La sinistra Maneskin

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QUINTA COLONNA

di Ugo Boghetta 

Fonte: Ugo Boghetta

Sinistrati contro sinistrati (seconda parte)

Nella prima parte sono stati riassunti gli interventi ed il senso del dibattito rilanciato in Italia dopo l’articolo apparso sull’Economist contro la cosiddetta sinistra illiberale.
Si potrebbe pensare che sia un argomento futile o solo incipiente. Ma le cose non stanno così. Sono temi forti e che fanno già parte della nostra quotidianità sociale, politica e culturale.
Prima di proseguire, tuttavia, va premesso che il testo originario, e quasi tutti gli interventi, partono dall’assunto che il liberalismo classico sia buono, coerente e vero. Ma così non è. Che il mercato non funzioni come miglior allocatore di risorse  è un fatto. Così è per la libera iniziativa e la concorrenza che dovrebbero creare ricchezza per tutti. A fronte di una potenza tecnologica mai raggiunta invece assistiamo da decenni ad aumenti esponenziali di povertà e differenze. Inoltre, Il rapporto fra democrazia e liberalismo è  stato sempre problematico: oggi è di opposizione. Che il liberalismo poi non sia violento è una totale falsità. Il liberalismo è stato  violento nel nazionalismo quanto nella globalizzazione. Anche all’interno dei singoli stati il liberalismo è sempre stato violento, ma al coperto delle istituzioni. Gli ossimori sono dunque  tanti. L’ultimo è lo statalismo antistatale. Ora è buon il deficit ma si va verso altre privatizzazioni ed esternalizzazioni. I buchi della Pubblica Amministrazione vengono coperti con precari per attuare il piano della Next Generation (!?): poi tutti a casa. Alla fine avremo uno Stato ulteriormente spolpato: una carcassa. Ma come diceva Walter Benjamin, il capitalismo è una religione … e le religioni non sono confutabili. Serve altro. A chi comunque volesse approfondire l’argomento consiglio il libro di Andrea Zock: “Critica della ragione liberale”.
Il dibattito invece ha due scopi molto chiari: unire i liberali, ripulire e propagandare il nuovo capitalismo: buono, digitale, verde, inclusivo.
Ritornando alla questione, va detto che molti fatti dimostrano che il rapporto fra impianto liberale e la cosiddetta sinistra illiberale non è chiaro, spesso si confonde, a volte sono la stessa cosa. Come evidenzia Carlo Galli.
Prendiamo l’immigrazione. I sinistrati pensano  che l’immigrazione  non debba essere regolamentata e i confini controllati. Ciò avviene a causa di un approccio moralistico cui non è secondario il senso di colpa del passato colonialismo e di un certo pauperismo terzomondista. Mentre non c’è quasi nessuna attenzione al colonialismo odierno fatto di globalizzazione e finanza con le loro guerre e rapine a bassa e alta intensità. Le terribili ed anche tragiche vite dei migranti andrebbero riferite a queste cause proponendo cambiamenti politici strutturali. Altrimenti, ad esempio, l’immigrazione peggiora le condizioni dei paesi da cui si fugge. Invece, si sostiene che al diritto (giusto) ad emigrare corrisponda un ugual diritto ad entrare in un  qualsiasi paese senza permesso. Chi pensa invece che l’immigrazione debba essere controllata e compatibile con la situazione sociale, politica e culturale di un paese,  è definito fascista. Eppure questo approccio è molto più coerente con le posizioni della sinistra quando questa era tale.
Sostenere la stessa idea di patria, fonte della Costituzione e per cui i partigiani combatterono, è fascismo. Sostenere un’idea diversa dall’Unione Europa e della moneta unica che tenga conto delle differenze fra nazioni e popoli, è fascismo.
Ormai il termine fascista è una condanna onnipresente.
Anche chi non vuole vaccinarsi è un fascista!? Con questo approccio, tutti gli errori commessi nella gestione del Covid, sono coperti. Coloro che sollevano problemi e criticità ragionevoli sono sono bollati. Così diventa impossibile discutere criticamente di una situazione che non è una dittatura, ma colpevole improvvisazione sanitaria. Cui non è secondaria una strumentalizzazione politica atta a tener incollata una maggioranza che senza l’emergenza non starebbe insieme un minuto. La comunicazione propagandistica di stampo bellico, dunque, è già un esempio di quel conformismo soffocante denunciato come pericolo solo potenziale da Alessandro De Nicola. C’è da dire che anche la parte opposta no vax e no mask ha lo stesso atteggiamento.  Anche questi  ritengono che il green pass sia fascismo. Del resto, anche questo movimento ha un’impronta ideologica non certamente opposta  al liberalismo.
Il ddl Zan è l’ultimo esempio del mazzo.  Se la proposta infatti non è passata, è perché al fondo c’è una impostazione radicale e settaria tipica delle nuove filosofie transgenders la cui purezza non può essere messa in discussione: o con loro .. o fascisti. Ma la colpa di quanto avvenuto non è di qualche sinistra illiberale ma proprio del PD: partito fulcro del liberalismo.
Tutti fascisti dunque. Le sinistre, l’una impotente stante la stasi della lotta di classe su vasta scala, l’altra votata ai nuovi orizzonti liberali, cercano conferma di appartenenza e verginità perdute nei tempi che furono:  fascismo/antifascismo. È una follia. Così non si alimenta altro che una visione paranoica. I fascisti sono quattro gatti anche se, come sempre, buoi per tutti gli usi. Ed il capitalismo non ha bisogno di fascismo. Non ha nemici esterni. Il nemico è esso stesso. Il  capitalismo ha solo bisogno di girare senza sosta. Se si ferma è perduto. Ha bisogno di nuove occasioni di profitto, nuove culture, consumi selettivi, diversificazione dei bisogni e personalizzazione delle merci. Lo spettro del controllo non è politico ma è intrinseco al mercato ed alla digitalizzazione.
In effetti, il pensiero liberale è in crisi dal 2008. Ora la soluzione sarebbe il Grande Reset. E così si cercano sponde un po’ ovunque: il virus, i transgenders, i giovani contro il riscaldamento globale. Ma differenza di Galli, penso che non siamo all’estremismo infantile ma a quello senile.
Tuttavia, tante questioni sollevate siano questioni reali e discriminazioni in atto. Discriminazioni che trovano anche riscontro nella lingua e nei simboli. Che il conflitto avvenga e debba avvenire anche su linguaggi e simboli non ci piove. Ma sono i contenuti, le impostazioni, le proposte  ad essere sbagliate, a volte assurde o anche ridicole. Pensare di migliorare il mondo creando discriminazioni alla rovescia secondo faglie di genere o etnie è da condannare e da combattere.  Le discriminazioni e le contraddizioni continuerebbero ad agire a prescindere. Tutto porta alla solito gattopardismo: che tutto cambi perché nulla cambi. L’operatore ecologico cui è stato cambiato nome, ora è più precario di quanto si chiamava spazzino. Parimenti non è condivisibile la visione del mondo attinente la questione di genere. Visione che, peraltro, vede opinioni diverse anche all’interno dello stesso campo femminista. Si può infatti essere per il concetto binario maschio/femmina senza avvallare  discriminazioni. Assolutizzare poi l’atomo-individuo porta ad una società parossistica è sempre più inevitabilmente nichilista. E l’ambiente non si salverà certo solo con più tecnologia poiché il problema è il rapporto fra specie umana e natura.
Il fatto è che l’assenza sostanziale di un proposta alternativa post-capitalista lascia tutto il campo ad un ideologia unica liberal-liberista pur piena di sfumature. Ma, appunto, si tratta di sfumature, parzialità, frammenti, frattaglie.

L’aggressione alla nazione armena nel silenzio dei media

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un comunicato della Comunità armena di Roma relativo alle vicende tra la nazione armena e Azerbaigian, argomento che non trova spazio sui media, anche per il ruolo di Israele a favore degli azeri. Formuliamo al popolo armeno la nostra vicinanza e l’augurio che possa abbracciare integralmente la Fede cristiana, conservata dall’unica Chiesa di Cristo, cattolica, apostolica (non nel senso dell’eterodossia armena) e romana.
 
COMUNICATO STAMPA: UN ANNO DOPO LA GUERRA IN NAGORNO KARABAKHLA È L’11 SETTEMBRE DEGLI ARMENI
 
Il 27 settembre 2020, forze turche e azere con il supporto di mercenari jihadisti tagliagole hanno sferrato un attacco congiunto contro la repubblica armena del Nagorno Karabakh (Artsakh).
 
Al termine di 44 giorni di guerra e di indiscriminati bombardamenti sulla popolazione civile di Stepanakert e degli altri insediamenti civili, è stato firmato il 9 novembre un armistizio che ha sancito la vittoria militare azera e la occupazione militare di quasi tutto il territorio sia dentro i confini dell’oblast di epoca sovietica che nei territori circostanti.
 
Per gli armeni di tutto il mondo, l’aggressione azera simboleggia un undici settembre di dimensioni ancor più gravi in termini di perdite umane e materiali [tremila soldati armeni morti, molti giovanissimi delle classi 1998, 1999, 2000, ndr]. 
 
Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” nel ricordare le migliaia di vittime civili e militari causate dalla guerra azera sottolinea che:
 
Il regime dell’Azerbaigian persevera in una politica di odio nei confronti dell’Armenia come ripetutamente evidenziato nei discorsi ufficiali del suo presidente Aliyev;
 
La popolazione armena continua ad essere continuamente minacciata e provocata dai soldati azeri nonostante il dispiegamento di un contingente di forze di pace russo.
 
