Della preminenza della Filosofia e Teologia Tomistica
Segnalazione del Centro Studi Federici
Segnalazione del Centro Studi Federici
Segnalazione Il Faro sul Mondo
di Redazione Il Faro sul Mondo
Il ministero degli Esteri iraniano ha condannato fermamente gli Stati Uniti per aver incontrato il capobanda del gruppo terroristico anti-iraniano Mujahedin Khalq (Mko) e per aver ribadito la loro alleanza con questi terroristi.
“L’alleanza del regime americano con gli assassini di oltre 17mila cittadini iraniani è diventata più chiara”, ha scritto in un tweet il portavoce del ministero, Nasser Kanaani.Kanaani. “La recente mossa di alcune figure politiche americane che hanno cercato di ‘imbiancare il terrorismo’ e santificare in modo riprovevole il capobanda terrorista dell’Mko, ha ulteriormente mostrato l’immagine fasulla dei diritti umani americani.
“Washington ha ospitato quello che i funzionari americani hanno definito un cosiddetto “raduno di gruppi di opposizione iraniani”. Al vertice hanno partecipato la famigerata capobanda dell’Mko, Maryam Rajavi e diversi ex funzionari americani, tra cui l’ex segretario di stato Mike Pompeo, i quali hanno sostenuto il “cambio di regime” in Iran e glorificato le “rivolte” sostenute dall’Occidente che hanno seminato morte e terrore in tutto l’Iran.
Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno espresso pieno sostegno ai “rivoltosi”, che hanno cercato di dirottare le proteste emerse dopo la morte di una giovane donna iraniana, Mahsa Amini.
L’Mko ha una storia oscura di omicidi e attentati contro il governo e la nazione iraniani. Si è notoriamente schierato con l’ex dittatore iracheno Saddam Hussein durante la guerra dell’Iraq (1980-88) contro la Repubblica Islamica.
Il famigerato gruppo terroristico organizza ogni anno sontuose conferenze a Parigi, con funzionari americani, occidentali e sauditi come ospiti d’onore. Su tutti Mike Pompeo, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, John Bolton, l’avvocato personale dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump Rudy Giuliani, l’ex primo ministro canadese Stephen Harper e l’ex capo dell’intelligence saudita, il principe Turki al-Faisal.
Fonte: https://ilfarosulmondo.it/stati-uniti-ospitano-leader-dei-terroristi-mko/
Segnalazione di Wall Street Italia
di Mariangela Tessa
Dalla benzina, ai pedaggi autostradali, passando gas. Il 2023 inizia all’insegna dei rincari con effetti consistenti e in molti casi già calcolabili. A cominciare dai pedaggi autostradali. All’inizio di ogni anno le tariffe vengono tradizionalmente aggiornate, ma da quattro anni a questa parte, dopo il crollo del Ponte Morandi, sono rimaste congelate. Il 2023 registrerà il ritorno agli aumenti, per la prima volta dal 2018. Il ministero dei Trasporti ha comunicato che dall’1 gennaio quelli di competenza di Autostrade per l’Italia sono aumentati del 2%, con un ulteriore ritocco all’insù, dall’1 luglio, dell’1,34%.
A questi rincari, dovrebbero aggiungersi quelli delle concessionarie che hanno presentato le loro richieste di rimodulazione, attualmente al vaglio del ministero dei Trasporti e del ministero dell’Economia che dovranno tenere conto degli investimenti effettuati. Sul tavolo ci sono i Piani economico-finanziari delle diverse società che, come spiegato dall’Aiscat, sono però “attualmente a stadi di approvazione differenti”.
Sempre a carico degli automobilisti, a partire da ieri, primo gennaio, c’è stato un aumento automatico dei carburanti, che da nove mesi a questa parte gode della riduzione delle accise decisa prima dal governo Draghi e poi confermata, in parte, anche dall’esecutivo Meloni. Il taglio è stato applicato per la prima volta a marzo di quest’anno con l’approvazione del decreto Ucraina bis. Sia per la benzina che per il diesel la riduzione è stata complessivamente di 30,5 centesimi, almeno fino a dicembre di quest’anno, quando con il dl Aiuti quater il taglio è stato prorogato fino al 31 del mese ma ridotto a 18,3 centesimi. Nel frattempo i prezzi sono scesi, riducendo anche l’extragettito che aveva consentito al governo di ridurre le accise (e di conseguenza l’Iva che si calcola in aggiunta). Lo sconto scadeva a fine 2022 e non è stato prorogato.
Sul fronte delle bollette, in attesa della comunicazione dell’Arera a inizio gennaio, gli aggiornamenti potrebbero essere contrastanti. Per l’elettricità, l’Autorità per l’energia ha annunciato nel primo trimestre dell’anno un provvidenziale calo di oltre il 19%, ma per il gas l’andamento potrebbe essere opposto. Nomisma stima un aumento mensile del 20% dovuto all’andamento dei prezzi internazionali di inizio dicembre. Il calo degli ultimi giorni, seguito alla decisione sul tetto al prezzo adottata da Bruxelles, dovrebbe infatti essere recepito, stando all’analisi del centro studi, solo a partire da febbraio.
Il 2023 si preannuncia come un anno nero sul fronte macroeconomico con un terzo dell’economia globale, che sarà colpita dalla recessione. Lo prevedono Michael Burry, fondatore di Scion Asset Management e la direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva.
Burry in un tweet di stamane ha affermato che l’inflazione, pur avendo raggiunto il picco massimo, è destinata a risalire in risposta agli stimoli governativi.
“Gli Stati Uniti sono in recessione per qualsiasi definizione. La Fed taglierà e il governo stimolerà. E avremo un altro picco di inflazione”.
A settembre, Burry aveva avvertito di ulteriori cali per il mercato azionario, affermando che “non abbiamo ancora toccato il fondo”. Nel secondo trimestre dell’anno scorso, la sua società ha scaricato tutta la sua esposizione azionaria, a parte una società.
Dal canto suo la direttrice dell’Fmi Georgieva, durante un’intervista alla Cbs, ha spiegato che tutte e tre le tre grandi economie (Usa, Ue, Cina), stanno rallentando contemporaneamente.
“Per la maggior parte dell’economia mondiale questo sarà un anno duro, più duro di quello che ci lasciamo alle spalle. Gli Stati Uniti sono i più resilienti e potrebbero evitare la recessione”. Negli Usa “vediamo che il mercato del lavoro rimane abbastanza forte. Questa è, tuttavia, una benedizione a metà, perché se il mercato del lavoro è molto forte, la Fed potrebbe dover mantenere le strette sui tassi più a lungo per far scendere l’inflazione“.
Quanto all’Unione europea, l’Fmi si attende che “la metà dei Paesi dell’Ue sarà in recessione nel corso dell’anno”, ha detto Georgieva. L’istituzione di Washington ha già rivisto al ribasso lo scorso ottobre le previsioni di crescita per il 2023, frenate in particolare dalle pressioni inflazionistiche e dai conseguenti rialzi dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali. Ma le affermazioni di ieri, primo gennaio, di Georgieva potrebbero preludere a un ulteriore taglio delle previsioni nel prossimo aggiornamento, atteso al World Economic Forum di Davos di questo mese.
La Cina infine è vista in ulteriore rallentamento quest’anno. Per la prima volta da 40 anni a questa parte, ha evidenziato la direttrice dell’Fmi, la crescita annuale della Cina sarà probabilmente alla pari se non al di sotto del livello di crescita globale. E questo avrà riflessi negativi a livello globale. “Quando guardiamo ai mercati emergenti nelle economie in via di sviluppo, lì il quadro è ancora più fosco. Perché oltre a tutto il resto, vengono colpiti dagli alti tassi di interesse e dall’apprezzamento del dollaro”, conclude Georgieva.
Vale la pena ricordare che nel suo ultimo World Economic Outlook pubblicato ad aprile 2022, il Fondo monetario internazionale prevedeva una crescita globale del 3,6% nel 2022 e nel 2023, al ribasso rispetto al 4,4% e del 3,8% del report di gennaio dello stesso anno.
