POLEMICA | Berizzi contro la Curva Sud. Christus Rex-Traditio lo querela: offende generalizzando

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di Redazione Telenuovo

“Dunque gli ultrà neonazisti dell’Hellas Verona, quelli dei cori pro Hitler e della tolleranza zero contro drogati e sbandati, hanno trasformato la Curva Sud e il loro bar di ritrovo in un tempio dello spaccio di cocaina”. Così il giornalista di Repubblica Paolo Berizzi ha commentato su X l’inchiesta veronese sullo spaccio e l’uso di cocaina in Curva Sud. Lo stesso giornalista, noto per le dure prese di posizione nei confronti dei tifosi del Verona ha spiegato su Repubblica nella rubrica Pietre: “Siamo una squadra fantastica fatta a forma di svastica… che bello è… allena Rudolf Hess”. È uno dei cori che intonano da anni gli ultrà neonazisti dell’Hellas Verona. Adesso un’operazione della polizia ha permesso di scoprire che i “duri e puri” della tolleranza zero contro drogati e sbandati avevano trasformato la Curva Sud dello stadio Bentegodi e il bar ritrovo dell’ala più dura della tifoseria scaligera in un tempio dello spaccio di cocaina. Che veniva venduta e consumata prima e durante le partite nei bagni dello stadio e del locale attiguo, in piazzale Olimpia. Centinaia di dosi preparate e portate all’interno dell’impianto sportivo nascoste nell’abbigliamento. Dodici le persone arrestate. Quando si dice la nemesi“.

Dichiarazioni che non sono piaciute a Matteo Castagna, Responsabile Nazionale del Circolo Christus Rex-Traditio, che ha presentato una denuncia querela nei confronti di Berizzi, tramite l’avvocato Andrea Sartori. Si legge nella denuncia:

Il Circolo Christus Rex-Traditio frequenta da almeno trent’anni la Curva Sud dello stadio Marcantonio Bentegodi di Verona per sostenere la squadra del cuore di molti suoi componenti, che è l’ Hellas Verona F.C. Siamo rimasti sconcertati di fronte al tweet del giornalista di Repubblica Paolo Berizzi che getta fango su tutta la tifoseria dell’Hellas Verona, reiterando un livore che lo ha caratterizzato in passato con una “persecuzione” maniacale, non solo con scritti sulla rubrica del quotidiano La Repubblica, denominata “Pietre”, ma anche con libri, tra cui l’ultimo è “E’ gradita la camicia nera” (ed. Rizzoli) ove costantemente la tifoseria dell’Hellas Verona viene genericamente criminalizzata con l’odio che l’autore vorrebbe combattere, ma nella pratica, utilizza anche inventando “trame nere” ove non esiste nulla. Secondo il tweet in oggetto, che ha numerosi followers, noi cattolici che abbiamo la passione per il Verona calcio dalla Curva Sud, saremmo “ultrà neonazisti”, “quelli dei cori pro Hitler…. che hanno trasformato la Curva Sud ed il loro bar di ritrovo in un tempio dello spaccio di cocaina“. Continua Castagna: “Nel mucchio, anche noi saremmo “i “duri e puri” che “pippano prima e durante le partite” tutte le domeniche. Giudichiamo estremamente offensiva la generalizzazione che viene fatta, perché va a colpire tutti, in un settore che tiene oltre 5.000 spettatori. E’ puro veleno, figlio dell’odio e della discriminazione politica così come prevista dalla Legge Mancino, politico anche per la città, che l’Hellas Verona rappresenta nella massima serie ed è una grave diffamazione nei nostri confronti, che non abbiamo mai fatto uso di sostanze stupefacenti né le abbiamo mai vendute. In rappresentanza del gruppo e in proprio, Matteo Castagna come sopra generalizzato, Responsabile Nazionale, ben conosciuto dalle Istituzioni e dalle forze dell’ordine locali ritiene di essere stato diffamato e calunniato dalle affermazioni pubblicate e qui allegate, in questo “gioco” allo scontro di Repubblica e di Berizzi, essendo egli e tutti i componenti che partecipano allo spettacolo calcistico, del tutto estranei ai fatti esposti“.

 

Fonte: https://www.google.com/url?rct=j&sa=t&url=https://tggialloblu.telenuovo.it/hellas-verona/2023/09/04/polemica-berizzi-contro-la-curva-sud-christus-rex-traditio-lo-querela-offende-generalizzando&ct=ga&cd=CAEYACoTNzAyMzIzMjc1NDY2MDU5NzgxNTIZNTRiZjgxMGU4ODU3NDlhMDppdDppdDpJVA&usg=AOvVaw1dJfBI0BhDyqTsE1wGzIRM

 

AMIA Verona: Esposto dell’Avv. Luigi Bellazzi al Sindaco Tommasi

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dell’Avv. Luigi Bellazzi – VERONA

Mi è gradito farvi conoscere il mio Esposto indirizzato alle Autorità cittadine sulla pluriennale illegalità operativa di Amia: il linguaggio è tecnico e, dunque, lontano da quello stile che dovrebbe far sollevare l’indignazione e far gridare “Vergogna!!!”.

Vergogna per tutte le Amministrazioni di Destra come di Sinistra che in questi ultimi decenni hanno rubato , rubano e di questo passo, continueranno a rubare, sperperando denaro pubblico per appaltare lavori inutili ad imprese legate alla Sinistra (Lega delle Cooperative), così come alla Destra (Mazzi), imprese che in realtà sono cadaveri viventi.

Ma, fatto ancora più allarmante, per chi oltre ai principi etici guarda alla realtà più concreta, spese, bilanci, insomma ai soldi sperperati.

Non ho dubbi: sono spese  folli che porteranno il bilancio della Città al fallimento. Sto esagerando? Prima di rispondere permettetemi di segnalarvi  queste  cifre a spanne:

 Amia costa 15 milioni di euri per acquisirla dal gruppo AGSM AIM; altri  60 milioni in 5 anni serviranno per ricapitalizzare la Nuova Amia, la Filovia/ Rubovia costa al Comune al momento 46 milioni,(a cui si dovranno aggiungere tutti gli interventi di contorno) senza tener conto delle spese di gestione.

È vergognoso sottolineare che per la “Rubovia” 90  milioni di euri li tira fuori lo Stato( siamo sempre noi, noi italiani, mica i marziani…), ragion per cui questa Amministrazione sperpera complessivamente non meno di 121 milioni ( 15+60+ 46) di Euri.

Quale l’alternativa? È presto detto: Amia potrebbe essere affidata ai privati, per i danni della Filovia/Rubovia dovrebbe essere  chiamati a risarcirli tutti gli amministratori che l’hanno pervicacemente voluta, nonostante l’inutilità e i costi stratosferici.

Ricordiamoci anche che il danno nei confronti di noi cittadini è doppio: infatti sperperare 121 milioni significa che non avremo soldi per gli asili nido, per anziani non autosufficienti , per i disabili. Tutti questo per me è delinquenza politica… nel significato etimologico latino: de liquere, venir gravemente meno ai propri doveri.

