Povera Italia! Tutto quello che esula dalla narrazione imposta è “putinismo”

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di Dalila Di Dio

LICIA RONZULLI, SENATRICE TUTTOLOGA IN QUANTO POSIZIONATA DALLA PARTE GRADITA AL MAINSTREAM, È LIBERA DI PROPINARE AI TELESPETTATORI SPAVENTOSE ABERRAZIONI…

«Intanto devo fare delle premesse: che parlo a titolo personale, che non rappresento nessuno, che condanno la Russia e che sono schierato dalla parte dell’Ucraina. Penso che quando un professore universitario prima di parlare deve fare tutte queste premesse, non penso che sia un bel clima…».

Con queste parole il professore Alessandro Orsini ha aperto il suo intervento giovedì sera, ospite di Piazza Pulita su La7.

No, non è un bel clima. Non è affatto un bel clima quello in cui, a un accademico di incontestata competenza, è consentito esprimere il proprio pensiero solo previe premesse.

La storia ricorda un po’ quella di chiunque, fino a un paio di settimane fa, volesse esprimere una posizione contro l’aberrazione del green pass: «premetto che sono vaccinato e credo ne #LaScienza» era il mantra. E, ora come allora, la premessa non serve affatto ad avvalorare la tesi proposta dal malcapitato di turno ma è più un tentativo di mitigare la reazione di parte avversa, di contenere la violenza di quelli che, ineluttabilmente dalla parte giusta, con la laurea in niente spiegavano, allora a medici e docenti di diritto e oggi ad esperti di geopolitica di chiara fama, che si sbagliano perché tutto quello che esula dalla narrazione imposta è complottismo, terrapiattismo, negazionismo, putinismo.

Peccato che, mentre al professore Orsini vengono richieste le premesse di cui sopra, altrove senatrici tuttologhe Licia Ronzulli siano libere di scorrazzare per le televisioni nazionali ciarlando di guerra e geopolitica ed affermando che «è inutile cercare le motivazioni della guerra in Ucraina nella storia». Una visione illuminante, quella della senatrice forzista, che in quanto posizionata dalla parte gradita al mainstream è libera di propinare ai telespettatori spaventose aberrazioni, senza che alcuno osi alzare il ditino per domandarle dall’alto di quali studi e con quali competenze affermi ciò che afferma.

Dopotutto, stiamo affrontando una delle crisi geopolitiche più gravi di sempre avendo al comando della nostra diplomazia Giggino Di Maio, che forte delle sue competenze maturate nel corso dei suoi studi al Liceo Classico Vittorio Imbriani di Pomigliano D’Arco, dopo aver definito Putin peggio di un animale, sentenzia: «dobbiamo indebolire pesantemente Putin e l’economia russa. Ben venga il quarto pacchetto di sanzioni, che stanno avendo un impatto clamoroso. Praticamente quando dicono che pagano solo in rubli significa che c’è già stato il default. Quanto più li indeboliamo, tanto più Putin avrà difficoltà a sostenere guerre».

Non ha bisogno di premesse, Di Maio. Lui che, purtroppo, parla a nome di una intera nazione, può andare a ruota libera senza dover premettere alcunché e senza dover spiegare come sia pervenuto alla conclusione che «praticamente quando dicono che pagano solo in rubli significa che c’è già stato il default».

Non deve neppure spiegare se ha capito che non sta giocando a Risiko. Nessuno gli domanda come intenda far fronte ai disastri che le scelte sue e del governo di cui si fregia di far parte stanno già causando all’economia italiana e alle tasche dei cittadini già in ginocchio dopo due anni di restrizioni.

A chi sta dalla parte giusta non sono richieste premesse, non è richiesto di offrire prova della propria competenza, non è domandato, a ben vedere, neppure di pensare. Già, pensare. «Siamo pagati per pensare» ha sostenuto, visibilmente provato dalle pressioni subite, Orsini.

Una affermazione deflagrante e rivoluzionaria in un tempo in cui la verità ci viene servita ogni mattina, tostata e imburrata, e alla gente è richiesto solo di mandarla giù.

Pensare. Interrogarsi. Capire che la posta in palio è altissima, che questa non è una guerra in cui un pazzo cattivo ha invaso un paese pacifico e inerme ma è il punto di rottura di una lunghissima partita geopolitica il cui approdo era chiaro e prevedibile da tempo.

Pensare. Interrogarsi. Capire perché dopo otto anni di massacri in Donbass l’occidente si sia accorto solo oggi dei profughi e dei bambini morti.

Pensare. Interrogarsi. Capire chi può trarre vantaggio a costo zero dal protrarsi di un conflitto nel cuore dell’Europa.

Pensare. Interrogarsi. Capire.
Una vera rivoluzione, in un sistema che ti consente di parlare solo dopo le dovute premesse.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2022/03/13/povera-italia-tutto-quello-che-esula-dalla-narrazione-imposta-e-putinismo/

Non si può tacere sul Donbass e sulle responsabilità di Stati Uniti e Nato sull’Ucraina

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Questo articolo è stato ripreso dal blog del vaticanista Marco Tosatti “Stilum Curiae” il 10/03/2022:

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, mi sembra interessante portare alla vostra attenzione e rilanciare questo commento di Matteo Castagna su InFormazione Cattolica, che ringraziamo per la cortesia, Buona lettura e riflessione. 

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/03/07/solo-i-moderni-farisei-possono-tacere-sul-donbass-e-le-responsabilita-di-usa-e-nato/ 

È SINISTRA UNA MORALE CHE VEDE MORTI DI SERIE A E MORTI DI SERIE B

A emergenza sanitaria non ancora conclusa, è iniziata una guerra dalla portata incerta, i cui venti sembrano minacciare tutto l’Occidente, che ha ragioni profonde. E’ l’implosione del liberal-capitalismo, nichilista e ateo.

In questo periodo è difficile orientarsi, soprattutto perché l’informazione è viziata dalla propaganda, come sempre è avvenuto nel corso della storia. La tendenza dei media mainstream è quella consueta che mira a avvelenarla al fine di creare due opposte tifoserie. In tale contesto, dove le responsabilità sono maggiori, l’ipocrisia viene amplificata da un sinistro pacifismo pieno di retorica, cui segue il destro opportunismo del pensiero debole, pieno di sudditanza culturale e politica, che si traduce nell’ignoranza della verità dei fatti, funzionale agli interessi del più forte. La cosiddetta Destra vive nella cappa, per dirla con Marcello Veneziani, senza avere una propria visione organica e strutturata della geopolitica.

