Quegli strani giri di soldi di Soros: sta preparando un nuovo colpo?

Condividi su:

di Francesco Boezi

Quegli strani giri di soldi di Soros:  sta preparando un nuovo colpo?

Fonte: Gli occhi della guerra

George Soros ha “donato” 18 miliardi di dollari alla Open Society Foundation, facendo registrare una cifra record per una donazione ad un ente di diritto privato. Il trasferimento di questo ingente quantitativo di denaro sarebbe avvenuto negli anni passati. La notizia, però, è stata ripresa solo ieri dai quotidiani. Il Wall Street Journal, al riguardo, ha parlato di “Instant Giant”. Alcuni, ancora, mettono in evidenza come più che di una “donazione” si possa parlare di un “trasferimento di denaro”. L’Open Society Foundation, lo strumento che Soros  ha utilizzato per le sue iniziative “filantropiche”, diverrebbe così un vero e proprio gigante della “beneficenza”, ma questo ente, in realtà, è anche il cavallo di Troia che Soros mette puntualmente in moto per le sue campagne progressiste e per orientare mediante i finanziamenti la politica americana e non.Alcuni quotidiani stanno inserendo questa notizia all’interno di una narrativa che vedrebbe Geroge Soros contrapposto a Bill Gates in una sfida tra titani nel campo della “filantropia”.  Secondo questo articolo, poi, i 18 milardi di dollari donati da Soros corrisponderebbero all’80% del suo patrimonio totale. Un moto di bontà giunto durante la terza età oppure l’avvio di una campagna spietata sui temi cari al magnate ungherese? Per Bloomberg, semplicemente, il gesto sarebbe nato dalla necessità di pagare meno tasse sui gestori degli hedge fund negli Stati Uniti. Continua a leggere

Come porteranno via la nostra ricchezza

Condividi su:

di Maurizio Blondet

Come porteranno via la nostra ricchezza

Fonte: Maurizio Blondet

Premessa: I  consumatori americani sostengono da soli il 18 per cento del prodotto lordo mondiale (per questo sono così obesi).  Per tutti questi anni di recessione hanno mantenuto i consumi alti (e sostenuto eroicamente l’economia mondiale), nonostante i redditi e salari calanti, al solito modo: indebitandosi.  Mutui per la casa, rate per il SUV; studenti che s’indebitano per  pagarsi l’università, contando che poi guadagneranno abbastanza  per estinguerlo negli  anni; e  quando non si arriva a fine mese, debiti sulla carta di credito: un debito che ha raggiunto i mille e passa miliardi di dollari.  Con  quelli delle auto (1200 miliardi) e quelli studenteschi (1400),   sono cifre spaventose, che gravano su ogni busta paga  – per chi ce l’ha.  Chi ha una  busta paga, se  la vede decurtare dai  prelievi dei creditori. Alla fin fine, non   rimane più niente.  Gli americani non  possono indebitarsi di più.

“Una  singola spesa  imprevista, come un pneumatico che esplode o una visita dal medico, manderebbe all’aria la maggior parte delle persone”,  scrive  Mazzalai. Continua a leggere

Mattarella e Napolitano contro Renzi: la battaglia è iniziata

Condividi su:

Image

Segnalazione Linkiesta

Mattarella e Napolitano contro Renzi: la battaglia è iniziata

I due presidenti – in carica ed emerito – sono sempre più insofferenti a Renzi. Lui, in giro per l’Italia col treno elettorale, è sempre più rottamatore e insofferente ai galatei istituzionali. Resisterà, Renzi? Nel frattempo, Gentiloni si mette al riparo e Veltroni si prepara. (di Giulio Scranno, LEGGI) Continua a leggere

I “novissimi” secondo Francesco

Condividi su:

CHIESA/RELIGIONE CONCILIARE

I titoli ecclesiastici usati nell’articolo vanno riferiti alla “chiesa conciliare” non a quella Cattolica (N.d.R.)

di Sandro Magister

Pubblicato sul sito dell’Autore

Coppo di Marcovaldo, Inferno, Battistero, Firenze

Sull’importante quotidiano “la Repubblica” di cui è fondatore, Eugenio Scalfari, autorità indiscussa del pensiero laico italiano, lo scorso 9 ottobre è tornato a riferire così quella che egli ritiene una “rivoluzione” di questo pontificato, raccolta dalla viva voce di Francesco nel corso dei frequenti colloqui che ha con lui:

“Papa Francesco ha abolito i luoghi dove dopo la morte le anime dovrebbero andare: inferno, purgatorio, paradiso. La tesi da lui sostenuta è che le anime dominate dal male e non pentite cessino di esistere, mentre quelle che si sono riscattate dal male saranno assunte nella beatitudine contemplando Dio”.

Osservando subito dopo:

“Il giudizio universale che è nella tradizione della Chiesa diventa quindi privo di senso. Resta un semplice pretesto che ha dato luogo a splendidi quadri nella storia dell’arte. Nient’altro che questo”.


C’è seriamente da dubitare che papa Francesco voglia davvero liquidare i “novissimi” nei termini descritti da Scalfari.
C’è però nella sua predicazione qualcosa che inclina a un effettivo offuscamento del giudizio finale e degli opposti destini di beati e dannati.
Mercoledì 11 ottobre, nell’udienza generale in piazza San Pietro, Francesco ha detto che non c’è da temere tale giudizio, perché “al termine della nostra storia c’è Gesù misericordioso”, e quindi “tutto verrà salvato. Tutto.”.

