Gli “europeisti” stanno disgregando l’Europa

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Angela Merkel non lascerà il potere fino alle elezioni del 2017. Si trema all’idea dei danni che può fare in tanto tempo. Ricordate? Solo pochi mesi fa la sua Germania era fortemente unita, era quella dei record dell’export, che scoppia di salute (anche troppo: l’8% di attivo di bilancio sul Pil è fatto a spese dei soci UE in deficit),   Berlino che comanda a bacchetta alla UE e alla BCE, che salva le sue banche affossando la Grecia e imponendo a tutti la sua visione callidamente nazionale: nessuna solidarietà, i soldi ce li teniamo tutti, e voi fate i compiti a casa – piaceva moltissimo ai tedeschi. Adesso, ecco il risultato : “1) la Germania è spaccata, 2) l’Europa nel caos e 3) la UE indebolita come non mai”, sunteggia il DWN.

L’afflusso incontrollato di immigranti, ha documentato il capo dei servizi Hans-Georg Maassen, ha fatto crescere il fronte del rifiuto (“l’estremismo di destra”, ha detto lui) che può diventare una forza politica incontrollabile appena si producesse un attentato islamista, sempre più probabile (“siamo ormai ben oltre 8.300 salafiti in Germania, il 70 per cento dei migranti non ha un passaporto”, e il 30 per cento si rendono irreperibili). Si cominciano ad incendiare i centri di ricovero, le giovani tedesche hanno paura a salire sui treni. In realtà, la spaccatura coinvolge la stessa area di governo di Merkel, con la democrazia cristiana bavarese contro, la stesso suo partito diviso e per metà in rivolta.

Anche nell’area di più diretta egemonia tedesca, il prestigio di Berlino è sottozero: Vienna ha chiuso i confini del Brennero e sospeso Schengen,   sorda alle minacce e implorazioni tedesche (e di Bruxelles), dopo aver scoperto “il doppio gioco della Germania”: di nascosto, gli rimandava indietro migliaia di rifugiati economici a cui non aveva concesso asilo (fra cui quasi quattromila marocchini, algerini ed egiziani autori di furti e palpeggiamenti nei treni: “Non è più possibile mandare i figli a scuola sui treni locali”, dicono a Linz): “Non siamo la sala d’aspetto”, ha detto il cancelliere austriaco: se non ci si può fidare fra “noi” che ci parliamo in buon tedesco, figurarsi gli altri. Non è nemmeno il caso di menzionare l’insubordinazione dei paesi dell’Est, Ungheria, Polonia, Slovacchia. Mentre Merkel rimproverava e minacciava Orban perché alzava reticolati, ad alzare il muro sono state Svezia e Danimarca, sopraffatte dall’onddesche (e di Bruxelles), dopo aver scoperto “il doppio gioco della Germania”: di nascosto, gli rimandava indietro   migliaia di rifugiati economici a cui non aveva concesso asilo (fra cui quasi quattromila marocchini, algerini ed egiziani autori di furti e palpeggiamenti nei treni: “Non è più possibile mandare i figli a scuola sui treni locali”, dicono a Linz): “Non siamo la sala d’aspetto”, ha detto il cancelliere austriaco: se non ci si può fidare fra “noi” che ci parliamo in buon tedesco, figurarsi gli altri.

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La Francia   le ha detto che al massimo, dei suoi migranti, ne prende 30 mila e non più; pateticamente il suo ministro degli Interni De Maizière si è fatto sostenere dal collega italiota, il ridicolo Alfano, nel minacciare “sanzioni” a Ungheria, Polonia, Slovacchia se non prendono le loro quote. Ormai le sanzioni sono la risposta   tutto: alla Russia, alla Siria – Assad è gravato da un embargo internazionale, tuttora vigente nonostante il cessate-il-fuoco, mentre i suoi nemici sono riforniti da Turchia, Usa, Saudia…e (eh sì) Germania che vende ai sauditi una bella quota di armamenti. La politica “europea” da Bruxelles (Berlino) si riduce a questo:   applicare e minacciare sanzioni. Peggio: come fa’ notare DWN, con l’annuncio di accogliere i siriani, la Merkel ha “privato il governo siriano di soldati per la lotta contro gli islamisti e i mercenari”: sono accorsi decine di migliaia di giovanotti in età militare renitenti alla leva, che hanno lasciato là ai jihadisti donne e bambini.

europe-blocs

Per esser giusti, non è colpa della Cancelliera soltanto: se “L’Europa è nel caos e la UE indebolita come non mai”, bisogna riconoscere che il più l’ha fatto Bruxelles, l’eurocrazia. In pochi mesi, i paesi europei hanno annunciato uno dopo l’altro il ritorno al controllo dei confini: è così sgretolato il mitico “spazio Schengen”, costruzione dogmatica ed ideologica che l’oligarchia sovrannazionale  soleva vantare come suo grande passo verso il federalismo, verso “Più Europa” (in neolingua verso l’abolizione totale delle sovranità nazionali).

Naturalmente, Bruxelles ha risposto come al solito: strepiti, e minacce di sanzioni. E contro chi? Contro i paesi che difendevano lo spazio Schengen,   trovandosi per accidente geografico suoi confini, o perché respingevano e alzavano reticolati, (Ungheria) o perché accolgono troppo e male (Italia e Grecia). Senza mai farsi una domanda sulla cosa in sé, come l’hanno voluta: ossia un spazio senza frontiere interne che fa’ pesare le frontiere esterne e la sua salvaguardia su singoli stati, per lo più piccoli e senza mezzi, e lasciati privi di solidarietà, anzi minacciati di espulsione e di embarghi.