La persona ragionevole dovrebbe trovare un punto di equilibrio nell’analisi degli avvenimenti, sapendo inserirli in una visione del mondo chiara e precisa. E’ superficiale ritenere che questa guerra sia solamente frutto di questioni economiche. E’ fuorviante guardare all’oggi con i parametri del secolo scorso, perché il terzo millennio ha cambiato ogni paradigma. E’ sciocco esaltare la guerra per il carico di morte e sofferenze che provoca ma è miope schierarsi senza conoscere, affidandosi ad artefatti stereotipi, figliastri della peggior falsificazione della realtà per accreditarsi ai tavoli che contano. I vassalli e i servi rimarranno sempre tali, anche se sposano la causa di una Superpotenza.

In ambiente cattolico si sente la mancanza della lungimiranza e della saggezza di Pio XI e di Pio XII. In alcuni luoghi di culto sono tornate le bandiere della pace a primeggiare sugli stendardi di Cristo Re. C’è un diffuso adeguamento alle logiche del Pensiero Unico perché, nel breve termine, è sempre più comodo. Ma davvero il Magistero Perenne ci insegna ad essere pacifisti? Dalla Bibbia, dalla Tradizione e da alcuni documenti della Chiesa risulta senza dubbio che un cattolico non può ritenere che la guerra come tale è contro la legge di Dio e cattiva in se stessa.

La questione morale è ottimamente proposta da Sant’Agostino e chiaramente elaborata da San Tommaso d’Aquino. Affinché sia lecita è richiesto: 1) che sia fatta dalla persona che detiene la massima autorità nello Stato. 2) che non sia condotta per motivi personali cattivii (vendette, conquiste, ambizioni ecc.) ma, 3) per salvaguardare i propri diritti contro il popolo che li viola o li ha violati. Lo scopo della guerra moralmente buona è il mantenimento della giustizia e, quindi, la pace.

L’errore più grande è credere che sbagli chi dichiara guerra perché disturba la pace. La colpa è di colui che ha commesso delle violazioni dell’ordine giuridico e così ha reso necessario che l’altro dichiari la guerra. Come riconosce, però, il Dizionario di Teologia Morale dei cardinali Roberti e Palazzini “la pace è basata sulla giustizia. Chi sconvolge la base, sconvolge l’edificio che poggia su di essa” (Editrice Studium 1955, riedizione Effedieffe 2019).

A tal proposito, solo i moderni farisei possono aver taciuto la terribile situazione del Donbass per ben 8 anni e le grandi responsabilità di Stati Uniti e NATO nel conflitto. E’ sinistra una morale che vede morti di serie A e morti di serie B. La guerra giustamente dichiarata impone delle regole a tutela dei civili, dei bambini, dei prigionieri, obbligando i belligeranti di ogni grado all’obbligo severo di non recare a qualsiasi persona, anche al nemico, danni inutili. I trattati internazionali perdono molto valore ed efficacia quando non tutti i governanti hanno lo stesso sentimento morale riguardo al rispetto del diritto. Esso non può essere grande ove non esiste pietas e soprattutto ove non vi sia la fede soprannaturale in Dio.

Ha scritto il più importante intellettuale russo contemporaneo, Alexandr Dugin: “questa non è una guerra con l’Ucraina. E’ un confronto con il globalismo come fenomeno planetario integrale. E’ un confronto a tutti i livelli – geopolitico e ideologico. La Russia rifiuta tutto nel globalismo – unipolarismo e atlantismo da un lato, liberalismo, anti-tradizione, tecnocrazia dall’altro. E’ chiaro che tutti i leader europei fanno parte dell’élite liberale atlantista. E noi siamo in guerra esattamente con questo. […] L’Occidente moderno dove trionfano i Rothschild, Soros, Shwab, Bill Gates e Zuckerberg, è la cosa più disgustosa della storia del mondo. Non è più l’Occidente della cultura mediterranea greco-romana, né del Medioevo cristiano e nemmeno il ventesimo secolo violento e contraddittorio. E’ un cimitero di rifiuti tossici della civiltà, è anti-civilizzazione“.

Per Dugin è necessario tornare alle radici comuni del vero Occidente classico-cristiano, che sono rimaste in Russia e rigettate progressivamente nei secoli da questa Europa. Più in generale, traendo spunto dalle riflessioni dell’intellettuale russo, questa guerra non è la rottura con l’Europa, ma con questo Occidente scristianizzato e degenerato. Chi vuole un’Europa dei Popoli, libera, sovrana, indipendente, legata alla tradizione dovrebbe dunque contribuire a “rovesciare la giunta globalista antinazionale e costruire una vera casa europea, un palazzo europeo, una cattedrale europea“.

Onore all’Ucraina e al cardinale Josyf Slipyi, nel 130esimo anniversario della sua nascita (1892-2022)

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Segnalazione di Corrispondenza Romana

del Prof. Roberto De Mattei

Vi sono uomini che incarnano le virtù e i valori più profondi di un popolo. Tale fu il cardinale Josyf Slipyj, arcivescovo maggiore di Halyč e di Leopoli degli Ucraini, di cui ricorre il 130esimo anniversario della nascita, proprio mentre la sua terra natale conosce una nuova immane tragedia.

Nato 17 febbraio 1892 a Zazdrist, nell’Ucraina occidentale, a diciannove anni Josef Slipyj entrò nel Seminario di Leopoli, dove fu ordinato sacerdote il 30 settembre 1917 e poi inviato a Roma per completare i suoi studi presso l’Istituto Orientale e l’Università Gregoriana. Nel 1925 venne nominato Rettore del seminario di Leopoli e nel 1929 dell’Accademia teologica della stessa città. L’Ucraina intanto era caduta sotto il giogo sovietico e Stalin, tra il 1932 e il 1933, requisì tutta la produzione agricola per imporre la collettivizzazione forzata del paese attraverso la carestia, conosciuta come Holodomor (cfr. Anne Applebaum, La grande carestia. La guerra di Stalin all’Ucraina, tr. it. Mondadori, Milano 2019).