Le ambizioni dell’Azerbaigian si sono progressivamente spostate sulla repubblica di Armenia nel cui territorio da oltre cinque mesi sono entrate centinaia di soldati azeri per ridisegnare i confini secondo la volontà del dittatore Aliyev.
 
Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” fa appello alle istituzioni, alla politica e ai media italiani chiedendo che:
 
la repubblica italiana si attivi in tutte le sedi per l’immediato rilascio delle decine di prigionieri di guerra armeni ancora trattenuti nelle carceri azere in dispregio dell’accordo di tregua del 9 novembre e delle convenzioni internazionali;
 
venga riconosciuto il diritto della popolazione armena del Nagorno Karabakh (Artsakh) a vivere in pace nella propria terra;
 
sia riconosciuto dunque il diritto all’autodeterminazione della regione entro in confini dell’oblast sovietica attesa che la convivenza entro lo Stato dell’Azerbaigian è di fatto impossibile.
 
Siano attivati tutti i mezzi possibili per la preservazione del patrimonio storico, artistico e religioso armeno nei territori occupati dall’Azerbaigian favorendo in primo luogo la missione Unesco per la verifica dello stato di conservazione dei monumenti armeni molti dei quali purtroppo già distrutti o vandalizzati.
 
Consiglio per la comunità armena di Roma
 
 

CANCEL CULTURE

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Segnalazione di Pietro Ferrari

Viviamo in un’epoca in cui trionfa la cosiddetta “cancel culture”, la cultura che ci chiede di giudicare la storia come se tutto fosse contemporaneo. Questo è divenuto un tema dominante della nostra cultura.

Ne parlano con il musicista ed autore Aurelio Porfiri, gli studiosi Marco Tarchi e Eugenio Capozzi, gli autori Pietro Ferrari, Beatrice Harrach e Vania Russo, lo psichiatra Adriano Segatori.

Il programma sarà trasmesso in live streaming su numerosi canali, tra cui il canale You Tube RITORNO A ITACA, su TWITTER e sulla fanpage in Facebook di AURELIO PORFIRI.

In particolare, ecco il Video in questione: https://www.youtube.com/watch?v=vVFRyRRpvK4&t=8s

Matteo Renzi: la parabola di un leader tutto tattica e niente strategia

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di Ferdinando Bergamaschi

Matteo Renzi è sicuramente un animale politico dal grande talento tattico ma con un grande deficit di talento strategico. Tutta la sua parabola politica dimostra questo assunto, anche all’indomani dell’11ª edizione della Leopolda. E allora ripercorriamo le tappe del progetto politico di Renzi, che in tutti questi anni è stato quello di rottamare la vecchia sinistra per creare un nuovo polo di un riformismo liberal-democratico.

Al vertice del Pd

Dal dicembre del 2013 Renzi diventa segretario del Partito Democratico. Ma a differenza dei suoi predecessori, Veltroni e Franceschini, l’ex sindaco di Firenze da subito sembra non aderire alla vocazione postcomunista del partito e anche a quella ulivista, che era già una mediazione. Renzi è recalcitrante rispetto all’assetto classico del centrosinistra italiano. Vuol rompere gli schemi; e questo di per sé sarebbe lodevole se fatto con i tempi e le modalità opportune. Ma lui i tempi vuole anticiparli. E vuol compiere la sua operazione di trasformismo con un’aggressività e con una presunzione che via via creano sconcerto.

In tal modo, con il tempo, si è alienato non solo i vertici del partito (il che di per sé può essere un altro merito) ma anche la base stessa, senza averne un’altra come rimpiazzo. E questo per un politico è imperdonabile. Renzi si proponeva formalmente di essere inclusivo, ma sostanzialmente ha agito con un arrivismo e un’arroganza politica tale da diventare divisivo.

Gli anni da premier

Quando Renzi nel febbraio 2014 diventa Presidente del Consiglio, ha un potere enorme. È stato l’unico segretario del Pd a portare il partito oltre il 40%, pescando alle Europee molti consensi nell’elettorato berlusconiano. In quel 2014 Renzi può dare le carte sia nel partito, sia nella politica italiana, ma decide di farlo non in modo graduale, bensì sempre in modo aggressivo. Nel partito, infatti, si mette contro tutta la sinistra interna e parte dell’ala cattolica ulivista. La fuoriuscita di Bersani e D’Alema dal partito e la costituzione di Leu saranno solo un piccolo sintomo della grave frattura che ha creato all’interno del Pd. 

Nel frattempo, incalzato dai nemici interni ed esterni, Renzi sceglie di percorrere la strada della personalizzazione della politica; tuttavia, non si rende conto che per accentrare così tanto su di sé deve avere una base popolare disposta a seguirlo molto più ampia di quanto non sia un 40% in un assetto di democrazia parlamentare. E infatti la sua decisione affrettata di giocarsi tutto con il referendum costituzionale del 2016 si rivelerà catastrofica, con il successivo addio al Pd e la formazione di Italia viva. 

Il grande centro 

Venendo ad oggi, al di là della vicenda Open e della politica contingente, il progetto politico di Renzi è su un binario morto. L’ex premier è rimasto solo. Ed è rimasta sola Italia viva, la sua creatura, Italia viva. Renzi ha attaccato a spada tratta tutti i partiti di matrice populista, ma i fatti dicono che i partiti populisti, al di là di che cosa se ne pensi, sono molto più in forma dei partiti non populisti.

Se infatti mettiamo insieme il populismo leghista, quello grillino e quello meloniano, ci si avvicina quasi al 60% dei consensi. E lo stesso Pd non è proprio alla frutta. Il vecchio Partito comunista, progenitore del Partito democratico, già dai tempi di Togliatti e poi di Berlinguer, aveva una vocazione marcatamente populista. Il  fatto che poi abbia tradito questa sua vocazione circa trent’anni fa, diventando la più pura espressione dell’establishment, ha un valore relativo. Il Pd infatti continua ad avere un certo consenso di base, oggi attorno al 20%. 

Non solo Renzi

Il grande centro vagheggiato da Renzi potrà anche tornare ad esistere, ma non sarà certo lui a crearlo. La stessa Democrazia cristiana era, a modo suo, un partito populista: aveva fortissimi legami con la base, con il suo popolo; e aveva miti da agitare all’occorrenza.

Forse potrà essere Carlo Calenda, certamente più idealista e meno opportunista di Renzi, a creare questo centro. Ma è ancora presto per dirlo. Calenda sta poco meglio di Renzi nei sondaggi: Azione raccoglie circa il 4% dei consensi. Oggi però non esiste un partito di centro ma esiste “l’uomo del centro”: e questo è Mario Draghi. Draghi proviene certamente dal mondo della Finanza ma, a differenza di tutti gli altri uomini della Finanza, incarna la “grande mediazione”. Draghi infatti è espressione tanto del verticismo politico quanto della coscienza popolare: è un anello di congiunzione. E lo è anche tra il nazionale e il sovranazionale.

L’ultima partita

Detto questo, è giusto sottolineare che Renzi ha ancora un’importante carta da giocare nella partita del Quirinale del prossimo febbraio. Una carta solo tattica, non strategica, che inciderà sulle dinamiche degli altri partiti, non sul suo; Italia viva, infatti, a prescindere da quando si andrà a votare, difficilmente si schioderà dal 2% indicato dai sondaggi. 

Questo succede quando un politico ha una fortissima carica distruttiva ma non sa costruire nulla. Saper distruggere in politica è importante, ma solo quando si sappia anche costruire; il vero politico, cioè, non può essere solo un “rottamatore”, deve avere una strategia oltre a una tattica. 

La carta che si giocherà Renzi nella partita del Quirinale, con tutta probabilità, servirà ancora una volta per fare l’ennesimo dispetto al suo grande nemico, che non è il Movimento 5 Stelle, ma il Partito democratico. Certo, così non sarebbe se la corrente di Base Riformista, il grosso accampamento renziano nel Pd, avesse in mano il partito, che invece, in sostanza, è in quelle dei nemici di Renzi, siano i franceschiniani (Areadem) o i post-comunisti (Dems e Giovani turchi).
Così, dopo l’ultima fiche puntata sul tavolo del Colle, a Matteo Renzi rimarranno probabilmente solo i suoi business, ma questa è un’altra storia. 

Usa: sdoganato l’aborto, “salta” l’obiezione di coscienza

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Mauro Faverzani

Quanto accaduto a fine ottobre in Vaticano ha lasciato il segno. E non poteva essere altrimenti. Il fatto che, dopo l’incontro avuto, papa Francesco si sia detto felice che il presidente americano Biden «sia un buon cattolico» ed abbia dichiarato ch’egli debba «continuare a ricevere la Comunione», secondo quanto dichiarato dall’interessato, pur in assenza di conferme dirette da parte del Vaticano, non può passare sotto silenzio. Il fatto che, come riferito dall’agenzia Associated Press, l’attuale inquilino della Casa Bianca con le sue idee filoabortiste abbia ricevuto nonostante tutto, come tutti gli altri fedeli, la Santa Comunione nel corso di una Messa, celebrata presso la chiesa di St. Patrick, a Roma, vuole essere – ed è! – un segno molto chiaro. Il cui primo, triste frutto è stato l’atteso testo generale sul Mistero dell’Eucaristia nella vita della Chiesa, approvato dai Vescovi statunitensi al termine della loro assemblea autunnale, svoltasi dal 15 al 18 novembre scorsi a Baltimora, con ben 222 voti favorevoli, solo 8 contrari e 3 astensioni. Nel documento, proposto un anno fa per ribadire quel che la Dottrina cattolica dice a chi, anche se presidente, pur dichiarandosi cattolico, si opponga agli insegnamenti della Chiesa promuovendo aborto e gender, è improvvisamente sparito qualsiasi riferimento al fatto di negare a lui o a chiunque altro la Santa Comunione, ricordando soltanto ai fedeli, che rivestano cariche pubbliche e che occupino posizioni d’autorità, come essi abbiano «una speciale responsabilità» nel dover rispettare la legge della Chiesa. Tutto qui. Nessuna condanna, nessun provvedimento, nessuna restrizione.

