Dalla Libia all’Italia con 2500 euro. Il traffico di esseri umani e l’incognita Ong

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Durante la scorsa puntata di Quarta Repubblica abbiamo raccontato, in un’inchiesta esclusiva di Davide D’Aloiso, come i trafficanti di essere umani organizzino viaggi dalla Libia all’Italia al costo di 2500 euro. Il trafficante, come raccontato nel servizio, dice inoltre di essere in contatto con le Ong del Mediterraneo. Ma lo è davvero? O è solo una strategia per convincere i migranti a partire? E nella chat tra il trafficante e il complice spunta fuori anche uno screenshot…

fonte – https://www.nicolaporro.it/dalla-libia-allitalia-con-2500-euro-il-traffico-di-esseri-umani-e-lincognita-ong/

Saviano si scopre devoto: “San Gennaro protettore degli immigrati”

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New York, 19 sett –  Roberto Saviano, in diretta da New York (anni luce lontano da Napoli e dai napoletani) chiacchiera amabilmente con un giornalista di Fanpage proprio nel giorno in cui si festeggia il santo simbolo della sua città, San Gennaro.

“Il sangue di San Gennaro si è sciolto e meno male altrimenti questo video non avrei mai potuto postarlo!”, esordisce il bardo del cosmopolita. Poi, proprio lui che si guarda bene dal tornare nella città dove è nato e che gli ha regalato – suo malgrado – la visibilità di cui vive molto bene nel suo attico di New York, commenta:  “San Gennaro, protettore dei napoletani e degli emigranti – di tutti gli emigranti, anche veneti, laziali, calabresi, lombardi – oggi lo immagino protettore dei migranti, di chi lascia la propria terra per cercare altrove una vita dignitosa”.

“San Gennaro santo degli sbarchi”

Poi parte il pistolotto classico di Saviano di esaltazione all’immigrazione e il parallelismo tra quella che fu l’immigrazione italiana e quella che adesso l’Italia, invece, sta subendo: “L’immigrazione è un’emorragia” dice accorato Saviano. “Un emorragia di sangue. I migranti che vanno via sono il sangue di una nazione che si perde. Per questo San Gennaro, il santo del sangue per antonomasia, diventa il protettore degli emigranti“. “Infatti secondo me San Gennaro è perfetto come santo protettore degli sbarchi”. Regolari o irregolari, Robé? Ah, già, per te non c’è differenza.

“Gli italiani? Per gli Usa non sono bianchi”

Secondo Saviano, inoltre, l’italiano negli Stati Uniti non è considerato bianco, anzi: “L’italiano è ‘no black’, ma non è ‘white’” dice l’autore di Gomorra. Saviano sembra insomma voler sposare le teorie di alcuni attivisti secondo i quali i nostri avi non erano considerati di etnia caucasica quando arrivavano negli Stati Uniti. Questa teoria sembra essere più dettata da ragioni di “appiattimento” etnico culturale che da effettivi dati: è stata smentita persino dal Washington Post, che l’ha addirittura bollata come “teoria della cospirazione”. “Il viaggio era un inferno da Napoli a New York, su queste navi che erano vere e proprie baracche viaggianti. Dovevano starci 80 persone, 100 persone… ce ne mettevano mille. Come i barconi di oggi”. Ecco che, tardi ma secondo il copione tipico, arriva il banale parallelo tra gli emigrati italiani e i nerboruti tunisini che sbarcano a frotte a Lampedusa. Al bardo del cosmopolitismo piace molto suscitare sentimenti basati istericamente sulle mere immagini pietose (accuratamente selezionate) dei clandestini che arrivano sulle nostre sponde. Invitiamo chiunque a visionare un filmato d’epoca degli italiani che giungevano ad Ellis Island per gli opportuni paragoni.

fonte – https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/saviano-si-scopre-devoto-san-gennaro-protettore-degli-immigrati-130616/

Marion Marèchal su Salvini: “I Cinque stelle lo hanno tradito”

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Salvini? È stato tradito dai Cinque stelle dopo le elezioni europee. A parlare, in una intervista a La Stampa è Marion Marèchal (ha rinunciato a Le Pen, il cognome del nonno Jean-Marie), 29 anni, già promessa del Rassemblement National (Rn), il partito della zia Marine. Commentando la decisione di Salvini di staccare la spina al governo «giallo-verde» e aprire la crisi di governo in agosto, Marion Maréchal spiega che «sono i 5 Stelle che hanno tradito Salvini dopo le elezioni europee. La sua reazione è stata legittima».

Approva anche il Salvini dj al Papeete Beach di Milano Marittima? chiede l’intervistatore «Lui è empatico – osserva Marion Marèchal – vicino alla gente. Ma in Francia il suo stile non funzionerebbe. Da noi il fantasma del generale de Gaulle plana su tutti i politici. Esistono aspettative intellettuali, di contegno». E adesso il leader della Lega finirà isolato a destra come Marine Le Pen in Francia? «Questo paragone non si può fare» replica. «La Lega è diventata il grande partito della destra nel vostro Paese e non è il caso dell’Rn. La formazione italiana è radicata localmente, dove è disposta a formare coalizioni con altre forze. Il Rassemblement National no. E’ una forza politica nazionale innegabile, ma al peggio fa il 15 per cento e al meglio il 30. Così in Francia e senza alleanze non potrà governare».

Marion Marèchal: “La crisi diplomatica? Colpa di Luigi di Maio”

La crisi diplomatica fra Roma e Parigi? La colpa fu di Luigi di Maio, non di Matteo Salvini. «All’origine della crisi diplomatica del febbraio scorso non c’era stata la Lega ma l’M5S, dopo che Luigi Di Maio aveva incontrato i rappresentanti dei gilet gialli in Francia. Ecco, chi è stato criticato aspramente ieri diventa oggi un interlocutore rispettabile e interessante. E’ l’ipocrisia della politica»  afferma Marion Marèchal nell’intervista a La Stampa.

«Non credo – afferma ancora parlando di Ue – che un cambiamento di rotta dell’Unione passi da Bruxelles. Solo i Governi possono qualcosa. Il problema è controbilanciare la potenza tedesca. E ritengo che una parte della soluzione si trovi in un’alleanza tra Francia e Italia, che è un importante contribuente netto dell’Ue. Si fa un errore a sperare solo nella resistenza dei Paesi di Visegrad. Che sono beneficiari netti. Approfittano del sistema e non vorranno mai cambiarlo».