Mentre si avvicinava la guerra, il metropolita greco-cattolico dell’Ucraina Andrej Szeptycki (1865-1944), che lo aveva avviato al sacerdozio, lo richiese a Pio XII come suo coadiutore con diritto di successione. Così, nel 1939, mons. Josef Slipyj venne nominato esarca dell’Ucraina orientale e alla morte del metropolita Szeptycki, il 1° novembre 1944, divenne Capo e padre della Chiesa cattolica ucraina. Era un momento terribile per il suo Paese, stretto tra la morsa dei nazisti e dei comunisti. L’11 aprile 1945 il metropolita Slipyj venne arrestato dai sovietici e condannato a otto anni di lavori forzati nei gulag, mentre veniva inscenato un Sinodo illegale che proclamava la “riunificazione” della Chiesa cattolica ucraina con il Patriarcato ortodosso di Mosca, dominato dal regime sovietico. Le chiese dei greco-cattolici, circa 3.000, vennero date agli ortodossi e quasi tutti i vescovi e i sacerdoti furono uccisi o incarcerati. Nel 1953 l’arcivescovo Slipyj subì una seconda condanna a cinque anni di Siberia e nel 1958 una terza a quattro anni di lavori forzati. Nel 1962, a settant’anni, patì la quarta condanna, consistente nella deportazione a vita nel durissimo campo di Mordovia. In tutto, l’eroico presule passò 18 anni nelle carceri e nei gulag.

Il padre gesuita Pietro Leoni (1909-1995), sopravvissuto ai lager sovietici, descrivendo gli orrori del campo di transito di Kivov, racconta che un giorno alcuni detenuti furono introdotti nella sua cella. “Sull’imbrunire mi sentii chiamare da una voce sconosciuta: un uomo anziano, con la barba, stava in piedi davanti al mio posto; mi porse la mano presentandosi: Giuseppe Slipyj. Fu allo stesso tempo una gioia e un dolore sapermi insieme al mio metropolita” (Mons. Giovanni Choma, Josyf Slipyj, padre e confessore della Chiesa ucraina martire, La Casa di Matriona, Milano 2001, p. 68).

Pio XII intervenne ripetutamente in favore degli ucraini e del loro metropolita incoraggiandoli a resistere alle persecuzioni, soprattutto con l’enciclica Orientales Omnes Ecclesias del 23 dicembre 1945. Tuttavia, nel 1958, dopo la morte di Pio XII, i rapporti tra la Russia e il Vaticano iniziarono a mutare. Quando Giovanni XXIII annunciò il Concilio Vaticano II, volle che ad esso partecipassero i rappresentanti del Patriarcato di Mosca. Le autorità del Cremlino imposero come condizione il silenzio del Concilio sul comunismo. Un accordo segreto fu siglato, nell’agosto del 1962, nella cittadina francese di Metz tra il cardinale Tisserant, rappresentante del Vaticano, e il vescovo ortodosso Nikodim da parte russa. La grande assemblea convocata per discutere sui problemi del proprio tempo avrebbe taciuto sulla maggiore catastrofe politica del Novecento (R. de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai, Lindau, Torino 2010, pp. 174-177).

In quegli anni i gulag comunisti pullulavano di prigionieri per motivi religiosi, specialmente della Chiesa cattolica ucraina. Sarebbe stato uno scandalo se nell’aula del Concilio fossero stati assenti i vescovi vittime della persecuzione e presenti invece gli esponenti del Patriarcato di Mosca, che appoggiavano i carnefici. Fu svolta dunque una trattativa tra la Santa Sede e il Cremlino, per permettere al metropolita Slipyj di partecipare al Concilio. Il capo della Chiesa ucraina non voleva abbandonare il suo paese, ma ubbidì al Papa e prima di lasciare Mosca consacrò clandestinamente vescovo il sacerdote redentorista ucraino Wasyl Welyckowskyj.

Giunse a Roma il 9 febbraio 1963, ma non tacque. L’11 ottobre 1963 Slipyj intervenne in Concilio parlando della testimonianza di sangue della Chiesa ucraina e proponendo di elevare la sede di Kiev-Halyč al rango patriarcale. Egli ricorda di aver rivolto questa richiesta numerose volte a Paolo VI ma di avere sempre ricevuto un diniego per ragioni politiche. Il riconoscimento del Patriarcato ucraino avrebbe infatti ostacolato l’Ostpolitik e il dialogo ecumenico con la chiesa ortodossa di Mosca (Memorie, Università Cattolica Ucraina, Leopoli-Roma 2018, pp. 512-513). Però, il 25 gennaio 1965 fu creato cardinale da papa Paolo VI, che elevò la Chiesa greco-cattolica ucraina al rango di Arcivescovato maggiore di Leopoli degli Ucraini.

Fra il 1968 e il 1976, malgrado l’età avanzata, il cardinale Slipyj intraprese lunghi e faticosi viaggi presso le comunità della diaspora ucraina nelle Americhe, in Australia e in Europa, continuando a svolgere il ruolo di Pastore del suo popolo. Nel 1976 lanciò un appello alle Nazione Unite in favore delle vittime del comunismo e nel 1977, in un drammatico intervento presso il Tribunale Sakharov, denunciò ancora una volta la persecuzione religiosa in Ucraina.  Il mondo guardava a lui e al cardinale József Mindszenty (1892-1975) come a due grandi testimoni della fede cattolica nel Novecento.

Per assicurare il futuro della Chiesa ucraina, il cardinale Slipyj non arretrò di fronte a gesti estremi. Peter Kwasniewski ha recentemente ricordato come il 2 aprile 1977 egli ordinò clandestinamente tre vescovi, senza l’autorizzazione di Paolo VI, incorrendo automaticamente nelle censure canoniche previste dal can. 953 del Codice allora vigente. Però, a differenza di quanto accadrà per mons. Marcel Lefebvre, scomunicato nel 1986 per la stessa infrazione della legge canonica, nessuna misura scattò ipso facto, nei confronti del cardinale Slipyj (http://blog.messainlatino.it/2021/10/card-wojtya-disobbedi-al-papa-al-pari.html). Uno dei vescovi da lui ordinati era mons. Lubomyr Husar (1933-2017), che Giovanni Paolo II nominò, dopo Slipyj, arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica e cardinale. A lui successe come primate Svjatoslav Ševčuk, che si trova in questo momento sotto le bombe nella città assediata di Kiev. Nel 2004 la sede dell’arcivescovato maggiore è stata trasferita a Kiev e ha mutato il proprio nome in quello attuale di Kiev-Halyč.

Il cardinale Josef Slipyj morì in esilio a Roma a novantadue anni il 7 settembre 1984 ed è ora sepolto a Leopoli, nella cripta della cattedrale di San Giorgio, accanto al metropolita Andrej Szeptycki. Giovanni Paolo II lo definì «uomo di fede invitta, pastore di fermo coraggio, testimone di fedeltà eroica, eminente personalità della Chiesa» (L’Osservatore Romano, 19 ottobre 1984).