Quest’ultima parola, “tutto”, nel testo distribuito ai giornalisti accreditati presso la sala stampa vaticana era evidenziata in grassetto.
Anche in un’altra udienza generale di pochi mesi fa, quella di mercoledì 23 agosto, Francesco ha dato della fine della storia un’immagine tutta e solo consolante: quella di “una immensa tenda dove Dio accoglierà tutti gli uomini per abitare definitivamente con loro”.
Immagine non sua, ripresa dal capitolo 21 dell’Apocalisse, ma di cui Francesco s’è guardato dal citare le successive parole di Gesù:

“Chi sarà vincitore erediterà questi beni; io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio. Ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i maghi, gli idolatri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. Questa è la seconda morte”.

E ancora. nel commentare, all’Angelus di domenica 15 ottobre, la parabola del convito nuziale (Matteo 22, 1-14) letta quel giorno in tutte le messe, Francesco ha evitato con cura di citarne i passaggi più inquietanti.
Sia quello in cui “il re si indignò, mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città”.
Sia quello in cui, visto “un uomo che non indossava l’abito nuziale”, il re ordinò ai suoi servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
La domenica precedente, 8 ottobre, un’altra parabola, quella dei vignaioli omicidi (Matteo 21, 33-43), aveva subito lo stesso trattamento selettivo.

All’Angelus, nel commentare la parabola, il papa ha omesso di dire che cosa il padrone della vigna fa a quei contadini che gli hanno ucciso i servi e da ultimo il figlio: “Quei malvagi li farà morire miseramente”. Né tanto meno ha citato le parole conclusive di Gesù, riferite a se stesso come “pietra angolare”: “Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato”.

Piuttosto, papa Francesco ha insistito nel difendere Dio dall’accusa di essere vendicativo, quasi a voler mitigare gli eccessi di “giustizia” ravvisati nella parabola:

“È qui la grande novità del cristianesimo: un Dio che, pur deluso dai nostri sbagli e dai nostri peccati, non viene meno alla sua parola, non si ferma e soprattutto non si vendica! Fratelli e sorelle, Dio non si vendica! Dio ama, non si vendica, ci aspetta per perdonarci, per abbracciarci”.

Nell’omelia della festa di Pentecoste, lo scorso 4 giugno, Francesco ha polemizzato, come spesso fa, con “chi giudica”. E nel citare le parole di Gesù risorto agli apostoli e implicitamente ai loro successori nella Chiesa (Giovanni 20, 22-23) le ha troncate volutamente a metà:

“Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati”.


Tacendo il seguito:

“A coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.

Che il troncamento fosse deliberato è provato dalla sua reiterazione. Perché un taglio identico a queste parole di Gesù Francesco l’aveva fatto anche il 23 aprile precedente, al Regina Coeli della prima domenica dopo Pasqua.
Anche il 12 maggio scorso, in visita a Fatima, Francesco ha mostrato di voler esonerare Gesù dalla fama di giudice inflessibile, alla fine dei tempi. E per questo ha messo in guardia dalla seguente falsa immagine di Maria:

“Una Maria abbozzata da sensibilità soggettive che la vedono tener fermo il braccio giustiziere di Dio pronto a punire. Una Maria migliore del Cristo, visto come giudice spietato”.

Va aggiunto che la libertà con cui papa Francesco taglia e cuce le parole della Sacra Scrittura non riguarda solo il giudizio universale. Assordante, ad esempio, è il silenzio in cui egli ha sempre avvolto la condanna fatta da Gesù dell’adulterio (Matteo 19, 2-11 e passi paralleli).
Con sorprendente coincidenza, questa condanna era contenuta nel brano del Vangelo che si leggeva in tutte le chiese del mondo proprio la domenica d’inizio della seconda sessione del sinodo dei vescovi sulla famiglia, il 4 ottobre 2015. Ma né nell’omelia, né all’Angelus di quel giorno papa Francesco vi fece il minimo cenno.
E neppure vi ha fatto cenno all’Angelus di domenica 12 febbraio 2017, quando quella condanna è stata di nuovo letta in tutte le chiese.
Non solo. Le parole di Gesù contro l’adulterio non compaiono neppure nelle duecento pagine dell’esortazione postsinodale “Amoris laetitia”.
Così come non vi compaiono nemmeno le terribili parole di condanna dell’omosessualità scritte dall’apostolo Paolo nel primo capitolo della Lettera ai Romani.
Primo capitolo anch’esso letto – altra coincidenza – nelle messe feriali della seconda settimana del sinodo del 2015 (come anche nelle messe di pochi giorni fa). A dire il vero senza che quelle parole figurassero nel messale, ma in ogni caso senza che il papa o altri mai le citassero, mentre in sinodo si discuteva di cambiare i paradigmi di giudizio sull’omosessualità:

“Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa” (Romani 1, 26-32).

Inoltre, qualche volta papa Francesco si prende anche la libertà di riscrivere a modo suo le parole della Sacra Scrittura.
Ad esempio, nell’omelia mattutina a Santa Marta del 4 settembre 2014 a un certo punto il papa attribuì testualmente a san Paolo queste parole “che scandalizzano”: “Io mi vanto soltanto dei miei peccati”. E concluse invitando anche i fedeli presenti a “vantarsi” dei propri peccati, in quanto perdonati dalla croce di Gesù.

