO DI STABILITÀ E PREPARA IL SUO ADDIO ALL’EURO

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Se la Germania, locomotiva dell’euro, lo abbandonerà tornando al marco, è evidente che se vorranno sopravvivere, anche gli altri Stati membri dell’Unione Europea dovranno fare altrettanto, con una moneta nazionale svalutata. In Italia, potrebbero, dunque, esservi delle sorprese entro la fine dell’anno, in merito al ritorno alla Lira svalutata, come conseguenza dell’addio all’Euro di chi ne era il perno sostanziale. (n.d.r.)

Segnalazione di Federico Prati

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

“E’ la Germania a tenerci dentro l’euro…..” – quante volte avete sentito ripetere questa frase dai nostri politici e dai ventriloqui del potere per voce della stampa di regime.

Per decenni ci hanno rifilato questa “sola” con la maggior parte della gente a crederci. I bravi ricchi tedeschi da una parte e gli spreconi italiani dall’altra. Quelli che perennemente vivono sopra le loro possibilità. Salvo poi scoprire che siamo da sempre contributori netti verso l’Unione Europea e che da 30 anni consecutivi (eccetto l’anno del Covid), il nostro governo consegue avanzi primari di bilancio.

Ricordo ai meno esperti che l’avanzo primario in soldoni significa: lo Stato incassa dai cittadini più soldi in tasse di quello che versa loro con la spesa pubblica.

Avete capito bene: lo Stato italiano da tre decadi è in surplus.. ma quale aver vissuto sopra in nostri mezzi!

Un concetto questo, che se anche volessimo ragionare con il pensiero dottrinale fraudolento imposto dalle regole europee, come vedete viene ribaltato dalla realtà dei fatti, ovvero abbiamo vissuto al di sotto dei nostri mezzi.

L’euro non fa comodo ai tedeschi, come non fa comodo ai francesi ed al resto dei paesi europei, intesi come popolo ovviamente. L’euro, come scriviamo da tempo, non è un progetto di lotta e competizione tra stati, ma è lo strumento essenziale che serve all’élite per vincere in quella che è la loro eterna battaglia contro il popolo. Insomma una vera e propria lotta di classe, questo è quello che si cela dietro al sistema-euro.

Quindi il nostro nemico non è assolutamente il popolo tedesco, e tutt’ora credere a coloro che infondono questo falso pensiero, certifica l’ingenuità disarmante che ancora regna fra noi.

Megas ha finito le parole e gli scritti: solo e soltanto i poteri profondi di casa nostra sono gli unici responsabili e beneficiari del fatto che, ancora, siamo tenuti a forza e con la frode, dentro questa gabbia.

Del resto, stare dentro l’euro – ed accettare di usare una moneta che non emettiamo, per non dire del sottostare a regole di bilancio assurde che non hanno nessun riscontro a livello di dottrina economica – è solamente frutto di una decisione politica e niente più.

Una decisione politica, esattamente come quella che ha preso il governo di Berlino nei giorni scorsi. Quando tra la salvezza della moneta euro e quella del proprio popolo e del loro sistema economico, senza indugio, ed al contrario del nostro governo, ha scelto la seconda.

Nella sostanza un deficit di 200 miliardi deliberato dal governo per riportare il prezzo del gas a livelli sostenibili per le imprese e le famiglie tedesche. Una semplicissima misura di politica fiscale che senza il plagio mentale indotto dal sistema euro nelle nostre menti, rappresenterebbe la normalità operativa e funzionale di un qualsiasi governo rappresentativo di un paese democratico.

Per chi comprende di economia, nel leggere le poche righe del titolo e sottotitolo sopra riportato dalla testata HuffPost, ci sarebbe materiale per una tesi di laurea.

Ma quello che ci interessa, è far capire come, attraverso questo atto di Berlino e le relative reazioni (o meglio prese di posizioni), del governo italiano, vengono a cadere tutte le menzogne e le falsità su chi veramente tiene il popolo italiano dentro l’euro.

I poteri italiani ora hanno perso la maschera e la scusa principe, dei “cattivi tedeschi”, da rivendere alla massa.

Da oggi, la novella sarà credibile solo per gli inguaribili “fessi”!

Intanto fa sorridere l’affermazione con la quale l’HuffPost, farebbe credere che questi 200 miliardi per il governo tedesco, arriverebbero da un fantomatico “bilancio ombra”. Quasi come se a Berlino avessero delle riserve nascoste derivanti da chissà che cosa.

Soprassediamo per pura pietà!

Questi 200 miliardi, è bene dirlo chiaro ancora una volta, non sono in qualche forziere o in qualche conto nascosto del Tesoro tedesco alle Cayman.

Semplicemente il governo delibera il deficit, il Tesoro emette i titoli e la BCE li garantisce.. finito!

Già sento qualcuno di voi, come del resto anche Draghi (“Non possiamo dividerci a seconda dello spazio nei nostri bilanci nazionali”) [1], affermare che i tedeschi hanno più spazio nel loro bilancio; questo sempre ragionando secondo le assurde regole europee.

Eh no, cari miei! Uno dei mantra del fiscal compact, ovvero il rapporto debito pubblico/ prodotto interno lordo riguardo alla Germania, è già ben oltre il 60% imposto dai trattati. Per la precisione viaggia sul 72%. E se deliberano un extra-deficit di 200 miliardi, che corrisponde a circa il 5% del PIL, siamo fuori anche dall’altro dogma di Maastricht, che indica come il deficit annuale non debba superare il 3%.

