Il gender legalizzato distrugge la famiglia

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per Informazione Cattolica, tradotto in spagnolo e pubblicato su Info Hespania

IL CONTENUTO DI CERTE LEGGI SOVVERTE COMPLETAMENTE IL DIRITTO E L’ORDINE NATURALI

In Spagna, giovedì scorso, sono entrate in vigore le nuove leggi su trans e aborto. Ora, i minori di 16 anni possono cambiare nome e autodeterminare la propria identità di genere nel Registro civile attraverso una semplice dichiarazione, senza la certificazione medica che attestava la «disforia di genere». Non saranno più necessari i due anni di trattamento ormonale: le persone trans potranno scegliere se prendere ormoni o farsi operare. E vuol dire anche che le ragazze di 16 e 17 hanno la libertà di decidere di interrompere la gravidanza senza l’autorizzazione dei genitori.

La legge trans proibisce le terapie di conversione e consente a donne sole, lesbiche e bisessuali di poter accedere a tecniche di riproduzione assistita all’interno del Sistema nazionale di salute spagnolo. Le madri lesbiche e bisessuali sono considerate madri biologiche anche se non hanno partorito. Ovviamente, nel pacchetto non potevano mancare le sanzioni per chi non è d’accordo, ovvero dimostra odio verso queste persone o le discrimina, magari negando l’affitto di un appartamento: da 10.001 a 150mila euro di multa. Oltre alla pillola del giorno dopo gratuita nei centri di salute sessuale e riproduttiva ed altre amenità, evidentemente c’è la necessità dell’indottrinamento della gioventù, tramite l’introduzione dell’educazione sessuale diventa materia d’insegnamento nelle principali tappe educative.

Il contenuto di queste leggi sovverte completamente il diritto e l’ordine naturali, perciò divine, in materia di bioetica. Leggiamo nel Vangelo di San Matteo (18, 1-20) parole dure e impietose da parte di Gesù Cristo nei confronti di coloro che corrompono la purezza dei ragazzini: “chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse legata una macina d’asino al collo e che fosse sommerso nel fondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! Perché è necessario che avvengano gli scandali, ma guai a quell’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!”. Il premier italiano Giorgia Meloni, in una intervista al settimanale Grazia, uscito da qualche giorno, ha usato parole forti contro queste pratiche, condannando sia l’utero in affitto che la teoria gender. Ha definito l’utero in affitto “la schiavitù del terzo millennio”, poi sulla cosiddetta “teoria gender” ha sottolineato che “le donne sono le prime vittime”: “è la legge italiana a dire che questa pratica non è lecita, non io. Non credo che commercializzare il corpo femminile e trasformare la maternità in un business possano essere considerate delle conquiste di civiltà […]”. Il Presidente del Consiglio ha aggiunto che “…i bambini hanno il diritto di avere il massimo: una mamma e un papà”. Se dalle parole seguiranno i fatti, con questo governo l’Italia dovrebbe scongiurare leggi come quella approvata in Spagna.

Papa Leone XIII diceva che “la famiglia è la cellula della società; se essa è sana, tutto l’organismo prospera; se essa è malata l’intera comunità deperisce e muore”. Vi sono esorcisti che sostengono apertamente il desiderio espresso dal demonio di distruggere la famiglia naturale per ribaltare l’ordine divino e attraverso la perversione portare a sé il maggior numero di anime. possibile. “San Tommaso d’Aquino sostiene che a causa di tutte le dipendenze, soprattutto a causa della dipendenza dall’impurità, gli uomini sono allontanati da Dio. Il peccato di impurità viene chiaramente definito nella sua perversa ossessione come continuativo nell’accumulo di essi, in pensieri, parole, sguardi, per compiacenza, per atti fisici. Secondo San Gregorio, dall’impurità deriva la cecità della comprensione, della distruzione dell’odio verso Dio e della disperazione per la vita eterna. Sant’Agostino dice che anche se gli impuri invecchiano, la dipendenza dall’ impurità non invecchia in loro. Per questo il demone si diletta su questo peccato più di tutti gli altri: perché l’appetito per i piaceri carnali è insaziabile” (Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, omelia della XVI domenica dopo Pentecoste).

Esiste, oramai platealmente, un’aggressione culturale, politica e giuridica alla famiglia, cominciando dal Sessantotto e in particolare dall’introduzione della legge sul divorzio, per arrivare al gender e alle unioni civili, grazie alle quali si permette di definire famiglia ciò che famiglia non può essere. Uno dei compiti del laicato è quello di preservare il diritto naturale, di non cedere alle aberrazioni indotte dalla Sovversione, riconoscendo nel globalismo voluto dalla galassia sinistra globale, il male che progressivamente distrugge l’uomo e lo usa per i suoi fini che non hanno mai avuto caratteri di nobiltà, quanto di decadenza.

 

La responsabilità dei governanti nel conflitto ucraino

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di Thierry Meyssan

Fonte: Voltairenet

In occasione del primo anniversario dell’intervento russo, l’Alleanza Atlantica glorifica l’Ucraina. La osserviamo servirsi della più ingannatrice delle propagande; la vediamo maneggiare omissioni, nonché talvolta menzogne. A differenza di quanto sostiene la Nato, l’attacco della Russia non è mai stato illegale, sebbene oggi appaia a molti non più necessario, quindi da interrompere. Ma le cause che hanno portato alla guerra permangono e il Cremlino prevede un secondo round del conflitto: non per annettere l’Ucraina o la Moldavia, ma per salvare la Transnistria.
Gli Occidentali hanno approfittato del primo anniversario dello scontro militare Oriente-Occidente in Ucraina per convincere le opinioni pubbliche che si trovano “dalla parte giusta della Storia” e che la vittoria è “inevitabile”.
Non c’è da sorprendersi. È normale che i governi divulghino il proprio operato. Ma in questo caso le informazioni sono menzogne per omissione e i commenti sono propaganda. Siamo di fronte a un tale rovesciamento della realtà che c’è da chiedersi se, in definitiva, gli sconfitti della seconda guerra mondiale non siano oggi al potere a Kiev.