Mai i tecnocrati e i governanti europeisti hanno riconosciuto questo fatto elementare: che in uno spazio senza frontiere interne, per i migranti l’entrata in un paese diventa un passaporto per tutti i paesi.

Profughi a domicilio coatto?

Lo dimostra la loro ingiunzione, dopo l’arrivo dell’ondata: “Ciascuno si prende a la sua quota, è un ordine”. Ma scusate, mettiamo che l’Ungheria ceda e si prenda 300 mila cosiddetti “siriani”: siccome questi vogliono andare in Germania, cosa fa? Li si obbliga a restare lì dove non vogliono? Deve controllare che non prendano un treno per Francoforte? Bloccarli con la polizia? E dove sono i loro “diritti umani”?

Appare così che la mitica “libera circolazione” UE sbocca, grazie agli eurocrati, nel suo contrario: il domicilio coatto. Chi arriva in un posto deve restarci: al confino.

La sua politica del confino, la UE è riuscita ad imporla alla Grecia, la sua vittima preferita: che ha dovuto accettare di “prendere il controllo delle sue frontiere” (incontrollabili) in cambio di 300 milioni: cifra derisoria, laddove la stessa Merkel ne ha offerto 3 miliardi l’anno a Erdogan, il quale adesso – avendo il coltello dalla parte del manico – ne vuole cinque, e in più, l’entrata degli 80 milioni di turchi in Europa senza visto.   Bruxelles dunque, dopo aver tenuto la Turchia sulla porta con assurde promesse d’integrazione (al diavolo le radici cristiane) e facendo la difficile: dovete fare i compiti a casa, diventare sempre più “stato di diritto” e adottare il pluralismo democratico ossia della civiltà come “noi (eurocrati) la intendiamo”, adesso deve accettare una Turchia che incarcera i giornalisti, stermina le sue minoranze (i curdi), arma e fa affari coi jihadisti decapitatori in Siria. Senza alzare che   una flebile, inutile protesta: basta che si riprenda i profughi, tutto è permesso.

Bruxelles però ha avuto successo solo con Tsipras (facile), non con Orban e con il nuovo governo polacco.   Anche qui, non volendo riconoscere l’equazione impossibile di imporre una politica migratoria unica a paesi così profondamente diversi. L’Ungheria ha 9 milioni di abitanti; quanti islamici si deve accollare? Un paese piccolo e fiero, con il suo carattere nazionale e la sua storia di libertà contro i totalitarismi,  la sua storia cristiana e fedele nell’impero absburgico,   la   sua rivoluzione anticomunista nel 1956 – niente conta: Bruxelles vuole omologare tutto e tutti, trasformare le numerose e articolate culture, in una fantomatica identità omogeneizzata, OGM, lo “europeo”standard definito dalle normative, dalle direttive, dall’adesione ai valori come le nozze gay e la teologia del gender.   La Polonia ha già accolto qualche mezzo milione di ucraini che scappano dal regime di Kiev (un altro grande successo europoide): niente, si accolli anche i suoi islamisti.   Il risultato, è il governo “di destra” che Bruxelles mette sotto accusa permanente, minacciandolo non solo di sanzioni ma di cambio di regime. La storia della Polonia, la recente libertà ritrovata che fa’ di questi paesi dei gelosi fortemente consapevoli della loro identità nazionale, viene spregiata e ignorata. O meglio: il nazionalismo, che è vietato agli “europei-standard” (poniamo) in Francia, è eccitato nei baltici e negli ucraini, per farne dei galletti anti-russi. Nei polacchi va’ bene, il nazionalismo, se si esercita contro Mosca; contro Bruxelles, è peccato mortale. E va punito con sanzioni.

Merkel, la sua eredità è il caos

E il bello è che la UE non è stata sgretolata dagli anti-europeisti. Non dal Front National, da Farage, da Salvini o da Grillo, né dalla Alternative fur Deutschland o da Pegida o da Podemos: no, hanno fatto tutto loro, gli “europeisti” ideologici al potere.  Da soli hanno indebolito la UE come non era mai avvenuto prima. E come e perché l’hanno fatto, si vede benissimo: hanno voluto più Europa. Più paesi dentro, in funzione anti-moscovita, per obbedienza agli americani, senza alcuna tradizione di solidarietà e conoscenza coi paesi del Sud Europa; storie e culture nazionali diversissime, che si conta di omologare con le sanzioni e le direttive burocratiche. Hanno voluto essere insieme la UE e la Nato, una NATO che è diventata da difensiva un’alleanza aggressiva debordante, e dove adesso (come in Libia) ognuno fa’ per sé e cerca di fregare gli altri soci, i commando francesi e britannici non si coordinano con gli italiani, e il principale alleato della NATO è in combutta col Califfato e coi Sauditi. E Bruxelles ci ha intricato in questo orrendo pasticcio, senza districare un capo della matassa: chi siamo contro chi? Ah sì, siamo contro Putin, che ha “aggredito l’Ucraina”: sanzioni, embargo, armi americane sul territorio.

La UE non si accontenta di essere UE, né di coincidere con la nuova NATO: vuol essere UE più spazio commerciale transatlantico, zona unica euro-american- messicano-canadese, in dirittura per il governo mondiale che sta per arrivare.

