«Berlino e Aleppo, Occidente ipocrita non combatte davvero l’Isis»

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di Alessio Mannino

Il giornalista Caputo che ha visitato la Siria in guerra: «questa non è una guerra religiosa, dietro ci sono interessi e ambizioni politiche»

sebastiano-caputo

Sebastiano Caputo è uno che Aleppo l’ha vista coi suoi occhi. Giornalista, giovanissimo inviato di 24 anni, autore del libro “Alle porte di Damasco. Viaggio nella Siria che resiste” (Circolo Proudhon Edizioni, 2015), a cavallo fra quest’anno e lo scorso ha visitato tre volte il Paese martoriato dalla guerra. L’ultima nel mese scorso, girando nella capitale e nelle città di confine. «Ad Aleppo sono stato ad aprile, ma non per molto tempo: era accerchiata, e avrei rischiato di rimanere prigioniero». I canali usati per arrivare in Siria sono stati quelli legati all’assistenza alla popolazione: «la prima volta su invito di un’associazione di medici e professionisti che convocarono giornalisti occidentali per mostrare la realtà della guerra, la seconda con “SOS Cristiani d’Oriente”, che sono un gruppo di volontari francesi, e infine coi medici italiani di “Emergenza Sorrisi”, i primi che lavorano nella parte governativa».

Aleppo città-simbolo della devastazione, di cui si accusa il regime di Bashar Assad e i suoi alleati russi. Che significa oggi, Aleppo? «E’ la seconda città della Siria, la capitale economica. Per il governo è la roccaforte a nord, a 100 km dalla frontiera con la Turchia. I jihadisti la puntavano perchè sapevano che prenderla avrebbe significato tagliare in due il Paese. Per i sostenitori del governo, dal 2012 è iniziata quella che loro chiamano “liberazione”: l’avanzata dei jihadisti, infatti, era funzionale al disegno dell’Occidente di distruggere la Siria». Quella in cui ha girato Caputo «era una città divisa in due, come Berlino, dove i civili morivano da entrambe le parti, coi cecchini ovunque. Un po’ di consenso c’era, nei confronti dei jihadisti, ma molti ne erano prigionieri. E infatti molti fuggivano ad Aleppo Ovest, in mano ai governativi. E si poteva fare un raffronto fra questi fuggitivi, con le donne tutte velate, e gli abitanti a Ovest, dove c’era ancora la Siria laica e multiconfessionale» del regime baathista di Assad. Le fiaccolate, i ceri, le marce che non si contano da noi sono, secondo Caputo, «solidarietà falsa e ipocrita: dove erano quando c’erano i morti dall’altra parte?».

I “ribelli” non sono migliori dei soldati del regime, anzi: «tagliagole e mercenari. Tanto è vero che nei negoziati, l’accordo era di non filmare i loro miliziani, perchè in realtà pochissimi erano siriani. I civili mi raccontavano che nell’evacuazione di Tartus si vedevano tanti ceceni, afghani, soldati comunque stranieri». Ma allora cosa c’è da vendicare in Siria, come ha urlato l’assassino turco dell’ambasciatore russo Karlov? «Questo poliziotto, che pare fosse della scorta di Erdogan, proviene dalla divisione che è avvenuta nei corpi dello Stato turco dopo il golpe fallito. Colpire il rappresentante della Russia significa colpire l’apparato bellico russo sul campo. Ma questi episodi non avvengono mai per caso: è avvenuto dopo il riavvicinamento fra Russia e Turchia, in seguito all’accettazione da parte di Erdogan dello scambio proposto da Putin: se vuoi che faccio passare il gasdotto a sud da te, mi lasci la Siria». Si chiama geopolitica.

