Immigrati e le Sirene del consumismo. Ipocrisie e falsità dell’accoglienza europea

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dell’Avv. Luigi Bellazzi

Il tema dell’immigrazione è “caldo” più che mai. Torno a parlarne non solo per la sua drammatica attualità, ma per smascherare la demagogia falsa e pietosa degli  Atleti del pensiero comodo”, i cosiddetti “Buoni”. E per mostrarne falsità e ipocrisie.

C’è una guerra? C’è la fame? Viene spontaneo dire che “Uno rimane a casa propria a far la guerra o a zappare la terra”. Come avveniva da noi durante tutto il Novecento. Del resto, è evidente che la differenza tra il tenore di vita del contadino Siciliano di mezzo secolo fa e il suo Omologo dell’Africa subsahariana di oggi è più o meno la stessa. Domandiamoci, allora: perché, in passato, non c’erano le attuali migrazioni bibliche?
                                            Prima di rispondere, ecco alcune considerazioni di massima: in primo luogo, il braccio di mare tra Lampedusa e la costa Africana misura  da sempre solo 152 Km. Inoltre, guerre, carestie e malattie ci sono sempre state. Teniamo anche conto che è dal secondo dopoguerra che le Colonie hanno chiuso un’epoca.
                                            E allora? Che cosa c’è di nuovo? Che cosa è cambiato?
                                            Innanzitutto, da qualche decennio, si è diffusa in Africa la Tv Satellitare. Questa è la Sirena irresistibile che richiama le orde in Europa, mostrando la falsa immagine di una Società Europea ricca, opulenta, felice.
                                            Inoltre, sempre dal Secondo dopoguerra  ci è stata “liberamente” imposta una Economia basata sulla spesa e sui consumi, quando per tradizione la nostra economia era fondata sul risparmio e sugli investimenti ( el mal de la piera...).
Per aumentare i consumi, anche di noi Europei, c’è una sola ricetta: aumentare il numero dei consumatori. Si badi bene che non è l’aumento del reddito che fa aumentare i consumi. Anzi, le famiglie della fascia medio borghese (magari raggiunta da poco) educano i figli alla parsimonia, non allo sperpero. E’ nell’armadio della prostituta o del giovane spacciatore che si trovano stipati file di scarpe e di abiti firmati. Dunque, occorre trovare nuovi consumatori. Può sembrare illusorio vedere negli immigrati, poveri e coperti di stracci, dei nuovi consumatori, ma molti Buoni hanno la vista lunga.
                                        Mi sono chiesto e mi sono già dato la risposta: “Visto quello che si spende nel soccorrerli in mezzo al mare, viste le problematiche legate alla loro “accoglienza”, non converrebbe andare a prendere questi migranti a domicilio con torpedoni Gran Turismo? E perché invece si fanno rischiare di morire tra la sabbia del deserto, o annegati in mezzo al mare?
                                       Semplice e crudele la risposta che mi sono dato: perché, così facendo, “i Buoni” fanno una selezione eugenetica dei Migranti: anche solo un foruncolo nel culo ne impedisce la migrazione.
                                      Sofferenze e annegamenti selezionano, a loro volta, i più coraggiosi, i più intraprendenti e anche i più banditi.
Questa la vera ragione per la quale di questi Migranti abbiamo Ospedali vuoti e Carceri piene.
                                      Tirarli su fino ai vent’anni,  ai “Buoni” non sono costati nulla. E cosa si ritrovano, dopo averli lavati, ripuliti, rifocillati e rivestiti? Dei giovani immigrati, in un Continente di vecchi da mantenere, consumatori già adulti con braccia buone per imprese vecchie e superate, come lo schiavismo delle Coltivazioni di Cotone  degli Stati Confederati al tempo di “Via col Vento“.  Solo che, se per Rossella O’ Hara “Domani è un altro giorno”, per noi, sia nelle acque del Mediterraneo, sia nei centri di accoglienza, sia nelle politiche dell’immigrazione, “Domani è sempre lo stesso giorno” .

Quo vadis Europa?

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L’EDITORIALE

di Matteo Castagna per https://www.2dipicche.news/quo-vadis-europa/ – https://www.informazionecattolica.it/2023/08/21/quo-vadis-europa/ e, in spagnolo sulla rivista in America Latina: https://vocesdelperiodista.mx/voces-del-periodista/internacional/quo-vadis-europa/

Quo vadis Europa? – “Henry Kissinger ha tuttora una considerevole influenza” – scrIve The Economist. L’ex Segretario di Stato americano sostiene che la ricerca contemporanea dell’ordine mondiale richiederà una strategia coerente per affermare un concetto di ordine nell’ambito delle varie regioni, e per mettere in rapporto tra loro questi ordini regionali.

