Da oggi e fino a giovedì prossimo, 29 ottobre, ispettori russi saranno in Italia in veste di osservatori della Trident Juncture 2015, la più importante esercitazione organizzata dall’Alleanza Atlantica nel corso dell’anno che si sta svolgendo in Italia, Portogallo, Spagna, Oceano Atlantico e mar Mediterraneo e che vede coinvolti 36000 militari provenienti da più di 30 Paesi. La conferma arriva dal Ministero della Difesa russo.
“Secondo quanto previsto dal Documento di Vienna, firmato nel 2011, un team di esperti russi condurranno una seria di ispezioni in Italia fino al prossimo 29 ottobre”.
Gli specialisti russi sono già in Italia. Il governo italiano non ha ancora comunicato l’arrivo, ma sappiamo anche dove si svolgeranno queste ispezioni: in Sardegna.
Continuano i russi. “L’ispezione, secondo quanto previsto dai trattati sulla fiducia e sulla sicurezza, avrà il compito di stabilire l’entità delle attività militari e se queste si stiano svolgendo secondo quanto previsto dalle disposizioni in materia di informazioni militari tra gli Stati membri. Gli ispettori visiteranno anche il comando militare della Trident”.
Non si parla di un loro arrivo presso il 37° Stormo di Trapani, ma potrebbe essere plausibile. La Trident Juncture coinvolge 16 basi militari e poligoni di tiro in tre paesi della NATO: Spagna, Italia e Portogallo. Coinvolti 36.000 militari, 140 aerei da guerra e fino a 90 tra sottomarini e navi da guerra provenienti da 30 paesi (compresi Austria e Svezia paesi che non fanno parte della NATO). L’esercitazione si concluderà il 6 novembre.
L’indottrinamento ‘migrante’ arriva a scuola. Non bastavano le lezioni di gender, ora arriva anche l’ora di ‘accoglienza’. È il progetto, primo, ma temiamo non ultimo, in Italia, per far incontrare i sedicenti profughi e gli studenti genovesi.
E’ promosso dalla famigerata Comunità di Sant’Egidio in collaborazione con la Direzione Scolastica Regionale (Toti, ma che fai?) la fondazione Cultura di Palazzo Ducale e il ridicolo Ufficio Migrantes. Saranno coinvolte 13 scuole e 3000 studenti.
Trionfa la destra alle elezioni in Svizzera dopo una campagna elettorale tutta incentrata sull’emergenza profughi e l’antieuropeismo. E viene eletta anche Magdalena Martullo-Blocher, figlia del leader storico dell’Udc/Svp Christoph Blocher, già definita la “Le Pen svizzera”.
Elezioni in Svizzera, c’è l’ondata anti-Ue e anti-profughi
Il Partito di destra dell’Unione democratica di centro è dunque il grande vincitore delle elezioni per il rinnovo del Parlamento con circa il 28% dei voti espressi dell’elettorato elvetico (+1,4 punti rispetto al 2011), ma soprattutto undici seggi supplementari per un totale di 65 mandati al Consiglio Nazionale (camera bassa, 200 seggi). «Nessun partito ha mai potuto contare su una squadra così ampia», ha analizzato l’agenzia di stampa svizzera Ats. In una sterzata a destra prevista dai sondaggi, anche il Partito Liberale Radicale (Plr) registra un bel successo, benché piu’ contenuto, e sale al 16,4% (+1,3 e 33 seggi). Secondo partito a livello nazionale, i socialisti (Ps) risultano in calo mentre il partito democristiano si attesta al 12,6% (+0,3), i verdi scendono al 7,8%, i verdi liberali al 4,7% e il partito borghese democratico al 4,6% (-0,8). Le cose devono cambiare, ha affermato il presidente dell’Udc/Svp Toni Brunner confermando che il partito mira a riconquistare il secondo seggio in Consiglio federale (governo) perso nel 2007. Brunner ha quindi spiegato la vittoria del suo partito evocando «l’ondata migratoria che preoccupa la gente. In Svizzera la problematica dell’asilo non è risolta. La questione dei veri rifugiati e dei rifugiati economici non è stata regolata», ha affermato.
Vittoria nettissima alle elezioni in Polonia per la destra ultraconservatrice, nazionalista, populista ed euroscettica. I risultati definitivi arriveranno solo oggi ma i primi exit poll diffusi la notte scorsa alla chiusura dei seggi non sembrano lasciare dubbi.
Diritto e Giustizia il partito di Jaroslaw Kaczynski ha trionfato conquistando circa il 38% dei voti e 232 seggi (su 460) e quasi certamente avrà la maggioranza assoluta in Parlamento. Sconfitti pesantemente i liberali euroconvinti di Piattaforma civica (23,6% e 137 seggi), nonostante la continua crescita economica ottenuta dal Paese negli ultimi otto anni con il loro governo.
Vittoria nettissima alle elezioni in Polonia per la destra ultraconservatrice, nazionalista, populista ed euroscettica. I risultati definitivi arriveranno solo oggi ma i primi exit poll diffusi la notte scorsa alla chiusura dei seggi non sembrano lasciare dubbi.
