L’asso di Zelensky? Non gli Usa, ma Israele

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di Luigi Bisignani

Moro, Fanfani, Andreotti e Cossiga: tutti i big della vecchia politica d’accordo su come risolvere la crisi ucraina…

In Paradiso è appena terminata la messa celebrata da San Kuncewycz, patrono dell’Ucraina e San Wojtyla. Togliendosi la mitria e la casula, con aria sconsolata Giovanni Paolo II, davanti ai fedeli, tra i quali Kohl, Andreotti e Cossiga, commenta: “I comunisti, a differenza di quello che pensa il mio caro successore Bergoglio, restano sempre comunisti e lo dico io che li ho visti da vicino, come direbbe lei, presidente Andreotti”.

Andreotti: “Però una cosa buona il regime sovietico, pur non volendo, la fece. Con le deportazioni staliniane, i cattolici apparvero dove prima quasi non esistevano creando dei luoghi di resistenza. Quella resistenza allargata ad altre religioni che alla fine ridicolizzerà Mosca”.

“Caro Giulio” – irrompe Cossiga – “la carta segreta del giovane Zelensky non sono gli USA, come pensate tutti, ma Israele, che vuol dire anche il Mossad e tutto l’apparato finanziario in giro per il mondo. Esperti di media e tecnici tlc che gli permettono di essere costantemente on line”.

Andreotti: “Putin invece è chiuso nei suoi palazzi dorati, dove si è messo a scrivere il suo folle ‘De bello putiniano’”.

Interviene l’ex cancelliere Kohl: “Sta di fatto che a parte pochi ultra-ortodossi sono molti gli ebrei che sostengono apertamente Zelensky. E lo stesso Putin, che fino a ieri tubava con quel mondo, ora si sente tradito”.

Cossiga: “L’oligarca ebreo Mikhail Fridman ha comprato intere pagine di giornali contro la guerra in Ucraina, Abramovich è invocato come paciere dagli ucraini e il presidente del Forum europeo degli ebrei di lingua russa, che si è messo a protestare contro il Cremlino, è persino finito agli arresti”.

Andreotti: “Israele, pur con qualche cautela, sta sostenendo fortemente Zelensky, che aveva inizialmente chiesto a Gerusalemme di ospitare i negoziati con la Russia. D’altra parte, il nucleo più intimo del Deep State israeliano conta oggi moltissimi ebrei ashkenaziti ucraini”.

Col solito triciclo irrompe Fanfani che, da professore di Storia Economica, ricorda le origini ucraine di alcuni grandi nomi del pantheon israeliano, come la mitica Golda Meir, nata a Kiev e la cui famiglia scappò negli USA per sfuggire ai pogrom zaristi.

Wojtyla: “Per un Paese come Israele che si fonda sulla memoria e che è nato prima della Russia, è impensabile abbandonare l’Ucraina. Peccato che la mia amata Italia arrivi sempre dopo gli altri”.

Cossiga: “Il nostro Super Mario ha problemi di connessione”.

Andreotti: “E cos’altro ti aspettavi con Vittorio Colao in quel ministero?”

Cossiga: “Non mi provocare, mi fa ridere Mariuccio, come lo chiama Il mio amico Tremonti, che non riesce a collegarsi con Macron, per non parlare di quel malinteso telefonico con Zelensky che ha fatto ridere il mondo”.

Andreotti: “Magari perché Tim è in difficoltà, con la Cdp di Scannapieco che gioca con la Rete come il gatto col topo.”

Cossiga: “Scusa Giulio, ma di tecnologia non capisci nulla. Avevi ancora il telefonino a portafoglio. Sarebbe bastato che a Chigi avessero dotato il presidente del Consiglio di uno Starlink”.

Andreotti: “Una tua nuova diavoleria…”

Cossiga: “È una costellazione di satelliti attualmente in costruzione da SpaceX di Elon Musk, senza cavi né infrastrutture che sta usando Zelensky“.

Andreotti: “Se fosse per questo, visto l’aria che tirava, Draghi avrebbe dovuto recarsi a Mosca e così sarebbe stato l’ultimo premier occidentale ad aver parlato con Putin”.

Cossiga: “Invece ha mandato il povero Di Maio in avanscoperta come fosse un piccione viaggiatore…”

Andreotti: “Ai tempi miei si mandava il capo del cerimoniale, Draghi dimentica che un premier è solo primus inter pares”.

Sopraggiunge Aldo Moro, serafico come sempre, con il suo vestito blu troppo largo e un bicchierino in mano, chiosando: “Mi pare che il nostro premier abbia perso ruolo, arriva sempre ultimo, sullo Swift come sulle armi, limitandosi solo a consultare Macron che si sta giocando la sua partita elettorale. Del resto, troppe aspettative per un banchiere…”

Andreotti: “Almeno ricordasse, di stare attento ai francesi quando ci sono di mezzo sanzioni”.

Wojtyla: “In che senso?”

Andreotti: “Quando facemmo l’embargo alla Libia, Parigi fu la prima ad eluderlo. Ora, a sentire l’Aise, non vorrei che qualche armamento francese avesse preso la strada per Mosca. A pensar male si fa peccato, ma…”

Tutti in coro all’unisono: “Spesso ci si indovina”.

Moro: “Un’Europa che è proprio incapace di pensare: questa idea della Nato a fisarmonica è una barbarie”.

Andreotti: “Piuttosto, se si fosse fatta entrare prima l’Ucraina nella Ue e poi, semmai, nella Nato. Le idee bizzarre della Cia e dei democratici USA”.

Cossiga: “Per Putin, cresciuto a pane e guerra fredda, la Nato è come il drappo rosso per il toro.

Fanfani: “Come quelli che ancora credono che il Vaticano di Francesco abbia influenza nella politica italiana come ai tempi di Benelli e Ruini… ”.