“La guerra illegale, ingiustificabile e non-provocata della Russia”
Tutti gli interventi occidentali ribadiscono con forza che l’Occidente condanna la “guerra illegale, ingiustificabile e non-provocata della Russia”. È oggettivamente falso.
Lasciamo da parte l’attributo “ingiustificabile”, che rinvia a una posizione morale indegna. Nessuna guerra è giusta. Ogni guerra è risultato non di un errore, ma di un fallimento. Analizziamo invece la definizione di guerra “non-provocata”.
Secondo la diplomazia russa la vicenda è cominciata con l’operazione statunitense-canadese del 2014 e il rovesciamento del presidente ucraino democraticamente eletto, Viktor Janucovič, in violazione della sovranità ucraina, quindi della Carta delle Nazioni Unite. Non si può negare che Washington abbia svolto un ruolo determinante nella cosiddetta “rivoluzione della dignità”: l’allora vicesegretaria di Stato per l’Europa e l’Eurasia, Victoria Nuland, si è esibita alla testa dei golpisti.
Secondo la diplomazia cinese, che ha da poco pubblicato due documenti sulla questione, non bisogna fermarsi all’operazione del 2014: per individuare la prima violazione della sovranità ucraina e della Carta delle Nazioni Unite bisogna risalire alla “rivoluzione arancione” del 2004, anch’essa organizzata dagli Stati Uniti. La Russia non vi fa riferimento perché, a differenza che nel 2014, vi svolse un ruolo.
Gli Occidentali sono talmente assuefatti alla disinvoltura degli Stati Uniti nel manipolare folle e rovesciare governi da aver smarrito la capacità di percepire la gravità di questi atti. Dal rovesciamento del 1953 di Mohammad Mossadeq in Iran a quello del 2018 di Serge Sarkissian in Armenia, gli Occidentali si sono abituati ai cambiamenti forzati di regime. Non importa che i politici rovesciati fossero buoni o cattivi governanti. In ogni caso è inammissibile che uno Stato straniero ne abbia organizzato il rovesciamento nascondendosi dietro oppositori nazionali. Sono atti di guerra senza intervento militare.
I fatti sono testardi. La guerra in Ucraina è stata provocata dalle violazioni della sovranità ucraina del 2004 e 2014, indi da otto anni di guerra civile.
La guerra non è illegale nemmeno secondo il diritto internazionale. La Carta delle Nazioni Unite non vieta il ricorso alla guerra. Il Consiglio di Sicurezza ha persino il potere di dichiararla (articoli da 39 a 51). La particolarità della situazione attuale è che la guerra oppone membri permanenti del Consiglio.
La Russia ha cofirmato gli Accordi di Minsk per mettere fine alla guerra civile. Tuttavia, non essendo nata ieri, ha presto capito che gli Occidentali non volevano la pace, bensì la guerra. Sicché, cinque giorni dopo la conclusione degli Accordi di Minsk, li ha fatti avallare dal Consiglio di Sicurezza, con la risoluzione 2202; poi ha costretto l’oligarca russo Konstantin Malofeïev a ritirare i suoi uomini dal Donbass ucraino. Mosca ha inoltre fatto aggiungere alla risoluzione una dichiarazione in cui i presidenti di Francia, Ucraina, Russia e la cancelliera tedesca si facevano garanti dell’applicazione degli Accordi, impegnando i rispettivi Paesi.
Nei giorni successivi la firma degli Accordi il presidente ucraino Petro Poroshenko ha subito dichiarato che era fuori questione ogni cessione territoriale, anzi, gli abitanti del Donbass andavano puniti.
L’ex cancelliera Angela Merkel ha dichiarato a Die Zeit che con la firma degli Accordi voleva solo guadagnare tempo per permettere alla Nato di armare Kiev. Merkel ha chiarito la sua posizione in una discussione con un provocatore che si spacciava per l’ex presidente Poroshenko.
L’ex presidente François Hollande ha confermato al Kyiv Independent le affermazioni di Angela Merkel.
La Russia invece il 24 febbraio 2022 ha iniziato un’operazione militare speciale in ottemperanza alla “responsabilità di proteggere” assunta con la firma degli Accordi. Sostenere che l’intervento russo in Ucraina è illegale equivale a dire, per esempio, che l’intervento della Francia durante il genocidio in Rwanda era illegale e che si doveva lasciar continuare il massacro.
Le e-mail del consigliere speciale del presidente russo Putin, Vladislav Surkov recentemente rivelate dagli ucraini, non fanno che confermare questo svolgimento dei fatti. Negli anni successivi agli Accordi la Russia ha aiutato le Repubbliche ucraine del Donbass a prepararsi mentalmente all’indipendenza. Un’ingerenza illegale, ma che rispondeva a un’ingerenza altrettanto illegale degli Stati Uniti, che non armavano l’Ucraina bensì i nazionalisti integralisti ucraini. La guerra era già iniziata, ma combattuta solo da ucraini. Ha fatto 20 mila morti in otto anni. Gli Occidentali e la Russia intervenivano solo indirettamente.
Bisogna capire la portata di quanto affermato da Merkel e Hollande: fingendo di negoziare la pace hanno commesso il peggiore dei crimini. Infatti, secondo il Tribunale di Norimberga, i “crimini contro la pace” sono più gravi addirittura dei “crimini contro l’umanità”, perché non sono causa di questo o quest’altro massacro, ma sono causa della guerra. Per questa ragione il presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, ha chiesto la convocazione di un nuovo Tribunale di Norimberga per giudicare Merkel e Hollande. L’istanza di Volodin non è stata diffusa dalla stampa occidentale.
L’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia del 16 marzo 2022 ha stabilito a titolo cautelativo che la “Federazione di Russia deve sospendere immediatamente le operazioni militari iniziate il 24 febbraio 2022 sul territorio dell’Ucraina” (rif.: A/77/4, paragrafi da 189 a 197). Mosca non ha ubbidito, ritenendo che la Corte fosse stata chiamata a giudicare sulla natura genocidaria di quanto perpetrato da Kiev contro la sua stessa popolazione, non sull’operazione militare finalizzata a proteggere la popolazione ucraina.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha da parte sua adottato molte risoluzioni, l’ultima è la A/ES-11/L.7 del 23 febbraio 2023 che afferma: “Si esige nuovamente l’immediato, completo e incondizionato ritiro di tutte le forze militari della Federazione di Russia dal territorio ucraino all’interno delle proprie frontiere internazionalmente riconosciute e si chiede la cessazione delle ostilità”.
Nessuno di questi testi dichiara l’intervento russo illegale. Entrambi ordinano o pretendono che l’esercito russo si ritiri. 141 Stati su 193 ritengono che la Russia debba cessare l’intervento. Alcuni di questi Stati giudicano l’intervento illegale, ma la maggior parte crede che “non è più necessario” ed è causa di inutili sofferenze. Non è affatto la stessa cosa.
L’ottica degli Stati è diversa da quella dei giuristi. Il diritto internazionale può sanzionare solo ciò che esiste. Gli Stati invece devono proteggere i cittadini dai conflitti che si profilano, prima che sia troppo tardi per porvi rimedio. Per questa ragione il Cremlino non ha ottemperato alle risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Non si è ritirato dal campo di battaglia. Per otto anni ha infatti osservato la Nato armare l’Ucraina e preparare la guerra. Sa anche che il Pentagono sta pianificando una seconda puntata della guerra: in Transnistria. Quindi deve proteggere la popolazione da questa seconda operazione. Così come ha deciso la data dell’intervento in Ucraina sulla base di informazioni di un imminente un attacco di Kiev in Donbass, successivamente confermate, ora ha deciso di liberare tutta la Novorossia, Odessa inclusa. Una decisione inaccettabile giuridicamente fino a quando non ci saranno prove dei maneggi occidentali, ma sin da ora necessaria dal punto di vista della responsabilità.
Evidentemente queste ottiche diverse non sono sfuggite agli osservatori. Il fatto di giudicare l’intervento russo “non più necessario” non va confuso con il sostegno all’Occidente. Infatti solo 39 Stati su 191 partecipano alle sanzioni occidentali contro la Russia e inviano armi in Ucraina.

L’Ucraina è una “democrazia”
Il secondo cavallo di battaglia dei dirigenti occidentali è che l’Ucraina è una “democrazia”. Prescindendo dal fatto che il termine democrazia ha perso ogni significato perché le classi medie spariscono e il divario di ricchezza è il più importante di tutta la storia dell’umanità, e quindi è sempre più divergente dall’ideale di uguaglianza, l’Ucraina è tutto meno che una democrazia.
L’Ucraina è l’unico Paese al mondo ad avere una Costituzione razzista. L’articolo 16 stabilisce infatti che “Preservare il patrimonio genetico del popolo ucraino è dovere dello Stato”; un passaggio redatto da Slava Stetsko, vedova del primo ministro nazista ucraino.
Questo è il punto dolente. Almeno dal 1994 i nazionalisti integralisti (da non confondere con i nazionalisti tout court), ossia coloro che si richiamano all’ideologia di Dmytro Dontsov e ll’azione di Stepan Bandera, occupano alti ranghi nello Stato ucraino. Di fatto questa ideologia si è radicalizzata con il tempo. Durante la seconda guerra mondiale ha assunto un significato diverso rispetto alla prima. Fatto sta che dal 1942 Dmytro Dontsov fu uno degli ideatori della “soluzione finale delle questioni ebraica e zigana”. Fu amministratore dell’organo del III Reich incaricato di assassinare milioni di persone per la loro origine etnica, l’Istituto Reinhard Heydrich di Praga. Quanto a Bandera, fu il capo militare dei nazisti ucraini. Ordinò molti pogrom, nonché massacri di massa. Contrariamente a quello che sostengono i suoi attuali seguaci, non fu mai internato in un campo di concentramento, ma fu messo agli arresti domiciliari nella periferia di Berlino, nella sede dell’amministrazione dei campi di concentramento. Peraltro finì la guerra dirigendo le truppe ucraine agli ordini diretti del führer Adolf Hitler.
A un anno dall’inizio dell’intervento militare russo, in Ucraina si vedono simboli nazionalisti integralisti ovunque. Il giornalista di Forward, Lev Golinkin, che ha iniziato una ricognizione in tutto il mondo dei monumenti in memoria di criminali implicati nei crimini nazisti, ha redatto uno sbalorditivo elenco dei monumenti di questo tipo anche in Ucraina. Secondo Golinkin, sono quasi tutti di epoca successiva al colpo di Stato del 2014. È perciò evidente che le autorità uscite dal colpo di Stato fanno riferimento proprio al nazionalismo integralista, non al nazionalismo tout court. E per chi dubita che il presidente ebreo Zelensky celebri i nazisti, rammentiamo che due settimane fa ha conferito alla 10a Brigata d’assalto autonoma da montagna “il titolo onorifico Edelweiss”. Edelweiss fa riferimento alla 1a Divisione da montagna nazista che “liberò” (sic) Kiev, Stalino, i passaggi del Dnepr, nonché Karkiv.
Poche sono le personalità occidentali che hanno assentito alle affermazioni del presidente Putin e del ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, sulla questione. Tuttavia l’ex primo ministro israeliano Naftali Bennett e l’ex ministro della Difesa, Benny Gantz, hanno più volte dichiarato che l’Ucraina doveva sottostare alle ingiunzioni di Mosca almeno su questo punto: Kiev deve distruggere tutti i simboli nazisti esposti. Poiché Kiev si rifiuta di farlo, Israele non consegna armi all’Ucraina: nessun’arma israeliana sarà messa nelle mani dei successori dei massacratori di ebrei. Evidentemente questa posizione può mutare con il governo di coalizione di Benjamin Netanyahu, egli stesso erede dei sionisti revisionisti di Vladimir Jabotinsky che si allearono con i nazionalisti integralisti contro i sovietici.
L’attuale politica del governo di Zelensky è incomprensibile. Da un lato le istituzioni democratiche funzionano; dall’altro, non solo si celebrano ovunque i nazionalisti integralisti, ma sono stati vietati i partiti politici di opposizione e la Chiesa ortodossa che fa riferimento al Patriarcato di Mosca; sono stati distrutti milioni di libri perché scritti o stampati in Russia; sei milioni di ucraini sono stati dichiarati “collaboratori dell’invasore russo” e sono stati uccisi personaggi che li sostengono.
(traduzione di Rachele Marmetti)

 

