Anche 1984 finisce nel mirino liberal: censurata l’opera di Orwell

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L’università di Northampton, nel Regno Unito, ha emesso un avviso sul libro di George Orwell, 1984: il classico contiene “materiale esplicito”. E a Dublino viene ribattezzata l’aula magna intitolata a Erwin Schrödinger

di Roberto Vivaldelli

La furia iconoclasta della censura liberal non risparmia più nessuno. Da Shakespeare a Geoffrey Chaucer passando per Mark Twain, la guerra culturale dei progressisti identitari che vuole cancellare la storia e i classici per imporre una visione del mondo basata sull’antirazzismo e sull’anticolonialismo, ora se la prende con scrittori e intellettuali del calibro di George Orwell, autore del celebre e citatissimo romanzo distopico 1984. Come riporta Il Foglio, il romanzo scritto nel 1949 sugli orrori della censura e della minaccia totalitaria, viene censurato dalle università inglesi. L’università di Northampton, infatti, ha emesso un avviso sul libro: il romanzo contiene “materiale esplicito” e gli studenti potrebbero trovare 1984 “offensivo e inquietante“. Cosa ci sarà mai di così offensivo nel classico di Orwell? Rimane un mistero. Paradossale e rappresentativo dell’epoca che stiamo vivendo che un classico contro la censura e il totalitarismo venga “segnalato”.

Orwell e 1984 nel tritacarne del politically correct

Come spiega il Daily Mail1984 è fra le numerose opere letterarie che sono state segnalate agli studenti di Northampton che stanno studiando un modulo chiamato “Identity Under Construction“. Vengono avvertiti del fatto che il romanzo “affronta questioni impegnative relative a violenza, genere, sessualità, classe, razza, abusi, abusi sessuali, idee politiche e linguaggio offensivo“. Oltre al libro di Orwell, gli accademici identificano diverse opere nel modulo che hanno il potenziale per essere “offensive e sconvolgenti“, tra cui l’opera teatrale di Samuel Beckett Endgame, la graphic novel V For Vendetta di Alan Moore e David Lloyd e Sexing The Cherry di Jeanette Winterson. Il deputato conservatore Andrew Bridgen ha dichiarato: “Piuttosto ironico che i nostri studenti vengano ‘avvertiti’ prima di leggere 1984. I nostri campus universitari stanno rapidamente diventando zone distopiche del Grande Fratello in cui si pratica la neolingua per ridurre la gamma del pensiero intellettuale e cancellare coloro che non si conformano ad esso“.

Il biografo di Orwell, David Taylor, ha commentato così la vicenda: “Penso che i tredicenni potrebbero trovare inquietanti alcuni passaggi del romanzo, ma non credo che nessuno in età universitaria rimanga più scioccato da un libro“. Peraltro il celebre romanzo di Orwell, come ricorda il Daily Mail, è stato regolarmente adattato per il teatro ed è diventato anche un – bellissimo film – con protagonista John Hurt. “Siamo consapevoli che alcuni testi potrebbero essere impegnativi per alcuni studenti e ne abbiamo tenuto conto durante lo sviluppo dei nostri corsi” ha spiegato un portavoce dell’università.

La cancel culture contro Erwin Schrödinger: “Era un pedofilo”

E non finisce qui. La cancel culture, ossia quel processo revisionista promosso dai fanatici della censura che intende applicare i criteri etici di oggi al passato cancellando la storia, decontestualizzandola completamente, ha messo nel mirino anche il Premio Nobel Erwin Schrödinger. Il fisico austro-irlandese, morto nel 1961, ricevette infatti il Premio Nobel per la fisica nel 1933 per il suo lavoro nel campo della meccanica quantistica e per aver stabilito l’equazione di Schrödinger, che determina l’evoluzione temporale dello stato di un sistema. Un genio a cui, ancora oggi, dobbiamo moltissimo per via dei suoi studi e delle sue scoperte scientifiche. La sua vita privata – a maggior ragione se pensiamo che era un uomo figlio del suo tempo – dovrebbe dunque passare in secondo piano, ma la cancel culture non ammette questa distinzione.

Come riportato dal The Times, infatti, il preside della scuola di fisica del Trinity College di Dublino ha raccomandato di ribattezzare l’aula magna dedicata a Schrödinger a causa dei presunti abusi su donne e bambini che il fisico austro-irlandese avrebbe commesso. Vero o falso che sia, c’è un “piccolo” dettaglio che i giustizialisti non considerano: Erwin Schrödinger è morto nel 1961 e non può difendersi. Tutto nasce da un articolo pubblicato a dicembre 2021 sulll’Irish Times, secondo il quale il fisico era un pedofilo. L’articolo cita la biogragia redatta dall’astrofisico britannico John Gribbin, Erwin Schrödinger and the Quantum Revolution, spiegando che, all’età di 39 anni, Schrödinger si era innamorato della quattordicenne Ithi, a cui insegnava matematica. Inoltre, secondo il biografo di Schrödinger, Walter Moore, il celebre fisico teneva un elenco nel suo diario delle donne e delle ragazze con cui aveva avuto una relazione. Fra queste c’era anche la dodicenne Barbara MacEntee. Ma quanti personaggi storici, intellettuali e artisti, dovremmo “riconsiderare” se tenessimo conto della loro vita privata? Da Pasolini a Moravia – che sposò una donna di quaranticinque anni più giovane – forse se ne salverebbero pochi.

Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/mondo/e-ora-censurano-persino-orwell-e-i-premi-nobel-2005426.html

Roma, vergogna Pd: bocciata la commemorazione per i martiri delle Foibe nel X Municipio

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di Cristina Gauri

Roma, 27 gen — Ci risiamo. All’approssimarsi del 10 febbraio, Giorno del ricordo, il Pd e accoliti antifascisti vari si dilettano nello sport preferito: negare, minimizzare, confutare e impedire che gli italiani commemorino la memoria della tragedia delle vittime delle Foibe e dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra.

Leggi anche: Foibe e confine orientale: spieghiamo un po’ di storia ai nostalgici del comunismo

Accade così che nel X Municipio di Roma Capitale il Pd ha bocciato la mozione, presentata dal consigliere leghista Alessandro Aguzzetti, che chiedeva la commemorazione ufficiale del dramma delle Foibe, solennità civile come da legge ordinaria dello Stato 30 marzo 2004, n. 92. Nella proposta portata in consiglio da Aguzzetti si chiedeva di deporre ufficialmente una corona in ricordo dei martiri al monumento in Piazza Segantini, al Villaggio San Giorgio di Acilia, noto per aver ospitato i tantissimi esuli costretti ad abbandonare la propria terra per sfuggire ai massacri dei partigiani titini. Con questa ignobile decisione il Pd ha stabilito per l’ennesima volta che per loro non deve esserci pace, né ricordo.

Il Pd boccia la mozione sulle Foibe

«Quanto accaduto oggi durante il consiglio del X Municipio é gravissimo», questo il commento del consigliere. «La bocciatura del documento in cui si chiedeva una commemorazione ufficiale in memoria dei martiri delle Foibe, ossia degli italiani uccisi dai partigiani di Tito perché italiani, dimostra la vera natura ideologica di questa amministrazione. Una amministrazione che mostra una natura reticente e negazionista nei confronti di una tragedia troppi anni taciuta e ancor oggi sminuita, se non addirittura giustificata da una certa sinistra».

Uno schiaffo agli esuli 

Aguzzetti, che è stato espulso dopo la bocciatura della mozione, prosegue: «Questa è una grave mancanza di rispetto soprattutto per i residenti del quartiere Giuliano Dalmata di Acilia, che un tempo accolse gli italiani costretti a lasciare le loro case perché vittime di questa pulizia etnica. Un quartiere simbolo che ogni anno ricorda con commozione il 10 febbraio quanto accaduto». Conclude Aguzzetti ringraziando i consiglieri di opposizione per aver sottoscritto il documento «e la capogruppo della Lega Monica Picca per aver abbandonato l’aula per solidarietà al sottoscritto dopo la votazione. Il 10 febbraio ricorderemo i martiri delle foibe alle ore 19 a Piazza Segantini, invito i cittadini ad essere presenti e dimostreremo a questa amministrazione che anche senza la loro presenza il ricordo sarà sempre vivo».

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/roma-vergogna-pd-bocciata-la-commemorazione-per-i-martiri-delle-foibe-nel-x-municipio-222078/

Così il Biometano di Snam aiuta l’ambiente e l’agricoltura

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di Massimo di Guglielmo

La stangata in bolletta che sta mettendo in difficoltà famiglie e imprese dimostra, in maniera definitiva, come un Paese del G7 come l’Italia non possa prescindere per il suo sviluppo dal programmare una solida politica energetica. Snam, sotto la guida dell’amministratore delegato Marco Alverà, ha da tempo raccolto la sfida, basando la sua crescita su due grandi direttrici: l’idrogeno e il biometano. Due fonti di energia pulita e sostenibile che possiamo pensare come le eliche del Dna della nuova Snam disegnata dal piano industriale al 2030. Vediamole insieme, partendo dal biometano che rappresenta una delle grandi leve scelte dal Pnrr per realizzare la transizione ecologica del nostro Paese. Nel Piano di ripresa e resilienza predisposto dal governo Draghi sono infatti previsti quasi 2 miliardi di euro di incentivi e 5 miliardi di investimenti al 2026. Lobiettivo è raggiungere un consumo di 5,5 miliardi di gas rinnovabile al 2030, su un potenziale al 2050 che potrebbe arrivare fino a 10 miliardi di metri cubi di biometano.

Che cosa è il biometano

Il biometano è una fonte di energia rinnovabile e programmabile che si ottiene da biomasse agricole (colture dedicate, sottoprodotti e scarti agricoli e deiezioni animali), agroindustriali (scarti della lavorazione della filiera alimentare) e dalla frazione organica dei rifiuti solidi urbani, valorizzando leconomia circolare. Essendo chimicamente indistinguibile dal gas naturale, il biometano può essere trasportato su lunghe distanze utilizzando le infrastrutture gas esistenti, come appunto quella di Snam che gestisce oltre 41mila chilometri di tubature tra Italia ed estero, per poi trovare impiego in molteplici settori, in primo luogo nei trasporti e in prospettiva nel riscaldamento e raffrescamento nei settori residenziale e terziario o nei processi industriali.