Del resto, era già tutto contenuto nella lettera inviata nel maggio scorso dal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Louis Ladaria, al presidente della Conferenza episcopale americana, l’arcivescovo di Los Angeles José Gomez. In essa si invitava espressamente al dialogo, raccomandando di evitare che «la formulazione di una politica nazionale» su di una questione «potenzialmente controversa» (sic!)possa diventare «fonte di discordia piuttosto che di unità all’interno dell’episcopato e della più grande Chiesa negli Stati Uniti». Per poi concludere, specificando come ogni discussione in merito debba «essere contestualizzata nella più ampia cornice della dignità di ricevere la Comunione da parte di tutti i fedeli, anziché da parte di una sola categoria di cattolici», ritenendo il documento dei Vescovi Usa, allora in fase ancora embrionale, «fuorviante se desse l’impressione che l’aborto e l’eutanasia costituissero da soli le uniche questioni gravi dell’insegnamento morale e sociale cattolico, che richiedono l’intervento della Chiesa».

Dunque, «Roma locuta, causa soluta»? No, certo! Biden e le lobby abortiste, che lo hanno sostenuto durante la campagna elettorale, non considerano questo un punto di arrivo, bensì solo un punto di partenza. Intendono anzi “capitalizzare” il via libera vaticano, per rilanciare. Ed ecco l’Ufficio per i Diritti Civili ed il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani lanciati in una nuova sfida: cancellare i provvedimenti dell’amministrazione Trump, in particolare l’Rfra-Religious Freedom Restoration Act, e costringere così i medici e le cliniche cattolici a praticare aborti ed interventi di transizione di genere. Grazie ai documenti giudiziari ottenuti, la Catholic Benefits Association ha dimostrato una stretta relazione sussistente tra il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani americano e numerose organizzazioni attiviste di Sinistra, come la Leadership Conference on Civil and Human Rights.

L’eventuale prevalere della linea Biden ammazzerebbe il diritto a qualsiasi obiezione di coscienza, nonché l’autonomia della Sanità cattolica (e non solo). Se ad un posto in una clinica cattolica ambisse un medico abortista, questi dovrebbe essere comunque assunto, benché in chiaro contrasto coi principi etici della struttura.

Non solo. L’amministrazione Biden starebbe introducendo anche il “diritto” dei single socialmente infertili e delle coppie Lgbt a ricevere trattamenti di fertilità, per poter comunque “avere figli”. Una novità subito ben accolta dall’industria sanitaria, che vede in ciò l’occasione per nuovi, insperati business, per quanto disumani. La strategia è quella di giungervi grazie alle sentenze dei tribunali, bypassando così anche gli eventuali ostacoli resi possibili da un dibattito in sede di Congresso. È, questa, la democrazia “fai-da-te”, che si costruisce e si smonta a piacimento, a seconda di dove portino gli interessi di bottega e di lobby. Non va dimenticato come della squadra di Biden facciano parte anche numerose altre sigle di Sinistra quali l’Aclu, gli Atei americani, l’Anti-Defamation League, la Human Right Campaign, il Southern Poverty Law CenterPlanned Parenthood ed il Center for American Progress, da sempre ontologicamente ostili alla presenza cattolica.

Sarebbe buona cosa che chi ha posto le premesse della rivoluzione in atto riflettesse, almeno ora, sulle conseguenze…

Trattato del Quirinale: i punti salienti del testo

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di Eugenio Palazzini

Roma, 26 nov – “Italia e Francia insieme per un futuro comune”, per una “cooperazione bilaterale rafforzata” e per “un’Europa più forte”. Slogan conditi da buoni auspici, preambolo festoso per un accordo siglato al Colle. Il Trattato del Quirinale è realtà, firmato oggi dal primo ministro italiano Mario Draghi e dal presidente francese Emmanuel Macron, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Dall’asse franco-tedesco a quella italo-francese

Un patto tra due nazioni dal sapore antico, un tuffo nel primo Novecento quando l’Europa unita era una chimera e il vecchio continente non era stato ancora sconquassato da due enormi conflitti. Un trattato che fuor di allitterazione è stato preceduto da una lunga trattativa, iniziata nel 2018 su spinta del governo francese e dell’allora premier italiano Paolo Gentiloni. Un accordo bilaterale tra due Paesi membri dell’Unione europea e che per questo pone – di nuovo – seri dubbi sulla solidità dell’Ue stessa. Di nuovo perché già nel 2019 Macron ad Aquisgrana ne siglò un altro di trattato bilaterale, con la Germania di Angela Merkel.

In quel caso sulla carta fu un’estensione del precedente accordo – del 1963 – tra Charles de Gaulle e Konrad Adenauer, con la firma simbolica avvenuta lo stesso giorno: il 22 gennaio. Fu de facto molto di più e fece tremare gli alti papaveri di Bruxelles: le locomotive d’Europa si muovevano autonomamente, infischiandosene dell’Unione continentale. Allora si parlava di asse franco-tedescooggi si parla di asse italo-francese e attenzione, invertendo l’ordine dei firmatari il risultato cambia eccome. Il rischio di trasformarci in un protettorato economico di Parigi è stato di fatto ben illustrato su questo giornale da un acuto pezzo di Filippo Burla, a cui rimandiamo in questa sede: Trattato del Quirinale: così diventeremo (per iscritto) una colonia francese.

Buon vecchia pace di Vestfalia

Ora gli storici più attenti potranno evocare facilmente la pace di Vestfalia, correva l’anno 1648 e lo stato moderno veniva consacrato come attore unico della politica. Un paragone senz’altro azzardato se consideriamo oggi la presenza determinante – a tratti dominante – degli agenti globali non governativi, sovranazionali e in quanto tali svincolati da un reale controllo statale. Eppure l’Ue non può che guardare con sospetto alle mosse di due Stati membri che bypassano in un certo qual modo la linea comunitaria, tracciandone un’altra parallela. Ma cosa sappiamo davvero di questo Trattato del Quirinale, cosa prevede e che ruolo potrà giocare l’Italia?

Cosa prevede il Trattato del Quirinale: il testo

Oggi è finalmente spuntato il testo dell’accordo, composto da 11 capitoli su 11 specifici temi: Esteri, Difesa, Europa, Migrazioni, Giustizia, Sviluppo economico, Sostenibilità e transizione ecologica, Spazio, Istruzione formazione e cultura, Gioventù, Cooperazione transfrontaliera e pubblica amministrazione. Undici punti con un programma di circa trenta pagine in cui si prova a delineare il modo in cui Francia e Italia dovranno centrare gli obiettivi elencati. Punto per punto, vediamo le parti che a nostro avviso sono maggiormente rilevanti.

Politica estera e difesa

Articolo 1, comma 3: “Riconoscendo che il Mediterraneo è il loro ambiente comune, le Parti sviluppano sinergie e rafforzano il coordinamento su tutte le questioni che influiscono sulla sicurezza, sullo sviluppo socio-economico, sull’integrazione, sulla pace e sulla tutela dei diritti umani nella regione, ivi incluso il contrasto dello sfruttamento della migrazione irregolare. Esse promuovono un utilizzo giusto e sostenibile delle risorse energetiche. Esse s’impegnano altresì a favorire un approccio comune europeo nelle politiche con il Vicinato Meridionale e Orientale”

Sicurezza e difesa

Articolo 2, comma 1: “Nel quadro degli sforzi comuni volti al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, e in coerenza con gli obiettivi delle organizzazioni internazionali cui esse partecipano e con l’Iniziativa Europea d’Intervento, le Parti s’impegnano a promuovere le cooperazioni e gli scambi sia tra le proprie forze armate, sia sui materiali di difesa e sulle attrezzature, e a sviluppare sinergie ambiziose sul piano delle capacità e su quello operativo ovunque i loro interessi strategici s’incontrino. Così facendo, esse contribuiscono a salvaguardare la sicurezza comune europea e rafforzare le capacità dell’Europa della Difesa, operando in tal modo anche per il consolidamento del pilastro europeo della NATO. Sulla base dell’articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord e dell’articolo 42, comma 7, del Trattato sull’Unione Europea, esse si forniscono assistenza in caso di aggressione armata. Le Parti contribuiscono alle missioni internazionali di gestione delle crisi coordinando i loro sforzi”.

Affari europei e politiche migratorie

Articolo 3 comma 4: “Le Parti si consultano regolarmente e a ogni livello in vista del raggiungimento di posizioni comuni sulle politiche e sulle questioni d’interesse comune prima dei principali appuntamenti europei”.

Politiche migratorie, giustizia e affari interni

Articolo 4, comma 10: “Le parti programmano incontri, a cadenza regolare, tra le rispettive forze dell’ordine al fine di analizzare e risolvere le questioni di interesse comune, nonché individuare e implementare buone prassi nell’applicazione degli strumenti di cooperazione di polizia. Le Parti s’impegnano altresì a favorire lo scambio di membri delle forze dell’ordine e a sostenere l’attuazione di attività di formazione comune e lo scambio di conoscenze e competenze in ambito securitario, promuovendo e organizzando corsi comuni di formazione o brevi programmi di scambio professionale presso le rispettive amministrazioni”.

