Dal buddismo alla fede cattolica: Angela Ruggiero al Festival della Canzone Cristiana Sanremo 2023

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di Maria Luisa Donatiello

ANGELA RUGGIERO SUL PALCO DEL SANREMO CRISTIAN MUSIC FESTIVAL: “LA MIA ARTE HO DECISO DI DONARLA A DIO”

Francesca Samarati, in arte Anìma, di San Donato Milanese, con la canzone “Ti verrò a cercare“, è la vincitrice della seconda edizione del Festival della Canzone Cristiana Sanremo 2023. A decretare la vittoria è stata la giuria collegata dalla sede di Firenze e dalla sede di Palermo, il cui Presidente Onorario è stato Monsignor Giovanni D’Ercole. Le votazioni sono state convalidate dall’Avvocato Marco Monetti, Fondatore della Monetti e Associati.

Si è classificata al secondo posto Silvia Dottori, con la canzone “Lontano da qui”, mentre il terzo posto è stato conquistato dal gruppo Nova con la canzone “Passio” .

Il Premio Papaboys Sanremo Cristian Music Festival 2023 è stato assegnato a Filippo Rossi, in arte Nothingless, con la canzone “L’amore di Gesù“. Il premio discografico speciale è stato attribuito a Giuseppe Santilli con la canzone” Verbum Dei“, il Premio della Stampa a Federica Paradiso con la canzone “Credere – Dammi un’ala di riserva”, il Premio Festival della Canzone Cristiana a Giuseppe Maria Bità con la canzone “Sono solo un uomo“, il Premio miglior composizione a Irene Coco con la canzone “Luce Gentile“, il Premio Giovanni Paolo II a Nazareno Carchidi con la canzone “Come ti ho visto in quel film”, il Premio Alberto Testo a Piernicola Dallazeta con la canzone “Alla ricerca del mio Dio“, il Premio miglior Testo a Piero Chiappano con la canzone “Una carezza leggera” e il Premio Migliore interpretazione ai Saul City con la canzone “Cosa posso darti” .

Questa seconda edizione è stata condotta dall’attrice Daniela Fazzolari, dal Direttore artistico Fabrizio Venturi e dal Dj Mitch. Ospite della finale è stato il cantautore Aleandro Baldi, che si è esibito con la canzone “Passerà“, con cui ha vinto il Festival di Sanremo del 1994.

“La seconda edizione del Festival che ha dato ampio spazio ad importanti riflessioni su tematiche, purtroppo, molto attuali: il femminicidio, la violenza in ogni sua forma, la guerra, le diseguaglianze e l’indifferenza sociale. Penetranti sono stati i messaggi con i quali abbiamo voluto spronare la coscienza umana al risveglio del senso morale e spirituale che sembra essersi sopito, come i mali della società attuale dimostrano. Il nostro canto intende essere, pertanto, un canto di speranza e una fervida preghiera. Abbiamo inteso porre in luce come la fede cristiana rappresenti un momento di condivisione di intenti migliorativi della nostra società che cambia. La canzone, in tale ottica, costituisce il veicolo privilegiato per diffondere messaggi di amore e speranza”, ha dichiarato l’organizzatore del del Cristian Music Festival Fabrizio Venturi.

Il Festival si prefigge la finalità di diffondere e di far conoscere anche in Italia la canzone di ispirazione cristiana o Christian music, genere che canta il rendimento di grazie a Dio e la gioia della fede. “Sant’Agostino scriveva che chi canta prega due volte e, convinti che il canto sia una preghiera di elevato vigore, ci prefiggiamo come obiettivo primario di innalzare una preghiera universale mediante il nostro Festival”, ha ricordato Venturi.

In occasione della seconda edizione del Festival della Canzone Cristiana Sanremo 2023 Informazione Cattolica ha intervistato la cantautrice Angela Ruggiero.

L’abbiamo vista sul palco del Sanremo Cristian Music Festival 2023, appena concluso, con una bellissima canzone che ha presentato. Ci racconta della sua personale esperienza di incontro con il Signore?

Molti conosceranno la mia storia come cantante, autrice e come docente di canto, ma ad un certo punto della mia vita, a causa del Covid che ci ha costretti a una pausa forzata, ho investito anche in altro. Provenivo da un’esperienza molto forte legata all’obesità e ai disturbi del comportamento alimentare, così decisi di ricominciare a studiare per trasformare il mio problema in opportunità per me e per gli altri. Mi sono laureata in Scienze e Tecniche motorie preventive e adattate e poi in Nutrizione umana. Da molti anni ero lontana dalla fede cristiana, praticavo il buddismo da oltre tredici anni, ma durante un mio ultimo ricovero in una clinica per disturbi del comportamento alimentare, due anni fa, sono rientrata in Chiesa dopo tanto tempo e mi sono sentita “a casa”. Da gennaio scorso ho sentito un profondo amore verso Cristo e la Chiesa, ho ricominciato a praticare il cristianesimo assiduamente, a studiare e a cantare per Lui.

Pregando e lodando il Signore cosa le è successo?

Ho iniziato a sentire sempre meno quel vuoto esistenziale che mi aveva attanagliato per anni, piangendo, come canto nel mio primo brano di conversione “Parlerò di Te Signore”, sentivo che stavo guarendo. Da lì la mia missione ha preso forma, sono diventata biologa nutrizionista, ho aperto il mio studio e ho oferto le mie competenze e la mia esperienza agli altri, mentre la mia arte ho deciso di donarla a Lui che a Sua volta mi ha donato il talento e la creatività. In un anno ho scritto oltre dieci brani per Lui e con uno di questi ho deciso di partecipare alle selezioni di Sanremo Musica Cristiana. Con stupore sono stata selezionata per la finale che ho vissuto con emozione e infinita gratitudine. A “Te che Sei”, titolo del mio brano, è una vera e propria dichiarazione d’amore a Lui, che è tutto e può tutto e quel “Sei” racchiude la sua onnipotenza, la sua grazia e il suo amore.

Ha apprezzato le canzoni degli altri concorrenti in gara? Quale canzone in particolare le è piaciuta?

È stato un onore salire su quel palco dove il comune denominatore era Dio e non può esistere una composizione brutta quando si parla di Lui. Tutti i concorrenti mi hanno emozionata e non ho avvertito per niente la competizione, ma la condivisione e la gioia di cantare per nostro Signore. Ognuno con il proprio stile e la propria personalità ha cantato il suo amore per Dio ed è stato meraviglioso!

Quali sono i suoi progetti futuri artistici e di vita cristiana?

In questo momento i miei brani di musica cristiana hanno un arrangiatore d’eccellenza Luca Bechelli che ha sposato il mio progetto, stiamo lavorando insieme al mio primo lavoro discografico che sto registrando in Toscana e intanto sto portando in giro la mia Testimonianza Concerto. Domenica 19 febbraio sarò all’Abbazia del Goleto a Sant’Angelo dei Lombardi (Av) per lodare e glorificare Dio attraverso le mie-Sue composizioni, perché ciò che scrivo è Sua opera, io non credo di esserne capace da sola, è Lui la mia guida e sempre per citare un passo del mio primo brano di conversione: “Signore fa di me strumento per la Pace, canterò per Te, giurerò a Te amore eterno e parlerò di Te.” Tutto a lode e gloria di Dio e per quanto riguarda i miei progetti futuri sia fatta la Sua volontà!

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2023/02/13/dal-buddismo-alla-fede-cattolica-angela-ruggiero-al-festival-della-canzone-cristiana-sanremo-2023/

Catechismo Maggiore di San Pio X – Delle domeniche di Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima (nel 2023: 5, 12 e 19 febbraio)

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29 D. Quali sotto le domeniche che si chiamano di settuagesima, sessagesima e quinquagesima?

R. Si chiamano domeniche di settuagesima, sessagesima e quinquagesima la settima, sesta e quinta domenica avanti quella di Passione.

30 D. Per qual ragione la Chiesa dalla domenica di settuagesima fino al sabato santo tralascia nei divini uffici l’Alleluia, ed usa paramenti di color violaceo?

R. La Chiesa dalla domenica di settuagesima fino al sabato santo tralascia nei divini uffici l’Alleluia, che èvoce di allegrezza, ed usa paramenti di color violaceo, che é color di mestizia, per allontanare con questi segni di tristezza i fedeli dalle vane allegrezze del mondo ed insinuare ad essi Io spirito di penitenza.

31 D. Quali cose ci propone la Chiesa a considerare nei divini uffici delle settimane di settuagesima, sessagesima e quinquagesima?