Mediterraneo: epicentro del conflitto tra civiltà e barbarie atlantica

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

Siamo alle soglie di un’epoca di transizione. La guerra tra USA e Russia in Ucraina, con la relativa crisi energetica, così come la pandemia, a cui ha fatto seguito l’incipit della quarta rivoluzione industriale e della transizione ambientale, sono eventi destinati a sconvolgere gli equilibri geopolitici preesistenti e con essi, il modello economico – politico neoliberista globale. L’area mediterranea, già emarginata nel contesto geopolitico mondiale, è destinata ad assumere un ruolo di protagonista nel futuro nuovo ordine mondiale multipolare, scaturito dal declino dell’unilateralismo americano.
Dopo la fine del bipolarismo della Guerra fredda, le sponde mediterranee del sud e dell’est, oltre ad essere sconvolte dalle guerre mediorientali e dai conflitti delle “primavere arabe”, sono divenute l’epicentro delle migrazioni di massa provenienti dall’Africa e dall’Asia. Il fenomeno migratorio è del tutto connaturato al modello di sviluppo neoliberista globale, che prevede la libera circolazione delle merci, delle persone e dei capitali. Pertanto, le migrazioni di massa, comprese le tragedie del mare, sono eventi che si inseriscono in un contesto socio – economico mondiale, in cui i paesi più arretrati vengono deprivati delle migliori risorse umane necessarie al loro sviluppo e i paesi più avanzati importano masse di lavoratori a basso costo al fine di comprimere i salari e rendere più competitive le loro economie nel mercato globale.
Con l’avvento della UE, l’asimmetria economica, culturale e politica tra l’Europa del nord e quella del sud si è accentuata. Allo sviluppo del nord Europa, ha fatto riscontro il depauperamento e la subalternità dell’Europa mediterranea e all’accentuarsi del sottosviluppo dei paesi del Nord Africa. Si è dunque determinata una scala gerarchica dello sviluppo e del potere politico tra il nord e il sud europeo in base ai parametri del sistema economico neoliberista.
Del resto, in virtù del primato dell’asse franco – tedesco in Europa, la UE è sempre stata concepita come una unificazione che avesse il suo baricentro economico e politico nell’Europa carolingia, con relativa marginalizzazione dell’area mediterranea e dei suoi rapporti con il MENA (Medio Oriente – Nord Africa). L’Europa ha sempre denunciato una grave carenza di visione strategica, nel concepire il Mediterraneo un’area integrata nelle logiche ideologiche e strategiche dell’Occidente, prima nel bipolarismo tra Oriente e Occidente scaturito dalla Guerra fredda e in seguito all’interno della divaricazione tra il Nord capitalista e il Sud sottosviluppato del mondo, sancita dall’ordine mondiale unilateralista americano.
La guerra russo – ucraina ha inciso profondamente anche nei rapporti di supremazia interni all’Europa. Con la fine della interdipendenza economica ed energetica tra la UE e la Russia, la Nato ha assunto il controllo politico e strategico dell’Europa, con il declassamento della potenza tedesca e la devoluzione della leadership europea all’Anglosfera britannico – scandinava e dei paesi baltici, con la Polonia assurta a prima potenza militare europea. Il baricentro strategico dell’Europa si è spostato a nord est, con il declassamento del Mediterraneo ad area marginale europea, anche a seguito del disimpegno americano nel MENA.
I mutamenti strategici della Nato in chiave russofobica, potrebbero favorire una maggiore libertà di azione dei paesi dell’Europa mediterranea, nella prospettiva di fuoriuscita dalla condizione post storica di irrilevanza geopolitica in cui oggi appare confinata. La subalternità europea alla Nato è sempre stata funzionale ai disegni imperialisti americani di estendere il proprio dominio assoluto nel Mediterraneo, concepito come lago atlantico. Ben altra configurazione geopolitica esso è invece destinato ad assumere nell’incipiente mondo multipolare. Attraverso il Mediterraneo transita il 28% delle forniture di idrocarburi del mondo ed il “Mare nostrum” è divenuto lo snodo strategico per l’accesso al Mar Rosso e all’area dell’Indo – Pacifico.
Il Mediterraneo è dunque destinato ad assumere il ruolo geopolitico di Medioceano, come ben descritto da Salvo Ardizzone nel suo saggio “Medioceano e Medio Oriente: appunti per un teatro cruciale”: “Il Mediterraneo è sempre stato area di scambi, mare di commerci e traffici per eccellenza ma, da alcuni anni, è evoluto a Medioceano, bacino allargato alle coste atlantiche del Maghreb e della Penisola Iberica a Occidente, fino al Corno d’Africa attraverso il Mar Rosso a sud-est, connessione fra l’area indo-pacifica e l’Atlantico. Di recente amputato del Mar Nero e delle crescenti connessioni con la Russia e l’Asia Centrale dal conflitto ucraino ma, a seguito di esso, elevato ad area di confronto-scontro fra Unipolarismo egemonico e Multipolarismo”.
Il Mediterraneo sarà infatti un’area di confronto tra gli USA e le potenze emergenti del BRICS, da cui dipende anche il suo destino di lago atlantico o di Medioceano. L’Occidente ha concepito il Mediterraneo come l’area dello “scontro di civiltà” teorizzato da Huntington, quale necessario conflitto per affermare il primato americano nel mondo. In realtà, il conflitto è assai più profondo e non è solo bellico, ma anche culturale ed esistenziale per i popoli dell’area: tra globalismo e sovranità degli stati, cosmopolitismo e identità dei popoli, tra individualismo e comunitarismo, tra materialismo e fedi religiose.

Il pluriverso mediterraneo scomparso

Il Mediterraneo evoca un insieme di tradizioni storico – culturali che sono parte integrante della nostra identità, una sensibilità, una estetica, una concezione della vita e dell’uomo quali valori unificanti dei popoli dell’area.
Le radici storiche della nostra civiltà hanno origine nell’area mediterranea. Il Mediterraneo fu certo teatro di guerre e contrapposizioni tra Islam e Cristianesimo, ma tuttavia fu anche epicentro del connubio tra civiltà diverse, di scambi commerciali e terreno di confronto culturale, religioso, scientifico. L’area mediterranea rappresentò un pluriverso di civiltà, il cui incontro / scontro contribuì alla evoluzione e all’arricchimento dei valori culturali e religiosi dei popoli. Affermò intorno al 1100 Fulcherio di Chartres, nella sua “Historia Hierosolymitana”: “Ora, noi che fummo occidentali, siamo diventati orientali. Chi fu latino o franco, in questa terra è diventato galileo o palestinese. Chi fu cittadino di Reims o di Chartres, ora è diventato cittadino di Tiro o di Antiochia. Ormai ci siamo dimenticati dei nostri luoghi natii: la maggior parte di noi non li ha mai visti, o addirittura mai sentiti nominare. C’è chi già possiede le proprie case e i propri servi come se fossero cose tramandategli in eredità, e c’è anche chi ha preso in moglie non una compatriota, ma una siriana, un’armena e talvolta addirittura una saracena”.
In questo mondo multietnico, aperto alla integrazione tra i popoli, si generò un processo di assimilazione tra due culture: quella islamica, erede delle culture greco – giudaiche e quella europea, dall’identità romano – cristiana. Questa moltitudine di popoli, civiltà, fedi religiose diverse e contrapposte, diede vita ad una particolare simbiosi identitaria identificabile con quel pluriverso mediterraneo, la cui memoria storica oggi è quasi scomparsa. L’era della globalizzazione ha ridotto il Mediterraneo ad una entità geografica, identificabile dalle masse dell’Occidente con le suggestioni virtuali orientalistiche e con l’immagine mediatica dei villaggi turistici.
La disgregazione del Mediterraneo ha origini lontane. Tra l’800 e il ‘900 il MENA fu oggetto delle conquiste coloniali europee e tale dominio si accentuò con la dissoluzione dell’Impero Ottomano alla fine della prima guerra mondiale. Il processo di frantumazione del MENA si perpetuò anche in epoca post – coloniale, in concomitanza della Guerra fredda: la Turchia e i paesi del Golfo Persico furono integrati nell’Occidente americano, mentre Egitto, Libia, Siria e Algeria aderirono al blocco sovietico. Aggiungasi, che la fondazione dello stato di Israele generò uno stato di guerra permanente nell’area mediorientale.
Ma fu soprattutto la trasformazione della Nato da alleanza strategica difensiva ad apparato militare aggressivo a determinare un’insanabile frattura tra l’Occidente e il mondo islamico che coinvolse il Mediterraneo, le cui opposte sponde divennero teatro di un conflitto geopolitico ancora in corso. Il nuovo atlantismo si affermò sulla scorta di disegni strategici espansionisti americani su scala globale. Con gli attentati dell’11 settembre, gli USA intrapresero una strategia aggressiva di “guerra al terrorismo” che, oltre alle guerre “preventive” in Afghanistan e Iraq (a cui fecero seguito le aggressioni alla Libia e alla Siria), comportò un espansionismo politico ed economico che si estese anche all’area mediterranea. L’Europa, già emarginata nello status post – storico di irrilevanza geopolitica, divenne, con il moltiplicarsi delle basi Nato sul proprio territorio, una piattaforma strategica per l’espansionismo americano, estesosi, oltre che nel MENA, anche ai confini con la Russia, che, ritenendosi assediata e minacciata nella sua sicurezza dall’Occidente, ha poi invaso l’Ucraina.
Le “primavere arabe”, quale strategia della Nato volta alla destabilizzazione degli stati islamici del MENA, sono fallite. Anzi hanno costituito l’occasione propizia per l’inserimento di nuovi attori dalle mire espansionistiche nell’area mediterranea, quali la Turchia, la Russia, gli Emirati arabi. L’estromissione dell’Europa dall’area è ormai un dato di fatto. La sola Francia mantiene una presenza neocoloniale nei paesi del Sahel e parzialmente in quelli del Maghreb, sempre più osteggiata dai popoli dell’area e contrastata dall’espansionismo in Africa di Russia, Turchia e Cina.