Con questo spirito e tutta la mia e la vostra indignazione,vi auguro buona lettura,

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Al Sindaco del Comune di Verona

Damiano Tommasi

Ai Consiglieri comunali di Verona

Segretario generale del Comune di Verona

dott. Luciano Gobbi

Sindaco di Vicenza

Giacomo Possamai

Segretario generale del Comune di Vicenza

dott.ssa Stefania Di Cindio

Ai Consiglieri comunali di Vicenza

E p.c.                    Presidente del Gruppo Agsm-Aim Spa

Federico Testa

Presidente di Amia Verona Spa

Bruno Tacchella

Procura Regionale Veneta della Corte dei Conti

Presidente dell’ANAC

Egregio Sindaco,

nei giorni scorsi la stampa locale ha dato notizia di un «rallentamento» nel processo che dovrebbe portare alla creazione della «nuova» Amia «in house» del Comune di Verona, finalizzata a legittimare la gestione in via diretta e senza gara del servizio rifiuti e della manutenzione del verde pubblico.

La stampa ha riferito che la nuova Amia (AmiaVr, di proprietà del Comune di Verona) dovrebbe acquistare tutte le quote societarie di Amia Verona Spa al costo di 15 milioni di euro, ma l’operazione è stata rinviata sine die perché i consiglieri di minoranza vicentini di Agsm-Aim Spa (di centrodestra, a differenza del sindaco, che è di centrosinistra) avrebbero messo in dubbio la valutazione societaria chiedendo nuove, ulteriori garanzie.

Con il presente esposto intendo documentare che un siffatto rinvio non è frutto di un banale disguido o ritardo procedurale, ma si configura quale condotta omissiva illegittima foriera di un danno erariale certo, attuale, concreto e determinabile a carico del Comune di Verona.

A fondamento di tale assunto espongo le seguenti considerazioni, dalle quali emerge che il Comune ha abusato dello strumento societario utilizzando Amia Verona Spa in aperto contrasto non solo con la vigente normativa in materia, ma anche con i più elementari principi di buon governo e di sana gestione della cosa pubblica.

Con un processo di fusione per incorporazione attuato nell’anno 2012 il Comune ha conferito Amia Verona Spa in Agsm Verona Spa, e per effetto di tale operazione è venuto meno il rapporto di delegazione interorganica tra Amia e la Pa, il quale costituisce il presupposto di legittimità per la gestione dei servizi pubblici locali in via diretta e senza gara.

Nonostante la perdita della qualifica di società pubblica articolazione organizzativa della Pa, Amia Verona Spa dal 2012 fino ad oggi è rimasta (incredibilmente) concessionaria diretta del servizio rifiuti e della manutenzione del verde pubblico nel territorio comunale, in aperto contrasto con la normativa in materia (art. 16 del Tusp, art. 5 del dlgs 50/2016, ecc.).

Soggiungo, al riguardo, che l’affidamento diretto di servizi pubblici senza gara, oltre a risultare lesivo dei principi nazionali e comunitari in tema di mercato e di libera concorrenza, è foriero di un danno erariale pari alla differenza tra il maggior costo sostenuto dal Comune per oltre 10 anni (dal 2012, appunto), rispetto al costo che l’Ente locale avrebbe sostenuto dando corso una gara pubblica per l’affidamento dei servizi in ottemperanza alle vigenti disposizioni di legge in materia.

D’altra parte, è fuori discussione che Amia Verona Spa – da sempre società in mano pubblica – sia un’azienda fuori mercato, operante secondo condizioni economiche tutt’altro che competitive e concorrenziali.

La stessa Corte dei Conti nelle relazioni annuali in materia ha ripetutamente contestato con durezza le pessime prestazioni economiche delle società pubbliche, definendole, di fatto, le peggiori imprese del tessuto produttivo italiano.

In poche parole, le società pubbliche al 100 per cento, per quanto beneficiarie di affidamenti in regime di monopolio sono quelle meno efficienti, con maggiori perdite, più sbilanciate verso il debito e meno in grado di usare le tecnologie laddove queste possano supplire all’impiego di risorse umane.

È il caso di ricordare che la giurisprudenza contabile ha più volte chiarito che la nozione “danno da concorrenza” ricomprende tanto il nocumento subito dall’amministrazione per non aver conseguito il risparmio di spesa che sarebbe stato possibile ottenere mediante il confronto in gara tra più offerte (“danno alla concorrenza in senso stretto”: cfr. ex multis Sez. II Centr. App. 20 aprile 2011 n. 198), quanto quello corrispondente all’esborso dell’intero corrispettivo pagato all’impresa, al netto dell’utiliter datum, in esecuzione di un contratto nullo per violazione delle norme imperative (“danno alla concorrenza in senso ampio” o “atecnico”).

La circostanza che la Corte dei Conti, Sezione giurisdizionale e di controllo del Veneto, e l’Anac – benché a suo tempo informate dallo scrivente della gestione illegittima dei servizi locali da parte del Comune di Verona – non siano finora intervenute presso l’Ente locale per porre un argine agli sprechi pubblici e ripristinare la legalità violata, non può certo costituire un “lasciapassare” al Comune di Verona per violare la legge con impunità.

Eppure a fronte della situazione deteriorata sopra descritta il Comune ha ulteriormente peggiorato lo stato delle cose grazie alla fusione per incorporazione di AIM Vicenza Spa in AGSM Verona Spa, con la costituzione dal 1° gennaio 2021 del gruppo AGSM – AIM Spa a capitale interamente pubblico, partecipato dal Comune di Verona con la quota del 61,2 % e dal Comune di Vicenza con la quota del 38,8%.

Va considerato, sul punto, che negli anni 2017 e 2018 AIM Vicenza Spa ha dato corso all’emissione di un prestito obbligazionario mediante quotazione presso il mercato regolamentato della Borsa di Dublino, con la conseguenza che – in base alla disposizione transitoria ex art. 26, comma 5, del dlgs n. 175/2016 – AIM Spa ha potuto acquisire lo status di “società quotata”, trasmettendo (chissà come) questo status all’intero gruppo intersocietario neocostituito.

In seguito alla fusione, la pagina relativa all’”Amministrazione trasparente” del nuovo gruppo AGSM-AIM Spa ha subito un totale cambiamento rispetto al corrispondente regime in vigore per società a controllo pubblico non quotate.

Oggi il sito del gruppo reca il seguente messaggio:

“A seguito dell’operazione di fusione per incorporazione, dal 1° gennaio 2021 la Capogruppo AGSM AIM S.p.A. ha conseguito lo status di “società quotata” ed è, pertanto, sottoposta alla normativa di disclosure applicabile alle società emittenti strumenti finanziari”.

Dopo il messaggio, le informazioni relative alla gestione sociale sono divenute parziali, lacunose o addirittura inesistenti, lasciando intendere che una società “quotata” non sarebbe tenuta all’osservanza degli obblighi di trasparenza, ma deve solo preoccuparsi di evitare la divulgazione di dati potenzialmente dannosa, per l’influenza sull’andamento del titolo e gli effetti nocivi sulla quotazione e/o sul rating della società.

Per effetto della suddetta fusione AMIA Verona Spa – già teatro di infiltrazioni mafiose e losche manovre tuttora al vaglio della magistratura penale* – da un lato è stata sottratta al regime di trasparenza in vigore per le società in controllo pubblico, ma dall’altro non ha cessato di operare come società pubblica (grazie alla collusione dell’Ente affidante) continuando a gestire senza gara servizi pubblici di utilità generale sul territorio, come se fosse ancor oggi un’articolazione organizzativa della Pa.

Da ultimo, con un ritardo marchiano e paradossale il Comune di Verona ha tentato di sanare una situazione radicalmente illegittima con l’adozione della delibera consiliare n. 20 del 13 aprile 2022, con oggetto “Partecipate – provvedimenti in merito alla costituzione di una new.co per la gestione in house del servizio di igiene urbana e del servizio di manutenzione delle aree verdi”.