Andreotti: “Mi vien da dire una cattiveria poi però dovrò confessarmi”.

Fanfani: “Dilla, dai, troppe confessioni avresti dovuto fare, ma San Pietro ti ha dato subito il fast track”.

Andreotti: “Alla fine, a risolvere il problema e ad eliminare dalla scena lo zar potrebbe essere una miscela esplosiva tra mafia russa e oligarchi, che sono rimasti senza nemmeno un autista filippino”.

Fanfani: “Assieme anche al cittadino medio russo, abituato seppur da poco a qualche comfort”.

Cossiga: “A proposito di cattiverie e guerre fredde, in questo momento le abbiamo pure noi in Italia, tra Palazzo Chigi e il Quirinale, tra Draghi e il segretario generale del Colle Zampetti”.

Andreotti: “E con le prossime nomine da SNAM a Fincantieri, con Mattarella pronto a difendere gli attuali vertici che hanno fatto bene ne vedremo delle belle. E con quel Giavazzi sempre in mezzo ‘senza titulo’ come direbbe il mio allenatore Mourinho….

“È tempo di tornare a pregare”, la tonante voce di San Pietro richiama tutti all’ordine. Andreotti, che vuole sempre l’ultima battuta, sogghigna: “Tranquilli, tanto qui Putin non arriva neppure se lo raccomanda Bergoglio”.

Luigi Bisignani, Il Tempo 6 marzo 2022

È il tempo degli identikit dei filorussi e delle liste dei “Putinversteher”…

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di Dalila di Dio

SE C’È UNA COSA IN CUI I PROGRESSISTI SONO MAESTRI È TRACCIARE LINEE RETTE CHE DIVIDONO I BUONI DAI CATTIVI

Se c’è una cosa in cui i progressisti sono maestri è tracciare linee rette che dividono i buoni dai cattivi.

Le situazioni di emergenza, poi, sublimano questa loro attitudine: che sia il Covid o la guerra, ciò che risulta indispensabile è identificare immediatamente i cattivi, puntargli tempestivamente una luce addosso, stabilire che qualunque cosa promani dalla loro parte è ineluttabilmente sbagliata, corrotta, falsa.

Anche a dispetto di ogni evidenza.

Non sono le verifiche o i giudizi controfattuali a stabilire la veridicità di un’affermazione, la affidabilità di una teoria, la verosimiglianza di una ricostruzione: semplicemente, c’è una parte, la loro, da cui scaturiscono solo verità inconfutabili; tutto il resto è propaganda, menzogna, fake news, per usare un’espressione molto cara ai signori della censura delle idee altrui.

Un fulgido esempio di questo efficacissimo modus operandi è stato offerto giovedì sera a Piazza Pulita. Durante la nota trasmissione che va in onda in prima serata su La7, infatti, è andato in scena uno scontro tra il prof. Alessandro Orsini, Direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS e Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera, che ci ha fornito la rappresentazione plastica di come al progressista medio, pur incapace di confutare compiutamente un ragionamento articolato, documentato, puntuale – quello di Orsini – basti sostenere con fare isterico che l’interlocutore è ignorante, mente e dovrebbe tornare sui libri per averla vinta.

La colpa di Orsini, come di molti altri studiosi di tutte le estrazioni, è di essersi opposto all’idea di spiegare il conflitto tra Ucraina e Russia sentenziando che “Putin è un pazzo” e di essersi spinto ad una analisi lineare quanto invisa a Fubini & co. delle ragioni che hanno portato all’attacco russo: Orsini, in pochi minuti, ha messo a nudo il re, puntando il dito contro l’Unione Europea, la Nato, gli Stati Uniti e chiamando ciascuno alle proprie responsabilità nella causazione dell’escalation che è in atto dal 24 febbraio in Ucraina.

«Possiamo uscire da questo inferno soltanto se noi riconosciamo i nostri errori» ha sostenuto ragionevolmente Orsini. «In primo luogo, perché questa era la guerra più prevedibile del mondo. Mi sono sgolato per dire che certamente la Russia avrebbe invaso l’Ucraina, perché esiste una legge ferrea della politica internazionale, la quale prevede che le grandi potenze proibiscano categoricamente ai Paesi confinanti, laddove sia possibile, di avere una linea di politica estera che rappresenti una minaccia per la sicurezza nazionale». In altre parole, ha proseguito il docente, «quello che accade è che l’Ucraina sta alla Russia come il Messico e il Canada stanno agli Stati Uniti. Se il Messico oggi si alleasse con Putin, certamente gli Stati Uniti distruggerebbero il Messico. O assassinando il suo presidente o favorendo una guerra civile, oppure con uno sfondamento del confine, facendo esattamente questo tipo di guerra».

Ecco perché secondo Orsini le responsabilità principali sarebbero da ascriversi all’Unione Europea: «tutte le grandi potenze, o quelle che ambiscono a essere grandi, hanno delle linee rosse. Gli Stati Uniti hanno delle varie linee rosse, una delle quali è Israele, che non può essere toccato. La Russia ha una linea rossa in Ucraina e Georgia. La Cina, quando le sarà possibile farlo, ha una linea rossa a Taiwan. L’Unione Europea, che queste linee rosse non le ha, avrebbe dovuto dire agli Stati Uniti: “Noi vi amiamo ma abbiamo una linea rossa che voi americani non dovete permettervi di superare». La debolezza dell’UE, quindi, secondo l’esperto LUISS, risiederebbe nell’incapacità di opporre un «rifiuto a qualunque politica che metta in pericolo la vita degli europei».

