Quirinale: chi vincerà la partita del Colle tra Meloni, Salvini, Letta e Conte?

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di Ferdinando Bergamaschi

Quirinale: sulla conquista del Colle si sta giocando una partita nella partita. Non solo quella tra chi ambisce alla carica di presidente della Repubblica. Ma anche tra i leader dei partiti che sull’elezione del capo dello Stato ipotecano una bella fetta di futuro.

Se nelle elezioni del 2015 gli attori principali sulla scena erano il 64enne Pierluigi Bersani e il 78enne Silvio Berlusconi, adesso il quadro è ben diverso. In realtà c’è una costante ed è naturalmente Matteo Renzi. Ma oltre a lui, oggi 47enne, gli altri protagonisti del match sono sempre quaranta-cinquantenni: Giorgia Meloni (44 anni), Matteo Salvini (48), Enrico Letta (55) e Giuseppe Conte (57). 

Un dato anagrafico che evidenzia un sostanziale svecchiamento della classe politica italiana. Se ai nomi già citati infatti aggiungiamo quello di Luigi Di Maio (35 anni), si tratta probabilmente della classe politica più giovane che si sia mai giocata la partita del Colle nella storia della Repubblica. E allora vediamo le mosse di ognuno di loro.

Le ambiguità di Salvini

Da leader nazional-populista con sedicenti ambizioni di rompere gli schemi tra destra e sinistra, il leghista Salvini da un paio d’anni a questa parte si è ritrovato ad essere un liberal-populista (come già lo era stato Berlusconi), dovendo rincorrere a destra la Meloni che sopravanza. Da quando, in pieno Covid, è entrato nel governo di larghe intese presieduto da Mario Draghi ha assunto un atteggiamento molto ambiguo sia nei confronti della pandemia sia nei confronti del governo medesimo. Con questo atteggiamento non ha guadagnato al centro e ha perso a destra fino a farsi sorpassare nei sondaggi dal partito di Giorgia Meloni, se non altro più coerente nella sua linea politica.

Venendo ad oggi, nella partita del Colle, Salvini sembra muoversi su due versanti. Questa volta la sua ambiguità viene riversata sul centrodestra. Da un lato ha sostenuto ufficialmente la candidatura di Berlusconi, dall’altro negli ultimi giorni ha fatto sapere che le carte della Lega devono ancora essere scoperte. E in effetti oggi ha prima annunciato di voler coinvolgere Berlusconi nella scelta di un nome per il Colle (e quindi implicitamente ha escluso quello del presidente di Forza Italia) e poi ha incontrato Conte per cercare una soluzione condivisa. 

Letta in stand by

Democristiano di sinistra, Letta da lungo tempo, come tutto il Pd (sia quello post-democristiano sia quello post-comunista) ha abbracciato la corrente dem, allineandosi con l’impostazione delle più importanti sinistre occidentali a partire da quella americana. Richiamato circa un anno fa a sostituire il dimissionario Zingaretti alla segreteria, secondo D’Alema, ha avuto il merito di guarire il Pd dal virus del renzismo. Merito che ovviamente per Letta è irricevibile, non potendo ammettere che lo stesso fosse malato. 

Nella partita del Colle Letta ha da giocare i numeri del campo che comprende l’alleanza tra Pd e 5 Stelle. Punto fermo il contrasto alla candidatura di Berlusconi. Si è spinto a far sapere di apprezzare la figura di Amato. Non potendo dare le carte, aspetta. E vedremo se, davanti a una diversa e nuova proposta del centrodestra, Letta giocherà di sponda, oppure se, come sul Ddl Zan, deciderà di andare al muro contro muro. 

Meloni win-win?

Fratelli d’Italia è l’unico partito all’opposizione al governo Draghi. Giorgia Meloni rappresenta da sempre una tendenza nazional-conservatrice (o come preferirebbe dire patriottico-conservatrice). Nella partita del Quirinale però è anche colei che per prima si è detta disponibile a considerare la candidatura dell’attuale premier al Colle.

In effetti, se Draghi raggiungesse il Colle per la Meloni si aprirebbero due scenari entrambi abbastanza favorevoli. Il primo: elezioni anticipate. Sondaggi alla mano, la premierebbero portandola a circa il 20% dei consensi. Il secondo: nuovo governo di larghe intese fino alla fine naturale della legislatura nel 2023; in questo caso Meloni forse addirittura potrebbe aumentare il suo consenso. Unica leader d’opposizione, potrebbe cavalcare infatti ogni possibile passo falso di questo governo. Se nei giorni scorsi si era schierata in via ufficiale, come Salvini, per la candidatura di Berlusconi, oggi chiede si organizzi un vertice del centrodestra per scegliere un nome. 

Conte in affanno

In questo momento Conte è quello che sta peggio. È a capo dei 5 Stelle che sono divisi e non hanno una rotta precisa. Quando Conte è andato alla guida del governo gialloverde, il Movimento sembrava aver abbracciato la linea di fondo tesa a un populismo sovranista di tipo moderato; ma dopo la crisi di governo voluta da Salvini ha dovuto cambiare rotta alleandosi col Pd. Accanto ai suoi cavalli di battaglia (tra cui predominano un condivisibile ambientalismo e un discutibile giustizialismo) non ha comunque rinunciato del tutto al suo moderato sovranismo (infatti si deve a lui la rinuncia al Mes). 

Nella partita del Colle così Conte si può muovere con minor agibilità persino rispetto allo stesso Letta. Infatti dai 5 Stelle non è finora uscita nessuna proposta che non fosse un Mattarella bis. L’incontro di oggi con Salvini potrebbe però essere un punto di svolta. 

La regola del tre

Almeno tre di questi quattro giocatori della partita del Quirinale dovranno comunque trovare un accordo. Sia che si converga su Draghi sia che si punti su un’altra figura. E chi ne rimarrà fuori sarà fortemente penalizzato anche per il solo fatto di non aver partecipato alla scelta del prossimo presidente della Repubblica.

In particolare c’è il rischio di una spaccatura nel centrodestra tra Meloni e Salvini. Quest’ultimo, infatti, ha fatto sapere nei giorni scorsi che dopo l’elezione del capo dello Stato sarebbe auspicabile che leader politici entrino nel governo per rafforzarne l’azione. Una mano tesa a Conte e Letta e un avvertimento alla Meloni.

Sarà difficile, ma comunque ci pare auspicabile che i quattro leader trovino una soluzione condivisa. Un segnale di distensione che sarebbe molto utile anche per accogliere nel modo migliore il nuovo inquilino del Quirinale.

 

Contro il mondialismo è necessaria una alleanza politica tra cattolici, identitari e patrioti

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/01/17/contro-il-il-mondialismo-e-necessaria-una-alleanza-politica-tra-cattolici-identitari-e-patrioti/

LA NUOVA NORMALITÀ: NON TUTTO IL MALE VIEN PER NUOCERE…

Occorre dividere la problematica dell’emergenza pandemica in due parti: il paravento, costituito da vaccini e Green pass e la sostanza, costituita dalla “nuova normalità che ci aspetta”. Il suggerimento è quello di dare al paravento il peso che deve avere un elemento accessorio, funzionale ai programmi del globalismo, ponendo l’attenzione e, laddove possibile, la preparazione, ai cambiamenti che già ci vengono prospettati.

Sono sempre stato un convinto “free vax” che ritiene il lasciapassare uno strumento essenziale per imporre subdolamente il vaccino sintetico a mRna a tutta la popolazione. Si tratta di un paravento robusto, non di tela ma di piombo, perché le implicazioni morali e afferenti le libertà individuali e collettive sono parecchie e non si possono liquidare in due parole.

Del resto, l’attenzione del mondo doveva essere concentrata su qualcosa di importante, come la tutela della propria salute, altrimenti qualcuno avrebbe potuto spostare il plumbeo ostacolo e guardare cosa ci aspetta, quando il paravento sarà abbassato. E’ ciò che, in questi due anni, ho cercato e cerco di fare osservando la realtà alla maniera tomista.

Non credo ci si debba stupire di fronte al caos creato dai televirologi, del tutto e il contrario di tutto di una gestione che ha vari aspetti paradossali, alcuni assurdi, altri grotteschi. Il caos è, infatti, il presupposto del paravento vaccinale perché disorienta e un popolo che non capisce più niente, martellato da una propaganda che parla solo ed esclusivamente di questo, finisce col fidarsi dell’autorità governativa, supportata da quella scientifica e religiosa, convinto che agiscano per il suo bene.

Mentre il cosiddetto “no vax” aderisce in maniera massimalista ed esasperata alla questione dell’immoralità dell’utilizzo di linee cellulari di feti abortiti, ma soprattutto è terrorizzato più dagli effetti avversi che dalla malattia. E’, nella maggioranza dei casi uno strenuo avversario della medicina tradizionale in favore della “scienza olistica” o medicina alternativa, a base di piantine, tisane e altri intrugli, che spopola negli ambienti New age, teosofici ed esoterici.

A mio avviso ha ragione don Francesco Ricossa nella sua recensione al libro del Prof. Roberto de Mattei Sulla liceità morale della vaccinazione (Edizioni Fiducia, Roma 2021, pp. 74): “Stabilito che il problema posto dalle linee cellulari provenienti all’origine da aborto procurato non rende necessariamente intrinsecamente cattiva la vaccinazione (cooperazione materiale remota…)“, posizione che trova sostanzialmente origine dalla teologia morale, ciascuno è libero di scegliere “in scienza e coscienza prendendo evidentemente delle precauzioni per non ammalarsi o non ammalare (nel limite del possibile!)”.

Don Ricossa dimostra di aver compreso perfettamente che la questione vaccinale divide i cattolici (il “divide et impera” nei nemici di Dio?): “mi sembra che si tratti di una deviazione preoccupante dell’attenzione dalle verità di Fede nella lotta antimodernista ad una lotta in materia ancora poco chiara e opinabile” e ricorda che “la questione per eccellenza è quella della Fede, del Papato, della Messa, del sacerdozio, della lotta all’eresia modernista: il resto rientra nel campo dell’opinabile. Quello che vale per la politica politicante, vale anche per questi problemi di ordine sanitario. Non facciamoci distrarre dall’essenziale per dividerci sull’accessorio“.

Nel definire il complottismo “senza dubbio un’aberrazione che prospera a causa della sfiducia nelle “autorità”, don Ricossa cerca di dare una risposta al proliferare delle teorie più strampalate, che allignano perfino in ambienti cattolici, ma mette anche in guardia da esso. Il realismo tomista, che sta nell’osservazione della realtà e nell’uso di intelletto e volontà per interpretare correttamente i segni visibili, smonta ogni delirante ossessione e pone, implicitamente, un chi va là: occhio, perché se le teorie che proponete come fossero Vangeli, poi non si realizzeranno, perderete ogni credibilità, nell’ilarità generale.

Lungimiranza, oggi, è saper guardare oltre e più in là rispetto al paravento di piombo, stando sempre attenti che non ci cada addosso e che qualcuno non ce lo spinga contro, perché schiacciati da esso non ci si rialza più e si perde la rotta della bussola. Perciò il Sistema sappia che portare la mascherina è un po’ fastidioso ma ha anche i suoi aspetti positivi, oltre a proteggere dal contagio, come ad esempio quello di riparare dal contatto diretto con chi non conosce il dentifricio e che aiuta, in molte situazioni imbarazzanti a nascondere sorrisi o smorfie naturali, mandando in tilt chi conosce la comunicazione non verbale.

Veniamo, dunque, al vulnus, che è la “nuova normalità” per colpire i cattolici ed i veri identitari. Ammesso e non concesso che la transizione green porti effetti utili al benessere del pianeta, sarebbe sciocco opporsi al progresso tecnologico, laddove esso non vada in contrasto coi principi morali. La televisione che trasmette il temporale quando, in realtà, c’è il sole, è un problema oggettivo. Ma imparare a non aprire l’ombrello sopra la TV che trasmette pioggia è essenziale.

Oggi, è la stessa tecnologia che ci consente di accedere ad informazioni e fonti impensabili fino a un decennio fa: usiamola per formarci ed informarci a dovere da specialisti ragionevoli, autorevoli ed attendibili. Se non si riesce a discernere, non è obbligatorio credere al maltempo quando c’è bello, ma è opportuno sospendere il giudizio, consultare un buon sacerdote, pregare, vivere il più possibile in Grazia di Dio perché noi non sappiamo né il giorno né l’ora in cui verrà a giudicarci, come insegna negli Esercizi Spirituali sant’Ignazio di Loyola.

La confusione in ambito sanitario ci sarà finché non si creerà un’ omogeneità nel mondo scientifico. Retto discernimento, buon senso e un buon dizionario di teologia morale sono tre risposte alla portata di ciascuno di noi. I social sono utili, in un certo senso, ma anche tremendi, come il web, perché vi si trova qualsiasi cosa. C’è gente che campa postando spazzatura e fake news.

La reazione può essere duplice: chiudere tutto oppure avere la consapevolezza di poter essere ingannato, ma non sull’essenziale, che va preservato a prescindere, perché è e resterà sempre il Fine della vita umana: la salvezza eterna attraverso i mezzi che Gesù ci ha lasciato, tramite la Santa Chiesa. Sacramenti, in primis.

In questo periodo così difficile, l’alleanza politica tra i veri cattolici e tutti coloro che si definiscono identitari e patrioti fa fronte comune nei confronti di quel Leviatano che oggi è la globalizzazione col suo primo tentacolo che è il mondialismo, ed il suo secondo tentacolo che è la società fluida, egualitarista, piatta, desacralizzata, materialista, atea, che trova il principale ostacolo nell’ordine naturale e, quindi nella Famiglia, cellula fondamentale della nostra civiltà. Il prossimo, per il cattolico, è l’affine, mentre l’umanità intera è composta dalle creature di Dio. Anche gli identitari comprendono e lottano per la tradizione e per la difesa dell’identità, perché sono, con noi, parte di un’unica comunità di destino: quella che la “nuova normalità” proverà a toglierci, ma che dovrà trovarci molto ben preparati.

Ecco il documento segreto su Grillo che nessuno vi farà leggere

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di Nicola Porro

IL FONDATORE DEL M5S, INDAGATO PER TRAFFICO DI INFLUENZE ILLECITE, FINITO NELL’ELENCO DEI LOBBISTI DI MOBY

Qual è il colmo per un movimento nato dal Vaffa Day, cresciuto maledicendo “la casta” e diventato adulto combattendo le lobby di Stato? Finire nell’elenco dei “lobbisti” finanziati da una grande azienda a rischio bancarotta. Se non fosse scritto nero su bianco nella “relazione tecnica” sul bilancio della Moby Spa, società dell’armatore Vincenzo Onorato indagato assieme a Beppe Grillo per traffico di influenze illecite, potrebbe apparire uno scherzo. O una barzelletta. Invece è tutto vero.

Non entreremo nel merito dell’inchiesta, delle presunte pressioni che Grillo avrebbe fatto su ministri e parlamentari grillini per sostenere le istanze di Onorato. Siamo e restiamo garantisti, anche quando c’è il comico di mezzo. E poi il “traffico di influenze illecite” è un reato così fumoso che solo il M5S e il suo dj Fofò potevano pensare di aumentarne le pene previste. Baggianate: non ci sarà nulla di penalmente rilevante. Il punto qui è politico. E cioè il fatto che Grillo e sodali, quelli che denunciavano i legami tra politica e finanza, quelli che si sono scagliati contro i Benetton, sono caduti negli stessi peccatucci che hanno sempre sbandierato come grandi scandali.

Per capirlo basta prendere l’analisi redatta dai commercialisti della Chiaruttini&associati su Moby Spa e scorrere fino a pagina 183, parte sesta, quella riferita agli “ulteriori trasferimenti” di denaro nel quinquennio 2015-2019. Sotto la dicitura “Dazioni a partiti politici, influencer e lobbisti” (esatto: influencer e lobbisti) compaiono proprio la società del fondatore del Movimento Cinque Stelle e quella di Casaleggio.