Ma praticamente nelle stesse ore un altro attentato ha sconvolto l’opinione pubblica mondiale: quello del tir che ha fatto 12 morti nei mercatini di Natale a Berlino. Caputo, anche qui, non segue la corrente che collega il terrorismo (supposto che sia tale a tutti gli effetti) e la politica immigrazionista della Germania e più in generale dei Paesi occidentali: «il profugo pakistano è stato rilasciato, al momento c’è una rivendicazione dell’Isis. Ma preferirei fare un collegamento con la politica internazionale dell’Occidente. L’Isis sta perdendo terreno, questi attacchi sono l’unico modo che ha per creare eventi mediatici così da dare l’idea di essere ancora vivo e forte. Anche chi fa una politica restrittiva sugli immigrati può essere colpito, o anche chi non ha mandato i suoi soldati sul campo. Perchè nell’immaginario arabo-musulmano fanno tutti parte dell’Occidente nemico». Anche l’Italia, dunque. «No, l’Italia si salva perchè è una stazione di transito, e come in tutti i mercati illegali dove c’è transito è meglio non fare casini». Ma c’è Roma dove ha sede il Vaticano, capitale del Cattolicesimo. «L’Isis non ha nulla di religioso» – ribatte Caputo – «fa ridere sentire che sono stati presi di mira i mercatini di Natale per le “radici cristiane”. Questa è gentaglia che abbiamo foraggiato noi, e contro cui non c’è la volontà politica di agire sul serio: l’Isis può essere spazzato via in tre giorni. Gheddafi è stato abbattuto in una settimana».
«La verità», conclude ribaltando ancora la vulgata, «è che non siamo in guerra, perchè le cancellerie occidentali fanno ottimi affari con l’Arabia Saudita e con il Qatar grandi sponsor del jihadismo. Abbiamo stretto un patto col diavolo».

Fonte: http://www.vvox.it/2016/12/21/berlino-e-aleppo-occidente-ipocrita-non-combatte-davvero-lisis/

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Miracolo a Firenze

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santino_ausiliatriceSegnalazione del Centro Studi Federici

Sono passati oltre 50 anni, ma ricordo tutto con una precisione sbalorditiva: potrei fare il ritratto dei miei compagni di viaggio, non perché li incontrassi spesso quando mi recavo all’università, ma perché la mia memoria si è come fermata a quel 20 maggio 1944.
Avevamo passato da poco la stazione di “Campo di Marte”, penultima stazione prima di Firenze S.M.N. della Roma-Firenze, ad appena 8 km da questa, ed avevo notato i segni del bombardamento.
Intorno a me giovani studenti delle superiori facevano la solita baldoria, ma quella volta non mi fecero ridere per le loro birichinate innocenti: ero preoccupato: temevo che anche “Porta a Prato”, all’estremità Nord di Firenze, fosse stata colpita dalle bombe e mi riservavo di vedere di persona i disastrosi effetti di una guerra che volgeva al termine e si faceva più aspra e più sanguinosa.
 
Senza rispetto umano
Chi ti ispirò, caro fratino, di affacciarti al mio scompartimento, non lo so e non voglio gridare al miracolo. Era solo solo, giovane giovane ed offriva un’immagine in cambio di un’elemosina per il suo convento. Rimase male quando dal gruppo dei giovani studenti uscì la frase volgare e ingiuriosa: «È un frate pistun!» e ciò per distinguerlo da quelli che dicono Messa. Era cioè un fratello laico. Rimase male e avrebbe certamente fatto dietro front se non l’avessi invitato ad entrare: «Venga padrino e mi dia un’immagine!».
Il frate entrò e i giovani tacquero. Era un’immagine di Maria Ausiliatrice che io, senza ostentazione ma anche senza vergogna, baciai devotamente, e feci la mia offerta. Tutti i presenti mi imitarono.
Il frate mi ringraziò con un sorriso: per lui ero un amico e tale sono rimasto, gloriandomi dell’educazione appresa dai salesiani di via Fra Angelico.
 
Era finita
Eravamo già arrivati in stazione e i giovani, come un nugolo di rondini, si sparpagliarono cinguettando allegramente prendendo l’uscita.
Fu una cosa improvvisa e imprevista: tedeschi col soggolo e col mitra spianato ci spinsero tutti fuori stazione e ci misero al muro. Gridavano come ossessi, avevano una faccia feroce e ci davano colpi allo stomaco con la canna del mitra gridando: “Caput!”. Il motivo? Chi lo sa!? Neppure ora dopo tanti anni son venuto a conoscerlo. Ho sempre pensato che ci fosse stato qualche atto di sabotaggio. Non mi resi subito conto del pericolo, ma quando vidi a poca distanza da noi piazzare le mitragliatrici, capii che era finita: chi piangeva, chi implorava, chi si diceva innocente, chi imprecava, chi, cosa strana in simili frangenti, trovava il fiato per scherzare, come un giovane alla mia destra che diceva: “Oh, questa è bella! Finirà bene?… ci credo poco!”. Ricordo che avevo ancora in mano l’immagine di Maria Ausiliatrice e che dalla paura (il viso non me lo vedevo ma doveva essere quello di un cadavere) lasciai cadere la valigia e l’immagine sacra. In quei brevi attimi, che sono frazioni di secondo, pensai a tante cose e alla mia prossima fine.
 