Un ragionamento lineare, semplice, difficilmente confutabile ma che ha collocato immediatamente l’accademico tra le fila dei russofili, dei “Putinversteher”, di coloro di cui bisogna diffidare perché iscritti nelle liste di quanti, secondo quanto scrive Gianni Riotta su la Repubblica «per interesse, ideologia, snobismo… hanno in uggia l’autodeterminazione dei popoli».

Tra questi Massimo Cacciari, Marcello Foa, Pino Cabras, Ugo Mattei e persino Laura Boldrini e Stefano Fassina che, secondo Riotta, «odorano di “Putinversteher”».

E poiché il pensiero unico dispone di un sistema di difesa di primo livello, come già accaduto in passato, dopo le dichiarazioni di giovedì sera, il professore Orsini è stato praticamente scaricato dalla LUISS: con un comunicato, l’ateneo ha invitato l’accademico ad «attenersi scrupolosamente al rigore scientifico dei fatti e dell’evidenza storica, senza lasciar spazio a pareri di carattere personale che possano inficiare valore, patrimonio di conoscenza e reputazione dell’intero Ateneo».

È singolare che un’università, luogo della conoscenza per eccellenza, consideri lesivo della propria reputazione che uno studioso faccia ciò che è chiamato a fare per definizione: interrogarsi, andare oltre le tesi precostituite, offrire una lettura dei fatti che vada oltre gli slogan e le teorie preconfezionate dal mainstream.

Ma lo abbiamo già visto fare nei confronti di accademici che hanno osato affermare ovvietà come «non esistono donne con il pene»: carriere immolate sull’altare della verità che cede il passo al cospetto del politicamente corretto. Niente di nuovo sotto il sole, quindi.

E che dire del corrispondente Rai Marc Innaro? Colpevole di aver sostenuto che «ad espandersi, negli ultimi trent’anni, è stata la Nato e non la Russia», è stato accusato di essere filo-Putin e di prestarsi alla propaganda russa, ragion per cui è finito nel mirino del PD con un’interrogazione all’ad Carlo Fuortes per sollecitare una presa di posizione dell’azienda e con la richiesta di richiamarlo dall’incarico in Russia.

Suonerebbe strano, in tempi normali. Ma quelli che stiamo vivendo non sono tempi normali: sono tempi in cui si plaude all’esclusione dei gatti russi dalle mostre, dei direttori d’orchestra russi dai teatri, dell’insalata russa dai menu.

Viviamo in un tempo in cui non si ha alcuna remora a dichiarare pubblicamente che bisogna «affamare il popolo» russo, come ha dichiarato qualche giorno fa la “Giornalista” Claudia Fusani.

Viviamo in un tempo in cui una parlamentare della Repubblica come Patrizia Prestipino (Pd) ha giudicato «giustissima la decisione del CIO di escludere gli atleti [disabili] della Russia e della Bielorussia dalle Olimpiadi».

È il tempo giusto per tracciare profili psicologici dei dissenzienti, identikit dei filorussi, liste dei “Putinversteher”, per mettere a tacere accademici e giornalisti se non raccontano la versione giusta della storia.

È il tempo giusto per isolare e discriminare chi non prende le distanze a comando dal cattivo di turno. Il tempo dei sinceri democratici.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2022/03/06/e-il-tempo-degli-identikit-dei-filorussi-delle-liste-dei-putinversteher/

La Russia e la Cina sono più forti dell’Occidente?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per www.informazionecattolica.it 

LA GUERRA IN UCRAINA STA DIMOSTRANDO L’INCONSISTENZA DELLE DEMOCRAZIE EUROPEE

La gestione dell’emergenza pandemica ha dimostrato l’impreparazione e, quindi, la debolezza delle democrazie europee, che hanno risposto con assurde restrizioni e grotteschi tentativi campione, malriusciti e ritirati. La guerra in Ucraina sta dimostrando, in più, l’inconsistenza delle democrazie europee e, in un certo senso, la debolezza degli Stati Uniti di Joe Biden, che si sono ritirati dall’Afghanistan in quel modo così disonorevole ed arrendevole da stupire la maggioranza degli osservatori internazionali. Perché la debolezza delle democrazie è data dal fatto che sono divenute plutocrazie, con la ricchezza in mano a pochi che comandano su molti. L’Enciclica di Pio XI Quadragesimo Anno (15 maggio 1931), nel condannare questo sistema, fu profetica quanto inascoltata.

Donald Trump ha rilasciato una dichiarazione che non lascia margini ad interpretazioni: “con la mia Presidenza non sarebbe accaduto niente. Abbiamo mantenuto sempre rapporti distesi e di collaborazione con la Russia“. Non solo: Trump ha previsto, anche, a ruota, l’invasione di Taiwan da parte della Cina, ovvero uno spostamento ad est dell’asse delle superpotenze, a scapito dell’Occidente, che, a furia di contar dollari sulla pelle dei popoli, non si è accorta dei cambiamenti in corso negli ultimi decenni, divenendo un autentico nano geopolitico.

Le dichiarazioni roboanti e le minacce di parte occidentale, capitanate dal Presidente Biden, dalla NATO e dall’ONU appaiono un modo per nascondere l’impossibilità di reagire alla Russia sia militarmente che attraverso una seria applicazione di sanzioni. Nessuno è disposto a morire per Kiev, così come nessuno è disposto a sacrificarsi per Taiwan. Costa troppo, sul piano economico e troppa è l’incertezza di finire in un altro Vietnam. Se Biden facesse applicare davvero pesanti sanzioni, si trasformerebbe nel nuovo Tafazzi, perché a pagarne il prezzo sarebbero i cittadini europei, a livello energetico. Chi si assume la responsabilità di far pagare 4.000 euro ogni 1.000 metri cubi di gas alle famiglie, come risposta alle sanzioni?