Mentre l’identità religiosa e politica della sua terra è ancora una volta brutalmente calpestata, la memoria dell’eroica resistenza del cardinale Josyf Slipyj ci aiuta a confidare nel futuro dell’Ucraina. Kiev fu il luogo della conversione del popolo russo alla Chiesa cattolica, e da Kiev, non da Mosca, è destinata a partire la seconda grande conversione della Russia annunciata dalla Madonna a Fatima. Del messaggio di Fatima il cardinale Slipyj fu un grande zelatore. Nel 1980 egli presentò a Giovanni Paolo II due milioni di firme raccolte dall’Armata Azzurra, insistendo in un lungo colloquio con il Papa sulla necessità di consacrare la Russia al Cuore Immacolato di Maria (John Haffert, Dear Bishop! Memoirs of the Author concerning the History of the Blue Army, AMI International Press, Washington 1982, p. 229). Questa consacrazione non è ancora avvenuta secondo le modalità richieste dalla Beatissima Vergine, alla quale il cardinale Slipyj così si rivolse nel suo testamento: «Seduto sulla slitta e facendomi strada verso l’eternità…recito una preghiera alla nostra protettrice e Regina del Cielo, la sempre Vergine Madre di Dio. Prendi la nostra Chiesa ucraina e il nostro popolo ucraino sotto la tua efficace protezione!» (Memorie, pp. 524-525). Facendo nostre le sue parole in questo momento tragico della storia del mondo non possiamo che proclamare a voce alta: “Onore al cardinale Slipyj e al suo popolo martire”.

Esodi

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di Alfio Krancic

Perché i nostri nonni e i nostri padri durante la 2aGM, quando piovevano sulle loro teste bombe “alleate” come grandine e gli angloamericani si dilettavano a resettare intere città o quartieri, non pensarono mai di abbandonare il proprio paese e fuggire a milioni verso la Svizzera, verso la Francia liberata o in zatteroni verso la Spagna o verso il Regno del Sud? Perché non ci furono esodi biblici lungo le strade o assalti a quei pochi treni funzionanti? Anche le guerre del dopoguerra guerre videro pochissimi profughi. Perfino nel feroce conflitto etnico nei Balcani si assistette pochissime migrazioni. La “moda” di trovare rifugio a 1000 o 2000km di distanza dalla propria terra iniziò negli anni ’90. Apripista di nuova tendenza furono gli albanesi, i maghrebini e gli africani. Loro fuggivano a prescindere. Che ci fossero guerre, sparatorie o solo il pericolo di colpi di fucile. Col passare degli anni questa vocazione alla migrazione si è accentuata. Ora, con la guerra in Ucraina si parl addirittura di 8 milioni di potenziali profughi. Mi chiedo: ma se queste popolazioni avessero subito bombardamenti come quelli di Dresda o Hiroshima con mezzo milione di morti in un botto, cosa sarebbe accaduto?

https://alfiokrancic.com/2022/03/05/esodi/

Sospendere l’uso pubblico della ragione

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di Pierluigi Fagan

Fonte: Pierluigi Fagan

La “società aperta” ha deciso di chiudersi. La società liberale va a polarizzarsi nella contraddizione delle sue stesse premesse.
L’ambasciatore italiano a Mosca, lì col chiaro mandato di favorire le relazioni commerciali bilaterali, ha avuto l’ardire di segnalare in una audizione parlamentare, il costo per le nostre imprese delle sanzioni su dati FMI. Un argomento che dovrebbe interessare una democrazia di mercato visto che parla di mercato, no? Dire questo è dire che non si dovevano elevare sanzioni? Credo che un ambasciatore navigato come Starace con un passato in Cina, USA, Giappone sappia qual è il suo limite ovvero dare informazioni, non suggerire decisioni. Ma la società aperta che amava definirsi anche società dell’informazione, ora scopre che le informazioni non piacciono, le informazioni disturbano le decisioni o per lo meno ne ricordano il prezzo. Non c’è nulla di male a sapere il costo delle decisioni, aiuta ad organizzarsi per poterle pagare o si pensa o si vuol far pensare che le decisioni ideali siano libere e gratuite?
Il direttore dell’unico quotidiano di informazioni sulle relazioni internazionali, Sicurezza internazionale, edito dalla LUISS Guido Carli, collegata in vari modi a Confindustria, diretto da un professore ricercatore affiliato al MIT di Boston e che pubblica in USA con la Cornell University, A. Orsini, ha l’ardire di invitare in tv ad inserire ciò che sta avvenendo in Ucraina in una inquadratura più ampia, nello spazio (geografia) e nel tempo (storia). Bassanini domanda nervosamente su twitter se Orsini esprime il pensiero della LUISS o personale di modo che LUISS sia obbligata a ribadire la sua stretta osservanza atlantista facendo una ramanzina al suo professore in pubblico sul fatto che questi si doveva attenere ai fatti e non dare interpretazioni. Già, “i fatti”.
Il giornalista RAI Marc Innaro, una prima volta a Mosca per sette anni, poi di nuovo negli ultimi otto, per aver riferito cosa i russi dicono dei fatti (se sta a Mosca cosa deve fare, riferire cosa dice Zelensky? Quello già lo riferiscono 7/24 sette-reti-sette) è ora richiesto a gran voce esser spostato ad altro incarico. Magari come mi è capitato di sentire l’altro giorno riferisce che i russi affermano di aver convocato l’ambasciatore della Croazia perché i russi avrebbero pizzicato 200 neo-nazi con passaporto croato ed avrebbero affermato che ve ne sono da ogni parte d’Europa e quindi hanno poi affermato che non tratteranno gli stranieri come prigionieri di guerra (il che ha un brutto significato come potrete intuire). O come ieri ha riferito che i russi sostengono che non sono così deficienti da sparare ad una centrale nucleare: 1) perché la vogliono prendere intatta; 2) perché la Russia dista dalla centrale meno che la Moldavia; 3) perché Mosca dista meno di Vienna. Così i russi sostengono che la controllano da giorni e che l’incidente è organizzato dagli ucraini per mandare in mondovisione la fake news. Siamo tutti adulti e dovremmo sapere tutti che la guerra delle informazioni e controinformazioni è norma, ma quando la fa Zelensky è verità, quando la fa Mosca è falsità sempre e comunque. Ma poi, non si capisce cosa altro dovrebbe fare Innaro se non riferire cosa dicono lì, cosa significa “corrispondente”?
Nel mio piccolo sono giorni che mi domando perché il primo sconfinamento russo sia stato per andare a prendersi Chernobyl. Cosa mai c’è a Chernobyl da portare a tre giorni di aspri conflitti l’invasore russo ed il difendente ucraino? Che io sappia lì non opera alcuna centrale, c’è solo un inquietante sarcofago di cemento con dentro un nucleo che fonde e radioattività tutti intorno. Ma pare che questa domanda non venga in mente a nessuno. O forse come ho sentito in tv, i russi volevano creare un disastro nucleare. Grandi i russi, confinano con Chernobyl e non vedono l’ora di farla saltare per aria. Vedi che Putin è pazzo?
Così, nell’uso pubblico della ragione, non puoi avanzare qualche dissonanza se prima non reciti il Credo nella Verità della Chiesa Unitariana del Bene contro il Male e del Vangelo della Marvel Comics, ma pare che ormai non basti più neanche quello. Non vogliamo nessun mondo multipolare, quindi ci polarizziamo, noi Bene, altri Male, tertium non datur e chi lo dà è collaborazionista suo malgrado.
Tutto il mondo crede a quel Vangelo, l’ha celebrato anche all’ONU. Peccato che tra astensioni e contrari, abbiamo votato paesi con metà della popolazione terrestre e poiché quel voto non comportava alcuna sanzione, è pure dubitabile che chi ha votato per la risoluzione voglia mai andare oltre alla semplice dichiarazione. Io non sono un paese ONU, ma se fossi stato lì l’avrei votata anche io quella dichiarazione, chi mai può difendere il “diritto” si un paese a varcare armato il confine di un altro? Siamo all’ovvio. Com’è ovvio che a tutt’oggi solo un quarto del mondo (contando i paesi, a popolazione molto ma molto meno), l’Occidente polarizzato su Washington con il senior partner UK, ha elevato sanzioni, sebbene secondo la strana geografia surrealista della von der Leyen, questa sia la “comunità globale”.
Cos’è l’Illuminismo? Pensare con la tua testa. Avere il coraggio, pagarne il prezzo. Non pagare chi pensa per te tenendoti nell’infanzia eterna deresponsabilizzata, assumerti le tue responsabilità davanti al mondo. “Senonché a questo illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma io odo da tutte le parti gridare: – Non ragionate! – L’ufficiale dice: – Non ragionate, ma fate esercitazioni militari. – L’impiegato di finanza: – non ragionate, ma pagate! – L’uomo di chiesa: – Non ragionate, ma credete!” diceva Kant in quel del 1784. Comprendere è prender assieme quanti più fatti ci è possibile, giudicare viene solo dopo che hai ben compreso, comprensione e giustificazione sono atti separati e con fini diversi.
Così oggi sembra che la società aperta-chiusa, la Wide-Shut-Society, la società spalancate ad alcune cose ma chiusa ad altre, necessiti di spegnare la luce, non è epoca di illuminismi. La società aperta mi sembrava dovesse esser liberale, ma si sa i liberali annunciano principi universali, ma con applicazioni particolari. Sono come i contratti assicurativi, la fregatura è a corpo 5. Locke annunciava la totale libertà di credenza, ma il totale era dentro il protestantesimo, se eri cattolico o ateo andavi al gabbio e buttavano via la chiave, se non di peggio.
Quando s’impone il buio, vuol dire che si vuol nascondere qualcosa?