Al disimpegno americano nel MENA, ha fatto riscontro la creazione di una nuova alleanza filoccidentale tra Israele e alcuni stati arabi in funzione anti iraniana, denominata “Patto di Abramo”. E’ stata costituita infatti, una nuova Nato mediorientale, in conformità del mutamento della strategia americana nella geopolitica mediorientale, che prevede l’implementazione di un dominio americano indiretto nel MENA. Questa nuova Nato mediorientale è comunque destinata a sfaldarsi, data la diversificazione delle strategie politiche delle potenze del MENA. Israele e la maggioranza dei paesi arabi sono contrari alle politiche sanzionatorie messe in atto dagli USA nei confronti della Russia e l’Arabia Saudita ha concluso rilevanti accordi economici con la Cina.
L’espansionismo americano concepisce il Mediterraneo come un lago atlantico. Ma il mondo multilaterale avanza. E potranno anche ricomporsi le fratture interne al Mediterraneo, a condizione però che l’Europa possa assumere un ruolo autonomo dalla Nato nell’area. Così si espresse Danilo Zolo al riguardo nel suo saggio “La questione mediterranea”: “Ma tutto questo può diventare possibile solo a un’ultima condizione: che l’Europa, ritrovate le sue radici mediterranee, si mostri capace di erigersi a soggetto internazionale, dotato di una forte identità culturale e politica e perciò libero dai vincoli dell’atlantismo e aperto alla collaborazione con il mondo islamico e al confronto con le potenze asiatiche emergenti. Queste sono le condizioni di un rilancio dell’unità, della originalità e della grandezza civile del Mediterraneo che possono essere ragionevolmente pensate come un’ <alternativa>”.

Il divario economico incolmabile tra l’Occidente e il MENA

Tra le sponde nord e sud del Mediterraneo esiste una evidente asimmetria economica e tecnologica. I paesi europei della sponda nord detengono l’80% del Pil complessivo dell’area mediterranea. E tale divario nello sviluppo ha costituito il pretesto per i progetti di colonizzazione economica del MENA da parte dell’Occidente. Il fenomeno migratorio ne è una tragica conseguenza. Il debito dei paesi arabi nei confronti della UE è aumentato a dismisura negli ultimi decenni.
Alla fine del XX° secolo fu avviato un programma di partenariato economico e per la politica di sicurezza tra la UE e i paesi del MENA, denominato “processo di Barcellona”. Tali accordi avrebbero dovuto condurre all’integrazione economica dell’area mediterranea, con la prospettiva di creare una Zona di libero scambio. Tuttavia tali progetti fallirono, data l’impossibilità per i paesi arabi, dalle economie troppo deboli, di sostenere la competitività con le economie dei paesi più avanzati della UE. Tali forme di cooperazione, nel contesto del sistema neoliberista globale si sono sempre rivelate un capestro i paesi sottosviluppati. Comportano inevitabilmente un indebitamento insostenibile e quindi l’imposizione da parte del FMI di manovre di aggiustamento strutturale che conducono fatalmente i paesi meno sviluppati al default.
Occorre inoltre rilevare che il MENA è afflitto anche dalla dipendenza alimentare dal nord del pianeta, che peraltro si è gravemente accentuata con la guerra russo – ucraina. La UE ha adottato da sempre politiche protezionistiche nel settore agricolo nei confronti del MENA. L’agricoltura dei paesi del sud europeo è da decenni falcidiata dalla concorrenza selvaggia del mercato mondiale, eppure, impone paradossalmente un regime protezionistico alle importazioni dal sud del Mediterraneo.
Il dialogo e la cooperazione tra i popoli del nord e del sud del mondo sono oggi impossibili, dato il differenziale di potenza economica e politica tra l’Occidente e gli stati sottosviluppati. Ma, con l’affermarsi del multilateralismo e la dedollarizzazione dell’economia mondiale, tale divario potrà senz’altro ridursi e il Mediterraneo, trasformatosi in Medioceano, potrebbe divenire assai determinate nella costituzione di un nuovo ordine mondiale. Solo infatti in un ordine multilaterale, in cui a tutti i popoli viene riconosciuta pari dignità, potrà esserci tra gli stati dialogo, cooperazione, pacificazione.

Decostruire il fondamentalismo atlantico

Le due sponde del Mediterraneo sono oggi separate da un abisso socio – culturale incolmabile. Il dialogo è reso impossibile dal fatto che l’Europa si identifica con i valori dell’Occidente. Pertanto, considerando l’Occidente l’incarnazione di valori universali e irrinunciabili, quali i diritti del’uomo, lo Stato di diritto, la liberaldemocrazia, il libero mercato globale, sulla base di tale primato, gli USA e la UE pretendono di imporre i propri valori ai paesi islamici, come a tutto il mondo. L’Occidente americano è dunque da considerarsi un nuovo eurocentrismo atlantico, che, quale civiltà superiore, si ritiene legittimato alla colonizzazione culturale, economica e politica del mondo islamico. In virtù della sua autoreferenza, l’Occidente americano impone al mondo il suo sistema ideologico – politico con sanzioni, propaganda mediatica e guerre umanitarie. Tra l’altro, l’Occidente americano vuole esportare con le armi un sistema democratico ormai degenerato in oligarchia finanziaria e tecnocratica e pertanto assai lontano dal modello originario della democrazia rappresentativa.
Tra le sponde del Mediterraneo è in atto da decenni un conflitto politico – ideologico in cui si contrappongono le modernità occidentale e i paesi islamici, la cui cultura si è rivelata incompatibile con il processo di globalizzazione cosmopolita e neoliberista imposto dall’unilateralismo americano. Anzi, la civiltà islamica si è rivelata un elemento di resistenza al dominio globale della superpotenza americana.
Due visioni del mondo in conflitto, che si rivelano inconciliabili in quanto gli USA sono una potenza geneticamente unilaterale, incapaci di concepire “l’altro da sé”. Un mondo composto da una molteplicità di culture e identità differenziate è per gli USA inconcepibile. All’ordine mondiale unipolare fondato sui diritti dell’uomo, dovrebbe subentrare un mondo multipolare basato sul primato dei diritti dei popoli. In un ordinamento in cui l’uomo, anziché essere considerato un’entità astratta, secondo i dettami dell’ideologia liberale, ma come in individuo appartenente e partecipe di una comunità strutturata su valori culturali, politici e religiosi identitari, potrebbero essere maggiormente tutelate le liberà individuali, i diritti delle minoranze e delle classi subalterne. Allo stesso modo, nel contesto geopolitico, il primato dei diritti dei popoli, conferirebbe pari dignità a tutti gli stati e pertanto si affermerebbe un ordine che garantisca la sovranità e l’indipendenza degli stati e salvaguardi le loro identità culturali, affrancando i popoli più deboli e meno sviluppati dalla schiavitù del debito, che costituisce oggi il principale strumento del dominio occidentale.
Nel Mediterraneo si sono scontrati due fondamentalismi contrapposti. Quello islamico è infatti un fenomeno sorto come reazione esasperata al fondamentalismo del mercato, dei diritti umani, del “destino manifesto”, quale valore identitario degli USA di origine veterotestamentaria. Occorre dunque che l’Europa decostruisca il fondamentalismo dei “valori occidentali” imposto dalla occupazione americana del secondo dopoguerra. Per istaurare un dialogo occorre che ad entrambi gli interlocutori venga riconosciuta pari dignità. Attraverso il dialogo con i popoli del MENA, l’Europa potrebbe ritrovare e riconoscere se stessa, riappropriandosi della propria memoria storica, riscoprire le sue radici identitarie (in primis il cristianesimo), le origini della sua cultura premoderna. Secondo quanto afferma Franco Cassano nel suo saggio “Necessità del Mediterraneo”: “Dal divieto dell’usura al forte rilievo dato ai doveri di assistenza agli altri membri della comunità, l’Islam può essere una sponda importante per decostruire un gioco che è alla base del fondamentalismo dell’Occidente, il solipsismo dell’individualismo radicale, l’apologia di un soggetto totalmente sradicato da qualsiasi legame sociale, un’idea della libertà sempre più anomica, costruita sul modello del consumatore più che su quello del cittadino”.
Dal dialogo con l’Europa gli stessi paesi islamici potrebbero ricavare idee e progetti per creare un modello di sviluppo e modernizzazione compatibile con la propria identità culturale onde far emancipare le loro società dalle attuali condizioni di arretratezza e sottosviluppo che hanno costituito un humus assai fertile per la proliferazione del fondamentalismo islamico.
L’Europa dovrebbe dunque effettuare una decostruzione del fondamentalismo americanista che ha determinato la dissoluzione progressiva della sua identità culturale. Ossia, dar luogo ad una rivoluzione culturale al suo interno, per assumere un ruolo da protagonista nell’era del mondo multipolare ormai alle porte. Il fondamentalismo atlantico è in una fase di declino irreversibile e la UE, mai esistita come entità geopolitica autonoma dalla Nato, è in via di progressiva dissoluzione. Così si esprime al riguardo Serge Latouche nel suo saggio “La voce e le vie di un mare dilaniato”: “Tuttavia, è proprio vero che l’Europa può rinnegare la sua progenie e sciogliere il legame di solidarietà con il “mostro” che essa stessa ha generato? A dispetto delle rivalità e degli antagonismi di ogni sorta, l’Europa resta profondamente complice e solidale con gli Stati Uniti. Per affermare e rafforzare la sua differenza, l’Europa dovrebbe ricollegarsi alle sue radici premoderne e precapitaliste, come la visione mediterranea, e ritrovare la sua parentela con il suo versante orientale e ortodosso che è sempre rimasto ai margini. Queste due Europe, del sud e dell’est, confinano con l’altro: il vicino, il medio, l’estremo Oriente e, soprattutto, confinano con il mondo musulmano nelle sue varianti turca, persiana, curda, mongola, berbera e araba. Gli scambi incessanti, anche violenti, e le complicità di ogni sorta hanno preservato sempre (o almeno per lungo tempo) queste parti d’Europa dall’autismo dell’Europa atlantica che sconfina nella dismisura americana”.
Questa Europa, oggi scristianizzata e ridotta a periferia atlantica, dovrà fuoriuscire dall’Occidente e, onde liberarsi dal dominio dell’Anglosfera oggi imperante nella UE, dovrà riscoprire la sua vocazione mediterranea per poi proiettarsi nel Medioceano.
Non si riscontrano tuttavia ad oggi segni premonitori di una possibile resurrezione dell’Europa dal baratro atlantico della post storia in cui è precipitata. Ma chi farà riemergere dall’oblio secolare il pluriverso mediterraneo?