Il primo problema è la mancanza di indipendenza da parte dell’Europa, che, ora, può solo fare da scendiletto alla NATO, istituzione obsoleta, da sciogliere al più presto per ridare sovranità alle Nazioni europee e, quindi, libertà di scelta nelle politiche e nelle alleanze da seguire. Si nota come stranamente le sinistre riscoprano il valore della sovranità nazionale, se si tratta di difendere gli interessi americani in Ucraina, mentre la negano, in nome del globalismo, in ogni altro contesto. Il secondo problema, che è la diretta conseguenza del primo, è l’assoluta mancanza di una politica, anche militare, a livello europeo. L’Unione Europea appare esclusivamente un comitato d’affari dell’alta finanza internazionale, garante della moneta unica in una banca privata (BCE) che ha deciso di indebolire gradualmente il ceto medio di ogni Paese membro, producendo un generale aumento del costo della vita, sproporzionato rispetto al reddito e sbilanciato sull’età pensionabile. Tale impoverimento del ceto produttivo è una delle motivazioni della disaffezione elettorale, che, infatti, ha dato la maggioranza relativa al partito dell’astensionismo.

Di fronte a questo decadentismo, non possiamo dimenticare la dimensione religiosa. La secolarizzazione iniziata negli anni settanta, sta raggiungendo preoccupanti livelli di nichilismo dilaganti soprattutto nelle nuove generazioni. Un pensiero unico assai debole, ma largamente diffuso, accompagna il Vecchio Continente in un baratro di ignoranza, ipocrisie, cattiverie, relativismo ed egoismo che non hanno precedenti. La Russia e la Cina, al contrario, hanno mantenuto salde e forti le loro radici e le loro identità, divenendo grandi potenze economiche e militari globali.Dopo il 1991 il liberalismo ha vinto totalmente e si è affermato come la sola possibile ideologia politica su scala mondiale: oggi abbiamo un sistema politico ed economico liberale ed un sistema culturale e filosofico fondato sull’individualismo. Come ha detto Francis Fukuyama, “la storia del mondo è finita“, perché il liberalismo ha vinto, non ha più alternative e può quindi mostrare la sua natura totalitaria: questa è post-modernità. Il liberalismo, quindi, si afferma,  entro un “sistema chiuso”, come «l’emancipazione dell’individuo da tutti i legami con l’identità e con la collettività: è un processo che è iniziato con la “liberazione” dalle religioni, è proseguito con la “liberazione” dalla Nazione e poi dal genere sessuale ed, infine, verrà l’emancipazione dall’umanità stessa (transumanesimo postmoderno). Il liberalismo non è soltanto ideologia, ma anche l’essenza degli “oggetti”, il centro della realità, l’assenza di ogni trascendenza» (Alexander Gel’evic Dugin).

Le sanzioni alla Russia? Una farsa. Ecco la prova

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Durante il discorso Biden si è capito come le sanzioni a Mosca rischino di trasformarsi in una fragorosa farsa

La politica e le istituzioni accusano Mosca; Mario Draghi condanna l’aggressione dell’Ucraina; il Pd protesta davanti all’ambasciata russa; Joe Biden assicura che Vladimir Putin diventerà un “paria”; l’Europa s’indigna, promette che il presidente russo non la farà franca. Ma i partner dell’Ue sanno bene che potrebbero essere i primi a pagare il conto di una ritorsione. Ecco perché le sanzioni rischiano di trasformarsi in una fragorosa farsa. La prova? L’ha fornita Biden, durante il discorso di ieri sera.

L’inquilino della Casa Bianca ha confermato, infatti, che la Russia non sarà esclusa dal sistema di pagamento Swift. Di che si tratta? È un meccanismo – facente capo alla corporation belga Society for worldwide interbank financial telecommunication – che, in sostanza, definisce il sistema standard di messaggistica per le transazioni finanziarie. Una specie di alfabeto delle operazioni monetarie che si svolgono a livello globale e che consente i trasferimenti di denaro per via telematica: se sei fuori dal circuito, sei fuori da questo fondamentale complesso di scambi. Il motivo di tanta indulgenza? «Non è la posizione che il resto dell’Europa vuole assumere», ha spiegato il presidente americano. E quando dice «Europa», Biden intende, segnatamente, la Germania e l’Italia. Sono stati questi due Paesi i principali oppositori alla misura che pure Washington vorrebbe fosse presa in considerazione.

Il punto è che l’esclusione dal circuito Swift penalizzerebbe, sì, le banche russe, ma metterebbe in difficoltà anche i creditori europei, ai quali diventerebbe difficile recuperare il proprio denaro. Tant’è che l’austriaca Raiffeisen Bank international, sulla scia del panico provocato dalla crisi ucraina, aveva già accantonato dei fondi per fronteggiare un eventuale “default” di fatto dei crediti russi.
D’altro canto, il Paese dello zar Putin ha sviluppato un proprio sistema di pagamento (Mir), mentre la diversificazione delle relazioni commerciali e il record storico di riserve valutarie internazionali, raggiunto a novembre, metterebbero in teoria la Russia nella condizione di resistere, nel medio periodo, a un assedio occidentale.

È la dimostrazione che Putin si è preparato a questo tipo di rappresaglie da parte di Europa e Stati Uniti e, soprattutto, che l’Ue ha le armi spuntate, quando non a doppio taglio: capaci, certamente, di ferire Mosca, ma dannose anche per sé medesima. Ed è per questo che Berlino e Roma si sono opposte, almeno in prima battuta, alla cacciata dei russi dallo Swift, proprio come hanno preteso un atteggiamento prudente sul comparto energetico: senza il gas dell’autocrate del Cremlino, esauriremmo le nostre riserve nel giro di un paio di mesi.