Ma in nessuna delle lettere di Paolo si trova una simile espressione. Piuttosto l’apostolo dice di se stesso: “Se è necessario vantarsi, mi vanterò delle mie debolezze” (2 Corinti 11, 30), dopo aver elencato tutte le traversie della sua vita, le incarcerazioni, le fustigazioni, i naufragi.
Oppure: “Di me stesso non mi vanterò, se non delle mie debolezze” (2 Corinti, 12, 5). O ancora: “Egli mi ha detto: ‘ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza’. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2 Corinti 12, 9), con di nuovo cenni agli oltraggi, alle persecuzioni, alle angosce sofferte.
Tornando al giudizio finale, anche papa Benedetto XVI riconosceva che “nell’epoca moderna il pensiero del giudizio finale sbiadisce”.
Ma nell’enciclica “Spe salvi”, tutta scritta di suo pugno, ha riaffermato con forza che il giudizio finale è “l’immagine definitiva della speranza”. È un’immagine che “chiama in causa la responsabilità”, perché “la grazia non esclude la giustizia”, anzi, “la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna”, perché “solo con l’impossibilità che l’ingiustizia della storia sia l’ultima parola diviene pienamente convincente la necessità del ritorno di Cristo e della nuova vita”.
E ancora:

“La grazia non cambia il torto in diritto. Non è una spugna che cancella tutto, così che quanto s’è fatto sulla terra finisca per avere sempre lo stesso valore. Contro un tale tipo di cielo e di grazia ha protestato a ragione Dostoëvskij nel suo romanzo ‘I fratelli Karamazov’. I malvagi alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato”.

Continua a leggere

L’attentato alla caserma Serristori, 22 ottobre 1867

Condividi su:

romasparita_10887IN RICORDO DEL SACRIFICIO DEGLI ZUAVI PONTIFICI

Segnalazione del Centro Studi Federici

“… Uno dei punti cardine di tutta l’insurrezione si fondava sulla distruzione della caserma degli zuavi nel quartiere Serristori a poca distanza dal Vaticano. Lo scopo fondamentale, ovviamente, era quello di colpire e fiaccare fisicamente e psicologicamente il corpo degli zuavi (…). Facendo saltare in aria il loro quartier generale e con esso la maggior parte degli zuavi, si sarebbe inflitto un durissimo colpo alla forza fondamentale a cui si affidava l’estrema difesa della città (…). Una grande parte del fabbricato crollò. Ma per fortuna la maggior parte dei militari, per ragioni di servizio, era partita poco prima alla volta di Porta s. Paolo; rimasero sotto le macerie vari zuavi che facevano parte della banda musicale. Le vittime furono:
Carmine Carletti di Olevano
Luigi Carrey di Arbois
Giuseppe Cesaroni di Roma
Fortunato Chiusaroli di Roma
Emilio Claude di Nancy
Federico Cornet di Namur
Alessio Desbordes d’Ilê de Oléron
Cesare Desideri di Roma
Federico De Dietfutr di Colmar Continua a leggere

Buona festa dei “diavoli” a tutti. Dal Pontificio Consiglio per il Dialogo (CONCILIARE)

Condividi su:

Segnalazione di F.F.

di Fra Cristoforo


Articolo pubblicato sul sito Anonimi della Croce

L’immagine e la nota introduttiva sono nostre

Nostra nota introduttiva

Nell’immagine: la dea Laksmi, di cui – dicono gli Indù – «La festa di Divali, festa delle luci, rappresenta la divina unione di Laksmi con il Dio Visnu. In questo periodo ogni luce, ogni lumino, ogni lampada viene accesa in onore della venuta di Laksmi sulla terra»

A me sembra tutta una pagliacciata. Il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha avuto la geniale idea di mandare gli auguri a tutto il popolo Indù per una imminente festa pagana detta “divali” o “dipavali” (o diavoli fa lo stesso)
https://ilsismografo.blogspot.it/2017/10/vaticano-messaggio-del-pontificio.html
Una sorta di richiesta di aiuto per prosperità varie a divinità induiste, che invocano idoli, demoni e compagnia (https://www.hinduism.it/events/divali-o-dipavali/).

Ma proprio non avevano altro da fare. Il Pontificio Consiglio si auspica “che questa celebrazione delle luci illumini le vostre menti e la vostra vita, rallegri i vostri cuori e le vostre case, rafforzando famiglie e comunità!”. Testuali parole.

Anziché pensare che questi poveri fratelli sono nell’errore da secoli, e che con carità vanno evangelizzati e accompagnati alla Verità di Cristo, questi perdono tempo e inchiostro ad invogliare la celebrazione di queste feste. Proprio come hanno sempre fatto con i musulmani augurando loro “buon ramadan”, buon qui, buon la.

Nella neo chiesa ormai l’evangelizzazione è presa come “proselitismo”. E dunque per loro è sbagliato portare le anime a Gesù Cristo, perché significa fare “proseliti”. Trasgredendo così il comandamento di Gesù: “Andate e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16). E’ una grossa responsabilità, oltre che una grave mancanza.

La mia non è intolleranza. E neppure integralismo. E’ una semplice e reale visione delle cose. Una Chiesa che va allo sfascio totale spinta al baratro dai suoi stessi ministri. Che invece di difendere le pecore, le consegnano al lupo con tanto di pacco regalo.

Aspettiamoci ora che ci augurino anche “Buon Halloween” a tutti quanti.

Continua a leggere

Galantino accelera su Lutero: “Opera dello Spirito Santo”

Condividi su:

CHIESA/RELIGIONE CONCILIARE

Segnalazione di F.F.

Galantino parla della riforma di Lutero come di “un’opera dello Spirito Santo”. Le parole del segretario Cei che faranno discutere

di Francesco Boezi

Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, ha esaltato Lutero e la sua riforma intervendo alla Pontificia Università Lateranense in un convegno, “Passione per Dio”.

Spiritualità e teologia della Riforma a 500 anni dal suo albeggiare”, promosso dall’ateneo vaticano, citando, per mezzo della lettura di un passo, l’autore della riforma: “Mi sono schierato contro tutti i papisti, contro il Papa e le indulgenze ma solo predicando la Parola di Dio. E quando io dormivo la parola di Dio operava tali cose che il Papa è caduto”. Una frase storicamente considerata come offensiva nei confronti del Papa. Continua a leggere

Se Kurz “sfratta” George Soros dall’Austria

Condividi su:

Segnalazione di F.F.

