Plutocrazia globale

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Questo articolo odierno di Maurizio Blondet è interessante e intelligente. Fornisce spunti di valutazione anche futura. Perciò lo riprendiamo dal sito dell’ottimo Alfio. Una sola raccomandazione che facciamo ai lettori è questa: quando si parla di geopolitica si tratta di un argomento estremamente vasto, che coinvolge interessi di ogni natura. L’approccio ad essa, a nostro avviso, deve essere equilibrato, pragmatico e molto legato ai fatti. Il motivo è la costante mutevolezza di scenari e strategie. Inoltre, non è che ogni virgola esca dalla bocca dei partecipanti a Davos divenga automaticamente legge di Stato. Già il fatto che queste assemblee siano pubbliche, sta a dimostrare che questi soggetti, oramai, hanno poco da nascondere. (n.d.r.)

 

 

 

Maurizio Blondet  21 Gennaio 2023

A  Davos hanno partecipato 116 miliardari –

* oltre 200 jet privati al giorno, piu’ transfer in elicotteri e auto scortate

* 400 responsabili delle politiche governative

* 600 amministratori delegati

Per cosa, se non, tornati in patria, per eseguire le direttive che Schwab  ha enunciato così ?

 

 

 

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Mentre l’umanità si muove ulteriormente verso un futuro post-carbonio, LE PERSONE DEVONO ACCETTARE che cose come mangiare carne e proprietà privata sono semplicemente insostenibili” – Klaus Schwab – World Economic Forum ##WEF

Infatti subito  ha dichiarato  la sua obbedienza il presidente di Siemens Jim Hagemann Snabe al WEF 2023

Se un miliardo di persone smette di mangiare carne, avrà un grande impatto… Prevedo che avremo proteine che non verranno dalla carne in futuro, probabilmente avranno un sapore ancora migliore… Saranno a zero emissioni di carbonio e molto più sani”

Questo somiglia molto al “comunismo” di cui hanno parlato le veggenti di Garabandal.

Prima dell’Avvertimento verrà una tribolazione comunista, sembrerà come se i ‘comunisti’ si siano impadroniti del mondo intero: sarà molto difficile praticare la religione, e che i sacerdoti possano celebrare la Messa o che il popolo possa aprire le porte delle chiese. Sembrerà che la Chiesa sia scomparsa, a motivo delle persecuzioni religiose, e perché molta gente lascerà di praticare la religione, ma chi la praticherà dovrà farlo clandestinamente. Per i sacerdoti sarà molto difficile poter celebrare la Messa. Questo accadrà dappertutto, in tutte le nazioni.”

Nei primi anni 60 in cui avvennero le apparizioni, si poteva pensare al comunismo sovietico che conquistasse il mondo libero.  Ora vediamo che è il “comunismo dei miliardari”,   che ha  programmato di sequestrare ogni proprietà privata perché  “inefficiente”  capitalisticamente e  inquinante  e trasformarla in noleggi e affitti (coi canoni a nostro carico  da pagare a loro).

Qualche giornalista indipendente ha apostrofato per strada Schwab e  Bourla con domande “scomode” a cui costoro ovviamente non hanno  risposto.  Sembravano davvero impauriti;  la bolla di onnipotenza  dentro cui sono abituati a vivere era stata scossa

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.  Prevedo che  per questo faranno sì che i governanti al loro servizio  rendano reati penali anche  queste   “aggressioni” come  “delitti d’odio”.  Già questa figura giuridiche – chiamiamola così  –  sta per diventare legge vigente in USA; e la  vicecommissaria della Commissione Europea, proprio a Davos, ha  annunciato la volontà di introdurla anche in Europa.

Vicepresidente della Commissione europea, Věra Jourová al WEF 2023

“Il Discorso d’odio illegale, lo  avrai presto negli Stati Uniti. Penso che abbiamo una forte ragione per cui abbiamo questo nel diritto penale”.

“Dobbiamo prenderci cura delle regole del diritto internazionale e rispettarle, e non cambiarle in un momento in cui ci sono paesi come la Russia che hanno deciso di non rispettarle. Paesi che rispettano il loro interesse nazionale andando oltre le regole, mentre dobbiamo tenere in considerazione l’ordine mondiale”

Decideranno cosa è odio e cosa no.

Le introdurrà    insieme alle norme che condannano la “disinformazione”  sui vaccini, ossia i dati reali  sulla loro letalità ed effetti avversi.  Sulla repressione e censura  di tale “disinformazione”  ha già emanato “raccomandazioni”   l’OMS, in vista della “prossima pandemia”; il Trattato Pandemico  Globale che sarà fatto approvare dagli Stati renderà vincolanti tali raccomandazioni.

Contro questo abominio, fra Gianni Templare consiglia di recitare il Salmo 58:

Di Davide. Miktam.

Rendete veramente giustizia o potenti,
giudicate con rettitudine gli uomini?
Voi tramate iniquità con il cuore,
sulla terra le vostre mani preparano violenze.

Sono traviati gli empi fin dal seno materno,
si pervertono fin dal grembo gli operatori di menzogna.
Sono velenosi come il serpente,
come vipera sorda che si tura le orecchie
per non udire la voce dell’incantatore,
del mago che incanta abilmente.

Spezzagli, o Dio, i denti nella bocca,
rompi, o Signore, le mascelle dei leoni.
Si dissolvano come acqua che si disperde,
come erba calpestata inaridiscano.

Passino come lumaca che si discioglie,
come aborto di donna che non vede il sole.
10 Prima che le vostre caldaie sentano i pruni,
vivi li travolga il turbine.
11 Il giusto godrà nel vedere la vendetta,
laverà i piedi nel sangue degli empi.
12 Gli uomini diranno: «C’è un premio per il giusto,
c’è Dio che fa giustizia sulla terra!».

La fine che farà l’Inghilterra

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di Alfio Krancic

Maurizio Blondet  20 Gennaio 2023

Qui l’ottima Totolo :

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Per quale motivo mentre fa e dichiara guerra totale alla Russia l’Occidente anglo mantenga il suo programma di spopolamento interno che provoca la morte e l’invalidità di giovani atleti e di piloti che dovrebbero servire come soldati ufficiali alla loro guerra?

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I morti da vax che la gente ha appiccicato sulle vetrine della BBC

Perché devono modificare il DNA di ogni persona?

#Davos2023 Il WEF “prevede” che gli esseri umani adotteranno presto una tecnologia cerebrale impiantata per “decodificare il pensiero complesso”. Più le persone sane adotteranno la neurotecnologia, più dati potranno raccogliere su di voi. Secondo loro i segnali cerebrali possono essere usati per la biometria. “Potete farlo senza che si rendano conto che lo state facendo a loro”.

Nello stesso tempo, USA e NATO vogliono la guerra totale, e l’hanno proclamata con questa dichiarazione pubblica:

Il Pentagono: “La Crimea è Ucraina, l’Ucraina ha tutto il diritto di riprenderla”

Il Patto di Tallinn: un gruppo di 9 Paesi europei promette tank all’Ucraina

 Regno Unito,  Estonia, Polonia, Lettonia, Lituania, Danimarca, Repubblica Ceca, Paesi Bassi e Slovacchia hanno emesso un comunicato congiunto – il patto di Tallinn – in cui si impegnano “a perseguire collettivamente la consegna di una serie di donazioni senza precedenti, tra cui carri armati, artiglieria pesante, difesa aerea, munizioni e veicoli da combattimento di fanteria” a favore dell’Ucraina. Lo si legge in una nota del ministero della Difesa britannico. “Domani ci recheremo a Ramstein e solleciteremo gli altri alleati e partner a seguire l’esempio e a contribuire con propri pacchetti di sostegno pianificati il prima possibile”.

Il conduttore russo Dmitry Kiselyov l’uso del siluro subacqueo Poseidon contro la Gran Bretagna.

Il commentatore televisivo ha descritto davanti alle telecamere l’ipotesi di cancellare la Gran Bretagna con un attacco nucleare. In particolare ha descritto la possibilità di “far precipitare” l’isola “nelle profondità del mare” utilizzando il drone sottomarino Poseidon, un enorme siluro autonomo caricato con delle testate nucleari.