Putin se la ride? Probabilmente. Ma di sicuro cominciano a fregarsi le mani anche a Pechino: non a caso, ieri Taiwan ha denunciato un’incursione aerea dei cinesi nei cieli dell’isola, minacciata dalle mire espansionistiche del Dragone. Se l’Occidente non è neppure in grado di reagire a un attacco sferrato dalla Russia nel cuore dell’Europa, con un pacchetto di sanzioni realmente “devastanti”, come le ha definite un balbettante Biden in conferenza stampa, come potrà difendere Taipei da un’aggressione di Xi Jinping, padrone assoluto del Mar Cinese?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/le-sanzioni-alla-russia-una-farsa-ecco-la-prova/

 

“E’ il nuovo 11 settembre”: parola di Enrico Letta (toglietegli il vino)

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di Adolfo Spezzaferro

Roma, 25 feb – “Questo momento, il 24 febbraio 2022 è il nuovo 11 settembre“: così Enrico Letta definisce la guerra in Ucraina. Con totale assenza del senso della misura e chiamando in causa uno scenario assolutamente fuori luogo, il segretario del Pd evoca l’attentato di New York forse per dire che Putin è il nuovo Bin Laden. E forse – peggio ancora – per dire che gli Usa, con l’Ue e la Nato, dovrebbero andare a fare la guerra in Russia come fu con l’Afghanistan dopo l’attentato alle Torri gemelle. Comunque la si mette, tuttavia, l’uscita del leader dem è a dir poco imbarazzante.

Per Enrico Letta la guerra in Ucraina “è il nuovo 11 settembre”

“Dobbiamo cambiare la bussola con cui abbiamo agito fino a oggi su questo tema. Due giorni fa, in questa Aula, e i toni erano ben diversi. Questo momento, il 24 febbraio 2022 è il nuovo 11 settembre, è il cambio del mondo, e quindi dobbiamo cambiare l’approccio”. Così Letta, intervenendo dopo l’informativa alla Camera del premier Mario Draghi sul conflitto tra Russia e Ucraina. “Il più importante principio è la difesa della libertà e della democrazia – prosegue Letta -. Ieri l’approccio di tutti noi era di limitare i danni il più possibile, oggi tutti insieme dobbiamo dire che Putin non deve vincere questa guerra, che è alla libertà e alla democrazia“.

Il segretario Pd con il suo “armiamoci e partite”

Sembra a tutti gli effetti un “armiamoci e partite”, quello di Letta. Il leader dem, deposti per un attimo gessetti colorati e bandiere della pace alla Coop, parla proprio di intervento militare a difesa dell’Ucraina. Per la pace, s’intende. Non sia mai che qualcuno possa pensare che a sinistra ci sono guerrafondai, tipo D’Alema con i bombardamenti sulla Serbia. Per carità.

Quello che fa specie è che mentre la Cina – non esattamente la comunità “Peace and Love” di San Francisco – chiede una soluzione diplomatica e invita al dialogo, Enrico Letta – tornato da Parigi per dettare l’agenda liberal del Pd – ora soffia sul fuoco della guerra. Invoca un “aiuto più concreto agli ucraini a difendersi dall’invasione russa. Non bastano le parole”. Diremmo che nel caso del segretario dem, le parole sono pure troppe.

Alternativa prende sul serio il leader dem

Infine, segnaliamo i deputati di Alternativa (gli ex M5S espulsi), che prendono sul serio Letta. “Anche solo ipotizzare una replica della fallimentare campagna in Afghanistan nei confronti della Russia è follia. Non è quella la strada da seguire e la storia ce lo ha insegnato. Evidentemente Letta e chi come lui blatera soluzioni di questo tipo non ha imparato nulla dalla storia. Se Putin ha innescato una nuova fase pericolosa della guerra ucraina, in corso dal 2014, non dovrà essere un Letta a farci trascendere verso una guerra totale“. Ma quando mai.

Impossibile non immaginarsi Letta a cavalcioni di una bomba atomica in stile Dottor Stranamore, ma con la bandiera arcobaleno sulle spalle.

Adolfo Spezzaferro

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/e-il-nuovo-11-settembre-parola-di-enrico-letta-toglietegli-il-vino-225265/

Cristianesimo senza miracoli e senza inferno

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di Gianfranco Amato

Per comprendere lo stato di crisi della Chiesa e della fede cristiana, è sufficiente leggere le dichiarazioni di alcune teologi á la page, e biblisti particolarmente popolari e apprezzati.

Tra questi spicca certamente Padre Alberto Maggi, religioso dell’Ordine dei servi di Maria, che vanta persino studi all’École biblique di Gerusalemme, l’istituto più prestigioso del mondo per chi intenda approcciarsi alle Scritture con rigore scientifico, e che da trent’anni resta saldo al timone dell’altrettanto prestigioso Centro Studi Biblici di Montefano. È pure un volto conosciuto ed apprezzato dal pubblico, grazie ai suoi commenti al Vangelo trasmessi da TV2000, l’emittente televisiva della Conferenza Episcopale Italiana.

Le ultime dichiarazioni pubbliche rese da Padre Alberto Maggi appaiono assai eloquenti sul citato stato della Chiesa e della fede cristiana.

Il noto teologo, infatti, ha iniziato col definire «pericoloso» lo stesso Libro sacro per i cristiani, ovvero la Bibbia, in quanto «capace di far perdere la fede, più che suscitarla». Per Padre Maggi, infatti, il contenuto di quel testo sacro in realtà narra «una storia poco avvincente di cui conosciamo già il finale e su cui pesano condizionamenti esterni che finiscono per farci pensare all’assurdità del suo racconto».

Una di queste assurdità, per Padre Maggi, è proprio il concetto di «inferno come luogo di dannazione eterna». Il teologo, infatti, sostiene che «nella Bibbia questa parola non compare, al suo posto c’è la dizione d’inferi quale regno dei morti», e precisa che «da pochi anni anche l’ultima edizione delle Scritture curata dalla Cei è stata corretta, ma, visto che prevale la logica del “si è pensato e fatto sempre così”, poco ci si adopera e cambiare la mentalità comune».