L’elmetto occidentale

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di Andrea Zoch

Fonte: Andrea Zhok

Che siano libri per bambini esclusi dalle fiere, cocktail ribattezzati, lezioni universitarie annullate, direttori d’orchestra banditi, musicisti esclusi dai concorsi, ecc. ecc. la russofobia si è scatenata con la stessa furia con cui nell’ultimo anno si era scatenata la “Novax-fobia”.
Niente unisce queste due tematiche nel merito, ma molto le unisce nel metodo.
Qui si vede in piena luce la degenerazione terminale e rapidissima della cultura liberale in occidente, che vive da sempre una intima contraddizione: essa si vende sul mercato politico come sostenitrice della libertà e del rispetto individuale, ma di fatto favorisce e rispetta solo quelle libertà e quelle individualità che non disturbano il manovratore economico (e che consentono la differenziazione dei mercati), mentre è assolutamente impietosa verso le libertà che toccano o vogliono cambiare la forma di vita mercificata che il liberalismo ha imposto.
La libertà liberale è la libertà dei beni posizionali (di status) e delle forme di svago, dei circenses (che a differenza di quelli romani sono però da acquistare sul mercato privato).
Se le circostanze scrostano via la verniciatura del “mondo ibero” sotto rimane una visione autoritaria e manichea della società e del mondo, una visione che non riesce neanche ad immaginare che altri possano vedere le cose altrimenti, che si possa cercare altro nella propria esistenza rispetto all’intrattenimento e alla competizione per accedere a paradisi artificiali con un cartellino del prezzo.
E d’altro canto le pressioni di un sistema che abitua alla sottomissione ipocrita e alla competizione senza limiti generano elevatissimi tassi di frustrazione, e con ciò un bisogno primario di intrattenimento e paradisi artificiali, senza la cui prospettiva l’esistenza apparirebbe intollerabile.
Perciò, verso chi minaccia questo fragile equilibrio tra stress insensato e riacquisizione delle forze per tollerare ulteriore stress, si può scatenare immediatamente e senza remore tutto l’odio rimosso, tutta la frustrazione repressa.
E questa frustrazione può esercitarsi verso le parti eterodosse della propria società demonizzando il “nemico interno” e creando capri espiatori, così come può esercitarsi all’esterno verso ogni forma di vita diversa dalla propria, percepita come assurda e impossibile, da ignorare se insignificante o sradicare se ingombrante.
E’ perciò che la situazione presente è così pericolosa: sotto la vernice buonista l’occidente è pervaso da un ribollire di frustrazione aggressiva che preme per sfogarsi, che brama di mettere l’elmetto o meglio, di farlo mettere a qualcun altro a nome suo, sfogando le proprie nevrosi per procura. (La guerra per procura è stata la grande soluzione del liberalismo occidentale, che lungi dall’aver vissuto 70 anni di pace, ha fomentato o condotto guerre ovunque nel mondo, ma con lo stile distaccato di un videogioco, qualcosa che si può mollare in ogni momento per ritornare al proprio ingranaggio produttivo.)

Occidente, razza di ipocriti…

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di Franco Cardini

Fonte: Franco Cardini

Dal Vangelo di oggi (Luca, 6, 41-42)
“Perché guardi la pagliuzza ch’è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: – Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio -, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”.