Il leader leghista asfalta Conte e Macron

«Di parole ne sono arrivate tante anche negli anni passati, di fatti zero». Così il leader della Lega, Matteo Salvini, a Gualdo Tadino ha risposto ai giornalisti sui colloqui tra il Presidente francese, Emmanuel Macron, e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sul tema migranti. «Io vedo solo centinaia di sbarchi ogni giorno – ha ribadito – e le solite parole della Francia che dice di prendere coloro che verranno riconosciuti come in fuga dalla guerra, che sono un’estrema minoranza di quelli che sbarcano in Italia».

Salvini ha poi sottolineato che «il governo Conte parte veramente male, riaprire i porti come primo atto mi sembra veramente una follia. L’unica certezza è che in questo mese di settembre gli sbarchi sono aumentati del 30%»

(Roberto Vivaldelli)

fonte – https://oltrelalinea.news/2019/09/19/marion-marechal-su-salvini-i-cinque-stelle-lo-hanno-tradito/

Ora inizia la fase due di Renzi: tornare a Palazzo Chigi. Dagospia vi svela la road map del ducetto

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Il Renzi che verrà. Dopo aver anticipato il ribaltone di Matteuccio da Rignano, Dagospia ora può raccontare cosa gli frulla in testa al nuovo leader di Italia (redi)Viva. Il suo diario dei sogni, tutte cose che sarebbero impensabili se in Italia ci fosse qualche altro leader di centro-sinistra. Invece il toscano ha un segretario Pd che non vuole fare il premier, un ex premier (Gentiloni) che voleva riprovarci ma è stato spedito a Bruxelles, e un paio di sotto-renzini (Sala e Calenda) che piacciono tanto nelle Ztl cittadine ma che per il grosso degli elettori sono dei semisconosciuti incapaci di empatia politica.

Per prima cosa, Renzi ha predisposto una frattura ”soft”: con lui sarebbe passata solo una truppa di fedelissimi, il minimo necessario per fare un gruppo alla Camera e uno al Senato, più qualche spicciolo per stare sicuri.

RENZI DELRIO RENZI DELRIO

Uno dei pochi a rifiutarsi pur essendo stato chiamato espressamente è stato Graziano Delrio, uno che non ama le emozioni forti. Questa manfrina dei renziani al di qua e al di là della barricata serve intanto per avere più posti di governo e sottogoverno. Se Scalfarotto, Bonetti, e Bellanova entrano in Italia Viva, Guerini, Ascani e la Malpezzi restano nel Pd, così da sdoppiare le cadreghe: se avesse fatto prima la scissione, il numero di posti per i renziani si sarebbe ridotto drasticamente.

In più, lasciando nelle retrovie i suddetti (più Lotti e Marcucci), avrà sempre delle sentinelle che gli riferiranno quello che accade nel Pd. Se il suo piano dovesse funzionare, e i suoi consensi dovessero crescere nei prossimi mesi, al momento giusto anche la parte rimasta nel Pd sarebbe pronta a migrare. Non c’è fretta: l’obiettivo è non andare a votare prima del tempo.

giuseppe sala matteo renzi giuseppe sala matteo renzi

Lotti che resta di là è un bonus-malus. Bonus per Renzi che si tiene lontano dai suoi pasticci giudiziari. Malus per Zingaretti e il pd che si trovano in casa la rogna Consip e Csm.

Il bullo toscano è convinto che la nuova politica si fa solo con un leader carismatico. Fa a tutti una testa così con Trump, Putin, Macron, Merkel… La sua idea è la stessa di Salvini: vuole i pieni poteri, per ora nel suo partito. Non a caso Giuseppe Sala, che sperava di prendersi il Pd e gli elettori (fu) renziani, ha ricordato che Matteo non riesce a fare squadra, ”a stare in una comunità collaborativa”. È un solista, tutti devono rispondere a lui. Ieri sera da Vespa non faceva altro che ripetere “i miei senatori, i miei deputati”.

Il passo successivo è trovare il nemico, sgombrando il campo. E qui non ha dubbi: la lotta sarà tra lui e Salvini, Matteo contro Matteo. Ha ”accettato” la sfida di Vespa di fare un dibattito con il leghista, in realtà lo brama e lo prepara da mesi. Tanto sognava la tenzone con il nemico sovranista che nei mesi scorsi è andato ad allenarsi all’estero, nella tv francese, dove si è scontrato con la Le Pen.

abbraccio tra maria elena boschi e matteo renzi abbraccio tra maria elena boschi e matteo renzi

In questo piano, Zingaretti non esiste. Il modello era quello immaginato da Calenda, la sfida tra repubblicani/europeisti contro sovranisti/autoritari. Renzi crede che dopo qualche anno di campagna mediatica, magari tenendo duro fino al 2023, sarebbe lui a uscirne vincitore (auguri). Il centrosinistra non si è evoluto, come all’epoca di Berlusconi ha sempre bisogno del suo cattivo per restare unito e punterà tutto su Salvini, che pure ha tutto l’interesse a replicare questo modello. Il duello televisivo sarebbe il primo punto su cui costruire la strategia futura. A ”Porta a porta”, parlando dei soldi russi, ha fatto capire che intende schierare l’artiglieria pesante contro il Truce.

lotti renzi lotti renzi

L’ORGANIZZAZIONE DEL NUOVO PARTITO

Felice come una Pasqua è la Boschi, sia perché si è tolta di mezzo Lotti con cui non andava d’accordo (ed evita il contraccolpo mediatico in caso di condanna Consip). E poi perché finalmente avrà di nuovo un ruolo, quello di capogruppo alla Camera di Italia Viva.

Renzi vuole aggregare al gruppo in Senato il democristiano Casini e il socialista Nencini, che grazie a un trucchetto procedurale garantirebbe l’esistenza stessa del gruppo.