Nota: I saggi di Danilo Zolo “La questione mediterranea”, di Franco Cassano “Necessità del Mediterraneo” e di Serge Latouche “La voce e le vie di un mare dilaniato” sono stati pubblicati nel libro di AA. VV. “L’alternativa mediterranea” a cura di Franco Cassano e Danilo Zolo, Feltrinelli 2007.

Gli amici e i nemici di San Tommaso d’Aquino

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Festeggiamo san Tommaso d’Aquino, il Dottore angelico, segnalando un saggio di don Paolo De Töth in difesa del Tomismo contro i suoi falsi amici e i dichiarati nemici.
Lo studio è consultabile sul sito del “Centro Studi De Töth”, dedicato al battagliero sacerdote e giornalista antimodernista.
Sac. Paolo De Töth, Della preminenza, in sè secondo le dichiarazioni dei Sommi Pontefici LEONE XIII, PIO X, BENEDETTO XV E PIO XI, della Filosofia e Teologia Tomistica, a proposito di un opuscolo su “La Scolastica e i suoi campiti odierni”, Tipografia “La Commerciale” – Acquapendente, Anno 1936.
INDICE
I. — Gran Dottore San Tommaso, ma morto e sepolto … pag. 3
II. — Sguardo retrospettivo su l’opuscolo “La Scolastica e i suoi compiti odierni “ e osservazioni generali … pag. 6
III. — Esiste una Filosofia cristiana? … pag. 9
IV. — Filosofia cristiana e Filosofia scolastica … pag. 11
V. — Lodi che nascondono pugnalate … pag. 15
VI. — Dove sono da cercare le vere cause della decadenza della Scolastica … pag. 19
VII. — La Scolastica e i suoi compiti odierni … pag. 25
VIII. — San Tommaso nelle prescrizioni dei Pontefici Leone XIII, Pio X, Benedetto XV e Pio XI … pag. 39
IX. — Le XXIV tesi filosofiche espressione genuina del pensiero tomista e fondamento della sana e vera filosofia … pag. 50
X. — Le prescrizioni dei Papi Leone XIII, Pio X, Benedetto XV e la Compagnia di Gesù … pag. 60

Onorevole Schlein, l’aborto non è un diritto!

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Fabio Fuiano

Il 26 febbraio scorso, alle primarie del Partito Democratico (PD), la deputata Elly Schlein ha inaspettatamente sconfitto il suo sfidante, Stefano Bonaccini, conquistando così il ruolo di Segretario del PD. Le posizioni della Schlein, già dalle premesse, si rivelano ben più estreme rispetto a quelle dei segretari precedenti. Recentemente, è stato pubblicato un articolo ricordando le sue posizioni sull’obiezione di coscienza. Tuttavia, in tale sede, ci si vuole soffermare su un suo Tweet in occasione del ribaltamento della sentenza Roe v. Wade il 24 giugno scorso. La Schlein ha affermato : «La Corte Suprema Usa ha revocato il diritto costituzionale ad abortire, cancellando la sentenza #RoeVsWade. Ora potranno decidere i singoli stati. Un salto indietro di 50 anni, un terrificante salto nel buio in cui si cancellano i diritti delle donne a scegliere sul proprio corpo».

Al di là degli slogan, è necessario comprendere meglio perché le affermazioni della Schlein costituiscono un vero e proprio errore. Non basta, infatti, ripetere uno slogan per decenni o moltiplicare il numero di voci che si levano in tal senso affinché un’affermazione intrinsecamente erronea divenga vera. Dal momento che tale errore è stato persino codificato in una legge dello Stato, la 194 del 1978, che ritiene l’aborto a tutti gli effetti un “diritto”, come già spiegato dal dott. Tommaso Scandroglio (qui e qui), urge un serio approfondimento su cosa sia davvero un “diritto”. Per farlo, è buona cosa avvalersi della sana filosofia tomista compendiata nel celebre Trattato di Filosofia ad opera del professor Regis Jolivet (1891-1966), docente dell’Università Cattolica di Lione nel 1926. Egli ha trattato espressamente il tema del diritto e del dovere (Trattato di Filosofia, Volume V, tomo I, Morcelliana, Brescia, 1959, pp. 139ss). Non potendo dare nulla per scontato, si riportano qui le definizioni di “dovere” e “diritto” (pp. 140 e 163): «Il dovere (officium), in astratto, esprime l’obbligazione, la necessità morale di fare o di omettere qualche cosa. A questo titolo, esso è l’effetto formale della legge. Concretamente, la parola dovere designa  l’azione o l’omissione alla quale si è obbligati a causa della legge […]».

«In senso lato, ciò che si chiama diritto, come nell’ordine fisico significa cammino che procede senza deviare da un punto ad un altro, così, nell’ordine morale, etimologicamente, sta a indicare ciò che fa agire l’uomo senza farlo deviare dal suo fine ultimo. In senso stretto e tecnico, la parola implica l’idea di direzione, intesa come un comando e ordine della ragione (in latino ius, da iubeo, comandare). Da questo punto di vista, il diritto è ciò che è conforme alla legge, cioè il giusto».

Prosegue Jolivet (p. 164) affermando che il diritto «[…] è un potere morale, derivante cioè dalla ragione, potere che s’impone alla volontà libera e continua a sussistere a dispetto di tutte le costrizioni fisiche che impediscono il suo esercizio, creando negli altri lo stretto dovere di riconoscerlo e di rispettarlo; d’altra parte, il diritto in senso soggettivo è anche il potere di ognuno su ciò che gli appartiene, sia che lo possegga legittimamente (il suo corpo,  l’esercizio della sua attività, i beni materiali e morali), sia che possa in qualche maniera esigerlo (a titolo, per esempio, di salario o di giusto prezzo)».

Ora, essendo il diritto una relazione ad alterum, esso ha sempre un soggetto (chi esercita il diritto) un termine (su cosa si esercita) e un titolo: «Per oggetto del diritto si designa propriamente il termine materiale(o materia) del diritto: questa materia può essere sia la sostanza, sia l’attività degli esseri. Se si tratta di creature non ragionevoli, poste al servizio dell’uomo, l’uomo può rivendicare dei diritti sia sulla loro sostanza che sulla loro attività: è il principio del diritto di proprietà. L’uomo invece può rivendicare dei diritti sull’attività degli esseri intelligenti, e non sulle loro persone, le quali non hanno altro fine che Dio. Di qui la illegittimità della schiavitù».

Il titolo del diritto, in campo morale, è «il potere di possedere, di fare o di esigere qualche cosa» e «risiede nella connessione in cui l’atto, materia del diritto, si trova con il conseguimento del fine ultimo dell’uomo» (p. 167).

Alla luce di ciò ci si può chiedere: a che titolo Elly Schlein, gli abortisti e la 194, sanciscono un “diritto” di uccidere un essere umano innocente? Perché, ad essere onesti, questo è l’aborto. Essendo il diritto un potere che ognuno di noi esercita su ciò che gli appartiene, ed essendo l’aborto un atto che per sua natura agisce su un altro essere umano che non appartiene a nessuno (nemmeno alla madre), si innesca un’evidente contraddizione. L’oggetto del diritto, come specificato sopra, può essere esercitato solo sull’attività dell’uomo, ma non sull’uomo stesso. E che il concepito sia un uomo, per quanto piccolo, è scientificamente certo. Per di più, in che modo il titolo di un eventuale “diritto” all’aborto, proprio per la natura dell’atto abortivo che si esige dal medico (ovvero la materia del “diritto”), resterebbe connesso al conseguimento del fine ultimo per la donna? In effetti, la negazione di Dio è il postulato necessario perché si accetti come “lecita” la diretta ed intenzionale soppressione di un essere umano innocente.

Tuttavia, rispondiamo con Jolivet che «essendo Dio sorgente prima dell’ordine morale, il diritto è assolutamente primo; in Dio non vi sono, che dei diritti e non dei doveri propriamente detti, o, più esattamente, Dio è il Diritto vivente ed eterno, principio assoluto di tutti i diritti. Tutti i doveri delle creature procedono necessariamente dal diritto di Dio, creatore e legislatore universale e i loro diritti sulle cose o sull’attività altrui valgono solo nella misura in cui sono espressioni o determinazioni del diritto universale di Dio» (p. 172).

Dunque, non esiste alcun diritto ad abortire (o a non abortire, come alcuni affermano), ma solo un dovere assoluto di non uccidere mai l’innocente.