QUINTA COLONNA
di Antonio Catalano
di Mike Whitney
Fonte: Come Don Chisciotte
“I Russi hanno deciso che non c’è modo di negoziare la fine di questa situazione. Nessuno negozierà in buona fede; quindi dobbiamo schiacciare il nemico. Ed è quello che sta per accadere.” Colonnello Douglas MacGregor (minuto 9:35)
“Per essere precisi, non abbiamo ancora iniziato nulla.” Vladimir Putin
La guerra in Ucraina non finirà con un accordo negoziato. I Russi hanno già chiarito che non si fidano degli Stati Uniti, quindi non hanno intenzione di perdere tempo in un chiacchiere inutili. Ciò che i Russi faranno è perseguire la loro l’unica opzione: distruggere l’esercito ucraino, ridurre in macerie gran parte del Paese e costringere la leadership politica a soddisfare le loro garanzie di sicurezza. È un’azione sanguinosa e dispendiosa, ma non c’è altra scelta. Putin non permetterà alla NATO di piazzare il suo esercito e i suoi missili al confine con la Russia. Ha intenzione di difendere il suo Paese nel miglior modo possibile, eliminando in modo proattivo le minacce emergenti in Ucraina. Ecco perché Putin ha richiamato altri 300.000 riservisti per la campagna in Ucraina; perché i Russi devono sconfiggere l’esercito ucraino e porre rapidamente fine alla guerra. Ecco un breve riassunto del colonnello Douglas MacGregor:
“La guerra per procura di Washington con la Russia è il risultato di un piano accuratamente costruito per coinvolgere la Russia in un conflitto con il suo vicino ucraino. Dal momento in cui il Presidente Putin aveva dichiarato che il suo governo non avrebbe tollerato una presenza militare della NATO in Ucraina, alle porte della Russia, Washington ha fatto di tutto per trasformare l’Ucraina in una potenza militare regionale ostile alla Russia. Il colpo di stato del Maidan aveva permesso agli agenti di Washington a Kiev di insediare un governo che avrebbe cooperato con questo progetto. La recente ammissione della Merkel sul fatto che lei e i suoi colleghi europei avevano cercato di sfruttare gli accordi di Minsk per guadagnare tempo e rafforzare l’esercito ucraino conferma la tragica verità di questa vicenda.“ (“US Colonel explains America’s role in provoking Russia-Ukraine conflict“, Lifesite)
Questo è un eccellente riassunto degli eventi che hanno portato al giorno d’oggi, anche se dovremmo dedicare un po’ più di tempo ai commenti di Angela Merkel. Ciò che la Merkel aveva effettivamente detto nella sua intervista a Die Zeit è quanto segue:
“L’accordo di Minsk del 2014 era stato un tentativo di guadagnare tempo per l’Ucraina. L’Ucraina aveva utilizzato questo tempo per rafforzarsi, come potete vedere oggi.” Secondo l’ex Cancelliera, “era chiaro per tutti” che il conflitto era sospeso e il problema non era risolto, “ma era stato proprio questo a dare all’Ucraina un vantaggio temporale inestimabile.” (Agenzia di stampa Tass)
La Merkel è stata aspramente criticata per aver ammesso che lei e gli altri leader occidentali avevano deliberatamente ingannato la Russia sulle loro vere intenzioni rispetto a Minsk. Il fatto è che non avevano alcuna intenzione di fare pressione sull’Ucraina affinché rispettasse i termini del trattato e lo sapevano fin dall’inizio. Sappiamo per certo che né la Merkel né i suoi alleati erano mai stati interessati alla pace. In secondo luogo, ora sappiamo che hanno continuato l’inganno per 7 anni prima che lei vuotasse il sacco e ammettesse ciò che stavano realmente facendo. Infine, ora sappiamo dai commenti della Merkel che l’obiettivo strategico di Washington era l’opposto dell’accordo di Minsk. Il vero obiettivo era quello di creare un’Ucraina pesantemente militarizzata che avrebbe portato avanti la guerra per procura di Washington contro la Russia. Questo era l’obiettivo primario: la guerra alla Russia.
Allora, perché Putin dovrebbe prendere in considerazione l’idea di negoziare con persone del genere, che hanno mentito spudoratamente per 7 anni mentre inondavano l’Ucraina di armi che sarebbero state usate per uccidere i soldati russi?
E qual’è l’obiettivo che aveva spinto la Merkel e i suoi colleghi di Washington a mentire?
Volevano una guerra, ed è lo stesso motivo per cui Boris Johnson aveva posto il veto all’accordo che Zelensky aveva negoziato con Mosca a marzo. Johnson aveva sabotato l’accordo perché Washington voleva una guerra. È talmente semplice.
Ma c’è un prezzo da pagare per le bugie, e questo prezzo è la diffidenza, la perniciosa erosione della fiducia, che rende impossibile risolvere le questioni di interesse reciproco. Il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Nazionale russo, Dmitry Medvedev, proprio questa settimana ha espresso il suo punto di vista sulla questione nei termini più amari. Ha detto:
“Quest’anno, il comportamento di Washington e di altri attori è stato l’ultimo avvertimento a tutte le nazioni: non si possono fare affari con il mondo anglosassone [perché] è un ladro, un truffatore, un baro che potrebbe fare qualsiasi cosa.… D’ora in poi faremo a meno di loro, almeno finché non salirà al potere una nuova generazione di politici ragionevoli… Non c’è nessuno in Occidente con cui potremmo trattare per qualsiasi motivo.” (Ex-Russian President outlines timeline for reconciliation with the West, RT)
Naturalmente, i guerrieri di Washington non saranno affatto infastiditi dalla prospettiva di una rottura delle relazioni con la Russia, anzi probabilmente ne saranno lieti. Ma non si può dire lo stesso per l’Europa. L’Europa si pentirà di essersi legata all’incudine di Washington e di essersi gettata in mare. In un prossimo futuro – quando finalmente si renderanno conto che la loro sopravvivenza economica è inestricabilmente legata all’accesso ai combustibili fossili a basso costo – i leader dell’UE cambieranno rotta e attueranno una politica che garantisca la loro stessa prosperità. Si ritireranno dalla “guerra eterna” della NATO e si uniranno ai ranghi delle nazioni civilizzate che cercano un futuro sicuro ed economicamente integrato.
Ci aspettiamo che anche il NordStream, che è stato distrutto nel più grande atto di sabotaggio industriale dell’era moderna, venga riattivato e ritorni ad essere la principale arteria energetica che lega la Russia all’UE nella più grande zona di libero scambio del mondo. Alla fine, il buon senso prevarrà e l’Europa uscirà dalla crisi provocata dalla sua alleanza con Washington. Ma, prima, la conflagrazione tra Russia e Occidente deve fare il suo corso in Ucraina e il “Garante della sicurezza globale” deve essere sostituito dall’unica nazione disposta a combattere Golia alle sue condizioni in una gara in cui il vincitore prende tutto.
L’Ucraina si preannuncia come la battaglia decisiva nella guerra contro il “sistema basato sulle regole,” una guerra in cui gli Stati Uniti useranno “tutti i trucchi del mestiere” per mantenere la loro presa sul potere. Si veda questo breve trafiletto dell’analista politico John Mearsheimer che spiega i mezzi con cui gli Stati Uniti hanno conservato il loro ruolo dominante nell’ordine globale:
“Non si può sottovalutare quanto gli Stati Uniti siano spietati. Tutto ciò è nascosto nei libri di testo e nelle lezioni che seguiamo da bambini, perché fa parte del nazionalismo. Il nazionalismo consiste nel creare miti su quanto sia meraviglioso il proprio Paese. L’America è buona o cattiva? Non facciamo mai niente di male. (Ma) se si guarda al modo in cui gli Stati Uniti hanno operato nel tempo, è davvero sorprendente quanto siamo stati spietati. E gli Inglesi, lo stesso vale anche per loro, ma noi lo copriamo. Quindi, dico solo che, se siete l’Ucraina e vivete accanto a uno Stato potente come la Russia o se siete Cuba e vivete accanto a uno Stato potente come gli Stati Uniti, dovreste stare molto, molto attenti perché è come dormire nello stesso letto con un elefante. Se quell’elefante si gira e vi schiaccia, siete morti. Bisogna stare molto attenti. Sono contento che il mondo funzioni così? No, non lo sono. Ma è così che funziona il mondo, nel bene e nel male.” (John Mearsheimer, “How the World Works,“ You Tube)
In conclusione, le prospettive di pace in Ucraina sono nulle. L’establishment della politica estera statunitense ha deciso che l’unico modo per invertire l’accelerazione del declino dell’America è il confronto militare diretto. La guerra in Ucraina è la prima manifestazione di questa decisione. D’altra parte, la Russia non ripone più alcuna fiducia nei negoziati con l’Occidente, non può più fidarsi che i leader occidentali onorino i loro impegni o rispettino gli obblighi dei trattati.