Kurz, neocancelliere austriaco, avrebbe dato 28 giorni a Soros per far cessare le attività di Open Society nella sua nazione

UPDATE: Dopo alcune verifiche l’articolo si è rivelato affidarsi a una fonte poco attendibile: ci scusiamo con i lettori

Sebastian Kurz, il neoeletto cancelliere austriaco, avrebbe dato 28 giorni a Soros per cessare quelle attività di Open Society in Austria ritenute atte a “tentare di minare la democrazia della nazione”. La decisione sarebbe stata successiva alla notizia della donazione di 18 milioni di dollari del magnate ungherese alla Open Society. L’alternativa, si legge qui, sarebbe quella di “andare incontro ad una azione legale”. Continua a leggere

A George Soros il divieto di operare in Austria: “Hai 28 giorni per andartene”

Condividi su:

Segnalazione di Andrea Cavallini

https://www.money.it/IMG/arton50705.jpg

Il leader più giovane del mondo, Sebastian Kurz, contro lo speculatore George Soros: vietatele operazioni della sua Open Society Foundation in Austria.

CONTINUA SU:

https://www.money.it/A-George-Soros-il-divieto-Austria-Sebastian-Kurz Continua a leggere

Disponibile il numero 83 di Sursum Corda del giorno 22 ottobre 2017

Condividi su:
Dio sia lodato!
Sul sito è disponibile il numero 83 (del giorno 22 ottobre 2017) di Sursum Corda®. Il settimanale si può scaricare gratuitamente nella sezione download dedicata ai soli Associati.
Clicca qui per gli ultimi articoli leggibili gratuitamente sul sito:

– Comunicato numero 83.  Le fonti storiche su Gesù (Parte prima);

– Preghiera a San Gaspare del Bufalo;

– Preghiera a San Giovanni Canzio;

– Gli anatemi del Concilio di Trento, numeri 71, 72 e 73;

– Vita e detti dei Padri del deserto: Padre Daniele, parte 1;

– Preghiera a San Pietro d’Alcantara;

– Dizionario di teologia dommatica. Il Pontefice Romano;

– Dizionario di teologia dommatica. Il Primato di San Pietro;

– Preghiera a San Luca Evangelista;

– Quando il Papa è infallibile? Prima parte;

– Sursum Corda dona 20 copie del libro «Chi è Maria? Catechismo mariano» al carcere di Potenza;

– Teologia Politica n° 75. La ragione riconosce di doversi piegare al Magistero della Chiesa;

– Racconti miracolosi n° 28. Orribile morte a Roma e conversione di una prostituta garibaldina.

– Chi è Maria? Catechismo mariano.

Preghiamo per i nostri Sacerdoti e Religiosi, per le vocazioni, per le famiglie, per le intenzioni della nostra Associazione e per la conversione dei modernisti affidandoci alla protezione di san Giovanni di Dio.

Ossequi, Carlo Di Pietro.

Continua a leggere

LA CHIESA NEGLI ULTIMI 70 ANNI SI È AVVALSA SOLAMENTE UNA VOLTA DELL’INFALLIBILITÀ?

Condividi su:

0208m11aScritto e segnalato da Carlo Maria Di Pietro

Negli ambienti di “tradizionalismo” e di “resistenza” al Vaticano II, molti sostengono che i Pontefici, negli ultimi 70 anni, si sarebbero avvalsi dell’infallibilità promessa da Cristo solo all’atto della proclamazione del Dogma dell’Assunzione della Vergine Maria in anima e corpo (1° novembre 1950, MUNIFICENTISSIMUS DEUS, Papa Pio XII). Dunque solamente una volta in 70 anni. Alcuni ammettono altre eccezioni, ossia «ogni qual volta i Pontefici hanno confermato una dottrina già infallibilmente definita». E quando hanno preteso di definire un qualcosa di diverso? Non si può negare che abbiano definito, tuttavia non si può ammettere che sia stata loro garantita l’infallibilità, poiché hanno definito il falso, ossia qualcosa che la Chiesa aveva già condannato. Cosa c’è di vero dietro queste affermazioni? Subito denuncio la falsità della prima proposizione. Ossia NON è vero che i Pontefici, negli ultimi 70 anni, si sono avvalsi dell’infallibilità promessa da Cristo solo all’atto della proclamazione del Dogma dell’Assunzione.

Analizziamo brevemente la questione. «Per fede divina e cattolica deve essere creduto tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio scritta o tramandata per tradizione, e che la Chiesa, sia con solenne Sentenza sia col Magistero ordinario e universale, ci propone a credere come rivelato da Dio». Il dogma è, pertanto, una dottrina oppure un’affermazione che esprime un Giudizio comunicato agli altri mediante l’insegnamento dalla Cattedra. Continua a leggere

Molto più a destra di Mons. Lefebvre, contro il “Male Assoluto” e per la Cattolicità