Il contratto con la Beppe Grillo srl

“Per quanto attiene i rapporti contrattuali con la Beppe Grillo S.r.l. – si legge – il verbale della seduta consiliare del 16 gennaio 2020 riporta che ‘con questa v’era in essere un accordo volto ad acquisire visibilità, con finalità pubblicitarie per il proprio brand sul blog presente nel sito www.beppegrillo.it nonché attraverso i canali redazionali social della Beppe Grillo S.r.l. avvalendosi del loro supporto redazionale, il tutto per un corrispettivo di 120mila euro annui””. Per la precisione, Moby aveva sottoscritto “un contratto di servizi, efficace dal 1^ marzo 2018 al 1^ marzo 2020, con riferimento al quale veniva versato l’importo complessivo di 200mila euro”. Non proprio spiccioli.

I rapporti con la Casaleggio Associati

I rapporti conIn data la società di Casaleggio invece prendono corpo il 7 giugno 2018, con lo scopo di “sensibilizzare le istituzioni sul tema dei marittimi” e “raggiungere una community di riferimento di 1mln di persone”. Il tutto, pagando alla Associati “un corrispettivo annuo pari ad 600mila, oltre alla previsione di goal fee legate al raggiungimento anticipato dei suddetti obbiettivi tra 50mila e 150mila euro”. Cosa strana, va detto, il contratto viene “approfondito” solo due anni dopo la sottoscrizione, ovvero il 16 gennaio del 2020, quando alla Moby si accorgono che “a fronte di un corrispettivo di € 50.000 mensili” la Casaleggio si era occupata di tre questioni:

1) “della creazione del sito internet www.marittimi.com e della gestione e produzione dei suoi contenuti, attività quest’ultima tutta consultabile on line e direttamente ricollegabile al Presidente di questo Consiglio di Amministrazione e con evidenti richiami al brand della Società”;

2) “della creazione e gestione della pagina Facebook […] marittimiofficial/ movimento a tutela dei diritti di quella categoria di lavoratori che sono anche i dipendenti di questa Società;

3) “della creazione e gestione della pagina Instagram […] marittimiofficial/ anche in questo caso servizi volti a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tematica della limitazione dei benefici fiscali del Registro internazionale alle sole navi che imbarcano equipaggi italiani o comunitari, il tutto con evidente ritorno d’immagine per la Società potenziando la connessione tra il brand Moby ed il concetto di italianità”.

Il tutto alla “modica” cifra di 1,2 milioni di euro “sino alla risoluzione consensuale del contratto, intervenuta a partire dal 1 marzo 2020”.

Gli altri partiti finanziati da Onorato

Vero è che Grillo e Casaleggio non sono gli unici due ad essere stati finanziati dalle società di Onorato. Nel calderone compare un po’ tutto l’arco costituzionale. Tra il 2014 e il 2015  la federazione Val di Cornia-Elba del Partito Democratico ha incassato 30mila euro, altri 50mila sono andati ad Ernesto Carpone (sempre del Pd) e ulteriori 10mila hanno sostenuto la campagna elettorale della dem Silvia Velo. Inoltre, tra il 2015 e il 2016, ben 200mila euro sono finiti alla Fondazione Open riconducibile a Matteo Renzi. E non fanno eccezione Fratelli d’Italia (10mila euro) e il Comitato Change “facente capo” a Giovanni Toti (100mila euro).

La domanda però è una sola: se le cifre versate e Grillo e Casaleggio avessero riguardato un qualsiasi altro partito e se queste carte fossero finite nelle mani dei grillini, cosa sarebbe successo oggi? Ve lo diciamo noi: gogna mediatica, titoloni sul Fatto Quotidiano, accuse di favoritismi. In fondo, nella sua carriera politica Grillo se l’è presa con le lobby del tabacco (2017), con le lobby in Rai (2013) e con le lobby in generale. Per poi finire nell’elenco dei lobbisti di una società privata. Anche questa, una nemesi grillina.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/ecco-il-documento-segreto-su-grillo-che-nessuno-vi-fara-leggere/

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Cartelle esattoriali. Basta oneri di riscossione

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di Lorenzo Palma

Un addio atteso e puntualmente arrivato: Niente più oneri di riscossione, 3% o 6% delle somme iscritte a ruolo per pagamenti rispettivamente entro o oltre i sessanta giorni. E non è tutto: perché ora viene eliminata anche la quota pari all’1% delle somme iscritte a ruolo per le ipotesi di riscossione spontanea.

Lo dice la legge di Bilancio 2022: e tali somme saranno a carico del bilancio dello Stato. Queste le novità contenute nel nuovo modello di cartella di pagamento per i carichi affidati all’Agente della riscossione a partire dal 1 gennaio 2022, approvato con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini.

E per il debitore cosa ci sarà? A suo carico, recita ancora la legge, resteranno, invece, le spese relative alle procedure esecutive e cautelari e le spese di notifica della cartella di pagamento e degli eventuali ulteriori atti di riscossione. C’è da dire però che la stessa legge indica che i carichi affidati fino al 31 dicembre 2021 gli oneri di riscossione continueranno ad essere dovuti nella misura e secondo le ripartizioni previste dalle previgenti disposizioni di legge.

Dunque tutti gli agenti della riscossione dovranno utilizzare il nuovo modello per le cartelle relative ai carichi affidatigli a partire dal 1 gennaio 2022, mentre per quelle relative ai carichi affidati fino al 31 dicembre 2021 dovrà essere utilizzato il modello approvato con il provvedimento del 14 luglio 2017, indipendentemente dalla data di notifica della cartella di pagamento che potrà avvenire anche successivamente al 31 dicembre 2021.

Come indicato nel provvedimento datato 17 gennaio, nelle cartelle esattoriali spariscono alcune voci aggiuntive che, commisurate alla somma dovuta, contribuivano a far salire l’importo del debito accumulato. Nello specifico: viene abolita la quota oneri di riscossione fissa del 3 per cento delle somme iscritte a ruolo, in caso di pagamento entro il sessantesimo giorno dalla notifica della cartella di pagamento e del 6 per cento delle somme iscritte a ruolo e dei relativi interessi di mora in caso di assolvimento del debito oltre il suindicato termine di legge.

In caso di riscossione spontanea, effettuata ai sensi dell’articolo 32 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, non è più dovuta, dal debitore, la quota pari all’uno per cento delle somme iscritte a ruolo. Mentre la quota a titolo di spese esecutive per le eventuali attività cautelari ed esecutive per il recupero delle somme insolute; e la quota a titolo di spese di notifica della cartella di pagamento e degli eventuali ulteriori atti di riscossione, restano a carico del debitore.

Lorenzo Palma, 20 gennaio 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/economia/cartelle-esattoriali-basta-oneri-di-riscossione/

La conversione di Alphonse Ratisbonne per mezzo della Medaglia Miracolosa

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Nonostante fosse stato educato senza alcuna formazione ebraica, Alphonse era fiero di appartenere ad una famiglia di notabili, essendo suo padre presidente del concistoro di Strasburgo. Disse di se stesso: «Ero ebreo di nome, ecco tutto, poiché non credevo nemmeno in Dio» (Ratisbonne, di Jean Guitton, Wesmael-Charlier, coll. «Conversions célèbres», 1964, p.42). Quando suo fratello maggiore Théodore si convertì nel 1827 e divenne sacerdote nel 1830, i rapporti familiari si deteriorarono e il disprezzo di Alphonse verso la religione cattolica aumentò. Aveva programmato di sposarsi non per convenienza ma per amore a 28 anni, nell’estate del 1842, con sua nipote Flora di 16 anni, ma prima, nel novembre del 1841, volle partire in viaggio, con l’intenzione di visitare Napoli, la Sicilia, Malta e Costantinopoli. Alla fine, dopo essere stato a Napoli e prima di recarsi a Palermo, decise di dirigersi verso Roma, temendo di non avere un’altra occasione per visitarla. Dopo qualche giorno di svago trascorso a Roma, alla vigilia della sua partenza per Palermo datata 15 gennaio 1842, andò a trovare un amico di infanzia, Gustave de Bussières, che era protestante. Non trovandolo, fu ricevuto da suo fratello convertito dal protestantesimo, il barone Théodore de Bussières, fervente cattolico e devoto della Medaglia Miracolosa, strumento di tante conversioni.

Ispirato dalla Santa Vergine, questi sfidò Ratisbonne: «Giacché lei detesta la superstizione e professa dottrine tanto liberali, giacché è uno spirito forte tanto illuminato, avrà il coraggio di sottoporsi a una prova innocente?». Questa prova invitò Ratisbonne ad indossare la Medaglia Miracolosa e a recitare mattino e sera il Memorare, il «Ricordatevi» che san Bernardo compose in onore della Vergine Maria, una preghiera molto efficace: «Ricordatevi, o piissima Vergine Maria, che non s’è inteso mai che alcuno che è ricorso alla vostra protezione, che ha implorato il vostro patrocinio e chiesto la vostra protezione, sia rimasto abbandonato. Animato io da tale confidenza, vengo, o Vergine delle Vergini a gettarmi nelle vostre braccia e gemendo sotto il peso delle mie colpe mi prostro ai vostri piedi. O Madre del Verbo, non disdegnate le mie preghiere ma benignamente ascoltatele e degnatevi di esaudirle». Ratisbonne accettò: «Oh! Non importa, esclamò, scoppiando a ridere; voglio quantomeno provarvi che si fa torto agli ebrei accusandoli di ostinazione e di testardaggine insormontabile» (Ratisbonne, di J. Guitton, op. cit., p.22). Promise dunque al barone de Bussières di recitare questa preghiera: «Se essa non mi fa del bene, almeno non mi farà del male!» (op. cit., p.56).

Alphonse Ratisbonne ritornò dal de Bussières per riportargli la preghiera che aveva ricopiata, dal momento che il barone non ne possedeva altre copie. Una forza interiore spinse Théodore de Bussières ad insistere, affinché Alphonse rinviasse la sua partenza, suggerendogli così che se fosso rimasto a Roma avrebbe potuto vedere il Papa. Fece pregare alcuni suoi amici, fra i quali il conte de La Ferronays, per la conversione di un ebreo. Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio, Ratisbonne si svegliò di soprassalto: vide davanti a lui una grande croce nera, avente una forma particolare, senza Cristo. Provò, invano, a scacciare questa immagine, dopodiché si riaddormentò. Dopo la sua conversione, qualche ora più tardi, avrebbe riconosciuto in quella visione, la croce coniata sulla Medaglia Miracolosa. Giovedì 20 gennaio 1842, Théodore de Bussières andò nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte poiché doveva far riservare i banchi per la famiglia di de La Ferronays, vecchio ministro di Carlo X, esiliato a Roma dal 1830. Il conte, purtroppo, era morto improvvisamente la sera del 17 gennaio. Nel frattempo, chiese a Ratisbonne di aspettarlo per qualche minuto. Lo ritrovò inginocchiato davanti alla cappella dell’Arcangelo san Michele e san Raffaele, con il viso bagnato di lacrime, dicendo tutto emozionato e riconoscente: «Che Dio buono! Che pienezza di grazia e felicità!». Supplicò Théodore de Bussières di portarlo da un sacerdote poiché, spiega, «quanto ho a dire, non posso proferirlo che in ginocchio. La parola umana non deve tentare d’esprimere l’inesprimibile; ogni descrizione, per quanto sublime possa essere, non sarebbe che una profanazione dell’ineffabile verità. (…) Non sapevo dove mi trovavo; non sapevo se ero Alphonse o un altro; provavo un cambiamento così totale che mi credevo un altro. (…) La gioia più grande si sprigionava dal fondo della mia anima; non potetti parlare; non volli rivelar niente; sentivo in me qualche cosa di solenne e di sacro che mi fece chiamare un sacerdote» (op. cit., p.64).

Théodore de Bussières lo portò al Gesù, convento dei Gesuiti, affinché parlasse a Padre de Villefort. Ratisbonne tirò fuori la sua Medaglia che aveva attaccata al suo collo, l’abbracciò e gridò: «L’ho vista! L’ho vista!». Il Padre de Villefort gli chiese di parlare. Ratisbonne si mise in ginocchio e raccontò che entrando in chiesa aveva visto un cane nero che saltava e abbaiava davanti a lui. In seguito, il cane disparve (il cane sembra essere l’immagine del diavolo). «D’un tratto – dichiarò – mi sono sentito di un turbamento inesprimibile. Tutta la chiesa disparve; la chiesa mi sembrava tutta oscura, eccetto una cappella, quasi che tutta la luce della chiesa si fosse concentrata in quella. Alzai gli occhi verso la cappella raggiante di tanta luce e vidi sull’altare della medesima, grande, maestosa, bellissima, misericordiosa, la Vergine Maria, simile nell’atto e nella forma, all’immagine che si vede nella Medaglia Miracolosa; una forza irresistibile mi spinse verso di Lei, che parve dicesse: “Basta così”. Non lo disse, ma lo capii» (Ratisbonne, di J. Guitton, op. cit., p.30). E aggiunse: «Uscivo da una tomba, da un abisso di tenebre, ed ero vivo, perfettamente vivo… Ma piangevo! Vedevo nel fondo dell’abisso le miserie estreme dalle quali ero stato strappato da una misericordia infinita». Pensando alla sua fidanzata e alla sua famiglia ebrea, li implorò: «A voi dono le mie preghiere! (…) Non alzerete voi gli occhi verso il Salvatore del mondo il cui sangue ha cancellato il peccato originale? Oh, che l’impronta di questa macchia è orribile! Rende completamente irriconoscibile la creatura fatta a immagine di Dio» (op. cit., p.65). In seguito, Ratisbonne si recò con P. de Villefort e Théodore de Bussières a Santa Maria Maggiore e a San Pietro per rendere grazie a Dio. Trovandosi in dette basiliche, esclamò: «Com’è bello qui! Non vorrei uscirne mai (…). Non è più la terra, è quasi il cielo».

Si trovava alla presenza di Dio, ma gemeva sapendo di avere ancora in sé il peccato originale e rifugiandosi nella cappella della Santa Vergine, affermò: «Qui, non posso avere paura; sento che sono protetto da una misericordia immensa» (op. cit., p.31). Quando Théodore de Bussières gli domandò i dettagli di ciò che avesse visto, Alphonse Ratisbonne precisò: «Vidi la Regina del cielo in tutto lo splendore della sua bellezza senza macchia; ma il suo sguardo non aveva potuto sostenere lo splendore di quella luce divina. Aveva provato per tre volte a contemplare nuovamente la Madre delle misericordie; tre volte i suoi inutili sforzi non gli avevano permesso di alzare gli occhi che alle sue mani benedette dalle quali sgorgava, con fasci luminosi, un torrente di grazia» (op. cit., p.33).

Sapeva con certezza assoluta che il de La Ferronays aveva non solo pregato per lui, ma persino offerto la propria vita a Dio per la sua conversione e che essa era ugualmente dovuta alle preghiere rivolte al Signore nel corso di tutto l’anno precedente da suo fratello Théodore, da P. Desgenettes e dai fedeli dell’Arciconfraternita di Nostra Signore delle Vittorie, ai quali P. Théodore aveva confidato questa intenzione.

Alphonse Ratisbonne si fece istruire secondo i dettami della religione cattolica, come già aveva osservato in una delle sue tante lettere, affermando che nel cattolicesimo «intravedeva il senso e lo spirito dei dogmi» (op. cit., p.66). Entrò nel convento dei Gesuiti per un ritiro spirituale sotto la direzione di P. de Villefort e secondo le sue richieste, fu battezzato il 31 gennaio 1842, 11 giorni dopo la sua conversione. Scrisse: «Gli ebrei che udirono la predicazione degli apostoli furono immediatamente battezzati, e voi volete farmi attendere dopo che ho udito la Regina degli apostoli!» (op. cit., p.67).

Il così breve tempo intercorso fra la sua conversione ed il battesimo si giustifica grazie alla conoscenza della dottrina cattolica da lui dimostrata ai sacerdoti incaricati di istruirlo, sebbene non avesse mai aperto in precedenza alcun testo religioso.

Dicendo «la Santa Vergine non mi ha detto niente, ma ho capito tutto», Ratisbonne affermò che Lei gli aveva fatto conoscere le verità del cristianesimo tutte in una volta; l’apparizione fu per lui un centro di luce dal quale tutto s’irradiava, come una formula matematica che spiegava il mondo intero. In seguito, Alfonso e Flora si lasciarono e a tal proposito, egli scrisse che «l’amore del mio Dio aveva talmente preso il posto di ogni altro amore, che la mia stessa fidanzata mi appariva sotto un altro aspetto. L’amavo come un oggetto che Dio tiene nelle sue mani, come un dono prezioso che fa amare ancora di più il donatore» (op. cit., p.66).