Queste inconciliabili differenze tra le due parti rendono inevitabile un’escalation. In assenza di un partner affidabile, Putin ha solo un’opzione per risolvere il conflitto: una schiacciante forza militare. È per questo che ha richiamato 300.000 riservisti a prestare servizio in Ucraina ed è per questo che ne richiamerà altri 300.000 se saranno necessari. Putin si rende conto che l’unica strada percorribile è quella di risolvere rapidamente il conflitto e imporre le proprie condizioni ai vinti. Questo è esattamente ciò che Mearsheimer aveva previsto solo poche settimane fa, quando aveva affermato quanto segue:
“I Russi non si arrenderanno e non si fingeranno morti. Anzi, quello che i Russi faranno è schiacciare gli Ucraini. Tireranno fuori i grossi calibri. Ridurranno in macerie luoghi come Kiev e altre città dell’Ucraina. Faranno Falluja, faranno Mosul, faranno Grozny …. Quando una grande potenza si sente minacciata… i Russi tireranno fuori tutte le loro armi in Ucraina per assicurarsi la vittoria. …Dovete capire che stiamo parlando di mettere all’angolo una grande potenza dotata di armi nucleari, che vede in ciò che sta accadendo una minaccia esistenziale. Questo è davvero pericoloso.” (John Mearsheimer, Twitter)
Quindi, se sappiamo che la Russia cercherà di porre fine alla guerra sconfiggendo l’esercito ucraino, cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro?
A questa domanda hanno risposto diversi analisti che hanno seguito da vicino la guerra fin dall’inizio, ma prima ecco un riassunto degli incontri che si sono svolti la scorsa settimana , da cui si può capire che una grande offensiva russa potrebbe essere in programma tra poche settimane. L’estratto è tratto da un articolo di Patrick Lawrence su Consortium News:
“Alexander Mercouris… ha recentemente elencato l’eccezionale serie di incontri che Putin ha tenuto nelle ultime due settimane con l’intero establishment militare e di sicurezza nazionale. A Mosca, il leader russo ha incontrato tutti i principali comandanti militari e funzionari della sicurezza nazionale (compreso) Sergei Surovikan, il generale da lui incaricato dell’operazione ucraina….
Putin è poi volato a Minsk con il ministro degli Esteri Sergei Lavrov e il ministro della Difesa Sergei Shoigu per uno scambio con i vertici politici e militari bielorussi. Poi ha incontrato i leader delle due repubbliche di Donetsk e Lugansk, incorporate tramite referendum nella Federazione Russa lo scorso autunno.
Non si può evitare di concludere che questi incontri, di cui la stampa occidentale ha parlato a malapena, siano il segnale di una nuova iniziativa militare a breve o medio termine in Ucraina. Come ha detto Mercouris, “sta per arrivare qualcosa di molto grosso.”
In questo contesto, uno degli incontri più interessanti è avvenuto a Pechino la scorsa settimana, quando Dmitry Medvedev, attualmente Vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo e da tempo vicino a Putin, ha avuto colloqui con Xi Jinping….
Ad un certo punto, in un futuro non lontano, la guerra della vuota retorica in nome dell’arroganza imperiale si indebolirà e andrà alla deriva verso il collasso. Questo surreale distacco dalla realtà non potrà essere sostenuto all’infinito – non di fronte ad una nuova iniziativa russa, qualunque forma potrà assumere.” (PATRICK LAWRENCE: “A War of Rhetoric & Reality“, Consortium News)
Lawrence ha ragione? Sta per arrivare qualcosa di grosso?
Sembrerebbe proprio di sì. Nello spazio sottostante ho trascritto alcune citazioni tratte da recenti video con il colonnello MacGregor e Alexander Mercouris, due dei migliori e più affidabili analisti della guerra in Ucraina. Entrambi concordano sul fatto che una “offensiva invernale” russa avrà luogo nel prossimo futuro, ed entrambi concordano sugli obiettivi strategici dell’operazione. Ecco uno spezzone di MacGregor:
“Il popolo americano non capisce che l’esercito ucraino nel Donbass è sull’orlo del collasso. Hanno subito perdite nell’ordine delle centinaia di migliaia… (e) sono quasi a centocinquantamila morti. La 93esima brigata dell’esercito ucraino si è appena ritirata da Bahkmut – che i Russi hanno trasformato in un bagno di sangue per gli Ucraini – e se n’è andata dopo aver subito il 70% di perdite. Per loro, questo significa che di 4.000 uomini… se ne sono salvati circa 1.200 . È una catastrofe, ma è ciò che sta realmente accadendo. E quando i Russi lanceranno finalmente la loro offensiva, gli Americani assisteranno al crollo di questo castello di carte. A quel punto, l’unica incertezza sarà se qualcuno finalmente si alzerà in piedi e metterà fine a questa narrazione totalmente falsa.” (“Colonel Douglas MacGregor,” Real America, Rumble; 8:45 min)
Ed ecco ancora MacGregor:
“Sembra sempre di più che il desiderio dei Russi sia quello di completare la loro missione nel Donbass. Vogliono eliminare tutte le forze ucraine che si trovano nel Donbass… Ricordate, questa è sempre stato un modo per economizzare le forze. È stato progettata per eliminare il maggior numero possibile di Ucraini al minor costo possibile per i russi.
Questo è ciò che sta accadendo nell’Ucraina meridionale (e) continua. Ha funzionato alla grande. E Surovikin, il comandante delle operazioni, ha detto che continuerà fino a quando non sarà pronto a lanciare la sua offensiva. Quando l’offensiva sarà lanciata, sarà una battaglia molto diversa. Ma la cosa interessante è che gli Ucraini hanno subito moltissime perdite nel sud e arrivano segnalazioni secondo cui sarebbero sull’orlo del collasso. Ed è per questo che sentiamo parlare di ragazzini di 14 o 15 anni che vengono arruolati. … e riceviamo video di soldati ucraini che dicono: “Quelli di Kiev farebbero meglio a sperare che i Russi li arrivino lì prima di noi… perché noi li uccideremo.” Parlano dei funzionari governativi, perché non vedono alcuna prova che al governo di Zelensky… importi qualcosa di loro. Stanno finendo il cibo e il vestiario, stanno congelando, stanno subendo pesanti perdite e vengono ricacciati indietro.” (“Will Ukraine have enough Fire Power?” Col MacGregor, Judging Freedom, You Tube; 17:35 min)
Sia MacGregor che Mercouris sembrano concordare sul fatto che la strategia russa prevede di “distruggere” il nemico (uccidendo il maggior numero possibile di truppe ucraine), di consolidare le conquiste russe espandendo il proprio controllo sulle aree a est e lungo il Mar Nero e, infine, di dividere l’Ucraina in due entità separate: uno “Stato fantoccio disfunzionale” a ovest e uno Stato industrializzato e prospero a est. Ecco Alexander Mercouris da un recente aggiornamento su You Tube:
“La mia netta impressione è che … l’obiettivo dell’offensiva invernale russa – che sta effettivamente arrivando – sarà quello di porre fine alla battaglia nel Donbass, spezzare la resistenza ucraina nel Donbass, sgomberare le forze ucraine dalla Repubblica Popolare di Donetsk. Non mi sembra che i Russi stiano pianificando una grande avanzata su Kiev o sull’Ucraina occidentale. Non è quello che dicono i commenti del generale Gerasimov. … i Russi si stanno concentrando su Donetsk… È [una strategia] “a basso rischio,” ma è altamente efficace. Stanno distruggendo l’esercito ucraino esattamente come ha detto il generale Surovikin. [Questa strategia] sta indebolendo la futura capacità dell’Ucraina di continuare la guerra e – allo stesso tempo – realizza la missione primaria della Russia che, fin dall’inizio, era stata la liberazione del Donbass.