Diritto e Giustizia il partito di Jaroslaw Kaczynski ha trionfato conquistando circa il 38% dei voti e 232 seggi (su 460) e quasi certamente avrà la maggioranza assoluta in Parlamento. Sconfitti pesantemente i liberali euroconvinti di Piattaforma civica (23,6% e 137 seggi), nonostante la continua crescita economica ottenuta dal Paese negli ultimi otto anni con il loro governo.
A guidare il prossimo esecutivo sarà con tutta probabilità Beata Szydlo, 52 anni, volto nuovo di Diritto e Giustizia che somma alla retorica sull’identità nazionale e alla difesa della tradizione cattolica più conservatrice, la visione politica ed economica di una destra sociale, favorevole all’intervento dello Stato nell’economia oltre che al sostegno delle famiglie e delle piccole imprese. Una destra nazionalista che vuole stare nella Nato per contrastare la Russia e nell’Europa nonostante i contrasti con la vicina Germania e con Bruxelles.
È la Polonia di Kaczynski, il leader indiscusso di Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwosc, abbreviato in PiS), già premier indigesto all’Unione europea, oggi più che mai grande capo del fronte nazional-populista nonostante abbia fatto, formalmente, un passo indietro cedendo la scena e la campagna elettorale a facce più giovani e gradite agli elettori. Come quella di Andrzej Duda, eletto presidente della Repubblica lo scorso maggio, o come quello di Beata Szydlo, candidata a guidare il prossimo governo.
Pesantissima invece la sconfitta per i liberali di Piattaforma civica che pure hanno portato il Paese a crescere dl 4% in media all’anno negli anni del loro governo superando senza mai entrare in recessione anche la grande crisi finanziaria internazionale e la crisi del debito sovrano in Europa. Rimasta orfana di Donald Tusk, diventato presidente del Consiglio europeo, Piattaforma civica (in polacco Platforma Obywatelska, PO) non ha trovato in Ewa Kopacz la candidata premier capace di convincere gli elettori.
Del tutto ininfluenti risulterebbero gli altri tre partiti che hanno superato lo sbarramento per entrare in Parlamento: Kukiz’s 15, il movimento antisistema della rockstar Pawel Kukiz (con il 9% e 44 seggi); Nowoczesna, il partito liberale dell’economista Ryszard Petru (7,5% e 30 seggi) e il Partito popolare dei contadini (5,2% e 18 seggi) già pronto, come da tradizione, ad appoggiare il nuovo governo. Scompare dai banche dell’opposizione la sinistra che si era presentata come coalizione ma che non ha raggiunto la soglia richiesta per avere seggi in Parlamento.
Il 40% circa che gli exit poll assegnano a Diritto e Giustizia può garantire al nuovo governo monocolore una maggioranza assoluta senza precedenti da quando il Paese ha riconquistato la democrazia nel 1989 . «Il Paese ha bisogno di cambiare», ha detto anche nella notte del trionfo Kaczynski, ribadendo la determinazione a «cancellare il disastro combinato da Piattaforma civica negli anni di governo».
La destra nazionalista e populista di Kaczynski ha vinto cavalcando il sentimento anti-migranti di molta parte della cittadini polacchi ma ha anche attaccato le misure economiche del precedente governo liberale cercando i voti delle fasce di popolazione tagliate fuori dal progresso del Paese, soprattutto tra i giovani e nelle aree rurali.
Kaczynski e i suoi fedelissimi hanno annunciato nuove tasse per le catene della grande distribuzione e per le banche straniere, hanno proposto di abbassare l’età pensionabile, di modificare le imposte sul reddito per agevolare le famiglie più povere e di abbassare dal 19% al 15% la flat tax per le imprese più piccole. Per far fronte all’inevitabile aumento della spesa pubblica, Diritto e Giustizia ha in programma di utilizzare le risorse della Banca centrale per immettere nell’economia polacca 100 miliardi di dollari in sei anni. Se gli annunci della campagna elettorale troveranno conferma nei provvedimenti del prossimo governo, i timori e i contrasti con l’Unione europea non potranno che aumentare.
Tre giorni al convegno della Fraternità San Pio X a Rimini, ed ecco una quantità di eventi da analizzare, tutti insieme: 1) lo pseudo-sinodo dello pseudo-papa, subito esaltato dai media come “Comunione ai divorziati” ; 2) la vittoria del partito euro-scettico, populista e filo-Orban a Varsavia; 3) La cattura di un colonnello israeliano che stava comandando i takfiri dell’Isis in Irak. Di questo, e degli eventi significativi che hanno accompagnato la cattura, i nostri media ufficiosi hanno, ovviamente, taciuto. Per il carattere urgente degli sviluppi, scelgo questo tema.
Il colonnello israeliano
Il distintivo della Golani
Ormai è ampiamente confermato dall’agenzia Fars e riportato dai blog: l’ebreo che aiutava gli islamici a far la guerra si chiama Yusi Oulen Shahak, è colonnello della famigerata brigata Golani, e il suo numero di matricola militare Re34356578765az231434. Le forze irachene che l’hanno catturato hanno la prova di ciò che sostenevano da mesi, anche grazie alle confessioni che avevano strappato a jihadisti catturati: che nella fulminea e vittoriosa avanzata delle truppe del Califfato dell’estate 2014, quando presero Mussul quasi senza colpo ferire, erano comandati da agenti del Mossad o altri entità israeliane.