Il progetto di ristrutturazione societaria contenuto nella delibera puntava a ricondurre l’esercizio dei servizi pubblici di cui sopra alla gestione in via diretta e senza gara, attraverso un percorso a ostacoli estremamente complicato e macchinoso.

In sintesi, la delibera comunale di cui sopra prevede quanto segue.

  1. È decisa la costituzione immediata, da parte del Comune di Verona, di una New.Co (poi denominata AmiaVr) dotata di un capitale sociale di 1 milione di euro;
  2. tale società provvederà all’acquisizione del 100% della partecipazione in AMIA Verona S.p.A., dopo che questa sarà stata depurata dalle attività e dalle partecipazioni non necessarie allo svolgimento del servizio igiene ambientale e manutenzione del verde nel Comune di Verona;
  3. la “depurazione” di AMIA Verona Spa avrà luogo mediante scissione parziale e trasferimento del ramo d’azienda residuale ad altra società, costituita da AGSM AIM S.p.A. e mantenuta sotto il suo controllo.

Si tenga presente che:

–         La società scissa AMIA Verona S.p.A. non si estinguerà, ma proseguirà i propri servizi senza la parte di attività/passività trasferite alla società beneficiaria;

–         Una volta acquisito il 100% di AMIA Verona S.p.A. da parte della New.Co comunale (= AmiaVr), si procederà a una fusione inversa, attraverso cui la NewCo stessa confluirà in AMIA, la quale a sua volta dovrà adeguare lo Statuto per avere le caratteristiche di società in house providing;

–         AMIA proseguirà la propria attività senza soluzione di continuità, e conseguentemente, senza la necessità di espletare procedure di carattere burocratico, consentendo altresì di evitare i relativi costi di trasferimento delle autorizzazioni e dei cespiti, stimati in quasi 1,5 milioni di euro;

–         alla Società così ridefinita potranno essere affidati direttamente, con successivi provvedimenti motivati:

  1. a)da parte dell’Autorità di Bacino Verona Città i servizi di igiene ambientale;
  2. b)da parte del Comune di Verona la manutenzione del verde (fatto salvo il trascinamento di alcuni affidamenti in corso a favore di terzi, comunque nei limiti della quota inferiore al 20% consentita dalla normativa in materia di “in house providing”).

L’operazione consente di mantenere inalterata la quota di partecipazione del Comune di Verona in AGSM AIM S.p.A.

Al di là della complessità (ripeto: artificiosa e non giustificata) dell’operazione programmata, il vero nodo della questione sta nella mancanza di sostenibilità finanziaria per dare corso all’intervento deliberato.

È evidente che la neo-costituita New.Co comunale, con un capitale sociale di un milione di euro e senza la dotazione di ulteriori risorse (né di attività sociali remunerative) non potrà mai realizzare un investimento avente per oggetto l’acquisto di Amia Verona Spa.

E questo non solo per il fatto che, dopo la scissione, il patrimonio di Amia potrebbe assestarsi intorno a un valore di 15 milioni di euro, ma anche perché a tale valore aziendale dovrà aggiungersi un piano di investimenti che, secondo lo studio allegato alla delibera consiliare n. 20/2022, dovrebbe ammontare a circa 60 milioni di Euro nell’arco del periodo 2022-2036, ma soprattutto nei primi 4 esercizi (quasi 22 milioni di euro).

Si tratta di impegni finanziari impraticabili per una scatola vuota, qual è la neo-costituita New.Co comunale, inopinatamente designata quale soggetto acquirente.

A fronte di un siffatto disegno, perfino il prof. Stefano Pozzoli – il cui parere professionale è stato addotto a fondamento e giustificazione dell’intervento programmato – non ha potuto sottrarsi dall’osservare quanto segue:

“Risulta evidente, alla luce di quanto detto in merito agli investimenti, che i maggiori rischi per la NewCo nascono proprio sotto il profilo finanziario (…). Occorre rilevare che il livello molto modesto di capitalizzazione della NewCo, abbinato all’elevato fabbisogno finanziario determinato da necessità correnti e di investimento, rendono gli equilibri particolarmente delicati. È auspicabile, pertanto, che si proceda presto a una ricapitalizzazione della NewCo, e questo sia per evitare che il rischio di perdita, sempre possibile e comunque elevato nei primi esercizi di vita, sia quello di tensione finanziaria, creino difficoltà gestionali alla Società e comportino un rallentamento nel processo di investimento”.

Queste pesanti criticità (desunte dal provvedimento stesso che ha approvato il disegno di riorganizzazione societaria!) si commentano da sole, e spiegano perché la delibera consiliare n. 20/2022 non sia stata ancora eseguita con l’acquisto di Amia Verona Spa da parte della New.Co e con il risultato di ripristinare la gestione senza gara dei servizi pubblici locali interessati.

È singolare che il Documento unico di programmazione (DUP) per gli anni 2024-2027 approvato dal Comune di Verona con la delibera di Giunta n. 766 del 4 agosto 2023, nella Sezione strategica con orizzonte temporale di riferimento pari a quello del mandato amministrativo, veda ancora Amia Verona Spa (e non AmiaVr) titolare del servizio rifiuti e di manutenzione del verde pubblico sul territorio, e si limiti ad annotare meccanicamente  che “AmiaVr S.p.A. è stata costituita in data 01/12/2022, con atto del Notaio Casalini (ns. P.G. n. 438251 del 01/12/2022). Una volta acquisito il 100% di AMIA Verona S.p.A. da parte della NewCo comunale, si procederà ad una fusione inversa, attraverso cui la stessa NewCo confluirà in AMIA, la quale a sua volta dovrà adeguare lo Statuto per avere le caratteristiche di società in house providing”.

Una pura annotazione di stile che non indica date certe, ma che rimanda ancora una volta a un futuro imprecisato il cambiamento della gestione che dovrebbe mettere in regola il Comune davanti alla legge.

Resta il fatto che nel frattempo:

  1. a)in ottemperanza alle indicazioni del piano industriale approvato con la suddetta delibera consiliare n. 20/2022, la tassa sui rifiuti 2023 ha subito un aumento complessivo del 4,68% su tutte le utenze; quelle domestiche costeranno il 3,65% in più rispetto al 2022, quelle non domestiche il 5,67% in più. L’aumento delle tariffe vale circa 1.600.000 euro, su un totale di 52.600.000 euro del costo del servizio;
  2. b)in esecuzione della delibera consiliare di cui sopra la New.Co è stata prontamente costituita, con dovizia di costi e risorse pubbliche (per consulenze, costi di funzionamento della società, perizie di stima, ecc.), senza che il disegno ideato dal Comune di Verona sia stato portato a compimento, dopo ormai più un anno e mezzo dalla sua approvazione.

Oltretutto, la neo-costituita Società comunale rientra tra quelle “società che risultano prive di dipendenti o hanno un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti” (art. 20, comma 2, lett. b) del Tusp) e tra quelle “che, nel triennio precedente, abbiano conseguito un fatturato medio non superiore a un milione di euro” (art. 20, comma 2, lett. d) del Tusp).

Di conseguenza, ove l’acquisto di Amia Verona Spa non dovesse aver luogo da parte della Newco entro l’anno corrente, in sede di piano di razionalizzazione da approvarsi a cura del Consiglio comunale entro il 31 dicembre 2023, la nuova società dovrebbe essere posta in liquidazione dall’ente socio, stante l’assenza dei requisiti di legittimità previsti dal Tusp per essere mantenuta tra le partecipazioni comunali.

Resta il fatto, come si è già detto e ripetuto mille volte, che Amia ha operato e sta operando da oltre un decennio contra legem, non avendo alcun titolo giuridico per beneficiare di affidamenti diretti da parte del Comune di Verona.