Ah, non dimenticate: ogni cosa che fa Renzi è studiata a tavolino ed eseguita al momento giusto. Ha voluto la Bellanova come ”front-woman”, tanto da citarla in maniera ossessiva in ogni intervista, sia per il suo passato da sindacalista convertita al jobs act (cosa che la fa odiare dalla sinistra ”pura”), sia e soprattutto per la sua immagine, di donna vittima di ”bullismo politico”, porta-bandiera da usare come ariete sulle questioni di genere e persino di fat shaming.

teresa bellanova 1 teresa bellanova 1

A differenza di Salvini che ha la Bestia, Renzi ha un filo diretto con i soliti: il caymano Serra, Oscar Farinetti, Maria Elena, ma poi decide sempre lui, che si sente la stella polare. Per dare la sua intervista di addio non ha scelto una renziana come la Meli sul ”Corriere”, ma la Cuzzocrea su “Repubblica”, giornale che ultimamente non gli è certo amico. Una scelta anche lì ponderata in ogni dettaglio.

francesco starace francesco starace

La cosa più divertente è la risposta in cui dice che lui di nomine non si occuperà, per poi lanciare messaggi chiarissimi. Ha espresso tutta la sua stima per Starace (Enel), ma forse ci ha nascosto una pillola velenosa, visto che l’endorsement renziano lo può mettere in cattiva luce coi 5 Stelle. Nel Movimento nessuno lo ama. Se Zingaretti e persino Fassino sono politici rispettati tra i grillini, Renzi è davvero odiato da tutti.

Quindi chi lo conosce e ieri ha letto le belle parole su Starace, ha letto in realtà una vendetta toscana nei confronti di un manager che ha osato avere un buon rapporto coi 5 Stelle, con Di Maio che a Cernobbio incensava l’Enel come perno delle future politiche green.

Come mai invece non ha speso una singola parola sull’Eni, dove pure ha nominato Descalzi al vertice contro il parere di tutti i suoi consiglieri? Non gli perdona l’essere passato poi con Salvini, che espresse pubblicamente il suo sostegno all’ad Eni (”lo stimo e lo ringrazio, il sistema paese deve difendere le grandi aziende”), ed era pronto a riconfermarlo anche in caso di condanna in primo grado, con uno slancio che non passò inosservato dalle parti di Renzi.

descalzi descalzi

In questa sventagliata vendicativa ha ovviamente citato anche la fusione Leonardo-Fincantieri, perché rimprovera a Gentiloni la nomina di Profumo (come avete letto su questo sito). Ha già chiesto ai suoi di avere un rendiconto finanziario di Leonardo. E ha già in mente un progetto con Giuseppe Bono di Finacantieri e Cdp di Palermo per mettere in piedi questa fusione che darebbe alle due aziende maggior peso a livello internazionale.

salvini renzi salvini renzi

IL GRUPPO CARFAGNA

Berlusconi non si fa vedere né sentire, a parte il pranzetto con Salvini in cui ribadisce l’alleanza per le regionali, e allora per puntellare il nuovo governo si parla di Mara Carfagna come alleata renziana in chiave anti-Salvini. Il burattinaio di tutto è in realtà Gianni Letta, che ha anche un rapporto diretto con Conte. Solo il vecchio Gianni resta canale ufficiale del Banana nei palazzi romani. Confalonieri a fine anno andrà in pensione, e il suo essersi salvinizzato non lo aiuta nelle trattative, cosa che in Mediaset mette in bilico anche la posizione di Mauro Crippa.

CARFAGNA RENZI CARFAGNA RENZI

Ma la Carfagna, che ha dalla sua 10 senatori e 30 deputati, non si unirà al gruppo renziano. Resta dentro Forza Italia e crea un gruppo autonomo, pronto a votare i provvedimenti del Conte-bis caso per caso. Letta in tal caso potrà scambiare il lavoro fatto a favore della stabilità del governo con le uniche questioni che interessano a Berlusconi: il tetto pubblicitario, i membri dell’AgCom e il conflitto d’interessi.

MATTARELLA TRANQUILLIZZA CONTE

Ieri Conte è andato in visita da Mattarella, e lo ha trovato più tranquillo del previsto. La scissione di Renzi era attesa, e se l’aspettava.  Sergione ha spiegato a Conte che l’intento di Renzi è diventare leader, ma solo dopo la sfida contro Salvini, che è il suo vero nemico. Il Conte-bis intende sostenerlo fino alla fine, anche per avere il tempo di mettere in atto il suo piano. Non gli interessa farlo cadere prima del previsto.

mattarella e giuseppe conte mattarella e giuseppe conte

Giuseppi era arrivato parecchio alterato: mi sono tolto un Matteo arrogante per trovarmene un altro? Ma al Quirinale gli hanno ricordato che se non fosse stato per Renzi e la sua apertura ai grillini, lui a quest’ora doveva tornare a fare il professore/avvocato (come lui stesso aveva annunciato improvvidamente all’apice della crisi estiva tra i gialloverdi). Insomma, se Conte ha un ”-bis” da attaccare al nome lo deve proprio alla smania di potere di Renzi…

Stando al governo e parlando da leader di partito e non più come capo ufficioso della minoranza Pd, il ducetto avrà voce in capitolo sul successore di Mattarella. Naturalmente si opporrà a Prodi e ha in mente di proporre al momento giusto un nome al di fuori della scena politica, una figura che possa andare bene anche ai 5 Stelle. Un giurista, un esperto di diritto costituzionale, un Sabino Cassese più giovane.

RENZI FUNZIONA FINO AL CONFINE, FUORI NON LO AMANO

RENZI MERKEL 5 MAGGIO 2015 RENZI MERKEL 5 MAGGIO 2015

Come è stata accolta la scissione in Europa? A parte Macron, non bene. Alla Merkel, Renzi non è mai stato simpatico. Arrogante, toscanaccio, non gli ha mai perdonato il licenziamento dell’ambasciatore Sannino a Bruxelles, sostituito da Calenda (che poi ha lasciato il posto dopo pochi mesi tra i fischi dei diplomatici europei). Non importa. Al momento Bruxelles è pronta a dare la massima flessibilità possibile all’Italia giallo-rossa.