Cooperazione economia, industriale e digitale

Articolo 5, comma 3: “Le Parti riconoscono l’importanza della loro cooperazione al fine di rafforzare la sovranità e la transizione digitale europea. Esse s’impegnano ad approfondire la loro cooperazione in settori strategici per il raggiungimento di tale obiettivo, quali le nuove tecnologie, la cyber-sicurezza, il cloud, l’intelligenza artificiale, la condivisione dei dati, la connettività, il 5G-6G, la digitalizzazione dei pagamenti e la quantistica. Esse si impegnano a lavorare per una migliore regolamentazione a livello europeo e per una governance internazionale del settore digitale e del cyber-spazio”.

Articolo 5, comma 5: “E’ istituito un forum di consultazione fra i Ministeri competenti per l’economia, le finanze e lo sviluppo economico. Esso si riunisce con cadenza annuale a livello dei Ministri competenti al fine di assicurare un dialogo permanente nell’ambito di due distinti segmenti: il primo sulle politiche macro-economiche; e il secondo sulle politiche industriali, sull’avvicinamento dei tessuti economici dei due Paesi, sul mercato interno europeo e sulle cooperazioni industriali che coinvolgono imprese dei due Paesi

Sviluppo sociale, sostenibile e inclusivo

Articolo 6, comma 5: “Nel riconoscere il ruolo significativo della mobilità e delle infrastrutture nel perseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), del Green Deal europeo e del contrasto dei cambiamenti climatici, le Parti cooperano a livello bilaterale e in ambito Unione Europea per ridurre le emissioni prodotte dai trasporti e per sviluppare modelli di mobilità e d’infrastrutture puliti e sostenibili a sostegno di una transizione ambiziosa, solidale e giusta. A tal fine, un Dialogo strategico sui trasporti a livello di ministri competenti per le infrastrutture e della mobilità sostenibili si tiene alternativamente in Italia e in Francia”.

Spazio

Articolo 7, comma 3: “Attraverso la loro cooperazione, le Parti mirano a rafforzare la strategia spaziale europea e a consolidare la competitività e l’integrazione ’dell’industria spaziale dei due Paesi. Nel settore dell’accesso allo spazio, esse sostengono il principio di una preferenza europea attraverso lo sviluppo, l’evoluzione e l’utilizzo coordinato, equilibrato e sostenibile dei lanciatori istituzionali Ariane e Vega. Le Parti riaffermano il loro sostegno alla base europea di lancio di Kourou, rafforzando la sua competitività e la sua apertura. Nel settore dei sistemi orbitali, esse intendono incoraggiare e sviluppare la cooperazione industriale nel settore dell’esplorazione, dell’osservazione della terra e delle telecomunicazioni, della navigazione e dei relativi segmenti terrestri.

Istruzione e formazione, ricerca e innovazione

Articolo 8, comma 3: “Le Parti si adoperano per una cooperazione sempre più stretta tra i loro rispettivi sistemi di istruzione, con l’obiettivo in particolare di contribuire alla costruzione dello Spazio europeo dell’istruzione. Esse incoraggiano la mobilità giovanile, in particolare per l’istruzione e la formazione professionale, in un’ottica di apprendimento permanente, con l’obiettivo di istituire dei centri di eccellenza professionale italo-francesi ed europei e di favorire il riconoscimento di tali percorsi. Esse sviluppano i percorsi dell’Esame di Stato italiano e del Baccalauréat francese (“Esabac”) e incoraggiano i partenariati sistematici tra gli istituti italiani e francesi che li offrono, nonché la mobilità degli studenti e dei loro docenti. Inoltre, esse s’impegnano a cooperare per un’educazione allo sviluppo sostenibile e alla cittadinanza globale, attraverso programmi di collaborazione dedicati”.

Cultura, giovani e società civile

Articolo 9, comma 1: “Le parti istituiscono un programma di volontariato italo-francese intitolato ‘servizio civile italo-francese’. Esse esaminano la possibilità di collegare questo programma al Corpo europeo di solidarietà”.

Cooperazione transfrontaliera

Articolo 10, comma 5: “Le parti favoriscono la formazione dei parlanti bilingue in italiano e in francese nelle regioni frontaliere, valorizzando in tal modo l’uso delle due lingue nella vita quotidiana”.

Articolo 10, comma 6: “Le parti studiano congiuntamente le evoluzioni dello spazio frontaliero, mettendo in rete i loro organismi di osservazione territoriale“.

Organizzazione

Articolo 11, comma 1: “Le Parti organizzano con cadenza annuale un Vertice intergovernativo. In tale occasione, esse fanno un punto preciso di situazione sull’attuazione del presente Trattato ed esaminano ogni questione prioritaria d’interesse reciproco”.

Disposizioni finali

Occhio infine al comma 3 dell’articolo 12: “Il Trattato ha durata indeterminata, fatta salva la facoltà di ciascuna Parte di denunciarlo con un preavviso di almeno dodici mesi per via diplomatica. In questo caso, il Trattato cessa di essere in vigore al compimento di sei mesi dopo la data di ricezione della denuncia”.

Eugenio Palazzini

Fonte: www.ilprimatonazionale.it 

Variante sudafricana, Italia prima in Ue a chiudere i cieli.

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di Adolfo Spezzaferro

Roma, 26 nov – Variante sudafricana, l’Italia è il primo Paese Ue a chiudere i cieli: Speranza firma l’ordinanza che vieta l’ingresso alle persone che negli ultimi 14 giorni sono state in Sudafrica, Lesotho, Botswana, Zimbabwe, Mozambico, Namibia e Eswatini. Tutti Paesi dai quali non ci sono voli diretti per l’Italia. Intanto in Israele si registra il primo caso di variante sudafricana.

Variante sudafricana, Speranza blocca i voli da sette Paesi

“I nostri scienziati sono al lavoro per studiare la nuova variante B.1.1.529 – spiega il ministro della Salute -. Nel frattempo seguiamo la strada della massima precauzione”. Al momento non sono previste riunioni sulla nuova variante con il premier a Palazzo Chigi. L’Italia è il primo Paese europeo a chiudere i confini. L’Unione europea proporrà l’attivazione del “freno d’emergenza” per “i voli dalla regione sudafricana”. Misure analoghe sono state adottate da Regno Unito e Israele.

Primo caso rilevato in Israele

Proprio nello Stato ebraico è stato rilevato il primo caso di variante sudafricana, la B.1.1.529 (in attesa della lettera greca assegnata dall’Oms). A dare l’annuncio il ministero della Sanità israeliano. Il caso si riferisce ad un israeliano di ritorno dal Malawi. Sempre secondo il ministero ci sono altre due persone sospettate di essere state infettate con la nuova variante ma si stanno aspettando i test finali. Tutti e tre i cittadini coinvolti risultano essere vaccinati.

L’Ue intende interrompere voli dall’Africa meridionale

Per quanto riguarda l’Ue, “la Commissione europea proporrà, in stretto coordinamento con gli Stati membri, di interrompere i voli dalla regione dell’Africa meridionale a causa della variante B.1.1.529″. Ad annunciarlo su Twitter la presidente della Commissione Ue Ursula von del Leyen. Intanto la psicosi da nuova variante – di cui non si sa ancora nulla, sia chiaro – affonda i mercati. Dopo il calo registrato a Tokyo, Hong Kong e Shanghai, le Borse europee in avvio di seduta segnano una flessione. Gli investitori temono un forte impatto negativo sulla ripresa economica. Milano cede il 3,7 per cento, Francoforte il 3,3 per cento, Parigi il 3,6 per cento, Londra il 2,1 per cento.

In Italia – tutti ricordano il catastrofismo per la presunta pericolosità della variante Delta – ora che la copertura vaccinale è altissima, speriamo di non assistere al solito allarmismo. Anche perché per adesso non è chiaro quali siano i rischi della variante sudafricana in termini di contagiosità o di capacità di aggirare la copertura del vaccino.

Adolfo Spezzaferro

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/variante-sudafricana-italia-prima-in-ue-a-chiudere-i-cieli-speranza-blocca-i-voli-da-sei-paesi-215978/

Green pass, in Svizzera decidono i cittadini: domenica il referendum

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di Alessandro Della Guglia

Roma, 24 nov – Mentre in Italia il governo sta per varare il super green pass, con luoghi ricreativi di conseguenza off limits per i non vaccinati, in Svizzera domenica saranno i cittadini a votare sul certificato verde. Un referendum apposito dunque, con il popolo elvetico chiamato alle urne per pronunciarsi sulle diverse modifiche proposte dall’esecutivo ai provvedimenti anti Covid, tra cui appunto il lasciapassare.

Svizzera, nuovo referendum contro il green pass

La Svizzera è primo Paese al mondo in cui tramite referendum i cittadini potranno pronunciarsi sul green pass, ma non è la prima volta che gli elvetici votano sulle misure restrittive adottate dal governo durante la pandemia. Già il 13 giugno scorso il green pass venne sottoposto a voto popolare e accettato da oltre il 60% dei cittadini. Il primo referendum si è insomma rivelato un boomerang per i promotori, anche se in questo caso i comitati del No contestano la base legale del certificato verde e auspicano in un risultato diverso. Sostengono cioè che il green pass non sia contemplabile in base alla legge svizzera, in quanto palese discriminazione nei confronti di ha scelto di non vaccinarsi. Oltre a presentare un preoccupante tracciamento dei contatti che garantisce alle autorità “una sorveglianza di massa”.