Al quadro di criticità sopra descritto debbono essere aggiunte ulteriori dolorose note.

Se è vero che oggigiorno i nodi vengono al pettine perché con la delibera consiliare dell’aprile 2022 il Comune di Verona ha escogitato il disegno della New.co al solo fine di retrocedere Amia Verona Spa al patrimonio comunale cercando di evitare (maldestramente) lo stanziamento delle risorse pubbliche occorrenti per dare corso all’operazione, è altrettanto vero che nel settembre 2023 – a distanza di poco più di un anno dal provvedimento di cui sopra – la situazione economica del Comune è precipitata nel baratro, rendendo ormai impossibile e inimmaginabile un intervento di soccorso finanziario a favore di AmiaVr per l’acquisto di Amia Verona Spa.

Questo perché con la sopraggiunta delibera consiliare n. 35 del 22 giugno 2023 il Comune ha approvato l’accordo di contribuzione tra l’Ente locale, Amt3 Spa e la Bei, nonché il nuovo piano economico finanziario per la realizzazione dell’infrastruttura.

In base al nuovo accordo, il Comune si è impegnato al versamento di un contributo a favore di Amt3 Spa pari a 46,653 milioni di euro articolato su un arco temporale di 20 anni, andando a gravare sulla spesa corrente.

Come ha scritto il responsabile finanziario nel parere allegato alla delibera di cui sopra, “gli importanti impegni assunti con la presente proposta di deliberazione renderanno oltremodo necessario mantenere sotto controllo negli anni futuri la spesa del Comune senza alcun incremento di servizi e semmai con una razionalizzazione degli stessi, in ragione anche delle attuali spinte inflazionistiche, oltre ad attuare politiche di ottimizzazione delle entrate”.

Tutto ciò significa, in parole povere, che le avventure di grandezza lanciate dal Comune andranno a falcidiare le risorse (già scarse e ridotte) destinate all’assistenza sociale, all’istruzione scolastica, alle mense, asili nido e a sostegno alle categorie più fragili della popolazione, tra cui in primis gli anziani, le famiglie numerose e/o indigenti, i disabili e i cittadini meno fortunati.

In questa strettoia in cui si è addentrata l’Amministrazione comunale, resta pur vero che la strategia avviata per la ristrutturazione dei servizi pubblici locali deve essere comunque portata a compimento, per evitare il danno erariale conseguente all’impiego di risorse che non siano state messe a frutto.

TUTTO CIÒ PREMESSO

LO SCRIVENTE DIFFIDA IL COMUNE DI VERONA

 

1)    A ULTIMARE ENTRO IL 31.12.2023 L’ESECUZIONE DELLA DELIBERA CONSILIARE N. 20/2022 CON L’ACQUISTO DI AMIA VERONA SPA DA PARTE DI AMIAVR (NEW.CO) E LA MESSA IN ESERCIZIO DI QUEST’ULTIMA SOCIETÀ NEI TERMINI PREVISTI CON LA DELIBERA STESSA;

2)    IN CASO CONTRARIO, A PORRE IN LIQUIDAZIONE AMIAVR (NEW.CO) CON IL PIANO DI RAZIONALIZZAZIONE DA APPROVARSI ENTRO IL 31.12.2023;

3)    DI RISERVARSI L’ADOZIONE DEI RIMEDI DI LEGGE IN CASO DI ULTERIORE INERZIA DA PARTE DEL COMUNE DI VERONA;

4)    DI INVITARE SIN D’ORA LA CORTE DEI CONTI E L’ANAC AD ATTIVARE LE INDAGINI DEL CASO E MONITORARE L’OPERATO DELL’ENTE LOCALE, NELL’ESERCIZIO DELLE LORO RISPETTIVE COMPETENZE.

 

Resto in attesa di cortese sollecito riscontro in ordine a quanto sopra esposto, chiedendo fin d’ora al Comune di Verona di poter essere costantemente e periodicamente aggiornato al riguardo.

Distinti saluti.

luigi bellazzi( bellazzi.luigi@bellazzi.it)

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* È il caso di ricordare che recentemente la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impianto accusatorio delineato dalla Direzione distrettuale Antimafia di Venezia in ordine alla c.d. operazione “Isola scaligera” e ha condannato l’ex Presidente di Amia Verona Spa per corruzione a una pena di 2 anni e 8 mesi.

Secondo i giudici, si tratta di un segnale che varie organizzazioni di stampo mafioso collegate all’ndrangheta calabrese si sono infiltrate nel circuito dell’economia e delle istituzioni locali, alimentando il malaffare con i reati di estorsione, truffa, riciclaggio, corruzione, turbativa d’asta, fatture false e traffico di droga.

Come ha anche riferito la Direzione investigativa antimafia nella relazione presentata al Parlamento in tema di fenomeni mafiosi del primo semestre 2022, la criminalità organizzata sembra aver messo radici anche nella provincia di Verona e nel Veneto, dove “la presenza delle organizzazioni criminali di tipo mafioso è stata evidenziata da numerose investigazioni, che hanno dimostrato come nel corso degli anni il territorio sia stato infiltrato da esponenti di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra”.

 

“Colpirà i polmoni”. Parte il terrorismo sulla variante Covid

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di Caludio Romiti

 

Chi pensava che il giornale unico del virus avesse smobilitato, relegando le soffitta delle idiozie di massa il terrore targato Covid, si sbagliava di grosso. I campioni della paura diffusa a mezzo stampa sono ancora ben presenti e lottano insieme a noi. Tant’è che la Repubblica, una delle principali testate di questo consorzio infernale, così titola in un pezzo che sembra scritto nel 2020, mentre invece è appena stato pubblicato: “Covid, con Eris il virus torna a colpire i polmoni. Ecco cosa accadrà”.

“Le varianti Covid – introduce l’articolo – si sono insinuate in questa fine estate con la velocità di un fulmine – in particolare Eris e Pirola – tanto da portare, in quattro settimane, ad un aumento dell’81% dei casi in Italia e al 38% in Europa. Generano sintomi più blandi, ma moltiplicano le infezioni, favorite dall’assenza di precauzioni e da un copioso numero di assembramenti.” Avete capito? Secondo Donatella Zorzetto, autrice del testo, la diffusione di queste “pericolosissime” infezioni, analoghe a quelle di altre migliaia di virus e batteri che incontriamo in ogni istante della nostra esistenza, sarebbero favorite dall’assenza di quelle miracolose precauzioni, su tutte l’uso demenziale della mascherina, che ci hanno allietato per anni, insieme all’inguaribile propensione degli esseri umani ad assembrarsi ad ogni occasione.

Anche Il Mattino non scherza sul piano dell’allarmismo. Precedendo di 24 ore il servizio di Repubblica, il quotidiano partenopeo ha diffuso un pezzo altrettanto terrorizzante, mettendo in grande risalto il presunto e generalizzato attacco ai nostri polmoni portato soprattutto dalla variante Eris. In particolare, dopo aver segnalato che l’Organizzazione mondiale della sanità – quella stessa che per intenderci ha detto tutto e il contrario di tutto durante la pandemia –  si è sbrigata a mettere sotto osservazione la variante Pirola, a causa di un elevato numero di mutazioni che la caratterizzerebbe, successivamente l’autore dell’articolo ci spiega che tuttavia, in base a due studi indipendenti effettuati in Cina e in Svezia, quest’ultima variante “non spaventa più”.