Gualtieri sta studiando la riforma del cuneo fiscale a favore dei lavoratori. E per strappare qualche elettore leghista, una politica di incentivi per le piccole e medie imprese. Con quali soldi, è ancora impossibile saperlo. Dipenderà tutto dai trucchi contabili che si inventeranno per smontare il Patto di stabilità senza doverlo riformare (i premier dell’Europa del Nord non saprebbero come spiegarlo ai loro elettori).

renzi alla leopolda 9 renzi alla leopolda 9

PROSSIMO STEP: LA LEOPOLDA

Alla Leopolda (18-20 ottobre) si annuncerà il programma di Italia Viva, il suo organigramma, e poi partiranno i soliti tavoli programmatici, ognuno dedicato a un argomento. Comitati civici saranno istituiti in ogni città (molti erano già partiti l’anno scorso), avranno una sede autonoma e auto-finanziata.

Il colpo gobbo – e qui la sfida è ai 5 stelle – sarà la nascita di una piattaforma internet che vuole scimmiottare più i MeetUp delle origini che Rousseau (non certo un modello da imitare), con un’app a disposizione degli iscritti per fare proposte, commentarle e interagire con gli altri iscritti.

EMMANUEL MACRON MATTEO RENZI EMMANUEL MACRON MATTEO RENZI

Anche dal palco della vecchia stazione fiorentina, Renzi ripeterà che assolutamente non andrà contro il governo. Dirà che il suo partito riuscirà ad aggregare più persone e aumenterà il bacino di consensi del Conte-bis. Ovviamente nasconderà il fatto che lui, nei suoi sogni, sarà il prossimo premier.

La sua road map: crescita dei consensi di Italia Viva> elezione presidente repubblica > elezioni politiche > lui che torna a Palazzo Chigi in assenza di altri leader in casa Pd. L’obiettivo non è far crescere Italia Viva ma la sua figura carismatica. Come in Francia: tutti dicono ”il partito di Macron” e i macronisti, nessuno dice en marche!, il suo partito.

prodi renzi prodi renzi

Il taglio dei deputati ci sarà, con conseguente modifica della legge elettorale. Gli sherpa del Pd stanno già copiando il sistema elettorale tedesco: proporzionale con sbarramento al 5%, e un governo che non cade se non c’è la sfiducia. Cioè il contrario di quanto accaduto quest’estate…

fonte – https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/ora-inizia-fase-due-renzi-tornare-palazzo-chigi-dopo-aver-214010.htm

D’Agostino: “Il Conte bis come sempre non è stato deciso in Italia”

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Il fondatore di Dagospia commenta la crisi e la nascita del nuovo Governo, voluto fuori dai nostri confini

La crisi italiana, l’elevazione di Giuseppe Conte a statista, la riabilitazione del nostro Paese. Sono novità derivate tutte dal contesto internazionale. «Me lo fece capire una volta Francesco Cossiga» racconta Roberto D’Agostino, fondatore, proprietario e direttore di Dagospia, il sito di anticipazioni, inchieste e scenari che Politico.eu, la testata online di analisi politica più compulsata a Washington e Bruxelles, ritiene «una lettura obbligata per le élite». «Cossiga mi disse che contano gli equilibri internazionali. E che dobbiamo ricordarci di essere un Paese sconfitto della Seconda guerra mondiale. All’estero non si dimentica tanto in fretta. Invece la nostra stampa non sa guardare fuori dai confini. Alberto Arbasino suggeriva ironicamente di fare una gita oltre Chiasso. Magari potremmo riuscire a capire perché, nel giro di tre giorni, dal rischio di essere come la Grecia, improvvisamente siamo diventati la nuova Svizzera».

Con le dita cerchiate da anelli, i tatuaggi che ricoprono gran parte del corpo, la barba mefistofelica sebbene si dichiari credente, il sulfureo blogger autore dell’imprescindibile Dago in the Sky ora viene invitato a parlare nelle università, non solo italiane. Panorama gli ha chiesto di essere lo storyteller della crisi in via di conclusione.

Quanto durerà il Conte bis?

Quanto decideranno i poteri internazionali che lo hanno voluto. In Italia pochi hanno notato un fatto rilevante. Il 23 agosto scorso, davanti ai colleghi delle banche centrali, Jerome Powell, presidente della Federal reserve, portando le prove del rallentamento dell’economia globale, dopo aver citato la recessione in Germania, le difficoltà della Cina, le tensioni a Hong Kong e il rischio di una «hard Brexit», ha parlato della dissoluzione del governo italiano. Perché, mi sono chiesto, con quello che accade in Iran e la guerra dei dazi, il più potente banchiere del mondo parla della crisi del governo italiano?

E come si è risposto?

Mi sono risposto che il caso italiano ha un’influenza notevole nello scacchiere globale con i suoi precari equilibri. La nostra stampa però, sempre ripiegata sui due Mattei, Di Maio e Zingaretti, non se n’è accorta. Ma il mondo non è su Rete4 e su La7.

Tutti hanno voluto Conte, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Donald Trump: se l’aspettava?

Anche Bill Gates.

Persino lui. E poi gli euroburocrati, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, le Borse, la sinistra post-blairiana, i gesuiti, la Cei, la Cgil, senza parlare di Matteo Renzi e Beppe Grillo…

Già, abbiamo trovato una sorta di Garibaldi che si chiama Giuseppe Conte.

Un salvatore, uno statista

Risulta un gigante perché si contrappone a uno che faceva il dj al Papeete di Milano Marittima. Negli ultimi tempi Salvini le ha sbagliate tutte.

Spicca per contrasto. Ma le sue doti personali quali sono?

Conte non nasce per caso. La prima spia mi si è accesa quando da avvocato del popolo, formula inventata da Rocco Casalino, ha voluto tenersi le deleghe sui servizi segreti. Come mai? Perché voleva mantenere il collegamento con il «Deep state» e le burocrazie? La seconda spia si è illuminata quando ho visto che frequentava il cardinale Achille Silvestrini, pace all’anima sua, il segretario di Stato Pietro Parolin, ed è stato ricevuto in pompa magna da Bergoglio che invece non ha mai voluto vedere Salvini nonostante le richieste. E qui c’è un’altra scelta sbagliata del Capitone, come lo chiamo io: schierarsi con la curia romana in guerra con il Papa.

Anche il rapporto col presidente Sergio Mattarella si dice abbia contato parecchio.

