Facebook partners with Globalist Atlantic Council to interfere in Elections around the world

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Mark Zuckerberg CEO of FacebookSegnalazione Breitbart

Facebook has partnered with the Atlantic Council, whose members include arch-globalists like Henry Kissinger and Dina Powell, to “protect free and fair elections around the world.”

Facebook announced earlier today that the Atlantic Council will provide it with “real-time insights and updates on emerging threats and disinformation campaigns from around the world.”

In other words, Facebook will trust a globalist think-tank to distinguish “disinformation” from the spin and sloganeering that characterize virtually all democratic elections.

Facebook says it will also rely on monitoring teams from the Atlantic Council during elections:

Facebook will also use the Atlantic Council’s Digital Research Unit Monitoring Missions during elections and other highly sensitive moments. This will allow us to focus on a particular geographic area — monitoring for misinformation and foreign interference and also working to help educate citizens as well as civil society.

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L’ambasciata della morte

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di Niccolò Inturrisi

L’ambasciata della morte

Fonte: L’intellettuale dissidente

Dopo i mesi passati tra le polemiche e gli scherni, nella giornata del settantesimo anniversario della nascita dello Stato di Israele si è tenuta l’inaugurazione ufficiale della nuova ambasciata statunitense a Gerusalemme. Tuttavia, quella che il presidente americano aveva dichiarato ingenuamente come una giornata dedicata alla speranza di una “pace” si è risolta, come era prevedibile, in un massacro da parte di militari israeliani a discapito della popolazione civile palestinese. Non vogliamo solo soffermarci sui quasi 2000 feriti e oltre 50 morti ammazzati dalle pallottole israeliane – impacchettate, spedite e vendute direttamente da quello stesso paese che si crede baluardo della sopravvivenza della democrazia del mondo – per sottolineare una situazione oscena e deplorevole che nessun paese europeo si degna di condannare con la dovuta attenzione. È proprio questa mancanza di coerenza, non solo mediatica, ma sinceramente politica, che lascia esterrefatti chi (come tutti noi) ha assistito nell’arco degli ultimi vent’anni a un vero e proprio diktat da parte del governo di Israele: il predominio non solo politico ed economico, ma soprattutto sociale e culturale rispetto ad una popolazione che si è vista usurpare la propria terra natia, costretto a vivere in una striscia di terra e, non abbastanza umiliati, denigrati e lasciati a loro stessi da parte delle grandi potenze mondiali. Continua a leggere

Queste sono le domande che qualunque giornalista dovrebbe porgere all’esercito israeliano

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di Tossi Gurvitz

Queste sono le domande che qualunque giornalista dovrebbe porgere all’esercito israeliano

Fonte: Comedonchisciotte

Mentre queste righe vengono scritte i cecchini dell’IDF hanno ucciso più di 40 palestinesi vicino alla barriera di Gaza e ferito altri 2,200, una dozzina è considerata essere stata ferita mortalmente. Nello stesso momento in cui leggete queste parole, i numeri sono probabilmente già saliti. Il portavoce dell’IDF ha l’abitudine di sostenere che i suoi cecchini fossero “in pericolo”. Quando sentite queste parole, pensate all’operazione Speedy Express.

Speedy Express venne effettuata dalla nona divisione di fanteria dell’esercito statunitense nel delta del Mekong nel 1969. L’esercito statunitense sosteneva di avere ucciso 10,899 combattenti avversari. Soffrì soltanto 244 perdite. Stando a Saigon, un giovane genio chiamato Alexander Demitri Shimkin, un veterano delle marce per i diritti civili, lasciava perplessi i suoi colleghi giornalisti con uno strano passatempo: si scomodava a leggere davvero i comunicati ufficiali e tabulava quel che c’era scritto.

Dopo alcuni mesi, Shimkin mise insieme una strana statistica: la nona divisione sosteneva di avere ucciso 10,899 combattenti ma aveva catturato soltanto 748 armi. La conclusione di Shimkin era semplice: la disparità tra i morti e le armi catturate significa che la maggioranza delle persone uccise in Speedy Express non erano combattenti ma civili. Fu problematico per Shimkin trovare un editore disposto a pubblicare questo primo esempio di data journalism e il Newsweek lo pubblicó solo nel 1972. Ció nonostante la pubblicazione causò una tempesta di fuoco politica, con l’esercito statunitense forzato a prendere rifugio nella disperata affermazione che “molte unità della guerriglia non erano armate di armi”. Continua a leggere

Verso la fine dell’Occidente?