Il consigliere geopolitico più ascoltato al mondo è per una revisione del concetto di equilibrio.

Il vecchio ordine è in costante mutamento, però la forma di ciò che lo sostituisce è altamente incerta. Per Kissinger serve trovare dei criteri per il superamento delle differenze. Inoltre, nelle sfide della nostra epoca, il centenario ma sempreverde stratega sostiene che l’America deve avere un ruolo primario, risoluto e significativo, sia dal punto di vista filosofico che geopolitico. “Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume” – riflette il “grande vecchio”, riprendendo una frase di James Reston sul suo Defenders of the Faith, del 2009.

La storia come mutamento

Si può, cioè, pensare alla storia come a un fiume, ma le sue acque saranno sempre in mutamento. (Henry Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori, 2023)

Il Prof. Giulio Tremonti, Presidente dell’Aspen Institute, si chiede, proprio come Kissinger: “Quo vadis Europa?”

Adenauer, nel 1957, riferendosi alla nascente Comunità Europea citò un proverbio tedesco: “gli alberi non devono impedire di vedere il bosco”.

Oggi è valido l’opposto: il bosco, troppo fitto, non deve impedire di vedere gli alberi! Significa che per diventare europei non dobbiamo dimenticare di essere italiani.

E’ ciò che Kissinger definirebbe “l’ordine nelle varie regioni”. Anziché valorizzare la sua storia e civiltà – prosegue Tremonti – l’Italia si è posta in incondizionata subordinazione dell’Europa, introducendo questa clausola in Costituzione nel 2000. E poi, ancora, quando nell’autunno del 2011 abbiamo ceduto al vizio storico della “chiamata dello straniero”.

E’ ciò che Kissinger chiamerebbe mutamento dell’equilibrio in una struttura più grande, unitaria e cooperante.

La critica di Tremonti

Tuttavia, Il Prof. Tremonti critica, con argomenti appropriati ed una significativa pars construens, questa Europa, che “fa ciò che non dovrebbe fare: infinite regole e de minimis, su tutto e per tutto, cercando di normalizzare, di standardizzare per “Direttiva” o per “Regolamento” tutte le realtà storicamente proprie dei vari Stati dell’Unione, cercando di cancellarle d’ufficio e di colpo, per sostituirle con modelli sociali nuovi universalistici, artificiali e oramai fallimentari”.

Le soluzioni proposte dall’ex Ministro dell’economia e delle finanze dei governi Berlusconi II, III, IV sono:

a) lasciare alla sovranità dei nostri Stati ciò che non è essenziale per l’Unione. L’Europa, per evitare la Brexit, propose all’Inghilterra di eliminare molte delle regole europee che considerava non necessarie all’Unione, e comunque, contrarie alle sue tradizioni. Lo ha fatto dichiarando che tale “concessione” era completamente compatibile coi vigenti trattati.

b) Fare come l’Europa, ciò che invece finora non si è fatto: concentrarsi su sicurezza, intelligence e difesa dei confini, finanziate emettendo titoli europei (Eurobond). [Giulio Tremonti, Le Tre Profezie, Ed. Solferino, 2020]

“Serve uscire dal paradigma suicida”, col coraggio e la saggezza del vero statista, “per cui un continente, più è importante nel mondo – come l’Europa – più deve essere debole!”.

I BRICS

Orgoglio nazionale, sovranità non devono rimanere slogan o parole vuote, perché negli altri continenti si sta correndo.

Il Presidente dell’Istituto Italia BRICS, già presidente della Commissione Esteri del Senato Vito Petrocelli, il 18 Agosto ha precisato che il BRICS diventerà sempre più un’alleanza di Paesi uniti dall’obiettivo di liberarsi dal neocolonialismo dell’Occidente collettivo e di determinare autonomamente le politiche di cooperazione, sviluppo collettivo, equilibrato e reciprocamente vantaggioso. Anche questo proposito, in teoria, potrebbe piacere a Kissinger, ma certamente non con la marginalizzazione degli USA.

Perciò è questo il momento di un sussulto d’orgoglio “made in Italy”, svincolandosi dalla UE in tutti gli ambiti possibili e già garantiti dai trattati internazionali.