Per Padre Maggi, quindi, nessun è dannato per l’eternità al termine dei suoi giorni, fra pianti e stridor di denti. Sul punto, infatti, il teologo è tranchant: «Nessuno. Nei Vangeli semmai si parla di una vita biologica, che si chiude con la morte a cui segue o un’esistenza senza fine nello spirito per chi, credente o meno, abbia amato, oppure una morte seconda, definitiva». Insomma, l’inferno come lo intende il Magistero della Chiesa sarebbe in realtà vuoto. Questa è un’idea molto più di diffusa di quanto si possa immaginare soprattutto nei seminari e nelle scuole teologiche. Oltre che tra alcuni autorevoli esponenti delle gerarchie ecclesiastiche. E ciò nonostante le chiare e inequivocabili parole dello stesso Gesù Cristo, citate nel Vangelo di Matteo: «E questi se ne andranno al castigo eterno, i giusti invece alla vita eterna» (Mt 25,46). Ma si sa, come ha spiegato il Generale dei gesuiti Padre Arturo Sosa Abscal ai tempi di Gesù «nessuno aveva un registratore per inciderne le parole», e dunque, in mancanza di certezze, occorre contestualizzare, relativizzare e procedere secondo il metodo del discernimento.

Il nostro Padre Alberto Maggi ne ha pure per i miracoli evangelici: «Anche questa parola è estranea ai Vangeli. Gesù ha compiuto dei segni per favorire la fede, non ha stravolto le leggi della fisica». E per spiegarlo cita l’episodio della resurrezione di Lazzaro, chiarendo bene che esso ha un suo «significato teologico, non storico­». E a chi gli obietta che togliendo inferno e miracoli si rischia di annacquare il messaggio cristiano, il nostro teologo risponde così: «Tutt’altro, lo si purifica da un’esegesi letteralista incapace di cogliere il reale messaggio liberante di Dio».

Per avere un quadro completo della situazione, è utile ricordare anche il fatto che lo stesso Padre Maggi sia stato uno dei primi accaniti sostenitori della chiusura delle chiese difronte all’emergenza Covid-19. Una circostanza non casuale. Ricordiamo bene quando disse, per esempio, che «la libertà di culto tanto sbandierata è essere responsabili della salute delle persone, non di infettare la gente». E ricordiamo altrettanto bene un’altra sua celebre affermazione: «La salute delle persone è molto più importante di una celebrazione». Nessun anticlericale mangiapreti è arrivato a tanto. Evidentemente ci voleva un teologo e biblista del calibro di Maggi, il quale ha voluto comunque precisare il senso della sua frase in questi termini: «La verità è che senza lavoro non si campa, senza culto si campa benissimo; questa è una cosa importante, anche se mi sembra ovvia: senza lavoro non si può andare avanti, senza la celebrazione della Messa si campa ugualmente bene, c’è tanta gente che non partecipa mai all’eucaristica e vive lo stesso». Forse bisognerebbe ricordare l’ammonimento evangelico che «non di solo pane vive l’uomo», ma qui torneremmo al problema del registratore sollevato dal Generale dei gesuiti.

L’Idiota di Dostoevskij è sempre attuale

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/02/21/lidiota-di-dostoevskij-e-sempre-attuale/

LA GENERAZIONE CONTEMPORANEA CHE NON CREDE IN NULLA

Esistono dei grandi scrittori, intellettuali e pensatori che hanno lasciato alle generazioni future degli autentici tesori senza tempo. Parlo di ricchezze immortali perché prendono in considerazione pregi e difetti dell’umanità, fornendo risposte originali o, in alcuni casi, addirittura profetiche. E’ questione di capacità e dono di saper guardare oltre la punta del proprio naso per fornire un’ analisi precisa, condivisibile o meno, ma ricca di spunti di riflessione.

Nella mentalità contemporanea l’uomo si fa Dio e mette il Trascendente nel cassetto. Domenico Cavalca, nel suo Specchio di croce dice che “molto più conosce Iddio un santo idioto, che un savio peccatore“.

Vittorio Strada produce un saggio introduttivo al romanzo “L’Idiota” di Fedor Dostoevskij assai efficace e sempre attuale nell’antropologia di tutti i tempi. Il testo inizia con una famiglia di proprietari terrieri di Pietroburgo, andata in rovina, perché il padre ha dissipato tutte le sue sostanze all’estero e la madre ha sperperato tutto, gettandosi tra le braccia del fidanzato della figlia, “un ufficiale che dà soldi a prestito” e dello zio “usuraio che vive in solitudine”. Dei tre figli, la donna suona il piano, il Bello è il cocco della madre, menre il minore è detestato e soprannominato “l’idiota”. Uomo di smisurato orgoglio e violente passioni, questo “idiota”, è capace di grandi azioni e grandi abiezioni.

Questo personaggio, per il grande scrittore russo, rappresenta la forza, la passione della generazione contemporanea che non crede in nulla. Da un lato presenta uno smisurato idealismo e dall’altro uno sconfinato sensualismo. Dostoevskij vede nel socialismo il male dell’uomo perché conclude la presunta felicità dell’essere nell’effimero materialismo. Per lui, l’uomo non è sulla terra per questa limitante finitezza, ma per svilupparsi, da essere non compiuto, ma di transizione, totalmente privo di senso se non avrà una vita futura dopo la morte. La vita diviene, così il Vangelo di una catastrofica Passione e l’Apocalisse di una serena Tragedia.