R. Nei divini uffici della settimana di settuagesima la Chiesa ci rappresenta la caduta dei nostri progenitori, e il loro giusto castigo; in quelli della settimana di sessagesima ci rappresenta il diluvio universale mandato da Dio per castigo dei peccatori; in quelli poi dei primi tre giorni della settimana di quinquagesima ci rappresenta la vocazione di Abramo, e il premio dato da Dio alla sua obbedienza e alla sua fede.

32 D. Donde viene che, malgrado le intenzioni della Chiesa, nel tempo di settuagesima, sessagesima e quinquagesima, più che in qualunque altro, si vedono tanti disordini in una parte di cristiani?

R. In questo tempo più che in qualunque altro, si vedono tanti disordini in una parte di cristiani per malignità del demonio, il quale volendo contrariare i disegni della Chiesa, fa i maggiori suoi sforzi per indurre i cristiani a vivere secondo i dettami del mondo e della carne.

33 D. Che cosa dobbiamo fare per conformarci ai disegni della Chiesa nel tempo di carnevale?

R. Per conformarci ai disegni della Chiesa in tempo di carnevale bisogna star lontani dagli spettacoli e dai divertimenti pericolosi, e attendere con maggior diligenza all’orazione e alla mortificazione, facendo qualche visita straordinaria al Santissimo Sacramento, massime quando sta esposto alla pubblica adorazione; e ciò per riparare a tanti disordini, coi quali Iddio in questo tempo viene offeso.

34 D. Se vi fosse necessità di trovarsi a qualche pericoloso divertimento del carnevale, che cosa deve farsi?

R. Chi per necessità si trovasse a qualche pericoloso divertimento del carnevale, deve prima implorare l’aiuto della divina grazia per evitare ogni peccato; poi recarvisi con grande modestia e ritenutezza, e dopo, raccogliere lo spirito colla considerazione di qualche massima del vangelo.

Fonte: https://www.sodalitium.biz/catechismo-maggiore-di-san-pio-x-delle-domeniche-di-settuagesima-sessagesima-e-quinquagesima/

LA SFIDA DELLA “DECOLONIZZAZIONE” E LA NECESSITÀ DI UNA RIDEFINIZIONE GLOBALE DEL NEOCOLONIALISMO [2]

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“Colonialismo”: un tentativo di chiarimento

Nel 1960, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la “Dichiarazione sulla concessione dell’indipendenza ai Paesi e ai popoli coloniali” su impulso dell’Unione Sovietica, era chiaro a tutti i partecipanti ai processi internazionali quali fossero i territori in questione, ovvero le terre dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina e delle isole del Pacifico, sottomesse e sfruttate da europei e americani. Si trattava di territori d’oltremare, di norma stranieri ed etnicamente estranei alla metropoli, che venivano sfruttati come mercati o fonti di materie prime necessarie alla metropoli.

Oggi, su impulso degli studiosi occidentali, anche nell’ambito del discorso postcoloniale, la comprensione del colonialismo viene ingiustificatamente ampliata. Se il colonialismo è definito come “la conquista delle terre e delle ricchezze di altri popoli” (Loomba, 1998, p. 3), è logico concludere che il “colonialismo” è stato un qualsiasi episodio della storia umana in cui sono state create entità statali estese. “Quando la nozione si estende a tutto il mondo, perde il suo significato”, osserva il russofilo americano contemporaneo John LeDonne (LeDonne, 2002, p. 765).

In questo caso, o si dovrebbe interrompere qualsiasi discussione accademica sul colonialismo (cosa impossibile, e il termine stesso non scomparirà dalla sfera politica e pubblica), oppure si dovrebbe restringere il più possibile la nozione di colonialismo, cercando di renderla più precisa. Ovviamente, il discorso postcoloniale, così come è emerso, va esattamente nella direzione opposta.

Per rendere più significativa la comprensione del “colonialismo”, è necessario, innanzitutto, partire dalla realtà storica concreta di cosa sia stato esattamente il “colonialismo”. In secondo luogo, chiarire quali sono i processi storici di cui il “colonialismo” ha fatto parte, perché è avvenuto, quali sono stati i suoi presupposti economici, politici, giuridici e filosofici (visione del mondo) e quali sono i processi attuali dovuti agli stessi fattori, cioè qual è la continuazione del “colonialismo”. In terzo luogo, capire qual è il posto del “secondo mondo”, della “semiperiferia” e dei grandi Stati storicamente imperiali della periferia nel “colonialismo”: sono colonialisti o vittime del colonialismo?

Il colonialismo, nel senso della “Dichiarazione sulla concessione dell’indipendenza ai Paesi e ai popoli coloniali”, è un fenomeno New Age. È dubbio che possa essere applicato al Medioevo o all’Antichità, o ai sistemi statali che si sono sviluppati al di fuori dello Jus Publicum Europaeum. Questo aspetto è descritto in dettaglio da C. Schmitt in The Nomos of the Land (Schmitt, 2008, p. 616). Ciò che si associa al colonialismo: il razzismo, le idee di superiorità, il considerare il territorio di culture straniere come un libero campo di espansione delle potenze europee, è inestricabilmente legato alla specificità della concezione europea dello spazio in epoca moderna, a partire dall’epoca delle Grandi Scoperte Geografiche.

Il diritto internazionale westfaliano e la sovranità si applicavano solo agli europei (Schmitt, 2008, pp. 150, 236-264). Le colonie non erano soggette all’ordine che definiva la vita nelle metropoli. Inoltre, l’esistenza stessa delle colonie forniva questo ordine normativo europeo – le regole di guerra da osservare in Europa non si applicavano alle colonie. Un certo equilibrio in Europa fu mantenuto spostando le lotte delle potenze europee per le terre libere in territori disponibili per l’espansione coloniale (Schmitt, 2008, p. 199).

Una concezione simile del “colonialismo”, ma nel contesto dello spostamento delle contraddizioni del capitalismo dal centro alla periferia, è stata proposta alla fine degli anni Cinquanta dal filosofo francese di origine russa Alexander Kozhev. Egli definì il “colonialismo” come una forma moderna del “capitalismo” di Marx del XIX secolo – un sistema in cui “il plusvalore, come nel capitalismo, è investito dai privati piuttosto che dallo Stato, ma viene ritirato non all’interno dello stesso Paese, ma al di fuori di esso” (Kozhev, 2006, p. 394). Un’idea simile, ma in una direzione diversa, è stata sviluppata in precedenza da alcuni autori marxisti, che hanno interpretato il capitalismo come un sistema estensionale basato sullo sfruttamento delle colonie (Luxemburg, 1934, pp. 177-181). Questo approccio ha influenzato le teorie dell’analisi del sistema mondiale e dello sviluppo dipendente.

Storicamente, quindi, il fenomeno che viene chiamato “colonialismo” è l’espansione del sistema-mondo occidentale, sotto forma di economia mondiale basata sullo sfruttamento ineguale, su scala globale nell’epoca successiva alle Grandi Scoperte Geografiche. Si è passati da una moltitudine di economie e imperi mondiali a un’unica economia mondiale globale attraverso l’espansione economica, civile e culturale dell’Occidente. Il colonialismo è una forma di conquista di altre culture da parte dell’Occidente e la loro integrazione (“incorporazione”) nel suo sistema mondiale. I. Wallerstein ha giustamente osservato: “L’incorporazione nell’economia mondiale capitalista non è mai stata un’iniziativa di coloro che vi sono stati inclusi. Piuttosto, il processo è scaturito dalla necessità dell’economia mondiale di espandere le proprie frontiere – una necessità che a sua volta era il risultato di influenze interne all’economia mondiale” (Wallerstein, 2016, p. 159).

È interessante notare che il subcontinente indiano, l’Impero ottomano, l’Impero russo e l’Africa occidentale erano ugualmente candidati all’”incorporazione” all’inizio del “lungo XVI secolo” (Wallerstein, 2016, p. 159). Ciascuna di queste regioni ha affrontato la stessa minaccia da parte dell’”economia mondiale”, i cui egemoni hanno cercato di porre queste regioni in una posizione di dipendenza. Tuttavia, le reazioni a questa minaccia sono state diverse in ogni caso.

Alcuni Paesi non occidentali sono diventati colonie sotto pressione. Un’altra parte ha dovuto adattarsi, in parte occidentalizzarsi, per sopravvivere e contrastare l’Occidente stesso. Si tratta di Russia, Impero Ottomano, Persia, Giappone, Abissinia in Africa e in parte Cina. Di norma, questi Paesi sono stati in grado, nel migliore dei casi, di mantenere un punto d’appoggio nella semiperiferia del sistema mondiale occidentale, senza essere integrati nel nucleo centrale. L’eccezione è il Giappone dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma il prezzo era la rinuncia alla sovranità. Secondo J. Wallerstein (Wallerstein, 2016, p. 231), nel XVIII secolo la Russia, dopo essere entrata a far parte del sistema mondiale, andò in una direzione diversa – sacrificò la possibilità di una più stretta integrazione economica nel suo nucleo per il bene del potere imperiale, facendo la scelta della semi-periferia: o il potere e la sovranità, o un (possibile) posto più alto nel sistema economico al costo della de-sovranità.