I BRICS lanciano la sfida: il piano per de-dollarizzare il mondo

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di Lepoldo Gasbarro

I BRICS alzano la voce e fanno capire al mondo che la loro forza, alimentata da una crescita straordinaria dei numeri demografici, in questo momento è l’unica in grado di poter cambiare il mondo. Staremo a vedere, ma intanto i leader dei Paesi (escluso Putin collegato in remoto) posano in una sorta di foto di famiglia e si abbracciano l’uno a l’altro. Putin, come detto, è intervenuto al vertice da remoto e ha sottolineato nel discorso in lingua russa che la de-dollarizzazione sta “guadagnando slancio”.

Secondo lui, la perdita di centralità globale del dollaro è un processo “oggettivo e irreversibile”. Il leader russo ha affermato che i cinque membri del BRICS – RussiaCinaIndiaBrasile e Sudafrica – stanno diventando i nuovi leader economici mondiali, aggiungendo che la loro quota cumulativa del PIL globale ha raggiunto il 26%. Ha osservato che, se misurati in base alla parità di potere d’acquisto, i BRICS hanno già superato il Gruppo delle Sette principali nazioni industrializzate – rappresentando il 31% dell’economia globale, rispetto al 30% del G7 .

Negli ultimi 10 anni, gli investimenti reciproci tra gli Stati membri del BRICS sono aumentati di sei volte. I loro investimenti totali nell’economia mondiale sono raddoppiati, mentre le esportazioni cumulative rappresentano il 20% del totale globale.

Putin ha anche criticato le “sanzioni illegittime” che “pesano gravemente sulla situazione economica internazionale” da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente, oltre al “congelamento illegale dei beni degli stati sovrani”. Il messaggio dello Zar sarà sicuramente accolto positivamente da molti aspiranti candidati ai paesi Brics. “Stiamo costantemente aumentando le forniture di carburante, cibo e fertilizzanti agli stati del Sud del mondo”, ha aggiunto, imputando anche la carenza alimentare internazionale alle sanzioni “illegali” dell’Occidente.

Il presidente cinese Xi Jinping è arrivato in Sud Africa accolto dal presidente Cyril Ramaphosa, che ospita il vertice di Pretoria.

È il secondo viaggio all’estero del leader cinese quest’anno, dopo che a marzo aveva incontrato a Mosca Vladimir Putin . Putin sarà assente all’incontro dei BRICS dopo che il Sudafrica ha segnalato di essere sotto pressione per far rispettare lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (CPI) che richiederebbe al governo di arrestare il leader russo.

La dichiarazione pre-vertice di Xi ha inoltre affermato che i membri dell’associazione sono diventati “una forza costruttiva che ottimizza la governance globale e promuove la democratizzazione delle relazioni internazionali “.

Illustrando il divario sulla missione e sulla portata più ampia dei BRICS, il FT scrive:

“Se espandiamo i Brics fino a rappresentare una quota del PIL mondiale simile a quella del G7, allora la nostra voce collettiva nel mondo diventerà più forte”, ha detto un funzionario cinese, che ha voluto restare anonimo.

Naledi Pandor, ministro degli Esteri del Sud Africa, ha detto questo mese che è “estremamente sbagliato” vedere una potenziale espansione dei Brics come una mossa anti-occidentale. Tuttavia, è probabile che le capitali occidentali considerino la possibile adesione di Iran, Bielorussia e Venezuela come una mossa per abbracciare gli alleati di Russia e Cina.

Ma alcuni paesi influenti come il Brasile del presidente di sinistra Luiz Inácio Lula da Silva probabilmente saranno dalla parte di Pechino, dato che Lula si è espresso a favore dell’ammissione di paesi vicini come Argentina e Venezuela – quest’ultimo nemico di lunga data di Washington. Alcuni leader vogliono anche l’ammissione dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, il che scatenerà il dibattito sulle condizioni e sui criteri per l’espansione. Attualmente l’Arabia Saudita è il paese più vicino a diventare il nuovo membro, dato che i colloqui sono in corso. Oltre 20 altri paesi hanno chiesto e fatto domanda per aderire.

Nonostante le voci secondo cui alcuni paesi, tra cui la Russia, stanno spingendo per la fine del dominio del dollaro, il FT ha citato fonti diplomatiche per sottolineare che una valuta comune non è all’ordine del giorno.

Soros si è arreso: addio all’Europa

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Il magnate cambia linea: “Stop ai finanziamenti per l’Ue”. Ecco quali saranno le mosse della sua fondazione internazionale

Ciao ciao Europa. È questo il messaggio lanciato dalla Open Society Foundations del magnate George Soros, che già a partire dal prossimo anno trasmetterà i finanziamenti fino ad oggi destinati al Vecchio Continente alla volta di altri Stati fuori dall’Ue. La ragione starebbe nel fatto che Bruxelles spende ormai da molto tempo denari a favore della tutela dei diritti umani, e che quindi l’azione della fondazione internazionale dovrebbe essere direzionata da altre parti.

