La Russia è di fronte ad un passaggio determinante

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di Gennaro Scala

Fonte: Gennaro Scala

La strategia della Russia è entrata in crisi ed ha dovuto proclamare la mobilitazione parziale dei riservisti dell’esercito. A causa dell’impossibilità di controllare i territori conquistati con l'”operazione speciale”, ovvero con l’utilizzo dei soli professionisti dell’esercito di fronte agli Ucraini che fin dall’inizio hanno decretato la coscrizione obbligatoria e che godono del sostegno dell’intero occidente. Questo è un passaggio molto importante, che ha causato una crisi. Da come verrà risolta dipende l’esito futuro del conflitto.
In un articolo su Ria Novosti si affrontava senza reticenze il fenomeno “massiccio” di coloro che sono fuggiti dalla Russia per evitare la chiamata alle armi. Tra le varie cause il commentatore (se il traduttore automatico ci restituisce bene il senso delle sue parole) individuava la cultura occidentale che ha fatto preso sulla Russia, ma anche le ingiustizie del sistema liberal-nazionale su cui si è attestata la Russia, merito alle quali il commentatore stesso ammette che c’è del vero. “Perché dobbiamo andare a combattere per lo Yacht di Abramovic?” La Russia ha affrontato difficoltà indicibili con le truppe naziste sul proprio territorio, tuttavia anche questa volta si trova ad affrontare un nemico molto insidioso. Il contatto e il rapporto con l’Occidente di questi anni, soprattutto con l’Europa, hanno avuto come contropartita la penetrazione del veleno ideologico occidentale soprattutto quello sviluppatosi quando gli Usa seppero diabolicamente trasformare la “controcultura” sviluppatasi durante la contestazione alla guerra in Vietnam in un veleno ideologico con cui infettare le nazioni, diffondendo un individualismo anti-comunitario, in cui vince la superiore capacità di corruzione.
La Russia è di fronte ad un passaggio, ogni passaggio comporta una crisi. Questo passaggio comporta anche la necessità di abbandonare il sistema liberal-nazionale. Il gruppo dirigente con Putin ha deciso di superare la crisi in avanti, rilanciando la lotta contro l’Occidente. Bisogna vedere se la società russa nel suo complesso seguirà il suo gruppo dirigente. Da ciò dipende la vittoria o la sconfitta della civiltà russa e della civiltà in generale.

‘CASO UNGHERIA’ FRA SOVRANISMO E SOVRANITÀ NAZIONALE

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

di Renato Veneruso

L’iniziativa della Commissione UE di congelare i 7 miliardi di euro del PNRR – Piano Nazionale di Resilienza e Ripresa ungherese e di tagliare il 65% dei fondi di coesione, pari ad altri 7.5 miliardi, è dichiaratamente fondata sulla presunta lesione dei princìpi dello Stato di diritto da parte del governo magiaro. Ma siamo certi che spetti alla Commissione o ad altri organi dell’Unione Europea stabilirlo? 