L’Europa degli europeisti è come la rana di Fedro:

“Una rana vide un bue in un prato. Presa dall’invidia per quell’imponenza prese a gonfiare la sua pelle rugosa. Chiese poi ai suoi piccoli se era diventata più grande del bue. Essi risposero di no. Subito riprese a gonfiarsi con maggiore sforzo e di nuovo chiese chi fosse più grande. Quelli risposero: – Il bue. Sdegnata, volendo gonfiarsi sempre più, scoppiò e mori”.

Alla prima crisi, la costruzione è crepata, e sta saltando. Tanto che la Svizzera addestra le truppe in vista del disordine europeo da tener lontano da suoi confini, e ha dichiarato, nel modo più ufficiale,   di aver   seppellito ogni precedente candidatura a far parte del mostruoso pasticcio chiamato “”Europa Unita”.

E a chi l’Europa deve la sua frattura, catastrofe e caos? Facciamo i nomi: ai Barroso, ai Solana e Van Rompuy, ai Mario Monti, ai Padoa Schioppa. Gli europeisti ideologici più totali, che non avevano altra mira che la federazione, da tenere unita fino all’ultimo europeo.

Il progetto di Jean Monnet essendo detestabile in sé, sono stati detestabili anche gli “europeisti” della generazione che l’ha costruita. Ma i Delors, i Giscard d’Estaing, gli Strauss, il Kohl, financo Mitterrand (rispetto ad Hollande), persino il nostro Prodi   torreggiano come statisti e giganti intellettuali in confronto a Solana, Barroso, e Angela Merkel.  Intanto, quelli, andavano avanti a piccoli passi,   secondo l’accorto consiglio di Monnet, di agire nell’ombra; non si facevano illusioni sulla illegittimità di quel che tramavano. Poi avevano qualche piano di sviluppo comunitario. Prodi – lui stesso lo ricorda troppo spesso – quando è stato presidente ha lanciato il progetto Galileo, i satelliti di posizionamento satellitare alternativi al GPS degli Usa come al Glonass sovietico. Era la prospettiva di un posizionamento europeo nelle alte tecnologie, lo sviluppo di industrie avanzate in competizione con l’Asia; aveva trovato anche i finanziamenti cinesi (ecco perché Prodi è così ben visto in Cina): il Galileo è fallito per gli inglesi (che naturalmente vogliono la continua dipendenza dagli Usa), perché Parigi e Berlino trovavano il progetto costoso,e per la UE in quanto tale obiettava alla dipendenza dai capitali cinesi per motivi “strategici” (sic),preferendo la subalternità strategica da Wall Street e da Londra. L’effetto ve lo vedete attorno: case, uffici, scuole sono pieni di oggetti   elettronici che comprate dalla Cina, Taiwan e Corea del Sud. Voi, producete merci come “il cibo” e “il lusso Made in Italy”, la Germania auto.

Insomma, si ha un bel criticare la generazione di potere nata negli anni ’30. Oggi, si deve ammettere che la generazione di europeisti nati negli anni ’50 è peggio:  presa l’eredità europeista, l’ha ridotta ad un caos a forza di ignoranza, di presunzione, di mancanza di idee e di cultura. Si è ridotti a rimpiangere Prodi e Chirac, come in Usa la generazione dei sessantenni della Israeli Lobby fa’ rimpiangere Kissinger.

Era l’agosto del 2015 e la Merkel, passata di successo in successo, chiamava i migranti e ai tedeschi diceva: “Wir schaffen das”, ce la facciamo,fidatevi, so cosa faccio. Adesso ha andato Dold Tusk ad implorare pubblicamente i profughi: “Non venite in Europa!”. La UE ha dichiarato chiusa la rotta dei Balcani, in pratica lasciandoli alla Grecia.

Consolazione ancora più magra, a giudicare da Donald Tusk, Weidman e Valls, la generazione nata negli anni ’60 è ancora più idiota, rozza, malvagia e senza idee e servile verso i poteri forti, ancor più ligia ad un’ideologia invecchiata e ad una superpotenza agonizzante. Manterrà un’Europa che non esiste più, e degrada mentre si sgretola, a forza di sanzioni, impotenza e minacce.

 

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La grande spartizione della Libia: un bottino da almeno 130 miliardi

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di Alberto Negri, con un’analisi di Vittorio Emanuele Parsi

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Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?

La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra …

Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?

 

La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.

La guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio.

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.

Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.

La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi – gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.

Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.

Il bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.

Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.

La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi.

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FIAT fuori dall’editoria ? Ma “La Voce del Padrone” resta nelle stesse mani

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Roberto Pecchioli

La notizia è di quelle che sfuggono all’osservatore medio, da tempo disabituato a riflettere, prigioniero dell’effimero e della cronaca spicciola diffusa dai grandi canali informativi, ma è invece di quelle che pesano, e peseranno , negli equilibri del potere, industriale , economico e politico dell’Italia. Dall’anno prossimo la maggioranza delle azioni del quotidiano La Stampa passeranno al gruppo di De Benedetti, la Cir.