Il protagonista del celebre romanzo, il principe Lev Myshkin, è l’incarnazione dell’uomo ideale. “L’idea di Dostoevskij era quella di rappresentare l’uomo perfetto, amato e benvoluto da tutti, capace di comprendere gli altri in un mondo fatto di persone malvagie e meschine”, si legge sull’autorevole portale online di letteratura “Polka”.

Dostoevskij voleva rappresentare Myshkin come “il principe Cristo” e il ritratto che ne deriva è davvero quello di un Cristo del XIX secolo: una figura carica di amore e perdono, lontano dai sentimenti di rabbia e odio.

Ma le persone che lo circondano iniziano a prenderlo per un imbecille, un idiota. Credenze alimentate anche dal fatto che egli soffre di alcuni problemi di salute.

In filigrana alle vicende di questi personaggi riusciamo così ad intravvedere i segni di una Russia che sta cambiando, simboleggiati dall’insoddisfazione di Aglaja e dalle letture pericolose fatte da lei e dalle sorelle, ma anche dalle numerose parentesi aperte continuamente nel romanzo dai vari personaggi secondari, in primo luogo Ippolit, simbolo di una gioventù che cerca un ordine nuovo denigrando a priori tutto l’esistente.

Dostoevskij chiude il romanzo insoddisfatto per la riuscita del suo progetto. Il suo idiota però verrà assorbito dalla cultura novecentesca diventando simbolo di un impossibile compromesso tra l’uomo e le pressioni della società.

Lettura limitata, in fondo, se è vero che il principe ha dei connotati innegabilmente cristologici, e la sua parola di compassione, intesa come assumere, volontariamente e responsabilmente, su di sé la sofferenza altrui, era – ed è ancora – una parola di rivoluzione, che tentava di dare una risposta ad un mondo che invece vive di violenza e sopraffazione reciproca. Una parola che andrebbe recuperata, e che potrebbe forse rivelarsi l’arma più vera di cui disponiamo.

Il partito guerrafondaio e nemico del Popolo

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di Antonio Catalano

Fonte: Antonio Catalano

Non c’era bisogno della famosa zingara per indovinare: il PD rappresenta il partito che, senza far passare un minuto, dichiara con il suo magnifico Letta che non c’è da perdere tempo, che non rimane altro da fare che subitaneamente allinearsi ai voleri americani, spingere quindi su sanzioni e guerra. Offrendo, di conseguenza, uno scenario al nostro Paese di disastro energetico e catastrofe economica, che naturalmente dovrà scaricarsi sui ceti produttivi e popolari.
Non che gli altri partiti abbiano applaudito Putin, tutti condannano il riconoscimento degli stati del Donbass, dimenticando (?) che per il Kosovo questa attenzione non è stata usata. A proposito del Kosovo, forse non tutti sanno che ben 95 (su 193) membri dell’Onu non lo riconoscono come stato indipendente, e tra questi vi sono 5 (su 27) dell’UE (Spagna, Cipro, Romania, Grecia e Slovacchia). Queste altre forze politiche, comunque, chi in un modo chi in un altro, esprimono una certa titubanza a spingere sull’acceleratore, dichiarando (naturalmente sempre in regime di sudditanza atlantica) di voler privilegiare l’interlocuzione e una via d’uscita diplomatica.
Il PD invece non ha dubbi, mostra di essere il più coerente e agguerrito rappresentante degli interessi americani in Italia. Nell’intervento finale alla Direzione del PD il suo segretario Letta dichiara con schiuma alla bocca: «Il Parlamento si riunisca il più rapidamente possibile e l’Italia rigetti questa scelta e chieda all’Unione europea di prendere le decisioni conseguenti, le più dure possibili. Perché se la legge del più forte, se la legge della jungla diventa la legge con la quale si stabiliscono i confini in Europa, per noi questo è inaccettabile. Il PD chiede al Governo di portare in sede europea tutta l’indignazione e la condanna dell’Italia. Chiede all’Europa di reagire: non all’acqua di rose come ogni tanto è capitato in questi anni ma di reagire con durezza rispetto alla scelta che rappresenta un cambio completo di paradigma della storia europea».
Questi guerrafondai parlano di legge del più forte, di legge della jungla… come se non avessero sempre appoggiato le più vili aggressioni a stati sovrani; come è successo in Afghanistan, in Iraq, in Siria, in Libia, solo per citarne alcuni, ma senza dimenticare l’infamia della partecipazione della nostra aviazione ai bombardamenti della Serbia nel 1999, con D’Alema presidente del consiglio. Reclamano decisioni le più dure possibili.
Capito di chi stiamo parlando? Di un partito che si fa tutt’uno con le ragioni del suo stato di riferimento (Usa), che, con la maschera del democratico Biden, ringhia rabbioso, ben consapevole che la fase della supremazia americana appartiene alla storia. Naturalmente, questo farsi tutt’uno diventa “naturale” quando sono i dem lì a governare, con ciò confermando che l’avversione a Trump scaturiva non dal fatto che questi fosse troglodita sessista e omofobo (vale per i fessi), ma dal fatto che, in quanto repubblicano, Trump esprimeva una minore propensione ad avventurarsi fuori del tradizionale cortile di casa.
Sappiamo chi è il pericolo principale in casa nostra!