Meno emissioni, la strategia di Snam

Il previsto pacchetto di interventi permetterà allItalia di abbattere le emissioni in linea con gli obiettivi climatici, ponendosi tra i Paesi più virtuosi nella sfida della sostenibilità: si calcola che il biometano consenta una riduzione dei gas a effetto serra dell80-85% rispetto al gas fossile. Da qui l’impegno di Snam a realizzare impianti per una capacità installata di circa 120 MW, investendo 850 milioni di euro al 2025, 100 milioni dei quali in infrastrutture per la mobilità sostenibile a biometano. Il passo si coniuga con un percorso che Snam ha intrapreso da tempo creando una piattaforma leader nelleconomia circolare e nelle infrastrutture di produzione del biometano (da rifiuti organici, scarti agricoli, agro-industriali ed effluenti zootecnici) per contribuire al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione.

Biometano e economia circolare

Il gruppo guidato da Alverà è attivo nel settore tramite la controllata Snam4Environment. Lazienda dedicata alla costruzione degli impianti è la pordenonese Ies Biogas, che sta realizzando un impianto a Schiavon (Vicenza), che produrrà biometano valorizzando reflui zootecnici da impiegare, una volta liquefatto in Bio-GNL, per alimentare mezzi di trasporto pesante. In Sicilia invece l’impianto di Assoro produce biometano avanzato da matrici agricole, zootecniche e scarti della lavorazione delle arance, sanse di oliva e altri sottoprodotti delle aziende agroalimentari dellentroterra siciliano e, sempre sull’Isola, a Caltanissetta, è stata avviata un’altra infrastruttura in grado di produrre biometano contribuendo al recupero della frazione organica dei rifiuti solidi urbani. Insomma le cifre del biometano sono la decarbonizzazione e l’economia circolare, esattamente quello che occorre per vincere la lotta del clima. L’ultimo passo lo scorso dicembre, quando Snam ha sottoscritto un accordo con Asja Ambiente Italia per acquisire un pacchetto di impianti di produzione di biometano in Liguria, Lazio, Umbria e Sicilia (quest’ultimo in fase di costruzione), per una capacità totale di circa 8,5 MW. Se saranno rispettate determinate condizioni il gruppo rileverà poi altre 5 realtà in Piemonte, Lombardia e Sicilia, allargando così la propria rete verde.

Vantaggi all’agricoltura

La valorizzazione del biometano farà da volano all’agricoltura e alla zootecnia italiane, industrie che rendono il nostro Paese celebre sulle tavole di tutto il mondo per i suoi tanti prodotti tipici. Il biometano aiuterà infatti sia ad aumentare la competitività del settore agricolo e quindi di una filiera di trasformazione che partecipa in modo importante al pil e all’occupazione, sia a ridurne limpatto ambientale. Un passo molto importante visto che si stima che tra l’attività agricola e la zootecnica siano oggi responsabili di circa il 10% delle emissioni complessive nazionali. Al momento, la rete gas nazionale di Snam conta una trentina di allacciamenti attivi con impianti che vi immettono biometano ma ci sono altri 1.700 impianti a biogas che possono essere riconvertiti a biometano. Un potenziale quindi di espansione è notevole anche sotto il profilo dei trasporti: ad oggi circa un terzo del gas consegnato dai distributori di carburanti sia in forma compressa per le auto sia liquefatta per i camion, è già di origine bio”.

Italia hub dell’Idrogeno

Levoluzione degli asset di Snam in ottica multi-commodity” è una delle principali direttrici del piano strategico di Snam, presentato alla fine del 2021. Il piano prevede investimenti fino a 23 miliardi entro il 2030, concentrati su tre aree: reti, stoccaggi e progetti green integrati nei gas verdi. Obiettivo di Snam è infatti rendere le proprie infrastrutture pronte per trasportare solo molecole decarbonizzate – appunto biometano e idrogeno –  entro il 2050, in linea con gli obiettivi climatici nazionali e internazionali.

 

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Clamoroso: per giocare al Quirinale, Di Maio diserta la riunione sull’Ucraina

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di Nicola Porro

Mentre siamo qui a pensare a quale sarà il prossimo presidente della Repubblica, e a vedere che il parlamento dopo quattro votazioni è ancora nel pantano, ci sono forse altre questioni di cui dovremmo discutere. Le bollette? La crisi un Ucraina? Ecco: vorrei far presente che Di Maio ultimamente, per stare dietro al caos Quirinale, non ha partecipato ad un vertice sulla tensione a Kiev. E su questo avrei due cosette da dire…

Nicola Porro, da Stasera Italia del 26 gennaio 2022

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Verona: il volantino che profuma di Marsiglia…

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Per la cronaca, ieri sono stati rinvenuti in “quartiere Trento” (in realtà si chiama Borgo Trento) a Verona dei volantini come quello che mostriamo qui che sarebbero stati messi in alcune cassette postali. Alla vigilia della Giornata della Memoria e a pochi giorni dal flop della presentazione in fiera del libro di Paolo Berizzi de La Repubblica. La Digos è al lavoro. C‘è molto che non torna…

dell’Avv. Andrea Sartori

Ma l’indirizzo della palestra… non lo si trova…
E guarda caso chi ha scritto un libro sulla “Verona Nera” commenta il fatto.
Non mi sembra un lavoretto fatto bene, sia per lo stile che per i contenuti.
Semmai appare come un nuovo “Caso Marsiglia”, per tornare a parlare di altro, dei fassisti, dei rassissti, invece che di problemi seri come i posti di lavoro i cassaintegrati, i finanziamenti del PNRR…
Dai su, Kompagni, fate i bravi…