Ora, le cose non finiranno qui. Altri funzionari russi hanno detto che nel 2023 dovremmo vedere la riconquista della regione di Kherson… e, sicuramente, ci saranno altri progressi dei Russi in altri luoghi. Ma la battaglia principale era e rimane il Donbass. Una volta vinta quella battaglia, una volta spezzata la resistenza ucraina, l’esercito ucraino sarà fatalmente indebolito… il che significa che l‘Ucraina non solo avrà perso la sua regione più industrializzata e la sua zona più fortificata. Significa anche che i Russi avranno un accesso libero da ostacoli fino alla riva orientale del fiume Dnieper. A quel punto, saranno in grado di tagliare l’Ucraina a metà. Mi sembra logico e mi sembra chiaro che questo sia il piano russo. Non ne fanno mistero, ma tengono la gente sulle spine e alimentano congetture sulle truppe che si trovano in Bielorussia. Ma ho il sospetto che lo scopo principale di queste forze sia quello di bloccare i soldati ucraini… intorno a Kiev, mettendoli di fronte al pericolo di un’eventuale offensiva russa, e di contrastare il concentramento di truppe polacche. Questo è ciò che ha detto Gerasimov.” (“Alexander Mercouris on Ukraine,” You Tube; 31:35 min)
Sebbene nessuno possa prevedere il futuro con assoluta certezza, sembra che sia MacGregor che Mercouris abbiano una sufficiente padronanza dei fatti da non poter scartare a priori il loro scenario. In effetti, l’attuale evoluzione del conflitto suggerisce che le loro previsioni sono probabilmente “azzeccate.” In ogni caso, non dovremo aspettare molto per scoprirlo. Le temperature stanno scendendo rapidamente in tutta l’Ucraina, il che consente il movimento senza ostacoli di carri armati e veicoli blindati. L’offensiva invernale della Russia è probabilmente a poche settimane di distanza.
Fonte: unz.com
Link: https://www.unz.com/mwhitney/mercouris-something-big-is-on-the-way/
Scelto e tradotto da Markus per www.comedonchisciotte.org
di Fabrizio Casari
Fonte: Altrenotizie
La trattativa per un cessate il fuoco in Ucraina non sembra nemmeno sul punto di nascere ma in realtà tutti gli addetti ai lavori sanno che da tempo ormai gli Stati Uniti, di fronte all’insostenibilità militare e finanziaria del confronto tra Ucraina e Russia, hanno dato luce verde alla CIA per dare vita ad una ipotesi di negoziato con mediazioni varie, ultima arrivata quella indiana.
C’è da essere fiduciosi sull’apertura di un negoziato? Tutto il sistema politico e mediatico scommette sulla sua impraticabilità, pur se in qualche momento di lucidità ne ravvisa l’improcrastinabilità, dato che Kiev è allo stremo e ancor più lo sono le finanze europee. A sostegno deciso di un’ipotesi che vorrebbe la fine della guerra in Aprile, arriva ora una notizia di assoluto interesse.
Il più grande fondo speculativo del mondo, Blackrock, il cui peso è dato dal volume dei suoi affari (ottomila miliardi di Dollari in portafoglio) e dalla rinomata influenza sulla politica statunitense, lavora alla raccolta fondi per la ricostruzione post-bellica dell’Ucraina. Le stime minori per rimettere in piedi il Paese arrivano a 350 miliardi di Dollari, quelle più pesanti si spingono a mille miliardi di Dollari.
Per la Blackrock sarebbe uno dei più colossali affari di questo decennio e, di fronte a questa prospettiva, non c’è afflato ideologico statunitense che tenga il confronto.
L’eventualità che ciò si realizzi rappresenterebbe una nuova applicazione sul campo della strategia “distruggi e terrorizza” poi divenuta “distruggi e ricostruisci”, iniziata con la prima guerra in Irak. La strategia prevede la distruzione dei paesi ostili a Washington, che oltre a liberarsi di avversari politici che questionano la sua legittimità di dominare il mondo a loro esclusiva convenienza, produce prima un gran guadagno per il settore bellico, volano centrale dell’economia statunitense, poi un business altrettanto grande per la ricostruzione di quello che prima si è distrutto.
Infatti, la fine delle ostilità si chiude sempre con in allegato un contratto che favorisce le multinazionali estrattive e le aziende di costruzione statunitensi, ai quali si aggiungono poi succosi contratti che il Pentagono firma con le società di mercenari incaricata di vegliare sul personale civile e diplomatico statunitense durante tutti gli anni della ricostruzione. I becchini si fanno medici: il tritolo di ieri diventa il cemento di domani.
La strategia del “distruggi e ricostruisci” è quindi portatrice per gli USA di grandi successi economici, oltre che geopolitici, ed è appunto legata ai successi militari a stelle e strisce. Infatti è fallita solo in Afghanistan e Siria, dove gli Stati Uniti hanno raccolto figuracce e disseminato il campo di mine e fughe. A Kabul sono stati letteralmente cacciati da alcune migliaia di uomini in ciabatte e turbante, a Damasco invece – aiutati da Iran e Hezbollah, oltre che dai siriani – ci hanno pensato i russi, che sono intervenuti ed hanno sbaraccato in poco tempo l’Isis e tutta la Nato.
Le tasche piene dei soliti noti
Dal punto di vista politico, economico e militare gli USA non usciranno comunque dall’Ucraina. La Monsanto (ora Bayern) resterà proprietaria della quota enorme di terra ucraina ottenuta praticamente in forma gratuita. Si è fantasticato in propaganda sull’impatto che l’assenza di grano ucraino sul mercato avrebbe sulla crisi alimentare africana, ma era una colossale fake news. I raccolti ucraini vanno per il 95% in Europa, in Africa solo va il 5% degli stessi.
L’acquisizione di campi coltivabili fu semplice, non certo un ricordo nobile per la sovranità ucraina. Monsanto ha preso le terre, i diritti di sfruttamento e persino i finanziamenti internazionali per la produzione, che l’Ucraina richiedeva e gli statunitensi incassavano. Secondo una interrogazione parlamentare di Die Linke al Bundestag, ci fu una linea di credito da 17,000 milioni di dollari concessa all’Ucraina nel 2014 da parte delle istituzioni finanziare internazionali guidate dal Fondo monetario internazionale e il denaro utilizzato da Kiev per far ripartire le coltivazioni. Se le accuse di Die Linke fossero vere, saremmo al paradosso di un governo che riceve finanziamenti che poi dà alle imprese straniere per fare landgrabbing in casa propria.
Idem dicasi per i 37 laboratori biologici per la guerra batteriologica aperti e gestiti dai militari USA in territorio ucraino. Secondo il Cremlino il Pentagono ha finanziato la modernizzazione di almeno sessanta laboratori biologici segreti lungo i confini cinese e russo e il ministero degli Esteri cinese afferma che dispone dei dati che mostrano che Washington ha 336 laboratori sotto il suo controllo in 30 stati al di fuori della giurisdizione nazionale.
Si ricordi che gli esperimenti sul guadagno di funzione, cioè gli studi che permettono di modificare geneticamente un virus animale al fine di trasformarlo in un patogeno che possa essere trasmesso da uomo a uomo, sono vietati negli Stati Uniti dal 2014. In questo l’Ucraina è una cuccagna: agli statunitensi i risultati degli esperimenti, agli ucraini i rischi di possibili contaminazioni.
I laboratori resteranno saldamente nelle mani statunitensi, così come saranno gli Stati Uniti i maggiori creditori dell’Ucraina, che dovrà passare l’eternità a risarcire Washington per le forniture di armamenti, che tutti fanno finta di credere siano aiuti quando in realtà sono contratti di vendita.
Dovranno rinunciare, forse, alle ricche miniere del Donbass ed ai relativi affari di Hunter Biden, che andrà a tirare crack altrove. Del resto il potere d’interdizione del Presidente Biden non sarà più quello avuto fino ad ora; le elezioni di middle term e la sua demenza avanzata lo rilegano ormai a un puro ruolo raffigurativo. La stessa ridicola cerimonia di Zelensky al Congresso con l’esultanza di congress-man democratici ormai scaduti e la presenza di solo 70 dei 238 senatori repubblicani, è stata in qualche modo il canto del cigno di Biden più che l’inizio di una nuova era. La pagliacciata sulla minaccia russa è servita soprattutto a sostenere l’enorme aumento del budget per le spese militari, portate alla stratosferica somma di 858 miliardi di Dollari (addirittura 45 in più di quelli richiesti dalla Casa Bianca!), record assoluto nella storia statunitense e indicatore di direzione per la prossima guerra alla Cina.
Un simile aumento di budget sembra anche ignorare i risultati di un audit interno, che rivela come il Pentagono non sappia dove siano andati a finire 6500 miliardi di Dollari, circa il 40% del PIL degli USA. Denari dei cittadini di cui mancano i rendiconti, che risultano “dispersi in azione”.
E se la lobby delle armi viene soddisfatta anche quella del petrolio avrà soddisfazione. La guerra voluta dagli USA ha ottenuto il principale risultato che si prefiggeva: bloccata la partnership commerciale tra Russia ed Europa, fine delle forniture energetiche che consentivano lo sviluppo dei paesi UE, blocco delle attività finanziarie e rottura delle relazioni politiche. La dipendenza europea dalla Russia è diventata dipendenza dagli Stati Uniti e dal loro gas liquido, di scarsa quantità, minor qualità e maggior prezzo.