“Preferibili i test”

In prima linea sul fronte del No al green pass, c’è ad esempio Piero Marchesi, deputato ticinese dell’Udc: “Diciamo no a chi vuole imporre la disciplina sanitaria al Paese. Il Covid è la scusa per non affrontare i problemi reali”, ha dichiarato Marchesi in un’intervista rilasciata a La Verità. “Il Covid pass non è una misura sanitaria ma disciplinare, che categorizza i vaccinati e i non vaccinati. Si opti piuttosto per i test, che garantisco davvero che la persona non è infetta e non contagia, quello che invece non può fare il Covid pass”, sostiene il deputato ticinese.

In Svizzera al momento il green pass è obbligatorio per accedere a bar, ristoranti, strutture culturali e manifestazioni al chiuso. Il governo, comunque vada il referendum, non sembra puntare a un “super pass” sulla falsa riga di quanto sta accadendo in Italia. Il tasso di vaccinazione è inoltre nettamente inferiore a quello italiano: 65% della popolazione.

Alessandro Della Guglia

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/green-pass-svizzera-decidono-cittadini-domenica-referendum-215776/

No gender nelle scuole! Firma per impedire che asterischi e carriera alias entrino nelle scuole

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Segnalazione di CitizenGO

L’ideologia gender del Ddl Zan sbattuto fuori dalla porta del Senato della Repubblica sta entrando comunque nelle scuole dalla finestra sotto la candida veste del “linguaggio inclusivo”!

Infatti, lo storico liceo classico Cavour di Torino ha aderito in maniera autonoma alla “carriera alias”, ossia ad un regolamento che consentirà di utilizzare gli asterischi al posto delle desinenze personali maschili e femminili identificative del genere.

Non più studenti o studentesse ma “Student*”, non più ragazzo o ragazza, ma “Ragazz*”…

Un provvedimento illegale, ideologico e pericoloso che anziché difendere l’identità dei ragazzi, l’annienta.

Illegale perché:

  • Nessuna norma, di fatto, legittima l’imposizione della carriera alias all’interno degli istituti scolastici (tantomeno l’asterisco, contro il quale si è espressa anche l’Accademia della Crusca);
  • Tale provvedimento rappresenta una forzatura che lede il patto di corresponsabilità educativo tra gli istituti scolastici e le famiglie, sancito nel d.P.R. 235/2007;
  • L’iniziativa è in contrasto con la Direttiva del Ministro per la Funzione pubblica dell’8 maggio 2002 “sulla semplificazione del linguaggio dei testi amministrativi” che esorta la Pubblica Amministrazione a evitare, nella redazione di qualsiasi atto, «effimeri fenomeni di moda».

Ideologico perché la fluidità di genere è un concetto fortemente discutibile, antiscientifico e per nulla condiviso (come ha ben dimostrato la discussione sul DDL Zan).

Pericoloso perché la carriera alias introduce non pochi rischi per quanto riguarda il condizionamento del processo fisiologico evolutivo di un bambino o adolescente.

L’introduzione della carriera alias sulla base del principio di “fluidità del genere” e di “inclusività” può generare un disastro educativo nei confronti di tutto il corpo scolastico, inducendo i ragazzi e bambini più fragili ad aumentare un’incertezza identitaria.

Intervieni subito! Firma la petizione per chiedere al Ministro dell’Istruzione di agire immediatamente nei confronti del liceo Cavour che ha introdotto illegalmente e in maniera surreale l’imposizione della neolingua gender nei documenti ufficiali dell’istituto.

ADERISCONO ALL’INIZIATIVA:

Associazione Family Day – difendiamo i nostri figli

Circolo Christus Rex-Traditio

 

Al Ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi; al vice Ministro, Rossano Sasso

Onorevoli,

come cittadini/genitori/educatori ci siamo allarmati dell’iniziativa promossa dal dirigente scolastico del Liceo Cavour di Torino, rispetto all’introduzione di un regolamento che consentirà di utilizzare gli asterischi al posto delle desinenze personali maschili e femminili identificative del genere.

Non solo si sta storpiando la lingua italiana in nome di un morboso e patologico attaccamento al politicamente corretto, ma si stanno bombardando i ragazzi, adolescenti ancora in fase di sviluppo, con una propaganda tossica e ideologica lesiva e pericolosa.

Inoltre, le problematiche che tale procedimento suscita, sono molteplici:

1. Nessuna norma, di fatto, legittima l’imposizione della carriera alias all’interno degli istituti scolastici (tantomeno l’asterisco, contro il quale si è espressa anche l’Accademia della Crusca);

2. Tale provvedimento rappresenta una forzatura che lede il patto di corresponsabilità educativo tra gli istituti scolastici e le famiglie, sancito nel d.P.R. 235/2007;

3. L’iniziativa è in contrasto con la Direttiva del Ministro per la Funzione pubblica dell’8 maggio 2002 “sulla semplificazione del linguaggio dei testi amministrativi” che esorta la Pubblica Amministrazione a evitare, nella redazione di qualsiasi atto, «effimeri fenomeni di moda».

4. L’introduzione senza basi effettive della carriera alias può ingenerare una patologizzazione sociale su tutto il corpo scolastico, inducendo i soggetti più fragili ad aumentare un’incertezza identitaria

5. Il concetto di “fluidità di genere” già affrontato nell’art. 1 del DDL ZAN (e che ha scatenato non poche divisioni di pensiero politico) è antiscientifico. Sottoporre giovani studenti a provvedimenti socialmente e scientificamente dubbi, li mette di fronte a pericolosi rischi educativi.

Chiediamo che il ministero dell’istruzione intervenga immediatamente nei confronti del liceo Cavour che ha introdotto illegalmente e in maniera surreale l’imposizione della neolingua gender nei documenti ufficiali dell’istituto.

PER FIRMARE CLICCA QUI:

https://citizengo.org/it/node/205318?utm_source=em&utm_medium=social&utm_content=tyflow&utm_campaign=

 

Un grande movimento conservatore da contrapporre al globalismo progressista

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EDITORIALE DEL LUNEDI per https://www.informazionecattolica.it/2021/11/22/un-grande-movimento-conservatore-da-contrapporre-al-globalismo-progressista/

di Matteo Castagna

L’APPELLO DI MARCELLO VENEZIANI ALL’UNITÀ DELLA “MAGGIORANZA SILENZIOSA” IN UN GRANDE MOVIMENTO CONSERVATORE

L’astensionismo come diffidenza o addirittura repulsione verso la politica, da parte di molte persone, costituisce il grande partito di massa di tutti i periodi decadenti. L’Italia non fa eccezione. Persino nei sondaggi vediamo ridursi drasticamente la disponibilità a rispondere, tanto la gente è stufa.

Alle ultime elezioni amministrative, si è presentata alle urne la metà degli aventi diritto. Il nostro è, fondamentalmente, un Paese conservatore, ove oggi la maggioranza fatica a trovare chi lo rappresenti. Il grillismo, col suo abbondante ed ipocrita decennio di antipolitica ha implementato, in maniera decisiva, questa tendenza alla disaffezione verso la cosa pubblica.

L’appello all’unità in un grande movimento conservatore, proposto da Marcello Veneziani in una recente intervista a Destra.it, ove l’orizzonte valoriale sia sempre chiaro e ben definito, ancorato nella tradizione e nell’identità classico-cristiana dell’Europa, nella difesa e nella riappropriazione del diritto naturale e negli intenti comuni su principi morali, non in contrasto con la Dottrina sociale della Chiesa, è da guardare con grande interesse. Soprattutto perché, sul fronte progressista e globalista, si stanno muovendo in nome del mero diritto positivo per un transumanesimo sistemico cui va assolutamente contrapposto un forte blocco che non sia mai subalterno né culturalmente, né idealmente, né politicamente e neppure economicamente. Altrimenti, vinceranno sempre loro.

Oggi si tende a confondere “politica” con “partitica” o “parlamentarismo”. La metafisica classica greca (Socrate, Platone, Aristotele), la filosofia morale e il diritto romano (Cicerone e Seneca) vengono perfezionati dalla patristica (da S. Agostino a S. Bernardo di Chiaravalle), dalla metafisica dell’essere scolastica e particolarmente tomistica (da S. Tommaso d’Aquino a Cornelio Fabro) e dal Diritto Pubblico Ecclesiastico (da Papa Gelasio I a Pio XII) costituiscono la “filosofia perenne” che definisce le radici dell’Europa come greco-romane e, poi, cattolico-romane.

Da essa traiamo la linfa vitale per depurarci degli errori della modernità e della post-modernità. Il vero inquinamento, quello da combattere con una vera politica green, è il veleno del “politicamente corretto”, che fa risalire tutto alla Rivoluzione francese, a Machiavelli, al luteranesimo, all’umanesimo ed al rinascimento.

Il catto-liberalismo ed il modernismo-democristiano ci presentano un’ immagine deformata della Dottrina politica cattolico-romana. “La Civiltà Cristiana è esistita. Non occorre inventarla, ma bisogna instaurarla e continuamente restaurarla contro gli assalti dell’utopia malsana” (San Pio X, Notre charge apostolique, 25/12/1910).

Quando Veneziani parla di un ritorno alle origini, vuol dire che non dobbiamo essere passatisti, ma imparando dal nostro glorioso passato, pensare il presente e guardare al futuro in linea di continuità. Per cui, l’uomo deve vivere coi piedi per terra, con la mente e il cuore rivolti al Cielo e con l’azione a fianco dei propri simili, ovvero la “comunità di destino”, di cui parla Gustave Thibon, in Diagnosi (1940).