NEL DONBASS NON CI SONO BAMBINI CHE ABBRACCIANO PIANGENDO LE BAMBOLINE, E NEMMENO VECCHIETTE CHE ATTRAVERSANO PENOSAMENTE LA STRADA…

… così come non ce n’erano né la traccia né l’ombra, una manciata di anni o di mesi fa e anche adesso, né a Gaza, né a Beirut, né a Belgrado, né a Kabul, né a Baghdad, né a Tripoli, né a Damasco.
Cari miei, parliamoci chiaro. Sono ormai tre notti che quasi non dormo per seguire quel che avviene tra Russia e Ucraina, due paesi che mi sono carissimi e dove ho tanti amici; da tre giorni sto attaccato al telefono e al computer. Anch’io combatto, anch’io fo la mia guerra, come canticchiavano un’ottantina di anni fa bambini poco più grandi di me (io ero troppo piccolo per cantare). Questa guerra me la sento addosso, me la sento dentro: e mi fa male. Al tempo stesso, è chiaro che sono indignato e inferocito come forse non mai.
Fermare la guerra. Era già in atto da tempo, ma “l’Occidente” – questa parola infame e ambigua, che oggi sembra tornare di gran moda – non faceva nulla per ridurre il governo ucraino a più moderati consigli. Al contrario. L’aggressività di Zelensky nei confronti del Donbass si fondava sulla ferma convinzione che la NATO fosse disposta a tutto pur di metter a punto il suo disegno di avvicinarsi varie centinaia di chilometri alla frontiera russa e installarvi i suoi missili a testata nucleari puntati su Mosca, quelli in grado di colpire a oltre 3000 chilometri. Il governo russo ammoniva severamente, poi minacciava: ma si era sicuri che non avrebbe osato. Invece alla fine ha osato eccome. Non come aggressore, ma come a sua volta minacciato di aggressione.
Fermare la guerra. È questa la priorità. Forse si sarebbe dovuto agire prima: da parecchi giorni ormai la stretta ucraina sulle città del Donbass si era fatta più pesante, mentre Zelensky insisteva per essere ammesso nella NATO in extremis. Era una speranza disperata, una follia: ma era non meno chiaro che Putin prendeva in considerazione tale possibilità estrema, che se si fosse verificata gli avrebbe definitivamente legato le mani oppure costretto a considerarla come una dichiarazione di guerra de facto. Ma il presidente ucraino andava irresponsabilmente per la sua strada, certo di avere il gigante americano alle sue spalle. È incomprensibile, ma non si era reso conto che Putin a quel punto poteva fare solo quello che ha fatto: e farlo subito.
Fermare la guerra. Era la priorità fin dall’inizio. A livello diplomatico, quando una guerra incombe, si ricorre a trattative magari affrettate, magari “in perdita”, perfino col rischio di apparire deboli. Si fanno proposte, e quindi bisogna anche offrire qualcosa di appetibile. Ad esempio esporre in che misura e fino a che punto si è disposti ad alleviare un sistema sanzionario in atto a fronte di un arresto o di una ritirata del nemico ch’è ancora potenziale. Da quando in qua si risponde a una minaccia di guerra aggravando le ragioni che l’hanno provocata, a meno che quella guerra non la si voglia sul serio e a tutti i costi?
Ora, ecco qua. Un’aggressione degli ucraini contro il Donbass è irrilevante: non la si vede da lontano, ha modestissime dimensioni e può essere “dimenticata” tantopiù che i russofoni della foce del Don non interessano a nessuno in Occidente. Ma quando si muove l’Orso di Mosca, tutto cambia aspetto: e giù col mostro aggressore, col tiranno assassino. Giù con i media asserviti quasi tutti alla politica (quindi al parlamento italiano eletto con un numero di votanti così basso come prima non si era mai visto), la quale con i suoi partiti esangui, sempre meno autorevoli presso la pubblica opinione e sempre più omologati – fra il “patriottismo sovranista” della Meloni, l’euratlantismo blindato di Renzi e l’euratlantismo solo apparentemente più articolato di Letta non c’è pratica differenza – è a sua volta asservita agli alti comandi della NATO e al presidente degli USA, a sua volta asservito alla logica del potere, del profitto e della produzione dettatagli dai Signori di Davos. Che poi questi ultimi comincino a loro volta a preoccuparsi per le ripercussioni delle sanzioni alla Russia, è un altro discorso: e ne vedremo in atto le conseguenze fra qualche giorno.
Attenti quindi al pacifismo peloso di chi si preoccupa per i suoi interessi e i suoi profitti: se Mosca piangerà, non rideranno né Wall Street, né la City, né Francoforte. Questo è quanto preoccupa ora lorsignori, non certo i disagi e le sofferenze della gente. Mentre si continuano a ignorare o a fraintendere i segnali. Ad esempio, i russi indugiano a sottoporre Kiev alla stretta finale. Davvero si crede che siano stati impressionati dal fatto che il governo ucraino ha fatto girare qualche fucile tra gli adolescenti e i vecchietti? Davvero non ci sfiora il sospetto che stiano fermi in quanto sono in corso trattative e Putin intende dare agli ucraini il tempo d’una pausa di riflessione che, se volesse, potrebbe tranquillamente negare?
Ma intanto sono senza dubbio le vittime del momento a salire al proscenio e ad essere sistemati nelle lucenti vetrine massmediali. Che c’inondano di bambini e di bambine che piangono abbracciando orsacchiotti e bambolette e gattini, di vecchiette che penosamente attraversano le strade sotto i bombardamenti, magari perfino con quel Grandguignol di volti insanguinati e di cadaveri dilaniati che specie in TV è oggetto da sempre di un trattamento bipolare: vi sono cadaveri di serie A che si debbono mostrare per trasformarli nella moneta sonante del consenso e cadaveri di serie B che è meglio nascondere per non “turbare” chi li vede. Ed è evidente che i morti di Kiev ucraini sono di serie A: come le bambine che piangono avvinghiate agli orsacchiotti e le vecchiette che penano ad attraversare la strada per porsi al riparo.
Ma di grazia, razza di vipere e sepolcri imbiancati che non siate altro; ci voleva Kiev per svegliarvi all’umana compassione suscitata per ricavarne risultati politici antirussi? È vero che, in un passato anche recente, le città di Gaza, di Beirut, di Belgrado, di Kabul, di Baghdad, di Damasco, erano piene di cadaveri di serie B dei quali non si doveva parlare per non “turbare” le nostre coscienze, ma davvero non vi eravate accorti della massa di sofferenza che i nostri bombardamenti “chirurgici” e le nostre bombe “intelligenti” stavano provocando? Anzi, mi ricordo i gridolini di gioia che si alzavano dai salotti delle buone famiglie italiane, in quelle notti del 2003 in cui la TV ci mostrava il bombardamento di Baghdad, con il fantastico sfrecciare di quei raggi verdi sugli edifici presi di mira. Che spettacolo! Ci pensavate alla pena e al terrore là sotto? Bene: ora è il turno degli ucraini per soffrire e per aver paura. Domani potrebbe arrivare anche il nostro turno, e pensare che ci preoccupiamo già del gas per il riscaldamento. Se comincia così, la nostra volontà di resistenza…
Lavoriamo per la pace, dunque. Ma facciamolo con realismo, senza piagnistei e senza isterismi manichei. Manifestare per la pace ma al tempo stesso “schierarsi con l’Occidente”, “senza se e senza ma”, significa solo contribuire a correre a passo di carica verso una prosecuzione e un allargamento del conflitto che non può giovare a nessuno. Le guerre, le perdono tutti.