 

Sarà (di nuovo) un anno di paranoia antifascista

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L’editoriale di Adriano Scianca nel numero di gennaio del Primato Nazionale

Sarà un 2022 lunghissimo.
Il centenario della Marcia su Roma con cui, il 28 ottobre del 1922, le camicie nere presero il potere, cade in un’Italia resa incattivita e paranoica dal Covid, in cui l’abuso di potere si manifesta in modo ormai decomplessato. L’avvicinarsi (forse…) del ritorno alle urne, alle quali i partiti «sovranisti» arriveranno in vantaggio (quasi loro malgrado, va detto), farà il resto. Sarà l’anno del ritorno del fascismo, insomma. L’ennesimo.
L’avvento sulla scena politica di Mario Draghi, del resto, ha svuotato i partiti di ogni contenuto e di ogni significato. Le tradizionali agende politiche non vogliono più dire nulla, i principali leader politici non hanno più nulla di sensato da raccontare o su cui dividersi.
Cosa resta, allora, per mostrare agli elettori di essere vivi, per far finta di essere diversi dai dirimpettai politici con cui si divide lo stesso governo? Le polemiche identitarie, ovviamente. Quella sul fascismo, poi, tira sempre. È perfetta per dare legittimazione a un sistema che più delegittimato non si può. Prepariamoci anche a un’alluvione di testi e testicoli sulla storia delle destre, fascismo eterno, cent’anni di eversione e via delirando.
Non sono molti i movimenti andati al potere 100 anni fa, sconfitti militarmente ormai quasi otto decenni orsono, eppure in grado di polarizzare ancora l’opinione pubblica in maniera così forte, riuscendo anzi ad apparire ad alcuni come il più grande pericolo inscritto nel nostro… futuro. Solo questo dato dovrebbe far capire cosa il fascismo abbia smosso nell’immaginario della modernità.
Noi oggi riusciamo a storicizzare il Sessantotto, la guerra fredda, persino l’attentato alle Torri gemelle, ma non il fascismo, che conserva una perdurante attualità anche solo come «negativo» del sistema dominante. Tale circostanza è del resto comprovata dal fatto che il principale capo d’accusa che storici e intellettuali rivolgono al fascismo varia nel tempo, a seconda di come cambia l’agenda della sinistra: qualche decennio fa, siccome la sinistra era prevalentemente marxista, si trattava sempre di dimostrare come il fascismo fosse stato la forma più bieca di reazione di classe alle legittime rivendicazioni operaie. Oggi, che domina la sinistra intersezionale, il fascismo viene principalmente denunciato in quanto sistema politico razzista e patriarcale. Se domani dovesse divenire egemone il veganesimo, si scoprirà che il principale crimine del fascismo fu lo specismo…
Ecco perché il fascismo non muore mai, ecco perché Lui torna sempre: perché è il totalmente altro rispetto al sistema dominante. Questo ne garantisce la permanenza paranoide negli incubi di questa società, ma in qualche modo anche una segreta attualità con cui quest’epoca non riesce a fare i conti, ma che pure oscuramente sente e teme. Il trito refrain per cui l’Italia «non ha fatto i conti col fascismo» è probabilmente vero, ma non nel senso sbirresco e moralistico con cui generalmente si usa tale espressione. Probabilmente non si sono fatti i conti con una sfida di civiltà radicale ancora non compresa fino in fondo.
Sì, decisamente sarà un 2022 lunghissimo.

Il centenario della Marcia su Roma capita in un’Italia incattivita e paranoica,
che ha bisogno
di legittimare il vuoto dei partiti con l’individuazione di uno spauracchio.
E sarà sempre Lui

Castagna oggi a Telenuovo sull’elezione del Presidente della Repubblica

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di Lucia Rezzonico

Oggi, dalle 12.40 alle 14.00 circa il nostro Responsabile Nazionale del Circolo Christus Rex Matteo Castagna è stato ospite in diretta Skype della trasmissione condotta da Mario Zwirner Rosso&Nero su Telenuovo. Si è parlato principalmente dell’elezione del Presidente della Repubblica. Castagna non ha mancato battute ironiche e stoccate a M5S e Pd, ma ha suonato la sveglia anche al Centrodestra.

Ospiti in studio l’Avv. Sandrin di Fratelli d’Italia e il dott. Bean del Pd.

Ecco il video con la registrazione della puntata: https://play.telenuovo.it/rosso-e-nero/tit-13160815

Alcune foto:

 