Sorvoliamo, in questa sede, sulle difficoltà giudiziarie e , a quel che si legge, finanziarie di Carlo De Benedetti, vecchio nemico di Berlusconi , che sembra aver passato il testimone al figlio Rodolfo. Accenniamo appena al prudente, imbarazzato silenzio, significativo davvero, della politica e dell’informazione sull’operazione: se fosse stata anche soltanto ipotizzata dal gruppo Mediaset avrebbe sollevato enormi attacchi, e manifestazioni di piazza contro la concentrazione editoriale , sulla fine del pluralismo culturale e politico, con il consueto corollario di manifesti firmati da torme di intellettuali engagées.

Concentriamoci invece su chi vende, perché è la Fiat. Il primo Giovanni Agnelli fu tra gli azionisti della Stampa, allora detta popolarmente La Busiarda per i suoi resoconti sulla prima guerra mondiale, fin dal 1920. Dopo il breve regno di Giovanni Frassati, cattolico in odore di santità ed antifascista della prima ora, Agnelli conquistò la Fiat con l’appoggio di Mussolini nel 1926. Fu il tempo della famiglia fascistissima, e della famose frase “Ciò che va bene all’Italia, va bene anche alla Fiat”, un motto che, cambiato il mondo dopo la guerra, si sarebbe letto al contrario, giacché soltanto quel che andava bene alla Fiat doveva andare bene alla Nazione.Fu il lungo periodo del dominio del gruppo torinese , delle grandi migrazioni dal Sud per sostenere l’immenso sviluppo del settore auto sotto Vittorio Valletta il mitico dirigente che fece della marca torinese un gigante, con le straordinarie intuizioni delle automobili per tutti, la 500 e la 600.

La Stampa, che nel frattempo aveva distrutto il suo storico concorrente cittadino, La Gazzetta del Popolo, di obbedienza democristiana, accompagnò il potere dei suoi padroni da posizioni laico liberali e massoniche, aprendo le sue pagine culturali al cosiddetto partito torinese, quello degli antiitaliani , anti religiosi ultra progressisti , Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone e gli altri professoroni superstiti della bieca avventura del Partito d’Azione, che ancora occupano vi posizioni rilevanti con gli ultimi tristi allievi, anch’essi ormai in avanzata senescenza.

Il fatto che il gruppo Fiat perda il giornale di famiglia, house organ del potere forte italiano per eccellenza, è dunque fatto di grande rilievo, che non può essere liquidato sbrigativamente come un normale evento della dinamica imprenditoriale, e neppure come semplice fine di un’epoca. Innanzitutto, perché i novant’anni di controllo della Stampa corrispondono alla storia industriale, politica e civile della nazione, perché Fiat è stata al centro di migrazioni interne di portata enorme, che hanno cambiato il volto e la demografia non solo di Torino , ed il giornale è stato sempre accanitamente governativo, tranne che nei periodi berlusconiani, attraversando quindi regimi ed idee diverse, sino a posizionarsi saldamente, dalla fine degli anni 60, al fianco del progressismo borghese di matrice laica, o forse laicista.

Atlantisti per consuetudine, filo anglosassoni e filo ebraici, gli Agnelli sono stati anche i fiduciari italiani della Commissione Trilaterale fondata dai Rockefeller. Il loro giornale ha preso posizione a favore del divorzio, poi dell’aborto e la linea , nei confronti della Chiesa, è, da molti decenni, di formale rispetto , ma di dura contrapposizione.

Giornalisti della Stampa come Carlo Casalegno furono vittime del terrorismo in quella pesante stagione tra gli anni settanta ed ottanta, ma il giornale si attardò ro per molto tempo sulla linea , cara al Ministero dell’Interno dell’epoca, del terrorismo che era solo di estrema destra, salvo allinearsi al fischio dei padroni del vapore, di cui era magna pars l’editore. In quegli anni maledetti, ce lo ricordiamo bene, sulla Stampa non solo non era accettata pubblicità elettorale a pagamento del MSI, ma addirittura, in campagna elettorale, le attività di quel partito non erano neppure citate.

Ma questo è il passato del foglio torinese. Il presente è quello di un calo pesantissimo nella diffusione – i dati ufficiali di novembre 2015parlano di circa duecentomila copie , compresa l’edizione digitale. La crisi è di tutto il comparto quotidiani, ma La Stampa ha ceduto oltre la metà delle copie dai suoi periodi migliori.

Il vero fatto è che Marchionne, che sembra il regista della cessione delle quote di maggioranza della società editrice, ha ormai posizionato Fiat, anzi FCA, in un orizzonte in cui l’Italia non è più centrale, e quindi anche la necessità di avere un grande organo di stampa a disposizione non è prioritario. Questa è una buona notizia per il contribuente italiano, che ha pagato somme enormi alla Fiat, in termini di infrastrutture, ammortizzatori sociali, politiche industriali e finanziarie, ma non è un bene per l’Italia.

Questo nuovo indizio di disimpegno del gruppo dal paese dove è nato e si è sviluppato, è comunque un altro tassello di quel grande disegno ( sì, disegno, ne siamo convinti !) di decadenza, deindustrializzazione e graduale sottosviluppo che caratterizza l’Italia degli ultimi 20/25 anni.

Tutti ricordiamo Mediobanca ed il grande vecchio Cuccia, al cui fischio accorrevano anche i vertici Fiat e che ha fornito i capitali, o almeno il respiro finanziario internazionale di Fiat. Quel tempo è finito, ed il nuovo che avanza ormai da una generazione è molto, molto peggio, in termini di capacità, innovazione, crescita dell’Italia.