Il veicolo subacqueo – ha spiegato – “si avvicina al bersaglio alla profondità di un chilometro e a 200 chilometri orari. Non c’è alcun modo di fermarlo”. Poi, sottolineando il calibro dell’arma in dotazione ai russi, ha aggiunto che “ha una potenza da oltre 100 megatoni”.

L’esplosione di quest’arma vicino alle coste britanniche, ha proseguito il conduttore, “provocherebbe uno tsunami gigantesco con onde alte 500 metri”, che travolgerebbe interamente il Regno Unito. “Un’esplosione del genere porta dosi elevatissime di radiazioni, passerà sopra qualsiasi cosa e trasformerà tutto ciò che resta in un deserto radioattivo, inutilizzabile per qualsiasi cosa. Ti piace questa prospettiva?”

Kiselyov, peraltro, recentemente aveva messo in guarda il Regno Unito di un attacco con il missile nucleare Sarmat 2, testato nelle settimane precedenti dalla Russia. “L’isola è così piccola che Sarmat potrebbe affondarla una volta per tutte. Basterebbe premere un bottone per cancellare l’Inghilterra per sempre”, aveva detto.

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I russi sanno dov’è la testa del serpente.

A “vedere” che il destino della Gran Bretagna sarebbe proprio quello descritto da Kiselyov fu il bavarese veggente cattolico Alois Irlmaier, scomparso nel 1959:

Qualcosa accade a una “isola superba”

“Vedo qualcuno che vola, venendo dell’Est, che lancia qualcosa nella grande acqua, così che avviene qualcosa di strano. L’acqua si alza da sé come una torre a ricade, allora tutto è inondato. C’è un terremoto e metà della grande isola affonderà (…) I paesi vicino al mare sono in grave pericolo, il mare è molto inquieto, le onde diventano alte come una casa; spumeggia come se fosse bollito dal sottosuolo. Le isole scompaiono e il clima cambia”.

La mafia di Messina Denaro è già morta da anni

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Non è facile trovarci d’accordo con editoriali di “Domani”, quotidiano progressista. Ma, stavolta, molti elementi (non tutti) di questo articolo ci trovano d’accordo e riteniamo utile riproporli (n.d.r.)

Attilio Bolzoni
18 gennaio
È un mafioso quasi morto che appartiene a una mafia già morta. Il suo arresto non è altro che il bollo dello stato su una battaglia vinta almeno una quindicina di anni fa, il sigillo sulla disfatta di Corleone inteso come potere mafioso, terrorismo, come ricatto alle istituzioni. Con l’ultimo dei boss di quella generazione dannata cade però anche l’ultimo alibi.

D’ora in poi vedremo (o, forse, non lo vedremo mai) quale sfida sarà lanciata agli organismi criminali che infestano l’Italia. C’è una mafia degli incensurati che sembra ancora intoccabile, una mafia “trasparente” – per usare la felice definizione di una giudice siciliana – che si è fatta sistema infetto.

LA MAFIA CHE NON C’È PIÙ

La cattura di Matteo Messina Denaro è uno spartiacque, è il confine tra un’epoca e l’altra ma anche il momento nel quale si può misurare la capacità e la volontà dello stato di non farsi sopraffare un’altra volta.
In queste ultime ore ho sentito e letto tante stupidaggini e grossolane interpretazioni intorno alla fine della latitanza del boss: «La mafia è stata sconfitta»; «L’antimafia non ha più senso»; «Cosa nostra addio, basta 41 bis e leggi speciali».

Le stesse parole le avevo ascoltate anche nel dicembre del 1987, subito dopo le condanne al maxi processo di Palermo. Inni al trionfo. Nemmeno un mese dopo il Csm umiliò Giovanni Falcone non nominandolo consigliere istruttore a Palermo, due anni dopo ci fu l’attentato contro di lui sulla scogliera dell’Addarura, nel 1992 lo fecero saltare in aria insieme a Paolo Borsellino. Andrei molto cauto nel cantare vittoria con tanta sicumera. Sarebbe magari più giusto dire: una mafia è stata sconfitta, “una” e non “la” mafia.

LA POLITICA CHE “ARRESTA” I BOSS

Bisogna ragionare a freddo su Matteo Messina Denaro e non farsi prendere la mano o sbracare come fa quel titolo di giornale (“Bingo, preso un altro boss con la destra al governo”), personalmente sono contento quando arrestano un mafioso durante i governi di centrodestra e quando li arrestano durante i governi di centrosinistra, perché in realtà ad arrestare sono stati i carabinieri del Raggruppamento operativo speciale, il Ros, comandante Pasquale Angelosanto, da non confondere con il Ros di trent’anni fa, comandante Mario Mori, quello del covo non perquisito al capo dei capi Totò Riina.

Torniamo a lunedì. Comprensibile l’euforia per la cattura di un mafioso che sembrava imprendibile e che ha fatto girare la testa ai cacciatori di latitanti, comprensibile anche la speranza che il fermo possa portare allo sviluppo di indagini interessanti e alla scoperta di altri complici. Ma c’è altro nella vicenda da esaminare.
Fin da subito si è diffusa la voce che l’arresto di Matteo Messina Denaro non sia stato il risultato delle investigazioni dei carabinieri, ma che lui si sia consegnato.

Qualcuno ha parlato anche di una telefonata arrivata al 112 («Venite a prendere Messina Denaro: è qui») e che, addirittura, all’altro capo del telefono ci fosse proprio lui. Non credo che le cose siano andate così. Credo piuttosto che l’inchiesta – lunga, complicata, con intercettazioni che hanno scoperto la malattia del boss indirizzando i carabinieri nella clinica di Palermo – sia arrivata quando Matteo Messina Denaro era da molti mesi rassegnato.

IL CANCRO E LA RASSEGNAZIONE

Il cancro, la fuga sempre più difficile, la rete di protezione sempre più smantellata, addosso il fiato dei reparti antimafia più efficienti e agguerriti. Se non andassimo incontro a fraintendimenti, potremmo anche chiamarla resa, ma un arrendersi dolcemente al nemico, senza gesti plateali, senza patti né scambi.

Era stanco Matteo Messina Denaro, stava male. Sapeva che, prima o poi, l’avrebbero intrappolato. Da una parte c’è l’indagine come andava fatta, dall’altra c’è l’uomo che si stava spegnendo. È ragionevole pensare che la cattura di Matteo sia il risultato perfetto di circostanze intrecciate. Un amico, ieri sera, con arguzia mi ha fatto notare la “serenità” delle immagini che riprendono Matteo sulla scena, fuori dalla clinica, filmati ufficiali e amatoriali tutti molto soft, morbidi, senza tensione alcuna.

Quanto sia grave il suo tumore non lo sappiamo ma sostenere che il boss sia in perfetta forma mi pare azzardato. Quanta vita gli rimane? Tre mesi? Un anno? Dieci anni? Il tempo è decisivo. Perché tutti intanto si chiedono: parlerà o non parlerà, cederà o non cederà?

VUOTERÀ IL SACCO?

Interesse a svelare segreti, in teoria non ne ha. Tiene famiglia. Il fratello Salvatore, le quattro sorelle, i cognati, la madre Lorenza, la figlia Lorenzina. Se apre bocca consuma tutti. Anche economicamente, visto il patrimonio che ha accumulato con i suoi affari fra l’eolico e la grande distribuzione. Meglio stare zitti.

Ha pur sempre una reputazione da mafioso da difendere, soprattutto se è convinto che non abbia molto da vivere. Ma non si sa mai. La mente umana è imprevedibile e, chissà, se il boss di Castelvetrano non smentisca sé stesso rinnegando tutta la sua esistenza e vuotando il sacco.
La lista potrebbe comprendere: i mandanti esterni delle stragi del 1992 e del 1993; le protezioni di cui ha goduto; l’archivio di Totò Riina che, secondo alcuni pentiti, sarebbe in suo possesso; le relazioni che ha intessuto con imprenditori in mezza Sicilia.
Primo punto. Con i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano è l’unico ormai in vita (Leoluca Bagarella si è curato in Cosa nostra solo della macelleria) che conosce i segreti degli accordi stipulati da Totò Riina con «quelli di lassù», Roma e Milano, nell’anno e mezzo che separano Capaci e via D’Amelio dal fallito attentato all’Olimpico, passando naturalmente dal massacro dei Georgofili di Firenze del maggio 1993. È uno degli ultimi testimoni mafiosi di quella spaventosa stagione italiana.