È interessante ricordare che il 29 aprile 1918, il P. Kolbe – colui che donò la vita fino alla morte per l’Immacolata – volle celebrare la sua prima messa in Sant’Andrea delle Fratte, proprio sull’altare dove Alphonse Ratisbonne il 20 gennaio 1842 vide la Santa Vergine, Colei che aveva convertito il Nostro Israelita di 28 anni mediante la Medaglia e la preghiera del «Ricordatevi».

Mauriac osserva, nei suoi Bloc notes del maggio 1964: «Ci sono attimi eterni attorno ai quali tutto un destino cristallizza degli istanti che durano fino alla morte, sin quando l’uomo vive» (Rue de Bac ou la superstition dépassée, di Jean Guitton, Ed. S.O.S., coll. «Hauts lieux de spiritualité», 1973, p.94). Qualche giorno dopo il suo battesimo, il 3 febbraio 1842, Ratisbonne è ricevuto da papa Gregorio XVI, il quale gli fece la seguente impressione: «Le maestà del mondo mi sembravano riunite in colui che quaggiù possiede la potenza di Dio (…). Ma (…) non era un monarca, ma un padre la cui bontà estrema mi trattava come un caro figlio» (Mémoire del 12 aprile 1842, éd.1919, p.94, citato da R. Laurentin, in Multiplication des apparitions de la Vierge aujourd’hui, Fayard, 1988, p.125).

L’apparizione privata e la conversione spettacolare di Ratisbonne fecero molto clamore: si aprirono a Roma un’inchiesta e subito dopo un processo canonico. Esso si concluse con il riconoscimento dell’autenticità dei fatti. Il 3 giugno 1842, un decreto del cardinale Patrizi, vicario di Roma, assicurò «che era certo che un vero ed insigne miracolo operato da Dio, ottimo e massimo, per l’intercessione della Vergine Maria, ha generato la conversione istantanea e perfetta di Alphonse Ratisbonne dal giudaismo al cattolicesimo». È grazie a questo Decreto che la Sacra Congregazione dei Riti accordò, il 23 giugno 1894, l’istituzione della Festa della Manifestazione della Vergine Immacolata, detta della Medaglia Miracolosa. Questa festa si celebra il 27 novembre, ricorrenza dell’apparizione di Nostra Signora a santa Caterina Labouré. L’ufficio del breviario, in questa data, racconta proprio la conversione di Alphonse Ratisbonne. In ringraziamento delle preghiere a Nostra Signora delle Vittorie per la sua conversione, nel 1843 Ratisbonne fece benedire da Monsignor Affre una cappella consacrata al Santissimo ed Immacolato Cuore di Maria.

Alphonse Ratisbonne lasciò il suo mestiere di avvocato e il mondo della finanza. Entrò nel noviziato dei Gesuiti il 14 giugno 1842 prendendo il nuovo nome di Marie-Alphonse e fu ordinato sacerdote il 24 settembre 1848. Con l’autorizzazione del Superiore Generale dei Gesuiti, P. Jean-Philippe Roothaan e la benedizione di Papa Pio IX, nel 1852 lasciò la Compagnia di Gesù per entrare nella Congregazione di Nostra Signora di Sion. Votata alla conversione degli ebrei, essa è stata fondata dal fratello Théodore nel 1843, su domanda di Gregorio XVI. I due fratelli, Théodore e Alphonse Ratisbonne, avevano fondato nello stesso anno l’apostolato delle religiose di «Nostra Signora di Sion», e nel 1855 «I Preti Missionari di Nostra Signora di Sion», affinché potessero «lavorare, piangere e soffrire per la redenzione di Israele». Eressero a Gerusalemme e ad Ain Karim, il villaggio natale di San Giovanni Battista a 7 chilometri ad ovest di Gerusalemme, alcuni conventi e monasteri per i religiosi e le religiose di Nostra Signora di Sion, oltre che delle scuole e degli orfanotrofi nei quali si impartiva una specifica formazione al lavoro. Divenuto quasi cieco, P. Marie-Alphonse aveva profetizzato: «Avrò prestò l’età della Santa Vergine, 70 anni: morirò a quell’età». Morì, infatti, a 70 anni, il 6 maggio 1884, ad Ain Karim, dicendo: «Offro la mia vita per la salvezza di Israele» e gridando, pieno di gioia e come rapito: «Maria!». Alcuni testimoni pensano che abbia visto a quel punto la Santa Vergine poiché il suo viso si illuminò e la sua stanza fu investita da una luce soprannaturale. Sulla sua tomba, a San-Giovanni-in-Montana, presso Gerusalemme, dove fece costruire un convento, si legge la seguente preghiera, incisa su sua richiesta: «O Maria, ricordatevi del vostro figlio che è la dolce e generosa conquista del vostro amore!».

L’efficacia della Medaglia Miracolosa risiede nella preghiera che riconosce Maria «concepita senza peccato». Maria, nostra Madre, «Rifugio dei peccatori», risplendente dell’amore di Dio che Ella dona agli uomini, è molto generosa nelle grazie, tra le quali quella della salvezza. È per la nostra consacrazione ai Sacri Cuori, che noi otterremo la nostra santificazione e la conversione dei peccatori. P. Desgenettes ne fece esperienza: la confraternita di Nostra Signora delle Vittorie, che era come morta, rivisse quando egli obbedì ad una voce interiore che il 3 dicembre 1836 gli rivelò: «Consacra la tua parrocchia al Santissimo e Immacolato Cuore di Maria». P. Desgenettes scrisse: «Non sembra forse naturale pensare che Gesù Cristo si interessi alla gloria di questo Cuore che gli ha fornito le prime gocce del Sangue adorabile al prezzo del quale ci avrebbe riscattati? Egli vuole che la gloria di cui ha coronato la sua Santa Madre nel Cielo, si rifletta sulla terra, che tutti gli uomini sappiano che il Cuore di Maria è il serbatoio e il canale delle misericordie divine» (Annales de l’Archiconfrérie de Notre-Dame des Victoires, marzo 1854, p.214, in L’Abbé Desgenettes, serviteur et apôtre de Marie, di Suor Maria-Angelica della Croce, op. cit., p.218).

https://www.madonnadelmiracolo.it/2018/11/28/la-conversione-di-alphonse-ratisbonne-per-mezzo-della-medaglia-miracolosa/

Fonte: https://www.centrostudifederici.org/la-conversione-alphonse-ratisbonne-mezzo-della-medaglia-miracolosa/

Governo choc: deposita atto al Senato prevista proroga emergenza dicembre 2022

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Il mondo va verso l’uscita dalla pandemia. Ma il governo Draghi prevede lo stato d’emergenza fino a dicembre 2022. Una scelta ad oggi senza alcun fondamento
di Antonio Amorosi
In Italia si governa a colpi di emergenza. Dove è finita la democrazia? E’ regime?

L’emergenza piace tanto al governo di Mario Draghi al punto che la compagine governativa è capace di atti di preveggenza, oltremodo in contrasto con le tendenze di tutti gli altri governi del mondo che stanno pianificando, dopo l’avanzata della variante Omicron (più infettiva ma meno pericolosa), l’uscita dalla pandemia.
E’ stato depositato tra gli atti del Senato, ed emerge con un documento datato 16 gennaio 2022, un testo che prevede di prorogare lo stato di emergenza in Italia fino a dicembre 2022. E’ il Disegno di legge 2448-quinquies presentato dal ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco, altro banchiere nel governo e fedelissimo di Mario Draghi.
Così recita il Disegno di Legge depositato al Senato. “Art 1. 1 All’articolo 6, comma 6, del decreto-legge 30 aprile 2020, n. 28, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 2020, n. 70, le parole: «e comunque entro il 31 dicembre 2021» sono sostituite dalle seguenti: «e comunque entro il 31 dicembre 2022»”.

L’iniziativa del governo, disegno, “presentato dal Ministro dell’Economia e delle Finanze (Franco), comunicato alla presidenza l’11 novembre 2021” è stato annunciato “nella seduta n. 379 del 16 novembre 2021” ed è stata classificata nel capitolo “Proroga di termini, malattie infettive e diffusive, informazione, apparecchi telefonici”. Una classificazione provvisoria.
Il Disegno di legge 2448-quinquies di cui parliamo mostra il “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2022 e bilancio pluriennale per il triennio 2022-2024” e per questo giustificherebbe tra le proprie pieghe l’estensione dell’emergenza in Italia, a discapito di quanto si aspettano gli italiani che anche in queste ore leggono della graduale tendenza di tutti gli altri Paesi del mondo a tornare alla normalità.

Più che il virus il problema in Italia sembra la sua gestione che si àncora a uno stato di emergenza permanente come forma di governo ordinario.
Un decreto legislativo del 2008, il numero 1, disciplinava come si attuasse lo stato di emergenza, all’articolo 23, comma 3, recitando: “la durata dello stato di emergenza di rilievo nazionale non può superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi”. Ma come abbiamo visto è stato aggirato.

Quali sono i criteri con i quali il governo proroga lo stato di emergenza nel nostro Paese? Con i numeri delle occupazioni delle terapie intensive? Con l’occupazione dei posti letti in ospedale? Con il numero dei morti da Covid? Con i numeri dei contagi? Il governo Draghi non lo ha mai chiarito.
Vedendo la situazione, con lo svuotamento dei poteri del Parlamento, l’inerzia delle forze sociali, ci si chiede che fine abbia fatto la democrazia in Italia.

Fonte: https://www.affaritaliani.it/politica/governo-choc-deposita-atto-al-senato-prevista-proroga-emergenza-dicembre-2022-775676.html

Gravi errori della Civiltà cattolica sulla proposta di legge in tema di “suicidio assistito”

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PREMESSA: l’articolo è interessante e le critiche sono condivisibili. Il problema di fondo è che la rivista La Civiltà Cattolica e i gesuiti sono conciliari, quindi appartengono alla religione nata col Conciliabolo Vaticano II, che non fu un Concilio della Chiesa ma, appunto, un conciliabolo della Contro-Chiesa, che occupa i Sacri Palazzi. (n.d.r.)

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Tommaso Scandroglio

Ha fatto molto parlare di sé l’articolo dal titolo La discussione parlamentare sul ‘suicidio assistito’ a firma di padre Carlo Casalone apparso sull’ultimo numero della rivista dei Gesuiti La Civiltà Cattolica (Quaderno 4114, a. 2022, vol. I, pp. 143-156). L’articolo è problematico per più motivi, che in questa sede non possiamo analizzare in modo esaustivo, ma in primis perché appoggia il varo della proposta di legge dal titolo Disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita. Ma procediamo con ordine esaminando gli aspetti più critici di questo articolo.

Casalone innanzitutto giudica positivamente la legge 219/2017: «Pur non mancando elementi problematici e ambigui, essa è frutto di un laborioso percorso, che ha consentito di raccordare una pluralità di posizioni divergenti». Dopo aver elencato le condotte legittimate dalla legge, Casalone conclude: «Il combinato disposto di questi elementi convalida la differenza, etica e giuridica, tra “lasciar morire” e “far morire”: il quadro delineato permette di operare rimanendo al di qua della soglia che distingue il primo dal secondo». Dunque secondo il gesuita la legge 219 non permetterebbe l’eutanasia. Ma le cose non stanno così. La legge permette la pratica dell’eutanasia omissiva e commissiva. In merito a quest’ultima tipologia la legge consente l’interruzione di terapie salvavita e di mezzi di sostentamento vitale quali l’idratazione e l’alimentazione assistite (tralasciamo qui per motivi di spazio la quaestio se tali mezzi possano configurare terapie, perché nulla muterebbe sul piano morale). Dunque consente l’uccisione di una persona innocente.

Passiamo ad un altro passo problematico dell’articolo: «Come la sentenza n. 242/2019, il testo riconosce non un diritto al suicidio, ma la facoltà di chiedere aiuto per compierlo, a certe condizioni». La sentenza a cui fa cenno Casalone è quella pronunciata dalla Corte costituzionale che ha legittimato l’aiuto al suicidio in presenza di alcune condizioni. L’attuale progetto di legge (Pdl) ricalca da vicino la struttura di questa sentenza. Ora c’è da dire che sia la sentenza che il Pdl attribuiscono un diritto all’aiuto al suicidio, non una mera facoltà. Sia la sentenza che la legge prevedono la necessaria e quindi doverosa realizzazione di alcune condotte in capo ai medici al verificarsi di alcune condizioni. Però nella sentenza, a differenza del Pdl, i medici possono astenersi dall’assumere queste condotte eccependo l’obiezione di coscienza: «Quanto, infine – si legge nella sentenza – al tema dell’obiezione di coscienza del personale sanitario, vale osservare che la presente declaratoria di illegittimità costituzionale si limita a escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio nei casi considerati, senza creare alcun obbligo di procedere a tale aiuto in capo ai medici. Resta affidato, pertanto, alla coscienza del singolo medico scegliere se prestarsi, o no, a esaudire la richiesta del malato» (un altro errore dell’articolo è ritenere che nella sentenza non vi fosse presente l’obiezione di coscienza). Dunque se è presente l’obiezione di coscienza vuol dire che esiste, parallelamente, un obbligo verso cui eccepire questo istituto, altrimenti non avrebbe senso obiettare se, a monte, non ci fosse un dovere. E se c’è un dovere di eseguire X, vuol dire che in capo al paziente esiste un corrispettivo diritto di esigere X, diritto che se non verrà soddisfatto dal medico obiettore dovrà comunque essere soddisfatto da qualche altro medico. Dunque, come già accennato, sia nella sentenza che nel Pdl esiste il dovere di attuare la richiesta di assistenza al suicidio da parte del paziente, ma nella sentenza il medico può ricorrere all’obiezione di coscienza, nella legge non è presente questa possibilità. Ma anche laddove verrà inserita, l’aiuto al suicidio rimarrà comunque un diritto da riconoscersi in capo al paziente e la struttura ospedaliera dovrà trovare un medico non obiettore per soddisfare l’esercizio di questo diritto.

Veniamo ora ad un altro passo, forse il più significativo, che merita di essere censurato (tralasciandone altri, tra cui una sezione in cui pare fondarsi l’illeceità morale del suicidio in primis sul concetto di relazione, come se la persona originasse la sua dignità dalla relazione con gli altri). L’articolo così continua: «Non c’è dubbio che la legge in discussione, pur non trattando di eutanasia, diverga dalle posizioni sulla illiceità dell’assistenza al suicidio che il Magistero della Chiesa ha ribadito anche in recenti documenti. La valutazione di una legge dello Stato esige di considerare un insieme complesso di elementi in ordine al bene comune, come ricorda papa Francesco: “In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte, lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società”». Dunque da una parte Casalone precisa che la ratio della legge è incompatibile con la dottrina cattolica, ma su altro fronte pare qualificarla come male minore frutto di un compromesso tra visioni differenti in senso alla società: un doveroso punto di equilibrio dato che viviamo in una società pluralista.

Perché male minore? Quali mali maggiori eviteremmo votando questa legge? Casalone ne indica più di uno. Il primo riguarderebbe un appoggio al referendum radicale sull’omicidio del consenziente: «La domanda che si pone è, in estrema sintesi, se di questo PdL occorra dare una valutazione complessivamente negativa, con il rischio di favorire la liberalizzazione referendaria dell’omicidio del consenziente, oppure si possa cercare di renderla meno problematica modificandone i termini più dannosi. […] L’omissione di un intervento rischia fortemente di facilitare un esito più negativo». Il ragionamento (erroneo) è il seguente: affossiamo questa legge e verrà approvato il referendum radicale sull’omicidio del consenziente. Se invece l’appoggiamo, nel nostro ordinamento chi vorrà morire userà del suicidio assistito e non sentirà il bisogno di avere anche una legge sull’omicidio del consenziente. Le cose non stanno così. Innanzitutto si danno casi in cui la persona non può fisicamente darsi la morte (v. i tetraplegici) e quindi, per morire, chiederebbe che qualcuno la uccida (omicidio del consenziente). In secondo luogo e in modo più pregnante, appoggiare una legge sul suicidio assistito significa appoggiare anche una futura legge di matrice referendaria sull’omicidio del consenziente, perché la ratio è la medesima. Dire sì all’aiuto al suicidio significa dire sì alla possibilità di uccidere l’innocente, così come avviene nell’omicidio del consenziente. In altri termini, varare una legge sul suicidio assistito significa accettare il principio di disponibilità della vita. Accettato questo principio non si vede il motivo di rifiutare una legge sull’omicidio del consenziente che configurerebbe solo una diversa modalità di applicazione di questo stesso principio. In estrema sintesi: se sei a favore dell’aiuto al suicidio favorisci l’omicidio del consenziente.