«Salvami! Salvami!»
L’immagine mi era caduta ai piedi. La guardai e dal cuore mi salì alle labbra l’invocazione: «Maria Santissima Ausiliatrice, salvami, salvami!». Ferma a due metri dinanzi a me, nell’uniforme militare del Reich, c’era una figura femminile. Vide il mio spavento, vide l’immagine cadere, notò forse la preghiera che stavo formulando. Si avvicinò fissandomi e nel più schietto italiano mi chiese: «È caduta a te questa immagine?».
Non ricordo il timbro della mia voce, ma deve essere stata un filo se tu, bionda Rosefrieda, ridendo soggiungesti: «Non aver paura, non ti faranno niente: raccogli l’immagine e vieni». Così dicendo mi condusse fuori dalla fila. Ingaggiò un serrato dialogo con gli altri due ufficiali: non li capivo, ma litigavano di certo: erano parole taglienti e rapide, poche, ma sortirono l’effetto, perché i due subalterni la salutarono di scatto, ed io, tenuto per mano come un bambino, mi allontanai con le gambe che mi tremavano.
 
«Credi in Dio?»
«Dove vai?» mi chiese.
«Dai miei zii in via S. Reparata».
Mi fece salire su di una vetturetta che guidava abilmente. La osservai meglio: aveva i gradi di maggiore dell’esercito tedesco. Capii subito che faceva parte del controspionaggio germanico.
Dopo alcuni istanti udii il crepitio delle armi automatiche. Anche Firenze pagava il suo tributo di sangue.
«L’hai scampata bella davvero!» mi disse.
E io: «Ringrazio la Madonna e lei».
Non rispose subito. Si fermò a pensare.
Dopo un po’, mi chiese: «Credi in Dio?».
«Io sì, e lei?».
«No. Io credo in Hitler, nella razza tedesca, nella vittoria del Reich: in questo credo e mi basta».
Azzardai: «Ma perché mi ha salvato la vita?».
«Così. Mi hai fatto pietà! e poi ho sentito un forte impulso, un qualcuno che mi diceva insistentemente: “Salvalo, salvalo, è innocente!”»
Tacque di nuovo. Dopo un po’ volle sapere chi ero, che cosa facevo, dove avevo studiato. Fu a questo punto che mi disse che era austriaca e che anche suo fratello aveva studiato dai salesiani a Vienna.
Eravamo arrivati. La invitai a salire ma non accettò: aveva fretta. Ma promise che sarebbe tornata a trovarmi a casa mia, al mio paese. La ringraziai con effusione e si commosse. Nel partire mi salutò con la mano e mi sorrise.
 
Una chiamata notturna
Tornò quando meno me l’aspettavo. Quando non speravo più di rivederla. Tornò quando per lei e per i suoi commilitoni era finita davvero, e doveva far presto. Venne di notte a bussare alla mia porta ed io temetti che fosse la visita dei partigiani. Ci facemmo tanta festa. Era triste e non voleva apparire ed io sentivo un’immensa pena per lei. La supplicai di rimanere. Le dissi che l’avrei nascosta, che l’avrei salvata. Le dissi di non tornare a casa sua in quel momento e la esortai ad attendere qui gli eventi: fu irremovibile.
Ma quando entrò nel mio studiolo e vide appesa al muro l’immagine di Maria Ausiliatrice che mi aveva salvato, le uscì dal cuore un “Oh!” grande e gioioso. Rimase alcuni istanti muta.
Quando se ne andò, ed avevamo entrambi la certezza di non rivederci più, non pensava più alla vittoria del Reich: aveva subito anche lei un crollo pauroso delle sue convinzioni e, dandomi la destra, mi disse: «Tu credi in qualcosa. Ti invidio. Prega per me la Madonna, chi sa!?».
Non l’ho più rivista e sento un desiderio sconfinato di saperla viva. Non può essere morta. Quando ancor oggi il mio sguardo si posa sul quadro di Maria Ausiliatrice, penso che la Vergine, almeno per quel suo atto di bontà, non solo le avrà conservato la vita ma le avrà dato quel che le mancava: la fede.
 