Da un punto di vista strettamente editoriale, invece, il nuovo gruppo potrà esercitare un’influenza ancora maggiore sull’informazione, dunque sulla formazione dell’opinione pubblica: un nuovo, ulteriore balzo verso il laicismo , il progressismo radical borghese, l’immigrazionismo, la distruzione dei valori profondi del nostro popolo, unita all’indifferenza, anzi all’avversione, nei confronti dei lavoratori dipendenti, gli artigiani, i precari, quelli che una volta si chiamava la povera gente.

Nei prossimi mesi vedremo quale esito avrà l’altra battaglia campale del settore, che riguarda il controllo del Corriere della Sera, da anni in mano a quello che si soleva chiamare “il salotto buono” dell’imprenditoria e della finanza. Fiat ha quota importanti, e fa parte da sempre del patto di sindacato che detta la linea, specie quella politico editoriale. De Benedetti ed il suo gruppo possiedono già, oltre alla corazzata Repubblica, sedici quotidiani locali, alcuni dei quali di grande rilievo, come il livornese Tirreno, il triestino Piccolo e la Nuova Sardegna di Sassari.

Eppure, statene certi, nessuno parlerà di concentrazione o di attacco alla libertà di stampa: del resto,da tanti anni la schiacciante maggioranza dei giornali italiani ha il cuore a sinistra , ma il portafogli saldamente a destra. Gli Agnelli segnarono la via, dopo il fatidico 1968; capiremo tra poco che cosa faranno gli ultimi rampolli, che non sembrano delle aquile, della loro residua partecipazione nella Stampa con la nuova compagine sociale e, naturalmente, del Corriere della Sera.

Certo, l’Italia , da ieri, è cambiata di un altro po’. Altrettanto certamente, non avanzerà la libertà di stampa, e, soprattutto, la possibilità per le tante voci che si oppongono al finanzcapitalismo ( il termine è di Luciano Gallino, uno del “partito torinese”, per decenni firma prestigiosa della Stampa) di far ascoltare la propria voce.

Come per la vecchia casa discografica, La Voce del Padrone è sempre saldamente nelle stesse mani: tutt’al più, suoneranno la stessa musica con strumenti diversi, o, molto semplicemente, cambierà il direttore dell’orchestra, ma gli sarà consegnata la stessa bacchetta: Confindustria, banche, Bilderberg Group , Trilaterale, New York, Sion.

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Storia del 45° Imperial-Regio Reggimento Sigismondo, rivista e corredata da numerose immagini

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SAN PIO

Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

Il Settimanale – 4 gennaio 1975

 

BASTA COL CONCILIO! (Lo disse Padre Pio)

Il Cardinale Bacci, reduce da una visita a Pietralcina, riferì al Papa l’esortazione del frate. La clamorosa rivelazione contenuta in una biografia di Padre Pio pubblicata dal Centro Culturale Francescano.

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Oltre il 70% dei russi voterebbe Putin alle presidenziali

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VLADIMIR PUTIN

Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

Secondo un sondaggio, è pronto a dare il suo voto a Vladimir Putin alle prossime elezioni presidenziali il 74% dei russi: è la percentuale più alta negli ultimi 4 anni.

La maggioranza dei russi (74%) appoggerebbe la candidatura di Vladimir Putin alle prossime elezioni presidenziali: negli ultimi 4 anni mai la popolarità di Putin è stata così alta. Emerge dai dati di un sondaggio del Centro di Ricerca dell’Opinione Pubblica russo (VTsIOM).

“All’inizio del 2016 il 74% dei russi si dichiara pronto a dare il suo voto per Putin alle prossime elezioni presidenziali: è la percentuale massima rispetto agli ultimi 4 anni (crescita del 40% rispetto al 2012). Inoltre tra coloro che credono che il presidente non abbia mantenuto alcune delle promesse elettorali, il 70% è disposto a votarlo”, — si legge in un comunicato.

Secondo i sociologi, non prevede di votare per Putin al momento il 15% degli intervistati, mentre l’11% non è in grado di dare una risposta definitiva a questa domanda.

Secondo il sondaggio, la crescita del consenso di Putin si osserva in tutti i principali gruppi socio-demografici. E’ pronto a votare per Putin il 71% degli uomini (in precedenza 46%), il 78% dei giovani (in precedenza il 53%) e l’80% delle persone più abbienti (in precedenza — 54%).

Secondo i russi, col tempo prendono vita sempre più le promesse fatte da Putin durante la campagna elettorale del 2012.

“Dall’inizio del 2013 la percentuale di intervistati che ritiene che il presidente le abbia già realizzate è cresciuta di 2 volte (dal 16% al 37%). Nel marzo 2012 (una settimana dopo l’elezione) aveva fatto la stessa previsione il 37% degli intervistati”, — si afferma nella ricerca di VTsIOM.

Tuttavia, circa la metà degli intervistati (47%) ritiene che parte delle promesse sono state realizzate, ma il grosso non è ancora stato implementato.

Il sondaggio è stato condotto tra il 23 e 24 gennaio tra 1600 persone in 130 centri della Russia. L’errore statistico non supera il 3,5%.

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Bergoglio: invasione araba dell’europa non è un male…Ma la Chiesa Cattolica non la pensa così

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“È in atto un’invasione araba dell’Europa, ma non è per forza un male”… E il pensiero della Chiesa Cattolica al riguardo.