Si ignora se l’arresto del colonnello Shahak sia in relazione con l’altra notizia dell’agenzia iraniana Tasnin News, secondo cui le forze irachene hanno catturato non uno, ma quattro “consiglieri militari” a fianco dell’ISIS, tre “con doppia cittadinanza Usa e israeliana”, mentre il quarto è “di un paese del Golfo Persico”.
Adesso c’è la prova di ciò che i “complottisti” hanno detto da sempre dispregiati e scherniti dal “grande” giornalismo: che Daesh è una organizzazione e invenzione Usa-Israeliana e saudita per distruggere altri musulmani, sciiti.
Così gli Usa “aiutano” la lotta al Califfato
Per strana coincidenza con la cattura dell’ebreo, i corpi speciali Usa Delta Forces – dopo mesi e mesi di inazione – sono stati lanciati in una operazione sul terreno, in cui è morto uno di loro. Il primo soldato americano caduto in Irak dal 2011, ci hanno detto i media.
Qual era l’operazione? La “liberazione” di decine di ostaggi presi prigionieri dall’ISIS, a cui i tagliagole avevano già fatto scavare le fosse in cui li avrebbero gettati dopo averli trucidati, detenuti in un carcere takfiro nel nord-Irak, presso la cittadina di Hawaija.
Meritevole tentativo. Ma in realtà, a quel tentativo si stavano già preparando i
i Peshmerga, ritenendo che gran parte di quei detenuti fossero curdi, quando le forze speciali Usa (che erano presenti come consiglieri militari) si sono intromesse. Hanno salvato 69 prigionieri, assevera la Reuters, di cui alcuni “ex militanti dell’ISIS che Daesh pensava fossero spie”, venti membri delle forze di sicurezza irachene, e molti semplici cittadini locali…non si dice quanti degli ostaggi, invece, sono stati uccisi nella sparatoria. Era una operazione destinata a salvare, oppure – magari –a far tacere qualcuno che sapeva troppo sulla collaborazione tra Daesh e israeliani, o Cia?
Reuters dice testualmente che “la missione di salvataggio Usa ha avuto luogo data la preoccupazione di Washington per il crescente intervento russo in Medio Oriente”. Immediatamente, i comandi Usa hanno diramato un video, che sostengono preso da una telecamera presa sull’elmetto di uno dei loro uomini, dove è documentata l’eroica impresa. Un video che gli esperti giudicano un falso Made in Hollywood.
“Ormai tutto il mondo ha capito chi sono i padrini del terrorismo, e chi sono quelli che lo utilizzano per cambiare regimi” , ha scritto il direttore di Veterans Today,
Clamoroso rovesciamento di alleanze.
“Bagdad autorizza i russi a fare bombardamenti in Irak”, suona il titolo.
Il governo iracheno ha autorizzato i caccia russi a volare sul suo territorio “per inseguire i terroristi che scappano dalla Siria all’Irak”: il fraseggio iracheno è la foglia di fico per non dire che Bagdad ha chiesto l’assistenza delle forze di Mosca.Non è ancora abbastanza emancipata dagli Usa da poter fare una formale richiesta di aiuto, come ha fatto il siriano Assad.
Appena poche ore prima di questo annuncio, il generale Joseph Dunford, capo degli stati maggiori riuniti Usa, aveva detto al primo ministro iracheno Haider al-Abadi: “Non riceverete più da noi l’aiuto che vi diamo a combattere l’ISIS, se anche i russi conducono operazioni sul vostro territorio”. Patetico e ridicolo: il governo iracheno sa benissimo cosa pensare dell’”aiuto” americano, dopo un anno di bombardamenti Usa che hanno reso l’ISIS più forte e meglio armato.
Per intanto, i Sukhoi hanno abbattuto un ponte sull’Eufrate ( in territorio siriano, a Deir ez-Zor) troncando i rifornimenti che l’ISIS dell’Irak mandava all’ISIS di Siria.
D’altra parte, ormai Bagdad è una succursale politico-militare di Teheran: governo sciita legato a filo doppio agli ayatollah, notevoli forze iraniane operanti sul terreno supportate dai Sukhoi in cielo, e a Bagdad la centrale di intelligence comune con personale russo e iraniano, iracheno e siriano a condividersi i dati. Il progetto neocon – 15 anni di guerre per destabilizzare i nemici potenziali di Israele, fino a destabilizzare ed attaccare l’Iran – non poteva subire disfatta più plateale: la detronizzazione di Saddam per mano neocon s’è tradotta nella consegna all’Iran della parte sciita dell’Irak, , e dell’aumento d’influenza di Teheran nell’area.
Anche la Giordania và con Mosca
“Russia e Giordania si apprestano a creare un centro di coordinamento comune ad Amman, in cui i due paesi condivideranno informazioni sulle operazioni anti-terrorismo, ha annunciato il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov”: è lo stesso tipo di centrale d’intelligence comune che i russi hanno a Bagdad insieme agli irakeni, iraniani e siriani ora viene installata nella capitale giordana.