Secondo punto. Per restare alla macchia trent’anni serve una montagna di denaro e protezioni di alto livello, che non possono includere soltanto quel centinaio di vivandieri che gli hanno assicurato riparo fra Castelvetrano e Marsala, fra Campobello e Palermo. Ci vuole ben altro per conquistarsi la libertà per oltre un quarto di secolo. Amici dappertutto, anche fra le forze di polizia. Spiate. Una singolare coincidenza – ma attenzione è solo una coincidenza temporale – è l’arresto che avviene appena un mese dopo l’entrata nel carcere milanese di Opera dell’ex sottosegretario all’Interno Antonino D’Alì, rampollo di un’aristocratica famiglia trapanese che con i Messina Denaro ha storicamente avuto stretti rapporti.

D’Alì è stato condannato definitivamente in Cassazione a 6 anni di reclusione per concorso esterno, doveroso ricordare però che il suo «essersi speso a favore dell’associazione denominata Cosa nostra» è cessato nel 2006. In trenta giorni, ecco la coincidenza, sono finiti tutti e due in galera.

Terzo punto. L’arma letale è il tesoro di Totò Riina, le carte che non sono state recuperate nella villa di via Bernini a Palermo perché una squadretta di mafiosi ha ripulito le stanze accuratamente grazie a un “disguido” dei carabinieri di Mori, che invece avrebbero dovuto sorvegliare ogni movimento intorno alla villa. «Ci sono cose da far tremare l’Italia», hanno confessato più collaboratori di giustizia ai procuratori di Palermo. L’archivio sarebbe nelle mani di Matteo. Una bomba. Se lo facesse ritrovare, ci sarebbe veramente di che scrivere.

IL GIRO DEI SOLDI

Quarto punto. L’abbiamo sempre dipinto come il mafioso imprenditore che controllava ogni piccola e grande attività economica sul suo territorio. Se andiamo nell’area commerciale di Castelvetrano, appena fuori dallo svincolo autostradale della Palermo-Mazara del Vallo, si può fare una conta di chi è riuscito per esempio a piazzare il suo business proprio lì, nel regno di Matteo Messina Denaro pur provenendo da lontane zone dell’isola.

Se spulciamo gli atti della confisca del patrimonio – valutato un paio di miliardi (sì, miliardi) di euro dal tribunale per le misure di prevenzione di Trapani – di Carmelo Patti, morto qualche anno fa e patron del gruppo Valtur, colosso del turismo e considerato molto vicino a Matteo Messina Denaro, troveremo nomi e cognomi di imprenditori che rimandano ad altre sconce vicende siciliane dove gli affari si legano ai segreti, intesi come servizi e intesi come misteri.

A proposito di Carmelo Patti, in origine uno dei principali fornitori di componentistica elettronica della Fiat, un giorno del 1998 è ritornato in Sicilia per investire i suoi soldi. Il più famoso prestanome di Matteo Messina Denaro si è presentato al circolo della stampa del teatro Massimo esordendo così: «Dopo tanto tempo sono ancora qui perché, ormai, è evidente a tutti, che la mafia non c’è più». Che brutto vizio quello di negare. Porta anche male.

Dante di destra? È la pena del contrappasso

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di Marcello Veneziani

Ora che avete finito di sganasciarvi dalle risate di scherno e di superiorità per la boutade del ministro dei beni culturali, Gennaro Sangiuliano su Dante Alighieri fondatore del pensiero di destra, proviamo a dire qualcosa di serio.

Si può condividere in pieno, in parte o per niente la sua provocazione, come lui stesso l’ha definita, ma alla fine si è trattato di una ritorsione, ovvero Sangiuliano ha applicato in senso contrario una pratica assai diffusa, soprattutto a sinistra. Anzi, per usare una categoria dantesca, ha usato la pena del “contrappasso”.

Dunque, come si esprime il monopolio ideologico della sinistra sulla cultura quando affronta temi, opere e autori del passato? Lo schema prevalente è il riduzionismo, ovvero tutto viene riportato al presente. Parlano di Gesù Cristo come del primo rivoluzionario della storia, difensore degli ultimi. Parlano di Enea come del primo migrante e profugo di guerra, sbarcato clandestinamente. Parlano delle lotte tra patrizi e plebei come un esempio di lotta di classe. Parlano del tumulto dei ciompi come il debutto della Cgil nel medioevo… Parlano di san Francesco come un profeta dell’uguaglianza, un difensore dei poveri e un nemico delle gerarchie, e gli affiancano per rispettare le quote e la parità dei sessi, Santa Chiara, come se fosse una femminista ante litteram. Non c’è opera lirica o dramma teatrale che oggi non venga rappresentato con l’allusione all’oggi, travestito nel presente, su tematiche del politically correct di oggi: i migranti, i transgender, l’antifascismo. Ci sono nazisti pure nella tragedia greca. E nella lotta politica, nel 1948, i socialcomunisti trascinarono perfino Garibaldi come simbolo del Fronte popolare, loro che erano stalinisti e lui che difendeva al patria e la libertà.

Tutto viene ridotto al presente, o nei più colti diventa una metafora allusiva del presente. Dal ’68 in poi, a scuola e ovunque, per misurare il valore e la grandezza di un autore si pesa la sua attualità: ricordo menate indecorose proprio su Dante per tirarlo nell’attualità o per dannarlo col metro dell’inattualità. Dire che Dante sia il fondatore del pensiero di destra è l’applicazione coerente, e forse inconsapevole, di quello schema ideologico retroattivo.

Mi pare perfino ovvio obiettare che destra e sinistra sono categorie moderne, mentre Dante è in tutto medievale e i classici vanno preservati i dagli usi e gli abusi di chi li costringe nel letto di Procuste del presente. Ma se serve a denunciare l’immiserimento dei grandi nelle gabbiette del nostro tempo, allora il paragone è utile, anzi didattico. E poi, se è sbagliato abbassare il Sommo Poeta al nostro oggi, è invece lodevole tentare di innalzare la bassezza dell’oggi a una dignità superiore. Dopo tante ricerche affannose e ridicole dei pantheon d’autori, per rivendicare, dantescamente, “chi fuor li maggior tui” ovvero chi sono i padri nobiii a cui riferirsi, partire da Dante significa perlomeno guardare in alto. E liberare il pensiero di destra dal tentativo altrui di ricacciare le sue radici nel fascismo. Chi ama la tradizione viene da più lontano.

Mi sono occupato a lungo del pensiero di destra e a Dante ho dedicato vari scritti e un libro. Mai ho sostenuto che Dante fosse il padre della destra, l’ho definito “nostro padre” riferendomi a noi italiani. Per dirla in breve, in un suo intervento sul Corriere della sera, Sangiuliano citava dal mio libro questo passo: “La fonte principale, più alta e vera della nostra identità è Dante Alighieri. A lui dobbiamo la lingua, il racconto, la matrice, la visione. L’Italia intesa più che nazione, come civiltà”. La nostra identità, intendevo, di noi italiani.