Fino a un certo punto Mattarella non sapeva nulla di Conte. Al Quirinale ha molta influenza Ugo Zampetti, colui che ha svezzato Di Maio quando, ignaro di tutto, è diventato presidente della Camera. Tra loro è sbocciato un gran rapporto. Già dopo il voto del 2018 Zampetti spingeva per il governo giallo-rosso. Era tutto fatto. Poi Maria Elena Boschi, sulla quale c’era il veto dei Cinque stelle per le inchieste su Banca Etruria, s’impuntò: voleva esserci anche lei. E Renzi, ospite di Fabio Fazio, disse che mai si sarebbe alleato con i grillini.

Tutto per la Boschi?

Certo, ha indotto Renzi a stracciare un accordo fatto. Voleva diventare ministro. Con Gentiloni aveva ottenuto la segreteria della presidenza del Consiglio alla quale ambiva anche nel governo Renzi. Solo che quella volta fu la moglie di Renzi, Agnese, a opporsi. E lei accettò il ministero per i Rapporti con il Parlamento.

Tornando a Mattarella e Conte?

È la filiera dei figli a spiegare al capo dello Stato chi è questo sconosciuto avvocato e a garantire per lui. Suo figlio, Bernardo Giorgio Mattarella, docente di diritto amministrativo alla Luiss, e il figlio di Napolitano, Giulio, professore della stessa materia a Roma Tre, con il suo socio, il potente avvocato Andrea Zoppini. Oltre che dal Vaticano e dai figli professori, Conte è spinto dal mondo forense con il suo coté massonico. Il suo maestro Guido Alpa, nello studio del quale ha iniziato la carriera, sta ovunque. E all’Università di Firenze, dove insegna, Conte conosce anche la Boschi.

Ancora lei?

Lavora nello studio dell’avvocato Tombari e fa da tramite per un incontro a tre: Alpa, Conte e Renzi. Ma il futuro premier non s’innamora dell’avvocaticchio. Allora, fallito il tentativo di entrare nel giglio magico, Conte incontra Alfonso Bonafede, anche lui con studio a Firenze, che lo porta da Di Maio. Il resto è storia dell’ultimo anno. Un avvocato anonimo, perciò manipolabile, diventa il possibile successore di Mattarella al Quirinale, come l’altro giorno ha ipotizzato un articolo della Stampa.

Sembra la trama di un film: tutto grazie solo ad alcune buone relazioni?

E, come dice suo padre, a una straordinaria ambizione che trasforma «Giuseppi» in un abile tessitore di rapporti internazionali, il vero trampolino. A cosa sono serviti i viaggi in Europa e al G7? Agendo da regista del voto in favore di Ursula von der Leyen, l’avatar della Merkel, Conte ha superato l’esame di affidabilità. È diventato organico all’establishment. Ricordiamoci cos’era il movimento di Grillo un anno fa sull’euro e sull’Europa. Il voto pro-Ursula è stato il motivo dello scontro finale fra il M5s e la Lega.

Che invece ha sempre sottovalutato i rapporti con Bruxelles?

Basta dire che non si era accorta che gli altri partiti sovranisti erano nel raggruppamento del Ppe della Merkel. Salvini invece è andato ad allearsi con Marine Le Pen, la spina nel fianco di Macron. A quel punto le perplessità si sono moltiplicate: questo Masaniello con il rosario minaccia di scassare l’euro. Missione compiuta: appena Salvini cade, lo spread rincula e la Borsa decolla.

E adesso inizia «la ricompensa»?

Certo. Non si parla più dei 40 miliardi necessari per l’aumento dell’Iva e la legge di bilancio. L’Italia che sembrava come la Grecia, diventa la nuova Svizzera. Ora che l’uomo nero non c’è più si può arrivare al 3 per cento di rapporto deficit/Pil e magari anche oltre, come ha detto von der Leyen, nel caso si facciano investimenti green.

Morale della favola?

Non si può avere la siringa piena e la moglie drogata. L’Europa è come un club, un minimo di regole devi rispettarle. Altrimenti puoi solo uscire, come ha fatto la Gran Bretagna. Non puoi stare un po’ con la Russia, un po’ con l’America, un po’ con la Cina e fare la Via della seta. Le superpotenze non perdonano. Quando Putin ha incontrato a Roma Conte, Di Maio e Salvini chiedendo impegno contro le sanzioni gli è stato risposto di alleggerire la posizione sulla Crimea. Due giorni dopo è uscita la storia dell’Hotel Metropol di Mosca e dei finanziamenti russi alla Lega.

Non sarà una lettura troppo complottarda?

Ma no, i complotti escono dopo, soprattutto se cominci a fare i giochini tra Putin e Trump. Com’è possibile che il presidente americano sponsorizzi il governo più a sinistra della storia italiana? Sovranista grande mangia sovranista piccolo. La storia del Metropol è stata ferma cinque mesi prima di spuntare da un sito americano. Possibile che i servizi segreti, quelli su cui aveva le deleghe Conte, non avvisino Salvini? Vuol dire che li aveva contro, era uno zombie che camminava. Siamo sempre lì, il «Deep state» è decisivo. Citofonare a Berlusconi: anche lui era anomalo, nemico dell’establishment e gliel’hanno fatta pagare. Lo hanno chiamato e gli hanno detto: con lo spread a 500 le tue aziende vanno al macero. E lui è andato a casa.

Così sono stati addomesticati anche i propositi e le promesse di Nicola Zingaretti di puntare al voto?

La promessa c’era stata, ma le pressioni sono state più forti. Sarà arrivata la telefonata dell’ambasciatore americano o la spinta di qualche alto prelato.

Il Pd torna in campo, ma perde la faccia andando al governo ancora senza passare dalle elezioni.

E chissà quando ci si ripasserà. Adesso devono tagliare 345 parlamentari, poi fare il referendum e la nuova legge elettorale. Si voterà nel 2022, con un nuovo capo dello Stato.

Che sarà Romano Prodi?

Non credo, troppo filocinese.

I Cinque stelle che dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno sono rimasti inscatolati?

Sono diventati il tonno, il movimento è diventato partito. Quella era la propaganda di Grillo. Ricordiamoci che Gianroberto Casaleggio andava alle convention di Cernobbio.