Come potete bene immaginare un MMTers come Megas fa una fatica enorme a ragionare all’interno delle frodi dottrinali del sistema euro, ma devo farlo per cercare di spiegare come, di fatto, ad oggi la Germania si sia posta fuori dall’euro.

In pratica, il governo tedesco sta facendo quello che da tempo scriviamo essere possibile e che più volte, nei nostri articoli, abbiamo esortato il governo italiano a fare per risolvere il problema occupazionale che affligge il nostro paese.

Oggi, la Banca Centrale Europea, di fatto, garantisce il debito dei paesi membri e lo fa ormai dal lontano 2011 e l’alternativa del non garantirlo non è realizzabile senza la conseguente rottura del sistema euro.

Quindi è solo una questione politica, per la quale spetta ad ogni governo di prendere la decisione di fare o meno tutto il deficit necessario per salvare il proprio popolo.

Ed il governo tedesco, ripeto ancora, al contrario di quello italiano, questa decisione l’ha presa!

Mentre da noi, a distanza di più di un anno dall’inizio della speculazione sull’energia, siamo ancora posizionati sulla totale difesa dei profitti degli oligarchi di casa nostra, ovvero di coloro che oggi hanno in mano ogni nostra istituzione, di fatto non più democratica.

Siamo ancora a discutere sul famoso “tetto” al prezzo del gas. Ma attenzione, mica un tetto per i rivenditori, visto che è questo il problema principale (vedasi TTF e speculazione al seguito), ma un limite, che addirittura si vorrebbe imporre al produttore, in questo caso Putin.

In pratica il price-cap ideato da Draghi, sentite bene cosa sarebbe e che finalità avrebbe: il tetto al prezzo del gas impedirebbe alle parti di concordare un prezzo superiore a una determinata soglia, riducendo i ricavi di Gazprom e della Russia e favorendo un approvvigionamento più economico di questa materia prima.

L’indole di devozione satanica di Super Mario alla grande finanza non poteva non venir fuori anche questa volta. Qui l’obiettivo principale non è far pagare meno il gas alla gente ma quello di mantenere intatti i profitti colossali di ENI. Raggiungere un accordo con Putin, quantunque fosse possibile (ma lui ha già detto no.. stante le sanzioni), certamente non ferma il motore della speculazione che a pieno ritmo sta viaggiando a tutta velocità nella borsa dei TTF di Amsterdam (ripeto principale causa del caro bollette).

Quello che però ci deve lasciare ancora più preoccupati – a conferma del fatto che a volersi tener stretto l’euro sono le potenti fratellanze italiche – è la devastante (ma prevista da Megas) realtà, che Giorgia Meloni, premier in pectore, sia completamente allineata al pensiero di Draghi, sul tema deficit e su come risolvere il problema energetico attraverso l’insensata e per niente risolutiva proposta del tetto al prezzo al produttore.

Intanto il ministro dell’economia tedesco Robert Habeck prepara la strada per l’uscita ed avverte Draghi e c.: “con l’interruzione delle forniture di gas si rischia la fine dell’UE”:

Il messaggio è chiarissimo come è altrettanto chiaro quale sia la priorità per chi ha le leve di comando in Germania: “una carenza di gas in Europa non potrà essere tollerata politicamente”.

In Germania non hanno la minima intenzione di sacrificare il proprio popolo con follie quali il razionamento che porterebbe a far fallire il loro sistema economico, la morte sociale e fisica dei più bisognosi e dei più fragili.

Se le crisi infinite, il Covid ed i prospettati razionamenti sull’energia fanno parte, come sembra del piano del Grande Reset, per ridurre la popolazione mondiale, oggi, pare proprio che la Germania se ne stia ufficialmente chiamando fuori.

Mentre la realtà ci dice che rimangono dentro a pieno titolo Mario Draghi e Giorgia Meloni, e con loro il popolo italiano come vittima sacrificale sull’altare degli interessi dei poteri ai quali il nostro premier attuale e quello in  arrivo, rispondono.

Un folle e delinquenziale razionamento del gas che, di fronte alle ultime dichiarazioni di Putin, assume anche la certezza della non necessarietà:

NON POSSONO NUTRIRE E SCALDARE I LORO CITTADINI CON LA CARTA DEI DOLLARI.
NON POTETE NUTRIRE LE PERSONE CON LE VOSTRE MENZOGNE.
LI DOVETE SCALDARE CON L’ENERGIA.
PER QUESTO CERCANO DI CONVINCERVI A MANGIARE DI MENO, CORPRIVI DI PIU’ E CI CHIAMANO NEMICI, ORIGINE DI TUTTI I MALI
Non è Warren Mosler che parla ma Vladimir Putin, che pare proprio aver compreso che lui il gas ce lo fornisce in cambio di semplici estratti conto denominati in dollari o euro.
Cosa volete da me? Pare dire il presidente russo: io accetto la vostra carta in cambio del gas per riscaldarvi; sono i vostri governanti che attraverso le menzogne vi convincono che la carta non c’è e vi costringono a mangiare di meno e coprirvi di più, facendovi credere che la Russia è il nemico.
Piu chiaro di così! 

di Megas Alexandros

Fonte: La Germania rompe il Patto di Stabilità. Di fatto è già fuori dall’euro! – Megas Alexandros

Categórica y contundente adhesión popular en los referéndums de adhesión a Rusia

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Segnalazione di Diego Pappalardo, amico da anni del nostro gruppo in America Latina