Non ha senso usare il termine “colonialismo” in relazione ai Paesi imperiali semiperiferici e periferici di cui fa parte il “secondo mondo” (Russia, spazio post-sovietico e Cina), se intendiamo il colonialismo come una politica volta a incorporare i Paesi non occidentali nel sistema mondiale dell’Occidente in ruoli subordinati.  Il sistema chiamato “impero subalterno” (Morozov, 2015), che si suppone sia oggetto di colonialismo per l’Europa e soggetto di colonialismo per i suoi sudditi, può anche essere descritto nei termini del rappresentante della teoria russa dei sistemi mondiali A.I. Fursov (Fursov, 1996) attraverso la contraddizione tra la componente funzionale (Stato di tipo moderno, burocrazia, sistema finanziario) del capitalismo, costretta ad essere assimilata dal potere della semiperiferia per preservare la propria indipendenza, e la sua componente sostanziale (società civile borghese capitalista). Qualsiasi potenza semiperiferica, se vuole mantenere la propria indipendenza politica, è destinata a essere un “impero subalterno”, adattando alle proprie esigenze la componente funzionale del capitalismo e le istituzioni dello Stato moderno, e ora adattandosi alle specificità del Postmoderno.

Tuttavia, una tale forma di fuga dalla diretta sottomissione coloniale dovrebbe essere chiamata “colonialismo” o si dovrebbe sostenere che un tale “impero peripatetico” è solo uno “Stato coloniale” (Kagarlitsky, 2009, p. 247), in cui le classi superiori europeizzate sfruttano le classi inferiori? Oppure, come scrive il pubblicista russo E.S. Kholmogorov, ha senso considerare questa esperienza di semiperiferia come “l’ingresso nell’economia mondiale capitalista, ma non come una periferia che cambia a piacimento la sua divisione del lavoro, la sua struttura economica, ecc. ma come un beneficiario consolidato, abbastanza resistente (soprattutto militarmente e politicamente) all’espansione europea”.16 16 Tale resistenza non sarebbe un esempio non di colonialismo, ma di qualcosa di completamente opposto?

Il colonialismo è il globalismo occidentale, europeo e americano nella sua fase iniziale, finché il sistema globale moderno è ancora il sistema mondiale europeo della modernità e non un altro. È difficile non essere d’accordo con l’affermazione che “la colonizzazione è stata il modo principale per rifare il nuovo mondo secondo le linee europee” (Lieven, 2007, p. 500). Da questo punto di vista, gli sviluppi dell’approccio postcoloniale e i concetti di “colonialismo interno” sono adeguati, ma solo quando si cerca di criticare i meccanismi di occidentalizzazione e modernizzazione, che sono stati accompagnati dalla distruzione di sistemi alternativi di coordinate e modi di essere “non occidentali” (Fituni, Abramova, 2020, p. 32).

Da un punto di vista culturale, il colonialismo può essere inteso come un sottoprodotto della civiltà occidentale moderna che, come nota lo storico italiano contemporaneo Franco Cardini, è consumata da idee di costante trasgressione, di abolizione di tutti i confini, di costante espansione, che si concretizza sia nell’idea di storia come progresso infinito, sia nell’espansione territoriale, economica e culturale.17

Il colonialismo è la Modernità, il sistema socio-culturale della Nuova Era, o meglio, una delle forme di imposizione della Modernità occidentale al resto di noi come un destino inevitabile. Il colonialismo è inconcepibile senza lo “spirito faustiano” occidentale, l’”uomo predatore” di Spengler, la sua superiorità tecnica18.

Il colonialismo è anche inseparabile dal concetto di missione civilizzatrice. Una delle caratteristiche più importanti dello Jus Publicum Europaeum era l’idea che un popolo “incivile” non potesse diventare membro di questa comunità giuridica internazionale (Schmitt, 2008, p. 616). La percezione europea e americana della politica mondiale durante il periodo coloniale si basava sulla gerarchizzazione dei popoli e delle regioni del mondo (Hobson, 2012, pp. 8-9), la cui espressione formale era la tricotomia dell’americano Lewis Morgan (“barbarie – barbarie – civiltà”). Al livello più alto c’erano le nazioni europee “bianche” “civilizzate”, al di sotto – i “dispotismi” asiatici “barbari”, ancora al di sotto – i “neri” “selvaggi”. La Russia, anche se considerata un Paese civile “bianco”, era comunque più in basso nella gerarchia rispetto, ad esempio, alla Gran Bretagna, la Turchia era più in basso della Russia, ecc. Non è difficile notare la coincidenza dei “barbari” con quella che in futuro diventerà la “periferia” della teoria del sistema-mondo, in parte il “secondo mondo”.

Dal punto di vista dei colonialisti occidentali, gli illuminati e i civilizzati avevano il diritto di interferire negli affari dei “selvaggi” e dei “barbari”. Non è la stessa cosa che stiamo facendo ora? La “civiltà” ora si chiama “democrazia”. L’”ingerenza” negli affari delle “democrazie” è imperdonabile, mentre gli stessi Paesi occidentali hanno il diritto di intervenire a livello umanitario o di imporre sanzioni in nome della democrazia e di un “ordine mondiale basato sulle regole” accettato da una ristretta cerchia di “Paesi civilizzati” e “democratici”. Inoltre, il concetto stesso di “intervento umanitario” si è storicamente evoluto in Europa e negli Stati Uniti da idee razziste e colonialiste sulla giustificazione dell’interferenza negli affari dei Paesi “incivili” (Heraclides & Dialla, 2015, pp. 33-56).

Infine, è sorprendentemente scarsa l’attenzione dedicata all’aspetto geopolitico più evidente del colonialismo. Le colonie sono sempre possedimenti d’oltremare. Negli studi postcoloniali questo punto viene relegato in secondo piano, fino a descrivere le province degli imperi terrestri (o parti di metropoli) come colonie. In Edward Said, tuttavia, si può trovare l’intuizione che “l’idea di dominio d’oltremare, il salto oltre i territori vicini” è specifica delle culture di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Questo li distingue dagli imperi russo e ottomano (Said, 2012, p. 27, 52). Per Dominique Lieven, la principale differenza tra la Russia e gli imperi coloniali marittimi è la “continentalità”. Continentalità significa lo sviluppo all’interno di un “sistema ecologico” di spazi simili, non paragonabile alla scoperta di veri e propri nuovi mondi d’oltremare. Si tratta di un’espansione in un “mondo che non era veramente nuovo”, e quindi le differenze che separavano gli abitanti delle colonie d’oltremare dalla metropoli non esistevano o erano meno pronunciate nell’impero continentale (Lieven, 2007, p. 365).

Il fondatore della geopolitica britannica, Halford John Mackinder, nella sua opera “Democratic Ideals and Reality” ha introdotto due concetti: “seaman’s point of view” e “landman’s point of view” (Mackinder, 1996, p. 38). “L’uomo del mare vede la terraferma come una catena di coste che cerca di sviluppare e controllare dall’esterno. È così che è avvenuta la colonizzazione europea di altri continenti. L’”uomo della terra” vede il continente dall’interno come una vasta massa continentale a cui egli stesso appartiene. In termini geopolitici, il colonialismo può essere inteso come parte della politica delle potenze marittime per il controllo delle terre emerse, compreso il controllo e l’opposizione agli imperi continentali. “La visione marittima, esterna alla terraferma, vede i territori costieri come potenziali colonie, come strisce di terra che possono essere strappate al resto della massa continentale e trasformate in una base, uno spazio strategico”, osserva il geopolitico russo Alexander Dugin (Dugin, 2000, p. 15).

In questo contesto, la decolonizzazione può essere vista come un rafforzamento delle formazioni continentali, un’integrazione a livello continentale che permette di superare la pressione politica, economica e militare delle potenze marittime. Può anche spiegare l’interesse per l’integrazione continentale tra i sostenitori dei movimenti anticoloniali e avvicinare le loro idee ai progetti di integrazione del “secondo mondo” (“One Belt, One Road”, Unione economica eurasiatica (UEE), progetti panafricani).