Conte è una figura double face? Quando ha detto che il 2019 sarebbe stato «un anno bellissimo» ha omesso di dire che si riferiva a sé stesso?

Già, non ha finito la dichiarazione. Ma, tutto sommato, forse sarà un buon anno anche per noi. Meno tensioni, meno incubo migranti, meno social sobillatori.

Di sicuro più tasse. Grillo che propone ministri tecnici di alto profilo dà ragione a Salvini che vede nel Conte bis la riedizione del governo Monti deciso a Bruxelles?

Dopo i Vaffa è arrivato il nuovo Coniglio mannaro di forlaniana memoria. È entrato in scena il giorno delle dimissioni al Senato.

Casaleggio voleva conquistare il potere attraverso Grillo. Ma quando prendi il 33 per cento devi metterti in una prospettiva governativa. Conte dà questa prospettiva. L’errore di Salvini è stato puntare sull’uomo solo al comando. È sempre andata così: Berlusconi, Renzi, adesso lui. La politica è fatta di relazioni. A Roma ci si «attovaglia» per fare le strategie. Magari la si pensa in modo diverso, ma a tavola si fanno le parti.

E ce n’è un po’ per tutti. n

fonte – https://www.panorama.it/news/politica/dagostino-conte-bis-sempre-non-deciso-italia/

“Non scriviamo gli inviti per i matrimoni gay”: due artiste assolte dal reato di discriminazione

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Due donne statunitensi, Joanna Duka e Breanna Koski, proprietarie di una piccola società di calligrafia specializzata in inviti a scritti a mano, sono finite sotto processo perché si sono entrambe rifiutate di lavorare per i matrimoni tra gli omosessuali, spinte dalla loro fede cristiana.

Le donne sono finite davanti alla Corte Suprema dello Stato dell’Arizona il 16 settembre scorso e sono state assolte.

Joanna e Breanna erano state citate in giudizio per avere violato una «ordinanza sui rapporti umani» emessa dalla Città di Phoenix che comprende la protezione delle persone LGBTQ dalle discriminazioni, come riferito da TV5 Monde.

Pena prevista: fino a sei mesi di reclusione e 2.500 dollari di multa, poco più di 2.200 euro.

C’è da dire, poi, che né Joanna né Breanna erano state sollecitate da una coppia omosessuale a creare gli inviti per un matrimonio ma le due donne avevano attaccato l’amministrazione di Phoenix nel 2016, parlando di atto «contro la libertà di espressione e di religione», garantita dalla Costituzione dell’Arizona.

Le due artiste hanno spiegato che la loro fede cristiana le impedisce di promuovere un matrimonio tra persone dello stesso stesso, occupandosi degli inviti.

Fonte – https://vocecontrocorrente.it/non-scriviamo-gli-inviti-per-i-matrimoni-gay-due-artiste-assolte-dal-reato-di-discriminazione/

Agrigento, gli immigrati sbarcano e salutano i bagnanti: “Ciao bello!” (Video)

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Agrigento, 18 set – Come se non bastassero la parziale riapertura dei porti e l’asservimento del neo governo giallofucsia alle Ong, ci pensano gli “sbarchi fantasma” a peggiorare la già difficile gestione degli arrivi in Italia. Da giorni i barchini che arrivano sulle nostre coste scaricano gli immigrati a gruppi di una ventina alla volta. Ieri un caso davvero eclatante, con uno sbarco avvenuto nella principale spiaggia di San Leone, frazione e principale lido di Agrigento, intorno alle 18 mentre la gente era ancora al mare.

Gli immigrati festeggiano

Come si vede dalle immagini diffuse da “Mareamico Agrigento”, un gruppo di circa 25 immigrati (probabilmente tunisini) scende festante dalla piccola imbarcazione abbandonata sul bagnasciuga salutando i bagnanti. Al “ciao bellu” di uno degli immigrati, un bagnante, probabilmente l’autore del video, risponde amichevolmente con “ciao ragazzi”. Con il sottofondo di risate dell’operatore si vedono poi i clandestini darsi letteralmente alla macchia sparendo nella vegetazione.

Fermati una dozzina

Sul posto dopo una mezzora circa sono arrivati gli uomini di Capitaneria di porto, Guardia di finanza e polizia locale. Nella notte le volanti della polizia sono riusciti a rintracciare e fermare una dozzina di immigrati, che dopo lo sbarco avevano provato a nascondersi nel quartiere balneare di San Leone. Le ricerche proseguono ancora e si stanno allargando alle zone limitrofe.

Davide Di Stefano

fonte – https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/agrigento-gli-immigrati-sbarcano-e-salutano-i-bagnanti-ciao-bello-video-130473/