Attenzione, non è un coordinamento come quello fra russi e americani per scongiurare scontri “involontari”, ma ben altro: “In base all’accordo stretto fra sua maestà re Abdullah II e il presidente russo Vladimir Putin, le forze armate dei due paesi coordinano le loro azioni, comprese le missioni degli aerei militari sul territorio siriano”.
In pratica, un rovesciamento di alleanze. O, se vogliamo, l’innesco di un processo di liberazione anche della monarchia giordana.
La Giordania aveva dovuto far parte della coalizione anti-Daesh voluta da americani, unirsi a turchi e sauditi nella finzione di colpire l’Isis mentre era stata scelta dalla Cia come base base d’addestramento per i terroristi dell’ISIS. Re Abdullah ci aveva anche perso uno dei suoi piloti da caccia, Muad Kasasbeah (di una famiglia vicina al re) che poi l’ISIS ha mostrato mentre lo bruciava vivo in un video sulla cui falsità resta più di un dubbio. Ha anche fornito ai jihadisti (quelli che la coalizione si supponeva combattesse) 3500 Toyota pickup (i sauditi ne hanno dato oltre 30 mila).
Ciò perché, vicina alla strapotente Israele, che gli ha gettato nel territorio i palestinesi espulsi (a milioni), e viola la sua sovranità quando vuole, la Giordania non può fare una politica nemmeno lontanamente indipendente da giudei, americani e sauditi (che pagano). Almeno fino a ieri. Appena è apparso un’altra forza protettrice, re Abdullah s’è messo dalla parte di Mosca: credo, con molto sollievo, anche perché il comportamento russo è molto diverso da quello padronale ed umiliante Us-raeliano. Nel dar notizia dell’accordo, infatti, Lavrov ha sottolineato: “La Giordania svolgerà una parte positiva per cercare una soluzione politica al conflitto in Siria attraverso negoziati fra Damaso e le forze d’opposizione, uno scopo che anche la Russia persegue”. Non più un cameriere, il re giordano viene rispettosamente invitato, come decente stato vicino, a far parte della soluzione politica. Quanta differenza con la soluzione neocon, turca e saudita – usare i terroristi wahabiti e mercenari non-siriani per detronizzare Assad e distruggere la Siria – ciascuno lo può vedere.
E’ un ritorno alla ragione nell’area che Mosca sta palesemente cercando di instaurare, legando amichevoli relazioni diplomatiche con tutti i vicini e cointeressandoli alla stabilità della Siria, e non alla sua destabilizzazione. Almeno con quelli che ci vogliono stare: Putin ha rivolto insistentemente l’offerta a Washington, che ha rifiutato. Anche Ryad ha ovviamente rifiutato. Anzi, ha intensificato l’avvio di armamenti pesanti ai “ribelli”, con il pieno appoggio della Casa Bianca.
La monarchia saudita, che di suo non dispone di un gran numero di sudditi vogliosi di immolarsi, sta ricorrendo (si dice) a mercenari della Blackwater (o come si chiami adesso) per la sua guerra dello Yemen. Ai ribelli dell’ISIS ha promesso missili anti-aerei a spalla, contro i caccia russi. Gli americani, missili anticarro TOW; e ai primi di ottobre hanno paracadutato – come dono d’addio – 50 tonnellate di armi e munizioni ai ribelli in Siria.
Riorganizzano il terrorismo globale
Le due suddette potenze, colte di sorpresa, cominciano a reagire. Accelerano la riorganizzazione del terrorismo islamico ridotto a mal partito dall’intervento russo. A questo sembrano alludere le notizie che un migliaio di talebani operanti fra Pakistan ed Afghanistan, di punto in bianco, “hanno dichiarato fedeltà al Califfato”, e così anche noti gruppi terroristi come Lashkar-e-Taiba » e « Jhangvi ; già nel marzo – ha segnalato Maria Zakharova, la portavoce del ministero degli esteri russo – il capo del movimento terrorista islamista dell’Uzbekistan, Usman Ghazi, “ha presentato giuramento ad Abu Bakr” (il califfo) e così il gruppo estremista “ Hizb ut-Tahrir » ».
Insomma i veri mandanti del terrorismo islamico, siano a Ryad o a Doha, a Washington o a Tel Aviv, ritengono necessario mettere i loro islamici sotto comando unificato: Non più funzione di Al Qaeda moderato contro ISIS estremista, sono tutti “nostri”.
Fatto interessante, il governo d Kabul – un altro suddito degli Usa – ha chiesto a Mosca armamenti contro questi Talebani diventati Daesh.
Erdogan ha dichiarato che non permetterà ai curdi di “impadronirsi del Nord della Siria, dove stanno combattendo i suoi terroristi.
I Saud si sentono accerchiati
Un principe saudita, Abdel Mohsena bin Waleed bin Abdel Aziz, è stato arrestato all’aeroporto di Beirut perché trovato in possesso di droga: 2 tonnellate. Non per uso personale, si spera, ma per i ribelli. Sono infatti due tonnellate di captagon, la super-anfetamina che rende feroci e insensibili i jihadisti. In questi giorni ne hanno bisogno in alte dosi.