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di Luigi Tedeschi

Verso la fine dell’Occidente?

Fonte: Italicum

Con l’implosione dell’Occidente finirà anche l’Europa?

La decisione di Trump di far ritirare gli USA dall’accordo sul nucleare con L’Iran, con il relativo ripristino dell’embargo economico, può determinare una frattura gravida di conseguenze nei rapporti tra Europa e Stati Uniti. Probabilmente la rottura di Trump, con la dottrina dell’America First, rispetto alla politica estera di Obama, comporterà la fine dello stesso Occidente, come area geopolitica che si è identificata nell’alleanza atlantica tra USA ed Europa occidentale, sorta alla fine della seconda guerra mondiale.

Con Trump si riafferma l’unilateralismo americano in politica estera e tramonta il multilateralismo di Obama, quale fase della geopolitica americana caratterizzata dal declino del primato mondiale degli USA, dovuto all’emergere di nuove potenze continentali, quali la Russia, la Cina, l’India e in misura minore dello stesso Iran. Le potenze emergenti hanno determinato la fine dell’epoca dell’espansionismo americano su scala globale, affermatosi a seguito del crollo dell’URSS.

Lo stesso ruolo dell’Europa nel mondo ha subito un drastico ridimensionamento, sia economico che politico. L’Europa infatti non è una istituzione politica unitaria, ma solo una unione economico – monetaria, che dal punto di vista geopolitico non è stata in grado di affrancarsi dal predominio americano. Pertanto l’Europa è rimasta fortemente coinvolta nel declino americano nel mondo, scontando le conseguenze della propria subalternità. Continua a leggere

La rugbysta finita in coma ci ha permesso di vedere come funzionano i trapianti

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Segnalazione Redazione BastaBugie

Per il trapianto d’organi vitali dobbiamo chiederci se fare l’espianto dopo la morte o morire a causa dell’espianto
di Alfredo de Matteo

(LETTURA AUTOMATICA)

La triste vicenda di Rebecca Braglia, la giovane e sfortunata rugbysta finita in coma in seguito ad un placcaggio di gioco, dichiarata cerebralmente morta e sottoposta all’espianto degli organi, è esemplificativa di come funziona la macchina dei trapianti.
Innanzitutto, essa ha il compito di utilizzare un linguaggio tecnico nebuloso, poco chiaro, in modo tale da far pensare che sia una questione valutabile dai soli addetti ai lavori; in secondo luogo, le informazioni sul caso specifico sono poche e frammentate; terzo, il nuovo criterio di accertamento della morte consente di “giocare” con la parola morte e di collocarla in un momento preciso, anche se in maniera del tutto arbitraria.
Sappiamo infatti che non è possibile conoscere il momento esatto della morte ma solamente quando essa è già avvenuta, ossia quando sono evidenti i segni inequivocabili della morte stessa (ad esempio il rigor mortis).
Di Rebecca si è a conoscenza del fatto che la giovane è entrata in coma in seguito ad un incidente di gioco, che le sue condizioni cliniche sono apparse subito gravissime ed in seguito giudicate irreversibili, che è stato avviato il protocollo per l’osservazione di morte propedeutico alla fatale constatazione del decesso e infine che è stata sottoposta alla procedura per l’espianto degli organi.
È interessante notare come la notizia dell’avvenuta morte della rugbysta sia stata diramata dai media assieme a quella dell’inizio dell’iter di osservazione della morte, la qual cosa appare come minimo contraddittoria. Continua a leggere

Irlanda: referendum sull’aborto censurato dai social

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Segnalazione Corrispondenza Romana

Mentre il 25 maggio, data del referendum sull’aborto in Irlanda, si avvicina rapidamente, Google ha deciso di vietare tutti gli annunci relativi alla consultazione, anche sulla sua controllata YouTube. Ad affermarlo, è il quotidiano Irish Independent.

Simile la politica promossa in merito da Facebook, che accetterà solo gli spot irlandesi, tanto pro quanto contro.