Il diktat UniDem

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di Marcello Veneziani

Fonte: Marcello Veneziani

Come funziona la macchina dei media e delle opinioni al tempo della guerra all’Ucraina? Segue lo schema già collaudato con la pandemia, con i grandi temi storici e con le gravi crisi: in primo luogo diventa monomaniacale, ossessivo, pervasivo, passa da tema principale a tema unico dei telegiornali, degli approfondimenti. Non accadde neanche durante la guerra mondiale che i giornali fossero ridotti al solo tema principale di quei giorni.

La fabbrica del consenso fornisce poi la ripetizione all’infinito dell’Identico: fiumi di servizi e di reportage che si discostano poco o nulla, che riferiscono ogni giorno la stessa versione ufficiale dei fatti e commentano le stesse immagini restando nello stesso ambito, con un sottofondo da propaganda di guerra.

Guai a chi accenna a una lettura semplicemente richiamando dati: ad esempio, chiedono di cacciare Marc Innaro dalla corrispondenza da Mosca per la Rai solo perché ha osato accennare all’espansione della Nato. Che è un fatto oggettivo, basta vedere in qualsiasi cartina come si è allargata negli ultimi vent’anni. Ma notare questo diventa subito intelligenza col nemico… Da qui la militarizzazione delle opinioni: se non ripeti tutto quel che ripetono ogni giorno, allora sei dalla parte di Putin, sei un suo sostenitore. E se sei in servizio pubblico, è un’aggravante.

Avviso superfluo a chi ragiona ma necessario ribadirlo per i poliziotti del pensiero e per gli imbecilli militanti: vedere le cose in un orizzonte più ampio e articolato e non attraverso lo schemino puerile e manicheo del bene/male esclude ogni indulgenza verso l’aggressione e il metodo sovietico di Putin e include ogni solidarietà verso il popolo ucraino che è sicuramente vittima e sta patendo l’inferno.

Infine, anche in questo caso, conservatori e progressisti, moderati e radicali, falchi e colombe, populisti ormai ridotti a baciapile; nazionalisti e radicali antisistema aderiscono tutti all’UniDem, ovvero l’unificazione di tutte le posizioni al Canone Dem, valevole negli States da quando sono tornati al potere i democratici con Biden, nell’Europa tecno-dem e in Italia con le sue periferiche. Ricordate come erano diverse le opinioni tre anni fa, o anche meno? È bastato il covid, e ora la guerra, e si è arrivati all’Uniformità assoluta, con minime sfumature e variabili lessicali secondarie. Draghi per tutti, tutti per Draghi. E a sua volta Draghi è la continuazione della Nato in campo economico-finanziario.

È lecito dubitare che se si fosse aperta seriamente la trattativa sulla possibilità di rendere neutrale l’Ucraina, cioè fuori dalla presenza Nato e dall’influenza russa, forse non saremmo arrivati a questo? Poi possiamo fare tutti i processi alle intenzioni e dire che Putin ha preso a pretesto la rigidità occidentale e la sue pretesa egemonia, per attaccare. È lecito dire che forse con Trump non saremmo arrivati a questo punto, considerando che con quel bizzarro spaccone guerre non sono esplose? È un dubbio, quantomeno, ma la questione Ucraina/Europa/Nato ribolliva già nei suoi anni.

È lecito notare che dopo aver per anni calpestato, svilito, squalificato ogni richiesta di sovranità nazionale e ogni relativo nazionalismo, è grottesco ora elogiare il patriottismo sovrano degli ucraini? È lecito sostenere che il dramma aggiuntivo di questo conflitto è che non ci sono arbitri, garanti, figure terze che possano essere accettate da ambo le parti per cercare una soluzione? Finora solo le figure religiose, soprattutto della Chiesa ortodossa, possono svolgere un ruolo importante quando non diventano chiese nazionali. Ma non ci sono Stati terzi, leader di organismi internazionali come l’ONU, in grado di svolgere questo ruolo di ponte. Solo mediatori.

E infine, è lecito dire che aver reso Putin il nemico numero uno dell’umanità, già prima che invadesse l’Ucraina, anziché considerarlo un autocrate con cui doversi inevitabilmente confrontare come con Xi Jin Ping, Erdogan e altri, può far precipitare la situazione a livelli impensati. Se davvero Putin è quel dittatore folle additato, incarnazione del maligno, dovrebbe inquietare il fatto che non avrebbe remore a usare il famoso bottone nucleare già minacciato.

E allora si avvia un gioco assai pericoloso: cercare di far cadere Putin, caldeggiare la congiura degli oligarchi, acuire il dissenso interno, spaccare il potere russo e la sua filiera. Pericolo seguente: un paese isolato dal mondo, un leader nemico di tutti può essere spinto all’alleanza con la Cina che ha rispetto alla Russia un profilo più inquietante per il mondo: la Russia vuole ripristinare il suo dominio di area, la Cina sta cercando di colonizzare il mondo, di invaderlo con l’economia, la tecnologia, espandendosi e incuneandosi in ogni sistema-paese. La Russia ha solo la possibilità di incidere attraverso il gas e in generale le energie. Si capirà il potere inquietante di un blocco asiatico tra Russia e Cina.