Insomma Saud e Washington fanno di tutto per impedire la soluzione negoziale che i russi promuovono, la transizione politica in Siria, e contano ancora di rovesciare Assad e precipitare il paese indefinitamente nel caos di tipo libico. Perché invece la situazione siriana si rasserena – secondo il gran muftì della Siria, Ahmad Badreddin Hassoun, centinaia di migliaia di profughi sarebbero già tornati perché i bombardamenti russi danno loro la speranza di una prossima pace – al punto che Assad ha annunciato che si presenterà alle prossime elezioni. Che le vinca ci sono pochi dubbi. Già nel 2012 il presidente siriano aveva proposto una riforma della costituzione che comprendeva il pluralismo politico; l’aveva proposta con referendum, e il referendum popolare l’aveva approvata; il 7 maggio, una consultazione elettorale aveva dato la maggioranza al fronte di unità nazionale raccolto attorno al suo partito, il Baath. Per mandare a monte la riforma e il consolidamento del regime, Usa ed alleati hanno dovuto inscenare la strategia della tensione, e la demonizzazione mediatica del presidente, cui Mosca dà, oggi, la battuta d’arresto.
Puniscono i siriani. Di nascosto.
“Aerei Usa hanno bombardato una centrale termoelettrica a Marea, Tal-Shaer, che dava elettricità ad Aleppo. L’attacco ha interrotto l’energia a molti quartieri di Aleppo”: così Veterans Today, il sito di Gordon Duff che dispone di font amiche in Siria e Iran (è stato il primo a dare la notizia dell’arresto dell’alto ufficiale israeliano in Irak)
E’ la seconda volta: otto giorni prima, due F-16 “appartenenti alla coalizione guidata dagli Usa” ha centrato due centrali energetiche di Al-Ramaniyeh, ad est di Aleppo, anche lì lasciando parte della città al buio. Siccome l’attacco è avvenuto in zone del tutto pacifiche, senza ribelli, anche la sorveglianza russa è stata sorpresa.
Sono F-16 americani? I russi – secondo Veterans Today che cita una sua “fonte affidabile” non la penserebbero così: “Mani nascoste dietro l’Amministrazione hanno conti in sospeso per distruggere le installazioni civili in Siria…Elementi sionisti stanno lavorando per rendere più tese le relazioni Usa-Russia; fanno di tutto per tagliare ogni possibile cooperazione tra le due potenze sulla Siria e nell’area”. Insomma Mosca sembra pensare che non sia Obama, ma altri annidati nel suo governo o sottogoverno a compiere questi atti di sabotaggio criminale.
Perché, dicono le ultime notizie, domenica John Kerry ha incontrato Lavrov ed avrebbe accettato di rendere parte al processo di transizione (e pacificazione) della Siria proposto dai russi; anche se la posizione americana resta quella: “Assad must go”.
Anche in Polonia vince la destra euroscettica. Un segnale che scuote i grigi burocrati di Bruxelles e che minaccia di far crollare l’impianto dell’Unione europea. Diritto e Giustizia (Pis) del leader Jaroslaw Kaczynski incassa una netta vittora conquistando quasi il 40% delle preferenze. Resta indietro, invece, la Piattaforma civica del centro del primo ministro uscente Ewa Kopacz che registra poco più del un 23% delle preferenze.
In Polonia le elezioni politiche sono state vinte nettamente dall’opposizione conservatrice ed euroscettica del partito Diritto e Giustizia (PiS). Conquistando il 39,1% dei consensi, incassa un risltato sufficiente a consentirgli di governare da solo. La premier uscente di Piattaforma Civica, Ewa Kopacz, il cui partito incassa appena il 23,4%, ha già ammesso la sconfitta. Il partito PiS di Jaroslaw Kaczysnski ha infatti ottenuto 242 seggi su 460 nella Camera bassa, contro i 133 andati a Piattaforma Civica. Dopo otto anni, quindi, perdono la guida del governo i liberali di Donald Tusk che, nel frattempo, si è trasferito a Bruxelles come presidente del Consiglio europeo.
A guidare il prossimo esecutivo così la 52enne antropologa Beata Szydlo. La candidata conservatrice di PiS difende l’importanza dei valori cattolici e patriottici, propone una redistribuzione della ricchezza a beneficio delle classi lavoratrici e potrebbe avviare una fase di confronto critico con l’Unione europea. Il partito di Kaczysnski è, infatti, contrario all’ingresso della Polonia nell’Eurozona. Ma fra le prime decisioni del nuovo governo c’è sicuramente da aspettarsi una marcia indietro rispetto agli immigrati. Kaczynski guarda, invece, di buon occhio la prospettiva di più basi della Nato in Polonia. “Ma il rinnovamento dell’esercito polacco – è uno dei suoi mantra – deve sostenere l’industria nazionale e non quella estera”. Fra le promesse economiche del PiS vi è il bonus di 500 zloty al mese (125 euro) per ogni secondo bambino fino ai 18 anni e la riforma delle pensioni introdotta dai centristi (65 anni per gli uomini e 60 per le donne invece dei 67 attuali). I pensionati riceveranno anche le medicine gratuite. Per coprire queste spese, il partito prevede fra l’altro di alzare le tasse per le banche e per le multinazionali che investono in Polonia.