BEO BERGOLLIO

L’ERETICO MANIFESTO NON E’ CATTOLICO, QUINDI, QUALORA AVESSE RICEVUTO L’AUTORITA’ (E NEL CASO CI SEMBREREBBE STRANO, EX BOLLA DI PAOLO IV “CUM EX APOSTOLATUS OFFICIO)

Segnalazione di Maurizio-G. Ruggiero

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/papa-francesco-atto-uninvasione-araba-delleuropa-non-forza-m-1231806.html

Ecco il castigo della crisi nella Chiesa in atto. Notare, accanto alle altre balle dette, come quella sulle invasioni che fanno crescere, non distinguendo fra popoli cristiani e non, fra Germani e arabi ecc. (leggere al riguardo alla voce Vandali o Unni o barbari in generale):

1 – il richiamo ai De Gasperi e Adenauer, il massimo a destra per Bergoglio; ovvero il richiamo all’Europa frolle del dopoguerra, anziché ai grandi del passato: Carlo Magno, Costantino, Luigi IX il Santo, Carlo V, Enrico Dandolo, Marcantonio Bragadin ecc.; del resto dal cattocomunista argentino, che ci si poteva attendere?

2 – per criticare il laicismo francese dela Rivoluzione, la proposta è quella di promuovere tutte le religioni, vera o false che siano; ovvero una sorta di pantheon; nemmeno un indifferentista ateo dell’800 sarebbe arrivato a tanto; ecco i frutti del dialogo interreligioso dei vaticanosecondisti.

Ecco invece il pensiro della Santa Chiesa: Proposizione XVI, condannata, dal Sillabo di Papa Pio IX (1864)

XVI. Gli uomini nell’esercizio di qualsivoglia religione possono trovare la via della eterna salvezza, e conseguire l’eterna salvezza.

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Slovacchia: boom dell’estrema destra, con l’8,1% entra in Parlamento. Fico in difficoltà

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Un altro terremoto elettorale avviene nel cuore dell’Europa. Parliamo della Slovacchia. Il messaggio inviato è anche questa volta chiarissimo: no alla politica delle porte aperte ai migranti. E’ boom dell’estrema destra. Entra infatti per la prima volta in Parlamento, con l’8,1 %  Kotleba-Partito popolare Slovacchia nostra. Si tratta di una sorta di Alba dorata slovacca. Kotebla si è affermato per le manifestazioni organizzate contro i migranti.

 Il premier Roberto Fico è in difficoltà. A  scrutinio quasi completato, si conferma, sì, la vittoria del premier uscente , ma si profila anche l’ingovernabilità della Slovacchia. Fico non sarà in grado di governare da solo. . Il partito socialdemocratico Smer-Sd , che pure ha fatto una campagna all’insegna della chiusura ai migranti, ha ottenuto solo il 28,4% delle preferenze,  in netto calo rispetto al 44% che nel 2012 gli era valso la maggioranza assoluta dei seggi. In Parlamento entrano anche altri otto partiti.  “I risultati sono molto complicati ma ciò dimostra quanto è vivo il sistema politico in Slovacchia.

Prevedevamo un risultato del 4-5% più alto. Lo Smer-Sd ora è obbligato a formare un governo stabile e che funzioni, ma non sarà facile”: queste le sue prime parole aa commento dei risultati elettorali tutt’altro che brillanti del suo partito. Il premier ha comunque aggiunto di voler fare di tutto per evitare elezioni anticipate, senza specificare con quali partiti avviare colloqui. Secondo i risultati, il partito di Fico ha ottenuto 50 seggi sui 150 del parlamento dove sono entrati complessivamente otto partiti. Non sarà facile governare la Slovacchia, come non è facile governare Paesi europei impoveriti dalla  crisi economica e socialmente destabilizzati dalle grandi migrazioni incontrollate.

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L’Ungheria emette moneta senza debito