  1. L’Europarlamento ha votato lo scorso 15 settembre una mozione che condanna il governo di Budapest perché «non è più una democrazia compiuta». Il rapporto definisce l’Ungheria «una minaccia sistemica» ai valori UE, un «regime ibrido di autocrazia elettorale», ovvero un sistema costituzionale in cui si svolgono le elezioni, ma manca il rispetto di norme e standard democratici. In particolare, destano preoccupazione l’indipendenza della magistratura, la corruzione e i conflitti di interesse e la libertà di espressione, compreso il pluralismo dei media, nonché la libertà accademica, la libertà di religione, la libertà di associazione, il diritto alla parità di trattamento, i diritti delle persone LGBTIQ, i diritti delle minoranze, dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati politici.
    La Commissione si è schierata in conformità al Parlamento europeo: dopo avere sospeso l’invio della prima tranche di acconto sul PNRR ungherese e aver minacciato l’applicazione del meccanismo di condizionalità economica sui fondi di bilancio europeo destinati allo Stato membro, il collegio dei Commissari europei ha deliberato sul documento del 20 luglio del commissario al Bilancio Johannes Hahn, votando all’unanimità la proposta di sospendere il 65% dei fondi di tre programmi operativi per la Coesione destinati all’Ungheria a causa della violazione dello Stato di diritto. Il valore totale dei fondi in questione è di 7,5 miliardi di euro, che corrisponde circa a un terzo di tutti i fondi di Coesione destinati all’Ungheria. La decisione – ha spiegato il Commissario europeo al Bilancio, Johannes Hahn – deriva dalle irregolarità sistemiche nelle procedure di appalto, dalle insufficienti inchieste contro il conflitto d’interessi e in generale dalla debolezza nell’intervento contro la corruzione.
  2. Secondo altri, la vera ragione della recrudescente azione degli organi UE nei confronti dell’Ungheria è la riluttanza di Orban a consentire più significative iniziative europee contro la Russia di Putin – Orban è rimasto l’unico a rilasciare visti di ingresso Shengen ai cittadini russi -, diversamente dall’apparente appeasement della Commissione nei confronti della Polonia – pur essa ritenuta rea di lesione dello Stato di diritto, che ha, al contrario, assunto la guida della resistenza pro Ucraina contro la Federazione russa.
    La contestualità temporale dei provvedimenti UE contro l’Ungheria con la nuova normativa ungherese in materia di aborto farebbe, piuttosto, pensare a una ritorsione contro la previsione, appunto introdotta il 15 settembre, che i medici che si occupano di interruzione di gravidanza dovranno mostrare alle donne che scelgono l’aborto, «una prova chiara delle funzioni vitali del feto», tra tutte, il battito del cuore, dovendo il personale sanitario fornire documenti che attestino che la paziente è stata sottoposta a tale procedura: altrimenti l’aborto non potrà essere praticato (su di esso cf. https://www.centrostudilivatino.it/la-tutela-del-concepito-tra-diritto-romano-e-costituzione-ungherese/).
    In realtà, l’aborto è praticabile in Ungheria, sin dal 1953, fino a 12 settimane dall’inizio della gestazione senza particolari restrizioni, mentre invece la normativa italiana, la legge n. 194/1978, che taluni vorrebbero porre a fondamento di un inesistente diritto all’aborto[1], nel prevedere l’assistenza dei consultori familiari alle donne che chiedono di abortire stabilisce che essi, “oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto” (art. 5).
  3. È difficile da comprendere in che cosa consista l’aggravamento della condizione femminile delle ungheresi – la cui libertà di abortire sarebbe messa a repentaglio dall’ascolto del battito fetale del proprio bambino – rispetto alle italiane, cui il probabile prossimo Presidente del Consiglio italiano, con omologo scandalo mediatico, vorrebbe far rispettare più attentamente la normativa vigente, anche nella parte in cui questa prevede l’aiuto alla maternità responsabile.
    Ma tant’è, se la stessa Presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, la ‘popolare’ tedesca, “non una pericolosa comunista” (come ha ricordato Enrico Letta, segretario DEM), a proposito della possibile deriva ungherese dell’Italia post 25 settembre, rispondendo a una domanda a Princeton sul possibile risultato delle elezioni in Italia, dato che – è stato fatto notare – tra i candidati vi sono figure vicine a Putin, ha testualmente dichiarato: “Vedremo il risultato del voto in Italia, ci sono state anche le elezioni in Svezia (con il clamoroso successo dei Democratici Svedesi di destra). Se le cose andranno in una direzione difficile, abbiamo degli strumenti, come nel caso di Polonia e Ungheria“.
    A fronte delle polemiche suscitate da tale intervento, contestato come una indebita intromissione nelle elezioni di un Paese membro, la Commissione europea, con interpretazione autentica tesa a sedare gli animi ma, in realtà, ancor più urticante, ha fatto sapere che “lavorerà con tutti i governi che usciranno dalle elezioni e che vogliono lavorare con noi”, con la presidente che avrebbe solo “cercato di spiegare il ruolo di guardiana dei trattati della Commissione in particolare nel campo dello Stato di diritto”.
  4. Orbene, gli strumenti di cui parla von der Leyen sono le procedure di infrazione per violazione dei trattati europei. Nel caso dell’Ungheria sono stati avviati per violazione del trattato fondamentale sull’Unione europea, in relazione alla mancanza di indipendenza della magistratura, alla scarsissima libertà di stampa e alla carenza di diritti e tutele o la vera e propria vessazione delle minoranze, a partire dalla comunità Lgbt, oltre, appunto, al grande scalpore suscitato dalla legge in base alla quale le donne che intendono abortire dovranno prima ascoltare il battito del feto.
    L’Europarlamento chiede addirittura di attivare l’art. 7 del trattato dell’Unione Europea, che prevede la possibilità di sospendere i diritti di adesione all’Unione europea, tra cui il diritto di voto in sede di Consiglio, in caso di violazione grave e persistente da parte di un Paese membro dei principi sui quali poggia l’Unione.
    È lecito chiedersi, al riguardo, se la asserita violazione di regole e princìpi che vengono assimilati alla rule of law, ma che piuttosto rientrano in materie espressamente riservate, in base agli stessi Trattati fondativi dell’Unione, alla competenza esclusiva degli Stati membri, sia censurabile dagli organi UE senza, con ciò, ledere, per esorbitanza, il rispetto delle prerogative loro assegnate.
    In altri termini, ai fini della tenuta dell’Europa, è più pericolosa la pretesa di governi nazionali, liberamente eletti ed espressione democratica del popolo, di sottrarsi al mainstream dei ‘nuovi diritti’, o piuttosto l’autoassunzione della Presidente della Commissione della funzione di guardania dei Trattati in materie che questi non assegnano all’Unione? Intendono quelli esercitare la propria sovranità nazionale o sono espressione eurofobica di pericoloso sovranismo?
    In un contesto geopolitico in cui l’Europa è chiamata a svolgere finalmente un ruolo da protagonista, pena la sorte del vaso di coccio tra quelli di ferro, sarà più prudente spingere per una Europa delle nazioni o per quella che Vladimir Bukovskjy, già all’inizio del millennio, paventava come l’EURSS, l’Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche?