L’articolo pubblicato infra da fra’ Leone è un’eccellente spiegazione della situazione ecclesiale odierna: per chi conosce l’autore, una vera summa del suo pensiero, tanto che l’apparato critico potrebbe ridursi a contributi suoi. Vorrei nondimeno, vista l’occasione preziosa, approfondire qui un altro punto chiave per ulteriore chiarezza, a mo’ di integrazione all’illuminante articolo dell’amico fra’ Leone. La “chiesa conciliare” NON è la Chiesa cattolica, che è santa e non può insegnare l’errore (come il Papa, che della Fede è la regola prossima), e non è neppure la Chiesa cattolica semi-distrutta, cosa impossibile che infatti non è avvenuta nella storia, malgrado talora sembri di cogliere una simile posizione nel dibattito. La chiesa conciliare è una società satanica, che si è abilmente travestita da chiesa cattolica sotto la direzione del demonio: moltissimi, la schiacciante maggioranza dei cattolici ad ogni latitudine, son purtroppo caduti nella trappola, e credono che la chiesa conciliare sia la Chiesa cattolica, o magari la inglobi, o vi sia un pazzesco mélange, o che la “chiesa tradizionale” possa trovare un posto nella “chiesa” conciliare onde “correggerla”, invece di combatterla in quanto totalmente contro-chiesa (posizione FSSPX, secondo chi scrive eretica), tenendo la pseudo-autorità come legittima ma “disubbidendole” quasi sempre quando la spara… un po’ grossa, e secondo il proprio arbitrio. Gli altri, la “massa” (in senso quantitativo e sociologico), seguono il “nuovo corso”, che in realtà è la rivoluzione originata dal non serviam e trasformatasi nei secoli fino al disastro dell’oggi. Invece – attenzione, altro punto chiave – la Chiesa cattolica sussiste eccome, ce l’ha promesso Nostro Signore (non praevalebunt), questo è fuori discussione, nonostante le balzane idee di chi pensa che la Chiesa “conciliare” sia la Chiesa cattolica e che questa quindi stia andando verso la distruzione, magari con qualche notazione pneumatica o iper-apocalittica. Sussiste nei numerosi vescovi e fedeli cattolici presenti al mondo. La chiesa conciliare COME TALE non c’entra alcunché con la Chiesa cattolica, se non nella misura in cui costituisce la contro-chiesa diretta dal demonio. La spaccatura, tra Chiesa cattolica che ovviamente prosegue (non praevalebunt, come s’è visto), e una enorme (ahinoi) ex parte della Chiesa cattolica entrata nell’eresia e nello scisma è avvenuta attraverso l’istituzionalizzazione della pseudo-Chiesa conciliare, con grave danno sul pioano umano – cosa terribile ma non inconcepibile, questa sì – per gli uomini e le donne restati cattolici integrali (l’unico modo di essere fedeli ai propositi battesimali).
Mi premeva qui solo insistere sulla distinzione assoluta, gli approfondimenti essendo la sostanza dei dibattiti che in questo sito ospitiamo.
Quanto alla sede vacante, inutile ripetere quanto scriviamo ogni giorno qui e altrove.
Ringrazio fra’ Leone e sarò lieto se vorrà condividere con me la riflessione su punti così importanti, essenziali per la salvezza delle anime (suprema lex, com’egli sa bene e di continuo c’insegna).
Segnalazione di Federico Prati (Tratto dal libro “Il complotto contro la Chiesa” di Maurice Pinay)
Il complotto segreto ebraico svelato dalla Gazzetta Cattolica d’Inghilterra.
Nella London Gazzette Cattolica del febbraio 1936 un articolo sensazionale è stato pubblicato sotto il titolo: “Il pericolo ebraico e la Chiesa cattolica”.
L’organo mensile della Società missionaria cattolica di Inghilterra stava citando discorsi pronunciati in una serie d’incontri segreti ebraici a Parigi.
Poche settimane dopo, il settimanale parigino Le Reveil du Peuple ha pubblicato un racconto simile, aggiungendo che le affermazioni erano state fatte in un recente convegno del B’nai B’rith (ordine segreto giudaico-massonico in cui non sono ammessi i Gentili) tenuto a Parigi.
Sono trascorsi ormai molti anni dalla morte di Pio XII avvenuta il 9 ottobre 1958 a Castel Gandolfo, spirando l’ultimo papa che incarnava la romanità, spirava pure l’ultimo barlume di verità nel mondo, l’ultimo impedimento al potere del Maligno sull’umanità già colpita dal “vulnus originale”.
Con Giovanni XXIII iniziò una nuova era per la Chiesa, un nuovo corso di avvicinamento al mondo un raillement con il mondo moderno e contemporaneo. Il demonio, principe di questo mondo non poteva che essere l’ispiratore di questo nuovo corso. Con il Vaticano II i tre principi della rivoluzione francese, si insinuarono all’interno della Chiesa e ne mutarono la struttura sia dottrinale che disciplinare.