Firmare una pace ma continuare la guerra
A questo punto, il proseguimento della guerra così com’è non avrebbe senso, i risultati che si volevano ottenere si sono ottenuti. Mosca è lontana dall’Occidente ed è sempre più ancorata ad Oriente. La pressione militare della Nato sulla Russia resterebbe alta e, anche se gli accordi di pace dovessero prevedere Crimea e Donbass come territori russi, il risultato sarebbe quello di mettere altri 300, utilissimi, chilometri tra Mosca e la linea del fronte ucraino. L’addio scontato alla nato da parte di Kiev potrà essere sostituito dall’abbraccio mortale della UE, così i drammi sociali e i costi del ripristino dell’economia ucraina verranno pagati dagli europei.
Continuare una guerra convenzionale sarebbe un enorme onere per Washington e Bruxelles senza nessuna possibilità di vittoria sul campo. Di contro, addestrare, armare e finanziare i gruppi neonazisti incaricati di continuare le azioni militari anche dopo il raggiungimento di un accordo di pace, costerebbe poco e renderebbe molto. Un po’ quello messo in opera dal 2014 al 2022 con gli Accordi di Minsk, il cui rispetto è stato una burla, serviva solo ad avere tempo per costruire l’esercito ucraino, come ha candidamente confessato Angela Merkel.
Nelle teste d’uovo del Pentagono e di Langley si prospetta uno scenario nel quale l’Ucraina viene ridotta sensibilmente nelle sue dimensioni, creando così una corrente politico-militare che non riconosce gli accordi e sceglie la via del conflitto. Si creerebbe così un modello di guerriglia permanente come quello dei mujaheddin afghani e dei ceceni, che tennero Mosca impegnata militarmente per anni, senza altro scopo che fiaccarla e metterla nelle condizioni di dirottare le risorse del comparto bellico orientato sulla guerra a bassa intensità, più che su quella convenzionale e nucleare che preoccupa USA e UE.
Perché come sempre avviene dopo un conflitto che ha radici lontane, la pace non comporta la pacificazione. Soprattutto se gli sponsor della guerra continuano a soffiare sul fuoco del terrore.
È necessario uscire dal sistema unipolare e, soprattutto, dai suoi costrutti per entrare in un nuovo ordine multipolare, affinché ogni Stato possa riappropriarsi della propria sovranità e avere un proprio peso nel quadro geopolitico contemporaneo
Uno dei modelli economici che ha influenzato notevolmente il pensiero i molti economisti è il modello IS-LM, formulato da Sir John Richard Hicks per sintetizzare l’economia keynesiana e riassorbirla nell’alveo neoclassico, etichettandola come un mero caso particolare. Senza addentrarsi troppo nei tecnicismi, è bene tener presente che il modello IS-LM è costituito da due funzioni: la IS, l’insieme dei punti di equilibrio del mercato dei beni e servizi, caratterizzato dall’eguaglianza tra investimenti (I) e risparmi (S); e la LM, che rappresenta il mercato della moneta. Nel primo caso, abbiamo grandezze flusso, nel secondo stock. E già questo dovrebbe far sorgere qualche interrogativo, ma l’elefante nella stanza è un altro.
Il signor Hicks, da buon neoclassico (liberista), presupponeva che un aumento della spesa pubblica non facesse altro che dirottare i fondi dal settore privato alle casse del Tesoro, deprimendo gli investimenti. Dato il rapporto inverso tra investimenti e tasso di interesse, la curva IS presenta un andamento negativo. Se aumenta il tasso di interesse, diminuiscono gli investimenti. E questo è vero. Ma gli investimenti sono influenzati anche dalla crescita del reddito (teoria dell’acceleratore). Nessuno farebbe investimenti (cioè, aumenterebbe la propria capacità produttiva) se non ci fosse domanda, anche se i tassi di interesse fossero bassi. Questo vuol dire che il modello non tiene in debito conto la propensione marginale all’investimento rispetto al reddito disponibile. Diversamente, se tenesse in giusta considerazione questa propensione, la pendenza della curva IS, anziché essere negativa, potrebbe essere positiva, con importanti conseguenze sulla politica economica. La propensione marginale all’investimento rispetto al reddito disponibile può essere, infatti, superiore alla sensibilità dell’investimento rispetto al tasso di interesse.
Quello che viene spesso rimproverato ai sostenitori delle politiche keynesiane è l’effetto di spiazzamento (crowding out), per cui aumentando la spesa pubblica si ridurrebbe l’ammontare degli investimenti, i quali verrebbero scoraggiati dall’innalzamento dei tassi di interessi causato dalla spesa del Governo. In sintesi: la spesa pubblica aumenta la domanda di moneta da parte del Governo, facendo innalzare i tassi e questi deprimerebbero gli investimenti. Ciò vuol dire che, data la moneta disponibile nel sistema, il Governo al pari di famiglie e imprese, sarebbe un ulteriore fruitore di moneta – e quindi un concorrente – anziché un creatore di moneta.
Per i liberisti, l’offerta di moneta è esogena, cioè, è un vincolo cui deve sottostare anche il Governo. Quindi, prima di spendere il Governo deve rastrellare moneta attraverso le imposte, impoverendo famiglie e imprese. Queste dinamiche, però, riguardano solo uno Stato depotenziato, cioè, uno Stato colonia o uno Stato membro dell’UE. Uno Stato sovrano, invece, è un creatore di moneta in vista del pieno impiego, non un fruitore di moneta. Alla luce di ciò, se esaminiamo i flussi finanziari, capiremo come un aumento della spesa pubblica non riduca gli investimenti privati ma li faccia crescere. Quando uno Stato sovrano domanda beni e servizi al settore non governativo (famiglie e imprese) cede in contropartita moneta (creata ad hoc), che è passività di Stato. Ciò significa che il Governo trasferisce fondi sui conti correnti di famiglie e imprese, iniettando moneta nel sistema bancario. Un incremento dell’offerta di moneta nel sistema non può far altro che ridurre i tassi di interesse, oltre che spingere verso l’alto i consumi, riducendo il rischio di invenduto per le imprese e, quindi, aumentando la loro propensione marginale all’investimento rispetto al reddito. Il problema, dunque, non è l’innalzamento dei tassi ma una loro caduta, che può essere scongiurata dall’emissione di titoli del debito pubblico. Emettendo titoli, il Governo trasforma parte della moneta “liquida” in moneta che paga un interesse (titoli di Stato), sostenendo i tassi interbancari. In questo modo può continuare a spendere in vista del pieno impiego, controllando l’inflazione.
Qualche decennio dopo la pubblicazione dell’articolo “Mr. Keynes and the Classics” (1937), Sir John Richard Hicks prese le distanze dal suo modello, firmandosi da allora J. Hicks e non più J.R. Hicks. Scrisse:
«È chiaro che devo cambiare nome. Sia ben chiaro che Valore e Capitale (1939) è opera di J. R. Hicks, un economista “neoclassico” ora deceduto; mentre Capitale e Tempo (1973) – e Una Teoria della Storia Economica (1969) – sono opera di John Hicks, un non neoclassico piuttosto irrispettoso nei confronti dello “zio”. Queste ultime opere devono essere lette indipendentemente e non interpretate, come fa Harcourt, alla luce del loro predecessore» [John Hicks (1975) Revival of Political Economy: The Old and the New, Economic Record, 51 (135), 365-367].
«Il diagramma IS-LM, che è ampiamente, ma non universalmente, accettato come una comoda sinossi della teoria keynesiana, è un elemento di cui non posso negare di essere in parte responsabile. Il diagramma ha visto la luce per la prima volta in un mio articolo, “Mr. Keynes and the Classics” (1937), ma in realtà è stato scritto per una riunione della Econometric Society a Oxford nel settembre del 1936, appena otto mesi dopo la pubblicazione di The General Theory (Keynes, 1936). Tuttavia, non ho nascosto che, con il passare del tempo, io stesso ne sono rimasto insoddisfatto. Nel mio contributo al Festschrift per Georgescu-Roegen, ho detto che “quel diagramma è ora molto meno popolare per me di quanto credo lo sia ancora per molte altre persone”». [John Hicks (1980) IS-LM: An Explanation, Journal of Post Keynesian Economics, 3:2, 139-154]
Nonostante Hicks abbia umilmente preso le distanze dalla sua sintesi, questa resta ancora un modello di riferimento in moltissime università, generando l’illusione che l’intervento pubblico nell’economia spiazzi gli investimenti e, dunque, sia da evitare come la peste.