Conclusione

Gli studi postcoloniali offrono spunti di riflessione rivelando i meccanismi epistemologici del colonialismo, dell’egemonia e della dominazione occidentale dopo la dichiarazione formale di indipendenza delle ex colonie. Non si può fare a meno di riconoscere che essi sollevano domande acute sulla combinazione di modernizzazione e colonialismo, sulla modernizzazione come forma di colonizzazione, sul “lato sbagliato della modernità” (Vasiliev, Degterev & Shaw, 2021, p.11). La sfida più dolorosa è rappresentata dai tentativi di interpretare come “coloniali” le politiche dei Paesi semiperiferici nei confronti delle proprie periferie. La risposta a questa sfida dovrebbe essere un esame più approfondito del colonialismo e del neocolonialismo dalla prospettiva dell’economia politica (teoria dei sistemi mondiali), della filosofia, della geopolitica, degli studi di diritto internazionale, della storia e degli studi culturali. I Paesi del “secondo mondo” condizionato devono costruire una propria teoria postcoloniale contro-egemonica. La domanda a cui rispondere è fino a che punto l’esperienza del “secondo mondo” sia unica e legata a fattori geopolitici e storici, alla continentalità di Russia e Cina (Fursov, 2001) e alla specificità dei sistemi di potere in entrambi i Paesi, e fino a che punto sia universale come risposta alla pressione coloniale occidentale e, quindi, di interesse per il “terzo mondo”.

Il discorso anticoloniale può essere pienamente scientifico se si libera dalla malattia della sinistra – la percezione postcoloniale di ogni sistema solidale complesso come repressivo, di ogni espansione e violenza (inevitabile nel corso della storia) come “colonialismo”. Il colonialismo ha una genealogia distinta e aspetti di formazione e trasformazione nell’ordine internazionale moderno, il cui potenziale di studio non è esaurito.

1 См.: To Receive a Briefing on Decolonising Russia // Congress.gov. June 23, 2022. URL: https://www.congress.gov/event/117th-congress/joint-event/332780?s=1&r=11 (accessed: 14.10.2022); Decolonizing Russia: A Moral and Strategic Imperative // YouTube. June 23, 2022.  URL: https://www.youtube.com/watch?v=-iGtFXs9gvo (accessed: 14.10.2022).

2 Bosnic D. US Government Openly Advocates Destroying Russia // BRICS Information Portal. June 27, 2022. URL: https://infobrics.org/post/36034/ (accessed: 14.10.2022).

3 Decolonisation of Russia To Be Discussed at Upcoming Helsinki Commission Briefing // Justice for North Caucasus. June 22, 2022. URL: https://justicefornorthcaucasus.info/?p=1251683963 (accessed: 14.10.2022).

4 Ashby H., Sany J. On Ukraine, Africa Needs a Clearer U.S. Message // United States Institute of Peace. May 17, 2022. URL: https://www.usip.org/publications/2022/05/ukraine-africa-needs-clearer-us-message (accessed: 15.10.2022).

5 Eisenhower D. Proclamation 3303 — Captive Nations Week // UC Santa Barbara. The American Presidency Project. Documents. July 17, 1959. URL: https://www.presidency.ucsb.edu/documents/proclamation-3303-captive-nations-week-1959 (accessed: 15.10.2022).

6 Sinness M. Empire of the Steppe: Russia’s Colonial Experience on the Eurasian Frontier // UCLA International Institute. May 5, 2014. URL: https://www.international.ucla.edu/apc/centralasia/article/139315 (accessed: 15.10.2022).

7 Ключевский В. О. Курс русской истории. Лекция II // Федеральное государственное бюджетное учреждение науки Государственная публичная научно-техническая библиотека Сибирского отделения Российской  академии наук. URL: http://www.spsl.nsc.ru/history/ kluch/kluch02.htm (дата обращения: 15.10.2022).

8 Webster R. Western Colonialism // Britannica. URL: https://www.britannica.com/topic/Western-colonialism (accessed: 15.10.2022).

9 Inozemtsev V. Russia, the Last Colonial Empire // The American Interest. June 29, 2017. URL: https://www.the-american-interest.com/2017/06/29/russia-last-colonial-empire/ (accessed: 15.10.2022).

10 Caschetta A. J. Why Are Academics Ignoring Iran’s Colonialism? // National Review. December 27, 2019. URL: https://www.nationalreview.com/2019/12/academics-ignore-iranian-colonialism/ (accessed: 15.05.2022).

11 Mergo T. Ethiopia’s Problems Stem From Internal Colonialism // Foreign Policy. July 22, 2021. URL: https://foreignpolicy.com/2021/07/22/ethiopias-problems-stem-from-internal-colonialism/ (accessed: 15.05.2022).

12 Macron Calls Russia ‘One of the Last Imperial Colonial Powers’ on Africa Visit // France24. July 28, 2022. URL: https://www.france24.com/en/africa/ 20220728-marcon-calls-russia-one-of-last-imperial-colonial-powers-in-benin-visit (accessed: 15.10.2022).

13 Turkey Slams Macron for Describing Ottoman Rule in Algeria as Colonialism // Duvar.English. October 08, 2021. URL: https://www.duvarenglish.com/turkey-slams-macron-for-describing-ottoman-rule-in-algeria-as-colonialism-news-59123 (accessed: 15.10.2022).

14 San Juan Jr. The Limits of Postcolonial Criticism: The Discourse of Edward Said // Marxist Internet Archive. November-December, 1998. URL: https://www.marxists.org/ history/etol/newspape/atc/1781.html (accessed: 15.10.2022).

15 Gottfried P. Critical Race Theory Is Worse Than Marxism // The Chronicles. May 26, 2021. URL: https://chroniclesmagazine.org/web/critical-race-theory-is-worse-than-marxism/ (accessed: 15.10.2022).

16 Холмогоров Е. С. Очерки Смутного Времени. Очерк второй. Два мира — две системы // Русская народная линия. 18.10.2007. URL: https://rusk.ru/st.php? idar=24000 (дата обращения: 15.10.2022).

17 Nieri D. Le esercitazioni NATO nel Baltico sono una minaccia per la Russia. Intervista di Umberto De Giovannangeli // Il blog di Franco Cardini. June 12, 2022. URL: https://www.francocardini.it/minima-cardiniana-382-2/ (accessed: 15.10.2022).

18 Шпенглер О. Человек и техника // Гуманитарный портал. URL: https://gtmarket.ru/library/articles/3131  (дата обращения: 15.10.2022).

Оригинал публикации: Бовдунов А.Л. Вызов «деколонизации» и необходимость комплексного переопределения неоколониализма // Вестник Российского университета дружбы народов. Серия: Международные отношения. – 2022. – Т. 22. – №4. – C. 645-658. doi: 10.22363/2313-0660-2022-22-4-645-658

Pubblicato sulla rivista scientifica Vestnik Rudn – International Relations

Bovdunov A.L. Challenge of “Decolonisation” and Need for a Comprehensive Redefinition of Neocolonialism // Vestnik RUDN. International Relations. – 2022. – Vol. 22. – N. 4. – P. 645-658. doi: 10.22363/2313-0660-2022-22-4-645-658

 

LA PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO:

07.02.2023
Le domande sulla necessità di una “decolonizzazione” del “secondo mondo” e dei Paesi della semiperiferia (secondo la terminologia dell’analisi dei…

Multe, cosa succede se non si pagano?

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Segnalazione Wall Street Italia

di Alessandra Caparello

Quante volte è capitato di vedersi recapitare multe stradali. La prima domanda che ci si pone è come evitare di pagarle. Cerchiamo di fare il punto.

Una volta ricevuta una multa, si può osservare se la sua notifica presenta dei vizi formali o sostanziali. In tal caso, si può contestare il provvedimento facendo ricorso dinanzi al giudice o al prefetto. In alcuni casi, infatti, possono essere commessi degli errori, e il soggetto ha il diritto di contestare la contravvenzione.

Come ed entro quando pagare una multa

In linea generale, si può pagare una multa entro 5 giorni da quando si è ricevuto il verbale, ottenendo così uno sconto del 30% sul minimo edittale (ossia sull’importo indicato in verbale).

Chi paga entro 60 giorni deve versare la sanzione in misura ridotta, pari cioè al minimo edittale (è l’importo indicato sul verbale), oltre i 60 giorni invece si paga la sanzione in misura piena, pari al quadruplo del minimo edittale.
Cosa succede se non si paga la multa stradale

Se l’ente titolare del credito (ad esempio il Comune) rileva il mancato pagamento della multa, procede alla cosiddetta iscrizione a ruolo dell’importo. In pratica, scatta la procedura di riscossione coattiva, che può prendere due strade:

  1. notifica al debitore di un’ingiunzione fiscale direttamente da parte del Comune;
  2. trasmissione del ruolo al cosiddetto Agente per la riscossione esattoriale.