Ma è sulla variante Eris, dominante su larga scala da qualche giorno, che il pezzo senza firma del Mattino si scatena, citando uno studio giapponese condotto sui criceti dal quale si evince “che la variante sembra avere una maggiore capacità di infettare i polmoni. Ciò – conclude l’articolista – potrebbe tradursi, almeno in una parte dei pazienti, in manifestazioni più severe di Covid-19.” Insomma, siamo di fronte al solito diluvio di ipotesi catastrofiche che, a prescindere dalla molto presunta efficacia delle misure adottate in precedenza, non si sono mai avverate.

Inoltre, a margine di questo ennesimo rigurgito di paura a caratteri cubitali di natura molto sinistra, i media statunitensi hanno annunciato che il presidente Biden tornerà ad indossare la mascherina, dato che la first lady è risultata positiva al tampone, nonostante i sintomi lievi denunciati. Ma come riporta l’agenzia Reuters, la portavoce presidenziale, Karine Jeanne-Pierre, ha spiegato che il capo della Casa Bianca“indosserà la maschera quando sarà dentro e circondato da persone, in conformità con le norme sanitarie in vigore.  Il presidente  – ha aggiunto la Jean- Pierre- si toglierà la maschera quando una distanza sufficiente lo separerà dagli altri, all’interno e all’esterno”.

Pertanto apprendiamo che ancora oggi nell’America democratica ci si ostina sulla linea della follia virale mascherata, dopo che si è empiricamente dimostrato che questi presunti strumenti di protezione non sono serviti a nulla, se non a trasformare il popolo in un docile e impaurito gregge.

 

Articolo completo:“Colpirà i polmoni”. Parte il terrorismo sulla variante Covid (nicolaporro.it)

“Basta dittatura delle minoranze. Paola Egonu…”. Bufera sul libro del generale

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di Matteo Milanesi

 

La chiama una “provocazione”, parla del politicamente corretto, del femminismo, dell’ambientalismo di un “mondo al contrario” che forse non ti aspetti da un generale dell’Esercito ancora in servizio, al secolo Roberto Vannacci. Su Amazon il tomo uscito lo scorso 10 agosto è già in cima alle liste delle vendite tra la saggistica. Sono tesi forti, sostenute con frasi ad effetto e che hanno costretto l’Esercito a prendere le distanze dal suo ufficiale riservandosi “l’adozione di ogni eventuale provvedimento utile a tutelare la propria immagine”.

Il generale di Divisione Vannacci

Vannacci ha un curriculum di tutto rispetto: comandante degli Incursori del 9° reggimento Col Moschin e della Brigata Paracadutisti della Folgore, ha guidato i suoi uomini delle forze speciali e dei comandi operativi in Somalia, Ruanda, Yemen, Afghanistan, Libia, Russia. Mica roba da poco, sebbene oggi sia oggi alla guida dell’Istituto geografico militare. Stavolta, però, anziché occuparsi di strategie militari, ha posato gli scarponi e la penna in abito letterario. O meglio: ha scritto un libro autoprodotto in cui si definisce erede di Giulio Cesare, in cui denuncia la dittatura delle minoranze (gay, migranti, animalisti) e si scaglia contro quel “lavaggio del cervello di chi vorrebbe favorire l’eliminazione di ogni differenza compresa quella tra etnie, per non chiamarle razze”.

Dal clima ai migranti

Non solo: attacca gli attivisti di Ultima Generazione che “imbrattano muri e monumenti”, se la prende con quella “minoranza che, per lottare contro una vaticinata apocalisse climatica” blocca il traffico e crea disagi ai cittadini. “I dibattiti non parlano che di diritti, soprattutto delle minoranze: di chi asserisce di non trovare lavoro, e deve essere mantenuto dalla moltitudine che il lavoro si è data da fare per trovarlo; di chi non può biologicamente avere figli, ma li pretende; di chi non ha una casa, e allora la occupa abusivamente; di chi ruba nella metropolitana, ma rivendica il diritto alla privacy”.

La quarta di copertina la dice lunga. Il libro è dedicato a tutti quelli che non si ritrovano nella nuova società, dove “gli occupanti abusivi delle abitazioni prevalgono sui loro legittimi proprietari”. Una società dove “si spende più per un immigrato irregolare che per una pensione minima di un connazionale”; dove “l‘estrema difesa contro il delinquente che ti entra in casa viene messa sotto processo”; dove “veniamo obbligati ad adottare le più stringenti e costosissime misure antinquinamento, ma i produttori della quasi totalità dei gas climalteranti se ne fregano e prosperano”. Un mondo al contrario, appunto, dove “definirsi padre e madre diventa discriminatorio, scomodo ed inclusivo perché urta con chi padre o madre non è” e dove “non sai più come chiamare una persona di colore perché qualsiasi aggettivo riferito all’evidentissima e palese tinta delle sua pelle viene considerata un’offesa”.

L’esercito prende le distanze

Ci sono poi le frasi che hanno destato scandalo. Come quando l’autore scrive che “Paola Enogu è italiana di cittadinanza, ma è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità”. Oppure quando aggiunge l’invito ai “cari omosessuali” a farsi una ragione perché “normali non lo siete”. E infatti l’Esercito ha preso le distanze “dalle considerazioni del tutto personali (come precisato nel testo) espresse dall’Ufficiale”. Le Forze Armate fanno sapere di non essere mai stati “a conoscenza dei contenuti espressi in esso e che gli stessi non erano mai stati sottoposti ad alcuna autorizzazione e valutazione da parte dei vertici militari”.

 

Articolo completo: “Basta dittatura delle minoranze. Paola Egonu…”. Bufera sul libro del generale (nicolaporro.it)

 

 

Quello che non tutti dicono sui prestiti delle banche

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di Claudio Romiti

 

Ho l’impressione che la controversa questione delle tasse sui cosiddetti extra profitti delle banche stia generando ulteriore confusione su ciò che intendiamo come moneta a corso legale e moneta fiduciaria, da cui dedurre la sostanziale differenza che c’è tra base monetaria e aggregati monetari. Ebbene, quando qualche post-keynesiano – che sogna l’avvento in Italia della Modern Monetary Theory, con enormi flussi di moneta lanciati a pioggia sulla popolazione onde stimolare la domanda aggregata – ci spiega che le banche avrebbero il compito di creare moneta dal nulla per finanziare l’economia, dovrebbe chiarire al grande pubblico alcuni aspetti che caratterizzano la complessa questione dei quattrini, alias strumenti di pagamento.

L’euro e le banche centrali

In estrema sintesi, la moneta a corso legale, che rappresenta una porzione di quella fiduciaria, nel nostro caso è rappresentata dall’euro e viene emessa dalle singole banche centrali ed è garantita dallo Stato o dal complesso di Stati che la adottano.

La moneta fiduciaria, invece, costituisce un aggregato ben più ampio. Esso comprende la stessa moneta legale e l’insieme delle attività finanziarie che possono fungere da pagamento, tra queste la principale è la moneta bancaria. Quindi, la quantità di moneta esistente in un determinato momento nel sistema economico risulta pari al circolante più i depositi della clientela presso le banche. La base monetaria è dunque una componente dell’offerta di moneta (il rapporto tra offerta di moneta e base monetaria prende il nome di moltiplicatore monetario, vedi infra) ed è quella parte oggetto di controllo diretto da parte della banca centrale. In generale, la quantità complessiva di moneta (moneta legale e moneta bancaria) a disposizione del pubblico varia in relazione alla quantità complessiva dei prestiti concessi dalla banca centrale e dalle banche.