I vescovi cattolici vittime dei lager comunisti in Romania

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Per molti decenni nei paesi comunisti dell’Est europeo centinaia di migliaia di persone, tra cui numerosissimi cattolici, furono imprigionati nelle carceri e nei gulag. Molti morirono in quei luoghi infernali, mentre in Italia il Partito Comunista Italiano negava o minimizzava questi crimini. Oggi la cultura ufficiale, nelle mani degli stessi compagni o dei loro nipotini, manipolati dai professionisti della memoria, ha rimosso il ricordo del sistema concentrazionista comunista dell’Unione Sovietica, della DDR, della Cecoslovacchia, della Romania, della Yugoslavia… Il presente comunicato si riferisce a uno dei tanti Vescovi della Chiesa Cattolica che trovarono la morte nelle carceri comuniste.
Fatto morire tra i topi del carcere: Anton Durcovici, il vescovo di Iaşi
Il martirio di Mons. Anton Durcovici, vescovo cattolico di rito latino di Iaşi morto nel carcere di Sighetu Marmaţiei durante il regime comunista.
Il vescovo che amato la chiesa e il popolo romeno
Anton Durcovici nacque in Austria nel 1888, figlio di padre croato e madre austriaca. La giovane madre rimasta vedova cadde nell’estrema indigenza e dovette emigrare in Romania per lavorare presso parenti agiati. Anton era uno dei suoi due figli e aveva solo sei anni quando emigrò. L’arcivescovo di Bucarest lo notò subito, invitandolo al seminario minore diocesano, dove spiccò per intelligenza e forza di volontà concludendo i suoi studi di cinque anni con un esame di maturità nec plus ultra. Il presule, entusiasta di questo ragazzo fuori dal comune, lo inviò a studiare a Roma. All’età di 24 anni il giovane Anton ha già preso tre dottorati: filosofia, teologia e diritto canonico. Viene ordinato sacerdote a San Giovanni in Laterano nel settembre 1910 e subito dopo torna in Romania. Scoppia però la I Guerra Mondiale e come i suoi connazionali austriaci (più tardi egli diventerà cittadino romeno a tutti gli effetti), viene internato per un paio di anni in un campo di concentramento nella piena forza della sua gioventù. Il tifo che contrasse in questo posto insalubre gli lascò segni per il resto dei suoi giorni. Nel 1924 viene nominato rettore del Seminario di Bucarest. Per diverse vicissitudini l’arcivescovo di Bucarest dovette presentare le sue dimissioni mentre calava sulla Romania la notte comunista e così mons. Durcovici si trova a dirigere il cattolicesimo della capitale da vicario generale. Inizia dunque lo scontro che lo porterà al martirio. Si nega a stilare un documento d’indipendenza di Roma e di sottomissione alle autorità civili. Alcuni (pochi, solo 3) sacerdoti corrotti lo tradiscono e lo calunniano, ma tanto basta per costruire ingiusti capi d’accusa. Pio XII lo nomina vescovo di Iasi, capitale della Moldavia, e nell’aprile 1948 viene consacrato a Bucarest. Il prestigio di mons. Durcovici è immenso e la sua posizione rimane intransigente verso le pretese comuniste di addomesticare la Chiesa cattolica. «Il martirio di Anton Durcovici, vescovo di Iaşi, non è iniziato il 26 giugno 1949, data del suo arresto brutale a Bucarest, ma quasi due anni prima, subito dopo la sua nomina di vescovo di Iaşi» come scrive Don Cornel Adrian Benchea, sacerdote di origini romene e incardinato nella diocesi di Livorono, in uno studio su mons. Durcovici dal titolo Gli ultimi anni di un martire della Chiesa cattolica di Romania. Dopo la Rivoluzione del dicembre 1989, si è potuto accedere ai dossier della ex-polizia politica comunista, tristemente nota come Securitate.
584569 e 7512: due dossier speciali sul vescovo Durcovici 
584569 è il numero del dossier personale di mons. Durcovici creato dalla Securitate nel periodo di pedinamento e sorvegliamento nei confronti del vescovo. 7512 è il numero del dossier penale di mons. Durcovici durante il periodo in carcere. L’intenzione della Polizia politica è stata premeditata dall’inizio, cioè di realizzare non solo un semplice dossier informativo di sorveglianza, ma un dossier di sorveglianza penale, per incriminare, arrestare e condannare il sorvegliato. «Si deve fare menzione del fatto – scrive Don Benchea – che l’intenzione della polizia politica era di sorvegliarlo individualmente, un’eccezione tra i chierici cattolici di allora che sarebbero stati implicati nelle investigazioni e poi arrestati in ‘gruppi’. Il sistema di pedinamento e di sorveglianza promosso dalla Securità nel “caso Durcovici” è stato molto complesso. Gli uffici di informazioni dei servizi provinciali di Bacău e di Roman hanno seguito ogni passo del vescovo Durcovici durante le sue visite canoniche fatte nei villaggi e le comunità cattoliche delle province di Bacău e di Roman, ed a Iaşi è stato sempre sorvegliato dai marescialli di Securitate».Le relazioni e le note informative scritte dagli ufficiali della Securitate contengono decine di accuse al vescovo Durcovici, per incriminarlo e mandarlo dinanzi alla Giustizia comunista. «Nei substrati dell’omelia fatta dal vescovo Durcovici a Luizi Călugăra il 15 settembre 1948 – evidenzia Don Benchea – gli ufficiali della Securità scoprivano ‘la tendenza dei fedeli cattolici di approfondire il sentimento religioso fino al fanatismo. Il sentimento religioso nella massa di contadini cattolici è molto sviluppato, e queste omelie tenute dal clero cattolico hanno un grande effetto…’. In un’altra relazione redatta dalla Securità di Roman, il vescovo Durcovici era accusato di aver tracciato, con le sue omelie, ‘una linea di condotta dei sacerdoti cattolici, incoraggiandoli ad azioni di istigazione mirante il regime democratico’, o che le parole del vescovo fossero ‘una precisazione della posizione anti-comunista e anti-governamentale della Chiesa cattolica’. Le visite canoniche fatte dal vescovo Durcovici nelle province di Bacău e di Roman e, con queste occasioni, le solennità religiose, sono state considerate dalla Securità come ‘rafforzamento del misticismo religioso nelle masse, fino all’assurdo, e consolidamento dei rapporti con il Papa’, fatti incompatibili con la linea politica del regime democratico popolare».