L’altro elefante nella stanza è la concezione secondo cui la quantità moneta sia definita esogenamente, mentre in realtà essa viene creata endogenamente dal sistema bancario. Nel 2014, la Banca d’Inghilterra pubblicò nel suo Quarterly Bulletin un articolo molto interessante dal titolo: Money creation in the modern economy. In tale occasione, il Bank’s Monetary Analysis Directorate diradava inequivocabilmente ogni perplessità circa la creatio ex nihilo della moneta, minimizzando la favola del moltiplicatore della moneta.
«Nell’economia moderna, la maggior parte della moneta prende la forma di depositi bancari, ma come questi depositi vengano creati è spesso frainteso: la via principale è mediante le banche commerciali che fanno prestiti. Ogni volta che una banca concede un prestito, simultaneamente crea un deposito corrispondente al conto bancario di chi prende il prestito, in modo da creare nuova moneta. La realtà di come sia creata la moneta oggi differisce da quanto è riportato in alcuni testi di economia. Più che essere le banche a ricevere i depositi – quando le famiglie risparmiano – e, poi, prestarli, è il prestito bancario a creare depositi. In tempi normali, la banca centrale non determina l’ammontare di moneta in circolazione né la moneta della banca centrale è moltiplicata in maggiori prestiti e depositi». (McLeay, M., Radia, A., Thomas R., Money creation in the modern economy, in Bank of England Quarterly Bulletin, 2014 Q1, Volume 54 No. 1, p. 14)
Rimuovere i due elefanti dalla stanza è condizione necessaria ma non sufficiente. Bisogna, infatti, non solo prendere coscienza delle cose ma, anche, riprendersi la libertà di poter decidere del proprio destino, una volta saputo cosa fare. Ciò è possibile solo uscendo dal sistema unipolare e, soprattutto, dai suoi costrutti per entrare in un nuovo ordine multipolare, affinché ogni Stato possa riappropriarsi della propria sovranità e avere un proprio peso nel quadro geopolitico contemporaneo.
Armando Savini è un economista, saggista, cultore di esegesi biblica e mistica ebraica. Dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in HR Management, si è occupato di scienza della complessità e delle sue applicazioni all’economia. Già cultore della materia in Politica economica presso la cattedra del Prof. Giovanni Somogyi alla Facoltà di Scienze Politiche de La Sapienza, è stato docente a contratto di storia economica, economia, HR management e metodi di ricerca per il business. Ha curato l’edizione di Heartland, il Cuore pulsante dell’Eurasia (2022), con la traduzione di alcuni articoli di H. J. Mackinder. Tra le sue ultime pubblicazioni: Sovranità, debito e moneta. Dal quantum Financial System al Nuoro Ordine Multipolare (2022, 3ª ed.); Miti, storie e leggende. I misteri della Genesi dal caos a Babele (Diarkos 2020); Le due sindoni (Chirico, 2019); Il Messia nascosto. Profezie bibliche alla luce della tradizione ebraica e cristiana (Cantagalli-Chirico, 2019); Maria di Nazaret dalla Genesi a Fatima (Fontana di Siloe, 2017); Risurrezione. Un viaggio tra fede e scienza (Paoline, 2016); Dall’impresa-macchina all’impresa-persona. Ripensare l’azienda nell’era della complessità (Mondadori, 2009).

HEARTLAND. IL CUORE PULSANTE DELL’EURASIA
“Heartland è la più grande fortezza naturale della Terra”, scriveva H. J. Mackinder. La sua opera assume un’importanza fondamentale per capire lo scenario geopolitico mondiale attuale, caratterizzato dallo scontro tra il Nuovo Ordine Mondiale – unipolare e iperliberista, imposto dalla potenza americana – e il Nuovo Ordine Multipolare guidato da Russia e Cina, uno scontro che si sta consumando al margine della Russia, in Ucraina. Nella visione geopolitica di Mackinder, l’Ucraina ha sempre svolto un ruolo strategico fin dai primi anni del Novecento: impedire qualsiasi contatto economico e politico tra la Russia e la Germania, cercando di isolare il “perno geografico della storia”. È in tale contesto che vanno lette oggi le sanzioni antirusse e la crisi del gas che attanaglia l’Europa.
«Il libro di Mackinder ci porta a comprendere uno dei concetti chiave, quello di Heartland, il cuore della terra, primo punto per entrare nell’ottica della multipolarità che si sta oggettivamente imponendo come struttura geopolitica maggioritaria. Riguardo al concetto di Heartland, tutte le scuole classiche di geopolitica riconoscono un profondo dualismo tra l’Heartland – il Continente, la Civiltà della Terra – e la Civiltà del Mare, incarnata oggi dal mondo anglosassone, in primo luogo dagli Stati Uniti e dalla loro politica marittima. La Civiltà del Mare, o Sea Power, cerca di circondare l’Heartland – il Continente, l’Eurasia – dal mare e di controllare i suoi territori costieri. Il Sea Power cerca di scoraggiare lo sviluppo dell’Heartland, realizzando così il suo dominio su scala globale. Come disse Mackinder, “chi controlla l’Europa orientale, controlla l’Heartland, e chi controlla l’Heartland, controlla il mondo”. La lotta per governare l’Heartland, con il Sea Power dall’esterno o con l’Heartland stesso dall’interno, è la formula principale della storia geopolitica, l’essenza stessa della geopolitica. La geopolitica, potremmo dire, è la battaglia per l’Heartland. Tutte le scuole di geopolitica si fondano e procedono da questo modello» (Dalla Prefazione di Lorenzo Maria Pacini).
“È simbolico che il fondatore della geopolitica, Halford Mackinder, sia stato Alto Commissario dell’Intesa per l’Ucraina durante la guerra civile russa. L’Ucraina ha svolto un ruolo importante nel quadro geopolitico di Mackinder. Questo territorio, insieme alla Polonia e ai Paesi dell’Europa orientale, faceva parte del “cordon sanitaire”, una zona strategica che doveva essere sotto il diretto controllo di Inghilterra e Francia (allora alleati dell’Intesa) e impedire il riavvicinamento tra la Russia e Germania. Trattenuta da un “cordone sanitario”, la Russia-Eurasia non potrà diventare un vero e proprio impero. Senza l’Ucraina, la Russia non è un impero.” (A. G. Dugin)

SOVRANITÀ DEBITO E MONETA. Dal Quantum Financial System al Nuovo Ordine Multipolare
Henry Ford diceva che se il popolo comprendesse il funzionamento del sistema bancario e monetario, scoppierebbe una rivoluzione entro il mattino successivo. Capire cosa sia la moneta è fondamentale per ritrovare la strada della libertà e della democrazia. L’obiettivo principale di questo libro è quello di aiutare il lettore a capire come le élite finanziarie governano il mondo, influenzando le scelte di politica economica, ma anche di esporre in modo chiaro ed esaustivo tutti quei cambiamenti che si stanno verificando in questi ultimi tempi. Comprendere oggi la vera natura della moneta, il corretto funzionamento dell’economia, della politica monetaria e fiscale è più che mai fondamentale per decifrare gli eventi economico-finanziari che condizionano la nostra vita e il nostro futuro. Questa terza edizione contiene quattro nuovi capitoli su: Great Reset, supremazia quantistica e criptovalute, Quantum Financial System e Nuovo Ordine Multipolare, l’emergenza dei BRICS come sistema alternativo al globalismo liberista. È stato, inoltre, aggiornato e ampliato il capitolo sul Global Currency Reset alla luce dei nuovi avvenimenti e delle dichiarazioni dei leader internazionali. Che cosa succederà con l’implementazione del nuovo sistema finanziario? Chi emetterà moneta e come cambierà l’economia? Gli Stati europei si riapproprieranno della loro sovranità monetaria? Usciremo dalla più grande e lunga crisi economica degli ultimi cento anni? Quali ragioni economiche e politiche muovono il Great Reset? Il capitalismo globalista è forse giunto al collasso? Che importanza rivestono oggi i computer quantistici per l’economia e la finanza? Cosa sono il Global Currency Reset e il Quantum Financial System? Che ne sarà del predominio delle banche centrali? Che cosa è la supremazia quantistica? Ci sarà continuità o rottura con gli strumenti del vecchio sistema monetario? La piena occupazione sarà di nuovo possibile? Quali nuovi assetti geopolitici attendono l’umanità al crepuscolo dell’unipolarismo liberal-globalista? Che cosa è il Nuovo Ordine Multipolare e come cambierà la nostra vita? https://www.youcanprint.it/sovranita-debito-e-moneta/b/5fce4a04-262c-59a1-bfb6-5313289468a3
Non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che l’attuale élite occidentale abbia un forte desiderio di sradicare la tradizionale fede ortodossa dal mondo. Gli sforzi dei globalisti per minare l’Ortodossia sono ben documentati e il secondo giorno dell’operazione militare russa in Ucraina il capo dell’MI-6 britannico, Richard Moore, ha twittato questa gemma scintillante: “Con la tragedia e la distruzione che si stanno verificando in Ucraina, dovremmo ricordare i valori e le libertà conquistate con fatica che ci distinguono da Putin, nessuno più dei diritti LGBT+. Riprendiamo quindi la nostra serie di tweet per celebrare #LGBTHM2022”.