Hoy, martes 27 de septiembre de 2022, concluyeron de un modo exitoso y con un despliegue impecable del dispositivo de seguridad, los referéndums de adhesión en las Repúblicas Populares de Donetsk y Lugansk, como así también en las regiones de Zaporiyia y Jersón.
Los indicadores numéricos y sociológicos hablan a las claras de que el proceso electoral fue acompañado de una alta participación ciudadana y de un ambiente alegre y esperanzador.
Cifras electorales del SÍ por la integración con Rusia:

-República Popular de Donetsk 99,23%
-República Popular de Lugansk 98,42%
-Región de Zaporiyia 93,11%
-Región de Jersón 87.05%

Desde el lugar de los hechos, nuestro compañero, Enrique Refoyo, que integra una de las unidades extranjeras calificadas para  observar la transparencia de los referéndums, nos expresó “En líneas generales, hemos tenido días apasionantes. El desarrollo de los referéndums no estuvo exento de combates, de intentos de sabotaje y de propósitos terroristas, en línea con lo que  Kiev practicó durante los meses anteriores. Y el resultado fue lo que se esperaba. En concreto, las fuerzas de seguridad de Rusia estuvieron atentas y alertas, paliando y desarticulando, en la medida de lo posible, todas esas acciones hostiles”
Consultado sobre la recepción que los referéndums tuvieron en la gente de las regiones de Rusia y, especialmente, en Moscú, Refoyo precisó que la “mayoría de la gente estaba deseosa de que se diera el sí y de que los pueblos y los territorios liberados entrasen a formar parte de Rusia para que haya, en común, un futuro en paz”. Respecto a la valoración de la paz y la carrera por conseguirla, agregó “Porque la paz es el bien más preciado de toda la gente, especialmente, de las repúblicas populares de Donetsk y Luganks, las que han sufrido, en estos ocho años, la guerra civil  impuesta por Kiev, con las expulsiones de sus hogares, los vejámenes  constantes  y la muerte de todas aquellas personas ucranianas que, para Kiev, pertenecerían al ‘mundo ruso’ ya que no representarían el estándar de ciudadano fomentado por Poroshenko y Zelensky.
En definitiva, lo que tenemos aquí, pues, es el resultado de ese odio y esa persecución genocidas contra una parte de sus propios ciudadanos.
La consecuencia es que la población huye de un país que le ataca para integrar el país que siente que es su casa grande, Rusia”.
Terminando su reporte, el Maestro Refoyo informa que la gente de Donetsk, Lugansk, Zaporiyia y Jersón está muy alegre pero que también tiene una cierta incertidumbre, aunque se mantiene confiada en la Patria Grande.
Estos resultados finales manifiestan, inapelablemente, una voluntad genuina, popular y democrática, por parte de las mayorías de esos pueblos de unirse en un todo civilizatorio y geopolítico a la Federación rusa presidida por Vladímir Putin.

Fonte: https://vocesdelperiodista.mx/destacadas/categorica-y-contundente-adhesion-popular-en-los-referendums-de-adhesion-a-rusia/

 

L’inarrestabile ascesa dell’ipocrita morale progressista

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Riceviamo per la pubblicazione questo articolo, che contiene spunti interessanti e di sicura attualità, coi nostri ringraziamenti all’autore (n.d.r.)

di Riccardo Sampaolo

Jean Gabin (1904 – 1976) è stato un grande attore francese, che non ha avuto difficoltà a giganteggiare in molti ruoli che gli sono stati conferiti.

Tra i suoi film è bene ricordare “Il clan degli uomini violenti”, datato 1970.

In tale film Gabin impersona un rude campagnolo, che nonostante una delle figlie gli ricordi che il mondo è cambiato, lui risponde lapidariamente: “Si, ma io no”.

L’uomo di campagna sopracitato, radicato in un suolo, che coltiva la terra  da cui ritrae gran parte del suo sostentamento, è un francese dalle convinzioni solide, pragmatico, poco influenzato, e quindi poco dipendente, dal mondo esterno in rapido aggiornamento.

La risposta più significativa il rude agricoltore la rivolge però a un magistrato, che nel chiedergli la professione, risponde senza esitazioni, proprietario, al che il magistrato sconcertato gli dice che “proprietario” non è una professione, e Gabin precisa, “per me si”; sta tutto qui il nemico attuale della odierna Unione Europea a sfondo progressista, l’uomo proprietario di un luogo e in larga misura autonomo; tale uomo è molto meno dipendente, rispetto ad altri, dallo Stato e dall’opinione pubblica e basa le sue convinzioni non su principi astratti, prima che vengano dimostrati, ma sulla solida esperienza di vita che lo fa diffidare delle mode passeggere del buonismo modaiolo della modernità.

L’ecologismo che fa frequentemente capolino dalle parti di Bruxelles è di matrice chiaramente urbana, ossia nasce nella mente degli uomini delle città, ed ha quasi sempre una profonda ostilità verso il mondo rurale, intriso di senso del sacro e  composta unità familiare. Non è un caso che l’ipotesi, circolata un po’ di tempo fa negli ambienti politici dell’UE, di mettere fuori mercato le abitazioni energeticamente dispendiose, avrebbe colpito prioritariamente i vecchi, ariosi e dimensionalmente generosi manufatti colonici agricoli, a favore delle piccole, anguste ed energeticamente efficienti anonime case cittadine.