Condividi su:
Risultati immagini per l'apocalisse
di Arai Daniele e Matteo Castagna
Episodio poco ricordato de 1969, ma che rappresenta un momento speciale nella vita della Chiesa, fu la presa in atto dei preti, in maggioranza francesi e preparati. Arrivati a quell’anno capivano che la situazione ecclesiale sotto Paolo 6 si svolgeva al mostruoso; cioè dell’eresia che dilaga contro la liturgia e la dottrina, per mano di una presunta autorità.
Si riunirono presso l’abbé Georges de Nantes. Erano il Gesuita Saenz y Arriaga, l’abbé Coacche. Le Père Guérard des Lauriers, P. Barbara e pochi altri che volevano fare un fronte comune per denunciare la situazione al mondo. Si pensi a quanti altri studi andavano più o meno in questo senso con più coraggio o prudenza, come l’ipotesi del papa eretico, legata a Mgr. de Castro Mayer.
Ma il caporione de Nantes cella CRC aveva la sue idee di come «elaborare» la questione. Di modo che in piena notte li ha messi quasi tutti alla porta perché «scismatici»! È stata la doccia fredda su un iniziativa buona che poteva aprire gli occhi a molti. Invece, iniziò il periodo delle tesi personali con le trovate per giustificare la presunta legittimità dell’occupante.
Il PRIMO “ LIBER ACCUSATIONIS ” CONTRO PAOLO VI
Il 10 Aprile 1973 l’abbé de Nantes andò a Roma con 10 fratelli della sua Comunità e sessanta delegati della Lega della C.R.C., a consegnare al Papa Paolo Sesto un “ Liber Accusationis ”, accusandolo davanti ai suoi propri Tribunali Ecclesiastici di eteroprassi (con la proclamazione della Libertà religiosa, come diritto fondamentale dell’uomo, al quale nessuno può impedire di propagare la sua religione o irreligione) e di eterodossia (con la pratica del culto dell’uomo).
L’accusa era di eresia in atto, articolandosi in tre fasi complementari : l’Umanità messa al posto della Chiesa, la Carta dei diritti dell’uomo messa al posto del Vangelo, la costruzione della democrazia universale al posto del Regno di Dio. Il corollario di tutto questo è che la Religione è ridotta ad essere l’Animazione Spirituale della Democrazia Universale ed il clero ad essere al servizio di quest’utopia mortale per le nazioni.

Continua a leggere

Orizzonte dell’Impero ideale

Condividi su:

di Alexander Dugin

Orizzonte dell'Impero ideale

Fonte: geopolitica

I filosofi voleranno e guideranno delfini, che saranno filosofi anch’essi.

A volte si può sentire da parte della critica il rimprovero che la Quarta Teoria Politica non dia un’immagine positiva del futuro, operando al contrario con ciò che ai più sembrano “astrazioni”. Vorrei rispondere a questa critica e precisare come vedo il futuro.

Quanto segue è, naturalmente, non più di una metafora scientifica. Ecco come dovrebbe diventare la società e il mondo, dopo la vittoria o anche nel corso della lotta per la Quarta Teoria Politica.

La società dovrebbe essere strutturata in una forma gerarchica basata su un principio eidetico-esistenziale, vale a dire il grado di intensità a cui si vive l’eidetico dovrebbe essere al centro del criterio gerarchico. Ciò concerne i diversi piani o gradi dell’esistenza degli Angeli. Bisogna accettare come un dogma che non sono gli uomini a vivere, bensì è un Angelo a vivere attraverso di noi, e più è luminoso e più intensamente egli vive attraverso di noi, maggiore è il livello gerarchico di colui attraverso il quale egli vive, e, di conseguenza, minore è l’elemento individuale di colui attraverso il quale egli vive. L’Angelo e l’ego sono presenti nell’uomo in modo inversamente proporzionale: più grande è l’Angelo, minore è l’ego. Più un uomo è modesto e ascetico, minore è il suo elemento individuale, più alto è il rango che occupa nella vera gerarchia. Nel più elevato degli uomini non vi dovrebbe esser niente di individuale, egoistico e materiale. La sua ricchezza deve essere ridotta al minimo, minimizzata. Il monachesimo è un esempio antropologico. L’autorità, il livello gerarchico e il potere aumentano proporzionalmente all’abolizione dell’elemento individuale e dagli sforzi ascetici deriva il bagliore. Un buon governatore è colui che non vuole niente per sé. Al contrario, egli ha tutto, ma ciò è assunto in aggregazione ed eideticamente, arricchendo massimamente l’aspetto interiore dell’esistenza. Qualcosa di simile è stata incarnata nel Medioevo nella teoria del “secondo corpo del re” [1].

Le persone che hanno conosciuto Stalin da vicino, hanno testimoniato la sua estrema semplicità nella vita quotidiana; ad esempio, raccontano di come lui, al culmine del potere, preferisse dormire su una branda. Un altro governante comunista su scala imperiale, Mao Zedong, cercava di non toccare mai il denaro, che odiava fisicamente. Il solo pensiero del denaro o del toccarlo gli provocava un dolore fisico. Questi sono segni della vicinanza di una presenza angelica. Questi sono anche i segni di un buon governante. Qualsiasi contatto con il materiale causerebbe naturalmente dolore e disgusto nelle figure più alte di Platonopoli (Città dei Filosofi) costruita sui principi esistenziali. Per questo motivo, ai sacerdoti e ai governanti di molte religioni è stato vietato di impegnarsi nel lavoro fisico e talvolta persino di entrare in contatto con gli oggetti materiali nella loro forma naturale, cioè prima che venissero lavorati nei modi sacri. Il divieto del lavoro fisico è persistito fino ad oggi nell’Ortodossia nei confronti dei sacerdoti.

Così, alla testa vi è il re filosofo, che rappresenta un essere in cui non vi è individualità. Il re filosofo, uno Zar filosofico, non differisce sostanzialmente dall’incarnazione di quest’Angelo personale. È visto come tale. E, infatti, se consideriamo l’idea monarchica e imperiale, vediamo echi di questa particolare teoria, dove il re era polo metonimico di tutta la società, di tutta la cultura e dell’intero popolo. Il re è l’Angelo, l’intero popolo. Egli è una persona vera, superiore sia all’individuo, sia al collettivo o alla società. Di qui la santificazione dei re, fino alla loro divinizzazione (nell’antico Egitto, in Babilonia, nell’antico Iran, ecc.).