Un’improvvisa censura quanto meno sospetta, sia perché blinda i social, nel momento in cui il relativismo impazza su televisione, radio e carta stampata, sia perché ha trovato subito favorevole accoglienza da parte pro-choice. Si dice che sia una scelta compiuta per evitare l’ombra di influenze straniere sul referendum, il che appare ridicolo, tenendo conto di come nemmeno due anni fa, nel 2016, un documento rivelò le forti interferenze sull’Irlanda e su altri Paesi, poste in essere dalla Open Society Foundation del miliardario George Soros, a sostegno di una “disinvolta” legalizzazione dell’aborto.

Una campagna fatta propria anche dalla sezione irlandese di Amnesty International in cambio dei 137 mila euro giunti dallo stesso Soros, secondo quanto rivelato dall’agenzia Médias-Presse Info: si è trattato di un finanziamento del tutto illegale, in base almeno alla normativa elettorale varata nel 1997. Senza tener conto delle centinaia di milioni di dollari, donati da Soros a potenti gruppi abortisti quali Planned Parenthood e l’Aclu, l’American Civil Liberties Union. Senza che nessuno trovasse alcunché da ridire. A fronte di tutto questo, l’improvviso moralismo dei social appare alquanto un’operazione di facciata. Continua a leggere

Un triste anniversario: i quarant’anni della legge 194

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UNA LEGGE DA ABROGARE, SENZA SE E SENZA MA

Segnalazione di Corrispondenza Romana

Alfredo de Matteo, Famiglia Domani – 7 maggio 2018

Com’è noto, quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario della legge 194 che ha reso legale, in Italia, l’omicidio dei bambini non nati. L’immane tributo di sangue innocente versato sull’altare dell’autodeterminazione femminile ci impone di contrastare l’aborto legale con ogni mezzo lecito a nostra disposizione.

In particolare, la battaglia a livello intellettuale riveste un ruolo decisivo, dal momento che alcuni falsi miti intorno alla legge 194, originatisi nel corso degli anni, hanno depotenziato lo scontro tra le due opposte fazioni in campo: coloro i quali difendono le ragioni della vita contro coloro i quali invece difendono le pseudo ragioni della libertà di scelta e di coscienza sull’aborto volontario. In questa sede, ci proponiamo di analizzare criticamente alcune questioni legate alla legge 194/1978 utilizzando uno schema di discussione che ricalca almeno in parte la Somma Teologica di san Tommaso d’Aquino. Per ciascuna questione o domanda si enunciano innanzitutto gli argomenti e le osservazioni che sono contro la tesi proposta (sembra che), poi nel corpo principale si sviluppa la risposta alla questione attraverso la contestazione delle obiezioni iniziali.

QUESTIONE

LA LEGGE 194/1978 SULL’ABORTO

Consideriamo la legge nei suoi articoli e nel suo insieme.

Su tale argomento si pongono 4 quesiti: 1. La legge 194 tende a contrastare il fenomeno dell’aborto clandestino? 2. La legge 194 contempla l’aborto come mezzo per il controllo delle nascite? 3. La legge 194 riconosce alla donna il diritto di abortire? 4. La legge 194 è una buona legge da applicare meglio? Continua a leggere

Governo Lega-M5S, ecco contratto e rosa dei ministri

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SalviniSegnalazione Wall Street Italia

di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – Più che una bozza di accordo per alcuni è visto come un guanto di sfida all’Unione europea capace di mandare in tilt i mercati finanziari. Parliamo del contratto che Lega e Movimento Cinque Stelle hanno messo a punto e che presto porteranno all’attenzione del Capo dello Stato dando così il via libera al nuovo governo.

Rispetto alla versione trapelata dall’Huffington Post nel nuovo contratto spariscono dei riferimenti spinosi come la creazione di un meccanismo di uscita dall’euro e la richiesta a Mario Draghi della Bce di cancellare i 250 miliardi di debito in capo all’Italia.

Tuttavia restano alcuni punti nevralgici che potrebbero incrinare i rapporti con Bruxelles. Senza contare che le coperture da trovare per tutte queste misure saranno notevoli e i vincoli di bilancio non consentono grande margine di manovra.

Alcuni punti del disegno programmatico necessitano ancora di qualche riflessione, come le aliquote della flat tax, la proposta di istituire un Cie regionale, la riforma della prescrizione, una normativa sulle moschee, fino all’impegno di sospendere i lavori esecutivi e ridiscutere in maniera integrale il progetto della Tav. Continua a leggere

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