L’ecologismo di moda negli ambienti progressisti europei a matrice urbana, punta alla colpevolizzazione dell’uomo e del suo operato, in uno stile fortemente antirurale che vede l’agricoltore come una figura marginale nella migliore delle ipotesi, e quindi non come un riferimento da cui poter ottenere il governo del territorio e cibi salutari; l’ambientalismo urbano e progressista è quindi in larga misura una serie di “buoni propositi” in cui gli adepti, dalle città vogliono intervenire su ciò che gli è esterno, dimenticando che l’urbanesimo è una delle principali cause del degrado ambientale, e il loro stile di vita è solo cosmeticamente allineato con gli elementi base della naturalità.

Mentre l’agricoltore vive sulla terra e della terra, ha come obiettivo il mantenimento della fertilità dei suoli nel corso del tempo, da cui ricava il proprio sostentamento, l’uomo delle città, irreligioso, cosmopolita, progressista, si limita a imporre al bifolco le sue certezze delle buone intenzioni, volendo difendere l’ambiente dal punto di vista delle città, ma non stringendo alcun reale rapporto con la natura, intesa come base da cui ritrarre l’utile per poter vivere. Il capitalismo internazionale dopo aver vinto sul marxismo, ne ha assorbito alcune componenti compatibili con esso, e non sono poche.

Ecco quindi che si fa strada anche grazie alla digitalizzazione, all’urbanesimo, alla liberalizzazione dei rapporti sessuali, al disfacimento della famiglia, un sotterraneo e subdolo attacco alla proprietà diffusa e all’uso dei contanti, per denudare l’individuo, privarlo di “area di protezione” e porlo indifeso alla mercé di uno Stato, che assume atteggiamenti di fastidio verso l’esistenza di un tessuto comunitario dotato di autonomie economiche e valoriali, che ostacolano la riduzione di un popolo a somma di individui standardizzati su cui applicare efficientemente leggi, continuamente sfornate, non tanto per migliorare la qualità della vita di un popolo, ma per orientarlo al perseguimento di principi astratti in linea con il bene del pianeta e dell’umanità; si fa strada in sostanza una dimensione messianica della politica, genericamente rivolta, più che a uno specifico popolo, con le sue caratteristiche, a una indistinta umanità, priva di radici e storia, ma proiettata a comportarsi secondo regole ritenute appropriate dalla elitaria classe dirigente.

La riduzione di un popolo a somma di liberi individui nudi di fronte allo Stato e alla Legge ,(che garantiscono l’efficienza del sistema anche grazie alla montante digitalizzazione dei processi, la quale se da un lato ha il merito di velocizzare e efficientare il sistema, dall’altro rischia di spersonalizzare e inaridire i rapporti umani), non può che passare attraverso l’ attacco alla famiglia, quella che un tempo era considerata la cellula fondamentale della società e oggi rischia di divenire un intralcio alla libera espressione degli individui, presi come sono, dal loro io ipertrofico a guardarsi l’ombelico, e a gareggiare nel mercato dei rapporti affettivi, sempre più votati all’efficienza prestazionale e sempre meno alla profondità relazionale. La famiglia preesiste allo Stato, e nel passato la struttura pubblica è sempre stata piuttosto discreta nell’intromettersi nelle questioni coniugali e affettive, salvo ovviamente i casi di rilevanza penale. Oggi non è più così e lo Stato moderno guarda con sospetto comunità che si autoregolano; gli attuali poteri pubblici anziché considerare la Legge come il perimetro all’interno del quale potersi muovere, tentano di alzare l’asticella, arrivando a concepire la Legge come l’unico strumento regolatore dei rapporti tra persone; da ciò ne deriva ovviamente un altro aspetto tipico della modernità ossia la normazione ossessiva in ambiti un tempo non presi in considerazione.

In Italia il partito più agguerrito nel normare gli aspetti più intimi della vita delle persone è sicuramente stato il Partito Radicale, i cui modesti risultati elettorali non hanno impedito l’imporsi delle sue tematiche anche grazie all’aiuto che ha sempre ricevuto dalle altre e più grandi formazioni politiche, soprattutto della sinistra.

I radicali hanno sempre messo in atto battaglie apparentemente per la liberazione dell’individuo, ma ad una analisi più attenta si evince che la liberazione è avvenuta dai legami comunitari e dalle sensibilità di chi ti stava più vicino, per sostituire ciò, con l’ ossessivo e continuo ricorso a tribunali e leggi sotto l’egida dello Stato.

Lo stesso Marco Cappato, esponente di punta di +Europa, nella sua considerevole esposizione mediatica, non si risparmia di certo nel ricorso ai tribunali per le sue iniziative politiche.

Il risultato di tali azioni porta progressivamente al ridimensionamento di tutti i legami umani intermedi tra la persona e la comunità, e il denudamento dell’individuo così indebolito di fronte allo Stato, definito “il più freddo di tutti i mostri” da Friedrich Wilhelm Nietzsche, per derimere le sue intime questioni, senza il filtro del “dialogo profondo” con i membri della sua comunità.

Una delle prime battaglie radicali, di cuii si può tentare un’analisi, data oramai la piena maturazione dei suoi amari frutti, è sicuramente quella sul divorzio, dato l’oltre mezzo secolo raggiunto di diffusa applicazione.

Orbene come precedentemente ricordato, la famiglia è antecedente alla nascita dello Stato, e questo è un elemento che “il più freddo di tutti i mostri”, nella definizione alla Nietzsche, ha dovuto tenere conto, evitando per molto tempo di mettersi al buco della serratura, se non giustamente, per motivazioni di carattere penale. Tuttavia ad un certo punto della Storia, la decadenza della comunità, l’inurbamento, il declino della religiosità, l’avanzare del femminismo e dell’individualismo, fecero si che i tempi fossero maturi per tentare un intervento dall’alto, su quella che era la cellula fondamentale della società e da lì a breve lo sarebbe stata sempre meno; ecco pronta a partire dunque la macchina divorzista, che si presentava come strumento di scioglimento dei rapporti problematici tra coniugi, ma in realtà si dimostrerà essere qualcosa di ben più sofisticato e deleterio.