Entro due anni da quando il ruolo è stato dichiarato esecutivo, parte la cartella esattoriale in cui vengono indicate le somme da versare comprensive degli interessi che nel frattempo sono maturati. In tal caso con la notifica della cartella esattoriale, all’automobilista che ha commesso l’infrazione sarà richiesto il pagamento della multa con aggiunte le sanzioni e i relativi interessi e le spese di notifica. Questi ultimi vengono calcolati del 10% per ogni sei mesi di ritardo nel pagamento della sanzione.

Fermo amministrativo dell’auto

In caso di mancato pagamento della cartella esattoriale nei termini di legge, il concessionario della riscossione può disporre il fermo dei veicoli intestati al debitore, tramite iscrizione del provvedimento di fermo amministrativo nel Pubblico Registro Automobilistico (PRA). Il fermo amministrativo è un atto con il quale le amministrazioni o gli enti competenti (Comuni, Inps, Regioni, Stato, ecc.), tramite i concessionari della riscossione, “bloccano” un bene mobile del debitore (o dei coobbligati) iscritto in pubblici registri (ad esempio autoveicoli) , al fine di riscuotere i crediti non pagati che possono riferirsi a tributi o tasse (può trattarsi di un credito di varia natura, ad esempio, un mancato pagamento Iva, Irpef, bollo auto, Ici, ecc.) oppure a multe relative ad infrazioni al Codice della Strada.

Dopo l’iscrizione del fermo la disponibilità del veicolo è limitata fino a quando il debitore non salderà il proprio debito e il concessionario della riscossione non provvederà, d’ufficio, alla cancellazione del fermo. Il veicolo, infatti:

  • non può circolare: se circola è prevista la sanzione;
  • non può essere radiato dal PRA: non può essere demolito od esportato;
  • anche se viene venduto, con atto di data certa successiva all’iscrizione del fermo, non può circolare e non può essere radiato dal PRA.

Inoltre, se il debitore non paga le somme contestate, il concessionario della riscossione potrà agire forzatamente per la vendita del veicolo.

Multe e rottamazione delle cartelle esattoriali

Da quest’anno è partita in via ufficiale la rottamazione delle cartelle esattoriali, introdotta dalla Legge di Bilancio 2023. La rottamazione prevede la possibilità di pagare in forma agevolata i debiti affidati in riscossione dal 1° gennaio 2000 al 30 giugno 2022, anche se ricompresi in precedenti “rottamazioni” che risultano decadute per mancati pagamenti. Chi aderisce alla definizione agevolata potrà versare solo l’importo dovuto a titolo di capitale e quello dovuto a titolo di rimborso spese per le eventuali procedure esecutive e per i diritti di notifica. Non saranno invece da corrispondere le somme dovute a titolo di sanzioni, interessi iscritti a ruolo, interessi di mora e aggio.

Per quanto riguarda i debiti relativi alle multe stradali o ad altre sanzioni amministrative (diverse da quelle irrogate per violazioni tributarie o per violazione degli obblighi contributivi), l’accesso alla misura agevolativa prevede invece che non siano da corrispondere le somme dovute a titolo di interessi (comunque denominati, comprese pertanto le c.d. “maggiorazioni”), nonché quelle dovute a titolo di aggio.

 

Lo stato dell’economia Usa: verso il punto di non ritorno?

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di Giacomo Gabellini

Fonte: L’Antidiplomatico

Gli Stati Uniti hanno un serio problema di statistiche, specialmente in materia di rilevazione della disoccupazione. Nonostante le autorità di Washington e i mezzi informativi continuino a parlare di “miracolo occupazionale”, i dati indicano che su una popolazione di circa 332 milioni di persone e una forza lavoro che alla fine di gennaio annoverava 265,92 milioni di individui, ben 100,130 milioni di adulti risultavano inoccupati. Il tasso di partecipazione della forza lavoro alla crescita economica oscilla ormai da anni tra il 62 e il 63%, attestandosi ai livelli più bassi dalla fine degli anni ’70, quando ancora si avvertiva pesantemente l’impatto generato dallo sganciamento del dollaro dall’oro e dagli shock petroliferi.

L’economista e statistico John Williams ha richiamato l’attenzione sull’inadeguatezza dei metodi di rilevazione impiegati dalle autorità nazionali, evidenziando che il tasso ufficiale di disoccupazione (U-3) adoperato dalla Federal Reserve tiene conto soltanto del totale dei disoccupati in percentuale rispetto alla forza lavoro. Il Bureau of Labor Statistics (Bls) prende invece in esame un bacino più ampio (U-6), ricavabile dalla sommatoria tra il numero dei disoccupati e l’ammontare complessivo degli individui impiegati con contratti part-time ma anelanti a lavorare a tempo pieno, oltre al computo delle persone che hanno lavorato per un certo periodo negli ultimi 12 mesi ma che al momento non lavorano né sono alla ricerca di un’occupazione e soffrono di questa condizione di disagio dovuta al particolare stato del mercato del lavoro. Nell’ottica di Williams, una statistica capace di riflettere il reale stato occupazionale del Paese deve tassativamente ricomprendere tanto il tasso U-6 quanto i lavoratori scoraggiati di lungo termine.

Qualora Federal Reserve e Bls applicassero un simile metodo di rilevazione, il tasso di disoccupazione effettivo lambirebbe attualmente la soglia critica del 24,5%. Una percentuale di ben sette volte superiore al tasso ufficiale stimato dalla Fed (3,4%), che ridicolizza la narrazione dominante propugnata da istituzioni e organi di stampa circa il “rivoluzionamento” del mercato del lavoro statunitense, asseritamente passato dall’offrire appena un posto di lavoro per ogni 3,1 disoccupati nel dicembre 2012 a garantire due posti di lavoro per ogni disoccupato nel dicembre 2022. Il rapporto tra disoccupati e posti di lavoro disponibili rappresenta un indicatore tutt’altro che affidabile, perché si presta a una serie di distorsioni particolarmente insidiose. Tanto per cominciare, non tiene conto dei criteri di accessibilità, né del fatto che molti statunitensi svolgono due o addirittura tre lavori simultaneamente.

Allo stesso tempo, l’entità del dato concreto relativo alla disoccupazione ridimensiona enormemente la spinta equilibratrice prodotta dai fenomeni in forte crescita della sindacalizzazione – giunta a coinvolgere gli impiegati presso colossi quali Amazon, Alphabet, Microsoft e Starbucks – e degli scioperi. Il marxiano “esercito di riserva” del capitale rimane assai cospicuo, e continua a fungere – a dispetto della ostentata crescita dei salari reali registrata nel 2022 – da calmieratore delle retribuzioni. L’ostentata crescita dei salari nominali registrata nel 2022 è infatti stata ampiamente compensata dall’aumento vertiginoso dei prezzi al consumo, delle bollette elettriche, delle auto (sia nuove che usate), del carburante e dei generi alimentari verificatosi entro lo stesso arco temporale. Si parla di un crollo dei salari reali pari all’1,7% su base annua, tradottosi non in un proporzionale e concomitante decremento dei consumi, ma in un colossale ridimensionamento degli “accantonamenti prudenziali”.

Combinandosi alla penalizzazione del consumo prodotta dai provvedimenti governativi atti a limitare la diffusione del virus Covid-19, le misure straordinarie a sostegno di famiglie e imprese approvate in seguito allo scoppio della crisi pandemica dall’amministrazione Biden in accordo con il Congresso hanno agevolato un ingente accumulo di risparmi da parte della popolazione statunitense che tendevano ad assottigliarsi in coincidenza con ogni singola riapertura. Lo si evince dai dati, attestanti la sincronia tra le chiusure e i maggiori incrementi della percentuale di risparmio rispetto al reddito. All’aumento dall’8,7 al 26,4% tra il quarto trimestre del 2019 e il secondo trimestre del 2020 fece seguito un crollo al 13,7% al quarto trimestre dello stesso anno. Si verificò quindi una risalita al 20,4% al primo trimestre 2021, anticipatrice di una caduta rovinosa e costante che ha ridotto la disponibilità di risparmi rispetto al reddito ad un “misero” 2,9% alla fine del quarto trimestre 2022.

All’aumento incontrollato dell’inflazione, alimentata dalla doppia spinta esercitata dai sostegni straordinari alla popolazione erogati dal governo e da una bulimia di consumo non compensata da produzione autoctona, la Federal Reserve reagì intraprendendo un processo di “normalizzazione monetaria” implicante l’aumento graduale dei tassi di interesse associato a una brusca stretta creditizia.