Per S. Tommaso d’Aquino la politica o “morale sociale” è la scienza di ciò che l’uomo, come animale socievole, deve fare, orientandosi verso un determinato fine (De Regimine Principum, lib. I, cap. 1 e In Ethicorum, lib. I, lect. 1, n.3) che è il benessere comune materiale subordinato al fine ultimo spirituale.

Per S. Tommaso la Politica è la parte sociale della filosofia morale. La filosofia politica è una scienza pratica, che dà i principi per agire al cittadino che vive in una Società e che deve operare da uomo sociale. In breve, essa è riflessione razionale, seguita da azione concreta, sulla e nella vita sociale. La morale sociale o politica si fonda sulla metafisica, che ci fa conoscere: a) la vera natura dell’uomo, creatura immortale, e quindi il Fine ultimo al quale è destinato, che è Dio, per rapporto al quale gli atti umani sono moralmente buoni o cattivi, secondo che vi conducano o no (Summa contra Gentiles, lib. III, cap. 25); b) l’esistenza di un Dio personale e trascendente il mondo, maestro. legislatore e giudice dell’umanità, autore della legge morale, naturale e rivelata, oggettiva ed obbligatoria per tutti. (liberamente tratto da “La Sintesi del Tomismo”, Ed. Effedieffe, 2017).

Leggendo l’Etica Nicomachea (I, 1106b 36; ivi, I, 1099a, ivi, II, 1107a22-23; ivi, X, 1174a2-8) comprendiamo che da Aristotele in poi si parla di di politica come di una scienza architettonica, che regge, coordina e dirige tutte le altre scienze pratiche, quali il diritto, l’economia, la medicina, l’edilizia, ecc., che essa applica per regolamentare l’effettiva convivenza della comunità. Per Aristotele il fine dell’uomo è nella felicità che non consiste nei piaceri dei sensi, “che rendono l’uomo simile alle bestie” (G. Reale, Introduzione a Aristotele, cit., p. 129), né nell’onore fine a se stesso, né nell’accumulo di ricchezze ma nella vita virtuosa che il Cristianesimo ha portato a compimento con il rispetto dei Comandamenti e dei precetti della Chiesa Cattolica, che è Una, Santa, Apostolica e Romana.

La Regalità Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo è la sublimazione del ritorno alla Civitas Christiana, che è l’unica risposta metafisica e pratica alle crisi contemporanee.

Conservatori di tutto il mondo unitevi

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Nel consueto editoriale del lunedì su InFormazione Cattolica (domani), il nostro Matteo Castagna replicherà all’ intelligente appello di Marcello Veneziani, che dimostra di essere l’intellettuale di riferimento di un’area un po’ troppo orfana di pensatori coraggiosi e realisti.

di Marcello Veneziani

E se il mondo avesse bisogno di un grande contraltare conservatore? Tu ti aspetti un’idea del genere dal conservatore spettinato Boris Johnson. E invece arriva da Vladimir Putin, autocrate ex-Kgb, intervenuto nei giorni scorsi al 18° incontro annuale del Club Internazionale di Discussione a Valdai. Il tema era “La Rivoluzione globale nel 21° secolo: l’individuo, i valori e lo Stato”. Dal suo ampio discorso abbiamo tratto una specie di manifesto dei conservatori, che sintetizziamo con le sue parole in dodici punti.

1) Solo gli Stati sovrani possono rispondere efficacemente alle sfide dei tempi e alle esigenze dei cittadini.

2) È più facile distruggere che creare, come tutti sappiamo. Noi in Russia lo sappiamo molto bene, purtroppo, per la nostra esperienza che abbiamo avuto diverse volte.

3) Le rivoluzioni non sono un modo per risolvere una crisi ma un modo per aggravarla. Nessuna rivoluzione valeva il danno che ha fatto al potenziale umano.

4) L’importanza di un solido sostegno nella sfera della morale, dell’etica e dei valori sta aumentando drammaticamente nel fragile mondo moderno. L’intreccio reciproco delle nazioni li arricchisce sicuramente, dando uno sguardo nuovo alle proprie tradizioni. Ma il processo deve essere organico e non può mai essere rapido. Qualsiasi tentativo di imporre agli altri i propri valori complica ulteriormente una situazione drammatica e può produrre reazioni ed esiti opposti rispetto a quelli previsti.

5) In Occidente c’è chi crede a un’eliminazione aggressiva di intere pagine dalla propria Storia, una “discriminazione al contrario” contro la maggioranza nell’interesse di una minoranza e la richiesta di rinunciare alle nozioni tradizionali di madre, padre, famiglia e persino di genere. La Russia ci è già passata. Dopo la rivoluzione del 1917, i bolscevichi, facendo affidamento sui dogmi di Marx ed Engels, dissero anche che avrebbero cambiato modi e costumi esistenti e non solo quelli politici ed economici, ma la stessa nozione di moralità umana e i fondamenti di una società sana.

6) La distruzione di valori secolari, religione e relazioni tra le persone, fino al rifiuto totale della famiglia (abbiamo avuto anche quello nell’Urss); tutto questo è stato proclamato progresso. A proposito, i bolscevichi erano assolutamente intolleranti verso opinioni diverse dalle loro.

7) In alcuni paesi occidentali la lotta per l’uguaglianza e contro la discriminazione si è trasformata in dogmatismo aggressivo al limite dell’assurdo, quando le opere dei grandi autori del passato – come Shakespeare – non vengono più insegnate nelle scuole o nelle università, perché le loro idee sono ritenute arretrate. I classici sono dichiarati arretrati e ignoranti dell’importanza del genere o della razza. A Hollywood vengono distribuiti promemoria sulla corretta narrazione e su quanti personaggi di che colore o genere dovrebbero essere in un film. Questo è anche peggio del dipartimento agit prop del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

8) Contrastare gli atti di razzismo è una causa necessaria e nobile, ma la nuova “cancel culture” l’ha trasformata in “discriminazione al contrario”, cioè razzismo inverso. L’enfasi ossessiva sulla razza sta ulteriormente dividendo le persone, generando fanatismo.

9) Chiunque osi dire che gli uomini e le donne esistono davvero, il che è un fatto biologico, rischia di essere ostracizzato. “Genitore numero uno” e “Genitore numero due”, “Genitore alla nascita” invece di “madre” e “latte umano” che sostituisce “latte materno” perché potrebbe turbare le persone che non sono sicure del proprio genere. Negli anni ’20, anche i cosiddetti Kulturtraeger sovietici hanno inventato un nuovo linguaggio credendo di creare una nuova coscienza e di cambiare i valori in quel modo.

10) È mostruoso insegnare ai bambini fin da piccoli che un maschio può facilmente diventare una femmina e viceversa. I docenti impongono loro una scelta, escludendo i genitori dal processo e costringendo il bambino a prendere decisioni che possono sconvolgere la loro intera vita. Non si preoccupano nemmeno di consultarsi con gli psicologi infantili: un bambino è in grado di prendere una decisione di questo tipo? Chiamando le cose col loro nome, questo rasenta un crimine contro l’umanità e viene fatto in nome e sotto la bandiera del progresso.

11) Noi saremo guidati da un sano conservatorismo. Un approccio conservatore ma non un tradizionalismo ignorante, una paura del cambiamento o un gioco restrittivo, tanto meno un ritiro nel nostro guscio. Si tratta principalmente di fare affidamento su una tradizione collaudata nel tempo, la conservazione e la crescita della popolazione, una valutazione realistica di sé e degli altri, un preciso allineamento delle priorità e un fondamentale rifiuto dell’estremismo come metodo.

12) Il conservatorismo moderato è la linea di condotta più ragionevole. A un certo punto si cambierà inevitabilmente, ma finora non nuocere – il principio guida in medicina – sembra essere il più razionale. Viceversa si possono distruggere non solo le basi materiali ma anche le fondamenta spirituali dell’esistenza umana, lasciando dietro di sé un relitto morale in cui per molto tempo nulla può essere costruito per sostituirlo. Le nostre opinioni conservatrici configurano un conservatorismo ottimista. Crediamo che sia possibile uno sviluppo stabile e positivo. Tutto dipende principalmente dai nostri sforzi. Siamo pronti a lavorare con i nostri partner su comuni cause nobili.

Piaccia o meno, Putin esprime l’antitesi al progressismo radical statunitense e al totalitarismo capital-comunista cinese e dà una lezione di civiltà all’Europa.

MV, Panorama (n.48)

Come cambierà la democrazia dopo il Covid

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di Corrado Ocone

L’OCCIDENTE INVIDIA IL MODELLO CINESE? LE CONSEGUENZE POLITICHE DELLA PANDEMIA

Abituati a vivere la quotidianità pandemica, e immersi nelle polemiche sui vaccini e il green pass, poco riflettiamo sulle conseguenze storico-politiche di più ampia durata delle politiche di contrasto messe in opera, indipendentemente da come le si possa giudicare. In questo senso, si può veramente dire che Covid-19 abbia accelerato dei processi in corso già da un po’ di tempo, almeno dalla crisi finanziaria del 2007-8.