Il fatto che ognuno è un potenziale re, nell’ortodossia ricorda il rito delle nozze, quando la sposa e lo sposo detengono la corona reale. Per sua natura l’uomo è homo regius; nella misura in cui egli è un uomo, esattamente nella stessa misura egli è il re e l’Angelo.

Lo Stato dovrebbe essere governato da un re filosofo, che è assolutamente trasparente, privo di proprietà individuali. Il suo elemento individuale dovrebbe essere così minuscolo che sarebbe auspicabile nascondere tutto ciò che lo ricorda, compreso il suo corpo, la sua immagine, ecc. Sarebbe meglio se nessuno vedesse il re filosofo come qualcosa di esterno. Tutti dovrebbero riconoscerlo come un governante interiore, come un “ospite interno”.

Il re filosofo dovrà essere nascosto. Inoltre, la sua esistenza dovrà essere così intensa da trascenderne i limiti. Egli agirà senza agire (il perfetto sovrano, nell’ideale taoista, è colui che svolge una non-azione, Wu-Wei). Data la sua diretta e profonda connessione con l’apofatico, egli non esisterà nell’esistente o, viceversa, esisterà nel non esistente. Il re filosofo è come se non fosse, e non è come se fosse. Egli dovrà essere calmo, trasparente, sempre aperto all’abisso che egli rappresenta nella Platonopoli della Quarta Teoria Politica. Probabilmente comunicherà con la gente da dietro un velo, dalle profondità di una grotta, o addirittura per mezzo di un oracolo. Egli non dovrà né parlare né tacere, ma solo inviare segni, parafrasando quanto disse Eraclito nel frammento 93 della Pizia di Delfi: ὁ ἄναξ οὗ τὸ μαντεῖόν ἐστι τὸ ἐν Δελφοῖς, οὔτε λέγει οὔτε κρύπτει ἂλλὰ σημαίνει. Per Eraclito è importante che: Οὔτε λέγει οὔτε κρύπτει ἂλλὰ σημαίνει – «non dice e non nasconde, ma trasmette significati / segni». Il significato si situa tra la parola e il silenzio. Il re filosofo opera con segni-significati, in semi silenzio, nel leggero sussurro regale da cui il significato viene trasmesso direttamente, come lo spirito aleggia.

Il re filosofo siede al centro di Platonopoli; egli è Platonopoli. In essa – come in un luogo sacro – si verifica l’epifania dell’uomo.

Inoltre, il re filosofo sarà circondato da altri filosofi, da sacerdoti sacri che vivono un’esistenza angelica. Questi possono essere monaci, asceti, contemplatori, sognatori, matematici, o persone immerse nella contemplazione dell’assoluto inutile, di cui nessuno ha bisogno. Aristotele diceva che v’è una conoscenza utile (φρόνησις) che si moltiplica nel corso degli anni e raggiunge il valore massimo nella vecchiaia, e una conoscenza inutile (σοφία), immediatamente accessibile indipendentemente dall’età, e che non è incrementale o declinante, che non serve qualcos’altro, ma è autonoma e autosufficiente. Per Aristotele, la conoscenza inutile, la saggezza (σοφία), era la più alta e aristocratica. I governanti di Platonopoli devono essere personalità sofiste.

I filosofi voleranno e guideranno delfini, che saranno filosofi anch’essi.

Su tutto si leverà il Grande Corvo.

Al livello inferiore vi sono i “berserkers” [feroci guerrieri scandinavi che avevano fatto giuramento al dio Odino, da loro adorato, NdT], i baroni guerrieri. Sono le guardie, i “Guardiani dell’Essere” (Heidegger). I guerrieri saranno estremamente spaventosi, terrificanti, di modo che nessuno vorrà affrontarli. Sotto l’esercito serviranno aggressivi Draghi da combattimento.

Chi c’è più in basso? Gli artigiani? Propongo di non riconoscere tale casta. La terza casta sarà quella dei poeti e degli agricoltori.

La produzione è poesia. Artocrazia (principio di Wagner). Gli uomini dovranno nutrirsi di opere d’arte.

L’arte è il guscio più grezzo di un’idea, la sua materializzazione, la sua sagoma. Nella nostra politica, qualsiasi oggetto dovrebbe essere innanzitutto bello. Gli oggetti non belli saranno soggetti a distruzione.

L’economia sarà abolita e gli economisti saranno licenziati.

Anche la proprietà privata sarà abolita. Il sole brillerà. La terra e il tempo apparterranno all’Eidos. Non ci saranno né banche né grandi possedimenti. Rilke e Heidegger parlano di questo come “il trasferimento dei pesi dalle mani del mercante alle mani dell’angelo”.

Ci saranno automobili, ma solo molto, molto belle.

Una delle arti più importanti sarà l’arte della danza. La danza diventerà un dovere politico. Tutti balleranno in cerchio; saranno inoltre promossi il tango, twist, bossa nova, che diventeranno obbligatori. Tutti dovrebbero poter ballare e i funzionari, come in Cina, dovranno inoltre disegnare e comporre poesie.

Verso i contadini ci sarà un atteggiamento votato alla sacralità. Tutta la vita sarà modellata per adattarsi ai contadini. Tutto per i contadini. La popolazione sarà pastorale e coltivatrice. L’agricoltura, il grano, l’uva, la cottura, i pani, così come i tori, le mucche, le pecore e le capre saranno elevati allo stato dell’ideologia statale. Alla vista di una spiga di grano o di un asino, per non parlare di un agricoltore o di un pastore, tutti i cittadini di Platonopoli dovranno accoglierli con il canto. A guidare l’umanità saranno il Pane e il Vino. Tori parlanti con la luna tra le corna serviranno Pane e Vino ai viaggiatori stanchi.