Due aneddoti della vita di San Pio X

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Presentiamo due aneddoti della vita di san Pio X nel periodo in cui fu Vescovo di Mantova (1884-1893).
A Mantova vi era l’uso che il 14 Marzo — genetliaco del re Umberto — le autorità civili e militari assistessero al Te Deum in Cattedrale e poi, con le stesse tube, con gli stessi abiti a coda di rondine e con le stesse fascie tricolori passassero, per una cerimonia consimile, alla Sinagoga.
Questa irriverente parificazione tra la Cattedrale e la Sinagoga non poteva non urtare il sentimento di Mons. Sarto, il quale, nel 1889, pochi giorni prima del 14 Marzo, si decise di mettere fine a questa indecorosa commedia, ponendo alle autorità cittadine questo chiaro dilemma: o in Cattedrale o in Sinagoga : o con il Vescovo o con il Rabbino !
Sconcertato per questo ultimatum del Vescovo, il Prefetto della città chiese istruzioni sul da farsi all’On. Crispi, allora Presidente del Consiglio dei Ministri e la risposta del vecchio garibaldino e fervido massone, a cui non andavano a genio i Te Deum, fu questa: «Nè in Cattedrale, nè in Sinagoga» !
La risposta non dimostrava un’ alta saggezza politica : tutt’altro !
«Ad ogni modo — conchiudeva Mons. Sarto, raccontando il curioso episodio — Crispi mi aiutò ad evitare per sempre Io scandalo».
************
S’ immagini ora se il Vescovo dei Mantovani poteva piegare davanti alle pressioni od ai capricci di un qualche Sindaco !
Il Sindaco di Cavriana — uno dei grossi paesi della Diocesi ci teneva a solennizzare il 20 Settembre, e, per imprimere meglio la data “fatidica” nella memoria dei suoi amministrati, tutti gli anni, abusando della debolezza del Parroco, voleva che fossero suonate le campane. (*)
Ma un bel giorno ecco capitare a Cavriana ín Visita Pastorale Mons. Sarto, il quale, informato in precedenza dell’ arbitrio del Sindaco, proibisce che al suo arrivo e per tutto il tempo della sua permanenza in paese si suonino le campane.
Meraviglia nel popolo che attende sulla piazza della Chiesa il Vescovo !
La sera, compiuta la Visita, prima di accomiatarsi, Mons. Sarto sale in pulpito e spiega il perchè quel giorno le campane non avevano fatto udire la loro voce perchè le campane — così disse — non devono servire per commemorare avvenimenti che hanno fatto piangere il Vicario di Cristo, offeso la Chiesa, contristato il cuore dei cattolici di tutto il mondo. L’ uso delle campane non è soggetto all’ arbitrio di alcuna autorità civile è soggetto solamente ed unicamente alla autorità ecclesiastica» .
E le campane, dietro ordine del Vescovo, allora suonarono. La commemorazione del 20 Settembre con il suono delle campane a Cavriana fu presto dimenticata.
(*)  20 Settembre era una data molto cara al Liberalismo ed alla Massoneria italiana, perchè ricordava l’ infausto 20 Settembre 1870, quando l’ esercito piemontese entrò a Roma attraverso la famosa Breccia di Porta Pia.
Fonte: P. G. Dal Gal, Beato Pio X, Il Messaggero di S.Antonio – Basilica del Santo – Padova – 1951, pagg. 188 – 190

Guerra Ucraina, cosa può succedere in caso di prolungamento o de-escalation?

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di Redazione Wall Street Italia

di Simone Borghi

A più di un anno dallo scoppio della guerra in Ucraina, mercati e investitori si chiedono come cambierà lo scenario nei prossimi mesi. Scontato dire che molto dipenderà dagli sviluppi del conflitto sia sul campo di battaglia che sul lato diplomatico. A questo proposito, gli esperti si dividono tra coloro che temono una guerra prolungata con un peggioramento della situazione geopolitica e quelli che credono in una de-escalation ancora possibile.

Innanzitutto, c’è da dire che i mercati non amano l’incertezza e ciò si visto dall’andamento dei listini a cavallo dei periodi di guerra e tensione geopolitiche. Ad apprendere dalla storia dell’ultimo secolo, la maggiore volatilità dei mercati è sempre stata dovuta all’incertezza del clima politico ed economico che precede l’esplosione di un conflitto importante. Gli investitori, infatti, non temono tanto le guerre quanto piuttosto la mancanza di controllo sugli eventi in corso.

A giudicare da quanto sta accadendo ai mercati globali in questo momento, che sono praticamente tornati sui livelli pre-conflitto, ci sono le premesse per supporre che anche il conflitto tra Russia e Ucraina determini conseguenze borsistiche coerenti a quanto avvenuto nella storia. Le ondate di volatilità che si sono viste sui listini sono una delle caratteristiche chiave del clima dei mercati nelle fasi subito precedenti o appena iniziali di un conflitto e storicamente tale clima si è sempre disteso a conflitto in corso i listini tornano invece a crescere. La storia insegna che le borse non “disdegnano” le guerre, ma la domanda che ci poniamo tutti è quando finirà il conflitto Russia-Ucraina.

Gli effetti di un prolungamento della guerra

La guerra senza fine potrebbe esacerbare la crisi energetica. È quello che pensano gli esperti di S&P Global Ratings, secondo cui c’è un rischio significativo che il conflitto militare tra Russia e Ucraina si protragga, esacerbando la crisi energetica dell’Europa, mentre i tassi d’interesse nei mercati sviluppati potrebbero essere costretti a salire ancora più bruscamente rispetto allo scenario di base, per mitigare le crescenti pressioni inflazionistiche. Ciò potrebbe portare a una recessione più profonda del previsto in Europa e, in misura minore, negli Stati Uniti, con un concomitante aumento della disoccupazione.

Considerando l’aumento dei rischi e la loro potenziale attuazione, S&P Global Ratings ha sviluppato uno scenario negativo, con una probabilità che si verifichi pari a uno su tre. In Europa, lo scenario negativo vedrebbe prezzi energetici elevati e razionamenti. La Bce sarebbe costretta a seguire la Fed a causa del deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro, alimentando l’inflazione importata. Dal punto di vista borsistico, questo porterà al perdurare del clima di incertezza, che ai mercati proprio non piace, con ritorno di volatilità nel caso la situazione geopolitica peggiori.

Gli effetti di una de-escalation del conflitto

Uno scenario di de-escalation è quello invece prospettato dagli analisti di Barclays, i quali ritengono che qualsiasi forma di cessate il fuoco tra la Russia e l’Ucraina potrebbe ridurre la pressione sui mercati europei del gas, oltre che su quelle aziende che hanno un’esposizione più ampia alla Russia.

Guardando oltre, la storia degli ultimi cento anni ci insegna che il più delle volte i mercati reagiscono con grande forza alla fine di eventi dal grave impatto socio-economico. Il rimbalzo che solitamente si innesca a fine guerra viene dato dalla tempestività degli investitori nel modificare gli asset economici dalla fase bellica all’investimento post-bellico. Ed è tutta qui che si gioca la partita della ricostruzione.

Nei principali conflitti della storia i mercati azionari hanno impiegato circa 15 sedute per riprendersi. L’equilibrio dei mercati e le prospettive di ripresa sono in mano a tutte queste dinamiche, che gli investitori, anche nel caso del conflitto in corso, non possono ignorare.

Fisco, pronta la riforma: ecco tutte le novità

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di Giulia Schiro

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha sintetizzato la legge delega, strutturata in quattro parti, con 21 articoli in tutto, sulla riforma del fisco a cui sta lavorando il Governo, che rinnoverà gli scaglioni Irpef, le aliquote Ires e Iva e il sistema fiscale per gli enti locali. La proposta è pronta per essere portata in consiglio dei ministri, se non ci saranno intoppi, già la prossima settimana.

Con la delega, l’Esecutivo chiede al Parlamento 24 mesi di tempo per ripensare in modo complessivo le tasse italiane, dall’Irpef che si riduce a tre aliquote all’Ires che invece si sdoppia; rafforzare lo Statuto dei diritti del contribuente; semplificare i procedimenti dichiarativi, accertativi, di riscossione e del contenzioso; ristrutturare le sanzioni amministrative e penali e infine riordinare le norme in testi unici. Fra i principi cardine tornano dunque molti dei temi a cui ha lavorato il governo Draghi, tranne la riforma del catasto che ha fatto alzare al centrodestra le barricate.

Obiettivo flat tax per tutti i lavoratori

Sull’Irpef l’obiettivo è in due tempi. Il primo passo è quello della riduzione a tre scaglioni, con una riduzione delle aliquote da finanziare attraverso una revisione delle tax expenditure. Il contatore del Mef, a caccia di coperture per una riforma che non può andare in deficit proprio mentre i tassi salgono e le regole fiscali europee ritornano in campo, si è fermato a poco più di 600 voci che oggi costano 165 miliardi di euro ogni anno. Per ridurre questa spesa, si legge nei documenti preparati dal Mef, il Governo lavorerà a una “forfetizzazione” per scaglioni di reddito, che in pratica dovrebbe diminuire le detrazioni all’aumentare dell’imponibile: le ipotesi tecniche parlano per esempio di un tetto alla fruizione degli sconti che potrebbe essere fissato al 4% dell’imponibile per i redditi più bassi, per poi scendere a percentuali inferiori quando i guadagni dichiarati salgono. Dal vincolo sarebbero escluse le detrazioni più delicate come quelle sanitarie e per l’istruzione e le deduzioni sugli interessi passivi dei mutui prima casa e dei contributi ai collaboratori famigliari.

L’idea del Governo sarebbe quindi quella di accorpare la seconda e la terza aliquota dell’Irpef, fissate oggi al 25% e al 35%, in una fascia con una percentuale di prelievo pari al 27% o al 28%. Chi oggi guadagna tra i 15 mila e i 28 mila euro, quindi, andrebbe a pagare il 2% in più di tasse, percependo uno stipendio netto inferiore. Beneficeranno invece della misura quelli che hanno un reddito imponibile compreso tra i 28 mila e i 50 mila euro. Le tre aliquote, nelle intenzioni del governo, dovrebbero però appunto rappresentare solo il primo passo verso la flat tax, indicata dalla delega come punto di approdo a lungo termine.