Il sistema occidentale in crisi

Con l’efficacia che può essere di un titolo di copertina, è The Economist a parlare questa settimana di The triumph of big government e a chiedersi quale dovrebbe essere, di fronte a una così forte espansione dello Stato, la risposta del liberalismo classico. In effetti, quello che non si dice, o che viene semplicemente occultato, è che un sistema basato quasi esclusivamente sula spesa pubblica, e quindi su una forte tassazione, non può reggere a lungo. Non solo per motivi economici, ma anche culturali. Quello che non può reggere, più propriamente, è il complicato sistema delle libertà istituzionali e costituzionali che l’Occidente ha costruito nei secoli e decenni scorsi, e soprattutto quella sana e caotica anarchia della società civile che ha permesso di liberare energie e spiriti vitali che alla fine ci hanno garantito, e ancora ci garantiscono, una rispettabile qualità della vita.

La Cina, il modello alternativo

La qualità della democrazia liberale è qualcosa che ci deve stare a cuore se teniamo alla qualità delle nostre vite. Inutile dire che il convitato di pietra, in questo mio discorso, è la Cina, che da partner commerciale strategico dell’Occidente quale era stato nei primi anni della globalizzazione (che hanno coinciso con la sua escalation come potenza globale) è diventato, almeno per l’America (e qui Trump o Biden fa poca differenza), un temibile avversario politico di sistema, cioè con modello alternativo di politica e vita civile del tutto poco rispettoso delle libertà personali. 

Per mesi, osserva il settimanale inglese, mente la vaccinazione in Europa procedeva  molto  lentamente, “la Cina ha potuto celebrare la sua risposta al virus come una vittoria del modello dello Stato forte”. È emersa perciò, anche nelle nostre democrazie, una sorta di volontà di emulazione, che ovviamente si è realizzato in forme edulcorate e più controllate. Stessa però l’impostazione del problema: “la strategia dello zero-covid ha esemplificato l’inflessibilità di un potere centralizzato e incontrollato”.

La nuova “dittatura preventiva”

Che l’Occidente invidi sotto sotto il modello cinese? Questa domanda se la poneva ieri  Le Figaro nel recensire il libro appena uscito di un ex diplomatico. L’Occidente ha invidia e paura al tempo stesso della Cina, spiegava l’articolista, non certo per la repressione degli Uiguri (certamente esecrabile) ma per la strana mescolanza che lì sembra essersi realizzata “fra la prosperità organizzata del capitalismo cinese, che garantisce una forma di armonia sociale, e una ‘dittatura preventiva’, fondata sul controllo sociale dei dati, che rende obsoleta la “dittatura repressiva” del XX secolo”. La Cina, sulla lunga scorta di un confucianesimo ben integratosi con il marxismo e il progresso tecnico-informatico, sembra quasi proporci un nuovo equilibrio fra benessere individuale e benessere collettivo. “Il successo cinese, senza che noi osiamo ammetterlo, diventa la tentazione dell’Occidente”. Il discorso, a ben vedere, è sempre quello di Tocqueville: un individuo atomizzato e alla ricerca di piaceri effimeri è ben disposto a svendere la sua libertà a un sistema che lo protegge e lo rassicura dalla culla alla bara.

Devo dire la verità: il dibattito su no vax e no pass non mi appassiona più di tanto, soprattutto quando è urlato, fazioso, piazzaiolo, violento. Né mi sembra intelligente la retorica del “noi” contro “loro”, ove il loro che vorrebbe controllarci e sottometterci non si sa bene chi sia. E, pur avendo non pochi dubbi sul green pass, credo che la sua introduzione, in quanto legge di uno Stato democratico come il nostro, vada assolutamente rispettata. Porsi però anche in Italia, con la postura giusta e nelle sedi giuste, queste questioni di fondo, che la stampa e il dibattito esteri non occultano, credo sia importante e “salutare” (tanto per restare in tema).

Corrado Ocone, 21 novembre 2021 https://www.nicolaporro.it/come-cambiera-la-democrazia-dopo-il-covid/

Chi è il Casalino di Draghi

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di Luigi Bisignani

Dallo storico whatever it takes’ ad ‘all you can eat. Se ora anche il cosiddetto “governo dei migliori” si mette a lottizzare siamo proprio alla frutta, soprattutto quando emergono con tutta la loro tracotanza i “famigli” dei vari premier pro tempore. Negli ultimi anni a Palazzo Chigi vanno di moda gli ingegneri tuttofare: Conte aveva Casalino, Draghi ha Giavazzi. Ma il risultato di questi fidati consiglieri post-Machiavellici non cambia: Roccobello irrompeva in ogni riunione e talk show mentre il professor Giavazzi fa e disfà a suo piacimento, correndo di prima mattina a Villa Borghese con manager e dirigenti pubblici e sognando nel frattempo i saloni del Quirinale.

Intanto, tra una nomina e l’altra, si trastulla con quell’intellighenzia che da sempre gravita attorno alla Bocconi e a Mediobanca dove scherzosamente lo chiamano il “Davigo dell’economia” per la sua indole giustizialista. Ma ciò su cui l’economista laureato in Ingegneria al Politecnico sta davvero spendendo ogni energia è la riforma del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il Cnr è uno tra i più iconici carrozzoni pubblici che gestisce oltre 600 milioni di euro di contributi l’anno, con un bilancio di circa 1 miliardo e che, almeno sulla carta, dovrebbe valorizzare la ricerca scientifica e tecnologica. Nel comma 1 dell’articolo 105 della riforma targata Giavazzi-Pd (area Letta) si prevede la sostituzione del piano triennale, sul quale si sarebbero dovute impegnare le risorse, con un cosiddetto piano di rilancio gestito da pochi intimi. Spetterà, quindi, esclusivamente alla presidente piddina Maria Chiara Carrozza e a 5 “bravi” scelti discrezionalmente dal ministro dell’Università decidere la destinazione delle enormi risorse riservate dal Pnrr al principale ente pubblico di ricerca italiano, esautorando gli organi interni senza nemmeno passare per un parere delle Commissioni parlamentari.

A poco servirà il tetto di 50 mila euro per le solite consulenze quando si può disporre di un fondo di 50 milioni, appena stanziato per il rilancio dell’Ente e che invece sarà utilizzato, ancora una volta, per pagare l’esercito di consulenti “amici degli amici”. Ad inorridire persino la Cgil, assieme al mondo accademico dei docenti riuniti attorno a “Lettera 150”, nonché i ricercatori che per domani hanno indetto un’assemblea di fuoco, anche dopo che la ministra Maria Cristina Messa, pupilla di Giavazzi, travolta dalle critiche, ha scritto che vigilerà con attenzione sulla questione. Sembra che ad intervenire contro queste manovre “all’italiana” con un emendamento specifico nella legge di bilancio sarà Maria Stella Gelmini, capo delegazione di Forza Italia al Governo e già apprezzata ministro della ricerca. Questa volta almeno sembrerebbe che l’emendamento dovrebbe trovare il supporto di Giorgia Meloni e Matteo Salvini.

Sempre in fatto di consulenze sul Pnrr la coppia Draghi-Giavazzi sta impazzando. Doveva essere il più grande piano di opere e di rilancio per l’economia italiana dal Dopoguerra a oggi mentre, almeno per ora, come ha sottolineato un presidente di sezione del Consiglio di Stato, romano da tre generazioni, “è solo un marchettificio”. Centinaia di assunzioni, senza passare da alcun concorso pubblico, tra funzionari, dirigenti e direttori con stipendi da capogiro per controllare l’attuazione di un piano che non è ancora partito. I recordmen di queste nomine sono Roberto Cingolani (Transizione ecologica) ed Enrico Giovannini (Infrastrutture e Trasporti). Seguono a ruota Marta Cartabia (Giustizia), Stefano Patuanelli (Agricoltura) e Patrizio Bianchi (Istruzione), tutti muniti di quelle “unità di missione” che, tra esperti e consulenti, costano fino a un miliardo di euro all’anno.

Ma, in verità, a Giavazzi – che da giovane amava governare le sue amate mucche nel bergamasco e del quale si racconta che il premio Nobel dell’economia Modigliani, suo mentore, dicesse, quando arrivò al Mit di Boston “non sa l’economia e la imparerà ma conosce benissimo la matematica” – non tutte le ciambelle riescono col buco. Con il pretesto di piazzare una donna al Tg1, si è battuto come un leone assieme a Draghi per Barbara Stefanelli, vicedirettrice del Corriere della Sera. Con un colpo solo avrebbe preso due piccioni, regalando ad Urbano Cairo il primo telegiornale nazionale, utile anche quale presidio per la corsa al Quirinale. Ma questa volta la nomina non è andata in porto, anche se almeno è valsa l’autocensura dalla tv pubblica di Giuseppe Conte, sempre più in versione “ultimo samurai”.

Ma Giavazzi si può consolare con la Consob, dove ha piazzato con un blitz Chiara Mosca, pupilla sua e di Mediobanca. Ed in queste ore sta facendo fuoco e fiamme, d’accordo con il suo amichetto di sempre Vittorio Colao Ministro dell’innovazione tecnologica, per disastrare Tim imponendo come Ad, in pieno conflitto di interessi, il numero uno di Vodafone Aldo Bisio o, in alternativa, Francesco Caio che già tanti guai ha fatto in Poste Italiane pretendendo tra l’altro di fare le riunioni in inglese con i postini. Ma c’è da chiedersi se super Mario sia davvero al corrente della ‘Giavazzi connection’ del suo novello Casalino. Al Quirinale pensano, e forse giustamente, che non sia possibile. Mai dire mai.