Per prima cosa lo Stato e la Legge non si accontenteranno di mediare tra i coniugi, garantendo la parità di trattamento tra i genitori, ma attraverso l’ideazione di artifici giuridici che vanno dall’affido del minore al concetto di casa coniugale, tenderanno a “sostituirsi” ad uno dei genitori (nella maggior parte dei casi al padre), statalizzando di fatto questo ultimo, che a tutti gli effetti diventerà un “concorrente perdente per legge”, estromettendolo dalla piena genitorialità e dalla fruizione della propria abitazione, anche quando di sua esclusiva proprietà.

In cinquant’anni si è verificato in Italia, per mezzo dello Stato e della Legge un vero e proprio scippo della genitorialità maschile, con il colpevole silenzio dei principali media.

L’utilizzo del principio astratto dell’esclusivo/superiore interesse del minore, grondante ipocrisia a livelli altissimi, dato che il massimo interesse del minore è quello di mantenere rapporti con entrambi i genitori, è stato il grimaldello con cui poter giustificare l’opinabilissima disparità di trattamento tra i genitori, come se una persona fosse titolare non di pieni diritti ma residuali; tutto ovviamente perfettamente in linea con il montante femminismo rancoroso della modernità.

Il Sistema divorzista non è neanche scevro da palesi iniquità, grazie all’astuzia giuridica di disgiungere l’affido del minore dalla colpa del naufragio coniugale, facendo verificare l’aberrante  scenario, che il genitore a cui è attribuita la colpa del naufragio familiare possa comunque ottenere l’affido del minore e beneficiare dell’affidamento della casa, anche se proprietario è l’altro.

Nonostante in oltre 50 anni, il divorzismo abbia dimostrato una forte ostilità nei confronti del padre, portata avanti con un impegno degno di miglior causa, il Sistema non si preoccupa delle ombre misandriche che rischiano di calare su di esso, forse confortato dallo spirito femminista dei tempi e dal sostegno, piuttosto acritico dei media conformisti, ma è proprio per questo che le persone è ora che guardino al di là della maschera divorzista e inizino a decifrarne il vero volto, che non è particolarmente rassicurante, soprattutto se si è il genitore marginalizzato dall’Istituto giuridico dell’affido, che guarda caso è quasi sempre di sesso maschile.

Il personaggio impersonato da Jean Gabin, (depurato da tutti gli “eccessi cinematografici”, nel film “Il clan degli uomini violenti”), il padre, proprietario di un vecchio casale di campagna, è il nemico principale del modaiolo progressismo odierno, e nel contempo, una delle poche figure credibili, di quotidiana, ostinata e pervicace resistenza al Sistema Mondialista.

Riccardo Sampaolo per www.agerecontra.it 

L’enciclica Pascendi, il modernista agnostico, Joseph Ratzinger

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Segnalazione del Centro Studi Federici

L’8 settembre 1907 il papa san Pio X promulgava l’enciclica “Pascendi Domini gregis” sugli errori del Modernismo. Ricordiamo questo anniversario con un editoriale della rivista antimodernista “Sodalitium”, che tratta l’aspetto del modernismo agnostico denunciato nell’enciclica, in particolare riferito al teologo modernista Joseph Ratzinger.
 
“Che infine l’elogio dell’agnosticismo fatto da Ratzinger non stupisce se si rileggono le pagine dell’enciclica Pascendi dominici gregis di condanna dell’eresia modernista, ove San Pio X spiega come il modernista concili in sé stesso l’essere agnostico e l’essere credente”
 