Hafez Al Assad il fascista

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J. Lacouture, nella sua biografia di Gamal Abd el-Nasser, ritiene che la scelta di Damasco di aderire alla Repubblica Araba Unita (RAU) con l’Egitto fosse stato un tentativo siriano di sfuggire alle proprie contraddizioni. Le forze armate siriane la imposero all’allora presidente Shukri al-Quwwatli in quanto c’era il concreto rischio di guerra civile. L’effetto della crisi di Suez e il rafforzamento del ruolo di potenza regionale dell’Egitto determinarono la progressiva fuoriuscita di Damasco dall’orbita anglosassone, agevolata anche dal collasso del Patto di Baghdad al momento del rovesciamento della monarchia hashemita in Iraq nel 1958. La contesa interna siriana si risolveva a favore del Baath, con l’epurazione del fronte  fascista SSNP, il Partito socialnazionale siriano, fautore della “Grande Siria”. L’identificazione totale tra Baath panarabo e fascismo (promossa sia dal Gregor sia dal Germani) è dunque una forzatura storiografica ma come poi vedremo nel caso del Baath siriano assadista la politica realistica di Hafez al-Assad assumerà concretamente caratteri fascisti. Ispirandosi al modello panarabista nasseriano, che non va confuso con il modello occidentalocentrico, filosionista e arabofobo turco kemalista, Hafez al-Assad diede vita, assieme ad altri cinque ufficiali (tre alawiti e due ismaeliti) al Comitato militare. Nel febbraio 1963 vi fu il golpe baathista in Iraq; nel marzo 1963 vi fu la rivoluzione siriana. L’affermazione definitiva della linea di Assad dovette attendere sino al 1970. Abbiamo una prima fase, guidata da Salah Jadid (1963-1970) che si può considerare marxista; una seconda fase, guidata appunto da Hafez al-Assad che si può considerare socialista nazionale o elitista fascista. La crisi del regime di Jadid, caratterizzato da un populismo di ultrasinistra in cui la terminologia marxista-leninista entrò con prepotenza nel lessico ufficiale, si ebbe con l’umiliazione del Golan nella guerra contro Israele e con l’intervento a favore delle fazioni palestinesi nella guerra civile giordana del settembre 1970. Il cosiddetto “movimento correttivo” assadista trovò il pieno appoggio degli ufficiali ma anche della frazioni della piccola e media borghesia sunnita. Nel novembre 1970 il socialista nazionale Hafez al-Assad prese perciò il controllo di una Siria profondamente divisa all’interno, divisa e frammentata sia su basi confessionali sia su basi sociali, impoverita ancora di più dalle impopolari iniziative economiche di segno collettivista e marxista della fazione “rossa” baathista che avevano disintegrato la piccola proprietà e la media imprenditoria. Jadid, ideologo del “socialismo scientifico” marxista siriano, spazzò comunque via dalla scena interna i comunisti siriani, come in seguito farà del resto anche Assad. Non condivido la tesi della “linea correttiva” assadiana come bonapartismo alawita (Raymond Hinnebusch). Né tantomeno condivido la lettura monoconfessionale del Baath siriano come fazione dominante alawita: il blocco sociale baathista rappresentato da Hafez al-Assad fu invece composto da elite militare, piccola imprenditoria agricola e soprattutto media borghesia sunnita urbana, non alawita dunque.

Il presidente Hafez puntava così sulla prassi realista politica dell’unità tra le varie frazioni nazionali e sociali, per una terza via universale oltre capitalismo liberista e comunismo, basata sulla logica del generale compromesso, imperniato sulla propria personale capacità di mediazione diplomatica e tattica e sulla progressiva dilatazione e estensione dei poteri dello Stato siriano. La base di massa e rurale del Partito baathista, che fu denominato dal marzo 1972 Fronte nazionale progressista (FNP, al Jabha al wataniyya al taqaddumiyya), si integrò gradualmente con i quadri urbani militari e borghesi del Partito-Stato. E’ un metabolismo politico che richiama talune correnti del fascismo italiano, come quella d’estrazione sindacale di Edmondo Rossoni o dello squadrismo rurale di Farinacci. Fazioni che per De Felice vennero in seguito ridimensionate grazie alla realpolitik da statista di Benito Mussolini. Alla medesima risultante sarebbe approdata la Damasco del Baath patria eletta del socialismo nazionale mediterraneo dopo il 1945. E’ un socialismo nazionale di “destra”, sostiene il biografo per eccellenza del “leone di Damasco”, Patrick Seale, in quanto all’ideologia baathista il rais sovrappone il realismo politico e il tatticismo geopolitica rifiutando le fughe in avanti avventuristiche, eccessivamente populiste. Netta la distanza perciò con i teorici baathisti Aflaq e al-Bitar che non a caso furono acerrimi avversari del Baath siriano di Assad (che consideravano una sorta di nasserismo in salsa fascista) e convinti sostenitori del ramo baathista iracheno, che consideravano a ragione più dogmatico ed ideologico e dunque simile al loro modello ideale (nota 1). I perni del realismo tattico di Hafez sono tre.

1)      Le fondamenta di una strategia di sviluppo e modernizzazione della Siria, nonostante il 20-25 per cento dei bilanci statali fossero sistematicamente assorbiti dalla difesa: il corporativismo statalista, associato a una moderata ed equilibrata liberalizzazione economica, diviene la forza interna che dà impulso a una crescita economica di tutto rispetto nonostante la profonda crisi economica degli anni ottanta.

2)      La “dottrina della sicurezza” diventò il principio rivoluzionario dell’Assad pensiero. La visione del leader siriano su Israele contempla il concetto che la nozione dell’equilibrio mediterraneo di forze è addirittura più centrale di quella della difesa del Levante. Si gioca qui la rottura più radicale con quella linea araba rinunciataria che aveva spesso prevalso dopo il 1948. Assad giunge a tale conclusione, spiega Seale, dopo aver osservato lo svolgimento della diplomazia di pace di Sadat. A suo parere, Sadat non ha fatto la pace con Israele ma ha capitolato. “La pace non è per i deboli”: una massima strategica dell’assadismo siriano su cui egli tornerà più e più volte. Il nucleo centrale della visione del presidente siriano è perciò basato sul fatto che un accordo autentico con i sionisti deve andare oltre la semplice restituzione dei Territori Occupati e deve perciò arrivare a sancire una modifica effettiva dei rapporti di forza tra l’arabismo e Israele. E a questo proposito, secondo Assad il problema palestinese è troppo importante perché lo si lasci ai palestinesi. La stessa politica interna siriana si trasforma in una modulazione tattica di questo principio strategico: dalla lotta senza quartiere ai “Fratelli criminali” (come li chiama Hafez) ossia alla Fratellanza mussulmana sostenuta nel suo tentativo terroristico dai sionisti e dall’intero occidente alla  politica libanese pansiriana ed all’alleanza strategica con l’Iran khomeinista e a quella tattica e sovranista con la Russia sovietica, il presidente siriano si muove con sagacia tattica sulla base di questo flessibile centralismo strategico. Lo stesso dicasi riguardo a taluni inevitabili momenti di emergenza militaristica interna che non oscurano e non mettono in discussione la prassi di “democrazia plebiscitaria” della costituzione baathista del 1973.