Per i nuclei famigliari che avevano beneficiato dei sussidi pubblici e dei tassi a zero applicati in epoca pandemica dalla Federal Reserve per contrarre mutui immobiliari, la manovra della Fed si è tradotta in un vero e proprio bagno di sangue, perché ha comportato un drastico aumento degli oneri debitori a carico di nuclei familiari con disponibilità di risparmio già falcidiate dall’inflazione. La situazione appare enormemente problematica, specialmente alla luce dei dati emersi da un recente sondaggio condotto da Lending Club secondo cui il 64% dei consumatori statunitensi — circa 166 milioni di persone — si vede costretto ad operare sistematici razionamenti alle proprie spese, e il 51% dei cittadini statunitensi (contro il 42% registrato lo scorso anno) che percepisce un reddito annuo pari o superiore ai 100.000 dollari non riesce ad accantonare il becco di un dollaro.

All’atto pratico, più che a placare le fiammate inflazionistiche e le rivendicazioni salariali, l’incremento tendenziale dei tassi varato dalla Federal Reserve sembra rispondere alla necessità tassativa che gli Usa hanno di richiamare capitali dall’estero per finanziare i loro squilibri strutturali. Gli Stati Uniti hanno chiuso il 2022 con un disavanzo commerciale pari a 1.181 miliardi di dollari, un deficit di bilancio pari a 1.400 miliardi di dollari e un debito federale pari a 31.420 miliardi di dollari. Ma non è tutto. Dopo esser migliorata, passando da 18.124,293 a 16.285,837 miliardi di dollari di passivo (-1.838,456 miliardi) tra il quarto trimestre del 2021 e il secondo trimestre del 2022, la loro posizione finanziaria netta è tornata a peggiorare rapidamente, giungendo a 16.710,798 miliardi di dollari di passivo nel terzo trimestre 2022 (+424,961 miliardi), nonostante l’immane deflusso di capitali dalla sponda europea a quella americana dell’Atlantico verificatosi in seguito alla degenerazione del conflitto russo-ucraino.

I dati indicano che, tra il settembre e l’ottobre 2022, l’esposizione in Treasury Bond statunitensi del Giappone era diminuita da 1.120,2 a 1.064,4 miliardi di dollari; quella della Repubblica Popolare Cinese, da 933,6 a 877,8 miliardi; quella del Regno Unito, da 664,8 a 641,3 miliardi; quella delle Isole Cayman, da 301,5 a 291,5 miliardi; quella del Lussemburgo, da 299,6 a 298,1 miliardi; quella della Svizzera, da 277,7 a 258,4 miliardi; quella dell’Irlanda, da 265,4 a 244,9 miliardi; quella del Brasile, da 226,4 a 220,1 miliardi; quella di Taiwan, da 216,9 a 214,6 miliardi; quella di Singapore, 177,5 a 175,8 miliardi; quella della Corea del Sud, da 105,3 a 98,7 miliardi; quella della Norvegia, da 99,6 a 95,7 miliardi. Complessivamente, il volume delle detenzioni internazionali di Treasury Bond statunitensi era diminuito tra settembre e ottobre di ben 170,9 miliardi di dollari (da 7.302,6 a 7.131,7 miliardi di dollari), che andavano a sommarsi ai 243 miliardi di dollari (da 7.545,6 a 7.302,6 miliardi) di passivo registrati il mese precedente, nonostante la Federal Reserve avesse portato i tassi di interesse dallo 0,25 al 2,5% tra marzo e settembre. Posta di fronte all’evidenza, la Banca Centrale Usa ha quindi impresso una ulteriore accelerata al processo di “normalizzazione monetaria”, con ben sei correzioni che hanno portato i tassi al 4,75% al febbraio 2023 e il volume complessivo degli investimenti internazionali in Treasury Bond a quota 7.273,6 miliardi di dollari ad ottobre. Un incremento su base mensile (141,9 miliardi) piuttosto modesto se rapportato allo sforzo profuso dagli Usa per accumularlo (una stretta creditizia potenzialmente letale per milioni di cittadini statunitensi), che certifica per di più le crescenti difficoltà in cui Washington va imbattendosi nel tentativo di perpetuare il funzionamento del sistema parassitario instaurato con il ripudio degli Accordi di Bretton Woods ad opera dell’amministrazione Nixon.

Specie a fronte delle allarmanti statistiche fornite dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi), che in un rapporto redatto nel marzo 2022 parlò esplicitamente di «erosione del dominio del dollaro» in riferimento al netto ridimensionamento (dal 71 al 59% tra il 2000 e il 2021) della quota di riserve valutarie mondiali espresse in valuta statunitense dovuto a una migrazione generalizzata verso monete alternative alle tradizionali “big four” (dollaro, euro, sterlina e yen). Da un altro documento datato dicembre 2022 emergeva che il volume dei crediti espressi in dollari detenuti dalla rete bancaria globale era calato da 7.092,31 a 6.441,65 miliardi di dollari tra il terzo trimestre del 2021 e il terzo trimestre 2022.

L’Impero europeo

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QUINTA COLONNA

di Giorgio Agamben

Fonte: Quodlibet

Milosz ha osservato una volta che la condizione degli scrittori dell’«altra Europa» (così chiama la Mitteleuropa) era «appena immaginabile» per i cittadini degli stati dell’Europa occidentale. Parte di questa eterogeneità veniva dalla mancanza di stati nazionali e dalla presenza in loro luogo, per secoli fino alla fine della Prima guerra mondiale, dell’Impero asburgico. Per noi che siamo nati in uno stato nazionale e non distinguiamo l’essere italiano dall’essere cittadino italiano, non è facile immaginare una situazione in cui essere italiano, ungherese, ceco o ruteno non significava un’identità statuale. Il rapporto col luogo e con la lingua dei cittadini per i cittadini dell’impero era certamente diverso e più intenso, libero com’era da ogni implicazione giuridica e da ogni connotazione nazionale. L’esistenza di una realtà come l’impero asburgico era possibile solo su questa base.
È bene non dimenticarlo quando vediamo oggi che l’Europa, che si è costituita come un patto fra stati nazionali, non solo non ha né ha mai avuto alcuna realtà al di fuori della moneta e dell’economia, ma è oggi ridotta a un fantasma, di fatto integralmente assoggettato agli interessi militari di una potenza ed essa estranea. Tempo fa, riprendendo un suggerimento di Alexandre Kojève, avevamo proposto la costituzione di un «impero latino», che avrebbe unito economicamente e politicamente le tre grandi nazioni latine (insieme alla Francia, la Spagna e l’Italia) in accordo con la Chiesa cattolica e aperta ai paesi del mediterraneo. Indipendentemente dal fatto che una tale proposta sia o meno tuttora attuale, vorremmo oggi portare all’attenzione degli interessati che se si vuole che qualcosa come l’Europa acquisisca una realtà politica autonoma, ciò sarà possibile solo attraverso la creazione di un’Impero europeo simile a quello austro-ungarico o all’Imperium che Dante nel De monarchia concepiva come il principio unitario che doveva ordinare come «un ultimo fine» i regni particolari verso la pace. È possibile, cioè, che, nella situazione estrema in cui ci troviamo, proprio modelli politici che sono considerati del tutto obsoleti possano ritrovare un’inaspettata attualità. Ma per questo occorrerebbe che i cittadini degli stati nazionali europei ritrovassero un legame con i propri luoghi e con le proprie tradizioni culturali abbastanza forte da poter deporre senza riserve le cittadinanze statuali e sostituirle con un’unica cittadinanza europea, che fosse incarnata non in un parlamento e in commissioni, ma in un potere simbolico in qualche modo simile al Sacro Romano Impero. Il problema se un tale Impero europeo sia o meno possibile non c’interessa né corrisponde ai nostri ideali: nondimeno esso acquisisce un significato particolare se si prende coscienza che l’attuale comunità europea non ha oggi alcuna reale consistenza politica e si è anzi trasformata, come tutti gli stati che ne fanno parte, in un organismo malato che corre più o meno consapevolmente verso la propria autodistruzione.