Le banche e i prestiti

Ora, i paladini del citato MMT sostengono che le banche italiane non starebbero finanziando a sufficienza la nostra economia. In soldoni, a loro dire, in Italia le banche presterebbero i quattrini col contagocce a famiglie e imprese. Ma c’è un problema però. Per far aumentare il volume complessivo dei prestiti, ovvero della moneta bancaria, bisogna chiederli tali prestiti. In altre parole, occorre che, sulla base di adeguate garanzie, questo qualcuno abbia in mente di realizzare con detti prestiti una qualsivoglia forma di investimento.

Tuttavia, in Italia la propensione all’investimento, che va di pari passo con una bassa crescita che oramai dura da decenni, non trova affatto un terreno fertile, soprattutto a causa di un eccesso di fiscalità e di burocrazia, ovvero i classici lacci e laccioli di cui si parla invano da quasi mezzo secolo.

 

Offerta di moneta bancaria e domanda aggregata

Pertanto, in questo quadro, agevolare una abbondante offerta di moneta bancaria rischia di tradursi in un quasi esclusivo sostegno alla domanda aggregata, che in verità i vetero- keynesiani sognano da sempre ad occhi aperti. In pratica si finanziano a bocce ferme i consumi, come in effetti è avvenuto durante il folle blocco economico della pandemia, sperando che ciò determini un effetto di trascinamento per i settori legati alla produzione di beni e servizi. Cosa che, per la cronaca, non sembra sia mai avvenuta in tempi moderni.

A tale proposito abbiamo un recente ed agghiacciante esempio di ciò che accade quando il sistema creditizio dispensa prestiti e mutui come se non vi fosse un domani: la crisi finanziaria dei cosiddetti subprime, di cui il mondo avanzato ancora porta le cicatrici aperte.

Occhio all’eccesso di credito

In pratica, allargando l’accesso ai mutui per acquistare una casa anche a soggetti a forte rischio debitorio – a Roma si direbbe prestare a porci e cani – si creò una colossale bolla immobiliare che, nel momento in cui iniziò il pignoramento e la messa in asta di molti di questi immobili per insolvenza, si sgonfiò rapidamente, rischiando di far collassare l’intera finanza mondiale.

Tuttavia, malgrado questa drammatica lezione che la realtà ci ha impartito, ancora oggi c’è gente che continua a scambiare la ricchezza con i quattrini, anziché considerare questi ultimi la conseguenza, il risultato di una azione economica che deve sempre partire dal lato dell’offerta.

 

Articolo completo: Quello che non tutti dicono sui prestiti delle banche (nicolaporro.it)

Meloni, ora devi scegliere

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di Caludio Romiti

 

Come è noto, il prossimo 4 settembre i partiti della maggioranza si incontreranno a Palazzo Chigi per discutere i contorni della prossima, complicatissima legge di Bilancio. Un passaggio assai delicato per il governo Meloni, che contemporaneamente dovrà affrontare alcune questioni ancora in alto mare, come la controversa tassa sugli extraprofitti e il dossier sul salario minimo, ultima residuale battaglia di una sinistra perennemente a metà del proverbiale guado.

In uno stringato intervento in video collegamento con il Meeting di Rimini, il ministro dell’Economia Giorgetti non sembra aver lasciato molto spazio alle illusioni del grande partito trasversale della spesa pubblica: “Siamo chiamati – poiché facciamo politica – a decidere delle priorità: non si potrà fare tutto, certamente dovremo intervenire a favore dei redditi medio bassi, ma dovremo anche usare le risorse a disposizione per promuovere la crescita. Questo è l’indirizzo”.

Inoltre, ed è questo a mio avviso il punto più significativo del suo intervento, il bocconiano della Lega ha poi tenuto ha sottolineare che alla base di tutto dovrebbe esserci la questione della sostenibilità. Una sostenibilità a tutto tondo che non tenga in considerazione solo gli aspetti ambientali, ma anche quelli legati alla tenuta dei conti pubblici. Tant’è che in merito alla spesa pensionistica, la quale in Italia ha raggiunto livelli colossali, ha detto che “il tema della denatalità, che ho posto qualche mese fa e che intendo riproporre, è fondamentale: non c’è nessuna riforma o misura previdenziale che tiene nel medio e lungo periodo con i numeri della natalità che vediamo oggi in questo Paese”.

Ora, a beneficio di chi ritiene che occorra svincolarsi il più possibile dai paletti, attualmente assai laschi, che sono imposti dal consesso dei Paesi che fanno parte della moneta unica, Italia compresa quindi, occorre sottolineare per l’ennesima volta che è proprio in virtù della nostra appartenenza alla zona euro che, almeno per adesso, la sostenibilità del colossale debito pubblico italiano non è in discussione.

Ma, come si è visto con il caos economico e finanziario che si è creato con la pandemia di Covid-19, le politiche espansive che lo stesso partito trasversale della spesa pubblica continua ad invocare a giorni alterni anche in tempi normali, un conto molto salato lo portano sempre, attraverso una inflazione galoppante. Inflazione che massacra soprattutto i ceti più poveri e che tende nel medio e lungo periodo a destrutturare il sistema economico nel suo complesso.

Quindi, ha fatto molto bene Giorgetti ha mettere in evidenza il tema della sostenibilità finanziaria del Paese, sempre più oscurato da una ossessiva ricerca di una sostenibilità ambientale che, perdurando l’andazzo a calciare all’infinito la lattina di una disciplina di bilancio sempre di là da venire, alla fine verrà realizzata facendo sprofondare il Paese nell’inferno del sottosviluppo.

D’altro canto sono sempre più convinto che, al di là di chi sia alle redini dell’Italia, solo una prospettiva politica di lungo periodo potrebbe gettare le basi per ottenere una solida sostenibilità di una finanza pubblica gravata da un debito che si avvicina rapidamente ai 3.000 miliardi di euro e un welfare – che include previdenza e assistenza – il quale già nel 2021 assorbiva ben 518 miliardi, ovvero il 49% dell’intera spesa pubblica. Un welfare cresciuto di oltre il 20% in dieci anni, rispetto allo striminzito 10% registrato dal Pil.

Ma, onde gettare le basi per una tale prospettiva, occorrerebbero due condizioni fondamentali: in primo luogo rivolgersi ai cittadini raccontando loro la realtà dei fatti, analogamente a ciò che si è sforzato di fare il ministro dell’Economia; e di conseguenza guardare un tantino di più l’andamento dei conti e un po’ meno quello dei demenziali sondaggi politici della settimana. Tutto ciò sempre coi limiti imposti dalla principale ragione sociale di chiunque svolga una attività politica di alto livello, che è universalmente legata al raggiungimento del massimo consenso possibile.

Pertanto, si tratta di scegliere se puntare ad un consenso effimero, secondo una nostra particolare tradizione, o rischiare una certa impopolarità per poi instaurare un ciclo politico di ampio respiro. In questo senso, da modesto osservatore, la partenza di Giorgia Meloni è stata abbastanza promettente, ma negli ultimi alcune ombre sinistre, frutto di scelte piuttosto infelici, sembrano aver offuscato il suo già difficile compito. Staremo a vedere.

 

Articolo completo: Meloni, ora devi scegliere (nicolaporro.it)

 

Microchip, eolico, solare: la Cina è già padrone assoluto

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di Matteo Milanesi

Sono passate pochissime settimane da quando, sulle colonne di questo sito, raccontavamo la crisi economica della Cina, che da luglio è entrata ufficialmente in deflazione. Le bisettrici dello stop sono essenzialmente tre: la questione immobiliare, il crollo delle esportazioni ed infine lo scarso livello dei consumi interni. Tre fattori che hanno inceppato l’economia di Pechino, la quale ha visto ridurre anche le aspettative della crescita del Pil di circa due punti percentuali e mezzo.