Tutto intorno ci saranno giardini e foreste, così come animali selvatici insieme agli animali domestici. I lupi padroneggeranno i lavori manuali e aiuteranno i contadini a riparare i carri e cantare canzoni.

I contadini avranno barbe enormi che si intrecceranno con orecchie mature. Gli orsi, i più intelligenti dei fratelli della foresta, lavoreranno anche i campi. I maiali si nutriranno da se o eleggeranno un comandante maiale.

Le donne saranno fornite di vasi di terracotta con latte fresco e avranno enormi cappelli straordinariamente belli.

Questa è la visione verticale della società.

Passiamo ora alla visione orizzontale.

Sarà un impero enorme.  La ricchezza del paesaggio e la varietà delle politiche saranno intrinseche allo Stato.  Il principio dell’Impero dovrà essere riabilitato. Oltre al sistema trifunzionale (filosofi, guerrieri e contadini), l’Impero potrà includere enclavi delle più diverse creature – amazzoni, esseri a due teste, senza testa, uccelli con zampe, gitani, Evenchi [popolo nomade della Siberia, NdT], ecc. Forse anche la repubblica delle sirene, consigli forestali o Veche [le Veche è assemblee popolari nei villaggi medievali slavi, NdT] gestiti dall’assemblea di Domoviye [Il domovoj (in russo “quello della casa”) è nella mitologia slava uno spirito tutelare, creatura maschile di piccola taglia e coperta di peli che alligna tra le mura domestiche e protegge l’unità familiare, NdT] e di Leshy [“quello dalla foresta”, divinità tutelare della foresta nella mitologia slava, NdT]. Possiamo immaginare anche un congresso degli Angeli o del Kurultai Tataro [il kurultai è un consiglio politico e militare di antichi capi turchi e khans (da “kurul”, riunione/assemblaggio nelle lingue turche), NdT].

La pluralità di tipologie di creatività politica e antropologica dovrebbe essere incoraggiata.

La TV e la stampa saranno cancellate, in quanto sputano in continuazione sciocchezze senza senso.

L’abbigliamento avrà un proprio significato. Il corpo è l’involucro degli eidos, e l’abbigliamento è l’involucro del corpo. Tutti avranno vestiti diversi, ma tutti colorati e sorprendentemente belli, in modo che la gente presti gli attenzione. La gente noterà i vestiti e giudicherà sulla base dei vestiti. Ci sarà un culto assoluto dell’abbigliamento. La gente spenderà la maggior parte del tempo per prendere e cambiare vestiti.

Il cibo sarà il più ecologicamente puro, e sarà distribuito gratuitamente, come un dono. Ci saranno molte salsicce, formaggi, e anche nocciole nell’Impero.

Per quanto riguarda il genere, le donne saranno onorate nell’Impero, perché sono più interessanti degli uomini (e più belle). Gli uomini non saranno sconvolti da questo, perché l’invidia sarà abolita per decreto (il primo decreto sarà l’abolizione dell’invidia, della gelosia e della proprietà; l’invidia e la gelosia saranno punite con tre colpi di edera per uno sguardo invidioso e sei per una parola di gelosia).

Le donne ameranno l’Impero e lo apprezzeranno ogni mattina, incontrando il sole.

La morale cambierà: la parola “male” sarà esclusa dal lessico insieme a tutte le espressioni cattive: al loro posto verrà introdotto il concetto graduale di “meno buono”. Un uomo meno buono rubava il pane al mercato. Egli merita meno amore e meno considerazione rispetto a chi ha chiesto il pane e gli è subito stato dato. Con un sorriso gentile.

Al funerale, ognuno sorriderà e riderà, perché se questo mondo è così bello, figurarsi il prossimo … E poi la morte sarà interpretata come un ritorno all’Eidos (επιστροφή).

Non ci saranno leggi. Chi è intelligente, coraggioso e bello, è dalla parte della ragione.

L’educazione combinerà alta metafisica, teologia, angelologia, ed Heideggerianismo per la più piccola scuola di Kyoto. Questo sarà insegnato a tutti.

I guerrieri saranno inoltre addestrati in ginnastica e pattinaggio artistico.

I poeti impareranno lingue diverse, da 10 a 15 ciascuno.

I contadini non avranno nulla da farsi insegnare oltre al bossa nova e al tango. Essi sono già saggi con il loro lavoro sacro.

Questa è approssimativamente la società che ci proponiamo di creare come obiettivo della Quarta Teoria Politica.
[1] Ernst Kantorowicz, “The King’s Two Bodies A Study in Medieval Political Theology.” Moscow: Izdatelstvo Instituta Gaidara, 2013.

Traduttore: Donato Mancuso

Continua a leggere

Dovremmo forse prendere sul serio la politica USA contro l’Iran?

Condividi su:

di Thierry Meyssan

Dovremmo forse prendere sul serio la politica USA contro l’Iran?

Fonte: Megachip

Il Dipartimento di Stato e il presidente Trump hanno proferito imprecazioni contro Hezbollah e l’Iran, tali da far presagire una rottura dell’accordo 5+1. Ma per Thierry Meyssan, sebbene il peggio sia possibile, è assai più probabile che ancora una volta Washington metta in scena un falso litigio per meglio manipolare i suoi alleati israeliani e sauditi.

Il discorso del presidente statunitense sull’Iran è stato preceduto da una breve conferenza stampa al Dipartimento di Stato in cui Hezbollah è stato accusato di esportare il terrorismo in tutto il mondo per conto di Teheran [1]. Unendo l’atto alla parola, è stata offerta una taglia per l’arresto di due dei suoi comandanti. Ma – sorpresa! – nemmeno una frase è stata pronunciata né sulle sue vittorie contro i jihadisti, né sugli 800 milioni di dollari che la Guida Ali Khamenei ha appena offerto alla Resistenza libanese [2].