Doppio livello per la tassa sulle imprese

Il progetto del Governo sdoppia l’Ires, l’imposta sui redditi delle società. Con una filosofia simile a quella che ha ispirato nell’ultima manovra la flat tax incrementale, la delega prospetta di affiancare all’aliquota ordinaria del 24% una tassazione agevolata per la quota di reddito che nei due anni successivi viene destinata alle assunzioni o agli investimenti in beni strumentali innovativi o qualificati. Anche in questo caso le distanze politiche fra destra e sinistra sembrano superate da un meccanismo che prova a introdurre nel sistema fiscale una versione strutturale del programma Industria 4.0. Nel capitolo sulle imprese troverà poi spazio una semplificazione della disciplina sulla deducibilità degli interessi passivi e il riordino del regime di compensazione delle perdite fiscali.

Iva e Irap

La delega mette poi nel carnet dei propri obiettivi la razionalizzazione delle aliquote Iva e delle operazioni esenti. Il riordino dei panieri punterà a garantire trattamenti fiscali omogenei per beni simili fra loro, e proverà anche a semplificare le regole sulle detrazioni e le complesse normative sul gruppo Iva (che attualmente ad esempio impongono aliquota massima a beni di prima necessità come l’acqua minerale). Il Codacons stima che un eventuale azzeramento dell’Iva su alimentari e beni di prima necessità produrrebbe risparmi diretti fino a 300 euro annui a famiglia, oltre a positivi effetti indiretti sul fronte delle tariffe al pubblico praticate da attività ed esercizi commerciali se i commercianti non faranno i furbi.

Il ridisegno del fisco guarderà poi ai meccanismi, oggi giudicati ancora troppo lenti e farraginosi, dei rimborsi per cittadini e imprese. Torna poi l’idea di mettere in archivio l’Irap, per trasformarla in una sovraimposta da applicare alla base imponibile dell’Ires. Anche in questo caso, si tratta della riedizione di un obiettivo già presente nella delega Draghi.

Redditi finanziari

Per quanto riguarda i redditi di natura finanziaria, si prevede, tra le altre cose, il raggruppamento dei redditi di capitale e dei redditi diversi di natura finanziaria in un’unica categoria reddituale soggetta a tassazione in base al principio di cassa e di compensazione e un’imposta sostitutiva agevolata sui redditi di natura finanziaria conseguiti dalle casse di previdenza.

Addio mini-imposte, arriva il tributo unico

Addio infine all’imposta di bollo, a quelle ipotecaria e catastale, ai tributi speciali catastali e alle tasse ipotecarie: saranno sostituite da un tributo unico, “eventualmente in misura fissa”. Nell’ottica di una generale razionalizzazione, è prevista l’estensione dell’autoliquidazione anche per l’imposta di successione e per l’imposta di registro.

Toscani scatenato

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di Alfio Krancic

“Non quei buzzurri fascisti di m…”. Delirio Toscani pro Schlein: “Esteticamente…”
2 Marzo 2023 – 12:19
Il fotografo si allinea con la Schlein e fa partire la sviolinata: “È la donna del futuro. Anche esteticamente…”. Insulti e provocazioni invece per la Meloni: “Dio, patria e famiglia sono la rovina. L’immigrazione? Una fortuna”

Sulla validità e legittimità della Messa “tridentina”

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Sul blog di Aldo Maria Valli sono stati pubblicati alcuni interventi sulla questione dell’assistenza alla Messa di San Pio V: prima la lettera di un lettore, poi la risposta di don Nicola Bux e infine la replica del Distretto italiano della Fraternità Sacerdotale San Pio X.
Un lettore di Sodalitium ha chiesto a don Francesco Ricossa un parere sul contenuto degli interventi. Pubblichiamo prima la risposta di don Ricossa (breve e incisiva) e poi gli interventi precedenti.

Caro F.
su ‘monsignor’ Bux ho già scritto su Sodalitium n. 65 (l’articolo sui tre anelli): è un vero modernista adepto del dialogo interreligioso. Che sia creduto un conservatore o tradizionalista la dice lunga su come i modernisti stiano ‘gestendo l’opposizione’ mettendo loro esponenti a capo dell’opposizione tradizionalista.
Quanto alla Fraternità, essa è ancora più irritante. Da un lato invoca lo stato di necessità (che esiste certamente, ma che richiede che il Papa non ci sia o sia impedito ad agire), dall’altro obietta a Bux tutti i privilegi loro concessi da “Papa Francesco” e predecessori, che li regolarizza di fatto. Ma se la Chiesa è in stato di necessità in quanto governata da modernisti, come mai i modernisti dicono che la Fraternità è cattolica, e le danno il diritto di celebrare, confessare, benedire le nozze ecc. (cosa che non fanno con noi)? Con questi argomenti i sacerdoti della Fraternità si danno la zappa sui piedi.
Infine, paradossalmente, Bux ha ragione, seppur per il motivo sbagliato: le messe della Fraternità sono valide (se dette da sacerdoti ordinati col rito cattolico, da vescovi consacrati col rito cattolico, cosa che ormai nella Fraternità non è più scontata) ma sono illecite, anzi sacrileghe. Non perché sarebbero fuori dalla comunione con Bergoglio, come dice Bux, ma per il motivo opposto: perché sono in comunione con Bergoglio.
don Francesco Ricossa

1) “Ho scoperto la Messa tridentina. Ma quanti dubbi!” / Con una risposta di monsignor Nicola Bux

Caro Valli, sono stato alla Messa in rito tridentino nella chiesa di Santi Celso e Giuliano, a Roma. Il celebrante era un giovane sacerdote, mi sembra dell’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote.
Nella chiesa c’è una bella immagine di san Giovanni Paolo II (sono molto devoto a questo santo) e da tale particolare deduco che i sacerdoti lì non siano lefebvriani. Pertanto non rischio scomuniche latae sententiae se decido di andarci più spesso, giusto?
Del resto, lo stesso san Giovanni Paolo II era stato nella sostanza tollerante con i fedeli “tradizionalisti” a condizione che riconoscessero l’autorità del pontefice e la liceità delle Messe in volgare.
Inoltre, se non sbaglio, il motu proprio del 2007 emanato da Benedetto XVI ha comunque permesso a tutti i fedeli che ne abbiano il desiderio di partecipare a Messe in rito tridentino, purché celebrate da sacerdoti lecitamente ordinati e in comunione con Roma.
La Messa tridentina è considerata una forma straordinaria del rito romano, e di per sé non è mai stata bandita. La regola dovrebbe essere questa fintantoché non ci siano nuove decisioni di papa Bergoglio. Conferma?
Le confesso che, come tutti quelli della mia generazione (sono nato nel 1982), sono cresciuto con le Messe in rito ordinario e non ho per niente dimestichezza con la liturgia tridentina, ma ne sono attirato.
Tra le differenze più evidenti, noto l’assenza della preghiera dei fedeli e del segno della pace (come mi era stato raccontato dai miei genitori). Non so se il brano del Vangelo coincide con quello del rito ordinario.
Nel complesso, si ha la sensazione che Cristo sia davvero il protagonista della celebrazione e non l’assemblea o il suo “presidente”.
Non vi sono i canti (con chitarre annesse!) che in base alla mia personale esperienza in alcuni contesti sembrano essere diventati più centrali della celebrazione eucaristica stessa.
Inoltre, il testo del Padre nostro dovrebbe rimanere quello tradizionale (a sua volta corrispondente quasi perfettamente alla versione greca risalente alla fine del primo secolo), senza gli adattamenti leciti ma poco convincenti che entreranno in vigore a novembre. Ho capito bene?
Lo ripeto: riconosco di non essere abituato alla liturgia tridentina e mi ci vorrà un po’ di tempo per acquisire familiarità. Ma ora che l’ho scoperta non la lascerò.
Mi può consigliare qualche lettura per aiutarmi in tal senso?
Lettera firmata

2) Risponde monsignor Nicola Bux

Caro Valli, la chiesa romana dei Santi Celso e Giuliano era la parrocchia nella quale fu battezzato Eugenio Pacelli, ilvenerabile papa Pio XII.
L’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, a cui appartiene il celebrante della Messa di cui parla il lettore, è di diritto pontificio e quindi cattolico a pieno titolo. Esso celebra la Santa Messa nella forma straordinaria, chiamata comunemente tridentina.
È vero che in questa Messa risalta maggiormente la centralità di Cristo, perché il sacerdote appare davvero come ministro, servitore di Dio, decentrato rispetto all’altare e alla Croce.In questa Messa, poi, l’ordine delle letture è proprio, risalente a san Girolamo. Invece l’ordine delle letture della Messa nella forma ordinaria è stato confezionato dopo il Vaticano II.
L’Istituto di Cristo Re è uno degli istituti addetti a ciò. Invece la Fraternità Sacerdotale San Pio X, composta dai sacerdoti e fedeli che hanno seguito lo scisma dell’arcivescovo Lefebvre, non è rientrata nella comunione della Chiesa cattolica, nonostante l’atto di revoca delle scomuniche e la licenza del papa regnante riguardante la celebrazione dei sacramenti del matrimonio e della penitenza.
Quanto alla Santa Messa celebrata dai loro sacerdoti, valida anche se non legittima – appunto a motivo della perdurante non comunione – dovrebbe valere quanto stabilito dal Direttorio ecumenico per le confessioni separate da Roma; ossia, i fedeli che si trovano in regioni ove non fosse facile accedere a luoghi di culto cattolico possono supplire andando dagli ortodossi e appunto dai lefebvriani. Dove invece vi fossero chiese cattoliche, non dovrebbe esserci motivo per non andare alla Santa Messa celebrata da ministri in comunione con la Chiesa cattolica.
La ragione è che la legittima celebrazione dell’Eucaristia e la vera partecipazione ad essa, presuppongono come esistente la comunione ecclesiale, per consolidarla e portarla a perfezione(cfr Giovannni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 35). Tra comunione ecclesiale e comunione eucaristica c’è un nesso ineludibile.
Forse tutto ciò, nella confusione attuale, diventa difficile da comprendere. D’altronde se perdurasse lo scisma, e alla morte degli attuali vescovi della Fraternità subentrassero altri vescovi ordinati senza il mandato di Roma, costoro aprirebbero una successione di vescovi illegittimi analogamente a quanto avvenne per gli scismatici orientali ortodossi. E ciò è già avvenuto, in quanto monsignor Williamson, uno dei vescovi consacrati da monsignor Lefebvre, ha a sua volta consacrato altri due-tre vescovi. Le loro ordinazioni sarebbero valide, ma del tutto illegittime. Speriamo quindi che la FSSPX rientri nella comunione cattolica.
Sul Padre nostrorimando al recente libretto a più mani da lei curato, caro Valli: Non abbandonarci alla tentazione? Riflessioni sulla nuova traduzione del “Padre nostro” (Chorabooks, 2020).
Consiglio come letture utili: Claude Barthe, Storia del Messale tridentino, Solfanelli 2018. E, perdonando l’autocitazione: Nicola Bux, Come andare a Messa e non perdere la fede, II edizione, Il Giglio, 2016.
In Domino Iesu
Nicola Bux
https://www.aldomariavalli.it/2020/02/20/ho-scoperto-la-messa-tridentina-ma-quanti-dubbi-con-una-risposta-di-monsignor-nicola-bux/