Civati preannuncia una interrogazione parlamentare. L’iniziativa il 24 ottobre: “Partecipazione dà la possibiltà agli studenti delle Facoltà dell’Ateno genovese di acquisire un credito formativo”
di ALBERTO CUSTODERO
LA massoneria italiana esce dal segreto delle logge. E, organizzando un convegno sulla “sapienza”, si accredita come ente formativo universitario. Non era mai accaduto prima, tanto che la notizia è stata accolta con sorpresa e stupore dal mondo politico e accademico. Il deputato Pippo Civati, componente della commissione Cultura e Istruzione della Camera, ha annunciato una interrogazione parlamentare. “Sono di parere negativo – commenta il leader di “Possibile” – credo che la questione vada approfondita con una interrogazione. Sono curioso di sapere come vengano attribuite queste opportunità che fanno testo per il curriculum scolastico”. “Sono abbastanza sconcertato”, dichiara Matteo Orfini, presidente del Pd. “Incredibile”, si limita a dire Giovanni Monchiero, capogruppo di Scelta civica a Montecitorio.
Father F.X. Lasance (left) produced a long list of popular spiritual classics, including his 1922 Holy Souls Book.
Devotion to solacing the Holy Souls is eminently pleasing to God, a comfort to the Church Suffering and eminently beneficial to ourselves.
The “Reflections” that form the first part of this book will motivate the reader to make frequent use of the prayers and devotions in the second section.
Together with Fr. Lasance’s work, we are also offering Fr. Joseph Printon’s Novenas, Hymns and Prayers for the Holy Souls in Purgatory. These were arranged for congregational use, and may thus be conveniently prayed at your family Rosary.
The prayers in both these works are appropriate at any time, but especially during November, the Month of the Holy Souls.
We are offering them for a $30 donation to support our apostolate.
L’Assemblea si è chiusa sabato sera con un importante documento che apre ai divorziati risposati, alle coppie di fatto e a chi ha contratto matrimonio con rito civile
di Redazione Roma Online
«È stato faticoso ma porterà molto frutto». Così il Santo Padre durante l’Angelus in una piazza San Pietro affollata di fedeli, è tornato a parlare dei lavori del Sinodo appena conclusi. «La parola Sinodo significa “camminare insieme”. E quella che abbiamo vissuto è stata l’esperienza della Chiesa in cammino specialmente con le famiglie del popolo santo di Dio sparso in tutto il mondo — ha detto Francesco prima dell’Angelus — e la profezia del popolo in cammino l’ho confrontata anche con le immagini dei profughi in marcia sulle strade dell’Europa, una realtà drammatica dei nostri tempi».
La Messa conclusiva dei lavori del Sinodo
Nella prima mattina di domenica, Bergoglio, ha officiato la Messa conclusiva del Sinodo sulla famiglia, Il Papa ha ringraziato cardinali, patriarchi, arcivescovi maggiori, arcivescovi, vescovi e presbiteri membri del Sinodo. «Carissimi fratelli sinodali, noi abbiamo camminato insieme. Vi ringrazio per la strada che abbiamo condiviso con lo sguardo rivolto al Signore e ai fratelli, nella ricerca dei sentieri che il Vangelo indica al nostro tempo per annunciare il mistero di amore della famiglia. Proseguiamo il cammino che il Signore desidera – ha esortato Bergoglio -. Chiediamo a lui uno sguardo guarito e salvato, che sa diffondere luce, perché ricorda lo splendore che lo ha illuminato. Senza farci mai offuscare dal pessimismo e dal peccato, cerchiamo e vediamo la gloria di Dio, che risplende nell’uomo vivente».
Si tratta della XIV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sul tema «La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo». Terminati ieri sera i lavori con l’approvazione superiore ai due terzi di un documento finale, che apre ad una maggiore integrazione nella Chiesa di tutte le persone che fino ad ora ne arano escluse, come i divorziati risposati, le coppie di fatto e quanti sono sposati solo civilmente.
L’omelia sulla famiglia
«Dio è un padre. E come Padre si prende cura dei suoi figli, li accompagna nel cammino, sostiene il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente. La sua paternità apre loro una via accessibile, una via di consolazione dopo tante lacrime e tante amarezze». Queste le parole di Papa Francesco durante l’omelia nella messa conclusiva del Sinodo in Vaticano «Gesù, appena uscito da Gerico, si ferma per rispondere al grido di Bartimeo. Si lascia toccare dalla sua richiesta, si fa coinvolgere dalla sua situazione: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. Potrebbe sembrare una richiesta inutile: che cosa potrebbe desiderare un cieco se non la vista? – continua ancora -. Eppure, con questo interrogativo fatto a tu per tu, diretto ma rispettoso, Gesù mostra di voler ascoltare le nostre necessità. Desidera con ciascuno di noi un colloquio fatto di vita, di situazioni reali, che nulla escluda davanti a Dio».
Includere chi vive ai margini
«C’è una tentazione, quella di cadere in una fede da tabella. Possiamo camminare con il popolo di Dio, ma abbiamo già la nostra tabella di marcia, dove tutto rientra: sappiamo dove andare e quanto tempo metterci; tutti devono rispettare i nostri ritmi e ogni inconveniente ci disturba. Rischiamo di diventare come quei molti del Vangelo che perdono la pazienza e rimproverano Bartimeo – ancora un passaggio dell’omelia di Papa Francesco nella messa conclusiva del Sinodo in Vaticano -. Poco prima avevano rimproverato i bambini, ora il mendicante cieco: chi dà fastidio o non è all’altezza è da escludere. Gesù invece vuole includere, soprattutto chi è tenuto ai margini e grida a Lui. Costoro, come Bartimeo, hanno fede, perché sapersi bisognosi di salvezza è il miglior modo per incontrare Cristo».