Editoriale del n. 65 della rivista Sodalitium, febbraio 2012
Dopo molto, troppo tempo, Sodalitium ritorna nelle vostre case. Inevitabilmente, questo numero 65 risente del lungo ritardo, per cui alcuni argomenti trattati non sono più di stretta attualità. Come ad esempio quando rispondiamo ad alcune reazioni a proposito degli articoli del n. 64, oppure trattiamo dell’anno dell’infausto 150° dell’Unità d’Italia, quando ormai i “festeggiamenti” e le commemorazioni sono praticamente (e fortunatamente) giunti al termine. Ma, lo abbiamo ricordato più volte, la nostra non è una rivista di attualità ma di approfondimento.
Nel frattempo la situazione diviene sempre più grave, sia per quel che riguarda la società temporale, dove si realizza più velocemente il potere unico mondiale anticristiano o acristiano, sia per quel che riguarda, e questo è ancora più triste, la situazione della Chiesa Cattolica fondata da Nostro Signore Gesù Cristo. Il 19 aprile 2005 il nostro Istituto, in seguito alla dichiarazione di Joseph Ratzinger, appena eletto al Soglio pontificio, di applicare e difendere il Concilio Vaticano II, dichiarò pubblicamente, per questo motivo, di non poter essere in comunione con lui, e di non poter riconoscere, nella sua persona, l’autorità divinamente assistita.
Il n. 59 riconosceva quindi che colui che era stato eletto col nome di Benedetto XVI non era affatto mutato – come egli stesso ripetutamente aveva affermato – ma era sempre rimasto il giovane teologo tedesco neo-modernista che, come perito del cardinale Frings, contribuì, assieme ad Hans Küng, Karl Rahner, Henri de Lubac, Jean Danielou, Marie-Dominique Chenu, Yves Congar, John Courtney Murrey, ed altri “nuovi teologi”, ad operare la rivoluzione modernista nel seno e nelle viscere stesse della Chiesa.
Fummo voce quasi isolata. Fin dal­’inizio, e poi ancora di più dopo il Motu Proprio Summorum Pontificum e la levata delle scomuniche ai Vescovi consacrati da Mons. Lefebvre, un vero e proprio entusiasmo nei confronti di Joseph Ratzinger animò la maggior parte dei fedeli, del clero, della stampa cattolica “antimodernista” legata alla tradizione della Chiesa. In questo nuovo clima, non ancora del tutto spento, si fece strada un doppio e convergente fenomeno. Da un lato, grazie al “Motu Proprio”, dei sacerdoti, liturgisti e teologi conciliari (e persino editori massoni), vale a dire assolutamente fedeli al Vaticano II (fino al punto di giustificare ed applaudire il nuovo incontro interreligioso di Assisi), hanno preso in mano il movimento di difesa della liturgia tradizionale, a scapito di chi, da sempre, aveva difeso la tradizione liturgica cattolica a viso aperto, contro la riforma liturgica montiniana.
D’altro canto, la Fraternità Sacerdotale San Pio X, uscita per così dire dal “ghetto”, ha instaurato una collaborazione quotidiana con questo clero (spesso ‘ordinato’ col nuovo rito) per cui è frequente osservare un ‘sacerdote’ biritualista (che dice cioè la Messa seguendo entrambi i riti) officiare nei priorati della Fraternità, o un sacerdote della Fraternità servire all’altare o assistere in coro a delle ‘messe’ in ‘rito straordinario’ celebrate da ‘sacerdoti’ conciliari (come è accaduto, in Italia, a Oropa e a Bologna). Prima ancora di un ‘accordo’ ufficiale, che pare aver incontrato degli ostacoli, è nella pratica e alla base che le frontiere tra conciliari e anticonciliari stanno diventando sempre più labili se non invisibili.
Eppure, Joseph Ratzinger non nasconde – tutto il contrario – il suo pensiero chiaramente liberale e modernista. Non ci riferiamo tanto alla scandalosa “beatificazione” di Karol Wojtyla (a proposito di quella del card. Newman si potrà leggere qualche cenno nel prossimo numero), all’elogio del “Risorgimento” e del cattolicesimo liberale (anche di questo parliamo in questo numero), né alle due opere pubblicate come ‘dottore privato’: Luce del mondo (Libreria Editrice Vaticana, 2010) e Gesù di Nazaret (vol. II, Dall’ingresso in Gerusalemme alla Risurrezione, Libreria Editrice Vaticana, 2011), benché la prima abbia suscitato scalpore (e scandalo) per le ambigue aperture nel campo della morale (o dell’immoralità) e della seconda sia stata scritta una ampia critica – alla quale rinviamo il lettore – dalla rivista francese di Saint-Parres-les-Vaudes, Il est Ressuscité (a partire dal numero 104, e tuttora in corso).
Ci riferiamo piuttosto all’insegnamento di Joseph Ratzinger a proposito dell’ateismo e dell’agnosticismo. Quello della possibilità della Fede nel mondo moderno, dopo l’Illuminismo, è un tema centrale nel pensiero del teologo Ratzinger fin dai suoi primi saggi (si vedano ad esempio le prime pagine del suo Introduzione al Cristianesimo, che data del 1968, ove Ratzinger commenta le parole del Simbolo Apostolico “Io credo”); a questo proposito il suo pensiero è rimasto sostanzialmente immutato. Più recentemente, egli lo ha sviluppato con l’iniziativa del “Cortile dei Gentili” affidata all’esegeta dichiaratamente modernista “cardinal” Ravasi, nelle sue parole durante la visita in Germania (e con lo scandaloso ma ormai “tradizionale” elogio di Lutero) e soprattutto nel discorso da lui tenuto durante il nuovo incontro interreligioso di Assisi del 27 ottobre 2011, voluto da Benedetto XVI, come lo aveva annunciato già il 1 gennaio 2011, per commemorare il 25° anniversario dell’analoga iniziativa del “beato” Giovanni Paolo II.
Le novità del nuovo incontro d’Assisi rispetto a quello wojtyliano sono state essenzialmente due: nessuna preghiera pubblica – in comune o fatta separatamente – è stata prevista durante l’incontro (ma solo una preghiera privata nell’ora della siesta!), da un lato; e, d’altro lato, l’invito all’incontro rivolto anche ad alcuni rappresentanti dell’ateismo e dell’agnosticismo.
Alcuni hanno visto in queste novità un aspetto positivo (esclusione del sospetto di sincretismo, minimo comun denominatore trovato legittimamente nella ragione e nel diritto naturale); altri, come Francesco Agnoli su Il Foglio (quotidiano il cui direttore si è definito ironicamente, ma non troppo, “ateo devoto”) hanno lamentato solo che siano stati invitati degli “atei sbagliati” (comunisti, psicanalisti, in genere negatori del diritto naturale) e non quelli “devoti”, rispettosi della Chiesa e del diritto naturale (come il sen. Pera o, appunto, Giuliano Ferrara).
Il problema invece è ben diverso, e lo ha esposto, con la chiarezza che gli è abituale, lo stesso Joseph Ratzinger nel suo discorso durante la giornata di Assisi. Di questo discorso non colpisce tanto la pubblica ammenda – “pieno di vergogna” – per l’uso della violenza in nome del Cristianesimo (che continua la neo-tradizione dei “mea culpa” inaugurata da Giovanni Paolo II in occasione del “Giubileo”) quanto l’incredibile, interessantissimo e gravissimo elogio dell’agnosticismo.
Don Ricossa ha ampiamente commentato questo discorso, in continuità con quanto già Ratzinger scrisse in “Introduzione al Cristianesimo”, durante i convegni di Parigi e Milano (novembre 2011) organizzati rispettivamente dall’Istituto Mater Boni Consilii e dal Centro Studi Davide Albertario.
Il tema è così importante che verrà ampiamente affrontato in un prossimo articolo da pubblicare su Sodalitium e, prima ancora, da diffondere a parte, appena ultimato.
Vi sarà dimostrato che Joseph Ratzinger è essenzialmente un agnostico.
Che il suo agnosticismo rende impossibile l’atto di fede, giacché dell’atto di Fede nega la certezza fondata sull’autorità di Dio.
Che per lui l’esistenza di Dio non è dimostrabile con la ragione (vedi questo numero a pag. 41).
Che per lui credere e non credere sono di fatto due facce del dubitare, dato che il dubbio è inscindibilmente legato alla condizione umana e quindi sia al credere che al non credere.
Che per lui le religioni, come pure, all’opposto, l’ateismo militante, devono essere purificati e messi in difficoltà dall’agnosticismo, se vogliono evitare la devianza della giustificazione della violenza e dell’intolleranza.
Che l’agnostico non ha ricevuto da Dio la possibilità stessa di poter credere, ma ha ricevuto da Dio quell’apertura a Lui (il dubbio) che è già, in fondo, un credere, un essere “pellegrino della verità e della pace”.
La terza riunione di Assisi è stata, ancor più della prima, una riunione di Loggia dove uomini “religiosi” (credenti o non credenti) si riuniscono fraternamente rimanendo ciascuno della propria confessione ma evitando – proprio per restare fraternamente assieme nel servizio dell’Uomo – di parlare di religione (che non sia quella a tutti loro comune) o di pregare secondo i riti di questa o quella religione. Lo “spirito d’Assisi” (promosso dal neo-ministro Riccardi) dimostra che veramente l’ecumenismo e il “dialogo religioso” sono, tramite l’Agnosticismo – la via all’Ateismo, come scrisse papa Pio XI e come viene ricordato in questo numero nell’articolo dedicato alla novella dei Tre Anelli (e a quella dei Tre Impostori).
Che infine l’elogio dell’agnosticismo fatto da Ratzinger non stupisce se si rileggono le pagine dell’enciclica Pascendi dominici gregis di condanna dell’eresia modernista, ove San Pio X spiega come il modernista concili in sé stesso l’essere agnostico e l’essere credente.
Leggendo queste pagine del Santo Papa Pio X, e le parole di Ratzinger, non si può non convincersi che, volente o nolente, consciamente o no, Joseph Ratzinger è, nel senso stretto della parola, nel suo agnosticismo credente, un vero e proprio modernista.
Signore salvaci, e salva la Tua Chiesa!
 