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orban

di Ronald L. Ray – Traduzione a cura di N. Forcheri per stampalibera

L’Ungheria si libera dei vincoli dei banchieri
• Dopo che è stato ordinato  all’FMI di abbandonare il paese, la nazione adesso stampa moneta senza debito
L’Ungheria sta facendo la storia.
Mai più dagli anni ’30 con il caso della Germania un paese europeo aveva osato sfuggire alle grinfie dei cartelli bancari internazionali controllati dai Rothschilds. Questa è una notizia stupenda che dovrebbe incoraggiare i patrioti nazionalisti del mondo intero ad intensificare la lotta per la libertà dalla dittatura finanziaria.
Già nel 2011 il primo ministro ungherese,  Viktor  Orbán  promise di ristabilire la giustizia sui predecessori socialisti che avevano venduto il popolo della nazione alla schiavità di un debito infinito con i vincoli del FMI (IMF) e lo stato terrorista d’Israele. Queste amministrazioni precedenti erano infiltrate da israeliani nelle alte cariche, in mezzo al furore delle masse che alla fine, in reazione, hanno votato il partito  Fidesz di Orban.
Secondo una relazione sui siti germanofoni  del “National Journal”, Orbán si è accinto a scalzare gli usurai dal trono. Il popolare e nazionalista primo ministro ha detto all’FMI che l’Ungheria non vuole né richiede “assistenza” ulteriore dal delegato della Federal Reserve di proprietà dei Rothschild. Gli ungheresi non saranno più costretti a pagare esosi interessi a banche centrali private e irresponsabili.
Anzi, il governo ungherese ha assunto la sovranità sulla sua moneta e adesso emana moneta senza debito e tanta quanto ne ha bisogno. I risultati sono stati nientemeno che eccezionali. L’economia nazionale, che vacillava per via di un pesante debito, ha ricuperato rapidamente e con strumenti inediti dalla Germania nazionalsocialista.
Il ministro per l’Economia ungherese ha annunciato che grazie a “una politica di bilancio disciplinato” ha ripagato il 12 agosto 2013 il saldo dei 2,2 bilioni di debito all’FMI, prima della scadenza ufficiale del marzo 2014. Orbàn ha dichiarato: “L’Ungheria gode della fiducia degli investitori” che non vuol dire né l’FMI né la Fed o altri tentacoli dell’impero finanziario dei Rothschild. Piuttosto si riferiva agli investitori che producono in Ungheria per gli ungheresi, creando crescita economica vera, e non già la “crescita di carta” dei pirati plutocratici, bensì quel tipo di produzione che assume realmente le persone e ne migliora la vita.
Con l’Ungheria libera dalla gabbia della servitù agli schiavisti del debito non c’è da meravigliarsi che il presidente della banca centrale ungherese gestita dal governo per il bene pubblico e non per l’arricchimento privato abbia chiesto all’FMI di chiudere i battenti da uno dei paesi più antichi d’Europa. Inoltre, il procuratore generale, ripetendo le gesta dell’Islanda, ha accusato i tre precedenti primi ministri del debito criminale in cui hanno precipitato la nazione.
L’unico passo che rimane da fare per distruggere completamente il potere dei bancksters in Ungheria, è di attuare un sistema di baratto per lo scambio con l’estero come esisteva in Germania con i nazional socialisti e come esiste oggi in Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, i cosiddetti  BRICS, una coalizione economica internazionale. E se gli USA seguissero la guida dell’Ungheria, gli americani potrebbero liberarsi dalla tirannia degli usurai e sperare in un ritorno a una pacifica prosperità.
Ronald L. Ray, autore freelance che risiede nel libero stato del Kansas, discendente di vari patriotti della Guerra americana di indipendenza.

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Settant’anni di omertà, ora spunta un’altra foiba

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Lo rivela un documento “dimenticato” negli archivi del Ministero degli Esteri. Nella fossa in provincia di Udine 200-800 corpi, sembra vittime di partigiani rossi

Una nuova foiba sembra tornare alla luce dagli orrori del passato, il giorno del Ricordo del dramma degli esuli istriani, fiumani e dalmati. La fossa comune non si troverebbe nell’ex Jugoslavia, ma in provincia di Udine.

I responsabili del massacro, nascosto per 70 anni, sarebbero i partigiani comunisti della divisione Garibaldi-Natisone, che nel 1945 erano agli ordini del IX Corpus jugoslavo del maresciallo Tito. Le vittime nella fossa comune sarebbero fra 200 ed 800. I carabinieri sono stati informati.

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L’ORA DEL COMPLOTTO CONTRO LA SEDE DELLA VERITÀ È NEL «SEGRETO»

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Roncalli e CiaL’EDITORIALE DEL VENERDI

di Arai Daniele

In foto Roncalli e la Cia

Adesso non ci sono più dubbi: l’anno in cui il »Terzo Segreto di Fatima» sarebbe più chiaro fu segnato dalla Madonna stessa e annotato dalla veggente Lucia; risulta dalle sue memorie da poco pubblicate. Sono nelle pagine in cui Lucia parla della sua angosciosa riluttanza a scrivere la terza parte del «Segreto». Ho già scritto a proposito, così come Antonio Socci, che ritiene sia la parte mancante del »terzo Segreto pubblicato nel 2000, insomma il tale «quarto segreto»!

Il libro in questione «Um Caminho sob o Olhar de Maria» (Un Cammino Sotto lo sguardo di Maria), Biografia di Suor Lucia di Gesù e del Cuore Immacolato, pubblicato dal Carmelo de Coimbra. con l’imprimatur del 23 Agosto 2013, attinge alle lettere di suor Lucia e al Diario inedito intitolato “Il mio cammino”. In questa narrazione impressionante suor Lucia racconta di come superò il terrore che le impediva di scrivere il Terzo Segreto, e in questo modo aggiunge la questione della data.

Vediamo allora il testo che ci interessa nel libro in questione, che era documentazione inedita della Suora insieme ad alcuna corrispondenza, di cui la mia, citata in nota (p. 201). Lo dico qui poiché nella stessa lettera vi è la questione che interesserà riguardo alla data decisiva 1960.

Segue la traduzione della parte inedita del libro riguardante la difficoltà della Veggente di Fatima a scrivere la terza parte del «Segreto», come le era stato ordinato dal suo Vescovo. (p. 266): « Verso le 16 del 3 gennaio 1944, nella cappella del convento, davanti al tabernacolo, Lucia chiese a Gesù di farle conoscere la sua Volontà: “sento allora che una mano amica, affettuosa e materna mi tocca la spalla”. E’ “la Madre del Cielo” che le dice: Continua a leggere

Morricone, non sono solo “soundtrack”

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Lo sciocchezzaio giornalistico banalizza l’arte – assoluta – del Maestro vincitore dell’Oscar. Analisi tecnica della musica di “The Hateful Eight”

morricone

Lo sciocchezzaio giornalistico inevitabilmente scatenatosi intorno a Ennio Morricone – finalmente vincitore di un Oscar, dopo cinque candidature senza successo – ha raggiunto l’apice quando gli è stato chiesto se quella per il film di Tarantino sia la sua migliore colonna sonora. A domanda stupida, risposta evasiva. «Non credo», ha detto il maestro romano. E giureremmo che si sia trattenuto, evitando di aggiungere che a rigore la musica scritta per “The Hateful Eight” appartiene a un genere diverso da quello delle pure e semplici “soundtrack”. Meglio non spiegare troppo che la partitura comprende materiali risalenti al lontano passato de “La cosa” di Carpenter, fanta-horror datato 1982. E che si tratta della chiusura di un capitolo vecchio e importante della sua vicenda artistica, la fine della “musica da western” com’era nata all’epoca di Sergio Leone nei primi Sessanta.