Secondo quanto riferisce il Pentagono, il ministero della Difesa russo ha inviato in Siria gli “uomini verdi”, una particolare sezione degli specnaz. Addestratissimi, sono entrati ufficialmente in azione durante la crisi in Crimea. Il loro nome deriva dalle divise, verdi appunto, che li contraddistinguono. Come riporta DifesaOnline, “questi uomini dal volto coperto sono stati inizialmente definiti dallo stesso Putin come ‘unità straniere entrate in possesso di equipaggiamento russo’, salvo poi affermare, il 17 aprile dello scorso anno, l’appartenenza all’esercito regolare. Quelli che l’Occidente chiama ‘omini verdi’ sono in realtà un’unità d’élite specnaz in patria noti come ‘Вежливые люди’ o ‘persone educate’. Il termine è stato coniato dal blogger Boris Rozhin, redattore capo della Voce di Sebastopoli. Parlando della conquista dell’aeroporto ucraino ad opera delle forze russe, Rozhin sottolineò ironicamente che ‘quei soldati chiesero gentilmente all’intero personale di servizio di abbandonare le strutture’. Un termine che piacque così tanto al Cremlino da adottarlo ufficialmente“.
Due giorni fa, vi abbiamo data notizia di una nota informale alle questure, nella quale si chiedeva di ‘non diffondere i crimini dei profughi‘, oggi c’è un primo questore che ammette.
Ha ventisei anni, è arrivato dal Gambia su un barcone ed ha chiesto lo status di rifugiato politico. Da alcuni mesi vive in uno dei più noti alberghi di Mondovì con vitto e alloggio pagati, naturalmente, più un bonus di qualche euro al giorno per le piccole spese quotidiane. Tutto come prevede la legge.
Qualche giorno fa, le forze dell’ordine lo hanno beccato, in flagranza di reato mentre vendeva droga a dei ragazzi minorenni. Lo hanno arrestato con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti. Gli investigatori hanno anche scoperto che, nei momenti in cui non spacciava, per ingannare il tempo di giornate lunghe e sempre uguali, senza niente da fare, ospitava nella camera d’albergo una bella signorina, pagata un tot a prestazione. Insomma il richiedente asilo, non si faceva proprio mancare nulla.
Arrestato, dopo due giorni trascorsi nel carcere del Cerialdo di Cuneo, ora e’ di nuovo libero, ed è tornato tranquillamente nella sua stanza d’albergo. […]
Se già fa pensare il fatto che a vendere droga – almeno secondo quando riscontrato dagli inquirenti – è un richiedente asilo, ancora più sconcertante è che questo fatto, accaduto più di una settima fa, non venga comunicato agli organi di stampa, come invece viene fatto di solito, anche a distanza di poche ore, da chi procede all’operazione, carabinieri, polizia di Stato o Guardia di Finanza che sia.
Questa notizia, però, ha un valore particolare, perché a commettere il reato non è una persona qualsiasi ma uno straniero, arrivato sui barconi dal Gambia, accolto in Italia e richiedente asilo. Un mix esplosivo che se trapelasse, indignerebbe non poco l’opinione pubblica, soprattutto in un momento come questo, in cui la diffidenza ed il disagio per i continui arrivi di profughi ha innalzato la tensione ed aumentato i malumori un po’ ovunque.
E come il caso di Mondovì è passato sotto silenzio, bocche cucite ci sono state anche per l’arresto di alcuni giorni fa di un altro straniero, anche lui arrivato dopo una traversata in mare sul gommone, preso a spacciare al parco della Montagnola di Cuneo. Il ragazzo, ventenne, è stato arrestato per detenzione ai fini di spaccio di stupefacente, nonché resistenza e violenza a pubblico ufficiale.
Il questore di Cuneo Giovanni Pepe’ spiega:
“Non esiste una norma scritta che imponga di non divulgare la notizia. Si tratta semplicemente di buon senso. Vengono cioè usate delle precauzioni in più nel caso in cui ad essere arrestato sia un rifugiato, solo perché rivelare il suo luogo di residenza, potrebbe mettere a repentaglio la sua incolumità e quella della sua famiglia. Sarà poi la Commissione territoriale che valuta le richieste a stabilire se il fatto di essere stato arrestato e magari poi condannato, puo’ determinare la non accettazione della richiesta. In questo caso, inoltre la notizia non è stata divulgata per motivi di indagini”.
Quindi, per motivi precauzionali, i profughi possono spacciare. Ospitare puttane in hotel a spese nostre e, anche se vengono beccati, tornare in hotel. E i questori li proteggono, impedendo ai cittadini di conoscere la realtà dei fatti, e farsi così un’idea sul sistema di accoglienza.
In democrazia, i cittadini devono avere la massima informazione, per potere poi decidere. Impedire alle notizie di circolare è un atto in sé totalitario, perché inficia la democrazia nel suo funzionamento. E’ gravissimo.
Per non parlare, poi, del fatto che dei gambiani stiano in hotel a spese nostre, quando in Gambia non ci sono nemmeno guerre. E che ci rimangano anche se beccati a spacciare droga ai ragazzini.