                                                                                Renato Veneruso


[1]  L’art. 1 recita espressamente: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite

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Tutti sotto l’ombrello della Nato

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QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

La lotta elettorale si annuncia come una gara a chi è più allineato alla Nato e chi è più rivolto all’Atlantico, inginocchiato come verso la Mecca: destra e sinistra, centri e centrini si contendono la divisa e la livrea di suoi soldati o zerbini, senza un minimo dissenso, distinguo o ritegno. Eppure, se giudicassimo alla luce dei nostri reali interessi geopolitici e strategici, delle esperienze storiche di questi ultimi anni, degli effetti di alcune recenti posizioni assunte dalla Nato, dei profili assai modesti dei leader occidentali, delle culture che ispirano il cosiddetto modello euro-atlantico, e infine della stessa opinione pubblica italiana ed europea tutt’altro che favorevole a questo intruppamento, ci sarebbe uno spazio enorme per rimettere in discussione l’appiattimento militare e militante, senza se e senza ma, della politica e dei poteri che la muovono, alle linee della Nato. Né si può dare minimo credito alla linea grillina di Conte, che da premier si stese come un tappetino davanti ai poteri euroatlantici e ora bamboleggia tra i contrari.

Partiamo dall’argomentazione più forte in favore dello schieramento pro-Nato: le minacce cinesi e russe e il pericolo islamico non consentono di “abbassare la guardia” (frase ossessiva, ereditata dalla pandemia, che ci riduce a cani da guardia o sorvegliati permanenti da guardie mediche e guardie giurate). Non so quanto l’ombrello della Nato ci protegga da queste minacce e quanto invece ci esponga di più a esse. Se la copertura della Nato ci ha evitato pericoli e guerre, in quanti pericoli e in quante guerre ci ha cacciato negli ultimi anni? Le tensioni col mondo islamico, le infiltrazioni nei rivolgimenti dei paesi arabi, la perenne crisi palestinese, il coinvolgimento in sciagurate avventure belliche, anche vicine a noi, dalla Serbia e Kosovo alla Libia, ora le tensioni con la Russia, con la Cina e con mezzo mondo asiatico… Quanto odio verso l’Occidente e verso di noi abbiamo accumulato con l’interventismo militare della Nato, seguendo le politiche muscolari ed egemoniche degli Stati Uniti?

Da tempo scontiamo gli effetti drammatici degli interventi militari della Nato nel mondo: in termini di flussi migratori incontrollati e di crescente islamizzazione e odio anti-occidentale ma anche in termini di crisi economica e sociale e di approvvigionamenti energetici, di costose imprese militari e distrazioni delle risorse per fronteggiare gli effetti della politica interventista in tante aree del mondo. Peraltro questa linea non serve nemmeno ad espandere l’influenza della nostra civiltà e delle sue tradizioni: al contrario, ovunque si arriva con la forza delle armi si scatenano reazioni opposte, si riscoprono in funzione antagonista tradizioni, costumi, attitudini e religioni antitetiche all’occidente. Con la Nato non si tutela la civiltà occidentale ma si esportano merci, tecnologia e libertà come nichilismo. E tanto siamo appiattiti sulla Nato quanto ci vergogniamo delle nostre radici occidentali. Non kultur ma zivilisation, per dirla con Thomas Mann e poi con Oswald Spengler; ovvero espansione del nostro modo di vivere e dei nostri mezzi economici e tecnologici, ma senza una cultura nutrita da un fondamento civile, morale e religioso.

La Nato poteva avere un senso quando c’era un bipolarismo mondiale tra due superpotenze, Usa e Urss; e trovava un senso quando la globalizzazione coincideva con l’occidentalizzazione del mondo. Ma da tempo, ormai, quello scenario è mutato. Le superpotenze del pianeta sono state scavalcate e circondate da altre potenze egemoni come la Cina e da superpotenze tecnologiche e demografiche come l’India, da grandi paesi non allineati come l’Iran, il Brasile, il Sudafrica, e da polveriere ingovernabili come l’Africa, il Sud America, il Sud est asiatico. Senza un Re del mondo, un Potere Universale, nessun Impero del Bene e nessuna alleanza militare può ergersi a custode, arbitro e guardiano del mondo, se non a prezzo di dolorosi conflitti, coalizzando il risentimento di tutti contro l’Occidente. Lo confermano gli effetti prodotti dalle posizioni assunte dalla Nato-Usa in Ucraina.

In questo contesto sarebbe molto più proficuo per l’Europa sganciarsi da questa logica da Occidente contro il resto del mondo, e delineare una sua politica estera autonoma di confronto con il mondo al di là dell’ovest, che preveda anche il contenimento delle mire egemoniche o espansionistiche altrui e anche un intelligente “protezionismo” della nostra economia rispetto alle spericolate invasioni di merci e tecnologie altrui. La stessa cosa aveva intuito Trump quando cercò di disimpegnare gli Usa dal ruolo di gendarme nel mondo, non avviò guerre e bombardamenti, trattò anche a muso duro con singoli dittatori e potenze mondiali, ma senza arrogarsi il ruolo di imperatore del mondo. Lui così smargiasso, aveva i piedi per terra da questo punto di vista, molto più del suo predecessore e del rovinoso successore. Le mobilitazioni armate servono non solo a esercitare un imperialismo morale sul mondo ma anche a polarizzare i consensi in favore dei presidenti in carica, e a smaltire le esigenze dell’industria bellica.