Chi sostiene queste cose non sta assolutamente stabilendo una preferenza verso la dittatura di Putin e nemmeno una sorta di neutrale indifferenza tra una democrazia e un’autocrazia. Ma sta semplicemente cercando di dire che non andiamo avanti se continuiamo con questa semplificazione militante, militare e bipolare, per cui la verità coincide con l’Occidente, il Bene Assoluto con la Nato.

Stendiamo infine un velo pietoso sui tre populismi, grillino, leghista e nazionale e il loro capovolgimento nell’arco breve di un paio d’anni. Se sono solo la versione debole dell’UniDem hanno perso la loro funzione, non garantiscono la dialettica politica necessaria a ogni democrazia, e non rappresentano la loro area d’opinione, così subalterni al Pensiero Corretto.

Ogni volta che il pensiero smette di osservare la realtà da più punti di vista e in tutte le sfaccettature, non è solo una mortificazione per l’intelligenza; ma si mette in pericolo la libertà e la dignità dei singoli, dei gruppi, dei popoli e degli Stati. Insomma, il Male a cui stiamo assistendo in Ucraina è doppio, e non è solo quello che ci fanno vedere.

La Quaresima con la Madonna

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Segnalazione del Centro Studi Federici

All’inizio della Quaresima consigliamo la lettura di un articolo di don Ugolino Giugni (IMBC) sulla Madonna Addolorata, Mediatrice di tutte le grazie.
 
Stabat Mater. La presenza di Maria ai piedi della Croce di Gesù
 
Un commento alle parole del Vangelo: “Donna ecco tuo figlio” che sono anche uno dei fondamenti scritturali della maternità spirituale di Maria nei confronti di tutti gli uomini e rivestono quindi un interesse e un’importanza unica per i cattolici che credono nella mediazione universale di Maria.
 
 Per la lettura dell’articolo: https://www.sodalitium.biz/sodalitium_pdf/72.pdf da pag. 6 a pag. 20.
 

Preghiera di Pio XII per la pace

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Segnalazione del Centro Studi Federici

O Padre nostro che state nei cieli, o Dio, protettore nostro, volgete lo sguardo a Cristo vostro Figlio; mirate i segni vermigli delle sue ferite, a cui lo condusse l’amore per noi e l’obbedienza a Voi, con le quali volle farsi in ogni tribolazione nostro Avvocato e Propiziatore. O Gesù, Salvatore nostro, parlate al Padre vostro e Padre nostro per noi, supplicatelo per noi, per la vostra Chiesa, per tutti gli uomini, conquista del vostro sangue. O Re pacifico, Principe di pace! Voi, che avete le chiavi della vita e della morte, donate la pace della requie sempiterna alle anime di tutti i fedeli, dal turbine di guerra travolti nella morte, e, noti e ignoti, lacrimati o illacrimati, sepolti sotto le rovine delle città e dei villaggi distrutti, per le pianure insanguinate, su per i colli squarciati, negli abissi delle valli o nei gorghi marini. Scenda sulle loro pene il vostro sangue purificatore a imbiancare i loro manti e a renderli degni e fulgidi al vostro cospetto beatificante. Voi, amoroso confortatore degli infelici, che lacrimaste alle lacrime di Marta e Maria sconsolate per il morto fratello, concedete la pace del conforto, della rassegnazione e dell’aiuto ai miseri, dalle calamità della guerra prostrati nella tribolazione e nel dolore, agli esuli, ai profughi dalla patria, ai raminghi sconosciuti, ai prigionieri, ai feriti fiduciosi in Voi. Rasciugate le lacrime di tante spose, di tante madri, di tanti orfani, di tante famiglie, di tanti derelitti; lacrime nascoste, cadenti sopra il pane del dolore, dopo durati digiuni, in freddi tuguri, pane diviso fra i fanciulli più volte condotti ai vostri altari nell’umile chiesetta a pregare per il babbo o per il fratello maggiore, forse morto, forse languente, forse sperduto. Consolate tutti coi doni celesti e con quei sollievi e soccorsi della feconda carità, che Voi sapete ispirare agli animi gentili, i quali negli affannati e sfortunati riconoscono i loro fratelli e amano le immagini vostre. Concedete ai combattenti, coll’eroismo nell’adempimento del loro dovere, anche fino al supremo sacrificio, per la difesa della Patria, quel nobile senso di umanità, che in ogni evento non fa ad altri ciò che non vorrebbe fosse fatto a sé o al proprio popolo.
O Signore, regni e trionfi la carità del vostro divino Spirito sul mondo, e torni fra i popoli e le nazioni la pace della concordia e della giustizia. Siano accetti e graditi al mite e umile vostro Cuore i nostri voti, e Vi renda a noi propizio il numero e la devozione dei santi sacrifici che, prona, tutta la Chiesa, vostra Sposa, per Voi stesso, Sacerdote e Vittima in eterno, offre al divino vostro Padre. Parlate Voi ai cuori degli uomini. Voi avete parole, che penetrano e scuotono il cuore, che illuminano la mente, che calmano le ire, spengono gli odi e le vendette. Dite quella parola che seda le tempeste, che risana gl’infermi, che è luce ai ciechi e udito ai sordi, che è vita ai morti. La pace fra gli uomini, che voi volete, è morta: risuscitatela, o divino Vincitore della morte; e per Voi si tranquillino alfine la terra e il mare; cessino nei cieli i turbini, che, sfidando i raggi del sole od occulti fra le tenebre della notte, gettano su inermi popolazioni il terrore, gl’incendi, le distruzioni, le stragi; la giustizia con cristiana carità pareggi dall’uno e dall’altro lato i sussulti delle bilance; sicché riparata ogni ingiustizia, restaurato l’impero del diritto, estinta ogni discordia e rancore degli animi, risorga e si ravvivi in serena visione di nuova e unanime prosperità una vera e ordinata e duratura pace che affratelli, nel cammino dei secoli e nel consenso del bene più alto, tutte le genti dell’umana famiglia sotto lo sguardo vostro. Così sia.
 
Foto: il 13 agosto 1943 Pio XII prega a San Giovanni dopo il bombardamento aereo anglo-americano sui quartieri popolari Prenestino, Casilino, Appio, San Lorenzo, Porta Maggiore e San Giovanni. Le bombe degli Alleati causarono 1500 morti, seimila feriti, diecimila case in macerie o lesionate, 40 mila romani senza tetto. Tra le vittime vi fu don Raffaele Melis, colpito mentre soccorreva i feriti. Pio XII definì la morte del sacerdote “lutto e gloria del benemerito istituto degli Oblati” (gli Oblati di Maria Vergine, fondati da padre Pio Bruno Lanteri).
 
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