Canzoni e cannoni

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di Marcello Veneziani

Mettete dei fiori nei vostri cannoni, cantavano I Giganti al festival di Sanremo del 1967. Da allora in poi il pacifismo fu uno dei messaggi obbligati al festival dei fiori e dei canti. Da quest’anno invece si fa la retromarcia e Sanremo canta: Donate a Zelensky i vostri cannoni. E’ il messaggio che il presidente ucraino verrà a lanciare dalla tribuna di Sanremo. E’ proprio opportuno che Volodymyr Zelensky venga a Sanremo a perorare la sua richiesta d’armi? Un conto è essere vicini alle sofferenze del popolo ucraino, dice, un altro è alimentare da un palco dedicato alla musica questo scellerato “clima bellicista”, questa “propaganda di guerra” al posto di una vera, seria trattativa. Si può non sposare il pacifismo, ritenerlo puro irrealismo da anime belle e notare che nessun pacifismo ha mai fermato una guerra, ma l’obiezione è sensata.
Mezza Italia e forse più non vuole la nostra attiva partecipazione a questa guerra, con la fornitura di armi e supporti. Perché serve a prolungare la guerra anziché risolverla, ad aumentare il numero di vittime e distruzioni, a inguaiare pure noi e serve soprattutto agli Stati Uniti per indebolire Putin e al tempo stesso l’Unione europea, usandola come strumento subalterno della strategia egemonica degli Stati Uniti. La gente ha visto in passato tante invasioni russe, sotto lo sguardo impietrito dell’occidente: l’Ungheria, la Polonia, la Cecoslovacchia erano Europa a differenza dell’Ucraina che per secoli è stata russa, ha una lingua affine, i due popoli sono intrecciati da secoli, hanno la stessa religione ortodossa e tanta storia in comune. Abbiamo visto muti e inermi le invasioni cinesi del Tibet, le repressioni di Hong Kong, le invasioni americane in mezzo mondo, portandoci sull’orlo di tante crisi mondiali. E mai si è deciso d’intervenire in difesa dei popoli invasi. Questa volta invece è d’obbligo armare l’Ucraina e intervenire in suo favore, fino a svenarsi e inguaiarsi. Con un battage mediatico senza precedenti. Al gesto scellerato di Putin d’invadere l’Ucraina ha contribuito la linea di Biden ostile a ogni negoziato per rendere neutrale l’Ucraina e riconoscere che due regioni come il Donbass e la Crimeache sono per storia e maggioranza filo-russe. Quando Trump dice che con lui non ci sarebbe stata l’invasione, riconosce di fatto le corresponsabilità americane nella guerra.
E poi, diciamolo francamente: Zelensky non è affatto simpatico a larga parte della platea italiana, anche se si ha timore a dichiararlo perché s’incappa subito, come ieri sui vaccini e la pandemia, nell’accusa di filo-putinismo, che obiettivamente riguarda solo una piccola minoranza. Zelensky non piace per i suoi trascorsi, per il suo cinismo, per il suo vecchio mestiere di guitto, per le repressioni passate del potere ucraino contro i russi e i partiti non allineati, per le sue ingiunzioni al mondo; e poi per il suo governo di corrotti e per le vistose limitazioni alla libertà d’espressione. Agli occhi di tanti è un fantoccio degli Usa. Quanto ha pesato il suo protagonismo, il suo istrionismo narcisista e la sua dipendenza dagli Stati Uniti nella decisione di resistere ad oltranza, mandando allo sbaraglio il suo popolo e generando danni a catena a mezzo mondo? Insomma, per il senso comune della gente, le responsabilità della guerra non sono solo quelle, accertate e inescusabili, di Putin e della sua nostalgia dell’Impero sovietico e zarista. Ma sono anche dall’altra parte. E a farci le spese, nel mezzo, è in primo luogo il popolo ucraino, le città ucraine, l’economia ucraina (su cui sperano di avventarsi per la ricostruzione molti sciacalli, anche nostrani, dopo aver contribuito ad aggravarle). E in secondo luogo ne fanno le spese tanti paesi europei, sul piano economico ed energetico. Un’Europa al rimorchio degli Stati Uniti e succuba delle sue decisioni e dei suoi interessi, priva di una sua strategia autonoma e di una capacità diplomatica e militare di mediazione e dissuasione, mostra in Ucraina la sua incapacità di diventare una Potenza mondiale in grado di trattare a pari condizioni con le altre superpotenze.
Tra poco sarà un anno dall’inizio della guerra in Ucraina e sono in molti a pensare, e in pochi a dire, che sin dall’inizio era chiara l’intenzione degli Stati Uniti di riequilibrare le forze in campo per rendere più lunga possibile ed estenuante questa guerra, in modo da colpire, sfiancare Putin e indebolire l’Europa sul piano energetico, economico e geopolitico, con la scusa di difenderla dall’aggressore russo (ma Putin non vuole espandersi in Europa; mira, con velleità, a restituire i confini passati all’Impero russo).
Infine, una piccola nota su Sanremo. Da anni ormai è diventato il Tempio scemo del Politically correct, il Collettore delle sciocchezze nazionali e globali, la discarica di tutte le ipocrisie, i buonismi e lo scemenzaio delle mode. Le finte trasgressioni, i sessi in transito, i fatui sermoni strappalacrime (e scrotoclasti), la rassegna dei nuovi luoghi comuni. Una trasgressione di massa non è più trasgressione ma conformismo; è come se per ogni infrazione ti arrivasse a casa non una multa ma un bonus. Sanremo misura il tasso di minchioneria che è nell’aria e inscena una serie di carri allegorici: la Vittima Nera, il Trans virtuoso, la Femminista indignata, l’Accoppiata omosex, il Predicatore antimafia, il Menagramo pandemico, il Pugno chiuso, il Blasfemo, la legalizzatrice della droga. Mancava solo Zelensky…

Foibe: quando il Ricordo non basta

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di Giovanni Perez

La memoria delle foibe carsiche e istriane e l’esodo della popolazione italiana dalla Venezia-Giulia e dalla Dalmazia, che si protrasse fino alla fine degli anni Cinquanta, si è tramandata attraverso un sottilissimo filo, che ha rischiato più volte di spezzarsi; un filo che si rinforza soprattutto grazie a coloro che raccolgono in qualche modo l’eredità di quella pagina di storia lacerata da ferite non ancora rimarginate e che tali rimarranno, forse per sempre.

A rinforzare quel sottilissimo filo sono libri come quello recentemente edito dalle Edizioni Vita Nova, scritto da Lamberto Maria Amadei, in cui sono state raccolte le “giovani memorie fiumane” di Marina Smaila, quando fu strappata da quel mondo in cui muoveva i suoi primi passi e assaporava le prime gioie di bambina. Siamo in questo racconto di fronte al sovrapporsi delle vicende di una famiglia che viveva a Fiume, perciò italianissima, che cercò di sfuggire ad un destino di morte, catapultati così nella Storia, con la “S” maiuscola, che si consumò nei confini orientali di un’Italia uscita sconfitta dal conflitto mondiale. Furono anni terribili, in cui la realpolitik dei vincitori, soprattutto di quelli legati alla Russia sovietica, mai si coniugò con il più elementare sentimento di umanità, fino a perseguire, per ragioni ideologiche, il progetto di un annientamento totale della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, anche distr ggendo gli archivi, i monumenti su cui era impressa l’italianità di quei luoghi, trasmessa nel corso dei secoli attraverso innumerevoli generazioni.

Il 10 febbraio 1947, l’Italia stipulò con la Jugoslavia l’oneroso Trattato di pace con cui vennero cedute le terre istriane fiumane e dalmate, da secoli italianissime, e la creazione del Territorio Libero di Trieste.    A Fiume, Pola, Zara, Capodistria, Pirano, Parenzo e in tante altre città da sempre italiane e venete, i giovani sono stati educati all’idea, invece, che quelle terre furono sempre state abitate da sloveni e croati.

Le questioni delle foibe e dell’Esodo, che insanguinarono l’Istria e il Carso, la Venezia Giulia e la Dalmazia, sono intimamente connesse tra loro, sebbene ancora oggi vi sia chi tenta di negarlo. Entrambi sono l’esito di due cause, anche queste tra loro intimamente collegate. Da una parte un radicale odio anti-italiano, dalle radici antiche, ed ora scatenatosi senza alcun argine militare, dopo la ritirata dell’esercito italiano, dall’altra parte, lo svelamento della natura intrinsecamente criminogena dell’ideologia comunista, che, questa volta, aveva assunto il volto delle bande partigiane del maresciallo Tito.

Se non si comprende il concorso di questi due elementi, la Legge del 30 marzo 2004, istitutiva del Giorno del Ricordo dei martiri delle foibe e degli esuli istriani, fiumani e dalmati, presto o tardi diverrà carta straccia. Di ciò, purtroppo, si cominciano ad intravvedere i primi segnali, unitamente al prevalere delle tesi non più negazioniste delle foibe, ma di quelle giustificazioniste, che attribuiscono la reazione criminale degli slavi alla precedente politica fascista. Fortunatamente, sempre a sinistra, non mancano le eccezioni, e i vari Giampaolo Pansa hanno avuto il coraggio intellettuale di ammettere come sono andate veramente le cose, confutando alla radice quella assurda e insostenibile tesi.