L’ulteriore follia dell’Occidente a guida Nato è di avventurarsi in questa specie di guerra semifredda con l’Asia russo-cinese, senza una leadership ferma, lungimirante e unitaria. La precaria amministrazione Biden non è in grado di reggere le sorti dell’Occidente, l’Europa non è più quella di Kohl e Mitterrand, ma neanche quella della Merkel; l’Inghilterra, da quando ha perso Boris Johnson è priva di una leadership. Se chiami occidente chi risponde, solo il comando Nato?

Insomma se questo è l’ombrello che dovrebbe proteggerci, siamo esposti al diluvio universale. Ma in campagna elettorale tutti a suonare le fanfare per la Nato e a giurare eterna fedeltà alla Mecca Atlantica…

La Verità (14 agosto 2022)

Fonte: https://www.marcelloveneziani.com/in-evidenza/tutti-sotto-lombrellone-della-nato/

Se vuole governare, il centrodestra deve liberarsi dell’ansia da legittimazione

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Per avere la certezza di governare deve stravincere, ma cullarsi sui sondaggi e “auto-moderarsi” in cerca di patenti (che non avrà) non aiuta la mobilitazione

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Ha parlato con grande chiarezza venerdì sera Matteo Renzi a Controcorrente, su Rete4, delineando correttamente la posta in gioco il prossimo 25 settembre e non nascondendo, anzi rivendicando il suo obiettivo.

La partita

“Se vince nettamente la destra, al governo va la Meloni. Se la destra non ha la maggioranza, ci sono le condizioni per riportare Draghi a Palazzo Chigi“. Questa è “la partita” ed “è bene che gli italiani lo sappiano”.

E le cose, inutile negarlo, stanno sostanzialmente in questi termini. Bisogna solo capire se Draghi fa parte o no di questa partita, se cioè sarebbe disponibile a guidare un nuovo governo di larghissime intese. Per ora, ci limitiamo a constatare che l’ex premier sta lasciando che il suo nome venga menzionato e speso in questo senso da alcune forze politiche.

Il presidente Mattarella, che pure aveva lasciato intendere più volte di non essere disponibile per un secondo mandato, vedendo che i voti in suo favore aumentavano chiama dopo chiama lasciò fare, non rinnovando la sua indisponibilità, fino a risultare rieletto.

Ma nello scenario ipotizzato, e auspicato da Renzi, tutto sommato Draghi non è indispensabile. Anche se non fosse disponibile, lo schema potrebbe comporsi ugualmente attorno ad un’altra figura. Sarebbe solo un po’ più faticoso trovare il nome per Palazzo Chigi.

Vincere “nettamente”

Quello che però qui ci interessa sottolineare della frase di Renzi è l’avvertimento implicito al centrodestra che contiene. Da una parola in particolare è stata catturata la nostra attenzione: nettamente. Perché ci sia un governo di centrodestra con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, dice Renzi, non basta che il centrodestra vinca. Deve vincere “nettamente”. Difficile quantificare questo nettamente, essendoci diverse variabili in gioco.

Il criterio del primo partito

Di sicuro, non basterebbe conquistare una maggioranza relativa. Come hanno dimostrato le elezioni del 2018 – quando il centrodestra si fermò al 37 per cento nelle urne e a poco più come seggi parlamentari – in tal caso il presidente Mattarella procederebbe nel tentativo di formare un governo seguendo il criterio del primo partito, non della prima coalizione.

Nel 2018, infatti, anziché partire dalla coalizione di centrodestra, la più vicina alla maggioranza assoluta, ed esplorare le possibilità che un’altra delle forze presenti in Parlamento fosse disponibile a formare un governo con essa, il presidente Mattarella ha compiuto questo percorso con il Movimento 5 Stelle, considerando il partito di maggioranza relativa, e non la coalizione, il soggetto da cui non si poteva prescindere.

Nel primo caso, infatti, avrebbe rischiato di scomporre il centrosinistra. Nel secondo caso, come poi avvenuto, è risultato scomposto il centrodestra.

Tutto lascia intendere, dunque, che nel caso in cui il centrodestra conquistasse anche questa volta soltanto la maggioranza relativa dei seggi, e il Pd risultasse primo partito, il Quirinale seguirebbe lo stesso schema, considerando il partito di maggioranza relativa (il Pd), e non la coalizione, il soggetto imprescindibile da cui partire per costruire una maggioranza di governo.

E questo spiega perché la sfida nella sfida fondamentale di queste elezioni è quella tra Fratelli d’Italia e Partito democratico. Solo in quanto partito di maggioranza relativa in Parlamento, FdI avrà sufficienti garanzie di non essere scavalcato dalle manovre del Colle e del Pd nella delicata fase delle consultazioni.