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I mandanti di Ankara. Hanno lasciato la firma

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trump killeddi Maurizio Blondet

“Dobbiamo sapere chi ha dato gli ordini”: così Vladimir Putin ha commentato l’assassinio dell’ambasciatore Karlov a Ankara.  Da vecchio agente dei servizi, non crede nemmeno per un attimo allo “spontaneo assassino solitario”.

Meno  legato da obblighi  diplomatici, Vladimir Zhirinovsky, capo del Partito Liberal Democratico (nazionalista): è stata “un’operazione false flag dell’Occidente”.  Aleksei Pushkov, già capo della commissione esteri alla Duma: “E’ stata un’azione pianificata…ed è altamente probabile che  ci siano dietro elementi dei servizi della NATO.  E’ una vera provocazione e una sfida per la Russia”.

Nessun organo italiano ha riportato queste accuse, ci han continuato a far credere al pazzo  solitario. Eppure non  vengono da siti complottasti, bensì  dal britannico Independent:  http://www.independent.co.uk/news/world/europe/russia-ambassador-shooting-turkey-nato-security-services-andrey-karlov-a7485296.html

Un americano “professionista” anche lui, Scott Bennett,  ex ufficiale dell’Ufficio guerra psicologica dell’US Army, ha detto a caldo: “Questa è la tipica azione di elementi  ‘terzi’  (third party elements) come il Mossad israeliano e Netanyahu, o genuini simpatizzanti IS per  alienare Russia e Turchia”.

http://www.presstv.ir/Detail/2016/12/21/500815/US-Russia-Turkey-ambassador-Scott-Bennett Continua a leggere

Ha ragione la Boldrini, combattiamo insieme le bufale. Anzi, facciamone proprio “Piazza pulita”

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di Mauro Bottarelli

Ha ragione la Boldrini, combattiamo insieme le bufale. Anzi, facciamone proprio “Piazza pulita”

 

Fonte: Rischio Calcolato

 

La presidentessa della Camera, Laura Boldrini, pochi giorni fa è stata lapidaria: “Anticipo che sto per lanciare un appello ai cittadini italiani, a tutti quelli che vogliono dare una loro partecipazione contro la disinformazione e le notizie false per la tutela del loro diritto a essere informati correttamente. Il tema delle bufale è fondamentale sul fronte dell’odio via internet e sui social network”. Ha ragione, su tutta la linea. Tanto più che, come mostrano queste foto,

 
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L’Occidente, rabbioso per la sconfitta subita ad Aleppo, si dedica ad una campagna mediatica contro la Siria e contro la Russia

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di Manuel De Silva

L’Occidente, rabbioso per la sconfitta subita ad Aleppo, si dedica ad una campagna mediatica contro la Siria e contro la Russia

Fonte: controinformazione

Coloro che si sono strenuamente opposti alla liberazione della città di Aleppo, realizzata grazie all’azione decisa dell’Esercito siriano, hanno orchestrato una enorme campagna mediatica volta a diffamare e criminalizzare l’Esercito siriano, il Governo di Bashar al-Assad e la Russia di Vladimir Putin, quella che ha fornito appoggio determinante alla riuscita delle operazioni militari per la liberazione della città dai gruppi terroristi sostenuti dall’Occidente e dall’Arabia Saudita.

Per convincere l’opinione pubblica a criminalizzare Assad e Putin, i governi dei paesi NATO, in collaborazione con i monarchi dell’Arabia Saudita e del Qatar (e le loro TV come Al Arabiya e Al Jatzeera), assieme ai grandi padroni dei media occidentali, hanno diffuso filmati e narrazioni propagandistiche degli avvenimenti, arrivando persino a utilizzare le vecchie immagini datate di donne e bambini uccisi in altri conflitti, per descrivere i loro episodi inventati di presunti crimini realizzati dalle forze siriane, russe e dei loro alleati in Aleppo.

Vedi: Pruebas de la manipulacion en medios arabe sobre la victoria en ALeppo

Nel contesto di questa campagna mediatica di falsificazione, orchestrata dall’Occidente, alcuni media e gruppi pubblici sui social media hanno pubblicato foto che si riferiscono ai bombardamenti israeliani effettuati sulla striscia di Gaza o altre immagini riferite al 2014 o 2015 e le hanno spacciate come foto dei civili di Aleppo bombardati dalle forze russe e siriane. Continua a leggere

Questa società non punta ad accogliere chi arriva da noi, ma a rendere migrante chi c’è già

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di Diego Fusaro

Questa società non punta ad accogliere chi arriva da noi, ma a rendere migrante chi c'è già