La trappola

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di Marco Tarchi

Fonte: Diorama letterario

Lo aveva detto subito dopo l’elezione: gli Stati Uniti d’America avrebbero riaffermato la guida dei loro alleati «con la potenza e con l’esempio». Il programma di Joe Biden era chiaro: chiudere la parentesi trumpiana di relativa concentrazione sullo scenario interno e riannodare le fila di quell’interventismo a vocazione egemonica che è il marchio di fabbrica degli States da un secolo a questa parte. È bastato un anno, dopo il momentaneo sbandamento sullo scenario afghano – che ormai faceva da ingombro, con le sue troppe complicazioni, alla direttrice di marcia dell’offensiva programmata –, per capire che l’inquilino della Casa Bianca, malgrado le malferme condizioni di salute su cui molto si è speculato, faceva sul serio.
Ogni occasione per lanciare sfide ai potenziali concorrenti al dominio planetario è stata colta. Come c’era da aspettarsi, il bersaglio principale dell’offensiva propagandistica è stata la temutissima Cina, accusata secondo uno spartito ormai abituale, di violazione dei diritti umani. Avendo diminuito la sua efficacia il richiamo alle vicende tibetane, non più in evidenza nelle agende dei media e delle pubbliche opinioni, è entrata in scena la persecuzione degli uiguri, a suon di rivelazioni e inchieste finite in prima pagina anche su giornali – come il quotidiano francese Libération – che avevano inaugurato le pubblicazioni all’insegna dell’elogio della Cina maoista e perseverato per decenni a prendere di mira le malefatte di quello che ancora chiamavano imperialismo americano. A latere, il dito è stato puntato anche sugli appetiti nutriti dal Dragone in merito all’isola di Taiwan, descritta come sul punto di essere fagocitata a suon di bombardamenti aerei e navali. E ovviamente ognuna di queste campagne è stata seguita e spalleggiata dalle comparse del coro occidentalista, pronti a rilanciare sul terreno delle analisi geopolitiche, economiche e persino ambientali il Leitmotiv del pericolo giallo e delle terribili insidie celate nel progetto della Via della seta. La spoliazione delle risorse di materie prime africane e latinoamericane ad opera degli emissari di Xi Jinping si è così aggiunta alla lunga lista delle malefatte del grande paese d’Oriente, già responsabile di una troppo folgorante ascesa commerciale e produttiva.
Malgrado gli sforzi profusi su questo versante da politici, “esperti” e giornalisti, l’allarme sulla minaccia cinese al “mondo libero” non ha però avuto gli effetti sperati al di fuori dei confini degli Usa. Troppo lontano, il colosso asiatico, per turbare i sonni del cittadino medio europeo. E troppo flemmatiche ed elastiche, come da lunga tradizione del paese, le repliche degli accusati per offrire pretesti ad ulteriori intemerate di Washington. Meglio, allora, andare alla ricerca di un caso più adatto ad infiammare gli spiriti degli alleati-sudditi d’Oltreoceano. La Russia faceva perfettamente alla bisogna: un leader descritto da sempre come un autocrate cinico, astuto e spietato, sospettato di avvelenare i dissidenti; un paese in crisi economica ma capace di sviluppare un apparato militare sempre più sofisticato e di riassumere un ruolo di potenza anche grazie ad una incisiva proiezione sullo scenario mediterraneo e mediorientale (caso siriano in primo luogo); una diplomazia attiva su più fronti e impegnata a tessere legami più stretti con Pechino. Ed è stato quasi automatica riportarla in primo piano nello schema di rinnovata guerra fredda che gli strateghi nordamericani hanno elaborato.
La Nato, come sempre e soprattutto come avviene dal 1989 in poi, è stata lo strumento privilegiato della manovra, con il suo costante allargamento ad Est. L’Ucraina il pretesto ideale. Non occorreva una mente fine per prevedere che la minaccia del dispiegamento dell’apparato militare occidentale sui confini russi – inevitabile conseguenza dell’inclusione di Kiev nell’alleanza atlantica – avrebbe suscitato l’immediata reazione di Mosca. E che questa sarebbe stata sfruttata, stanti i precedenti di Crimea e Donbass, per gridare alla “aggressione” preordinata dal Cremlino e istigare i sentimenti e pregiudizi antirussi diffusi sul continente europeo, specialmente sul lato orientale.
Come è noto anche a chi non ha mai messo piede in un casinò, alla roulette non conviene puntare contemporaneamente sul rosso e sul nero: la perdita è sicura. Nel gioco bellico statunitense, non è stato così. Orchestrare un’isterica campagna propagandistica sul rischio imminente (addirittura fissato in un giorno preciso: il “fatidico” 16 febbraio) di un’invasione del territorio ucraino, con il contorno di apocalittici bombardamenti, stragi di civili ed esodi di massa, avrebbe portato comunque frutti cospicui. Dando per certo (l’ha detto la Cia…) il conflitto, se l’attacco ci fosse stato, gli Usa sarebbero passati da vigili guardiani dell’ordine planetario e baluardo della democrazia contro l’espansionismo dell’orso/orco moscovita. Se non ci fosse stato, si sarebbero potuti intestare il merito di averlo preventivamente stoppato, intimidendo il nuovo Zar e suggerendogli il ritiro delle truppe dai confini ucraini grazie allo spauracchio delle “dure” sanzioni. In entrambe le ipotesi, avrebbero ulteriormente rafforzato il proprio ruolo e la propria immagine a livello planetario, dimostrandosi in grado di mettere in riga per l’ennesima volta i governi europei, costringendoli a seguire ciecamente le loro direttive. E puntando a negoziare con la Russia un congelamento delle ipotesi di adesioni di Kiev alla Nato in cambio di un rallentamento o raffreddamento degli accordi con la Cina.
La trappola, insomma, è stata ben congegnata. E, come sempre, ha messo in chiaro l’incapacità – e soprattutto la mancanza di volontà – dell’Unione europea di svincolare le proprie sorti ed i propri interessi dai desiderata del Grande Fratello d’oltreoceano. La pantomima delle “mediazioni” di Francia o Germania non nasconde questa triste realtà. Alla quale è indispensabile oppure, in un’epoca in cui altro non sembra possibile fare, quantomeno un’inflessibile resistenza interiore, continuando ad esprimere in ogni sede il rifiuto della strategia, della mentalità e della cultura occidentalista.

 

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