Ma la parola “nettamente” usata da Renzi potrebbe indicare che al centrodestra non basterebbe nemmeno la maggioranza assoluta per essere certo di governare. Se infatti questa maggioranza fosse risicata, e il Pd risultasse comunque primo partito, la coalizione potrebbe evaporare.

Bisogna considerare che per effetto del taglio del numero dei parlamentari, una maggioranza di seggi del 55 per cento, in apparenza molto solida, dipenderebbe in realtà da 20 deputati e da soli 10 senatori.

L’unica garanzia

Dunque, non sapendo quanto “nettamente” il centrodestra dovrebbe vincere per scongiurare il disegno di Renzi e dell’area Draghi, e avere quindi la certezza di governare, l’unica garanzia della tenuta della coalizione, risicata o ampia che sia la vittoria, sembra essere che FdI risulti primo partito in Parlamento.

In tal caso, infatti, considerando il criterio seguito dal Colle nel 2018 – a meno di ulteriori e sempre possibili forzature che oggi non sappiamo immaginare – sarebbe il partito di Giorgia Meloni a non poter essere estromesso dal governo, come accaduto al Movimento 5 Stelle nella legislatura appena conclusa.

Il rischio astensionismo

Se questi scenari hanno fondamento, appare del tutto fuori luogo il clima da vittoria in tasca che si respira dalle parti del centrodestra.

Innanzitutto, perché il vantaggio registrato oggi dai sondaggi si basa sugli elettori che hanno risposto e il numero degli indecisi è ancora molto alto.

E inoltre, perché, come abbiamo visto, per essere certo di governare il centrodestra dovrà non solo vincere, ma stravincere e, in particolare, uno dei suoi partiti risultare il partito di maggioranza relativa in Parlamento.

Almeno la metà degli italiani è ancora da convincere (1) ad andare a votare e (2) su chi votare. E il problema del centrodestra, come abbiamo visto nelle ultime tornate amministrative, è convincere il proprio elettorato potenziale a recarsi alle urne.

Un elettorato sfiduciato da anni in cui si è rafforzata la percezione che votare è inutile, dal momento che gli indirizzi degli elettori vengono o sovvertiti da dinamiche di sistema, endogene ed esogene, o traditi dagli stessi partiti che ne avevano raccolto il consenso.

Ansia da legittimazione

In questa fase ci sembra di vedere una Giorgia Meloni (ma non solo lei) in piena ansia da legittimazione. Un’ansia comprensibile ma eccessiva, perché i passi necessari sono già stati compiuti. Chi doveva intendere, ha inteso, mentre chi non ha ancora inteso, non intenderà mai.

Non ci sono abiure né rassicurazioni di cui la sinistra o Bruxelles possono accontentarsi, perché le richieste di prendere le distanze dal fascismo, o dal sovranismo, sono puramente strumentali, come spiega benissimo Andrea Venanzoni nel suo articolo di oggi.

Anzi, dandogli corda distoglie energie dalla campagna e regala ai suoi avversari un argomento: se ancora è costretta a raccomandarsi a destra e a manca con video e dichiarazioni, è perché le ombre del fascismo non sono ancora svanite e un problema di “rispettabilità” resta.

Il senso di una rottura

La principale preoccupazione di tutti i partiti di centrodestra, in una campagna molto ristretta nei tempi, dovrebbe essere invece quella di trasmettere ai propri elettori il senso di un voto utile, la percezione che votando centrodestra c’è l’occasione di una svolta, di una “rottura” con il passato, non una versione solo leggermente ammorbidita e “moderata” di ciò che abbiamo avuto nell’ultimo decennio.

È questa percezione che manca e che rischia di allontanare dalle urne gli elettori vicini al centrodestra.

In questo senso, l’uscita di Silvio Berlusconi sul presidenzialismo, o le proposte di flat tax della Lega, vanno nella direzione giusta – due temi su cui paradossalmente l’atteggiamento degli esponenti di Fratelli d’Italia è stato troppo cauto e conservativo, prevalendo in loro la preoccupazione di evitare passi falsi che potrebbero mettere a rischio sia il tesoretto di consensi che i sondaggi gli attribuiscono, sia i faticosi passi di accreditamento.

Ma il rischio di una campagna troppo conservativa, come abbiamo cercato di spiegare, è che giocare in difesa possa non bastare. Perché per governare il centrodestra deve stravincere e, in particolare, FdI deve arrivare primo – esiti nient’affatto scontati, nemmeno secondo i sondaggi più che favorevoli di queste settimane.

Un programma timido

Nell’accordo di programma tra i partiti di centrodestra questo senso di “rottura” non si respira. Su almeno cinque temi ci sono ancora troppe ambiguità.

Non c’è una parola chiara e definitiva sull’abbandono di Green Pass e mascherine, ma ci si limita ad un generico “senza compressione delle libertà”.