Fonte: Lettera 43

L’elogio ipocrita dell’immigrazione da parte dell’èlite neofeudale e dei suoi oratores della sinistra del costume non si spiega unicamente in ragione dell’«esercito industriale di riserva» (Marx) che i migranti vanno a costituire, abbassando i costi della forza lavoro e accrescendone la debolezza.
I migranti sono per il capitale gli schiavi ideali: ricattabili, senza coscienza di classe, disposti a tutto pur di sopravvivere.
Accanto a questo motivo, e a esso connesso, ve ne è un altro.
Il nuovo profilo antropologico coessenziale al tempo della precarietà a tempo indeterminato corrisponde a quello dell’uomo senza identità e senza radici; il quale è, al tempo stesso, homo migransdeterritorializzato, apolide e sradicato, sempre pronto, valigia alla mano, a spostarsi seguendo i processi della delocalizzazione e della volatilizzazione dei capitali.
TRIONFO DELL’INSTABILITÀ. In virtù del fatto che, nel regime della precarietà assoluta del finanz-capitalismo, ogni progetto e ogni legame risultano a tempo determinato, il soggetto deve sapersi distaccare disinvoltamente da tutto, abbandonando non solo l’ideale della stabilità lavorativa e affettiva e, più in generale, la sfera dell’«eticità» (Sittlichkeit) di hegeliana memoria.
Deve anche, in pari tempo, affrancarsi da ogni radicamento territoriale, mantenendosi pronto a improvvise migrazioni e all’inseguimento, al di là dei mari e dei confini, delle cosiddette “sfide della globalizzazione”. Continua a leggere

L’azione di Jean Ousset, saggio pratico sulla Contro-Rivoluzione

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copertina azione bozza.cdrdi Gianandrea de Antonellis

«Se a Pietroburgo, nel 1917, ci fossero state solo poche migliaia di uomini ben certi di quello che volevano, non avremmo avuto mai potuto prendere il potere in Russia». Questa frase di Lenin apre il saggio di Jean Ousset, L’azione. Manuale per una riconquista cattolica politica e sociale (Il Giglio, Napoli 2016, p. 232, € 15), per la prima volta proposta in italiano grazie alla traduzione di Guido Vignelli.

Lo scritto del pensatore francese, tuttora validissimo nonostante mezzo secolo di vita, indica come formare una élite che sappia opporsi al processo rivoluzionario. Gli uomini della controrivoluzione esistono, ma sono portati ad agire separatamente; manca cioè quasi totalmente una rete, cioè un ambiente organizzato, in grado di valorizzare e concretizzare i loro sforzi. Si va dalla magistratura al sindacato, da un club ad un gruppo di ex compagni di classe. Naturalmente, vi sono alcune reti più influenti di altre ed è bene vigilare affinché le prime non cadano in mano all’avversario.

Le principali reti sono quelle del clero, degli intellettuali (docenti, scrittori, giornalisti), dei politici, dei capi d’impresa e dei giovani. Ma in cosa consiste precisamente l’azione? Essa varia a seconda dei soggetti: in generale deve trasformare ogni singola attività da mero solipsismo in capacità di armonizzarsi con gli altri individui che operano in senso controrivoluzionario. All’azione personale e sulle reti, va affiancata quella verso la massa, l’opinione pubblica: in questo, sottolinea Ousset, la Chiesa può svolgere un ruolo fondamentale. Continua a leggere

Ad un ex-agente della Stasi la censura del web tedesco

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Segnalazione di Corrispondenza Romana

kahane

A chi si chieda dove siano spariti gli ex-agenti della Stasi, di cui subito dopo il crollo del Muro di Berlino non si è più saputo alcunché, ecco la risposta.

Si chiama Anetta Kahane. Un nome, che a molti non dice alcunché. Ma a qualcuno – pochi – dice anche troppo. Oggi è, in Germania, fondatrice ed amministratrice delegata della Fondazione Amadeu Antonio: ha fatto recentemente parlare di sé per aver dichiarato pubblicamente di militare nelle fila di coloro che chiedono l’apertura totale delle frontiere ed un’accoglienza incondizionata degli immigrati. Ora è stata incaricata dal ministro federale di Giustizia, Heiko Maas, di sorvegliare, curare ed assicurare la censura su Internet e sui social network. Ad esempio, segnalando quanti critichino l’«invasione silenziosa» di stranieri, giunti in Europa anche da Paesi non in guerra e non affamati, per rimescolare le carte, annientare il concetto di Patria, nazione, identità e rimpiazzare con i propri figli i bimbi italiani mai concepiti oppure abortiti. Operazione, che comporta evidenti ripercussioni sul piano demografico, sociale, spirituale, valoriale e culturale.