Una motivazione, però, che ha sollevato più che dubbi anche tra le stesse Ong collaboratrici. Venerdì scorso, infatti, Soros ha inviato una lettera spiegando le motivazioni del proprio disimpegno, ma da qui si è scatenato un vero e proprio braccio di ferro con alcune associazioni. Tra queste, per esempio, incidono fortemente quelle ungheresi, secondo le quali la giustificazione addotta dal magnate sarebbe “un po’ contraddittoria”. E questo perché “il governo ungherese, ad esempio, non fa molto per le persone LGBTQ, anzi, in realtà è contro di loro. E per quanto riguarda la democrazia stessa, non solo in Ungheria, ma anche in altri Stati membri dell’Ue, non gode di ottima salute”.

Ma la vera svolta si è avuta qualche mese fa, quando al trono della OSF è arrivato il figlio Alex Soros, 37 anni, ora pronto a gestire il patrimonio da 25 miliardi di dollari del padre George. Fino a quel momento, come riportato sulle colonne del Domani, “i bilanci mostrano che nel 2016 erano indirizzati 143 milioni di dollari, nel 2017 oltre 154; nel 2019 ben 178, e 209 nel 2021”. Da giugno, invece, è arrivato il cambio di rotta.

Per approfondire:

La trasformazione è proprio legata all’erede nascente e studiante negli Usa, sempre più intenzionato a dirottare fondi ingenti verso le presidenziali 2024. Insomma, prima dell’Ue, conta più che mai la politica americana. Una scelta che per il cronista ungherese, Pál Dániel Rényi, comporterà licenziamenti massicci nel Paese governato da Orban. Tagli anche del 40 per cento della forza lavoro, che però alla famiglia Soros non sembrano più interessare.

L’intervento di Putin ai Brics: “La guerra è colpa dell’Occidente”

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In collegamento video, per evitare il possibile arresto dopo il mandato spiccato dalla Corte dell’Aja per crimini di guerra, il leader del Cremlino ha utilizzato il suo discorso per difendere l’invasione della Russia in Ucraina

AGI – A un anno e mezzo dall’inizio della guerra in Ucraina, Vladimir Putin ha assicurato, durante il vertice del gruppo Brics a Johannesburg, che la Russia vuole porre fine a un conflitto che, secondo lui è stato “scatenato” dall’Occidente “per mantenere la propria egemonia nel mondo”.

Intervenuto in collegamento video, per evitare il possibile arresto dopo il mandato spiccato dalla Corte dell’Aja per crimini di guerra, il leader del Cremlino ha utilizzato il suo discorso per difendere la guerra della Russia in Ucraina e lodare Cina, Brasile, India e Sudafrica, che nel blocco con Mosca si presentano sempre più’ come contrappeso al dominio globale degli Stati Uniti.

Putin ha ripetuto, ancora una volta, la narrativa ufficiale russa, secondo cui l’invasione dell’Ucraina, condannata da Kiev e dall’Occidente come una mossa imperialista, è stata la risposta obbligata della Russia alle azioni ostili di Kiev e Washington e allo “sterminio” che da otto anni era in corso nelle regioni orientali del Donbass.

putin brics guerra ucraina colpa occidente
© ALET PRETORIUS / POOL / AFP

Putin, intervento ai Brics

“Prima, con l’aiuto degli occidentali, in questo Paese è stato effettuato un colpo di Stato incostituzionale, e poi è stata scatenata una guerra contro quelle persone che non erano d’accordo col golpe”, ha detto riferendosi alla caduta del governo filo-russo di Viktor Yanukovich dopo la rivoluzione di Maidan del 2014. “Una guerra crudele, una guerra di sterminio da otto anni“.

Putin ha parlato ai leader di Paesi che si sono astenuti dal condannare le azioni della Russia in Ucraina. Dopo la rottura con l’Occidente sull’Ucraina, i Brics hanno assunto maggiore importanza per Mosca, interessata ad attenuare le sanzioni con l’aumento dell’interscambio aumentando con Asia, Africa e America Latina.

 

 

 

 

 

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I PASSI NECESSARI PER UN MONDO MULTIPOLARE

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Discorso alla 1° Conferenza globale sul multipolarismo del 29 aprile 2023

1. Affrontare e riorientare le dinamiche globali della geopolitica e della geoeconomia.

Lo sviluppo di Cina, India, Russia e altre regioni viene affrontato come una minaccia all’egemonia statunitense e al dominio occidentale.