Una breve riflessione su questa frase appena citata: “si possa cercare di renderla [la legge] meno problematica modificandone i termini più dannosi”. Una norma che legittima l’aiuto al suicidio sarebbe una norma intrinsecamente malvagia e mai potrebbe essere votata, perché legge ingiusta. Non è lecito votare una legge ingiusta – anche nel caso fosse “meno problematica [rispetto ad una versione precedente] modificandone i termini più dannosi” – perché votare a favore significa approvare e mai si può approvare l’ingiustizia, mai si può approvare il male, seppur minore, perché è comunque un male (sul punto mi permetto di rimandare a T. ScandroglioLegge ingiusta e male minore. Il voto ad una legge ingiusta al fine di limitare i danni, Phronesis, Palermo, 2020, testo in cui si analizza anche il n. 73 dell’Evangelium vitae, numero che erroneamente si chiama in causa in casi come questi per legittimare il voto ad una legge ingiusta).

Casalone poi così prosegue: “Tale tolleranza sarebbe motivata dalla funzione di argine di fronte a un eventuale danno più grave”. Tradotto: votare una legge meno ingiusta di un’altra, ossia votare una legge sul suicidio assistito meno iniqua rispetto a quella attualmente in esame in Parlamento, è atto di tolleranza. Errato: la tolleranza significa non volere direttamente un certo effetto – anche provocato da terzi – quindi sopportarlo, subirlo. Votare a favore di una legge ingiusta all’opposto significa volere direttamente questa legge ingiusta. Io posso lecitamente tollerare il male compiuto da un altro per un bene maggiore – ad esempio per evitare danni più gravi – ma quando sono io a compiere il male, seppur minore, è errato usare il verbo tollerare. Se uccido un innocente per salvarne 100, io non tollero l’assassinio di quella persona, io voglio l’assassinio di quella persona.

L’articolo di La Civiltà cattolica poi aggiunge: “Il principio tradizionale cui si potrebbe ricorrere è quello delle «leggi imperfette», impiegato dal Magistero anche a proposito dell’aborto procurato”. Non comprendiamo esattamente a cosa l’autore dell’articolo si riferisca quando collega l’espressione “leggi imperfette” all’aborto procurato, ma, nonostante ciò, possiamo dire che la locuzione “leggi imperfette” è spendibile solo per le leggi giuste che possono essere più giuste, ossia per le leggi perfettibili. La gradualità della perfezione è predicabile solo nell’ambito del bene, non del male. Una legge meno ingiusta di un’altra non è una legge migliore di un’altra, ma meno peggiore, non è una legge con un maggior grado di perfezione, non è una legge imperfetta.

Casalone così prosegue: «Per chi si trova in Parlamento, poi, occorre tener conto che, per un verso, sostenere questa legge corrisponde non a operare il male regolamentato dalla norma giuridica, ma purtroppo a lasciare ai cittadini la possibilità di compierlo». L’illeceità del votare a favore questa legge prima di risiedere nella collaborazione formale all’aiuto al suicidio – la legge diviene strumento per compiere questa azione intrinsecamente malvagia – risiede nel voto stesso: votare a favore significa approvare e mai è lecito approvare l’ingiustizia.

L’articolo così continua: «Per altro verso, le condizioni culturali a livello internazionale spingono con forza nella direzione di scenari eticamente più problematici da presidiare con sapiente tenacia». Quindi un altro motivo per approvare questa legge sarebbe quello di giocare d’anticipo: in giro per il mondo alcuni Paesi hanno approvato o stanno approvando leggi sul suicidio gravemente ingiuste, noi facciamoci furbi e, votando una legge meno ingiusta, anticipiamo chi, qui in Italia, vorrebbe imitarli. In parole povere, compiamo noi oggi il male minore per evitare che altri compiano domani un male maggiore. Ma anche in questo caso vale un principio di base della morale naturale già ricordato: non si può compiere il male minore per evitare un male maggiore, perché pur sempre di male si tratta. Non si può compiere il male a fin di bene. Paolo VI nell’Humanae vitae scriveva: «non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali» (14). Agire diversamente significherebbe scadere nell’utilitarismo, nel proporzionalismo.

Infine così il padre gesuita chiude l’articolo: «La latitanza del legislatore o il naufragio della PdL assesterebbero un ulteriore colpo alla credibilità delle istituzioni, in un momento già critico. Pur nella concomitanza di valori difficili da conciliare, ci pare che non sia auspicabile sfuggire al peso della decisione affossando la legge». Un ulteriore danno che l’approvazione della legge permetterebbe di schivare sarebbe quello del vulnus alla credibilità delle istituzioni. In questo caso, addirittura il principio di proporzione proprio dell’utilitarismo non sarebbe rispettato: metteremmo sul piatto della bilancia le vite delle persone uccise con l’aiuto al suicidio e sull’altro piatto della bilancia la credibilità delle istituzioni. Persino il vero utilitarista non potrebbe che riconoscere che le vite umane valgono più della credibilità delle istituzioni.

In conclusione, l’articolo de La Civiltà Cattolica risulta gravemente erroneo sul piano dei principi della morale naturale e cattolica apparendo antitetico all’insegnamento del Magistero in tema di eutanasia e manifesta una ignoranza o perlomeno una pessima interpretazione delle sentenze e delle leggi richiamate nel medesimo articolo.

Gravi errori della Civiltà cattolica sulla proposta di legge in tema
di “suicidio assistito”

Chi vuole la droga libera?

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Segnalazione di Federico Prati

di Francesco Agnoli

Premessa

Ogni qual volta in Italia si crea un governo di centro-sinistra (votato o meno, ormai non ha più alcuna importanza), nell’agone politico si torna inevitabilmente a parlare della liberalizzazione delle droghe leggere. Questo articolo scritto nel 1998 riporta i protagonisti dell’anti-proibizionismo di quell’epoca, ma oggi le cose non sono affatto cambiate. Si torna a ripetere il solito leitmotivoccorre liberalizzare la droga per abbattere il grosso business dello spaccio.

Si tratta di una frottola colossale dietro la quale si nasconde il vero motivo per cui questa combriccola si batte: la libertà di drogarsi e basta. Come dimostra ad abundantiam questo scritto, buona parte di quella classe politica che oggi vorrebbe legalizzare le sostanze stupefacenti fa parte di quella fazione che nel Sessantotto chiedeva a gran voce (per ragioni filosofiche esposte in questo articolo) la libertà di alterare il proprio stato di coscienza. Toltosi l’eskimo e la sciarpa rossa, oggi questi campioni di camaleontismo politico hanno acquisito una certa rispettabilità e siedono nei palazzi del potere da dove continuano la stessa battaglia. Dopo aver ottenuto l’aborto legalizzato (1978), ora lottano per i diritti gay, per l’eutanasia e per la droga libera.

E tutto questo, si badi bene, in nome di una libertà assoluta di poter fare quel che si vuole del proprio corpo e della propria vita, anche se ciò comportasse la negazione della natura, l’auto-distruzione o la morte di un innocente. A partire dal Sessantotto, una valanga di droga si è abbattuta sull’Italia, e non è possibile che tutto ciò sia accaduto senza una segreta complicità degli alti vertici politici. Del resto, come l’Alto Iniziato Serge Hutin (1929-1997) conferma nel suo libro Governi occulti e Società Segrete 2,

«per quanto eccezionali possano essere state le qualità dei leader, si ha ragione di credere che essi siano stati efficacemente spalleggiati da qualche gruppo segreto superiore […]Qualunque rivoluzione, anche studentesca, non è mai del tutto spontanea e presuppone una preparazione metodica se non si vuole rischiare il completo fallimento».

 

Sopra: il massone martinista Serge Hutin e

il suo libro Governi occulti e Società Segrete.

Paolo Baroni

 Introduzione

A proposito della liberalizzazione delle droghe, viene utile un articolo della rivista Cannabis, antiproibizionista e cultrice dell’uso delle droghe leggere. In un articolo intitolato «Appunti sugli usi e costumi dei fumatori di canapa dagli anni ’60 agli anni ’90», si scrive:

«L’uso della marijuana negli Stati Uniti e dell’hashish in Europa, dilagò […] sull’onda di poesie come “Howl”, di Allen Ginsberg, o di canzoni come “Mister Tambourine Man”, di Bob Dylan. Un prodotto illegale conquistava milioni di consumatori solo grazie ad un passa-parola segreto, brillantemente contrabbandato sui libri e sui dischi» 3.

 

Sopra: da sinistra, Bob Dylan e Allen Ginsberg,

due icone della controcultura in America.

Questo spunto ci ha dato certamente un’ottima chiave per comprendere un brillante aspetto di tale contrabbando e segretezza. Ma veniamo al nostro argomento, e cioè al Sessantotto, il Sessantotto studentesco e giovanile, lasciando da parte quello operaio. Il Sessantotto ebbe indubbiamente come precursori e maestri gruppi e personalità del rock che utilizzarono per così dire, oltre al linguaggio subliminale, anche un altro tipo di linguaggio mascherato.

La rivoluzione culturale del Sessantotto è tale proprio perché muta la cultura, il modo di pensare, e giunge a mutare il significato stesso delle parole, come otri svuotati e riempiti di nuova sostanza. «Pace», «libertà», «solidarietà», «amore» sono le parole ricorrenti, gli slogan della generazione rivoluzionaria cresciuta alla scuola di musicisti rock da una parte, e filosofi dall’altra.

Le parole, quando non designano ciò che significano, sono subdole, si insinuano quasi subliminalmente e fanno carriera solo per il bel suono, per la moda, per quella patina positiva che hanno ereditato, ma di cui sono state poi spogliate: la libertà, la solidarietà, l’amore, la pace che trionfarono in quegli anni sono l’esatto contrario di questi valori intesi in senso oggettivo, reale.

Vengono infatti ad esplicarsi, a concretizzarsi in un messaggio di profondo egoismo che è riassumibile negli slogan dominanti: «Fa ciò che vuoi» 4«Né maestro né Dio. Dio sono io». Parafrasando SantAgostino (354-430) si può dire che siamo di fronte allamore di sé fino al disprezzo di Dio e del prossimo, contrapposto all’amore di Dio e del prossimo fino al disprezzo di sé. Egoismo ed individualismo, come sbocco del rifiuto di ogni morale e di ogni ordine, si affermano con prepotenza e diventano lotta contro tutto ciò che è d’intralcio all’auto-realizzazione personale, alla propria «libertà», dicono.

Sopra: un hippie raggiunge l’estasi durante uno

dei tanti concerti che si tennero negli anni ’60.

 Contro la famiglia

La stessa famiglia, che dovrebbe essere il primo luogo della realizzazione dell’amore, della solidarietà e della pace intesi in senso reale, viene condannata, accusata violentemente, come limitazione all’io meschino, che vuole diventare dio (di se stesso). Lo ricorda Lidia Ravera, giornalista de L’Unità ed autrice di un famoso libro sul Sessantotto, dal titolo eloquente: Porci con le ali (L’Unità, 1976):

«Ricordo di aver preso la parola in un seminario contro la famiglia organizzato nella mia scuola» 5.

 

Sopra: Lidia Ravera e il suo romanzo Porci con le ali.

Rossana Rossanda (1924-2020), poi direttore de Il Manifesto, in una lezione rievocativa e celebrativa sul Sessantotto, cui partecipò da protagonista, scrive che nell’ottica di un’«energica liberazione sessuale» appare presto chiaro a lei e compagni

«che un movimento comunista deve battersi per la fine della famiglia» 6.

 

Valori come la fedeltà, e cioè l’amore radicato, temprato anche dalle prove della vita, vengono derisi e sputacchiati: quello che rimane più chiaramente nel ricordo, ora dolce ora amaro, di sessantottini come Aldo Ricci e Mauro Rostagno (1942-1988) a Trento, Lidia Ravera, Gillo Pontecorvo (1919-2006), ecc…

Ẻ il comunismo di donne più che il comunismo di beni, le famose comuni nelle Università occupate, l’attuazione dello scambismo teorizzato da Wilhelm Reich (1897-1957) 7 e oggi promesso a livello nazionale da un dirigente locale di sinistra, Emilio Magliano, il quale lamenta la non ancor piena attuazione dei principî del ’68 8.

La droga ha un ruolo non piccolo nel determinare l’esplosione di questa libertà e amore intesi in senso puramente egoistico; essa agisce da impulso disinibente e isolante, permette ed innesta il meccanismo della sfrenatezza e di una libertà tanto assurda da essere innaturale, non spontanea. L’uso della droga è il primo passo del sovvertimento di ogni ordine e di ogni valore, fino a fare del proprio ombelico il centro del mondo e del proprio ventre il monte Sinai da cui discendono le Tavole della Legge. Ricorda la già citata rivista Cannabis:

«I derivati della canapa venivano rigidamente usati come sostanza sacramentale da un’estesa e colorata tribù che aveva optato unilateralmente per l’abolizione […] della proprietà privatadella famiglia mononucleare (e cioè normale, N.d.A.) e dei tabù sessuali».

 

Fra i quali anche l’incesto. Ne sono esempi lampanti le vite personali di maestri riconosciuti del Sessantotto e portavoce della beat generation come Bob Dylan, i BeatlesJack Kerouac (1922-1969) 9Allen Ginsberg (1926-1997) 10… Scriveva John Lennon (1940-1980):

«Volevamo liberare il mondo […]. Parlavamo di pace […]. Per sopravvivere ho sempre avuto bisogno di droga […]La mia passione per lLSD è durata anni senza alcun cedimento. Anche George (Harrison) era un fanatico dell’LSD […]. Per anni ho vissuto al centro di uno sfrenato festeggiamento: ero come un imperatore, con miliardi di ragazze, droga, alcool, potere a volontà […]. In fondo eravamo come dei tossici, incapaci di interrompere la nostra routine autodistruttiva […]. Ci procuravamo delle prostitute […]. Del tour di Amsterdam ci sono delle mie foto dove esco strisciando sulle ginocchia da un bordello» 11.

 

In Italia, accanto a Dylan e ai Beatles… sono anche altri i profeti del Sessantotto: nelle Università si leggono, oltre a Karl Marx (1818-1883), Lenin (1870-1924) e Fidel Castro (1926-2016), Sigmund Freud (1856-1939), Herbert Marcuse (1898-1979), della Scuola di FrancoforteErich Fromm (1900-1980).

Libri come La morte della famiglia, di David Cooper (1931-1986), Friedrich Nietzsche (1844-1900)… Il messaggio morale è sempre quello di una liberazione dalla famiglia, dai tabù dell’incesto, dal matrimonio… intesa appunto niccianamente, nell’ottica dell’io egocentrico che, dopo aver proclamato la morte di Dio, si fa superuomo per essere al di là del bene e del male e cioè fregarsene del bene e del male.

Sopra: David Cooper e il libro La morte della famiglia.

 Contro la «dittatura bimillenaria»

Ma il superuomo rimane un’élite. Scrive Aldo Ricci ricordando il Sessantotto di Trento come un’eccezione per lui positiva:

«Ho l’impressione che la trasgressione sia sempre stata appannaggio, patrimonio […] di élite ristrette e sparute, quando non impaurite dalla repressione che su questa landa imperversa da duemila anni […], una “dittatura bimillenaria“» 12.

 

Per il Ricci, questa dittatura è evidentemente quella di Cristo. I risultati, nonostante le dotte teorie, che non disdegnano il paragone con la ribellione di Satana quale esempio di libertà (come disse Fromm), rimangono piuttosto meschini. Si parla, è vero, anche di rivoluzione marxista, di guerra del Vietnam, di lotta dura contro il sistema, di anarchia.