Non c’è una parola chiara e definitiva sul reddito di cittadinanza, che andrebbe abolito sic et simpliciter e non “sostituito” con altre mostruosità assistenzialiste e burocratiche.

Non c’è una parola netta e definitiva sull’uscita dalle follie gretine e dalla transizione green imposta a livello europeo e statale.

Non c’è una parola chiara e definitiva sulla flat tax, nel timore che promettere una rivoluzione fiscale possa far arrabbiare Bruxelles.

E in generale, c’è troppa timidezza nei confronti dell’Ue: un conto è escludere di voler uscire dall’euro, tutt’altra cosa è una vera e propria professione di europeismo, mentre il centrodestra dovrebbe a nostro avviso farsi interprete di un euroscetticismo thatcheriano, ovvero rigoroso e non spendaccione ma fermamente contrario a più integrazione, cioè a più Europa.

ANCORA SU UE, UNGHERIA E ‘STATO DI DIRITTO’: RISORSE PNRR SOLO CON PROPAGANDA LGBTIQ PER I BAMBINI

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

di Renato Veneruso

Si intensifica lo scontro fra la Commissione europea e l’Ungheria: il veto del governo magiaro all’introduzione della ‘global minimum tax’ induce Bruxelles a portare la procedura di infrazione per violazione dello ‘stato di diritto’ alla Corte di giustizia, e a mantenere il blocco alla erogazione dei fondi del PNRR di Budapest, dopo averlo appena tolto alla Polonia, per contrastare la legge ungherese che vieta l’ideologia gender nelle scuole.

1. In occasione della seduta a Strasburgo del 6 luglio 2022, il Parlamento europeo ha approvato a larga maggioranza una risoluzione con cui invita il Governo ungherese a ritirare il parere contrario al sistema di tassazione delle multinazionali – Big Tech comprese – elaborato dall’OCSE e approvato dal G20 con un accordo al vertice di Roma di ottobre 2021, denominato global minimum tax (su cui cf. www.centrostudilivatino.it/global-minimum-tax-1-tassazione-senza-rappresentanza/ e https//www.centrostudilivatino.it/global-minimum-tax-2-chi-guadagna-e-chi-perde/).

Secondo Budapest, il maggior onere fiscale, nel generale contesto della guerra russo-ucraina, potrebbe essere “fatale” per le aziende manifatturiere e andrebbe a danno della competitività Ue.

Il Parlamento invece ritiene che il veto ungherese sia stato opposto, come già accaduto con la Polonia (che lo ha ritirato, appena prima che lo ponesse l’Ungheria, solo lo scorso 18 giugno, una volta ottenuta l’ammissione da parte della Commissione UE al PNRR–Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), in modo strumentale per superare, per l’appunto, la sospensione nell’erogazione dei fondi del Next Generation UE, pari a circa 7 miliardi di euro, vincolata alla verifica del rispetto da parte del Paese magiaro dei princìpi dello ‘stato di diritto’.

I deputati europei sollecitano la Commissione e il Consiglio “a non entrare in contrattazioni politiche”, e ad “astenersi dall’approvare il piano nazionale ungherese per la ripresa e la resilienza fintanto che l’Ungheria non avrà pienamente rispettato tutti i criteri stabiliti nel regolamento”.

Da un lato, quindi, ci si lamenta che il veto ungherese sia lesivo dell’esigenza di rendere efficace la nuova tassazione sui profitti delle multinazionali operanti all’interno dell’Unione; dall’altro, si mantiene la pretesa di bloccare l’erogazione dei fondi europei di aiuto ai singoli Stati membri finché questi non dimostrino che i propri ordinamenti domestici siano rispettosi delle regole dello ‘stato di diritto’.

2. Mettiamo un momento da parte i problemi che il nuovo sistema di tassazione comunque pone (su cui cf. www.centrostudilivatino.it/global-minimum-tax-iii-quando-gli-stati-sono-estromessi-dalla-decisione/): il che rende non peregrina la preoccupazione della sua introduzione in un contesto geopolitico profondamente aggravatosi dalla sua approvazione. Veniamo al dato politico: censurare la strumentalità dell’opzione ungherese dopo avere imposto tale condizionalità agli aiuti economico-finanziari somiglia tanto al detto popolare del “bue che chiama cornuto l’asino”; resta di fondo che il contrasto tra gli organi dell’Unione, principalmente il Parlamento europeo, e con minore veemenza la Commissione europea, contro alcuni degli Stati membri, segnatamente Polonia ed Ungheria, continua a mostrarsi più ideologico che politico-giuridico.

Va infatti ribadito che le materie controverse con i Paesi dell’Est, per le quali questi sono richiesti da anni dal Parlamento europeo di procedura di infrazione davanti alla Corte di Bruxelles, e oggi sono inflitti della condizionalità economica applicata al Next Generation EU, non sono, in base ai Trattati istitutivi, di competenza della UE, ma rimangono di pertinenza dei singoli Stati membri. Se così è, riesce difficile non leggere nella pretesa del Parlamento e della Commissione UE il tentativo di imporre una visione dei princìpi dello ‘stato di diritto’ ispirata al ‘politicamente corretto’ del pensiero unico globalizzante; per esso, vietare la propaganda di contenuti omossessuali ai minori è condotta qualificata come “vergognosa”, come conferma la Presidente della Commissione, Ursula von del Leyen: «I capi di stato e di governo hanno condotto una discussione molto personale ed emotiva sulla legge ungherese, praticamente l’omosessualità viene posta a livello della pornografia, e questa legge non serve alla protezione dei bambini, è un pretesto per discriminare. Questa legge è vergognosa».