I programmi di sviluppo globale come la BRI vengono trattati come minacce geoeconomiche per l’Occidente.

Lo slancio verso un mondo multipolare contro le lotte egemoniche e di dominio genera azioni di sanzioni, contenimento e guerre per procura, rendendo la comunità internazionale minacciata e instabile.

Come si può uscire da queste azioni e come le nazioni possono avere il diritto di svilupparsi in modo inoffensivo e protetto dalle minacce multidimensionali delle ambizioni egemoniche e di dominio sono stati i seri interrogativi del giorno.

2. Configurazione del mondo multipolare.

Come possiamo uscire dall’attuale scenario unipolare del mondo?

Multipolarità dei sistemi finanziari e monetari globali.

La de-dollarizzazione strategica è essenziale per un sistema monetario globale multipolare.

L’indipendenza dall’economia del dollaro è un’esigenza più ampia per l’indipendenza della valuta del dollaro e la resilienza alle crisi economiche create.

Per accelerare il processo, è necessario creare strutture collettive e strategiche per la de-dollarizzazione. Il sistema finanziario globale deve essere allontanato dalle istituzioni che controllano unilateralmente il FMI e la Banca Mondiale.

È necessario stabilire la multipolarità delle regioni economiche, garantendo catene di approvvigionamento globali e catene del valore senza soluzione di continuità.

L’equilibrio strategico multipolare della sicurezza deve essere garantito senza minacce e la libera navigazione e l’aviazione devono essere garantite, soprattutto nei punti di strozzatura strategici.

Il multipolarismo delle civiltà deve essere preservato e promosso.

Il rispetto reciproco e l’ammirazione di culture e valori diversi devono essere al centro delle relazioni internazionali.

La strategia di espansione dei BRICS e della SCO deve far fronte al futuro assetto multipolare del mondo. Tutte le aree di equilibrio strategico, come quella monetaria, militare, mediatica e tecnologica, devono essere sviluppate in modo uniforme tra i poli strategici per avere stabilità.

3. Riscrivere l’ordine globale

Riscrivere le regole internazionali e riformare le istituzioni in una visione e in una dimensione multipolare, comprese le Nazioni Unite e altre importanti istituzioni internazionali.

La promozione di connettività linguistiche, culturali e sociali sono aree chiave del Nuovo Multilateralismo.

La decolonizzazione, la lotta alla creazione di Stati, la lotta alle guerre per procura e la lotta all’occidentalizzazione sono le misure da adottare collettivamente nel processo di transizione verso un ordine internazionale multipolare.

La libertà dell’ordine unilaterale potrebbe non essere libera.

La resilienza collettiva contro le minacce multidimensionali delle soppressioni alleate, come il contenimento, le sanzioni e i blocchi, è sempre necessaria finché l’alleanza intende distruggere le nazioni bersaglio.

Nuovo ordine internazionale in tutte le aree globali comuni: Mare, Spazio aereo, Spazio cibernetico, che garantisca la libertà dalle minacce di Choke Point e dal controllo unilaterale di qualsiasi dominio.

Le regole dovrebbero essere stabilite multilateralmente con una partecipazione paritaria.

Grazie a tutti.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/i-passi-necessari-un-mondo-multipolare

DISCORSO DI SUA SANTITÀ PIO XII ALLE LAVORATRICI DELLA CASA

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di Sua Santità Papa Pio XII, Basilica Vaticana – Domenica, 19 gennaio 1958

Il paterno benvenuto che vi diamo, dilette figlie Lavoratrici della casa, vuol essere la conferma dell’assidua premura che Noi dedichiamo alla vostra categoria, più volte dimostratavi, ora accogliendovi con vivo gradimento alla Nostra presenza, ed ora esponendo il Nostro pensiero sul vostro lavoro, come facemmo parecchi anni or sono, nel corso di tre distinte Udienze concesse ai novelli Sposi, nelle quali illustrammo ampiamente in che modo il senso cristiano debba animare i rapporti tra padroni e domestici (cfr. Discorsi e Radiomessaggi, vol. IV, pagg. 151-158165-173177-184). Che anzi anche più di recente rivolgemmo nuovamente la parola ad un numeroso gruppo di lavoratrici della vostra categoria (cfr. Discorsi e Radiomessaggi, vol. XVIII, pagg. 263-267). Sicché la presente Udienza, tutta per voi, sarà come la ripresa di quei colloqui ideali, ispirati dal senso di paternità, propria del Vicario di Cristo, che volge l’amore, nello stesso tempo, a tutti e a ciascuno, scevro di debolezze e di parzialità, rispettoso dei diritti degli uni e degli altri, esigendo però da ambedue le parti corrispettivi doveri.