Dante è trascinato nell’attualità da almeno due secoli. Anzi, la riscoperta di Dante la dobbiamo proprio all’uso di Dante nella vicenda risorgimentale. Dopo l’uso che ne fece il Risorgimento, Dante fu usato per dare un fondamento all’Italia unita, col pullulare di monumenti e toponimi danteschi e la nascita della società Dante Alighieri. Il fascismo fece largo uso della “vision de l’Alighieri”, come cantava Giovinezza nella versione fascista. Lo faceva avvalendosi di letture carducciane e dannunziane, dei saggi di Giovanni Gentile e di altri eminenti studiosi, che non trascinavano Dante nell’attualità ma elevavano il momento storico e l’idea fascista al rango dell’ispirazione dantesca. E Dante si prestava ai fascisti, ai carducciani, ai risorgimentali? Lui no, naturalmente, ma ciò che aveva detto e fatto poteva prestarsi a quella lettura, nel nome dell’amor patrio e della civiltà, della nostalgia del sacro romano impero, della passione per la romanità e per la fierezza, per l’avversione ai mercanti e all’usura, alla “gente nova e i subiti guadagni che orgoglio e dismisura han generato”. Per questo, citavo nel mio libro, Sanguineti lo reputò un reazionario e Umberto Eco lo definì “un intellettuale di destra”, sottolineando che predicava il ritorno all’Impero mentre fiorivano i liberi comuni. E Giorgio Almirante, appassionato di Dante, lo citava sempre in parlamento e nei comizi, a memoria, e a lui si richiamava più che a ogni altro autore o pensatore.

Dunque? Dante è universale e universale resta. Dante è eterno e non è di questo o di quel tempo. Dante è grandissimo poeta, ma anche pensatore e scrittore civile, e pur vivendo e scontando le sue passioni politiche, fino alla faziosità più sanguigna, non si può ridurre a questa o a quella fazione attuale. Però ora capite meglio che succede quando si piega la storia e la letteratura al nostro oggi. Perciò non atteggiatevi a superiori, voi danteggiatori di sinistra, perché ogni giorno tacete sulla forzata attualizzazione di storie e autori.

Quanto a Dante, non s’è crucciato, vede le cose da lontano e dall’alto per indignarsi. Ne ha passate troppe nei secoli per arrabbiarsi di un’innocua richiesta di affiliazione. I grandi autori sono come fontane aperte ai viandanti, notava Nietzsche ne la Gaia Scienza, ciascuno si abbevera come vuole, “i ragazzi la sporcano coi propri pastrocchi” e altri passanti la intorbidano, gettandovi la loro attualità; ma noi siamo profondi e “diventiamo di nuovo limpidi”.

La Verità – 18 gennaio 2023

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/dante-di-destra-e-la-pena-del-contrappasso/

Al via la commissione bicamerale Antimafia

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La sinistra si spacca sul numero dei componenti. Fi: “Ora veloci fino all’approdo in aula”

Scadeva ieri pomeriggio il termine per presentare emendamenti al testo base per l’istituzione della commissione bicamerale Antimafia. E Forza Italia ha presentato in commissione Affari Costituzionali la sua proposta di legge istitutiva. «Con la proposta – hanno dichiarato in una nota i componenti di Forza Italia in Commissione Affari Costituzionali della Camera – Forza Italia intende dare un contributo fondamentale all’avvio dei lavori, sbloccando un empasse causato dal mancato accordo delle opposizioni, cui spetta il compito di fare la proposta». «Il nostro auspicio – hanno aggiunto – è che si trovi l’accordo sul testo condiviso dall’opposizione e che si proceda spediti fino all’approdo in Aula, il prossimo 27 gennaio. «Il contrasto a tutte le tipologie di criminalità organizzata nazionale e transnazionale, lo sradicamento di eventuali ramificazioni e la messa in atto di strategie di prevenzione dell’illegalità, che continua a riflettersi in maniera pesante sulla tenuta sociale ed economica del nostro Paese, sono priorità assolute per Forza Italia e per il Paese, come dimostrano i risultati raggiunti nella lotta alla criminalità organizzata dai governi di centrodestra guidati da Silvio Berlusconi. La politica – hanno concluso – può e deve fare la sua parte avvalendosi di tutti gli strumenti di cui dispone, ci auguriamo allora che sappia mettere da parte le proprie divergenze procedendo in maniera unitaria e senza intoppi».

È il numero dei membri della futura Bicamerale ad aver contrapposto Pd e Terzo Polo e e M5s dall’altra, tanto da bloccare parzialmente i lavori della Commissione Affari costituzionali. I 5 Stelle proponevano che i componenti restassero i 50 della scorsa legislatura, mentre il Pd voleva proponevamo che i componenti fossero 16 senatori e 16. E su un numero ridotto puntava anche il Terzo Polo, la cui proposta (a prima firma di Matteo Richetti) introduceva il numero di 30 commissari in tutto.

Dopo una prolungata sospensione della Commissione, in cui le opposizioni hanno proposto alla leghista Bordonali di farsi carico lei della presentazione di un testo unificato, alla fine il Pd ha ceduto, e il testo unificato presentato prevede che nella Bicamerale vadano 25 senatori e 25 deputati.

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/politica/commissione-bicamerale-antimafia-2107505.html

IL CONSERVATORISMO COME IDEOLOGIA NAZIONALE DELLA RUSSIA DI OGGI

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QUINTA COLONNA

di Lorenzo Berti

Accusata di essere ‘fascista’ dalla sinistra e ‘comunista’ dalla destra. Al di là di ogni fuorviante banalizzazione andiamo ad analizzare il retroterra ideologico e culturale della Russia di oggi.

Archiviato traumaticamente il periodo comunista sovietico, la Russia degli anni ’90 è stata velocemente catapultata nel mondo del liberal-capitalismo. Il ‘sogno’ della democrazia si è però ben presto tramutato in incubo fatto di povertà, disuguaglianze sociali, banditismo e degrado morale. A porre un freno alla decadenza della neonata Federazione Russa arrivò Vladimir Putin, l’Uomo della Provvidenza.

Funzionario del Kgb in epoca sovietica ma anche fervente ortodosso, comincia a fare politica a San Pietroburgo con l’élite liberale grazie alla quale giunge al potere nel 1999. La sua caratteristica principale fin dall’inizio è quella di essere un uomo d’ordine. “La Russia ha esaurito la sua quota di rivoluzioni” e “il benessere di un popolo dipende primariamente dalla stabilità”, afferma. Tutti gli sforzi di Putin nei suoi primi anni al Cremlino sono concentrati verso la necessità di restaurare un ordine interno. Ci riesce pacificando la Cecenia, ristabilendo l’autorità statale e mettendo fine al saccheggio delle ricchezze pubbliche da parte dei gangster assurti al ruolo di oligarchi. Una volta fatto ciò occorreva costruire una nuova ideologia sulla quale posare le fondamenta dello Stato.

Quasi sempre i cambiamenti nella società russa sono avvenuti in modo repentino e violento: la modernizzazione in senso europeista voluta da Pietro il Grande, la rivoluzione bolscevica, il crollo dell’Unione Sovietica. Si avverte quindi un naturale bisogno di trovare stabilità e unità. In quest’ottica Putin definisce il patriottismo come “l’unica ideologia possibile nella società moderna”. Secondo l’ex-diplomatico Luca Gori, autore dell’ottimo volume La Russia eterna[1], “l’obiettivo strategico consisteva nel dotarsi di un’articolata piattaforma di valori coerenti con la tradizione storica della Russia in cui tutti i cittadini potessero riconoscersi”. In un certo senso possiamo dire che

L. Gori, “La Russia eterna”, Luiss.

Putin ha innalzato ad ideologia la Russia stessa, rappresentata come civiltà unica, indipendente e immutabile, unita da un filo identitario che partendo dalla Rus’ di Kiev e passando per Impero zarista e Unione Sovietica arriva fino all’odierna Federazione Russa. Il tutto costellato da una serie di imprese eroiche da celebrare, come le battaglie di Aleksandr Nevskjj, la resistenza all’invasione napoleonica, l’assedio di Sebastopoli, la vittoria nella Grande Guerra Patriottica e oggi la difesa del Donbass. Indicativa dal punto di vista simbolico è la scelta di Putin di tornare all’inno sovietico cambiandone però le parole. Non stupisce pertanto ascoltare il Presidente russo tessere le lodi degli Zar conservatori Nicola I e Alessandro III ma anche del leader comunista Josef Stalin, al quale viene riconosciuto il merito di aver tutelato l’ordine e l’integrità dello Stato conducendo il popolo alla vittoria nella Seconda Grande Guerra Patriottica. Nessuna rivalutazione invece della figura di Lenin, colpevole con il suo estremismo di aver portato alla dissoluzione dell’Impero zarista.