I ribelli al sistema, che non mettono una cravatta per paura di rimanerne strozzati, sono i potenti e il sistema di oggi: Gad LernerGiuliano FerraraMichele SantoroPaolo Flores DArcaisEnrico DeaglioPaolo LiguoriDario Fo (1926-2016), Ezio MauroG. GalliMarco BoatoMassimo CacciariLuigi ManconiWalter VeltroniAlessandro MelluzziMassimo DAlemaFabio MussiMauro PaissanLucia AnnunziataTiziana MaioloFerdinando AdornatoFrancesco Rutelli, ecc… 13.

Si parla, dicevo, di rivoluzione marxista, ma, come ricordano molti protagonisti di quegli anni, si vive più di notte che di giorno e si parla più del Marx sostenitore del comunismo di donne che di quello economico. Rostagno confessa:

«Quando andavamo in giro a parlare non rivendicavamo mai i nostri aspetti più belli, ma soltanto quelli tradizionali e scontati: il rapporto con la classe operaia […] non le altre cose che poi si sono rivelate le più importanti» 14.

 

Sopra: «Lo Stato borghese si abbatte e non si cambia».

Del resto, Aldo Ricci scrive:

«Conosco tutti o quasi gli autori del Sessantotto […] brigatisti, potereoperaisti, ma nessuno di loro – dico nessuno – tra quelli che contavano e contano, era operaio» 15.

 

Sopra: corteo studentesco nel ’68.

Sono indicativi gli slogan che compaiono sui muri delle Università nel ’68 e nel suo erede, il ’78: «Il sesso è tuoliberalo»«Quintouccidi il padre e la madre» (titolo di un testo chiave dell’anarchico Jerry Rubin, accanto a Do It); «Inventate nuove perversioni sessuali»«Fate saltare le menti meccaniche con l’acidosanto»«Vitamina al vostro cervello. LSD»; «L’alcol uccide, prendete l’LSD»«Oh, Dio me! Come sto mal, aiuto ci vuol la cocaina, presto»

Sopra Jerry Rubin e il suo libro Do It. Rubin divenne

un’icona del pacifismo e della controcultura.

A Trento, Mauro Rostagno, che sarà direttore e cofondatore di Lotta Continua, un leader a livello nazionale, grande amico del terrorista e co-fondatore delle Brigate Rosse Renato Curcio, scrive: «Consiglio alla gente di fumare (l’erba; N.d.R.) […]. L’esperienza psichedelica è importante e così l’acido…», e caldeggia l’uso di droghe prima di un festival davanti a 40.000 persone, lui grande ammiratore dei Beatles, dei Rolling Stones, dei Led Zeppelin.

Francesco Alberoni, che ora commenta i salmi per Famiglia Cristiana e scrive su Il Corriere della Sera in prima pagina, neo-rettore a Trento, dove giunse poco proletariamente in spider, rassicurava i suoi studenti: «Metteremo a posto i sotterranei, compreremo dei juke-box, potrete fumare erba…».

Ricordando gli anni passati, da leader, Rostagno sostiene:

«A questi discorsi sulla droga associai quello sulla liberazione sessuale […]. Vai in giro a predicare ogni sorta di liberazione e poi, distrutto, torni a casa a picchiare tua moglie e i tuoi figli» 16.

 

Sopra: due giovani donne statunitensi marciano ai nostri giorni durante una manifestazione («slut walk») in favore della liberazione sessuale. Sui cartelli è scritto «Le sgualdrine dicono sì» e «Orgoglio delle sgualdrine». Ecco i frutti marci del ’68…

È questa in realtà la condizione di tanti, che, non essendo divenuti i potenti di questa Italia, non si sono poi vergognati di riconoscerlo, negli anni successivi al ’68, o che, pur essendo divenuti collaboratori della Fondazione Agnelli, della CIA, e della RAI, come Aldo Ricci, non hanno velato il loro passato. Un ex, Giuseppe Di Leva, riassume con la frase «molti sono spacciati e altri vivono di spinelli»Franco Sagginario ricorda «una delle prime esperienze di erba che si cominciavano a fare in quel periodo»Gigi Ghiringhelli parla delle esperienze di fumo di un’«intera generazione», e Baby Zamattio di «tutta una cultura della Methedrina» 17.

Lidia Ravera, nell’opera citata, descrive un episodio che appare non tanto come un evento contingente, quanto paradigmatico dell’epoca: un ragazzo chiede ad un altro: «Che ne dici del dibattito sulla droga»?; E l’altro risponde: «Non l’ho sentito, sono stato in tenda a farmi una canna».

Uno dei protagonisti dell’epoca del Sessantotto, forse il padre più autorevole della beat generation, amico di Dylan e di Lennon, fu Allen Ginsberg: con lui l’uso di droghe, la sfrenatezza dell’orgia e dell’incesto, diventano mito, epica e ideale a sfondo filosofico da consegnare alle generazioni. È la vera cultura della droga, la droga consigliata, esaltata, propinata come segno di superiorità, non l’esperienza di debolezza, sfortunata, il dramma umano di tanti che sono anche vittime.

 «Santo labisso»

Ginsberg descrive nelle sue poesie, che diverranno un testo sacro per molti sessantottini d’oltreoceano, ma anche nostrani, e nei suoi diari, con linguaggio schizofrenico, i rapporti incestuosi con il padre e il fratello, la pazzia, le virtù visionarie dell’oppio, del peyote, delle piante allucinogene messicane e indiane, in una sorta di lotta sacra contro «il Moloch il cui nome è la Mente». A Milano, nel ’66, esce la rivista Mondo Beat; nel ’67, è la volta di Urlo Beat; entrambe si ricollegano a Ginsberg. Vi si trova scritto ad esempio:

«Siamo dei disadattati, disarticolati, disinseriti […]. Con il costo di un Mirage si comprerebbero 20 milioni di preservativi, oppure 8 milioni di pacchetti di sigarette».

 

Sopra: la rivista Mondo Beat.

Afferma Francesco Alberoni: «Fra il movimento beat e il movimento studentesco c’è continuità storica…» 18. Ginsberg scrive:

«Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia […] trascinarsi per strade nere all’alba in cerca di droga rabbiosa»; «Vomito, sono in trance, il mio corpo è colto dalla convulsione […] sono qui nellinferno […]. Sante le visioni, sante le allucinazioni […] santo labisso» 19.

 

Una sorta di nichilismo gnostico si coniuga con l’influsso delle religioni indiane e delle connesse dottrine del New Age.

 La droga, lIndia e il New Age

Ginsberg, Kerouac, Aldous Huxley (1894-1963) 20William Burroughs (1914-1997) 21 e Peter Orlovsky (1933-2010) – l’amante omosessuale di Ginsberg – non sono solo i propagandisti dell’uso «conoscitivo» e «visionario» delle droghe, ma gli apostoli in America del nascente New Age, nel cui sincretismo c’è spazio per lo spiritismo, per la droga, per le religioni indiane – con le tecniche yogamantrazen – per lo sciamanesimo indo-americano e per i riti africani a base di sostanze allucinogene, dette anche «enteogene» 22.

Costoro si recano in Messico, in India, nel Tibet, e iniziano a circondarsi di guru indiani, come faranno poi i Beatles, ma anche molti italiani come Rostagno (che va a studiare i riti di trance e la macunba, e a sperimenta il peyote, un fungo allucinogeno, in Messico). Il raduno di Woodstock, che fu una grande cassa di risonanza per la «pace dello spinello» è aperto proprio dal discorso di un santone indiano.

Per il buddhismo, la vita è male e sofferenza, il corpo una prigione da cui ci si può liberare alla fine del ciclo delle reincarnazioni, per approdare all’agognata estinzione nirvanica (fine della volontà, del pensiero e della personalità). Per questo assumono importanza le esperienze al di là dell’essere, del pensiero, cioè arazionali, alogiche, spersonalizzanti, annullanti l’io personale.

Da qui nascono le tecniche indiane respiratorie o di ripetizione autoipnotica (i «mantra»), per uscire, evadere dall’essere, dall’autocoscienza, dal pensiero, per raggiungere il «vuoto mentale» dello Zen, la «noluntas» – l’assenza di ogni volontà, di ogni anelito di vita – come vertice della «liberazione» del filosofo tedesco Arthur Schopenauer (1788-1860).

Kerouac, un altro mistico della droga, rimastone vittima a soli quarantasette anni, scrive di aver raggiunto l’illuminazione buddhista e di aver capito che la vera realtà è il vuoto. Coerentemente, l’uso di droghe viene teorizzato come esperienza di liberazione, di evasione dalla negatività dell’essere e del pensiero e allo stesso tempo, già per i «poeti maledetti» Charles Baudelaire (1821-1867) e Paul Verlaine (1844-1896), come esperienza «conoscitiva» di mistico contatto con il divino, di superamento dei limiti. Nel 1966, Ginsberg affermava:

«Prendevo un sacco di LSD e psylocybina prima di partire per l’India e, beh, ero in uno stato mentale leggermente disordinato. Pensavo che fosse assolutamente necessario che mi lasciassi del tutto andare allo scopo di ottenere una completa illuminazione – che il mio io si annullasse completamente e che ogni cosa intorno a me si annullasse completamente allo scopo di raggiungere la perfezione» 23.

 

Sopra: Allen Ginsberg uomo-sandwich.

Sul cartello è scritto: «L’erba è divertimento».

Scrive un induista convertito al cristianesimo, Rabi Maharaj, in Morte di un guru:

«Così facendo cominciai ad incontrare un numero sempre maggiore di tossicodipendenti e feci una scoperta sorprendente: alcuni avevano avuto le medesime esperienze con gli stupefacenti che io stesso avevo provato quando esercitavo lo yoga e la meditazione! […]. Imparai anche che i narcotici erano la causa di stati alterati di consapevolezza, del tutto simili a quelli sperimentati per mezzo della meditazione! Ascoltavo con meraviglia quello che mi raccontavano su quel mondo meraviglioso e pieno di pace nel quale entravano sotto l’influsso dell’LSD, un mondo le cui visioni e suoni psichedelici erano stati per me sin troppo familiari».

 

Sopra: Rabi Maharaj e la sua autobiografia Morte di un guru.

Un salto temporale, un esempio italiano: Franco Battiato (1945-2021), il cantautore mistico, filosofo, che dissemina le sue canzoni di riferimenti strani, ma a ben vedere comprensibili. Ebbene, Franco Battiato è il tipico rappresentante del New Age nostrano. Nelle sue conversazioni col giornalista Franco Pulcini egli anzitutto riconosce la «filosofia indiana» come «punto di riferimento costante della mia vita»; poi prosegue illustrando il suo rapporto con le droghe:

«Io, personalmente, ne ho fatto uso, ma con un criterio che definirei sperimentale e conoscitivo […]. Ho fatto un’esperienza per ogni tipo di droga. La mescalina è stata la più sensazionale, con visioni eccezionali! […]. Sono droghe obiettivamente esatte […]È un piacere assoluto […]. Il cervello ti funziona in maniera diversa».

 

Egli prosegue affermando che vi sono esercizi sul proprio corpo tramite i quali si può raggiungere uno stato simile a quello degli allucinogeni («meditazione»), parlando di magia sessuale tantrica, di reincarnazione, di spiritismo:

– Franco Pulcini«E le notti in cui sogni molto, sono le notti in cui riposi meglio»?

– Franco Battiato: «Riposo abbastanza bene […] a meno che non mi trovi in qualche stanza d’albergo con qualche influenza che non mi piace».

– Franco Pulcini«Quindi tu senti delle presenze»?

– Franco Battiato«Sono una specie di calamita».

– Franco Pulcini«I fantasmi e gli spiriti ti si appiccicano addosso»?

– Franco Battiato«Quello è difficile. Ci provano ma non li faccio entrare…» 24.

È appena il caso di riprendere il discorso sull’intimo legame fra ’68 e New Age. Viene in soccorso una rievocazione di Edmondo Berselli (1951-2010), sociologo ed editorialista de La Stampa, che, dopo una lunga celebrazione della rivolta studentesca, rivendica alla sua generazione il merito di aver anticipato tematiche oggi attuali, di aver quasi salutato quella che, con toni profetici, definisce, in estrema e simbolica conclusione, ad indicare un passaggio di consegne, «un possibile New Age»«Abbiamo creduto nell’antimedicina […]; guardavamo al rosso dell’Oriente […], lo Zen […], Siddharta» 25.

C’era un periodico, allora, che si guardava con assiduità, un vero epigono delle esperienze New Age dell’«odiata» America: era Re Nudo. Il suo direttore, Andrea Valcarenghi, ricorda:

«C’è una storia del movimento degli anni Settanta che è stata dimenticata in ogni rievocazione. È la componente che veniva chiamata underground, quella che ha fatto emergere bisogni, ansie che gran parte della generazione del ’68 ha poi saputo esprimere attraverso il movimento delle donne, degli omosessuali […] l’esperienza delle comuni, del fumo, del viaggio in India…» 26.

 

Sopra: da sinistra, Andrea Valcarenghi e Marco Rostagno.

 

Una storia «dimenticata», è vero, ma dimenticata a bella posta in quelle celebrazioni che, in quanto tali, amano parlare di operai, di lavoro, di impegno sociale. Ma Re Nudo non era a quei tempi affatto sconosciuta. Basti dire che Andrea Valcarenghi è in quegli anni nel giro di Francesco Cardella (1940-2011), editore pornografico, losco affarista nella cui casa di Milano

«entrano  ed escono Margherita Boniver […] Saro Balsamo e sua moglie Adelina Tattilo, editrice di “Playboy”, il direttore di “Re Nudo” Andrea Valcarenghi, il giovane avvocato Domenico Contestabile».

 

Sopra: Francesco Cardella, per un periodo nella redazione di Playmen, edito da Adelina Tattilo. Per molto tempo, le riviste pornografiche softcore sono state un veicolo delle idee sinistrorse di questi ex sessantottini. In copertina posa l’attrice Claudia Koll, che più tardi si riavvicinò al cattolicesimo a causa di gravi problemi spirituali (gli stessi «spiriti» che cercavano di appiccarsi a Battiato…) causati dalla pratica dello yoga.

 

E poi, nel tempo, anche Rostagno, Ravera, Claudio MartelliGiorgio PietrostefaniBettino Craxi (1934-2000) e Bobo Craxi, finito anch’egli in India, da Sai Baba (1926-2011)… 27. Nel 1973, il Valcarenghi pubblica Underground: a pugno chiuso (Arcana Editrice), in cui ringrazia i suoi maestri – «l’acido, Adriano Sofri, Mauro […], Bob Dylan, Mario Capanna […] i Beatles…» – ricorda i concerti «renudisti» di Battiato, impartisce lezioni di morale:

«Fare capire al vecchio proletario che la musica, lerba, la comune […] sono roba comunista, è fondamentale […]. Noi dovremo diventare i genitori che dovranno sentirsi in grado di prendere lacido con i propri figli».

 

La prefazione all’opera, di parecchie pagine, è di Marco Pannella (1930-2016), in seguito grande maestro dell’ideologia della legalizzazione, a lungo direttore responsabile di Re Nudo:

«Carissimo Andrea […], io amo gli obiettori, i fuori legge del matrimonio, i cappelloni sottoproletari amfetaminizzati […]. Fumare erba non mi interessa per la semplice ragione che lo faccio da sempre. Ho un’autostrada di nicotina e di catrame dentro che lo prova, sulla quale viaggia veloce quanto di autodistruzione, di evasione, di colpevolizzazione e di piacere consunto e solitario la mia morte esige e ottiene. Mi par logico, certo, fumare altra erba meno nociva, se piace, e rifiutare di pagarla troppo cara, sul mercato […] in carcere» 28.

 

Sopra: Marco Pannella durante una manifestazione del

Partito Radicale in favore della legalizzazione della marijuana.

Ecco le nobili ragioni dell’antiproibizionismo! Ecco l’essenziale, senza ciance, scuse e argomentazioni contorte…

 Dalla libertà di abortire a quella di drogarsi

Ho delineato un quadro veloce del Sessantotto e del New Age, poco, ma quanto basta per chiedersi: se tutto ciò fu ed è ideologia, se l’uso di droga è per il Sessantotto esperienza di libertà, di una libertà imprescindibile e valida in quanto tale, ed esperienza religiosa, mistica come per i newager Kerouac, Ginsberg, Rostagno, Battiato… 29, siamo proprio sicuri che tutto questo non c’entri nulla con l’attuale liberalizzazione della droga?