Poiché Ci sembra che in quelle Nostre esposizioni non abbiamo tralasciato alcuno dei punti essenziali sull’argomento, basterà ora che accenniamo a qualche particolare applicazione, non senza raccomandarvi, se è possibile, la conoscenza o la rinnovata lettura di quei Nostri insegnamenti.

CONTINUA SUhttps://www.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1958/documents/hf_p-xii_spe_19580119_lavoratrici-casa.html

 

Germania, allarme rosso

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Il governo tedesco conferma: “I dati non indicano ancora una ripresa”. Il caso dell’auto e i rischi per l’Italia

di Franco Lodige

La chiamavano la “locomotiva d’Europa”. La crescita era costante, le finanze dello Stato solide, la potenza politica inattaccabile. Era l’era di Angela Merkel, ormai finita da tempo. La guerra in Ucraina, i tentennamenti di Olaf Scholz e la chiusura del rapporto privilegiato col gas di Putin hanno trasformato la Germania. In peggio. Oggi l’economia tedesca affanna, la produzione industriale si è fermata, le vendite calano. A maggio è stata dichiarata la “recessione tecnica“. E anche il clima imprenditoriale generale è negativo. Segno che oggi Berlino non è più quella solida roccia che è stata nell’ultimo ventennio.

Allarme rosso in Germania

L’ultima notizia negativa è stata diffusa oggi dal ministero dell’Economia secondo cui non si intravede alcun miglioramento per l’economia tedesca. “Gli indicatori attuali non indicano ancora una ripresa economica sostenuta nei prossimi mesi”. Certo: i consumi privati hanno retto il colpo. Ma le “deboli condizioni esterne” rallentano la produzione e soprattutto le esportazioni, ormai al palo. I dati parlano chiaro: a giugno la produzione industriale è calata dell’1,3%, trainata verso il basso dal settore automobilistico e dalle costruzioni.

Il settore immobiliare fatica

I segnali sono sconfortanti. La società Project, che ha sede a Norimberga e investimenti per miliardi di euro in tutta la Germania, ha presentato istanza di insolvenza. Parliamo di qualcosa come 120 progetti di costruzione edile (pianificati o in costruzione) per 3,2 miliardi di euro, ma l’aumento dei costi di costruzione a seguito della guerra in Ucraina hanno dato il colpo finale. “Non è stato possibile trasferire questi aumenti di costo ai clienti”, ha fatto sapere la società, non l’unica in difficoltà in tutta la Germania: l’aumento dei tassi di interesse immobiliari e dei costi dei materiali hanno prodotto una raffica di insolvenze.

Germania, clima imprenditoriale negativo

Non che i professionisti se la passino meglio. Un sondaggio realizzato dall’Ifo tra i lavoratori autonomi registra un peggioramento drastico del clima imprenditoriale per i lavoratori autonomi tedeschi. L’indice elaborato dall’istituto è sceso a -16,4 punti a luglio dai -12,6 di giugno. “L’economia tedesca sta attraversando una fase di debolezza”, afferma Katrin Demmelhuber, ricercatrice dell’ifo. E anche “i lavoratori autonomi sono colpiti da questa situazione”. Senza contare che nei primi sei mesi del 2023 hanno cessato l’attività qualcosa come 50.600 medie imprese, con un aumento del 12,4% rispetto all’anno precedente. Il numero di insolvenze aziendali registrate è aumentato del 3,5% a maggio rispetto ad aprile e del 19% rispetto a maggio 2022.

La crisi tedesca

I motivi dietro la crisi tedesca sono numerosi. Negli ultimi anni la Germania aveva sviluppato un’economia decisamente rivolta verso Oriente: usava il gas della Russia e rivendeva beni a Mosca così come a Pechino. Nel primo caso i rapporti sono ai minimi termini a causa delle sanzioni. Nel secondo si sta realizzando un calo della fame cinese per il made in Germany. Soprattutto sul settore dell’auto, dove l’avanzata dell’elettrico sta dando un vantaggio competitivo alle aziende locali cinesi. Da gennaio a maggio del 2023, Volkswagen, Audi, Bmw e Mercedes hanno prodotto in Ue mezzo milione di vetture in meno rispetto al 2019. Un crollo del 20%. E se l’automotive tedesco tentenna, a rimetterci sono anche le aziende italiane.