L’ideologia nazionale che si sta formando in Russia è antitetica rispetto al liberalismo dominante in Occidente. “L’idea liberale è diventata obsoleta. È entrata in contrasto con gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione. I valori tradizionali sono più stabili e più importanti per milioni di persone dell’idea liberale”, spiega in modo chiaro e perentorio Vladimir Putin in un’intervista al Financial Times nel 2019. La questione dell’incompatibilità tra Russia e democrazia è da tempo oggetto di discussione per i politologi. Le ragioni a sostegno di questa tesi sono molteplici: l’eredita storica bizantino-mongola, la forte influenza della religione Ortodossa, l’isolamento geografico e l’enorme estensione territoriale, il carattere multietnico e multireligioso della popolazione, il costante senso di accerchiamento e di minaccia dovuto alla mancanza di confini geografici naturali e alle numerose invasioni subite, l’isolamento nelle relazioni internazionali (“Gli unici alleati della Russia sono il suo esercito e la sua flotta” secondo lo Zar Alessandro III). Ma ci sono anche importanti motivazioni di carattere culturale.

Non esiste nessun ‘culto della libertà’ in Russia simile a quanto invece vi è in Occidente. Lo scrittore Nikolaj Berdjaev sostiene che “non c’è nulla di più tormentoso per

Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev (1774-1948)

l’uomo della libertà”. L’individualismo è elemento completamente estraneo alla mentalità ortodossa che invece attribuisce un valore positivo alla sofferenza e al sacrificio. “Il piccolo borghese è incompatibile con il carattere russo e ringraziamo Dio per questo” scrive il filosofo Georgij Fedotov. Anche l’iniziativa economica privata e la cultura imprenditoriale non sono mai state molto incoraggiate. Per tutti questi motivi i liberali in Russia non sono mai riusciti a coinvolgere le masse, dalle quali vengono percepiti come un élite esterofila quando invece il prerequisito necessario per aspirare ad una carriera politica è essere un patriota. Anche nello scenario politico odierno i liberali filo-occidentali alla Navalny hanno un peso politico del tutto irrilevante e la principale opposizione al partito di governo ‘Russia Unita’ è rappresentata dal Partito Comunista (KPRF).

La Russia è una delle poche nazioni sviluppate nel mondo di oggi dove l’egemonia culturale è saldamente in mano ai conservatori. A conferma di ciò l’approvazione plebiscitaria della riforma costituzionale in senso sovranista e conservatore voluta dal Putin nel 2020. Nella nuova costituzione viene introdotto il riferimento alla fede spirituale in Dio come fondamento della nazione, si definisce esplicitamente il matrimonio come unione tra un uomo e una donna (chiudendo quindi a qualsiasi possibile rivendicazione Lgbt), si afferma la preminenza del diritto nazionale rispetto a quello internazionale e si fa divieto di ricoprire cariche politiche a chi possiede la doppia cittadinanza (ovvero quasi tutti gli oligarchi filo-occidentali).

La Russia secondo i conservatori non deve ricalcare modelli di sviluppo provenienti dall’esterno ma svilupparsi in base ai suoi specifici valori. Per farlo occorre sapersi difendere da attacchi e ingerenze esterne, sia dal punto di vista militare che spirituale. “La fede tradizionale e lo scudo nucleare sono due cose che rafforzano lo Stato russo e creano le condizioni necessarie per garantire la sicurezza dentro e fuori il paese”, parole di Vladimir Putin. La convinzione dell’unicità e della predestinazione del popolo russo trae ispirazione tra le altre cose anche dal mito della ‘Terza Roma’. Ivan IV durante la sua incoronazione proclamò: “Due Rome sono cadute ma non Mosca. E non vi sarà una quarta Roma”. La Russia come erede degli imperi romano e bizantino, ultimo baluardo contro la sovversione anticristiana.

La base ideologica di partenza del conservatorismo russo è la famosa triade di Uvarov “Ortodossia, Autocrazia, Nazionalità”, ma facendo un analisi più approfondita si possono distinguere correnti di pensiero differenti al suo interno. C’è un conservatorismo liberale, più moderato, che contempla la possibilità un giorno di costruire un sistema democratico anche in Russia. Il conservatorismo sociale focalizza la sua attenzione verso il rafforzamento dell’assistenza paternalistica da parte dello Stato ai suoi ‘figli’ più deboli e bisognosi di aiuto. Gli etnonazionalisti sostengono la centralità dei russi etnici rispetto agli altri popoli che compongono la Federazione Russia, contestano l’accoglienza di immigrati provenienti dalle repubbliche asiatiche ex-sovietiche e talvolta sposano l’idea del politologo Vadim Cymburskij di una ‘Isola Russia’ che limiti il

Aleksandr Gelʹevič Dugin, 61 anni.

suo raggio d’azione alla tradizionale sfera di influenza regionale senza sfidare apertamente l’egemonia mondiale americana. C’è poi un conservatorismo ortodosso, per cui Stato e Chiesa devono formare una perfetta ‘sinfonia’, contraddistinto dall’attenzione verso le politiche a favore della famiglia e di contrasto ad aborto e diritti Lgbt. Anche i conservatori ortodossi nutrono una forte ostilità verso il modello globalista statunitense. Secondo il politico Egor Kholmogorov “l’America si è trasformata in un aggressivo califfato Lgbt, fondamentalmente in nulla diverso dal califfato islamico”. Infine ci sono i conservatori eurasisti secondo cui “la Russia non è né Europa né Asia ma uno specifico mondo geografico chiamato Eurasia”. Uno dei più noti esponenti di questa corrente è il filosofo Aleksandr Dugin, teorico della ‘Quarta Teoria Politica’ che parte dal superamento delle tre più diffuse ideologie politiche (liberalismo, comunismo e nazionalismo) per elaborare una nuova sintesi. Alla democrazia liberale Dugin contrappone la ‘democrazia organica’ in cui non risulta importante tanto l’architettura istituzionale quanto invece la capacità del Capo di essere in sintonia con il popolo. Analogamente a livello geopolitico contrappone l’Eterna Roma, ovvero la Russia erede degli imperi che poggiavano la loro forza sullo Stato e la spiritualità, all’Eterna Cartagine, rappresentata dagli Stati Uniti con la loro essenza individualistica e materialistica. Uno scontro eterno e metafisico che non può essere eluso.

Lorenzo Berti

[1] L. Gori, La Russia eterna. Origini e costruzione dell’ideologia postsovietica, Luiss University Press, Milano 2021.

Fonte: https://domus-europa.eu/2023/01/20/il-conservatorismo-come-ideologia-nazionale-della-russia-di-oggi-di-lorenzo-berti/

Ecco perchè la CIA ha tentato una “rivolta in stile Maidan” in Brasile

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di Pepe Escobar

Fonte: Come Don Chisciotte

Un ex funzionario dei servizi segreti degli Stati Uniti ha confermato che il caotico remix del Maidan inscenato a Brasilia l’8 gennaio è stato un’operazione della CIA e lo ha collegato ai recenti tentativi di rivoluzione colorata in Iran.

Domenica, presunti sostenitori dell’ex presidente di destra Jair Bolsonaro avevano preso d’assalto il Congresso, la Corte Suprema e il palazzo presidenziale del Brasile, aggirando le fragili barricate di sicurezza, salendo sui tetti, spaccando finestre, distruggendo proprietà pubbliche, tra cui preziosi dipinti, e invocando un colpo di stato militare come parte di un piano di cambio di regime che aveva come obiettivo il presidente eletto Luis Inacio “Lula” da Silva.

Secondo la fonte statunitense, il motivo per cui l’operazione (che presentava segni evidenti di una pianificazione affrettata) era stata organizzata proprio adesso, era dovuto al fatto che il Brasile è destinato a riaffermarsi nella geopolitica globale, insieme agli Stati BRICS, Russia, India e Cina.