Siamo sicuri che l’attuale classe dirigente, che viene dal Sessantotto ed ha in esso la sua linfa culturale, sia veramente interessata alla legalizzazione della droga per sconfiggere, come dice, gli spacciatori e la mafia e non, lo ripeto, per motivi ideologici, mascherati con la scusa più plausibile e nello stesso tempo depistante? Quando si volle l’aborto, nel Sessantotto, si voleva l’aborto, punto e basta. Si parlava di diritto: «L’utero è mio e lo gestisco io»!

Sopra: femministe negli anni ’70 manifestano

in favore della libertà di abortire.

Ma ad un certo punto, si vide che questo non bastava a convincere la maggioranza e allora si disse: «Sconfiggiamo laborto clandestino con laborto legale». Fu una manovra di ripiego, ma sortì l’effetto desiderato. Oggi si vede che proporre la legalizzazione per se stessa non basta. Allora – per lo più dagli stessi che negli anni ’70 sostenevano il diritto di abortire – si dice: «Sconfiggiamo la droga clandestina con la droga legale». Domani ci troveremo convinti assertori della necessità di sconfiggere lomicidio illegale legalizzandolo.

Chi vuole, oggi, la legalizzazione? I paladini della legalizzazione sono, guarda caso, per lo più ex sessantottini, cresciuti quindi alla scuola che abbiamo delineato, dei Beatles, di Kerouac, di Ginsberg, di Francesco Alberoni, che fu il professore di molti di loro a Trento, e di Mauro Rostagno, che fu il direttore del giornale cui facevano riferimento allora gli antiproibizionisti di oggi: come gli onorevoli ex sessantottini Boato e Manconi, portavoce dei Verdi, partito di governo ufficialmente schierato per la legalizzazione.

Sopra: l’ex deputato PD e LEU Beppe Civati e a fianco il suo libro Cannabis: dal proibizionismo alla legalizzazione (Fandango Libri, 2016), con prefazione di Roberto Saviano. Quest’ultimo, in una articolo pubblicato su Il Corriere della Sera, l’8 agosto 2021, ha affermato che per distruggere le famiglie mafiose bisogna estinguere la famiglia! Come dire che per eliminare i parassiti che infestano una casa occorre bruciare la casa stessa. Purtroppo le idee del ’68 sono ancora tra noi…

Di legalizzazione parlavano anche allora, ma non si diceva, o comunque non appariva affatto centrale il voler sconfiggere lo spaccio illegale, ma si voleva, lo ripeto, difendere un principio, oppure una passione personale, come sembrerebbe nel caso del senatore verde, responsabile della giustizia, Rosario Pettinato, per il quale l’introduzione in Italia di sigarette all’hashish è giusto un bene: «Glielo dice uno che in fatto di nicotina e di spinelli è un vero esperto» 30.

Lo dimostra anche quanto scrivevano Marco Pannella e l’ex ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick; lo dimostra il proclama distribuito ad Amsterdam nel 1967:

«Noi, Liberi e Illuminati. Noi i Giovani Insofferenti delle Restrizioni, dei Tabù, dei Divieti, Noi Amanti della Pace e dell’Amore […] rendiamo oggi legale per tutto il pianeta la coltivazione e il consumo della Marijuana…» 31.

 

Sopra: una cannabis store ad Amsterdam, ai giorni nostri.

Lo dimostra il fatto che fra gli antiproibizionisti di oggi vi sia l’europarlamentare verde Daniel CohnBendit, forse il maggior leader europeo della rivolta sessantottina (accusato di pedofilia), in quegli anni anarchico, sostenitore del principio «metafisico» del «vietato vietare», oggi borghese al potere che parla di «riduzione della criminalità», ma che coltiva gli stessi interessi di un tempo… 32.

La legalizzazione, afferma Pietro Folena, ex onorevole dell’Ulivo, che al ’68 guarda con grande simpatia, fu «una delle bandiere della FGCI di D’Alema» sin da quegli anni, e continua accennando alla «concezione permissivistica delle droghe leggere diffusa in alcune anime della sinistra» 33.

In un suo saggio del 1979 intitolato Droga e legge penaleMiti e realtà di una repressione, l’ex ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Maria Flick, coinvolto oggi nel processo di depenalizzazione, scriveva:

«Una prima alternativa e ipotesi di lavoro è rappresentata dalla possibile liberalizzazione totale del fenomeno droga in senso ampio […]. L’ipotesi non è forse così paradossale e aberrante, come potrebbe sembrare a prima vista, per la possibilità di prospettare una serie di argomentazioni non trascurabili a favore di essa. In effetti, ove si abbiano presenti le motivazioni poc’anzi accennate del ricorso alla droga in chiave, in ultima analisi, di ricerca di una propria identità e autenticità, si affaccia quanto meno il dubbio sull’accettabilità di una repressione delle manifestazioni di tale ricerca […]. Da un lato, il ricorso alla sostanza stupefacente o psicotropa può, di per sé e in linea di principio, considerarsi una espressione di autodeterminazione (ancorché più o meno cosciente) e quindi in ultima analisi una espressione di libertà morale. Alla libertà morale si legano infatti le prospettive di un diritto allautenticità e alla propria identità, riconducibili in senso ampio al problema della droga […]La droga è espressione di libertà morale […], una scelta individuale di ricerca del piacere, di rifiuto della sofferenza, di sottrazione alle convenzioni» 34.

 

Nonostante poi in altri punti della sua opera ribalti i concetti qui espressi, essi risultano comunque significativi per conoscere quali fossero allora i principî in nome dei quali si invocava da più parti la liberalizzazione, principî che in qualche modo «affascinavano» anche un futuro Ministro della Giustizia. Il tema della legalizzazione è oggi portato avanti anche da alcune riviste New Age, pure qui dunque in nome di principî ideali che abbiamo già visto operativi nel Sessantotto: l’assunzione di piante e funghi

«induce nell’uomo profondi stati emotivi, intuitivo-visionari, illuminanti, rivelatori […]. Questi vegetali come strumenti per trascendere la realtà ordinaria e per comunicare con il mondo degli spiriti […]. Questi vegetali vengono detti allucinogeni o psichedelici o enteogeni (che rivelano la divinità che è in te 35.

 

Sopra: una tossicodipendente mostra sul volto gli effetti devastanti dell’eroina. Dall’espressione non si direbbe che questa droga stia rivelandole la divinità che è in lei… ma che si stia auto-distruggendo.

Il loro effetto è esaltato accanto alle pratiche buddhiste dei mantra, agli stati di trance, alle pratiche sciamaniche… La Repubblica, ad esempio, annuncia a tutta pagina un convegno di sciamani a Pavia, dove sarà presente lo stregone peruviano A. Vasquez, alla base delle cui tecniche di guarigione c’è «la somministrazione dell’estratto di ayahuasca, una pianta allucinogena», il cui effetto, a suo dire, consiste in «tre ore di visioni, poi due ore di grande torpore» 36.

Quanti degli attuali antiproibizionisti sono influenzati da queste idee, avendole già a suo tempo vissute e condivise? Oggi Alberoni, Galli, Melluzzi, Maiolo, Giulio Savelli (1941-2020) 37, Mellini, solo per fare i nomi di qualche sessantottino e di uno degli esponenti più in vista del Partito Radicale, sono più o meno vicini al New Age, e del resto sono i Verdi e l’Ulivo che stanno approntando un riconoscimento legislativo per i gruppi New Age, nonostante molti pareri contrari 38.

La legalizzazione è un principio, e non il metodo per risolvere il problema spaccio-criminalità, anche per il Partito Radicale che ha annoverato fra le fila del suo movimento, benedetto anche da Franco Battiato, l’ex pornostar Ilona Staller, che nella 10ª legislatura perseguì un disegno di annientamento della famiglia, e Fernanda Pivano (1917-2009), colei che ha fatto conoscere agli italiani, tramite le sue traduzioni ed entusiaste introduzioni, Kerouac, Ginsberg e Burroughs 39.

Sopra: l’ex pornostar Ilona Staller (in arte Cicciolina), eletta nel 1985 tra le fila del Partito Radicale, manifesta in favore dell’anti-proibizionismo.

Il Corriere della Sera titolava: «Lo spinello libero invade Londra. Pannella in corteo con migliaia di giovani, punk ed ex sessantottini» 40. Si descrive un corteo per la legalizzazione dell’hashish, cui ha partecipato appunto un giulivo Pannella, corteo da cui «salivano ampie volute di fumo» e slogan del tipo: «Il piacere non è reato»«Diciamo grazie ai trafficanti di hashish che rischiano la vita per il nostro piacere». Organizzato dalla direttrice dell’Independent on Sunday Rosie Boycott, che dice: «Mi arrotolai la prima canna in un giugno rovente in Hyde Park nel 1968». Continua l’articolo:

«Nostalgie di sessantottini perciò. Così anche la lista delle personalità che hanno appoggiato la campagna, da Anita Roddick, a Sir Paul McCartney, l’ex beatle, dal drammaturgo Harold Pinter all’imprenditore della prestigiosa casa discografica Virgin, Richard Brandson…».

 

Sopra: 16 gennaio 1980. L’ex beatle Paul McCartney viene

arrestato in Giappone per possesso illegale di cannabis.

Come fiancheggiatori, sicuramente, gli Oasis, sostenitori della legalizzazione della droga in virtù delle sue «grandi doti allucinogene» 41. Infine, accanto alla Fondazione Playboy – e anche questo è eloquente – esistono altri motori della legalizzazione: le riviste Altrove e Cannabis.

Sopra: Hugh Hefner (1926-2017), fondatore della famosa rivista pornografica softcore statunitense Playboy e dell’omonima Fondazione. Quest’ultima, ha giocato negli Stati Uniti un ruolo significativo nella campagna per il diritto di abortire, per i diritti degli omosessuali o per il diritto di drogarsi (cfr. Conservative Digest, agosto 1986, pagg. 21-22). Il nome di Hefner, insieme a quello del Presidente della Playboy Fundation Burton M. Joseph, compare anche nel Consiglio direttivo della N.O.R.M.L., l’organizzazione nazionale americana per la riforma delle leggi sulla marijuana.

Ancora una volta non si fanno riferimenti, se non magari di sfuggita, ai complicati discorsi sulla sconfitta dello spaccio e così via, ma si danno consigli sulle coltivazioni e sull’uso della canapa, se ne esalta il «piacevole rintronamento» e si insiste particolarmente, per nobilitarlo, sull’uso di droghe fatto dai vari Sigmund Freud (1856-1939), Friedrich Nietzsche (1844-1900), Baudelaire.

Sull’«estasi, la trance, la possessione, la meditazione», e sulla funzione sacra attribuita alle droghe dagli sciamani, dagli inni vedici… da tutte quelle forme di religiosità che in Occidente hanno avuto la loro diffusione soprattutto a partire dal ’68 con la nascita contemporanea della cosiddetta Nuova Era. Sulla rivista Cannabis si chiede:

«Depenalizzazione della coltivazione della canapa da fiore e per la cessione di piccole quantità ad uso individuale o comunitario […]. Depenalizzazione di tutti i reati (minori) per lo più connessi all’uso o piccolo spaccio di qualsiasi droga esistente sul mercato […]. Scarcerazione di tutti i malati di AIDS detenuti nelle galere […]Distribuzione/legalizzazione controllata delle varie droghe dette pesanti» 42.

 

Questo è anche il programma del governo italiano, proposto proprio nello stesso mese (nel 1998), appesantito però da ipocrite e farisaiche giustificazioni. Il governo di centro-sinistra ha proposto la depenalizzazione del

«consumo di gruppo, autoproduzione e cessione gratuita di droghe leggere (cannabis), incompatibilità dei malati di AIDS con il regime detentivo […]; abolire alcune misure come, ad esempio, il ritiro della patente…» 43.

Poco dopo, il ministro Flick, di cui si è già visto, propone la «non punibilità del consumo domestico di cannabis: la cosiddetta marijuana sul davanzale» 44.

Verrà finalmente in Italia la «libertà di droga», potremo finalmente cannarci con i nostri figli, fumarci qualche bella sigaretta all’hashish, senza nessun problema, come ci rassicura il senatore verde, responsabile della giustizia, Saro Pettinato: «Glielo dice uno che in fatto di nicotina e di spinelli è un vero esperto». Non ne dubitavo, fa anche lei parte dei sessantottini al potere con il filantropico intento di farci fare a tutti, magari senza ostacoli e a poco prezzo, le stesse esperienze che avete fatto voi?

 Conclusione

Continua così, passo dopo passo, l’appropriazione del potere e dello Stato, e la realizzazione dei progetti e delle «libertà», da parte di chi proclamava che «lo Stato non si cambia, si abbatte»; che il «potere è operaio», e non ha mai indossato una tuta da metalmeccanico, o che la Polizia è il nemico, «serva del sistema», e se ne è servito contro gli allevatori nella vicenda delle quote-latte… (D’Alema).

Noi ci auguriamo solo che la «libertà» di abortire, la «libertà» di drogarsi e la «libertà» dalla famiglia, gli ideali insomma dei «porci con (o senza) le ali» – a seconda dei punti di vista – non portino alla disperazione definitiva quanti se ne sono voluti ubriacare. Quella sorta di istinto di morte e di autodistruzione di cui parlano Pannella e Burroughs, quella volontà di annullarsi di cui racconta Ginsberg, quel sentimento di disgusto, di vuoto nichilista e necrofilo provato da molti «rivoluzionari del ’68», ha già fatto troppe vittime.

Sopra: Kurt Cobain (1967-1994), devastato dall’eroina, morto suicida all’età di 27 anni. Ecco i paradisi artificiali che vorrebbero proporci gli «apostoli» della droga libera: una spirale di morte che porta all’auto-distruzione!

Ha già visto l’alcolismo suicida di un Jim Morrison (1943-1971) o di un Kerouac; ha già visto innumerevoli drammi di droga; ha già visto il fiorire di tesi, valutazioni e apprezzamenti sul suicidio, proprio in quegli anni: i discorsi sul suicidio e sul filosofo francese Albert Camus (1913-1960) di Curcio, il tentato suicidio di Rostagno, il suicidio di Franco Accascina, più tardi quello di un ex leader di Lotta Continua come Alexander Langer (1946-1995)… quello del fratello del regista Marco Bellocchio. Quest’ultimo riconoscerà poi che «il suicidio di mio fratello è ricollegabile al ’68, e alla crisi che ha indotto» 45.

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 La Scuola di Francoforte
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Note

Pro manuscripto, 1998.

2 Ed. Mediterranee, 1984.

3 Cfr. Cannabis, nº 4, aprile 1998.

4 La frase «Fa ciò che vuoi» è anche il motto iniziatico del mago nero inglese Aleister Crowley (1875-1947). Dedito a pratiche di magia sessuale (derivanti in buona parte dal tantrismo tibetano), nonché grande consumatore di ogni genere di droga, a causa della sua figura ribelle e anticonformista, Crowley è ritenuto da molti suoi seguaci come l’ispiratore sotterraneo e l’eroe non celebrato del movimento hippie e della rivolta sessantottina.

5 Cfr. Sette, nº 15, 1988. Ne è direttore il sessantottino Andrea Monti.

6 Cfr. «Cinque lezioni sul ’68», supplemento al nº 34 di Rossoscuola, Torino 1987.

7 Wilhelm Reich fu uno psicanalista e fisiologo austriaco. Originariamente vicino al gruppo di Sigmund Freud, ruppe con il movimento psicanalitico ortodosso ed emigrò negli Stati Uniti nel 1939. In questo periodo sviluppò la sua teoria sull’«energia orgonica», che pervaderebbe l’Universo e che gli esseri umani rilascerebbero durante l’attività sessuale. L’energia bloccata, secondo Reich, sarebbe alla base dello sviluppo della nevrosi. Dal 1957, egli entrò in conflitto con le autorità statunitensi per le sue ricerche sulla
natura bioelettrica dei fenomeni sessuali. Accusato di ciarlataneria, rifiutò di comparire in giudizio e fu condannato a due anni di reclusione; morì in carcere.