Vero: se il Fmi alza le stime della crescita italiana e la pone al di sopra di quella tedesca un po’ di orgoglio nazionale è giustificato. Ma senza fuochi d’artificio. Come spiega Matteo Zoppas, direttore dell’Ice, la Germania è il nostro primo mercato e “rappresenta il riferimento per alcuni comparti primari come food, fashion e componentistica”. Se Berlino piange, insomma, Roma non può certo ridere.

Franco Lodige, 14 agosto 2023

Fonte: https://www.nicolaporro.it/germania-allarme-rosso/

“Le donne non hanno il pene”. E lo censurano

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L’OVVIO SOTTO ATTACCO NELLA SOCIETA’ FLUIDA E DISTOPICA DEL III° MILLENNIO (N.D.R.)
IL CASO A EDIMBURGO
Graham Linehan escluso dal Fringe di Edimburgo per le sue opinioni sul gender. Il locale: “Non in linea coi nostri valori”. La protesta dei fan

Il dibattito sulla libertà di espressione nella comicità è arrivato ai livelli più alti in seguito alla cancellazione dell’evento del famoso scrittore di Father TedGraham Linehan, al Fringe festival di Edimburgo. Come riportato dal Daily Mail, l’evento è stato interrotto a causa delle sue visioni critiche sulla questione di genere, scatenando indignazione tra i fan e critiche verso il festival stesso. Il locale che doveva ospitarlo, il Leith Arches, ha detto di aver annullato l’evento perché le opinioni dell’artista sulle questioni transgender non erano “in linea con i nostri valori generali”. “Non supportiamo questo comico o le sue opinioni e non gli sarà permesso di esibirsi nella nostra sede”.

La posizione di Linehan sulle questioni di genere

Linehan è famoso per la sua ferma credenza che le donne non possono avere un pene e “chiunque sostenga il contrario è un estremista”. Una posizione molto netta contro la possibilità di “autoidentificazione” del genere. Le sue opinioni però hanno portato all’annullamento del suo spettacolo al Leith Arches di Edimburgo, decisione che Linehan ha deciso di sfidare con una performance all’aperto davanti al Parlamento scozzese a Holyrood. Questa iniziativa ha attirato un considerevole numero di fan e ha suscitato molti commenti, tra cui quello di una spettatrice che ha dichiarato: “È osceno che sia stato cancellato per opinioni che la maggioranza della popolazione ha”.

Linehan contro gli attivisti trans

Nonostante le paure di possibili scontri con gruppi trans, lo spettacolo si è svolto senza intoppi. Linehan ha energicamente dichiarato alla stampa che “gli attivisti per i diritti dei trans devono essere completamente sconfitti”, elogiando i suoi fan per il loro sostegno e rivelando come la pressione su di lui e la sua famiglia l’abbia fatto ricorrere ai farmaci per l’ansia.

La libertà di espressione comica sotto attacco?

Il dibattito sulla libertà di espressione comica si è inasprito quando Andrew Doyle, organizzatore dello spettacolo Comedy Unleashed di Linehan, si è rivolto a Twitter annunciando che anche il locale alternativo aveva cancellato l’evento. Tuttavia, Linehan ha deciso di svolgere comunque lo spettacolo di fronte al parlamento scozzese, dichiarando al termine della performance: “Non ho mai visto nulla di così folle come gli ultimi due giorni”.

Linehan, attraverso le sue azioni, non ha solo sfidato le decisioni del festival, ma ha anche sollevato nuove domande sulla libertà di espressione nel mondo della comicità, mettendo in evidenza la tensione tra le opinioni personali degli artisti e le sensibilità del pubblico.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/le-donne-non-hanno-il-pene-e-lo-censurano/