Tuttavia, a causa della già citata guerra per procura dell’Occidente contro la Russia in Ucraina, potrebbe essere in procinto di verificarsi un evento epocale nella storia del mondo: la riconversione dell’Europa occidentale alla fede ortodossa.
Considerate ciò che è accaduto: da febbraio, quando la Russia è entrata in Ucraina per porre fine alle macchinazioni dell’Occidente, diversi milioni di ucraini hanno lasciato il loro Paese, molti dei quali sono finiti nei Paesi dell’Europa occidentale – 1,5 milioni in Polonia, 1 milione in Germania, 150 mila nel Regno Unito, ecc.
Nella maggior parte di questi luoghi, i resti del cristianesimo post-Grande Scisma (cattolicesimo romano e protestantesimo) hanno subito un rapid, o declino. Di seguito riportiamo un rapporto dalla Germania:
“Le chiese tedesche devono fare i conti anche quest’anno con diserzioni di massa. Nella sola Monaco di Baviera, secondo un sondaggio dell’agenzia di stampa DPA, 26.008 persone hanno lasciato le chiese cattoliche e protestanti entro il 15 dicembre. Si tratta di quasi 4.000 persone in più rispetto al 2021. Secondo i tribunali civili di Berlino, 18 018 fedeli della capitale federale hanno abbandonato le chiese solo nei primi tre trimestri del 2022. Si tratta di circa 4.000 uscite in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche ad Hannover il numero di fedeli delle due principali confessioni cristiane è diminuito. A metà dicembre, 7 000 persone avevano lasciato la chiesa. Si tratta di un numero superiore a quello dell’intero 2021, quando il numero era di circa 6.600 persone. L’anno scorso, la Chiesa cattolica ha dovuto far fronte alla partenza di circa 360.000 fedeli. Si tratta di un nuovo record negativo che potrebbe essere superato nel 2022. I protestanti hanno perso circa 280.000 membri nel 2021. Già a metà dicembre, il “Religion Monitor” della Fondazione Bertelsmann mostrava che un membro della Chiesa su quattro in Germania stava pensando di abbandonare la chiesa.”
Anche in Inghilterra e Galles si è registrato un forte calo del numero di cristiani.
Tutto questo senza dubbio fa gioire i Baerbock e i Macron dell’Occidente senza Cristo, ma è proprio su questo punto che la loro guerra in Ucraina potrebbe ferirli in modo più evidente, dal momento che i milioni di rifugiati ucraini portano la loro fede ortodossa alle popolazioni spiritualmente affamate dell’Europa occidentale. Per assistere i cristiani ucraini fuggiti dalla guerra, la Chiesa canonica ortodossa ucraina ha già istituito 32 parrocchie in 11 Paesi dell’Europa occidentale. È ipotizzabile che se ne aggiungano altre.
Cos’è questo se non la mano di Dio che interviene nelle vicende umane? L’amato vescovo missionario, San Giovanni Taumaturgo di Shanghai e San Francisco, vide nella diaspora russa che fuggiva dal dominio demoniaco dei comunisti sovietici qualcosa di simile:
“Tuttavia, nel castigare, il Signore allo stesso tempo mostra al popolo russo la via della salvezza, rendendolo un predicatore dell’Ortodossia in tutto il mondo. La diaspora russa ha fatto conoscere l’Ortodossia a tutte le estremità del mondo, perché la massa della Russia, per la maggior parte esiliata, è inconsapevolmente un predicatore dell’Ortodossia. Ovunque i russi vivano sono state costruite piccole chiese per gli esuli, o anche magnifiche chiese e spesso si svolgono funzioni in edifici che sono stati adattati a questo scopo.”
Purtroppo, né i russi né nessun altro Patriarcato ortodosso hanno fatto molto per seminare il buon seme dell’Ortodossia in Occidente. Ora, forse, gli ucraini sono stati mandati all’estero da Dio come ambasciatori del vero Cristo in un Occidente malato di anime e disperato, per riportarlo alle sue radici nella Chiesa ortodossa, per completare il compito missionario che altri hanno trascurato.
È un momento propizio, nel bel mezzo del periodo natalizio. Quel notevole gerarca, quella nuova lingua d’oro e martire, Sant’Ilarione Troitsky, contrappone l’orgoglio distruttivo dell’ateismo moderno dell’Europa occidentale al potere vivificante della fede senza pretese nel Logos incarnato:
“Perché esiste un tale rapporto con l’incarnazione del Figlio di Dio? Sembra che le radici di questo rapporto siano profondamente radicate nell’autocoscienza morale dell’uomo moderno. Questa autocoscienza è principalmente orgogliosa. E cosa significa credere nell’incarnazione? Significa, innanzitutto, semplicemente confessare che prima la natura umana era molto buona. Era nata così dalle mani del Creatore. La libertà umana ha portato il peccato, la rottura della natura dell’uomo, e “una guerra civile è iniziata nella natura umana”, come scrive un santo padre. Abusando della sua libertà, l’uomo ha talmente corrotto la sua natura che ha potuto solo esclamare: “Sono un uomo maledetto, un miserabile!”. Non posso salvarmi da solo. Abbiamo bisogno di una nuova creazione, di un’effusione di forza nuova e piena di grazia. Questo è ciò che tutti gli uomini dovrebbero dire per credere nell’incarnazione del Figlio di Dio. Una tale umile consapevolezza, una tale umile confessione della nostra debolezza, della nostra colpa di fronte all’opera delle mani di Dio: è questo lo spirito dell’uomo moderno? Ma la coscienza moderna è penetrata dall’idea di evoluzione, dall’idea di progresso; cioè dalle idee stesse che possono alimentare l’orgoglio umano. Il cristianesimo richiede un’umile consapevolezza. Il mio antenato, Adamo, era perfetto, ma io, l’uomo, ho introdotto solo il peccato e la corruzione. La Chiesa ci chiama all’umiltà quando chiama Adamo nostro antenato. Ma l’evoluzione? La discendenza dalla scimmia? Per quanto ci valutiamo modestamente, è impossibile non pensare con un certo orgoglio: “Dopo tutto, non sono una scimmia; dopo tutto, il progresso si manifesta in me”. Così, chiamando la scimmia nostro antenato, l’evoluzione alimenta l’orgoglio umano. Se ci paragoniamo alla scimmia possiamo essere orgogliosi del nostro progresso, ma se pensiamo all’Adamo senza peccato, il progresso esteriore perde il suo valore. Il progresso è esteriore, ma è anche un peccato sofisticato. Se l’umanità progredisce costantemente, allora possiamo sperare in noi stessi. Noi creiamo noi stessi. Ma la Chiesa dice il contrario: “Non potremmo diventare incorrotti e immortali se prima l’Incorrotto e l’Immortale non fosse diventato uguale a noi”. Credere nell’incarnazione significa confessare che senza Dio l’umanità intera non è nulla. Nel corso dei secoli, la Chiesa ha portato l’ideale della deificazione. Questo ideale è molto alto, ma esige molto dall’uomo. È impensabile senza l’incarnazione; esige innanzitutto che l’uomo sia umile. L’umanità sta rinunciando a questo alto ideale e non ha bisogno dell’incarnazione del Figlio di Dio. Un ideale di vita infinitamente svalutato permette all’uomo di parlare di progresso e gli dà la possibilità di essere orgoglioso delle sue conquiste. Queste due serie di idee costituiscono due diverse visioni del mondo: quella della Chiesa e quella che non è della Chiesa. La visione del mondo che non è della Chiesa – discendenza dalla scimmia, progresso, non avere bisogno dell’incarnazione e negarla – è l’orgoglio. L’accettazione dell’incarnazione è indissolubilmente legata all’umiltà. L’orgoglio si scontra con l’incarnazione, come con qualcosa di non necessario. Partecipando alla trionfale celebrazione ecclesiale della Natività di Cristo, dovremmo gridare ad alta voce: “Sii umile, uomo orgoglioso, e credi nell’incarnazione dell’Unigenito Figlio di Dio!”.”