8 Cfr. Il Giornale, del 9 maggio 1998.

9 Lo scrittore statunitense Jack Kerouac fu il primo a usare la definizione beat generation in riferimento ad un gruppo di scrittori statunitensi degli anni Cinquanta, di cui egli stesso fece parte, e che manifestò il rifiuto della società tradizionale attraverso scritti anticonformisti e stili di vita alternativi. Morì vittima della droga e dell’alcool.

10 Il poeta americano Allen Ginsberg è considerato il portavoce della beat generation degli anni ’50. Egli usò nei versi toni informali, discorsivi e immediati che, insieme al trattamento esplicito delle tematiche sessuali e al richiamo alle religioni orientali, ne fecero, per quegli anni, una figura trasgressiva.

11 Cfr. J. Lennon. Pace, amore e musica. Scritti autobiografici, Ed. Blues Brothers, Milano 1996, pagg. 76, 102, 132, 36.

12 Cfr. A. Ricci, I giovani non sono piante, Ed. SugarCo, Milano 1978.

13 Si tratta di ministri, di onorevoli, di professori universitari, di giornalisti come Mauro, direttore di La Repubblica, Lucia Annunziata, direttore del TG3, Flores D’Arcais, direttore di Micro Mega. Fra questi, i più propendono per la liberalizzazione delle droghe leggere, come Luigi Manconi, portavoce dei Verdi, gli onorevoli Paissan e Boato, Dario Fo, premio Nobel, Fabio Mussi, grande amico di D’Alema dai tempi del ’68 ed oggi capogruppo alla Camera, Rutelli, sindaco di Roma, l’onorevole Maiolo, ex Lotta Continua, ecc… D’Alema, Veltroni e Cacciari sono i massimi rappresentanti di un partito compattamente schierato per la liberalizzazione e per la depenalizzazione…

14 Ibid. Rostagno inoltre ricorda. «Avere l’aria del debosciato è bello, non lavorare mai. L’aria di quello che non lavora, “andate a lavorare”, ci dicevano per strada…» (pag. 134).

15 Cfr. A. Ricci, op. cit., pagg. 276, 156, 277. Vedi anche A. Bolzoni-G. D’Avanzo, Rostagno: un delitto tra amici, Ed. Mondadori, Milano 1997, pagg. 28, 34.

16 Ibid., pagg. 278, 281, 146, 200.

17 Nome commerciale dell’anfetamina.

18 Cfr. F. Alberoni, Classi e generazioni, Ed. Il Mulino, Bologna 1970, pag. 118.

19 Cfr. A. Ginsberg, Urlo e Kaddish, Ed. Il Saggiatore, Cuneo 1997, pagg. 135, 381, 135.

20 Aldous Leonard Huxley fu un romanziere, saggista, critico e poeta britannico. Membro della sètta dionisiaca dei «Figli del Sole», amico del mago Aleister Crowley, nel 1929 Huxley fu introdotto da quest’ultimo in una sètta massonica particolare detta Golden Dawn («Alba d’Oro») dove venne iniziato alla mescalina. Il suo libro Le porte della percezione (1954) e il suo seguito Paradiso e inferno (1956), oltre che il romanzo Isola (1954), sono una testimonianza delle sue esperienze con gli allucinogeni. Fu la sua opera Le porte della percezione (The Doors of Perception) a suggerire al rocker-sciamano Jim Morrison il nome da dare al suo gruppo (The Doors, appunto).

21 Lo scrittore statunitense William Burroughs fu tra i rappresentanti della beat generation. Dopo aver studiato a Harvard e a Vienna, nel 1944 conobbe a New York, dove si era trasferito un anno prima, Allen Ginsberg e Jack Kerouac, con i quali diede origine al movimento letterario della beat generation. Le sue amicizie, il vagabondare nel mondo, l’omosessualità, l’esperienza della droga e l’uccisione accidentale della compagna Joan Vollmer Adams (1951) condizionarono fortemente la sua scrittura, che egli viveva come atto di ribellione. I suoi romanzi, che mescolano visionarietà e satira sociale, sono costruiti con particolari tecniche stilistiche, come ad esempio il cut-up, una sorta di collage applicato alla prosa che consiste nel ritagliare testi di altre opere, o trasposizioni discorsive di impressioni sensoriali, e ricomporli inserendoli nella struttura narrativa, e sono fortemente influenzati dalle «mitologie pop» (una forma di magia del caos), ovvero dai miti creati attingendo alla cultura popolare. La sua opera più nota resta Il pasto nudo, primo volume di una tetralogia che nella sperimentazione stilistica trasfigura l’esperienza della droga. In alcuni Stati americani il romanzo fu colpito dalla censura per il linguaggio e le immagini sessualmente esplicite mescolate a inquietanti visioni allucinate.

22 Sostanze capaci quindi di rivelare la divinità latente nell’uomo.

23 Cfr. J. Webb, Il sistema occulto, Ed. SugarCo, Milano 1989, pag. 314.

24 Cfr. F. Battiato, Tecnica mista su tappeto, E. D. T, Torino 1992, pagg. 12, 14, 15, 69, 70. Non a caso, Battiato, oltre ad essere un appassionato di misticismo sufi e del New Age, è anche un seguace dell’esoterista russo Georges Gurdjieff (1866-1949) e un ammiratore dell’Alto Iniziato francese René Guenon (1886-1951) (cfr. P. Baroni, I prìncipi del tramonto. Satanismo, esoterismo e messaggi subliminali nella musica rock, Ed. Il Cerchio, Rimini 1997, pag. 146).

25 Cfr. Specchio, del 21 marzo 1998.

26 Cfr. A. Mangano, Le culture del Sessantotto, Centro Documentazione Pistoia, Fondazione Micheletti, Comune di Pistoia 1989, pagg. 237-238.

27 Cfr. A. Bolzoni-G. D’Avanzo, op. cit., pag. 61 e ss.

28 Cfr. A. Valcarenghi, Underground: a pugno chiuso, con la prefazione di Marco Pannella, Ed. Arcana, Roma 1973.

29 Stupisce constatare che, invece di un approccio oggettivo e cauto a rockstar come Battiato e Dylan, o a «ideologi» della (e dalla) vita bruciata come Kerouac, spesso uomini di Chiesa si abbandonino alla demagogia e alle mode, com’è avvenuto, ad esempio, con il concerto in Vaticano di Battiato (18 marzo 1989); con quello di Dylan (27 settembre 1997) in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale tenutosi a Bologna; con l’affermazione di rappresentanti della Santa Sede che la beat generation e Kerouac abbiano rappresentato «istanze di giustizia e di libertà», e vadano quindi riabilitati (cfr. La Repubblica, del 29 aprile 1998). Sono queste affermazioni gravi, che propongono la legittimazione di quel concetto di «libertà» senza freni, libertà di droga, di sesso, dalla famiglia e dal pensiero che Kerouac e compagni non solo hanno praticato, ma anche diffuso, spesso morendone, e facendo morire. Accostare poi i viaggi di Sulla strada di Kerouac al pellegrinaggio cristiano, come hanno fatto i succitati rappresentanti della Santa Sede, è paragone in malafede, o, senza fede…

30 Cfr. Il Giornale, del 26 febbraio 1998.

31 Cfr. Cannabis, nº 4, 1998.

32 Cfr. La Repubblica, del 14 gennaio 1998. Vale la pena citare anche un passo di Bruno Frick apparso su Alto Adige, del 7 gennaio 1998: «Il disastro droga nell’Europa centrale è iniziato con le manifestazioni del ’68, aggravate sullo stesso sfondo ideologico negli anni di piombo. A tal proposito si può ricordare ciò che in una recente intervista Cohn Bendit ha voluto precisare: Alexander Langer (ex europarlamentare verde; N.d.A.) faceva parte di Lotta Continua. E ai fautori della liberalizzazione della canapa sia detto subito che questa allora diventò il simbolo per la protesta contro la società tardo-capitalista». Sta comunque di fatto che attualmente i vari antiproibizionisti italiani, come Fo, Manconi, Bonino, don Ciotti, e quelli stranieri, sono finanziati dal «re della speculazione monetaria» e del capitalismo americano, quel George Soros cui si attribuiscono il crollo della Lira e della Sterlina nel 1992, e delle valute asiatiche, con tutto ciò che ne è conseguito in drammi, sociali e personali (cfr. La Repubblica, dell’11 ottobre 1998; Corriere Economia, del 10 giugno 1998).

33 Cfr. Sette, nº 18, 1998, pag. 36. Saremmo contenti se Folena potesse collocare, coram populo, l’anima che fa riferimento a Il Manifesto, quotidiano comunista cui è legato il «Forum droghe» antiproibizionista e governativo di Grazia Zuffa e Gloria Buffo, e di cui sono stati direttori anche i citati Rossana Rossanda e Mauro Paissan. Per esempio, che rapporto c’è fra gli articoli sulla legalizzazione della marijuana e la depenalizzazione del consumo di droghe apparsi su Il Manifesto a firma di Giancarlo Arnao e quelli dello stesso autore apparsi su Cannabis? Oppure, è un caso che su Il Manifesto, oltre che su L’Unità, sia apparsa, a partire da marzo 1998, una campagna per la liberalizzazione delle droghe che, a parte qualche piccola controindicazione, sembra quasi esaltarne le capacità «illuminanti»? Come quando si scrive: «Sigmund Freud: genio o drogato»?«Verlaine ha cambiato la poesia moderna. Cambia sapere che era un drogato»?; «Grandi artisti e filosofi consumavano droghe, anche pesanti…».

34 Cfr. G. M. Flick, Droga e legge penale. Miti e realtà di una repressione, Giuffré Editore, Milano 1979.

35 Cfr. Il Manifesto Extra, del 30 dicembre 1995.

36 Cfr. La Repubblica, dell’8 giugno 1998.

37 Giulio Savelli è stato editore di diverse opere sul ’68, fra cui Agenda Rossa 1978, in cui si connettono le esperienze di un decennio di rivolte, a cura di Gad Lerner, Luigi Manconi e Marino Simbaldi.

38 Cfr. La Repubblica, del 3 aprile 1998; Il Giornale, del 3 aprile 1998.

39 In Le città delle notti rosse (Ed. Arcana, Padova 1997), di Burroughs, con prefazione della Pivano, si legge: «Questo libro è dedicato agli Antichi, al Signore delle Abominazioni […], Angelo Oscuro di tutto ciò che è escrezione e corruzione, Signore della Decomposizione […], a Ix Tab […] Patrona di coloro che si impiccano […], al Distruttore […], Signore degli Assassini. Niente è vero. Tutto è permesso».

40 Cfr. Il Corriere della Sera, del 29 marzo 1998.

41 Cfr. Alto Adige, del 25 ottobre 1997.

42 Cfr. Cannabis, nº 4, aprile 1998, pag. 5.

43 Cfr. Il Corriere della Sera, del 24 aprile 1998.

44 Cfr. La Repubblica, del 22 maggio 1998.

45 Cfr. AA.VV., 68: venti anni dopo, Editori Riuniti, Roma 1988.

 

http://www.centrosangiorgio.com/piaghe_sociali/droga/pagine_articoli/chi_vuole_la_droga_libera.htm

Il principe, le pecore e la leadership

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QUINTA COLONNA

In un mondo in cui tutti sembrano voler comandare, ritenendosi capaci di farlo, troviamo interessante proporre questo articolo ed altri in link in fondo, che sono consigli utili. Anche a rassegnarsi, se non si possiedono troppi di questi requisiti e anche se i vari sistemi pongono persone inadeguate in posti di comando o di rilievo, perché l’umiltà non è mai troppa e fare un passo indietro non è sempre un segnale di debolezza ma di maturità… (n.d.r.)

di Edoardo Lombardi

Ecco un breve racconto stimolante sulla leadership che dovresti leggere per cominciare un percorso che potrà portarti a essere un manager migliore.

PICCOLA STORIA INSEGNA

C’era una volta un importante regno, che era governato da un principe, il quale ereditò lo scettro dopo la morte di suo padre.

Dopo alcuni mesi del suo governo, le cose cominciarono a metterlo seriamente alla prova. La siccità causò gravi perdite agli agricoltori, uccise molti animali, uccelli e piante preziose nella foresta. E seguì poi una epidemia sconosciuta che tolse la vita a molte persone.

Poi, trascorso del tempo, le cose iniziarono lentamente a migliorare. Ma, prima che potessero riprendersi completamente, un re nemico aggredì il regno, ne prese il controllo, uccidendo alcune persone e imprigionandone molte. Il giovane re riuscì in qualche modo a fuggire e cercò di incontrare un suo amico d’infanzia che era re di un regno vicino.

Nel mentre, rifletteva su come tutte queste cose negative potessero essergli successe. Era nato e cresciuto per essere un re di un regno potente e ricco, ma ora aveva perso tutto. Si convinse di avere avuto molta sfortuna perché nulla di simile era successo a suo padre o a qualunque altro re che egli conoscesse.

Al suo re amico raccontò tutte le cose che gli erano accadute. Dopo aver ascoltato la sua storia, il re amico ordinò di dargli un gregge di 100 pecore. Il giovane re fu sorpreso perché si aspettava molto di più. Non voleva fare il pastore. Ma non avendo alternative accettò l’offerta.

La sorte però gli era chiaramente avversa e dopo alcuni giorni, mentre pascolava il suo gregge, un gruppo di lupi lo assalì e uccise tutte le pecore. Mentre i lupi attaccavano, il giovane re scappò da quel luogo.

Tornò dal suo amico re e chiese aiuto. Questa volta ricevette 50 pecore. Ma di nuovo non riuscì a proteggerle dai lupi. La terza volta, gli furono date solo 25 pecore. Adesso il giovane re si rese conto che, se non trovava un modo di proteggere il suo gregge dai lupi, non avrebbe ricevuto più alcun aiuto dal suo amico.

Allora studiò attentamente il posto in cui il gregge risiedeva e individuò le aree di attacco dei lupi. Aggiunse recinzioni e pose guardie all’intorno. Poi continuò a monitorare i luoghi e a parlare con tutte le persone con esperienza per imparare i trucchi per proteggere il gregge. Dopo qualche anno, il suo gregge era diventato di 1000 pecore.

Con tanta soddisfazione andò a incontrare il re suo amico e gli raccontò che cosa aveva realizzato. Dopo averlo ascoltato, il re amico ordinò ai suoi ministri di affidargli un intero Stato da governare. Sorpreso da tutto questo, allora chiese: “Perché non mi hai dato lo Stato da governare quando sono venuto da te per la prima volta a chiedere aiuto?”

Il re amico rispose: 

La prima volta che sei venuto da me per chiedere aiuto, la tua mentalità era quella di essere nato e cresciuto per essere un leader. In realtà tu eri assolutamente lontano dal comportarti come tale. È vero che sei nato nella ricchezza e hai conosciuto orgoglio e potere, ma non sei mai stato adeguatamente istruito e addestrato per guidare il tuo patrimonio e la tua gente. Quindi, quando ti ho dato il gregge, ho aspettato che imparassi come gestire gli altri. Caro amico, solo ora credo che tu sia pronto a guidarli!

MORALE DELLA STORIA: Nascere in una famiglia potente o essere un manager in una posizione elevata non ti rende automaticamente un leader. 

Ma essere responsabile di altri come re di uno stato o manager di una squadra o CEO di un’azienda e non fare nulla per guidare le persone a te affidate non ti rende un capo da seguire. Ti suggerisco di conoscere meglio la tua gente e di conquistare i loro cuori e le loro menti: e allora sarai anche un leader.

LEZIONI DA IMPARARE

Un primo passo verso il miglioramento della tua leadership

Quando Niccolò Machiavelli nel 1513 scrisse per primo sul tema del rischio e della difficoltà di esercitare il ruolo di guida di uomini (“Il Principe”), forse non si sarebbe mai aspettato che l’argomento sotto il nome anglosassone di “leadership” avrebbe avuto la diffusione che ha oggi.

Oggi infatti il significato della parola “leader” è universalmente conosciuto, o nei semplici termini dell’Oxford Dictionary: “il leader è una persona che gli altri seguono”, o nel modo più esauriente prescelto dal Prof. R.J. House, uno degli studiosi americani più noti in materia, il quale lo definisce come

“un leader è un individuo capace di mettere in condizione gli altri di contribuire al successo dell’organizzazione di cui tutti loro fanno parte”.