«D’ora in poi vedremo il vescovo molto raramente»: l’arresto.
Sono le parole del parroco di Bacau, il 25 febbraio 1949, nei confronti dei suoi fedeli dopo un incontro con il vescovo Durcovici. L’arresto del vescovo Durcovici è stato fatto dalla Securitate in un modo assolutamente illegale e segreto, senza mandato di arresto. «In una dichiarazione del 28 gennaio 1950, il sacerdote Rafael Friedrich – afferma Don Benchea riferendosi ai documenti della Securitate – descrive a sua volta le circostanze dell’arresto del vescovo Durcovici: “Il 24 giugno, mi ha pregato il vescovo Durcovici, di mantenermi libero la domenica di 26 giugno dalle funzioni parrocchiali domenicali, per poter accompagnarlo nel villaggio Popeşti Leordeni (vicino Bucarest), dove doveva amministrare il sacramento della Confermazione e aveva bisogno di me, essendo queste celebrazioni più ampie e richiedendo più sacerdoti aiutanti. Su questa strada verso Popeşti Leordeni sono stato arrestato, insieme con Sua Eccellenza, il 26 giugno 1949”. Subito dopo l’arresto, l’intenzione del regime comunista era di consegnare il vescovo Durcovici alla Giustizia comunista. Però, considerando che non aveva sufficienti prove accusatorie, il secondo giorno dopo l’arresto, la Centrale della Securità di Bucarest sollecitava alla Direzione Regionale della Securità di Iaşi nuovi dati compromettenti sull’arrestato. Ecco un simile ordine: “In 48 ore inviate dichiarazioni non ritrattabili contro il nominato Anton Durcovici, dalle quali risulti l’attività anti-democratica e anti-sovietica del sopra nominato, il materiale possibilmente ottenuto dai sacerdoti detenuti che fanno parte del complotto cattolico”. Cominciava, il 26 giugno 1949, per il vescovo Durcovici un lungo Calvario che si sarebbe concluso in modo drammatico il 10-11 dicembre 1951 con la sua morte di martire nella prigione di Sighetu Marmaţiei (nella regione Transilvania).
«Mons. Durcovici morì assistito dai topi della prigione». 
La testimonianza di Ioan PloscaruLa Securitate era convinta che il vescovo Durcovici non collaborasse con le autorità comuniste; per questo motivo decise, il 7 settembre 1951, di trasferirlo nella famosa prigione di Sighetu Marmaţiei (la più dura del regime comunista di Romania), dove era imprigionata in quel tempo l’alta società politica, culturale e religiosa di Romania. «Il 10 settembre 1951, il vescovo Anton Durcovici è stato trasportato da Jilava a Sighet, in massima discrezione, decisa dalla Securità. Il capo della prigione di Sighet, Vasile Ciolpan, ha ricevuto una decisione dalla Centrale della Securità di Bucarest di imprigionare, all’inizio, il vescovo Durcovici in una cella comune. Partendo dal caso dello storico Gheorghe Brătianu, del sacerdote romano-cattolico Rafael Friedrich, ma anche di altre personalità imprigionate a Sighet, i cui dossier li abbiamo indagati, possiamo pensare che il vescovo A. Durcovici è stato amministrativamente condannato in assenza, senza essere informato dall’Alta Commissione Militare del Ministero dell’Interno».Particolarmente toccante è la testimonianza diretta del vescovo greco cattolico Ioan Ploscaru, anche lui detenuto nel carcere di Sighetu Marmaţiei, in merito agli ultimi giorni e istanti di vita del vescovo Durcovici. Nel libro Catene e terrore. Un vescovo clandestino greco-cattolico nella persecuzione comunista in Romania (Edb, Bologna 2012, già recensito su «Orizzonti Culturali») Ioan Ploscaru dedica un capitolo dei suoi scritti alla morte del vescovo Anton Durcovici. «La direzione della prigione – scrive Ploscaru – lo aveva messo in isolamento quando si era resa conto che stava per morire. Fu proprio lasciato morire di fame, da solo, perché non se ne avesse notizia. Se il vescovo Durcovici fosse stato in cella insieme agli altri, forse avrebbero potuto aiutarlo, dandogli sollievo negli ultimi momenti di vita. L’11 dicembre 1951 sentii padre Ioan Deliman, che scaricava carbone in cortile, mentre diceva ad alta voce in francese: monseigneur Durcovici est décédé. Dopo che fu portato via, di notte con la carretta che serviva per le immondizie, il giorno seguente bruciarono la paglia del materasso, come si soleva fare; poi misero il suo vestito a righe ad asciugare sul mucchio di legna che c’era nel cortile. Due giorni dopo un poliziotto mi condusse nella cella 13, perché facessi un po’ di pulizia. Era la della dove era morto il vescovo Anton Durcovici. La prima impressione fu dolorosa. Con uno solo sguardo compresi la solitudine e la miseria in cui era morto. Per tanto tempo – conclude Ploscaru – ringraziai nelle mie preghiere mons. Durcovici, perché dopo la sua morte le sue coperte mi avevano riscaldato e un vetro della sua cella preso grazie alla bontà del poliziotto, dal quale potevo godere la luce naturale, aveva trasformato l’ambiente funereo della cella. Mons. Anton Durcovici morì come un martire, assistito solo dai topi della prigione».