La disperazione di Zelens’kyj

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di Fulvio Scaglione

Fonte: lettere da Mosca

Non so se si tratti di una sensazione solo mia ma nell’ultima mossa del presidente Zelens’kyj si avverte un senso di disperazione che dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’Ucraina. Ricapitoliamo: Zelens’kyj ha annunciato l’intenzione di licenziare tutti i funzionari regionali preposti al reclutamento militare per sostituirli con militari veri e propri. L’accusa del Presidente è: corruzione. Un sistema di arricchimento illecito, realizzato soprattutto con la vendita di false esenzioni dalla leva, che, come dice giustamente Zelens’kyj, in un Paese in guerra “equivale al tradimento”.
Il problema, però, è che questa storia della corruzione (e del tradimento) va avanti da più di un anno, cioè da quando la struttura presidenziale ha avviato una serie di epurazioni che, nel luglio del 2022, presero il via con il licenziamento di Igor Bakanov, l’amico d’infanzia che Zelens’kyj aveva nominato capo dei servizi segreti (SBU) e di Irina Venediktova, l’ex responsabile della sua campagna elettorale nominata Procuratrice generale dell’Ucraina. Anche allora le accuse oscillavano tra corruzione e tradimento. Lo stesso Zelensk’yj disse che tra i dipendenti della Procura erano stati aperti 650 procedimenti penali. In senso politico e amministrativo, una strage.
Già allora si poteva intuire un certo tasso di disperazione: Zelens’kyj, fin dai primi giorni della sua presidenza, ha applicato uno spoil system implacabile. Che rinunciasse a due membri così importanti del suo cerchio magico, per di più distruggendoli con accuse  pesantissime, dava da pensare. Ne ho scritto e raccontato più volte per Limes, in tempi affatto sospetti, e non sto quindi a dilungarmi. Resta il fatto che da allora le purghe non si sono mai fermate e hanno investito tutti i settori decisivi: i dirigenti dell’industria della Difesa, lo stesso ministero della Difesa con lo scandalo delle forniture all’esercito a prezzi gonfiati  costato dimissioni “cosmetiche” al viceministro, gli alti gradi dell’esercito e quelli medi dei servizi segreti, i dirigenti regionali e comunali e così via. Da un certo punto in poi, all’intelligence militare diretta dall’astro nascente Kyrylo Budanov sono stati persino affidati i compiti della ollizia giudiziaria.
Per un po’, tutto è stato giustificato con le dure necessità di un Paese invaso, devastato dai bombardamenti e, di fatto, rimasto in vita per il valore dei suoi combattenti e per i massicci aiuti finanziari e militari ricevuti dall’estero.  E anche, almeno dal mio punto di vista, con il desiderio di Zelens’yj di garantirsi quadri di sua scelta e di presumibile maggiore fedeltà per qualunque evenienza futura. Non bisogna infatti dimenticare che Zelensk’yj aveva trionfato nelle presidenziali del 2019 e, nello stesso anno, aveva portato al trionfo e alla maggiora Enza assoluta dei seggi parlamentari il suo partito Servo del Popolo. Ma nelle elezioni amministrative del 2020 aveva perso ovunque: in ogni centro ucraino di un qualche importanza Servo del Popolo era stato sconfitto. Nella capitale Kiev la candidata di Zelens’kyj, l’attuale vicepremier Vershchuk, era arrivata addirittura quinta. In sostanza: Zelensk’yj aveva un dominio assoluto sul centro e poco o punto controllo sulla periferia. Logico che volesse approfittare della legge marziale per cambiare la situazione.
Adesso, però, il tasso di disperazione è salito ancora. Il licenziamento dei funzionari preposti alla mobilitazione per la leva arriva dopo mesi di voci sul siluramento del ministro della Difesa Reznikov, che avrebbe dovuto lasciare (in agguato, per sostituirlo, il solito Budanov) con il primo scandalo corruzione, e che viene dato per prossimo ambasciatore ucraino nel Regno Unito, ma che è stato salvato dalle faide interne a Servo del Popolo. E, soprattutto, arriva mentre la controffensiva ucraina sembra non produrre risultati e le truppe russe in qualche settore, per esempio quello di Kupiansk, tentano addirittura non di difendersi ma di avanzare.
In ogni caso, il provvedimento deciso da Zelensk’yj come minimo significa due cose. La prima è che, al di là di ogni retorica, il sistema ucraino di reclutamento funziona male e che i giovani cercano di sottrarsi al servizio militare al fronte. La seconda è che, a quattro anni dall’insediamento e con le leggi d’emergenza e poi la legge marziale dalla sua parte, Zelens’kyj controlla sempre meno il Paese. Ha dalla sua le forze armate e gli alti gradi dell’esercito, a partire dal comandante in capo Zaluzhny, e ancor più i servizi segreti, cosa decisiva in un Paese in guerra. Ma il resto, dopo un anno abbondante di purghe, sembra smottargli sotto i piedi. Tutto è tranne che una buona notizia. Per Zelens’kyj e per gli ucraini, ovviamente. Di sicuro per tutti gli ingenui che da due anni scrivono che basta riempire l’Ucraina di armi per risolvere il problema. Ma infine anche per tutti coloro che vogliono veder finire al più presto questa follia: per affrontare le sfide di una tregua e, si spera, di una pacificazione, l’Ucraina ha bisogno non di disperazione ma di una guida salda. Almeno quanto lo è stata quella che l’ha guidata in questo anni e mezzo di guerra.

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