 

Il dominio della Cina

Ma è la transizione green che comunque permette a Xi Jinping di sorridere, dove la Cina sta conoscendo una crescita senza freni, in particolar modo nel settore del fotovoltaico. Tanto per dare qualche numero, tra le 10 top aziende mondiali del campo, ben 7 sono della Repubblica Popolare. Un monopolio che non riguarda solo le materie prime, ma come riportato dal Sole 24 Ore pure le componenti che aggirano intorno al fotovoltaico: silicio, pannello finito ed ogni anello della catena di produzione.

Ma il colosso non sembra volersi accontentare. Come riportato dall’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), la Cina nel 2022 ha quasi raddoppiato la capacità di produzione di silicio policristallino, un materiale utilizzato nei pannelli solari. Il tutto garantisce a Xi il 70 per cento dell’offerta mondiale, con stime di crescita che si aggirano fino al dominio del 90 per cento della produzione globale. Il dato si affianca al settore dei wafer, dove Pechino ha letteralmente monopolizzato l’intero ambito, arrivando a raggiungere punto del 97 per cento in termini di wafer utilizzati per i pannelli fotovoltaici.

Numeri che ricadono a cascata contro l’Europa e gli Stati Uniti, che nel percorso della transizione green si trovano ben più indietro rispetto al colosso cinese, reso ben più competitivo grazie ai suoi prezzi low cost, i quali agiscono come fossero una vera e propria spada di Damocle posta contro Ue e Usa.

 

Eolico e microchip

Eppure, le brutte notizie per l’Occidente non finiscono qui. Pure nel settore dell’eolico, trainato dai vertici di Bruxelles in un’ottica di sostenibilità ambientale, è sempre la Cina a minacciarci. Come riportato dall’inchiesta di Sissi Bellomo, sempre sulle colonne de Il Sole 24 Ore: “Il gigante asiatico si è mosso con decisione anche a valle della filiera, arrivando a produrre 1160 per cento delle turbine eoliche nel mondo”. Una politica che mette a rischio l’autosufficienza europea entro il 2030. Ed è da qui che il regime di Xi Jinping può contare sul monopolio dell’offerta di terre rare, seguita dall’esportazione di turbine low cost pure nel continente europeo, dove gli ordini sono crollati quasi del 50 per cento nel 2022. Male anche negli Stati Uniti dove, unitamente al Vecchio Continente, solo quest’estate sono saltati investimenti nell’eolico offshore per circa 33 miliardi di dollari, come calcolato dal Wall Street Journal.

Per approfondire:

A destare ulteriori preoccupazioni è poi il settore dei microchip, da cui si ricollega la questione di Taiwan. L’isola di Formosa, infatti, monopolizza il settore con la produzione del 65 per cento dei semiconduttori, percentuale che si alza oltre l’80 per cento se parliamo di quelli più avanzati. L’obiettivo di Xi Jinping, con l’invasione militare di Taiwan, sarebbe quello di mettere mano sulla tecnologia taiwanese, creando un connubio coi risultati record che Pechino sta ottenendo nel settore. L’aumento vertiginoso dei microchip cinese ha raggiunto il valore di 5 miliardi di dollari a giugno e luglio, il 70 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2021.

Uno sviluppo che alimenta tentazioni di protezionismo economico in Ue, non solo nel campo dei semiconduttori, ma pure nell’ambito dell’eolico e del fotovoltaico. Gli Stati Uniti già da tempo (prima con Trump alla Casa Bianca ed oggi con Biden) hanno optato per una politica di restrizioni e dazi verso Pechino. Sarà arrivato il momento anche per l’Europa?

 

Articolo completo: Microchip, eolico, solare: la Cina è già padrone assoluto (nicolaporro.it)

I BRICS vogliono un nuovo ordine multipolare

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di Matteo Castagna

 

I BRICS DENUNCIANO LA POLITICA UNILATERALE ED OPPRESSIVA STATUNITENSE

Dal 22 al 24 Agosto 2023 si è tenuto, a Johannesburg, il XV vertice dei Paesi emergenti: i BRICS+, acronimo di Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica + una settantina di altri Paesi ospiti, tra cui tutti quelli africani. Assente Vladimir Putin, sul quale pende, da parte della Corte penale internazionale, un mandato di arresto internazionale per presunti crimini di guerra in Ucraina. La Russia è stata rappresentata dal suo fedelissimo Ministro degli Esteri Serghei Lavrov. Putin ha comunque rilasciato la dichiarazione ufficiale che avrebbe fatto in presenza, da remoto, prima del meeting.

I BRICS+ si sono ritrovati dopo 5 anni di stop, dovuto all’emergenza Covid. I media occidentali hanno snobbato o trattato con sufficienza questo evento, ritenendo che i BRICS dovrebbero sciogliersi perché alquanto divisi tra loro, senza, però, specificare quali sarebbero questi motivi di divisione. Anche il Presidente della Commissione Esteri alla Camera e del think thank Aspen Institute Italia On. Giulio Tremonti ha sostenuto che i BRICS non possono vincere la sfida con l’Occidente. L’ha motivata perché sono Paesi privi di libertà, Oltre alla presenza di una netta divergenza tra India e Cina, che potrebbe compromettere l’unità e la coesione del gruppo.

Diversi economisti occidentali tendono a scoraggiare l’assemblea dei BRICS+ perché il dominio del dollaro e il suo effetto distorsivo sui processi di sviluppo sono un dato di fatto con cui i paesi in via di sviluppo dovrebbero rassegnarsi a convivere. In poche parole, non gli può riuscire il paventato cambio di valuta per i commerci, che, effettivamente è loro espressa volontà, ma che in Sudafrica non si è concretizzato, per quanto discusso ampiamente, su larga scala. Il 90% del commercio globale continua ad essere condotto in dollari statunitensi, sebbene il progresso dei rapporti e delle alleanze tra Stati molto ricchi non faccia di questo un dogma perpetuo.

Come spesso ripete Putin, la teoria del multipolarismo si basa sul fatto che gli attori internazionali hanno influenza e potere in diverse materie e regioni del mondo, però nessuno di loro può imporre unilateralmente la propria volontà sugli altri. Su questo i BRICS+ sono tutti compatti, denunciando la politica unilaterale ed oppressiva statunitense. Ci sono tutti i motivi per pensare che il futuro veda il mondo riunito in un unico blocco, con gli Stati Uniti e l’UE nell’angolo. Putin, dalla guerra in Ucraina ha scatenato una reazione di avvicinamento globale di tutti i Paesi stanchi di subire l’unipolarismo americano. Obiettivo comune è e resta sfidare il radicato dominio geopolitico dell’Occidente. Lo zar, sfruttando politicamente la guerra in Ucraina, è riuscito a mettere assieme il mondo arabo con le civiltà orientali, con l’Africa e buona parte dell’America Latina.

Il cambio di paradigma finanziario, contrariamente a quanto si dice in Occidente, diverrebbe una ovvia conseguenza al fatto che i BRICS+ i nuovi 4 arrivi rappresentano l’85% della popolazione del pianeta, (3,7 milioni di abitanti) ed il 36% del Pil del pianeta, con tre Paesi che risultano, già oggi, tra le prime cinque economie globali, secondo i dati forniti dalla banca mondiale. Resta imprescindibile e da non sottovalutare, che la seconda economia mondiale dopo la Cina è rappresentata dagli Stati Uniti. La Russia è la quinta economia del mondo. L’Occidente dovrebbe lasciar da parte ogni spocchia e senso si supremazia economica e culturale, perché gli altri “mondi” si stanno organizzando in fretta, sono disponibili al dialogo ed alla collaborazione, ma l’atteggiamento deve cambiare se non si vuole il suicidio politico-finanziario, che sembrerebbe già pronto nell’agenda 2030 dei BRICS+.