USA e Polonia, due trionfi pro-life (e qualche ombra)

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Segnalazione di Corrispondenza Romana

Nuova vittoria legale pro-life negli Stati Uniti. La multinazionale dell’aborto, Planned Parenthood ha abbandonato la battaglia legale scatenata contro la più grande città americana, quella di Lubbock, nel Texas: qui pertanto i bambini non nati continueranno ad essere tutelati da una specifica ordinanza, votata a schiacciante maggioranza nel giugno scorso dalla popolazione. Un’ordinanza, che vieta letteralmente l’aborto, redatta oltre tutto in una forma blindata, a prova di tribunale. In cosa consiste? Nel ritenere i piccoli nel grembo materno qual sono ovvero esseri umani preziosi, che meritano protezione da parte della legge. Per questo entro i confini urbani gli aborti sono stati proibiti con relative, precise conseguenze legali per qualunque trasgressore. Unica eccezione, quando la vita della madre sia in pericolo. Nessuna penalizzazione, invece, per le donne, che si sottopongano all’aborto.

Sostanzialmente l’ordinanza rende chiunque compia l’aborto e quanti lo abbiano assistito «responsabile di illecito civile nei confronti di un familiare o parente sopravvissuto del nascituro abortito, compresi la madre, il padre, i nonni, i fratelli o i fratellastri» del bimbo non nato. Ciò significa citare in giudizio i pro-choice e trascinarli in tribunale.

L’impianto della norma ha un’applicazione privata, non avendo né la città di Lubbock in quanto tale, né i suoi amministratori alcun ruolo nella sua esecutività, ed un’applicazione pubblica, che prevede invece vere e proprie multe contro chi pratichi aborti e chi li assista entro i confini urbani.

In effetti, dopo un primo ricorso già respinto, Planned Parenthood si è resa conto che anche l’appello non avrebbe incontrato migliore fortuna presso la magistratura, per cui ha ritenuto opportuno abbandonare il campo. La stessa cosa fece l’anno scorso anche un’altra organizzazione analoga, l’Aclu-American Civil Liberties Union, intuendo di non aver alcun margine di spuntarla. Anche per questo si tratta di una vittoria storica, in quanto è la prima scampata alla prova dei tribunali dai tempi della famigerata sentenza Roe vs. Wade del 1973. Ad oggi oltre 40 città hanno approvato ordinanze analoghe ed altre stanno attrezzandosi, per fare altrettanto.

Il Texas si conferma così lo Stato più amico della vita di tutti gli Usa: qui è già in vigore da tempo anche la nota «legge sul battito cardiaco», che vieta gli aborti dopo la ventesima settimana di gravidanza.

Buone notizie anche dall’Europa, dalla Polonia in particolare, grazie ad una nuova iniziativa varata per incoraggiare le giovani coppie ad avere figli. Il ministro del Lavoro, della Famiglia e delle Politiche Sociali, Marlena Malag, è al lavoro, per varare una nuova, coraggiosa politica pro-family e garantire così ai genitori un migliore impiego, un migliore alloggio e sostegni finanziari, sperando di innalzare ulteriormente il tasso di natalità ad un livello almeno sostenibile, contrastando un progressivo, preoccupante innalzarsi del tasso d’invecchiamento della popolazione. Già col nuovo anno è partito un nuovo regime di assegni familiari supplementari, assegnando alle famiglie 2.610 euro per ogni bambino dopo il primogenito tra i 12 ed i 36 mesi.

Decisioni importanti, anche perché, qualora non vi fosse un’importante inversione di tendenza, entro i prossimi trent’anni la Polonia perderebbe altri 4 milioni di abitanti.

Tra le ombre, invece, figura la maxi-donazione da oltre 350 milioni di dollari, stanziati negli ultimi cinque anni dalla Fondazione Hp, per promuovere l’aborto. Secondo una delle tre figlie del defunto David Packard, co-fondatore dell’azienda tecnologica Hewlett-Packard, ciò corrisponderebbe alle sue disposizioni, lasciate prima di morire nel 1996, in quanto preoccupato dai «tassi di natalità alle stelle» e deciso a sostenere il «controllo della popolazione»: un’ideologia maltushiana da tempo sconfessata dai fatti, ma responsabile dell’eliminazione di milioni di bambini non nati e, purtroppo, mai nati.A livello di “guerriglia pro-choice” si colloca la ripicca di un ristoratore di Washington, che ha letteralmente cancellato la prenotazione di un pranzo, dopo aver scoperto ch’era stato organizzato da una sigla pro-life in occasione della recente Marcia per la Vita americana, svoltasi nella capitale lo scorso 21 gennaio. L’obiettivo dei promotori era quello di raccogliere fondi a sostegno dei candidati antiabortisti, in occasione delle prossime elezioni americane. Saputolo, il titolare del locale ha restituito loro la caparra e negato gli spazi, benché nessuna norma imponga restrizioni in tal senso. Si noti che quello stesso ristorante, in passato, era stato più volte concesso a Planned Parenthood, per organizzare i propri eventi. Si tratta di un’autentica discriminazione, che v’è da sperare non resti impunita.