 

Quali sono i partiti politici a favore del Nucleare in Italia?

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Riceviamo e pubblichiamo questo interessante articolo sul nucleare, che ci vede da sempre favorevoli (n.d.r.)

LETTERE DEL LETTORE

di Lucia Ferrero

Il nucleare è nuovamente entrato nel dibattito politico a seguito della crisi energetica che sta colpendo tutta europa, ma in modo particolare il nostro paese.

Il 25 settembre, giorno delle elezioni, di fatto gli italiani sono chiamati nuovamente a schierarsi a favore o contro al nucleare in Italia, dopo che è bandito di fatto dopo i Referendum del 1987 e quello del 2011.

Ma perché si torna a parlare di nucleare in Italia? Il nostro sta passando una crisi energetica senza precedenti, proprio per la nostra incapacità di produrre abbastanza energia da poter soddisfare il consumo nazionale. La dipendenza energetica dalla Russia ci ha condannati a prezzi alle stelle per l’energia (Gas: +653% e Luce +236% rispetto all’anno scorso).

Quali partiti hanno introdotto il nucleare nei propri programma?

Può essere quindi il nucleare una soluzione a questa situazione? Secondo la maggioranza dei partiti lo è! L’essere favorevoli al nucleare di fatto unisce la maggior parte dei partiti candidati con la sola eccezione del centrosinistra che si schiera fortemente contro.

Andiamo a vedere quindi cosa prevedono i programmi elettorali di tutti i partiti elettorali:

Centrodestra (Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega)

Il centrodestra vuole fortemente adottare il nucleare come “fonte sicura e pulita” per rendere l’Italia il meno dipendente possibile da fonti energetiche estere. In particolare i tre leader: Meloni, Salvini e Berlusconi sottolineano come, una centrale nucleare di nuova generazione è estremamente sicura, ben lontana dai disastri nucleari del passato.

Terzo Polo (Azione e Italia Viva)

Anche il terzo polo è a favore del nucleare. Nonostante la priorità siano le rinnovabili, Calenda e Renzi  vogliono introdurre il nucleare nel mix energetico italiano per facilitare gli obiettivi energetici del 2050. Il progetto nucleare per il terzo polo si tratta di una questione a lungo termine, per svincolare l’Italia dalle fonti fossili.