Il summit ha ottenuto risultati importanti nel medio e lungo termine, che potrebbero favorire l’abbandono del dollaro: “Abbiamo raggiunto un accordo, per poter invitare Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, a diventare membri a pieno titolo dei BRICS..Il loro ingresso avverrà il primo gennaio 2024” – ha dichiarato il Presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa. Le riserve di petrolio e gas degli Stati Uniti, insieme all’influenza geopolitica, forniscono agli americani una certa indipendenza, ma l’Europa sembra debole e con una strategia inadeguata, perché semplicemente sottomessa ai diktat di USA e NATO. La UE non ha una strategia propria e non l’avrà perché i padroni non lasciano le colonie agire da sole. Nonostante si parli di allontanamento dall’influenza della Cina, la dipendenza dell’Europa dalla produzione e dai mercati asiatici cresce. Le strategie europee si basano sui minerali africani, sui metalli, sugli idrocarburi e sulle fonti di energia rinnovabile, tutti sempre più alla mercé di alleanze mutevoli, presto convergenti nei BRICS+ assieme ai giganti dell’energia della galassia islamica.

La convergenza di Arabia Saudita, Egitto, Algeria, Brasile e Russia conferisce ai BRICS+ il controllo di oltre il 60% delle riserve e della produzione energetica globale. I leader africani hanno sottolineato che sta aprendosi un’era completamente nuova per il mondo intero. Questo è l’inizio della formazione di un nuovo ordine mondiale, senza la pressione selvaggia dell’Occidente. Si parla di un nuovo NOM “alternativo” fatto dai BRICS+, ove indipendenza e cooperazione, rispetto delle tradizioni e valuta unica, sinergia energetica e collaborazione politica, interscambio delle materie prime sarebbero i principi fondamentali. Queste premesse appaiono l’opposto di quanto pianificato dagli “illuminati” anglo-americani, da Mackinder e Brzezinsky, fino a Bill Gates e ai Rothschild. Se andasse in porto un’alleanza simile composta da: BRICS + i 4 ingressi previsti tra quattro mesi e il graduale ingresso dei quaranta altri Paesi che hanno fatto richiesta, senza intoppi e svincolata dal dollaro, il deep state sarebbe ampiamente ridimensionato e la politica della UE subirebbe la più grande crisi della sua storia.

 

Articolo completo: I BRICS vogliono un nuovo ordine multipolare – informazionecattolica.it

Batterie zinco aria: una nuova ricerca le indica come il futuro rispetto al litio

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di Giuseppina Perlasca

 

Il recente studio della Edith Cowan University sul progresso dei sistemi di batterie sostenibili suggerisce che le batterie zinco-aria siano un’alternativa migliore alle sostanze chimiche al litio. Il documento di ricerca che riporta la ricerca e i risultati è stato pubblicato sulla rivista EcoMat.

Il dottor Muhammad Rizwan Azhar della Edith Cowan University (ECU) ha guidato il progetto nel qaule si afferma che le batterie agli ioni di litio, le più diffuse attualmente, presentino troppi limiti legati al costo e alla disponibilità dei materiali rispetto alle alternative già disponibili

Spiega il ricercatore “Le batterie ricaricabili zinco-aria (ZAB) stanno diventando sempre più attraenti a causa del loro basso costo, rispetto dell’ambiente, elevata densità di energia teorica e sicurezza intrinseca. Con l’emergere sul mercato di veicoli a lungo raggio e aerei elettrici di prossima generazione, c’è una crescente necessità di sistemi di batterie più sicuri, più economici e ad alte prestazioni che possano superare le capacità delle batterie agli ioni di litio”.

Zinco-aria: come funziona questa batteria

Una batteria zinco-aria è composta da un elettrodo negativo di zinco e un elettrodo positivo di aria.

Finora il principale svantaggio di questi elettrodi è stata la potenza limitata, dovuta alle scarse prestazioni degli elettrodi ad aria e alla loro breve durata.

La svolta dell’ECU ha consentito agli ingegneri di utilizzare una combinazione di nuovi materiali, come carbonio, ferro  e minerali a base di cobalto, per riprogettare le batterie zinco-aria.

Il recente studio della Edith Cowan University sul progresso dei sistemi di batterie sostenibili suggerisce che le batterie zinco-aria siano un’alternativa migliore alle sostanze chimiche al litio. Il documento di ricerca che riporta la ricerca e i risultati è stato pubblicato sulla rivista EcoMat.

Il dottor Muhammad Rizwan Azhar della Edith Cowan University (ECU) ha guidato il progetto nel qaule si afferma che le batterie agli ioni di litio, le più diffuse attualmente, presentino troppi limiti legati al costo e alla disponibilità dei materiali rispetto alle alternative già disponibili

Spiega il ricercatore “Le batterie ricaricabili zinco-aria (ZAB) stanno diventando sempre più attraenti a causa del loro basso costo, rispetto dell’ambiente, elevata densità di energia teorica e sicurezza intrinseca. Con l’emergere sul mercato di veicoli a lungo raggio e aerei elettrici di prossima generazione, c’è una crescente necessità di sistemi di batterie più sicuri, più economici e ad alte prestazioni che possano superare le capacità delle batterie agli ioni di litio”.

Il dottor Azhar ha osservato: “Il nuovo design è stato così efficiente da sopprimere la resistenza interna delle batterie e la loro tensione era vicina alla tensione teorica, il che si è tradotto in un’elevata densità di potenza di picco e una stabilità di lunghissima durata. Oltre a rivoluzionare il settore dello stoccaggio dell’energia, questa svolta contribuisce in modo significativo alla costruzione di una società sostenibile, riducendo la nostra dipendenza dai combustibili fossili e mitigando gli impatti ambientali”.
«L’utilizzo di risorse naturali, come lo zinco proveniente dall’Australia e l’aria, migliora ulteriormente il rapporto costo-efficacia e la fattibilità di queste innovative batterie zinco-aria per il futuro», ha aggiunto il dott. Azhar.

Un accumulatore valido e affidabile

Il dottor Azhar ha affermato che, sebbene le risorse rinnovabili come l’energia solare, eolica e idroelettrica svolgano un ruolo fondamentale nel futuro dell’energia verde, non sono soluzioni completamente affidabili in quanto sono fonti di energia intermittenti.

“Grazie all’abbondanza di zinco disponibile in paesi come l’Australia e all’ubiquità dell’aria, questa diventa una soluzione di stoccaggio dell’energia altamente praticabile e affidabile”, ha spiegato il dott. Azhar. Nell’immagine: produttori mondiali di zinco

La riprogettazione delle batterie zinco-aria da parte dell’ECU avvicina l’Australia al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e dei traguardi stabiliti dall’Accordo di Parigi, stabilito alla fine del 2015 per sottolineare la necessità di risorse energetiche sostenibili per limitare il cambiamento climatico.

Ovviamente la produzione di batterie zinco-aria, dai costi frazionali rispetto a quelle al litio, spiazzerebbe queste ultime commercialmente. Una vera e propria rivoluzione nella mobilità elettrica che la potrebbe rendere conveniente. 

 

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