Indubbiamente, il curriculum vitae della prescelta offre abbondanti garanzie: la sua famiglia partecipò alla guerra civile spagnola, schierandosi con i comunisti. Tornata in patria, si adattò molto bene al regime comunista instaurato nella Germania dell’Est dopo la guerra. Gli archivi provano come lei stessa, col nome in codice di “Vittoria”, fosse un’agente della Stasi e, per tale organizzazione, avesse predisposto dei rapporti alquanto scrupolosi sulle persone poste “in osservazione”, sui loro amici e su quanti facessero parte del loro entourage. Chi riceveva le sue note era giunto a definirla molto collaborativa: aveva denunciato anche quanti avessero deplorato la repressione della Primavera di Praga e quanti fossero tentati dall’idea di fuggire dalla Germania dell’Est. Continua a leggere

Manuel Poletti, figlio del ministro del Lavoro, è direttore di un giornale che ha ricevuto 500mila euro di fondi pubblici in tre anni

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 Manuel Poletti, figlio del ministro del Lavoro Giuliano, dirige un giornale che ha ricevuto solo nel 2015 circa 191mila euro di fondi pubblici. Si tratta Sette Sere Qui, un settimanale nato nel 1996 che copre i territori di Faenza, Lugo, Ravenna e Cervia, edito dalla Cooperativa giornalisti “Media Romagna” di Imola. Cooperativa a sua volta presieduta da Manuel Poletti.

Contributi al quotidiano diretto da Manuel Poletti nel 2015
2015

Un’informazione nota ma che ha ripreso a circolare sui social network dopo le recenti uscite del ministro del Lavoro sui “cervelli in fuga” che hanno scatenato un fiume di polemiche: “Se 100mila giovani se ne sono andati non è che qui sono rimasti 60 milioni di ‘pistola’. Ci sono persone andate via e che è bene che stiano dove sono perché questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”, ha detto il ministro del Lavoro salvo poi correggere il tiro dicendo di “essersi espresso male”.

“Facile difendere #JobsAct e #voucher quando persino tuo figlio ha azienda che campa grazie a contributi editoria pagati dallo Stato”, è uno dei tanti commenti fioccati su twitter. Il riferimento è alla cooperativa di giornalisti che è proprietaria del settimanale romagnolo, diretto da Poletti Jr dal 2009. Secondo le norme che regolano i contributi alla stampa (legge 250/90) il periodico Sette Sere Qui ha ricevuto nel 2015 190.888,48 euro di contributi pubblici. Importo simile a quello corrisposto nel 2014, quando al settimanale sono pervenuti un totale di 197.013,74 euro. Qualche decina di migliaia di euro in meno invece nel 2013 per il quotidiano diretto da Poletti Jr: il totale dei contributi pubblici erogati ammonta a 133.697,24 euro. In tre anni sono circa mezzo milione di euro.

Contributi al quotidiano diretto da Manuel Poletti nel 2014
2014

Come ricorda un articolo di Italia Oggi, Poletti Jr ha seguito le orme del padre lanciandosi a testa bassa nel mondo delle cooperative. Il ministro infatti viene da quel mondo, essendo stato presidente nazionale di Legacoop prima di approdare al ministero del Lavoro che ha varato norme controverse come il Jobs Act e il decreto Poletti. Manuel ha seguito le sue orme: lontano dalla politica ha preferito muovere “passi importanti all’interno di Legacoop Romagna, l’organizzazione territoriale delle coop rosse scaturita dalla fusione di quelle di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini”.

Circostanze che fanno storcere il naso a molti viste le tanto discusse esternazioni del ministro sui giovani. Come a Francesco Venier, ricercatore all’Università di Trieste: “Toh, il figlio di Poletti (lega COOP) non ha dovuto emigrare per trovare una carriera decente”.

Contributi al quotidiano diretto da Manuel Poletti nel 2013
2013

Toh, il figlio di Poletti (lega COOP) non ha dovuto emigrare per trovare una carriera decente. Disgustoso. cc @carloalberto@ogiannino https://twitter.com/j599/status/811226589543464960 

Fonte: http://huff.to/2hWyhhM

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