Poi, nel prendere la parola, il Presidente Trump non ha mancato di insultare quanto più possibile il lascito dell’Imam Rouhollah Khomeini, i Guardiani della Rivoluzione e la Guida [3].
Ha rinfocolato ogni sorta di vecchie accuse di cui sono stati fatti oggetto già da molto tempo e ha gettato le basi per accusarli di animare la ripresa di Al-Qa’ida. Continua a leggere

Dismisura, la marcia infernale del progresso

Condividi su:

Evidentemente, si può o si deve non essere d’accordo con l’autore. Ma una persona adulta e consapevole lo può leggere.

di Franco G. Freda

Dismisura, la marcia infernale del progresso

Fonte: Edizioni di Ar

Pubblicato dalle Editions Stock nel 2014 con il titolo di Una question de taille, il libro di Olivier Rey è apparso in lingua italiana nel 2016, lodevolmente curato per i tipi di Controcorrente da Giuseppe Giaccio, adottando il nome (vero compendio del ‘titolo dell’oro’ contenuto nel suo testo): Dismisura.La marcia infernale del progresso. Ho scoperto questo libro diverso tempo dopo che era stato esposto sugli scaffali dell’Adel Libreria Ar. Ne avevo notato il volume, ma ci giravo intorno, dubbioso e indeciso se prenderlo in mano, distratto da altri volumi o da altre copertine di cartanera. Alla fine ho troncato l’esitazione accidiosa e ho cominciato ad affrontarlo. Prima odorandolo, dall’usma immediata sono poi passato a toccarne le pagine, poi ancora a scrutare i caratteri di stampa  ‒per concludere l’ispezione in quella che vorrei chiamare una mira, contemplativa, del ‘carattere’ del libro. Un carattere che, ai miei occhi, si mostra sincero, serio, sereno nell’esaminare i disturbi della modernità a noi contemporanea (armata di speroni, si duole l’Autore, ma disarmata di redini). Questo non è libro da negotium  ‒quindi la mia raccomandazione non risente delle caratteristiche dei “consigli per gli acquisti”. E’ una esortazione, invece, a leggerlo, in quanto libro da otium, benefico perché ‘inutile’; proprio per questo motivo, invito quei lettori che ne abbiano già letto a dare notizia della vita di tale scrittura a quanti siano meritevoli della sua lettura  ‒e a donarne un esemplare a quelli che lo meritino ‘in regalo’ (lo farò anch’io, per la prossima festa dei Morti). La mia è pure, per simmetria, una esortazione a non-leggerlo: rivolta a chi non venga attratto dall’esercizio del pensiero, ovvero dalla disciplina di capire, e cercar di comprendere, le risposte date da Olivier Rey ai quesiti che egli pone a se stesso (e a numerosi altri autori: in particolare a Ivan Illich e poi a Leopold Kohr, a Simmel, a Nietzsche, a Galilei, a Comte, per citarne solo alcuni)   ‒e agli stessi interrogativi che a Olivier Rey avanzerà invece il lettore in cerca di cure per purgarsi di certa mestizia fastidiosamente umana. Infatti è per quest’ultimo  ‒per chi, nonostante l’aggressione di innumerevoli artifici che puntano a piegarlo, sia rimasto ‘semplice e misurato’‒   che questo testo traboccante di preziose considerazioni ‘naturali’ è stato scritto in francese e ben trascritto in italiano.

Vale la pena di citarne alcune righe, per dare una impressione della natura dei pensieri di Olivier Rey. Dopo aver notato, assai opportunamente, che il senso suscitato dalla modernità “non è lo sviluppo, o la maturazione, ma il gonfiore”; che nella modernità per giunta è scomparsa la stessa “invidia degli dèi” (“Gli uomini di una volta dovevano stare attenti a non offendere gli dèi per troppo orgoglio, e a calmarne i moti di gelosia con sacrifici. Se oggi non facciamo più sacrifici, forse è perché non c’è più alcun rischio che gli dèi, guardandoci, provino la minima smania di gelosia.”); dopo aver rilevato questo, l’Autore spiega con una metafora la sua previsione: “L’idea di una fine della storia |.| non manca di pertinenza per caratterizzare la nostra epoca |…| nella misura in cui quello che ci succede non ha più la forma della storia, bensì quello di un gigantesco processo, come un titanico scivolamento di terreno di cui occorre attendere la fine affinché i superstiti possano ritrovare stabilità.”

Poiché sta per irrompere in quest’autunno il ricordo centenario di una insurrezione euroasiatica, la rivoluzione sovietica, invitiamo infine il futuro lettore del  libro ad applicare la propria cerca disincantata alle righe di pagina 185: dove si parla male della madre euroccidentale del bolscevismo russo  ‒quella che i suoi ostinati drudi odierni (ormai francesi solo di lingua) continuano, con ‘franca’ (e non-sregolata, non-delirante) albagìa, a chiamare “la Révolution”.

Continua a leggere

Follia in legge di Bilancio: si taglia sulla formazione

Condividi su:

Segnalazione Linkiesta

Image

Follia in legge di Bilancio: si taglia sulla formazione

Il credito di imposta sulla formazione sarà rivisto al ribasso rispetto alle prime ipotesi. Ma il rischio è che vengano azzerate o quasi anche le risorse per i competence center e il raddoppio degli Its. Il tutto mentre ad Alitalia sono arrivati altri 300 milioni di prestito ponte. (di Fabrizio Patti, LEGGI)

 

Continua a leggere

1 411 412 413 414 415 416 417 863