Luigi Bisignani, Il Tempo 21 novembre 2021

RISCOPRIAMO JOSE’ ANTONIO PRIMO DE RIVERA: El Cid in camicia azzurra

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I caduti per la Tradizione e per la sua Rivoluzione sono molti, e non tutti sono conosciuti. Per questo meritano l’attenzione di noi vivi, per essere riscoperti e cercati affinché questo mondo non perda coraggio e il loro percorso terreno non sia visto come “casuale” per finire disperso, poi, come cenere nell’aria. C’è un disperato bisogno di eroi, è il cielo che con la sua pioggia incessante ce lo urla, è la vita quotidiana che con le continue restrizioni che subisce ce ne sta dando atto, sono le voci di tutti quei caduti, ribelli, rivoluzionari, camerati ed eroi d’altri tempi che ci chiamano silenziosamente ma con forza all’appello. Perché l’antica catena che ci lega ai nostri avi non si interrompa, e questo mondo non sprofondi definitivamente nel baratro dell’anti-tradizione, senza più radici e valori, ma solo con dati digitali e chiacchiere.

Per questo la figura limpida, solare, sconosciuta quanto stupefacente di Josè Antonio Primo de Rivera e del suo movimento – la Falange spagnola – sono per noi figure degne di ricordo e meritevoli di una riscoperta che, siamo certi, possono indicare ancora oggi una strada per una concreta rinascita, oltre la crisi a cui il sistema ci sta imponendo di soccombere.

È il 20 novembre 1936, la guerra civile che dilania le membra della millenaria Spagna e del suo popolo è iniziata solo da 4 mesi, ma i morti e la durezza della guerra sono all’ordine del giorno. Il giovane Josè Antonio Primo de Rivera è stato incarcerato dal governo comunista perché colpevole di essere il capo del movimento che dà più filo da torcere alla dittatura che vorrebbero instaurare in Spagna. La “Falange” infatti è un movimento giovanile e rivoluzionario che, basandosi sulla difesa dell’identità della Spagna Cristiana, raccoglie attorno a sé giovani, uomini e donne, lavoratori, soldati, intellettuali, unendo il popolo sotto i simboli e i valori della Tradizione e sbalordendo così chi vorrebbe fare della Spagna una terra atea e lontana dal suo antico retaggio di cultura e bellezza spirituale per abbracciare la retorica (malata) del comunismo e dell’anarchia. Il popolo è diviso in una guerra che vede contrapposti padri e figli, nonni e nipoti, fratelli e sorelle, fronteggiandosi a vicenda.

Primo de Rivera, consapevole delle sue radici, vuole pacificare il suo popolo e ridargli “Patria, pane e Giustizia” attraverso la lotta che la Falange svolge in tutta la nazione. Ha 33 anni ed è già un avvocato di successo; ma la lotta che ha deciso di intraprendere per la liberazione della Spagna vale più della sua stessa vita. È ispirato dagli eroi nazionali e dai Santi che lo hanno preceduto: è figlio di una visione del mondo solare, non vuole e sente di non poter vedere morire la sua terra, ammalatasi per mano dei pigri e degli indolenti, dei capitalisti e degli approfittatori, nonché di tutti quelli che vedono nel materialismo la sola ragione di vita, ergendo il comunismo a nuovo vangelo e la divisione ideologica come nuovo modo di costruire la società. Primo de Rivera era l’avvocato dei poveri: anche se di buona famiglia non era interessato ad altro che non fosse la crociata per riconnettere spiritualmente la Spagna e le sue popolazioni a quell’antica eredità e missione che l’ha fatta trionfare e splendere.

Con i suoi discorsi ha infuocato gli animi, con gli articoli ha illuminato le menti dei suoi connazionali. I falangisti, lottando nelle strade delle città e dei villaggi, riuscirono a dar vita al solo movimento anti-ideologico, nato per superare le categorie politiche e le loro divisioni, per ridare pace e forza alla terra di Spagna contro gli interessi dei politicanti che stavano giocando sulle vite e le speranze del popolo. Da questo si può capire perché questo giovane spagnolo fosse soprannominato “el Cid in camicia azzurra”: el Cid come il mitico cavaliere e condottiero medievale spagnolo, vissuto tra il 1040 e il 1099, pseudonimo di Rodrigo Díaz de Bivar, nobile castigliano, guerriero e figura leggendaria della Reconquista spagnola, signore di Valencia dal 1094 fino all’anno della sua morte. E “in camicia azzurra” perché quella fu la divisa scelta dai falangisti per identificarsi. Un nuovo eroe era nato e stava vivendo in Spagna. La sua vita era per la lotta e questa era dedicata alla nuova “Riconquista” religiosa ed eroica del paese.

Ma proprio il 20 Novembre del 1936, a soli 33 anni, il fondatore della Falange spagnola baciava col sangue il suolo della sua amata terra, seguendo lo stesso percorso degli eroi nazionali che nei secoli lo hanno preceduto, e che lo hanno ispirato all’azione durante la vita.

«Vogliamo meno chiacchierio liberale e più rispetto per le vere libertà dell’uomo. Perché si rispecchia la libertà dell’uomo solo quando lo si considera, come noi lo consideriamo, il portatore di valori eterni; quando lo si considera come l’involucro corporeo di un’anima che è capace di condannarsi o di salvarsi. Solo quando si considera così l’uomo, si può dire che si rispetta veramente la sua libertà e ancora di più se questa libertà si completa (come noi vogliamo) in un sistema di autorità, di gerarchia e di ordine».

Con queste parole, solo 3 anni prima della sua fucilazione, Primo de Rivera dava vita al movimento Falangista, e anche se la sua giovane vita venne spezzata dalla scarica dei fucili nemici, i suoi camerati non si fermarono.

 

 

Nei tre lunghi anni di guerra civile il vasto lavoro culturale e il martirio di José Antonio e di molti altri suoi legionari non fu vano, infondendo nei falangisti ardore e determinazione che, appunto, permetterà alla parte migliore del popolo spagnolo la tanto profetizzata “Reconquista” contro i barbari nemici al servizio dell’anti-tradizione.

Per questo è giusto ricordare un passo dell’inno della Falange che veniva cantato, liberando dal comunismo le città divenute trincee:

«Se ti dicono che sono caduto,

me ne sono andato al posto che c’è lì per me.»

Ad 85 anni dal sacrificio, la figura di José Antonio Primo de Rivera non può che brillare ed indicarci la strada da seguire, in un mondo così buio.

In difesa della virilità

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TORNA IN LIBRERIA IL SAGGIO DEL FILOSOFO DI HARVARD HARVEY MANSFIELD

 

Virilità di Harvey Mansfield, appena uscito, non è un testo contro il femminismo, e ciò va detto non per mettere le mani avanti, o per dire che la coincidenza con lo scandalo generato dalle parole di Alessandro Barbero (scandalo sciocco) sia assolutamente casuale, ma per prevenire quello sdegno isterico che nell’epoca della cancel culture si lancia all’istante contro alcune parole non appena vengono pronunciate. In cosa ha origine questo astio furioso e generalizzato?

Quando, a partire dagli anni Settanta, il pensiero femminista ha disconosciuto le sue origini liberali, si è convertito irrevocabilmente a un nichilismo avverso tanto alla natura quanto al senso comune, ostentando un nuovo obiettivo: l’avvento della società sessualmente neutra, nel nome della neutralità di genere. A farne le spese, quelle virtù ree di sottendere qualsiasi rimando alla differenza sessuale. Virtù dimenticate o ridotte a stereotipi antiquati, come nel caso della virilità. In suo soccorso, Mansfield si riappropria, virilmente, dello spazio per lodarla.

Perché la virilità è precisamente una virtù; e tra tutte, quella politica per eccellenza. La virilità è stata fraintesa. Non è affatto aggressività, machismo, tracotanza. Al contrario, è quel complesso di assertività, sicurezza di sé, coraggio attraverso cui l’uomo asserisce se stesso e afferma la sua importanza, sulla natura, sugli altri uomini e sulla minaccia del nulla. La virilità non è una virtù astratta; la virilità chiama l’individualità: la sua stessa essenza è l’irripetibilità del singolo che la impersona. E questa è l’origine del fraintendimento, così come è per questo motivo che la scienza (nelle specifiche vesti della psicologia sociale e della biologia evoluzionistica) fallisce nel descriverla: la virilità non è un concetto, non è passibile di definizione universale.

L’universalità, anzi, le è letale; è l’orizzonte nel quale essa perisce, quello dell’egualitarismo ad ogni costo, del controllo razionale e dell’uniformazione. Per dar voce alla virilità occorre allora rivolgersi a quelle discipline che della singolarità e del comune sentire si nutrono: la letteratura, la storia e, in una certa misura, la filosofia. Attraverso una ricca rassegna di figure, da Theodore Roosevelt al vecchio di Hemingway, da Kipling a Stevenson, passando per i filosofi pionieri del liberalismo e terminando con l’etica e la politica incontaminate di Platone e Aristotele, Mansfield ci racconta la virilità e il suo valore per l’essere umano, smascherando la stoltezza dell’ostilità ad essa dichiarata non in nome di valide ragioni, ma per partito preso.

Virilità è una lode evocativa e carnale, talvolta nostalgica e disillusa, di una virtù con la quale siamo stati spesso ingenerosi, perseguendola sempre senza mai chiamarla per nome. Una virtù che, certamente, pertiene anche alle donne, purché siano disposte ad emanciparsi dall’inganno di quel sedicente femminismo che le vorrebbe non solo uguali agli uomini, ma anche uguali tra loro; a patto, cioè, che si riapproprino della loro individualità, della loro differenza: è sicuramente più virile rivendicare il diritto di non esserlo che affermare che la virilità sia sessualmente neutra.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/in-difesa-della-virilita/

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