L’importanza della leadership nei nostri giorni si manifesta prepotentemente in un’ampia gamma di gruppi e di strutture, dalle aziende alle famiglie, nella politica come nello sport; e può essere:

  • “formale” in virtù del possesso di un ruolo riconosciuto, o
  • “informale” sulla base di legami e relazioni personali.

Tutti noi, in un modo o nell’altro, abbiamo la possibilità e talvolta la necessità di esercitare la leadership.  

E la leadership è considerata uno degli ingredienti più importanti del successo. Anche se è opportuna una precisazione: il successo è variegato e va da quello nel “fare” a quello nel “far fare”.

Se ci guardiamo attorno, notiamo che gli atleti più dotati non sempre riescono a essere poi allenatori di grido, un grande violinista o pianista non necessariamente diventerà un buon direttore di orchestra. Ci riusciranno solo quelli dotati di “leadership”, cioè di una serie di attributi e di qualità comportamentali che permettono di guidare gli altri nella realizzazione della performance, piuttosto che realizzare personalmente la performance medesima.

Questi attributi spesso sono innati mentre le qualità comportamentali il più delle volte sono apprese. Perciò è importante capire:

  1. da un lato, se una persona è dotata per “esercitare la leadership”
  2. e dall’altro, “quali qualità deve apprendere” per essere un buon leader.

John Pepper, che per 16 anni è stato ai vertici di Procter&Gamble (Presidente, CEO e Chairman), ha fatto un’apprezzabile selezione di questi aspetti, individuando sei Attributi Chiave e cinque Qualità Comportamentali, che sono determinanti al fine di essere “leader”.

I 6 Attributi Chiave del Leader secondo John Pepper

  1. Possedere un forte carattere personale, partendo dall’integrità.
  2. Credere profondamente e appassionatamente negli scopi dell’organizzazione.
  3. Impegnarsi a fondo e dare sempre un forte contributo personale.
  4. Questionare costantemente lo status quo e cercare sempre il miglioramento.
  5. Coltivare la fiducia e il rispetto per gli altri e il desiderio del loro sviluppo.
  6. Perseguire e difendere ciò in cui crede con saggezza, coraggio e perseveranza.

Leggendoli appare chiaro che questi attributi sono in buona parte da ritenersi “innati” o generati nel corso dei primi anni di vita.

Le 5 Qualità Comportamentali del Leader secondo John Pepper (le 5 “E”)

  1. Immaginare in modo chiaro il futuro come se lo avesse davanti a lui. (Envision: “prevedere ciò che sarà per adattare ad esso il modello di business”)
  2. Riportare all’attività e o alla vita qualcosa, latente o fermo nel suo sviluppo. (Energize: “ispirare e ricaricare i collaboratori”)
  3. Rendere gli altri capaci di conseguire i risultati. (Enable: “realizzare le condizioni necessarie all’organizzazione per raggiungere i suoi obiettivi”)
  4. Instaurare relazioni e collaborazioni di qualità. (Engage: “costruire rapporti di lavoro basati sulla fiducia e il rispetto”)
  5. Realizzare completamente ciò che esiste nei piani. (Execute: “portare a compimento ciò che si è programmato”)

Esse sono prevalentemente acquisibili con un impegno costante e, soprattutto, con la pratica.

LESSON LEARNED

Concludo citando una efficace sintesi di tutto ciò, attribuita a John C.Maxwell, un famoso autore americano che ha molto approfondito il tema della leadership:

Un leader è uno che conosce la strada, segue la strada e mostra la strada“.

Questo e altri contenuti per la crescita personale e manageriale su V+, il magazine dedicato alle Pmi. Scarica il tuo numero qui:

 

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Sta cambiando la narrazione sulla sindemia?

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di Thomas Fazi

Fonte: Thomas Fazi

L’ultima settimana è stata veramente ricca di notizie e di “inversioni a U” in materia di Covid e di gestione pandemica, al punto che possiamo ipotizzare che sia in corso un decisivo cambio di rotta nella narrazione mainstream. Vediamo di passare in rassegna le notizie principali:
– La notizia principale è senza dubbio la netta presa di posizione sia dell’OMS che dell’EMA contro i booster, ovverosia contro la politica dei richiami vaccinali ravvicinati permanenti. L’OMS ha dichiarato che è ormai evidente che i vaccini esistenti hanno un bassissimo impatto sulla prevenzione dell’infezione e della trasmissione, soprattutto nei confronti di Omicron, e che «andrebbero sviluppati vaccini contro il Covid-19 che abbiano un alto impatto sulla prevenzione dell’infezione e della trasmissione oltre che sulla prevenzione di malattie severe e morte». Fino a quel momento, secondo l’OMS, non ha senso continuare ad effettuare richiami con i vaccini esistenti. «Una strategia di vaccinazione basata su richiami ripetuti» dei vaccini attuali «non appare né appropriata né sostenibile», ha concluso l’OMS¹.
– Sull’incapacità del vaccino di fermare la trasmissione, da segnalare l’ennesimo studio, apparso su “The Lancet”, che conferma che «l’impatto della vaccinazione sulla trasmissione delle varianti circolanti di SARS-CoV-2 non risulta essere significativamente diverso dall’impatto tra le persone non vaccinate». Una cosa che già si sa da tempo ma repetita iuvant².
– Sempre su questo punto, interessante la netta presa di posizione di Crisanti, secondo cui: «Come misura per bloccare la trasmissione i non vaccinati hanno un contributo marginale, la maggior parte dei casi, di questi 120.000 magari o di più, sono i vaccinati, sono loro che contribuiscono in maniera elevata a diffondere il virus. Per me c’è stato un corto circuito di comunicazione da parte del governo che ha sbagliato, è pur vero che i non vaccinati si ammalano e occupano posti in terapia intensiva, ma non sono loro la maggiore causa di trasmissione del virus, bensì i vaccinati»³.
– Sulla stessa linea dell’OMS, come si diceva, l’EMA, il cui capo della strategia vaccinale, Marco Cavaleri, ha dichiarato: «Sta emergendo una discussione sulla possibilità di somministrare una seconda dose booster con gli stessi vaccini attualmente in uso: non sono ancora stati generati dati a sostegno di questo approccio. Se l’uso dei richiami potrebbe essere considerato parte di un piano di emergenza, vaccinazioni ripetute a brevi intervalli non rappresenterebbero una strategia sostenibile a lungo termine. Non possiamo continuare con booster ogni 3-4 mesi»⁴.
– Sempre su questo tema abbiamo anche l’interessante dichiarazione di Sergio Abrignani, membro del Comitato Tecnico Scientifico (CTS), secondo cui un regime di vaccinazione ravvicinata permanente potrebbe addirittura avere effetti negativi in termini di immunizzazione: «Se si vaccina ogni 2-3 mesi per stimolare continuamente la risposta “effettrice”, dopo un po’ potrebbe ottenersi l’effetto contrario. Il sistema immunitario si potrebbe “anergizzare”. Si rischia l’effetto paradossale di “paralizzare” la risposta immunitaria»⁵.

– In controtendenza Pfizer (strano, eh?), che ha invece ha ribadito la sua opinione del tutto disinteressata secondo cui la variante Omicron necessaria rende necessaria quanto prima anche la quarta dose di vaccino (in seguito alla quale, è lecito supporre, si “renderà necessaria” la quinta dose e poi la sesta, e così via)⁶.
– L’altra notizia della settimana, poi, è la legittimazione, a livello di discorso mainstream, di quello che certi “cospirazionisti” dicono fin dal primo giorno: ovverosia che il numero dei ricoverati e dei decessi Covid è falsato dal fatto che, fin dall’inizio della pandemia, viene registrato come paziente/decesso Covid chiunque risulti positivo al momento dell’ospedalizzazione e/o del decesso, a prescindere dal reale motivo dell’ospedalizzazione e/o del decesso. Attenzione: qui non stiamo parlando del dibattito, piuttosto sterile, se una persona con patologie pregresse che muore perché il virus ha esacerbato le patologie in questione sia da considerarsi un morto per o con Covid. Qualcuno che avrebbe verosimilmente vissuto più a lungo nel caso in cui non avesse contratto il virus è da considerarsi un morto per Covid, per quanto mi riguarda (al netto della necessità di fare corretta informazione sulle fasce di età di età e sulle categorie che rischiano veramente dal Covid). No, qui stiamo parlando di una persona che entra in ospedale con una gamba rotta o che muore perché cade dal decimo piano di palazzo e che viene classificato come paziente/decesso Covid solo perché positivo al momento dell’ingresso in ospedale o della morte. Cosa nota fin dall’inizio ma che non si poteva dire fino all’altro giorno, quando la Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (FIASO) ha sganciato la bomba, ammettendo che «un numero significativo di pazienti che arrivano in ospedale per altre malattie (traumi, tumori, scompensi cardiocircolatori) all’atto del ricovero, che prevede il tampone, vengono diagnosticati come casi positivi asintomatici e questo aumenta la pressione nelle aree Covid delle strutture sanitarie»⁷.

Sempre la FIASO ha poi specificato che addirittura più del 30 per cento dei “pazienti Covid” non manifestano segni clinici, radiografici e laboratoristici di interessamento polmonare: ovverosia sono stati ricoverati non per il virus ma con il virus⁸. La diagnosi da infezione da SARS-CoV-2 è dunque occasionale.
– Una volta che questa verità di pulcinella è diventata di dominio pubblico e non più negabile, le virostar più intelligenti si sono affrettate a riposizionarsi. Tra questi anche Bassetti, da sempre in prima fila nell’alimentare la psicosi da Covid, che ha dichiarato: «Nei nostri reparti siamo ben oltre il 35 per cento di ricoverati che con il Covid-19 non c’entrano nulla. Non hanno della malattia nessun sintomo, ma solo la positività al tampone per l’ingresso in ospedale. Anzi, dirò di più, questo avviene anche nella registrazione dei decessi: se il paziente entra in ospedale per tutt’altro, ma è positivo e muore, viene automaticamente registrato sul modulo come decesso Covid. Sono numeri assolutamente falsati»⁹. È piuttosto curioso che Bassetti se ne accorga solo ora ma meglio tardi che mai, come si suol dire.
– Si arriva poi al caso della Lombardia, che ha addirittura dichiarato che da venerdì 14 comincerà a distinguere ufficialmente tra pazienti ammessi per e con Covid. In una nota, ha specificato che: «Si definisce affetto da malattia Covid solo il soggetto che positivo al test antigenico o molecolare presenti sintomatologia e diagnostica compatibile con la malattia Covid. I ricoverati per altra patologia che si positivizzino al Covid, ma senza sintomi di malattia Covid, attualmente devono essere isolati secondo le vigenti norme, ma non dovrebbero essere conteggiati come malati Covid»¹⁰.
– Sorprende che ci si siano voluti due anni per riconoscere un fatto così ovvio. Considerando che ogni giorno in Italia muoiono in Italia all’incirca 2.000 persone, è normale che una parte di questi risulti anche positiva. Il vero dato per capire l’impatto (diretto o indiretto) del Covid sui tassi di mortalità è quella della mortalità in eccesso rispetto agli anni pre-pandemia. Da questo punto di vista, al momento, per fortuna, la mortalità in Italia risulta essere più o meno in linea con quella del 2019, come si può verificare sul sito di EUROMOMO¹¹.
– Questo è senz’altro merito della protezione dalla malattia grave offerta dal vaccino nelle fasce di età e nelle categorie a rischio, ma anche della progressiva endemizzazione e “influenzizzazione” del Covid. Particolarmente interessante la dichiarazione del premier spagnolo Pedro Sanchez, che ha reso nota l’intenzione della Spagna di cominciare a trattare il Covid come una «normale influenza» , rinunciando a tracciare e confinare chiunque risulti positivo al test ma monitorando la situazione controllando alcune zone a campione. Dato lo scarto che ormai si sta scavando tra numero di contagi e numero di morti per Covid, secondo Sanchez ci sono le condizioni per passare da un quadro di «pandemia» a uno di «malattia endemica» come è appunto l’influenza stagionale¹².
– Anche su questo punto si è subito accodato Bassetti, sempre attento a come tira il vento, che ha dichiarato che la nuova variante è più contagiosa ma causa meno ricoveri ordinari e in terapia intensiva, non solo per chi ha due dosi e booster, anche per chi non ne ha nessuna. In entrambi i casi, ha detto, siamo davanti a «una sorta di forma influenzale, un raffreddore». Ci sono due quadri, ha spiegato Bassetti, «con la Delta che nel vaccinato doppia dose o tripla dose causa una forma influenzale e di raffreddore rinforzato, e la Omicron sembra fare lo stesso nel non vaccinato»¹³.
– Infine, una pillola di ottimismo dall’estero, che però dà il senso del baratro politico e culturale in cui sia sprofondato il nostro paese. Ecco la comunicazione del governo giapponese ai propri cittadini in materia di vaccinazione anti-Covid: «Anche se incoraggiamo tutti i cittadini a ricevere la vaccinazione Covid-19, essa non è obbligatoria o forzata. La vaccinazione sarà eseguita solo con il consenso della persona da vaccinare dopo le informazioni fornite. Si prega di farsi vaccinare per decisione propria, comprendendo sia l’efficacia nella prevenzione delle malattia che il rischio di effetti collaterali. Nessuna vaccinazione sarà effettuata senza consenso. Per favore, non costringete nessuno sul vostro posto di lavoro o coloro che vi circondano ad essere vaccinati, e non discriminate coloro che non sono stati vaccinati»¹⁴. Che dire? Esistono ancora dei paesi in cui la civiltà è sopravvissuta alla pandemia.

– Alla luce di tutto questo, cosa fa il governo italiano? Cambia narrazione? Chiede scusa ai propri cittadini per il colossale fallimento della sua gestione pandemica? Figurarsi: continua ad inasprire le regole. È di questi giorni, infatti, la notizia di persone non vaccinate che non riescono a lasciare le isole per raggiungere la terraferma per curarsi o di persone che non riescono a tornare a casa sulle isole perché sprovviste di green pass¹⁵. Infine, un’altra previsione “cospirazionista” che rischia di divenire realtà. Come riporta il “Corriere della Sera”, dall’1 febbraio i non vaccinati rischiano di perdere il reddito di cittadinanza a meno che non si vaccinino o non si sottopongano a tamponi regolari. Dall’articolo in questione: «Chi percepisce il reddito di cittadinanza è obbligato a frequentare i Centri per l’impiego. Pena la decadenza del diritto all’assegno. Ma per entrare nei CPI bisogna esibire il green pass. Dunque, di fatto, i percettori del reddito di cittadinanza che non si sono vaccinati si vedranno negare il sostegno, a meno che non facciano un tampone»¹⁶.
Per oggi dal Draghistan è tutto. Per fortuna il resto del mondo sembra andare in una direzione diversa dalla nostra.

¹ https://www.ansa.it/…/loms-servono-vaccini-nuovi-non….
² https://www.thelancet.com/…/PIIS1473-3099(21…/fulltext.
³ https://www.notizie.com/…/esclusiva-crisanti-non-sono…/.
⁴ https://www.agi.it/…/ema-avverte-non-possiamo…/.
⁵ https://www.corriere.it/…/contro-covid-serviranno….
⁶ https://www.corrieredellosport.it/…/_tre_dosi_non….
⁷ https://www.fiaso.it/…/Monitoraggio-ospedali-sentinella….
⁸ https://www.ansa.it/…/fiaso-34-positivi-ricoverati-non….
⁹ https://www.quotidiano.net/…/morti-covid-italia….
¹⁰ https://www.quotidianopiemontese.it/…/DEFINIZIONE….
¹¹ https://www.euromomo.eu/graphs-and-maps.
¹² https://www.corriere.it/…/spagna-vuole-trattare-covid….
¹³ https://www.iltempo.it/…/variante-omicron-matteo…/.
¹⁴ https://www.mhlw.go.jp/stf/covid-19/vaccine.html….
¹⁵ https://ildiariometropolitano.it/…/52042-lipari-le….
¹⁶ https://www.corriere.it/…/reddito-cittadinanza-green…

 

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