Se l’Ungheria non «aggiusterà il tiro», ha aggiunto la Presidente, la Commissione «userà i poteri ad essa conferiti in qualità di garante dei trattati, dobbiamo dirlo chiaramente noi ricorriamo a questi poteri a prescindere dallo stato membro». «Dall’inizio del mio mandato abbiamo aperto circa quaranta procedure di infrazione legate alla protezione dello stato diritto e altri valori Ue e se necessario apriremo altre procedure», ha specificato Ursula von der Leyen.

La Commissione ha infatti appena deferito lo Stato ungherese alla Corte di Giustizia per l’asserito contrasto della propria legge sul ‘divieto di promozione dell’omosessualità ai minori’, che vieta di mostrare ai minori qualsiasi contenuto, nei media e nelle scuole, che ritragga o promuova l’omosessualità o il cambio di sesso: secondo la Commissione, la legge viola le regole del mercato interno, i valori europei e i diritti fondamentali degli individui, in particolare delle persone Lgbtiq. Bruxelles, che ribadisce come la protezione dei bambini sia una priorità assoluta per l’Ue e gli Stati membri, ritiene che il provvedimento ungherese contenga disposizioni che “non sono giustificate sulla base della promozione di questo interesse fondamentale o sono sproporzionate a raggiungere l’obiettivo dichiarato“!

3. La legge magiara, che il premier ungherese Viktor Orban qualifica come “non omofoba” e tesa unicamente alla protezione dei minori, nella prospettazione della Commissione viola invece “in modo sistematico diversi diritti fondamentali” sanciti dalla Carta dei diritti Ue, tra cui l’inviolabilità della dignità umana, il diritto alla libertà di espressione e di informazione, il diritto alla vita privata e familiare, nonché il diritto alla non discriminazione. “Per la gravità di tali violazioni – scrive Bruxelles – le disposizioni impugnate violano anche i valori comuni di cui all’articolo 2 Tue“. Il deferimento alla Corte è la fase successiva della procedura d’infrazione avviata dalla Commissione il 15 luglio 2021 con l’invio a Budapest di una lettera di messa in mora; a essa ha dato riscontro il Governo magiaro con l’invio di un parere motivato, ma le autorità ungheresi – rileva l’Esecutivo UE – non hanno risposto in misura sufficiente alle preoccupazioni sollevate in merito all’uguaglianza e alla protezione dei diritti fondamentali, e non hanno mostrato alcun impegno a porre rimedio all’incompatibilità.

Nella medesima occasione della discussione all’Assemblea plenaria di Strasburgo, Von der Leyen ha stigmatizzato l’istituzione in Polonia delle cosiddette zone «Lgbt free», ovvero le amministrazioni del Paese che si autoqualificano come libere dalla «ideologia Lgbt». «Non possiamo – ha detto von der Leyen – restare a guardare quando ci sono regioni che si dichiarano libere dagli Lgbt. Non lasceremo mai che parte della nostra società sia stigmatizzata a causa di quello che si pensa, dell’etnia, delle opinioni politiche o credi religiosi».

Tale dura presa di posizione, fortemente criticata dalla presidente della coalizione parlamentare europea ‘Conservatori e riformisti’, Giorgia Meloni, come «l’ennesimo inaccettabile ricatto politico contro il legittimo governo di una nazione sovrana», è del 6 luglio; il giorno dopo, l’ANSA ha dato notizia che “Dopo il via libera di Bruxelles al piano di ripresa e resilienza polacco, si sono registrati significativi passi in avanti nei negoziati tra Ue e Ungheria. Budapest ha accettato le condizioni della Commissione europea per l’approvazione del piano di ripresa e resilienza ungherese. Ad annunciarlo Gergely Gulyas, capo di gabinetto del premier: la posizione dell’Esecutivo europeo è stata accolta su quattro punti che riguardano, tra gli altri, la lotta alla corruzione, gli appalti pubblici e l’uso di parte significativa dei fondi europei per il raggiungimento del livello più alto possibile di indipendenza energetica, ma non è dato sapere, al momento, quale sarà la conclusione di possibile accordo sullo ‘stato di diritto’.

4. Il 13 luglio è stato approvato il progetto di relazione della LIBE-la commissione per le libertà civili del Parlamento europeo, con 47 voti favorevoli, 10 contrari e 2 astensioni, che verrà discusso e messo al voto nella prossima sessione plenaria in programma dal 12 al 15 settembre a Strasburgo: in base a esso la mancanza di un’azione decisiva dell’Ue ha contribuito all’emergere in Ungheria di un “regime ibrido di autocrazia elettorale“, e un ulteriore ritardo nella procedura di cui all’articolo 7 equivarrebbe a una violazione dello stato di diritto da parte dello stesso Consiglio dell’Ue.