Movimento 5 Stelle

Il Movimento 5 Stelle è l’unico partito a non citare il nucleare nel proprio programma politico. Il Leader Conte ha espresso una contrarietà al finanziamento pubblico di progetti nucleari, di fatto non escludendo la possibilità di progetti privati. Un elemento di dibattito portato dal Movimento è la messa in discussione delle per il nucleare di nuova generazione; non ci sono ancora dati sulle ricadute sul piano pratico di queste nuove centrali nucleari.

Coalizione di Centrosinistra

Il Partito Democratico, insieme agli altri partiti alleati, è l’unica coalizione che si schiera fortemente contro il nucleare, preferendo focalizzarsi su energie rinnovabili come fotovoltaico, geotermico o eolico e senza scorie nucleari. +Europa in particolare si dice favorevole alla ricerca per centrali a Fusione Nucleare, una tecnologia diversa rispetto a quella attuale.

Nucleare in Italia: qual è la situazione?

L’Italia attualmente non produce energia elettrica da centrali nucleari, nonostante conservi 4 centrali nucleari dismesse a partire degli anni ’90.

Al contrario però tutti gli altri partner commerciali del G7 sfruttano l’energia nucleare.

  • Francia 69,3% della produzione totale

  • Stati Uniti 18,6% della produzione totale

  • Regno Unito 14,8% della produzione totale

  • Canada 14,4% della produzione totale

  • Germania 11,8% della produzione totale

  • Giappone 6% della produzione totale

In Italia inoltre le Centrali nucleari presenti sono impianti degli anni ’60 (ad eccezione di quella di Caorso) e non incontrano le condizioni di sicurezza attuali. Questo le rende di conseguenza inutili per un futuro energetico italiano. Un altro punto da sottolineare è quello dei depositi di scorie nucleari. Attualmente sono 3, ma nel caso si passasse nuovamente al nucleare non sarebbero abbastanza per accogliere le scorie prodotte dagli ipotetici impianti futuri.

L’Italia ha già detto NO al nucleare due volte in passato, rispettivamente nel 1987 con un referendum promosso dai Radicali, figlio del disastro di Chernobyl dello stesso anno, e quello del 2011, che ha visto il disastro nucleare di Fukushima pochi giorni prima del voto, abolendo il piano energetico del governo Berlusconi del 2008 con il 94% delle preferenze.

mappa nucleare italia

Quali sono i pro e i contro del nucleare in Italia?

Verosimilmente il nucleare non può essere una soluzione per la crisi attuale perché le infrastrutture attuali non possono essere utilizzate e non possono essere prese in considerazione per un piano futuro.

Ad ogni modo l’investimento sul nucleare potrebbe portare l’Italia a una relativa indipendenza energetica negli anni futuri, scongiurando una nuova crisi energetica come quella attuale.

Gli investimenti sarebbero cospicui e non indifferenti in quanto dovrebbero includere l’intera infrastruttura nucleare nazionale. Questo però porterebbe anche ad una riduzione del gas e degli idrocarburi come fonti energetiche nel paese, riducendo le emissioni. Nonostante ciò non possono essere prese in considerazioni le scorie nucleari.

Il nucleare in conclusione muove ancora il dibattito pubblico e gli italiani verranno chiamati la prossima domenica a una nuova decisione sull’argomento.

Fonte: https://www.prontobolletta.it/news/nucleare-in-italia-elezioni/

 

 

La Russia è di fronte ad un passaggio determinante

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di Gennaro Scala

Fonte: Gennaro Scala

La strategia della Russia è entrata in crisi ed ha dovuto proclamare la mobilitazione parziale dei riservisti dell’esercito. A causa dell’impossibilità di controllare i territori conquistati con l'”operazione speciale”, ovvero con l’utilizzo dei soli professionisti dell’esercito di fronte agli Ucraini che fin dall’inizio hanno decretato la coscrizione obbligatoria e che godono del sostegno dell’intero occidente. Questo è un passaggio molto importante, che ha causato una crisi. Da come verrà risolta dipende l’esito futuro del conflitto.
In un articolo su Ria Novosti si affrontava senza reticenze il fenomeno “massiccio” di coloro che sono fuggiti dalla Russia per evitare la chiamata alle armi. Tra le varie cause il commentatore (se il traduttore automatico ci restituisce bene il senso delle sue parole) individuava la cultura occidentale che ha fatto preso sulla Russia, ma anche le ingiustizie del sistema liberal-nazionale su cui si è attestata la Russia, merito alle quali il commentatore stesso ammette che c’è del vero. “Perché dobbiamo andare a combattere per lo Yacht di Abramovic?” La Russia ha affrontato difficoltà indicibili con le truppe naziste sul proprio territorio, tuttavia anche questa volta si trova ad affrontare un nemico molto insidioso. Il contatto e il rapporto con l’Occidente di questi anni, soprattutto con l’Europa, hanno avuto come contropartita la penetrazione del veleno ideologico occidentale soprattutto quello sviluppatosi quando gli Usa seppero diabolicamente trasformare la “controcultura” sviluppatasi durante la contestazione alla guerra in Vietnam in un veleno ideologico con cui infettare le nazioni, diffondendo un individualismo anti-comunitario, in cui vince la superiore capacità di corruzione.
La Russia è di fronte ad un passaggio, ogni passaggio comporta una crisi. Questo passaggio comporta anche la necessità di abbandonare il sistema liberal-nazionale. Il gruppo dirigente con Putin ha deciso di superare la crisi in avanti, rilanciando la lotta contro l’Occidente. Bisogna vedere se la società russa nel suo complesso seguirà il suo gruppo dirigente. Da ciò dipende la vittoria o la sconfitta della civiltà russa e della civiltà in generale.

1 70 71 72 73 74 75 76 1.214