DA

Usa e Polonia, due trionfi pro-life (e qualche ombra)

Quirinale, comunque vada vincerà il Palazzo

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Stante il nostro sistema elettivo, tutto fuorché democratico, le trame per eleggere l’inquilino del Colle che dovrebbe rappresentare gli italiani tutti e invece rappresenta solo il Palazzo, ci sono sempre state, anche squallide, anche losche, solo in camera caritatis, salvando la parvenza di decenza formale tipica del secolo borghese. Ma siamo in un altro tempo, dove l’unica vergogna è provare vergogna e per la prima volta maneggi e camarille non sono più segreti, avvengono in piena luce ad uso e consumo delle vendette trasversali veicolate dai giornali del potere.

I nomi bruciati

Draghi, sedicente nonno delle istituzioni, pretendeva l’investitura ostentando indifferenza, ma a lungo andare la sua si è rivelata una questua delle più umilianti anche perché destinata a sicuro logorio: consumato lui e bruciati tutti a cominciare da Berlusconi, che però essendo uomo di carattere ha saputo a sua volta scassinare il sempre meno super tecnico. In mezzo, una spoon river di candidati assai poco eccellenti, mandati al rogo uno dopo l’altro: Giuliano Amato, detto il dottor sottile per la propensione da azzeccabarbugli; Mario Monti, il vampiro più inviso agli italiani; Rosy Bindi, sempre più simile al Gabibbo; sotto a chi tocca, ora si dà per certo Pierferdinando Casini, che però sembra durare “come sugli alberi le foglie”, sostituito, Dio ci scampi, dal Riccardi della Comunità di Sant’Egidio, uno dei poteri davvero forti di questo Paese ma totalmente inadeguato. Insomma siamo alla frutta. E adesso, pover’uomo?

La variante Draghi al Colle

Adesso, Draghi se mai salirà le scale del Quirinale, lo farà arrancando come un’anatra zoppa: i partiti, deboli, debolissimi, hanno colto l’allarme nella finta umiltà che mascherava la ybris e hanno serrato i ranghi, hanno cominciato il lavoro ai fianchi nel quale restano maestri. L’interessato, a dirla tutta, non ci ha fatto una gran figura. Ha dato l’impressione di pretendere l’investitura ora col ricatto capriccioso – se non mi incoronate, e subito, me ne vado – ora con astuzie da Prima Repubblica se non da regimetto, potenziando uno stato concentrazionario funzionale unicamente alle sue pretese e alla disperazione di parlamentari da quattro soldi, diciamolo pure, terrorizzati all’idea di una prematura morte di legislatura. Che bel quadretto!

Centrodestra senza una linea

Berlusconi forse non è mai stato davvero candidabile, è stato usato come un babau per ricattare a sua volta il Signore degli anelli finanziari: se n’è accorto e, anche da malandato, ha saputo dare l’ultima bastonata a un sistema che comunque lo vede protagonista da quasi trent’anni anche se lui non si stanca di proporsi come Cenerentola al ballo. Comunque ne esce a testa alta, mentre chi risulta una volta di più nella miseria politica, e non solo, è il centrodestra Fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia… Non esiste una coalizione, esiste, esattamente come a sinistra, una diffidenza condivisa, con i coltelli sempre pronti a scattare. Salvini ha fatto la solita parte velleitaria, la Meloni è addirittura sparita dal radar.

Le vere emergenze

Entrambe le fazioni, rispettivamente lacerate all’interno da ulteriori spaccature, puntano sulle divisioni altrui, ma, quanto a questo, potrebbero tranquillamente specchiarsi e a volte viene il sospetto che l’amico migliore sia il nemico. In questa desolazione si apre la liturgia per scegliere il nuovo primo cittadino d’Italia: uno che, vada come vada, finirà per far rimpiangere il predecessore, anche se pare impossibile. Nel bel mezzo di una pandemia che non c’è più, di un regime asserragliato nel bunker, di un Paese prigioniero, di una crisi economica destinata a sfociare in distruzione: le promesse di rinascita erano cialtronaggini, l’inflazione dal trotto è passata a galoppare, lo spread ruggisce, di soldi non ce ne sono, di ristori neppure e anche i più fanatici eurolirici cominciano a temere che i soldi a strozzo del Piano di resilienza o quello che sia, non arriveranno se non in misura irrisoria.

Mentre il Paese si dibatte, al solito, nelle sue emergenze conclamate: un coprifuoco di fatto, completamente assurdo; l’afflusso incontrollato di clandestini; il ritardo tecnologico; la semidistruzione di tutti i reparti produttivi e dei servizi; il fabbisogno energetico, le cui cause sono perniciose quanto antiche ma acuito dall’incompetenza di Ursula e dall’inettitudine dello stesso Draghi. Rassegniamoci a un nuovo “notaio” degli italiani che, quale che sia, potrà solo sottoscriverne la deriva, eventualmente riuscendo nell’impresa non da poco di far rimpiangere il predecessore. Ma forse è arrivato il momento di ripensare, di archiviare non solo una politica ridotta a livelli di puro malaffare, quanto un metodo di elezione presidenziale che ormai non ha più alibi. Fuori dalla Storia oltre che dalla logica.

Max Del Papa, 26 gennaio 2022

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Quirinale, comunque vada vincerà il Palazzo

 

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