3) “Valide ma illegittime”? Un intervento dei sacerdoti del Distretto italiano della Fraternità San Pio X

Nei giorni scorsi sul blog di Aldo Maria Valli è apparsa una risposta di monsignor Nicola Bux a una lettera, inviata da un lettore, che chiedeva maggiori lumi sulla Messa tridentina, dopo aver assistito ad una celebrazione dell’Istituto Cristo Re in una chiesa dell’Urbe.
Il sacerdote ne approfittava per spiegare diverse cose, tirando in ballo la Fraternità San Pio X, le cui Messe vengono definite “valide ma illegittime”, e che viene trattata alla stregua di una comunità non cattolica. Ne esce un discorso che, prima ancora di essere teologicamente e canonicamente lontano dalla realtà, è anche incoerente in sé stesso.
Monsignor Bux sostiene che la Fraternità San Pio X sia scismatica, mettendola al pari con le “chiese ortodosse” e dicendo che solo nel caso in cui non vi fosse altra possibilità, sarebbe lecito ricevere i sacramenti da noi (come dagli ortodossi). Facciamo solo notare che, anche da un punto di vista puramente legalistico (come è quello di mons. Bux), già nel 1994 (quindi nel pieno vigore delle cosiddette “scomuniche”) la Pontificia Commissione per l’Unità dei Cristiani, nella persona del cardinal E. Cassidy, rispondeva che la questione della Fraternità non era di sua competenza, essendo questa “una questione interna alla Chiesa cattolica”. Ugualmente, nel 2002 e 2003, la Pontificia Commissione Ecclesia Dei aveva precisato che l’assistenza alla Messa presso la Fraternità San Pio X poteva essere ammessa per soddisfare il precetto domenicale, e non solo in casi estremi. Le stesse concessioni del potere di confessare ovunque e di celebrare matrimoni e Messe nuziali, fatte da Papa Francesco ai preti della Fraternità (e citate dallo stesso mons. Bux), dovrebbero quantomeno fargli capire che il nostro caso non è considerato dalle “norme” alla stessa stregua di quello delle comunità separate. Quindi il parallelo fatto da mons. Bux è impietosamente smentito dai Papi stessi a cui fa riferimento; casomai è la Fraternità a chiedersi in che modo sia ancora cattolico chi ha alterato vistosamente le verità della fede per piacere al mondo, dal Concilio in poi. Per essere sacramentalmente uniti, infatti, ci vuole unità di governo, ma questa stessa è al servizio dell’unità nella vera fede, che mons. Bux nemmeno cita.
Mons. Nicola Bux ci dice che la comunione ecclesiale è essenziale per ricevere insieme la comunione sacramentale. Un principio bellissimo e giustissimo, smentito, però, da quella concessione di ricevere i sacramenti da membri di altre “chiese” da lui citata. A questa nuova dottrina del Vaticano II, contraria al Magistero di sempre, si oppone la Fraternità San Pio X, che appunto ritiene che la Chiesa sia Una. Proprio per opporsi a questa ed altre nuove dottrine, monsignor Lefebvre e la Fraternità sono incorsi in censure da noi sempre ritenute invalide. Mons. Bux, invece, contesta volentieri il Papa regnante, ma non ne assume alcuna conseguenza. Per lui, gravissime eresie possono essere diffuse nella Chiesa senza che questo renda lecita e necessaria una resistenza come quella che, coraggiosamente, intraprese monsignor Lefebvre.
Ma andiamo avanti: nella prima versione del testo, poi modificata (ma leggibile in copia cache e da noi salvata) mons. Bux scriveva quanto segue: «D’altronde se perdurasse lo scisma, e alla morte degli attuali vescovi della Fraternità subentrassero altri vescovi ordinati senza il mandato di Roma, costoro non sarebbero solo illegittimi come i primi, ma anche invalidi, e quindi le eventuali ordinazioni sacerdotali sarebbero nulle». Una tale enormità teologica, poi corretta perché, evidentemente, saltata agli occhi di qualcuno, non può essere scritta nemmeno per sbaglio da chi ha una conoscenza anche elementare della teologia sacramentaria, e fa il paio con quelli che dicono che se si nomina Papa Francesco nel canone la Messa diventa invalida. Mons. Bux aveva detto poco prima che si può andare a Messa dagli ortodossi in certi casi, perché la loro Messa è valida sacramentalmente: ma gli ortodossi ordinano vescovi senza mandato papale da mille anni, e nessuno dubita della validità di tali ordinazioni, che sono “solamente” illecite. Non solo: mons. Rangel, consacrato vescovo per L’Unione Sacerdotale San Giovanni Maria Vianey (Campos, Brasile) dai vescovi della Fraternità San Pio X nel 1991, si riconciliò con Roma nel 2001, e fu considerato (logicamente) dalla Santa Sede come validamente ordinato. Fortunatamente per lui, mons. Bux ha corretto un errore così grossolano; ma, intanto, ha lanciato il sasso e molti lettori possono essersi “bevuti” la prima versione.
Al lettore che ha scoperto la Messa tridentina, noi suggeriamo di andare ancora un po’ oltre: la sua «sensazione che Cristo sia davvero il protagonista della celebrazione e non l’assemblea o il suo “presidente”» è un ottimo punto di partenza per capire che, se i due riti esprimono concetti contraddittori, non possono convivere, ma si escludono. Non sono due versioni di uno stesso rito, ma due linguaggi per esprimere idee opposte su presenza reale, sacrificio della Messa e sacerdozio. Gli consigliamo anche noi delle letture: il Breve esame critico del Novus Ordo Missae, dei Cardinali Ottaviani e Bacci, facilmente reperibile in rete; il libro La Messa di sempre, di Mons. Lefebvre (disponibile presso le edizioni Piane); e anche, sempre di Mons. Lefebvre, Lo hanno detronizzato. Potrà, così, scoprire che, ad essere incompatibili, non sono solo i due riti, ma anche le due teologie, quella cattolica e quella modernista dei Papi del post concilio. Se vedrà che questo è vero, capirà anche le ragioni della resistenza della Fraternità San Pio X che, a differenza di alcuni contestatori dell’attuale Pontefice, non si è limitata a delle velleità, ma ha ritenuto la preservazione della Fede un bene fondamentale, più alto del diritto puramente positivo e da difendere ad ogni costo. Capirà che per poter avere dei preti che non vanno in un seminario dove devono accettare degli errori per essere ordinati, occorreva fare ciò che Monsignor Lefebvre ha fatto. Mons. Bux e alcuni prelati conservatori convengono che almeno in questo pontificato ci siano gravissimi errori, disseminati dalle più alte autorità della Chiesa. Possibile, allora, che questo per loro non sia importante, e che la professione della Fede non conti niente per loro? Un candidato al sacerdozio che si rende conto degli errori di Amoris laetitia o del Sinodo “amazzonico” dovrà fare lo gnorri per tutto il corso del suo seminario, fingendo di essere d’accordo? È questa una situazione accettabile per mons. Bux? O non è forse una situazione eccezionale, che rende leciti mezzi eccezionali, come quelli presi da mons. Lefebvre contro gli errori conciliari e post-conciliari?
Se il lettore seguirà la sua buona ispirazione, unirà la Messa tridentina alla Dottrina cattolica che la esprime e si troverà logicamente ad escludere gli errori: cioè entrerà nella realtà della Fede e non nello sterile legalismo. Non farà, cioè, come mons. Bux e scoprirà che la Messa tradizionale esprime delle verità che l’altro rito nega. In breve, sarà portato a fare una scelta di principio. Non di comodo.
A tutti quelli che volessero approfondire la questione, consigliamo le stesse letture, accompagnate anche da un buon manuale di teologia sacramentaria e da uno di ecclesiologia (magari il De Sacramentis di Padre Cappello, e il De Ecclesia di Billot o di Franzelin). Sulla situazione canonica della Fraternità potrebbe giovare il libro del Prof. Pasqualucci, La persecuzione dei “Lefebvriani”, Edizioni Solfanelli.
I Sacerdoti del Distretto italiano della Fraternità San Pio X
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