Ciò suggerisce che i pianificatori della CIA sono avidi lettori dello stratega del Credit Suisse ed ex dirigente della Fed di New York, Zoltan Pozsar. Nel suo innovativo rapporto del 27 dicembre intitolato War and Commodity Encumbrance, Pozsar affermava che “l’ordine mondiale multipolare non è costruito dai capi di Stato del G7, ma dal ‘G7 dell’Est’ (i capi di Stato dei BRICS), che, in realtà, è un G5, ma che, a causa della ‘BRICSpansion’, mi sono preso la libertà di arrotondare.”

L’autore si riferiva alle notizie secondo cui Algeria, Argentina e Iran hanno già chiesto di entrare a far parte dei BRICS (o meglio della loro versione allargata “BRICS+”), con un ulteriore interesse espresso da Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Afghanistan e Indonesia.

La fonte statunitense ha tracciato un parallelo tra il Maidan della CIA in Brasile e una serie di recenti manifestazioni di piazza in Iran, strumentalizzate dall’agenzia come parte di un nuovo tentativo di rivoluzione colorata: “Queste operazioni della CIA in Brasile e in Iran sono analoghe all’operazione in Venezuela del 2002, che, all’inizio, aveva avuto un grande successo, poiché i rivoltosi erano riusciti a spodestare Hugo Chavez.”

Fa il suo ingresso il “G7 dell’Est

I neoconservatori straussiani ai vertici della CIA, indipendentemente dalla loro affiliazione politica, sono furiosi per il fatto che il “G7 dell’Est” (come la configurazione BRICS+ del prossimo futuro) si stia rapidamente allontanando dall’orbita del dollaro USA.

Lo straussiano John Bolton (che ha appena reso noto il suo interesse a candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti) chiede ora l’estromissione della Turchia dalla NATO, mentre il Sud globale si riallinea rapidamente all’interno delle nuove istituzioni multipolari.

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e il suo nuovo omologo cinese Qin Gang hanno appena annunciato la fusione della Belt and Road Initiative (BRI), a guida cinese, e dell’Unione Economica Eurasiatica (EAEU), a guida russa. Ciò significa che il più grande progetto di commercio/connettività/sviluppo del XXI secolo (le Nuove Vie della Seta cinesi) è ora ancora più complesso e continua ad espandersi.

Ciò pone le premesse per l’introduzione, già in fase di progettazione a vari livelli, di una nuova valuta commerciale internazionale destinata a soppiantare il dollaro statunitense. Oltre al dibattito interno ai BRICS, uno dei vettori principali è il gruppo di discussione istituito tra l’UEEA e la Cina. Una volta concluse, queste deliberazioni saranno presentate ai Paesi partner BRI-UEE e, naturalmente, al BRICS+ allargato.

Lula, alla guida del Brasile in quello che è il suo terzo mandato presidenziale non consecutivo, darà un enorme impulso al BRICS+. Negli anni 2000, a fianco del Presidente russo Putin e dell’ex Presidente cinese Hu Jintao, Lula era stato uno dei principali patrocinatori di un ruolo più profondo per i BRICS, compreso il commercio nelle loro valute.

I BRICS come “il nuovo G7 dell’Est”, secondo la definizione di Pozsar, sono un anatema, tanto per i neoconservatori straussiani quanto per i neoliberali.

Gli Stati Uniti vengono, lentamente ma inesorabilmente, estromessi dalla grande Eurasia dalle azioni concertate del partenariato strategico Russia-Cina.

L’Ucraina è un buco nero, dove la NATO rischia un’umiliazione che farà sembrare l’Afghanistan una Alice nel Paese delle Meraviglie. Un’UE debole, costretta da Washington a deindustrializzarsi e ad acquistare gas naturale liquefatto (GNL) statunitense a costi assurdi, non ha risorse essenziali saccheggiabili da parte dell’Impero.

Dal punto di vista geoeconomico, l’obiettivo principale rimane quello che gli Stati Uniti chiamano l’”emisfero occidentale,” in particolare l’immenso Venezuela, ricco di energia. Dal punto di vista geopolitico, l’attore regionale chiave è il Brasile.

Il gioco neoconservatore straussiano consiste nel fare di tutto per impedire l’espansione commerciale e l’influenza politica di Cina e Russia in America Latina, che Washington (a prescindere dal diritto internazionale e dal concetto di sovranità) continua a chiamare “il nostro cortile.” In tempi in cui il neoliberismo è così “inclusivo” che i Sionisti indossano la svastica, la Dottrina Monroe è tornata, gonfiata con gli steroidi.

È sempre la solita “strategia della tensione

Indizi sul Maidan in Brasile se ne possono trovare, ad esempio, presso il Comando cibernetico dell’esercito statunitense a Fort Gordon, dove non è un segreto che la CIA avesse dispiegato centinaia di agenti in tutto il Brasile prima delle recenti elezioni presidenziali, fedele al manuale della “strategia della tensione.”

Le comunicazioni della CIA a Fort Gordon erano state intercettate già dalla metà del 2022. Il tema principale era l’imposizione di una narrativa generale secondo cui “Lula avrebbe potuto vincere solo barando.”

Un obiettivo chiave dell’operazione della CIA era quello di screditare con ogni mezzo il processo elettorale brasiliano, aprendo la strada ad una narrazione preconfezionata che ora si sta dipanando: un Bolsonaro sconfitto che fugge dal Brasile e che cerca rifugio nella villa di Mar-a-Lago dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Bolsonaro, consigliato da Steve Bannon, è effettivamente fuggito dal Brasile, perdendosi l’insediamento di Lula, ma solo per la paura di finire gattabuia prima del tempo. E, comunque, ora si trova a Orlando, non a Mar-a-Lago.

La ciliegina sulla torta stantia del Maidan sono stati gli avvenimenti di domenica scorsa: inscenare l’8 gennaio a Brasilia un golpe che rispecchiasse gli eventi del 6 gennaio 2021 a Washington e, naturalmente, imprimere il legame Bolsonaro-Trump nella mente della gente.

La natura amatoriale degli eventi dell’8 gennaio a Brasilia suggerisce che i pianificatori della CIA si siano persi nella loro stessa trama. L’intera farsa doveva essere anticipata dal rapporto di Pozsar, letto da tutti coloro che contano sull’asse New York-Beltway.

Ciò che è chiaro è che, per alcune fazioni del potente establishment statunitense, sbarazzarsi a tutti i costi di Trump è ancora più cruciale che paralizzare il ruolo del Brasile nei BRICS+.

Per quanto riguarda i fattori interni del Maidan brasiliano, tanto per citare il romanziere Gabriel Garcia Marquez, tutto cammina e parla come la Cronaca di un colpo di stato annunciato. È impossibile che l’apparato di sicurezza intorno a Lula non abbia potuto prevedere questi eventi, soprattutto considerando lo tsunami di segnali sui social network.

Quindi ci deve essere stato uno sforzo concertato per agire in modo morbido, senza alcun bastone preventivo, con in sottofondo il solito chiacchiericcio neoliberista.

Dopotutto, il gabinetto di Lula è un disastro, con ministri che si scontrano continuamente e alcuni membri che, fino a pochi mesi fa, appoggiavano Bolsonaro. Lula lo chiama “governo di unità nazionale,” ma, più che altro, è un pacchiano lavoro di patchwork.

L’analista brasiliano Quantum Bird, uno studioso di fisica rispettato a livello mondiale e tornato in patria dopo un lungo periodo di permanenza nei Paesi della NATO, osserva come ci siano “troppi attori in gioco e troppi interessi antagonisti. Tra i ministri di Lula, troviamo bolsonaristi, neoliberisti-rentier, convertiti all’interventismo climatico, praticanti di politiche identitarie e una vasta fauna di neofiti politici e arrampicatori sociali, tutti ben allineati agli interessi imperiali di Washington.”

I “militanti” sobillati dalla CIA a caccia di prede

Uno scenario plausibile è che settori potenti dell’esercito brasiliano – al servizio dei soliti think tank neocon straussiani, oltre che del capitale finanziario globale – non abbiano potuto realizzare un vero e proprio colpo di Stato, visto il massiccio rifiuto popolare, e si siano dovuti accontentare, come massimo risultato, di una farsa “soft.” Questo fa capire quanto questa fazione militare, autocelebrativa e altamente corrotta, sia isolata dalla società brasiliana.