Per i trecentocinquantamila esuli, iniziò un’odissea senza ritorno, negata non solo dal Partito comunista italiano, per il quale essi altro non erano che “criminali fascisti sfuggiti alla giustizia popolare jugoslava”. E l’identificazione tra le vittime delle foibe e quanti dovettero abbandonare case, affetti, ricordi e una loro presunta appartenenza ideale al fascismo, ha ispirato la storiografia negazionista e giustificazionista. Tale tesi ancora oggi non è stata affatto definitivamente confutata e si ritrova nelle volgari e squallide parole di un Tomaso Montanari e di altri epigoni e nostalgici del socialismo reale.

Il Partito comunista di Togliatti si schierò naturaliter con le bande partigiane del Maresciallo Tito, sebbene il loro odio anti-italiano, più forte dello stesso antifascismo, fosse ben noto agli stessi partigiani comunisti italiani che operarono nella Venezia-Giulia, costretta dalle necessità politiche ad un complice e omertoso silenzio. L’episodio di Malga Porzûs, che non fu affatto un caso isolato, ha fatto completa giustizia di questo aspetto tra i più esecrabili della lotta partigiana, e non solo di quella combattuta sul confine orientale.

Di Togliatti, il cosiddetto “Migliore”, si dovranno sempre ricordare le ignobili parole scritte nella lettera inviata il 7 febbraio del 1945 a Ivanoe Bonomi, in cui finì anche per riconoscere che a difendere gli italiani di quelle terre erano rimasti i fascisti e tedeschi! Un lapsus, si dirà, sicuramente tragico, per non dire comico.

Sono fin troppo note le angherie commesse in seguito, nell’Italia liberata, dai militanti comunisti ai danni degli esuli al loro arrivo in Italia, mentre ancora oggi non è stata adeguatamente considerato l’altrettanto orribile e sostanzialmente complice atteggiamento assunto dalla Democrazia cristiana, in ossequio alle scelte dei vincitori statunitensi e inglesi, come risultò evidente con la cessione della Zona B di Trieste alla Jugoslavia del novembre 1975. Le lacrime di Sandro Pertini sulla bara di Tito, poi, sono un episodio talmente inqualificabile, che merita solo disprezzo e silenzio; esso fu talmente sconcertante, che si commenta da solo.

Tragicamente sincere le parole di Oskar Piskulic, uno dei peggiori infoibatori, trascinato in giudizio presso il Tribunale di Roma dal giudice Giuseppe Pititto, che arrivò ad ammettere la verità, sostenendo che, in fondo, di italiani e fascisti, i partigiani comunisti avrebbero dovuto assassinarne ancora di più, fino alla completa loro estinzione, in quanto nemici di classe, ossia ostacolo da eliminare per realizzare finalmente la società comunista secondo le indicazioni di Tito.

Purtroppo, se vogliamo essere sinceri, ai tanti esuli che per ragioni molteplici, umanamente addirittura comprensibili, occultarono il proprio passato, la propria identità, si aggiunsero quelli che finirono per accettare la tesi che la responsabilità dei crimini commessi contro gli italiani, era da attribuire effettivamente alla politica del governo fascista, così assolvendo i propri carnefici, per ragioni perciò ideologiche. Non solo, perché contribuì anche un meccanismo ben noto alla psicologia e ben noto anche al coraggioso Giovannino Guareschi, che fu tra i primi a denunciarlo.

Più difficile, ovviamente, è riuscire ad imporre, nonostante l’evidenza storica, la tesi dell’intrinseca natura criminogena dell’ideologia comunista, per cui le foibe e i circa cento milioni di vittime dei tanti socialismi compiuti in nome del celebrato “Sol dell’avvenire”, non furono affatto effetti indesiderati dello stesso tentativo di realizzare sulla terra il paradiso socialista.

Secondo una leggenda balcanica, al termine di una uccisione e aver scaraventato nelle foibe i morti, i moribondi e le vittime ancor vive, si gettava anche la carcassa di un cane nero, affinché facesse la guardia alle anime delle vittime impedendo loro di affiorare e reclamare giustizia. Una leggenda, appunto, che dimostra però come, ancor oggi, la storia viene raccontata dai vincitori, violentando da cima a fondo la verità.

Spetta a noi fare in modo che le anime dei quindicimila infoibati non saranno mai dimenticate, perché se dovesse vincere l’oscuro guardiano della leggenda, sarebbe per tutti loro come morire una seconda volta.

«Ma il Figlio dell’uomo troverà la fede sulla terra?»

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

In Germania la crisi interna alla Chiesa cattolica diviene sempre più acuta ed ormai oltre un terzo dei tedeschi – il 36%, per la precisione – è convinto di uno scisma imminente con Roma: a rivelarlo, è un sondaggio promosso dal settimanale cattolico Die Tagespost. Il 42% degli intervistati non sa e non intende sbilanciarsi, solo il 22% è convinto che, alla fine, tutto sia destinato a rientrare. Le percentuali divengono ancora più drammatiche, qualora si consideri un campione costituito dai soli cattolici: in questo caso, ben il 42% degli intervistati prevede lo scisma, peraltro a breve, il 29% non sa e solo il restante 29% è convinto del lieto fine. Mentre nel Vecchio Continente prosegue quell’«apostasia silenziosa», già chiaramente espressa nel 2003 da Giovanni Paolo II al n. 9 dell’Esortazione apostolica Ecclesia in Europa, altrove, in Africa per la precisione, Nigeria e Kenya risultano essere i due Paesi al mondo con la più alta percentuale di cattolici praticanti. Il che ha dell’incredibile, trattandosi di territori segnati dal sangue del terrorismo islamico con organizzazioni quali Boko Haram nel primo caso e al-Shabaab nel secondo, aree cioè in cui essere e dirsi cristiani non è scontato, né facile, né prudente. Eppure, a confermarlo è l’indagine condotta dal World Values Survey sulla base di dati provenienti da 36 Paesi del mondo.

Tutto indurrebbe a ritenere che nelle terre della jihad sia necessario non ostentare la propria fede, viverla in modo nascosto, per evitare di pagare con la vita tale coraggio. Invece, accade proprio il contrario: nell’Occidente, dove – teoricamente – tutto sarebbe possibile, ci si vergogna non solo di dirsi cattolici, ma ancor più di vivere i valori e le virtù, insegnati dalla Dottrina, dal Magistero e dal diritto naturale; nell’Africa, in cui professare il proprio credo può costare il martirio, si è pronti al sacrificio, pur di non rinunciare e di non rinnegare Dio.

Così, ecco in Nigeria il 94% degli adulti cattolici recarsi alla santa Messa ogni settimana; in Kenya fa altrettanto il 73% dei fedeli, in Libano il 69%. Seguono Filippine (56%), Colombia (54%) e solo al sesto posto si trova il primo Paese europeo, la Polonia, col 52%. E poi ancora Ecuador (50%), Bosnia-Erzegovina (48%), Messico (47%), Nicaragua (45%), Bolivia (42%), Slovacchia (40%), Italia (34%), Perù (33%), Venezuela (30%), Albania (28%), Spagna e Croazia (27%), Nuova Zelanda e Regno Unito (25%), Ungheria e Slovenia (24%), Uruguay (23%), Australia ed Argentina (21%), Portogallo e Repubblica Ceca (20%), Austria e Usa (17%; negli Stati Uniti era il 24% prima del Covid), Lituania (16%), Germania e Canada (14%), Lettonia e Svizzera (11%), Brasile e Francia (8%) e Paesi Bassi (7%). Si può notare come la maggior parte dei Paesi, culla della societas christiana, si trovino nella zona più bassa della classifica, da una parte confermando le previsioni di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI circa il suicidio spirituale dell’Europa, dall’altra contestualizzando meglio la portata e le dimensioni di un eventuale scisma in una Germania, in cui, indipendentemente da esso, la presenza cattolica è già oggi quasi irrilevante e ridotta ai minimi storici. Viceversa gli Stati, caratterizzati da maggiore instabilità sociale, violenza e miseria, sono anche quelli, ove più salda risulta l’appartenenza religiosa degli intervistati. E questo è un dato molto significativo, su cui il cosiddetto Occidente dovrebbe riflettere.

L’indagine individua anche una relazione tra il Pil pro capite e la religiosità di un Paese: maggiore è il primo, minore è la seconda, come se il benessere immanentizzasse il cuore degli uomini, anziché spalancarlo alla dimensione spirituale (non foss’altro che per una doverosa gratitudine nei confronti della Divina Provvidenza). Viceversa il gruppo di nazioni con un Pil pro capite inferiore ai 25 mila dollari registra le percentuali più alte di religiosità dichiarata. Sono dati significativi, perché la dicono lunga non solo con numeri e grafici, bensì con i contenuti, per intuire cosa alberghi nel cuore dell’uomo. Ed allora riecheggia, forte e grave come una condanna, la domanda che Nostro Signore Gesù Cristo pose: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8).

 

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