3)      La continuità politica con i socialisti nazionali pansiriani, ovvero con i fascisti libanosiriani degli anni ’30. Nella Siria baathista di Hafez, il ministro della Difesa, il generale Mustafa Tlas, ripubblica con il totale semaforo verde dell’elite politica damascena la fondamentale opera del 1938: “L’ascesa delle Nazioni”. Autore è il fascista grande siriano Antun Saada (1904-1949), intellettuale libanese fondatore del già citato SSNP il quale sosteneva la sostanziale identità siriana dell’intera regione araba e dell’arabismo culturale e geopolitico, condannando su tutta la linea sia il razzismo etnico biologico sionista sia il materialismo marxista e capitalista. La geopolitica pansiriana di Assad non è romantica ma realistica. La “Grande Siria” di Assad è frutto di una prudente tattica geopolitica. Eppure, al di là di tutto ciò, è evidente che egli nutra una profonda convinzione sulla grandezza siriana, sulla sua centralità, sul suo ruolo guida nella politica araba e – perché no? – sulla grandezza del suo leader. Sotto il suo governo, il paese ha cessato di essere un giocattolo nelle mani dei potenti vicini per diventare l’unico paese della regione in grado di resistere a Israele. Alla reputazione di cui godeva la Siria come patria e matrice del panarabismo e motore della rivoluzione araba moderna Assad ha aggiunto la forza militare, la stabilità sociale, un notevole tatticismo politico. Hafez Assad, sul modello pansiriano di Saada, propose peraltro l’uso del saluto romano come segno distintivo per ufficiali e militari dell’Esercito arabo Siriano, saluto che non solo è tuttora usato quotidianamente dall’esercito e dalle guardie rivoluzionarie baathiste ma è stato anche adottato dall’Hezbollah libanese, da sempre vicino al Baath siriano. La “zouba’a”, simbolo politico del socialismo nazionale di Saada, indica sia l’unita antisionista tra cristiani e islamici sia l’unità per il bene statale dell’elemento sociale con quello nazionale. Va considerato che il SSNP sempre perseguitato diventerà un’organizzazione satellite del Baath siriano, come il Comando Generale di Ahmed Jibril organizzazione patriottica palestinese assai vicina al socialismo nazionale pansiriano del SSNP.

Il modello politico del giovane Hafez che si formava con il mito del Baath e del nasserismo, per quanto poi arriverà la doccia fredda della RAU nasseriana antisiriana, fu il militante socialnazionale Adib al Shishakli, il curdo siriano che guidò la democrazia presidenziale antisionista e antioccidentale nei primi anni cinquanta e che sarà poi ucciso dai marxisti-leninisti nel 1964.

Giulio Andreotti, che conobbe da vicino Hafez, lo definì il più grande statista della sua epoca. Kissinger, visceralmente antisiriano ed antiarabo, riconobbe lo stesso, in più casi, la grandezza politica del nemico considerandolo il guardiano rivoluzionario dell’antisionismo mediterraneo e vicino-orientale . La Siria dei nostri giorni, ossia la leggenda di uno Stato socialista, lo stato del presidente Bashar (che diventò presidente perché il designato, Basil Assad “il martire”, fu assassinato da mani ignote nel gennaio 1994) e di un popolo indomito e volitivo che ha saputo sconfiggere una coalizione mondiale di circa 183 nazioni guidata dall’avanguardia occidentale e sionista denominata DAESH-ISIS aprendo perciò sicuramente le porte ad una Nuova Era – di cui probabilmente vedranno i frutti russi, cinesi, arabi, nipponici e indiani – è certamente sua figlia.

nota 1: A differenza del Ba’ath siriano, il Ba’ath iracheno fu esempio di socialismo nazionale di sinistra. Per quanto durante le varie fasi del Governo baathista Sadam Husayn si ispirò all’Urss, nel corso del processo nel dicembre 2005 il presidente iracheno dice ai suoi accusatori: “Sadam Husayn è il rivoluzionario che come Mussolini resisterà all’occupazione americana sino alla fine”.

fonte – http://www.noreporter.org/index.php/storiaasorte/25890-hafez-al-assad-il-fascista

Visita alle tombe dei bimbi abortiti per capire la gravità dell’aborto

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di Matteo Orlando per AGERECONTRA

Nel fine settimana appena trascorso, negli Stati Uniti varie personalità pro-vita si sono radunate per pregare intorno alle tombe di bambini abortiti.
In diverse zone degli Stati Uniti si è voluto così sottolineare che l’aborto non è una questione astratta, ma una concreta tragedia umana.
Sponsorizzata da Citizens for a Pro-Life Society, Priests for Life e Pro-Life Action League, la 7a Giornata Nazionale in memoria dei bambini abortiti si è articolata in 195 servizi commemorativi a livello nazionale, 52 dei quali tenuti in tombe che specifica che il feto è morto nell’utero.
“Visitare le tombe di feti abortiti mette davvero in prospettiva le battaglie legislative”, ha dichiarato Eric Scheidler della Pro-Life Action League in un comunicato stampa.
“Niente importa delle celebrazioni da una parte e delle proteste degli abortisti dall’altra, di tutti i boicottaggi e delle posizioni politiche minacciose, quando ti rendi conto che le vere vittime dell’aborto sono sepolte proprio sotto i tuoi piedi. Questi feti non sono mai nati. Non hanno mai imparato a camminare. Non hanno mai avuto un primo giorno di scuola. Non hanno nemmeno ricevuto un nome. Spesso l’aborto è considerato una questione politica o una scelta personale, ma l’aborto ha delle vere vittime”, ha detto Scheidler.
Mentre la maggior parte delle vittime dell’aborto viene scartata come rifiuto medico, il sito web dell’evento pro vita ha spiegato che “decine di migliaia” di feti abortiti sono stati recuperati e hanno ricevuto sepolture decenti e le storie dei loro recuperi “sono strumenti potenti per risvegliare le coscienze degli americani”.
Anche se un funerale e una sepoltura per un feto abortito possono essere un evento relativamente raro, “l’opportunità di visitare i siti di sepoltura e ricordare come quei feti sono arrivati ​​lì non deve essere strano, in realtà, non dovrebbe essere”, hanno aggiunto gli organizzatori dell’evento. “I prolife dovrebbero visitare queste tombe e altri siti commemorativi dedicati ai feti abortiti, come parte regolare della loro testimonianza pro-vita. Questo è ciò che rappresenta la festa nazionale in memoria dei bambini abortiti”.
Gli organizzatori esprimono la loro fiducia nel fatto che queste esperienze non solo aiutano le persone confuse sull’aborto a superare bugie e apatia, ma aiutano anche coloro che sono già a favore della vita a trovare un livello superiore di impegno e attivismo.
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