Ciò che è altamente preoccupante, come osserva Quantum Bird, è che, mentre tutti hanno condannato i fatti dell’l’8 gennaio, nessuno se ne è assunto la responsabilità, e questo “fa capire come Lula navighi praticamente da solo in un mare poco profondo infestato da coralli taglienti e squali affamati.”

La posizione di Lula, aggiunge, “decretando un intervento federale tutto da solo, senza volti forti del proprio governo o delle autorità competenti, mostra una reazione improvvisata, disorganizzata e dilettantesca.”

E tutto questo, ancora una volta, dopo che per giorni “militanti” sobillati dalla CIA avevano organizzato le “proteste” sui social media, senza farne un segreto.

Tuttavia, continua a rimanere all’opera lo stesso vecchio manuale della CIA. È ancora incredibile quanto sia facile sovvertire il Brasile, uno dei leader naturali del Sud globale. I tentativi di colpo di Stato della vecchia scuola, con tanto di cambio di regime/rivoluzione colorata, continueranno ad essere messi in scena – ricordiamo il Kazakistan all’inizio del 2021 e l’Iran solo pochi mesi fa.

Per quanto la fazione autocelebrativa dei militari brasiliani possa credere di controllare la nazione, se le masse che realmente sostengono Lula scenderanno in piazza in tutta la loro forza contro la farsa dell’8 gennaio, l’impotenza dell’esercito sarà ancora più evidente. E, poiché si tratta di un’operazione della CIA, i responsabili ordineranno ai loro vassalli militari tropicali di comportarsi come degli struzzi.

Il futuro, purtroppo, è infausto. L’establishment statunitense non permetterà che il Brasile, l’economia dei BRICS con il miglior potenziale dopo quella della Cina, torni in attività a pieno regime e in sincronia con il partenariato strategico russo-cinese.

I neoconservatori e i neoliberisti straussiani, sciacalli e iene geopolitiche a tutti gli effetti, diventeranno ancora più feroci quando il “G7 dell’Est,” Brasile compreso, si muoverà per porre fine al dominio del dollaro USA, mentre il controllo imperiale sul mondo svanisce.

 

Fonte: thecradle.co
Link: https://thecradle.co/Article/Columns/20209
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

La pace possibile verrà dai paesi neutrali

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di Jeffrey Sachs 

Fonte: lettere da Mosca

È probabile che né la Russia né l’Ucraina ottengano una vittoria militare decisiva nella guerra in corso: entrambe le parti hanno un ampio spazio per un’escalation mortale. L’Ucraina e i suoi alleati occidentali hanno poche possibilità di cacciare la Russia dalla Crimea e dalla regione del Donbass, mentre la Russia ha poche possibilità di costringere l’Ucraina alla resa. Come ha osservato Joe Biden in ottobre, la spirale dell’escalation segna la prima minaccia diretta di “Armageddon nucleare” dalla crisi dei missili cubani 60 anni fa. Anche il resto del mondo soffre, anche se non sul campo di battaglia. L’Europa è probabilmente in recessione. Le economie in via di sviluppo lottano con l’aumento della fame e della povertà. I produttori di armi americani e le grandi compagnie petrolifere raccolgono guadagni inaspettati, anche se l’economia americana nel suo complesso peggiora. Il mondo deve sopportare una maggiore incertezza, catene di approvvigionamento interrotte e terribili rischi di escalation nucleare. Ciascuna parte potrebbe optare per una guerra continua nella convinzione di ottenere un vantaggio militare decisivo sul nemico. Almeno una delle parti si sbaglierebbe in una tale visione, e probabilmente entrambe. Una guerra di logoramento devasterà entrambe le parti.

Eppure il conflitto potrebbe continuare per un altro motivo: che nessuna delle due parti vede la possibilità di un accordo di pace applicabile. I leader ucraini ritengono che la Russia userebbe qualsiasi pausa nella lotta per riarmarsi. I leader russi ritengono che la NATO userebbe qualsiasi pausa nei combattimenti per espandere l’arsenale dell’Ucraina. Scelgono di combattere ora, piuttosto che affrontare un nemico più forte in seguito. La sfida è trovare un modo per rendere un accordo di pace accettabile, credibile e applicabile. Credo che la causa di una pace negoziata debba essere ascoltata più ampiamente, in primo luogo per evitare che l’Ucraina diventi un campo di battaglia perpetuo e, più in generale, perché vantaggiosa per entrambe le parti e per il resto del mondo. Sono molti gli argomenti forti a favore del coinvolgimento di Paesi neutrali per aiutare a far rispettare un accordo di pace che gioverebbe a molti.

Un accordo credibile dovrebbe innanzitutto soddisfare gli interessi di sicurezza fondamentali di entrambe le parti. Come disse saggiamente John F. Kennedy sulla via del successo del Trattato per la messa al bando parziale degli esperimenti nucleari con l’Unione Sovietica nel 1963, “si può fare affidamento anche sulle nazioni più ostili per accettare e mantenere quegli obblighi del Trattato, e solo quegli obblighi del Trattato, che sono nel loro stesso interesse”.

In un accordo di pace, l’Ucraina dovrebbe essere rassicurata sulla sua sovranità e sicurezza, mentre la NATO dovrebbe promettere di non allargarsi verso Est (sebbene la NATO si descriva come un’alleanza difensiva, la Russia certamente la pensa diversamente e si oppone fermamente all’allargamento della NATO). Bisognerebbe trovare alcuni compromessi per quanto riguarda la Crimea e la regione del Donbass, forse congelando e smilitarizzando quei conflitti per un periodo di tempo. Un accordo sarà anche più sostenibile se includerà la graduale eliminazione delle sanzioni contro la Russia e un accordo tra la Russia e l’Occidente per contribuire alla ricostruzione delle aree dilaniate dalla guerra.

Il successo potrebbe dipendere da chi è coinvolto nel tentativo di trovare e imporre la pace. Dal momento che gli stessi belligeranti non possono forgiare una tale pace da soli, una soluzione strutturale chiave consiste nel portare altre parti all’accordo. Nazioni neutrali tra cui Argentina, Brasile, Cina, India, Indonesia e Sud Africa hanno ripetutamente chiesto una fine negoziata del conflitto. Potrebbero aiutare a far rispettare qualsiasi accordo raggiunto.

Questi Paesi non odiano né la Russia né l’Ucraina. Non vogliono né che la Russia conquisti l’Ucraina, né che l’Occidente espanda la NATO verso Est, cosa che molti vedono come una pericolosa provocazione non solo per la Russia ma forse anche per altri Paesi. La loro opposizione all’allargamento della NATO si è acuita quando i sostenitori della linea dura americana hanno esortato l’alleanza ad affrontare la Cina. I Paesi neutrali sono stati colti di sorpresa dalla partecipazione dei leader dell’Asia-Pacifico di Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda a un vertice lo scorso anno di presunti Paesi del “Nord Atlantico”.

Il ruolo pacificatore dei principali Paesi neutrali potrebbe essere decisivo. L’economia e la capacità bellica della Russia dipendono dal mantenimento di solide relazioni diplomatiche e dal commercio internazionale con questi Paesi neutrali. Quando l’Occidente ha imposto sanzioni economiche alla Russia, le principali economie emergenti, come l’India, non hanno seguito l’esempio. Non hanno voluto schierarsi e hanno mantenuto forti relazioni con la Russia.

Questi Paesi neutrali sono i principali attori dell’economia globale. Secondo le stime del FMI sul PIL a parità di potere d’acquisto, la produzione combinata di Argentina, Brasile, Cina, India, Indonesia e Sudafrica (51,7 trilioni di dollari, ovvero quasi il 32% della produzione mondiale) nel 2022 è stata superiore a quella delle nazioni del G7, America, Gran Bretagna, Canada, Francia, Germania, Italia e Giappone. Le economie emergenti sono anche cruciali per la governance economica globale e manterranno la presidenza del G20 per quattro anni consecutivi, oltre a posizioni di leadership nei principali organi regionali. Né la Russia né l’Ucraina vogliono sperperare le relazioni con questi Paesi, cosa che li rende importanti garanti potenziali della pace.