Morricone ha lavorato sulla sceneggiatura di Tarantino con il taglio che gli è tipico, quello di un musicista assoluto che crea le sue “immagini” a partire dal lavoro sul suono. Un metodo che attraverso lunghi decenni di storia del cinema spesso è passato in secondo piano, perché questa musica poi è diventata una sorta di “adesivo emozionale” di scene indimenticabili. Lo stesso musicista, da molto tempo a questa parte, non cessa di ricordarlo e ribadirlo nei fatti. Come considerare, infatti, la tournée senza fine cui Morricone si sottopone, ormai vicino ai novant’anni, fitta di concerti in cui le colonne sonore diventano pure musica sinfonica? Un business, certo. Ma anche la sottolineatura della orgogliosa autonomia artistica di queste partiture, di queste invenzioni.

La musica per “The Hateful Eight” è una sorta di ricapitolazione di molti congegni di stile. Per una volta, la seducente vena melodica del compositore cede il passo ad altro, come in una rivisitazione dello stile “minimalista” che ha segnato la musica specialmente americana dell’ultimo ventennio del XX secolo. Il cuore di tutto sta nel vero e proprio poema sinfonico intitolato “Neve”, 12 minuti nei quali perfino l’armonia di tranquillizzante connotazione tonale sembra sospesa, a favore della lenta evoluzione  e iterazione di nuclei motivici astratti, su uno sfondo di note lungamente tenute, lavorati al bulino in una strumentazione come sempre raffinata.

L’altro grande pezzo della partitura, “L’ultima diligenza di Red Rock” appare come un’elaborazione timbrica e ritmica di “Neve”, nella quale la pulsione melodica emerge solo per essere compressa, soffocata. Rimangono cupe macchie di colore (timpani e controfagotto), autocitazioni (qualche breve inserto di coro maschile). Scorre continuamente un oppressivo e quasi ossessivo senso della ripetizione, con bassi striscianti e allusivi: il pensiero sonoro di un autore sofisticato, ispirato dallo script di un cineasta trasgressivo e sempre sopra le righe. E poiché Ennio Morricone non ha meno ironia di Quentin Tarantino, il finale del film, con la lettura di una lettera di Lincoln in uno scenario di morti orribilmente ammazzati, è occasione della più paradossale citazione della maniera western: una nobile ed emozionante tromba solista su sfondo di archi esalta una retorica civile americana contraddetta da tutta la storia. E anche dalla musica.

P.S. Ultim’ora: sulla diligenza di Tarantino e Morricone sale anche la stella Lang Lang, con una versione pianistica di “Overture” francamente “hateful”. Business is business, ma c’era proprio bisogno?

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Teramo: la “teoria gender” divide la maggioranza. Ecco come la pensano i consiglieri comunali

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Segnalazione e commento di Pietro Ferrari

Un Comune amministrato dal centrodestra boccia la mozione contro il gender per faide di coalizione. A seguito del voto della Regione Abruzzo (amministrata dal centrosinistra) sembrava che a Teramo la mozione dovesse passare senza alcun problema, ma i veti incrociati per miopi ‘illogiche’ all’interno della sgangherata compagine del centrodestra hanno prodotto la bocciatura. Una vergogna che resterà a caratteri cubitali nella storia politica locale.

Gianluca-Pomante-foto-webIl Miur ha inviato a tutti i dirigenti scolastici una circolare in cui si ribadisce che la «Buona scuola» non introduce la teoria Gender (una presunta ideologia Renzi sulla scuola compie una truffa culturale ha detto Giannini – Ci tuteleremo con gli strumenti a nostra disposizione, anche per vie legali». «Spero che siano sufficiente -continua- ove si continuasse ad incriminare la legge studieremo quali strumenti adottare».
In realtà gli studi di genere, lungi dal sostenere che ciascuno può scegliere la sua identità o il suo orientamento sessuale, indagano come le differenze sessuali abbiano influenzato le categorie mentali e istituzionali e le divisioni sociali del mondo (fatte passare come fossero un fatto di natura). Ma sono stati strumentalmente usati dai conservatori che hanno bollato come «teoria di gender» i corsi contro gli stereotipi di genere per favorire le pari opportunità delle donne e quelli contro l’omofobia e il bullismo anti gay.
E domani si tornerà a parlare di questa teoria con un ordine del giorno del consigliere Gianluca Pomantecondiviso anche da gran parte dei consiglieri di Futuro In perchè riprende in gran parte la risoluzione presentata da Paolo Gatti e dal centrodestra in Regione condiviso anche dalla maggioranza contro la teoria Gender. Pomante ha preferito rimodulare l’ordine del giorno che arriva dal consiglio comunale del mese scorso accogliendo il consiglio del Sindaco Brucchi che citava proprio Gatti.

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