Quanto più a lungo l’Occidente trascinerà la guerra in Ucraina, tanto più i profughi ucraini avranno l’opportunità di proclamare, consapevolmente o meno, l’incomparabile splendore della verità dell’Incarnazione, dell’Ortodossia, ai Paesi dell’Europa occidentale in cui si sono rifugiati:
“Preparati, o Betlemme, perché l’Eden è stato aperto a tutti! / Adornati, o Efrata, perché l’albero della vita fiorisce dalla Vergine nella grotta! / Il suo grembo è un paradiso spirituale piantato con il frutto divino: / Se ne mangiamo, vivremo per sempre e non moriremo come Adamo. / Cristo viene a ripristinare l’immagine che aveva fatto all’inizio.”
Perciò, contrariamente ai loro progetti, l’élite anticristo dell’Europa occidentale sta accelerando la propria fine, rispondendo alla preghiera del Salmista di far cadere i malvagi nelle insidie che hanno teso agli innocenti (Sal 35, 6-8):
“Che la loro strada sia oscura e scivolosa, con l’angelo del Signore che li insegue! Perché senza motivo hanno nascosto la loro rete per me; senza motivo hanno scavato una fossa per la mia vita. Che la rovina li colga alla sprovvista! Che la rete che hanno nascosto li intrappoli, che vi cadano in rovina!”
“Questa è l’opera dell’Eterno, è meravigliosa ai nostri occhi.” (Sal. 118:23).
Articolo originale di Walt Garlington
Traduzione di Costantino Ceoldo
Il congelamento dei beni russi va avanti da dieci mesi. La più grande risorsa russa, le riserve valutarie della Banca di Russia per un importo di 300 miliardi di dollari, è stata congelata alla fine di febbraio.
Allo stesso tempo, sono stati sequestrati beni stranieri di persone fisiche e giuridiche russe. Il processo va avanti continuamente. Ci sono ancora molte proprietà che possono essere confiscate. Quindi, alla fine di novembre, secondo il governo svizzero, 123 persone e organizzazioni di origine russa hanno dichiarato i loro depositi bancari in questo paese, il volume totale dei loro depositi ammontava a oltre 46,1 miliardi di franchi (circa 48,8 miliardi di dollari). Tuttavia, al 25 novembre, l’ammontare dei beni russi congelati in Svizzera ammontava a soli 7,5 miliardi di franchi (circa 7,94 miliardi di dollari). Pertanto, il potenziale per ciò che deve ancora essere congelato è grande.
In Occidente si parla della necessità di confiscare i beni russi congelati dal momento in cui sono state arrestate le riserve valutarie della Banca di Russia. La maggior parte delle proposte di tale esproprio prevedono che i proventi della confisca saranno utilizzati per finanziare gli aiuti all’Ucraina. Allo stesso tempo, in Occidente ci sono molti oppositori di tali proposte. Dicono che le leggi attuali vietano questo tipo di confisca. L’esproprio dei beni russi richiede importanti cambiamenti nelle leggi. I lavori per cambiare le leggi in un certo numero di paesi sono iniziati, ma ci vorrà del tempo per completarli.
C’erano anche idee alternative per l’utilizzo di risorse russe. Ad esempio, lasciare questi beni sotto congelamento (per i proprietari russi), ma trasferirli alla gestione di qualche organizzazione occidentale per trarre profitto dall’uso dei beni e profitti da inviare per aiutare l’Ucraina. Cioè, non stiamo parlando di esproprio, ma di utilizzo di beni russi a tempo indeterminato. In particolare, l’Unione Europea sta discutendo da diversi mesi un progetto per la creazione di un fondo per la gestione dei beni liquidi sequestrati di origine russa. Per legalizzare questo progetto, Bruxelles propone di creare un tribunale internazionale contro la Russia con il sostegno delle Nazioni Unite.
Tuttavia, questa opzione sembra poco interessante per molti. Si vede che prevale l’opzione all’esproprio. Il 19 dicembre, il Ministro degli Esteri canadese Melanie Joly ha annunciato che le autorità del paese si stavano preparando a sequestrare e confiscare beni per un valore di 26 milioni di dollari da Granite Capital Holdings, di proprietà di Roman Abramovich. I fondi ricevuti verranno poi utilizzati per aiutare l’Ucraina. I beni di Abramovich sono un pallone di prova. Dopo di loro, verranno effettuate confische anche su altri beni russi sotto la giurisdizione canadese. Il governo del Canada ritiene che l’esperienza di questo paese sarà poi utilizzata da altri stati del G7.
A Bruxelles vince anche il “partito degli espropriatori”. Il capo della politica estera dell’UE Josep Borrell ha ripetutamente affermato che l’UE sta lavorando per congelare i beni russi, ma finora l’UE non ha modo di confiscarli. La Commissione Europea (CE) sta lavorando duramente per creare un quadro giuridico per la confisca. Il capo del Consiglio Europeo, Charles Michel, afferma: «L’UE non ha ancora preso una decisione definitiva, ma ci sono buoni progressi su questo tema, dal punto di vista legale, si stanno esplorando possibilità su come confiscare beni russi e utilizzare loro di restaurare l’Ucraina».
Si ritiene che il lavoro sull’espropriazione dei beni russi sia coordinato tra Europa e America. Negli Stati Uniti, questa settimana il Senato ha tenuto le audizioni su un disegno di legge sul bilancio federale per l’anno fiscale 2023. È stato proposto un emendamento alla legge per consentire l’utilizzo dei beni russi confiscati per aiutare l’Ucraina. In base all’emendamento, i soldi ricevuti dalla confisca saranno inviati al Dipartimento di Stato americano, che li distribuirà come aiuto internazionale. Il 22 dicembre il Senato degli Stati Uniti ha sostenuto l’emendamento: 68 senatori hanno votato a favore, 29 contro 29. Nella camera bassa del Congresso degli Stati Uniti, questo emendamento è ora promosso dal membro del Congresso Tom Malinovsky. Dice: «Ci vogliono buon senso e giustizia per far pagare gli aiutanti di Putin per aiutare a ricostruire il paese che sta distruggendo. Spero che la legge incoraggi il Dipartimento di Giustizia a raddoppiare i suoi sforzi per confiscare i beni dei cleptocrati e i nostri alleati europei a seguire l’esempio». Il 24 dicembre si è saputo che la legge sul bilancio per il 2023, insieme agli emendamenti che legalizzano la confisca dei beni russi, è stata approvata anche dalla camera bassa del Congresso degli Stati Uniti.
Tra i seri esperti russi non vi è particolare disaccordo sulla questione se avrà luogo la confisca dei beni congelati della Federazione Russa. Certo che lo faranno. Le discrepanze riguardano solo la tempistica dell’inizio di questa campagna. Personalmente, presumo ancora che questo inizierà, molto probabilmente, nel primo trimestre del 2023.
L’impatto sarà sensibile. Soprattutto il colpo alla Banca di Russia. Dopotutto, nelle sue statistiche e rendiconti finanziari ritrae ancora come propri i beni in valuta estera congelati della Banca centrale. E senza riserve. Penso che dopo la confisca, la Banca di Russia dovrà apportare modifiche molto significative ai suoi rapporti. Si sta formando un gigantesco buco nel patrimonio della banca, che sarà impossibile colmare del tutto con l’ausilio del capitale di riserva. Per salvarsi, la banca dovrà accendere la macchina da stampa, e questo disperderà la già alta inflazione. Purtroppo, non vediamo segni che la Banca di Russia si stia preparando a uno scenario del genere.
Il colpo sarà inferto anche a molte aziende e banche russe. Le conseguenze di questo sciopero sono difficili da valutare. Con decisioni di dipartimenti come il Ministero delle Finanze della Russia, il Servizio fiscale federale, la Banca di Russia, l’accesso ai rendiconti finanziari delle imprese russe è ora fortemente limitato. Pertanto, la Banca di Russia ha stabilito una moratoria sulla pubblicazione da parte delle banche russe dei loro bilanci correnti poco dopo il 24 febbraio 2022 e l’ha prorogata più volte. Nella sua forma attuale, la moratoria è valida fino al 31 dicembre 2022. Molto diventerà chiaro il prossimo anno. E per questo non è necessario aprire un rapporto. Gli esperti prevedono che nel 2023 la Banca di Russia avvierà una campagna temporaneamente sospesa per revocare le licenze agli istituti di credito e verrà registrato un gran numero di “morti bancarie”.
Traduzione di Alessandro Napoli
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