Inoltre, molti di questi Paesi cercherebbero di rafforzare le proprie credenziali diplomatiche aiutando a negoziare la pace. Molti, tra cui ovviamente Brasile e India, aspirano da tempo a seggi permanenti nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La possibile architettura di un accordo di pace potrebbe essere un accordo co-garantito dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con alcune delle principali economie emergenti. Oltre ai Paesi sopra citati, altri co-garanti credibili sono la Turchia (che ha abilmente mediato i colloqui Russia-Ucraina); l’Austria, orgogliosa della sua duratura neutralità; e l’Ungheria, che quest’anno detiene la presidenza dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e ha ripetutamente chiesto negoziati per porre fine alla guerra.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e i co-garanti imporrebbero misure commerciali e finanziarie concordate dalle Nazioni Unite contro qualsiasi parte che violi l’accordo di pace. L’attuazione di tali misure non sarebbe soggetta al veto della parte inadempiente. La Russia e l’Ucraina dovrebbero confidare nel fair play dei Paesi neutrali per garantire la pace e i rispettivi obiettivi di sicurezza.

Non ha senso che i combattimenti continuino in Ucraina. È improbabile che nessuna delle due parti vinca una guerra che sta attualmente devastando l’Ucraina, imponendo enormi costi in vite umane e finanze alla Russia e causando danni globali. I principali Paesi neutrali, in collaborazione con le Nazioni Unite, possono essere i co-garanti per iniziare una nuova era di pace e ricostruzione. Il mondo non dovrebbe permettere alle due parti di continuare una sconsiderata spirale di escalation.

di Jeffrey Sachs (direttore del Centro per lo Sviluppo Sostenibile della Columbia University).

L’articolo è stato pubblicato su The Economist del 18 gennaio 2023 e rilanciato dall’Autore su Other News. La traduzione è di Fulvio Scaglione.

Stoltemberg dixit

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di Maurizio Murelli

“La Russia non deve vincere, l’Ucraina non può perdere”, Stoltemberg dixit. E lo dice perché nonostante le fantasiose e faziose cronache dei giornalisti inviati di guerra, allo stato delle cose la Russia sta vincendo e l’Ucraina perdendo. Stoltenberg, in pratica da segretario NATO (struttura militare) a capo politico europeo che detta l’agenda politica ai governi nazionali. Apro parentesi: l’informazione ha raggiunto un grado di spudoratezza tale da far pensare che gli operatori addetti siano preda di delirio o di deficienza. Si prenda ad esempio le cronache di questi giorni relative alla bidella pendolare di Napoli oppure, meglio ancora, la vicenda dell’arresto di Matteo Messina Denaro: “All’arresto del mafioso la gente, mossa da un grande sentimento di liberazione, ha circondato le forze dell’ordine applaudendo”, e nel darci questa notizia mandano in onda senza soluzione di continuità su tutti i tg un filmato dove si vedono 3 (DICASI TRE!) persone che si complimentano con gli agenti. Uno di questi tre è un cronista (quello con il piumino azzurro) che poi lo si rivede con la macchina fotografica in un successivo filmato davanti al primo “covo” di Denaro. La seconda e la terza persona sono palesemente agenti in borghese. Ma ai media gli piace raccontare la storia degli applausi e la raccontano chiamando a supporto il filmato. Così, tutti i commentatori, politici e mafiologi della prima e dell’ultima ora vanno in tv riprendendo la sdolcinata narrazione degli applausi liberatori. Che le manifestazioni contro la mafia organizzate a Castelvetrano siano praticamente andate deserte fatto salvo per la convocazione di boy scout, non è cosa meritevole di commento. Anzi, no: hanno commentato mistificando anche qui. Glisso sulla narrazione dei documenti che Denaro avrebbe ereditato da Riina, sull’agenda rossa di Borsellino che sarebbe stata asportata dal luogo dell’attentato da un mafioso anch’essa finita nelle mani di Denaro: pura fantasy… Potrei citare altri mille esempi di mistificazione, mi limito a quanto scritto solo per dire: se questo è il grado di mistificazione sulla cronaca nazionale, figuriamoci la cronaca relativa alla Grande Guerra Mondiale in corso che vede l’Ucraina solo uno dei luoghi ove essa guerra si svolge. Chiusa parentesi.
Oggi i polacchi (quando i tedeschi e i russi erano svegli e intelligenti avevano pensato di brasare definitivamente questa malefica nazione… ma hanno perso il tempo e ora ci devono rifare i conti) dicono che se la Germania non dà l’assenso, loro non rispetteranno i patti (accordi) e doneranno a Kyev i loro carri armati Leopard che invece i tedeschi dicono di non voler donare a meno che gli americani non donino loro carri Abrams. Ma gli americani che non sono fessi dicono che non li daranno perché gli ucraini non potrebbero utilizzarli in quanto servirebbe un lungo addestramento, abbisognano di uno sproposito di carburante per muoverli (carburante che gli ucraini on hanno) e via elencando nelle speciose giustificazioni. In compenso doneranno altri 45 milioni di dollari e munizionamento… affinché gli ucraini continuino a farsi massacrare illudendosi di vincere. Pare gli vogliano fornire missili capaci di colpire la Crimea. Altri armamenti li daranno gli inglesi, tra cui elicotteri e carri per l’utilizzo dei quali servirebbe un lungo addestramento e, non essendoci il tempo, saranno ancora una volta i mercenari inglesi, canadesi, francesi e americani a utilizzarli. Anche per quanto riguarda i sistemi antiaerei (tipo Patriot) che gli americani vogliono dare agli ucraini serve un lungo addestramento. Non è mica come sparare con un fucile. Per utilizzare quei sistemi d’arma serve un complesso logistico complesso e sofisticato. Sei mesi di addestramento non sarebbero sufficienti, e le rampe di missili da sole senza tutto l’apparato di contorno non hanno alcuna efficacia e verrebbero distrutti in men che si dica dall’aviazione russa. Anche qui, se quei sistemi anti-missile verranno allocati in Ucraina, servirà personale occidentale.
Nelle premesse alla riunione di oggi a Ramstein si dice che occorre far presto per super-armare l’Ucraina in modo da consentirgli tra febbraio-marzo una controffensiva. Se non è delirio o idiozia è una miserabile menzogna. Sul finire di febbraio il terreno ghiacciato delle steppe e delle tundre ucraini disgela e si trasforma in un oceano di fango che rende impossibile una avanzata di carri, in particolare dei carri che non sono stati concepiti per operare su quel terreno. Per contro, tutto lascia pensare che i Russi si stiano preparando per un’offensiva in grande stile da lanciare tra fine gennaio e inizio febbraio. Si sono preparati costruendo fortificazioni adatte a supportare la spinta in avanti delle truppe e, mettendo in conto la rabbiosa reazione occidentale, stanno piazzando batterie di difesa aerea sui palazzi istituzionali di Mosca. Per capire in quale logica prospettica sono entrati i russi basterebbe ascoltare quanto detto nella conferenza stampa mensile dal ministro degli esteri russo Lavrov, discorso che i nostri media si son ben guardati dal trasmettere, così come non è stato riportato quanto detto qualche giorno prima da Putin. Da quelle dichiarazioni si capisce bene che i russi non si fanno illusioni sulle reali intenzioni degli americani e del fatto che ormai l’Europa è una marionetta senz’anima incapace di agire per i propri interessi; al contrario l’Europa altro non è che uno strumento di manovra per gli interessi statunitensi, siano essi geopolitici, economici e finanziari.
Dunque la tragedia europea abbia continuità: più armi agli ucraini, più offese alla Federazione russa, più menzogne distribuite a piene mani ai popoli europei, senza un piano “b” rispetto a quello che vorrebbe l’umiliazione della Russia, la sua disintegrazione e quindi la sua subalternità agli interessi del modello unipolare occidentale targato USA. E tutto avviene in un quadro di totale inerzia da parte delle popolazioni europee e in totale subalternità delle élite politiche nazionali del continente Europa.
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