Gli eurodeputati esortano, pertanto, la Commissione europea a ricorrere a tutti gli strumenti a disposizione e, alla luce della guerra russa contro l’Ucraina e delle azioni anti-Ue di Budapest, chiedono all’Esecutivo di non approvare il PNRR magiaro fino a quando l’Ungheria non avrà rispettato le raccomandazioni contenute nel semestre europeo e applicato le sentenze della Corte di giustizia dell’Ue e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Tra le aree che destano preoccupazione: l’indipendenza della magistratura, la corruzione e i conflitti di interesse, la libertà di espressione, tra cui il pluralismo dei media, il diritto alla parità di trattamento, compresi i diritti Lgbtiq, i diritti delle minoranze, migranti, richiedenti asilo e rifugiati.

5. E’ un caso che tutto ciò sia avvenuto appena qualche giorno dopo che l’Ungheria ponesse il veto all’introduzione della ‘global minimum tax’ in Europa, per la quale occorre l’unanimità dei consensi da parte dei 27 Stati membri, o è pensar male che si tratti della ennesima strumentalizzazione nell’ambito dello scontro, appunto, ideologico sopra descritto?

Ed è pensar male anche che chi vuole – come il Presidente del Consiglio, ovvero l’appena rieletto Presidente della Francia, Emmanuel Macron – introdurre meccanismi di superamento del criterio della unanimità (nonostante i casi di suo utilizzo siano già, a Trattati vigenti, ben limitati), non lo faccia solo per rendere la UE più capace di adottare misure adeguate contro le emergenze belliche o economiche, bensì per più agevolmente perseguire il disegno di una Europa ispirata non al rispetto della sua identità plurale, bensì alla omologazione del pensiero unico ‘progressista’?

 

Purga dopo purga Zelensky è sempre più solo

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di Gian Micalessin

Prima era un uomo solo al comando, ora è un uomo solo e basta. Più la guerra si prolunga e più Volodymyr Zelensky fa i conti con le divisioni di un’Ucraina che ha rinnegato Mosca, ma resta prigioniera della reciproca rete di connessioni, legami e infiltrazioni su cui si snoda sia il lavoro delle spie, sia la guerra per il controllo degli apparati di sicurezza interni. Da questo punto di vista la cacciata del capo dei Servizi di sicurezza interna (Sbu) Ivan Bakanov, incapace di prevenire le infiltrazioni russe, e del procuratore generale Iryna Venediktova, inadeguata a finalizzare le accuse di alto tradimento all’ex presidente Petro Poroshenko, rappresentano l’epilogo di una guerra intestina che ha eroso la credibilità di Zelensky. Anche perché Bakanov e la Venediktova rappresentavano il cerchio magico dell’attore-presidente.

Bakanov, amico d’infanzia e socio nelle produzioni televisive è stato, secondo i Pandora Papers, anche l’ideatore della rete di conti bancari con sede nei paradisi fiscali utilizzata da Zelensky per mettere al sicuro i finanziamenti degli oligarchi. Lo scontro in corso dietro le quinte di inchieste giudiziarie e azioni d’intelligence viene allo scoperto il 5 marzo quando un unità del Dipartimento di Controspionaggio dell’Sbu elimina il «banchiere» ucraino Denys Kireev. Dietro l’assassinio si celano le attività di un Kireev che oltre a lavorare per il Gur, l’intelligence militare di Kiev, mantiene ambigui rapporti con i russi e partecipa ai negoziati con Mosca del 28 febbraio in Bielorussia. Alle ambiguità di Kireev, considerato troppo vicino a Mosca, si aggiungono i retroscena dell’Operazione Speciale. Che, come suggerisce il nome, punta a prendere Kiev sfruttando non la forza militare ma le complicità di centinaia di agenti dell’Sbu. Un intreccio sventato non dall’inesperto Bakanov, ma dagli agenti dell’MI6 inglese.

Le «sviste» di Bakanov rappresentano il primo duro colpo alla credibilità del presidente. Non a caso Londra dopo aver scoperto i piani russi, taglia fuori Bakanov e inizia a coordinarsi con Oleksandr Poklad, capo del Controspionaggio dell’Sbu. Ed è proprio Poklad, detto lo «strangolatore» per i metodi poco ortodossi impiegati per reprimere i movimenti filo russi a Dniepro, a ordinare l’eliminazione di Kireev passando sopra la testa di Bakanov. Da quel momento l’autorità dell’ex socio di Zelensky diventa puramente formale. Anche perché all’eliminazione del banchiere-spia sospettato di lavorare per Mosca fanno seguito le indagini e le purghe interne all’Sbu che mostrano altre gravi sviste. Evidenziate dallo stesso Zelensky costretto domenica ad ammettere l’avvio di 651 inchieste sulle complicità con Mosca e l’individuazione di almeno 60 complici russi tra le fila dell’Sbu. Tra questi il Capo della Sicurezza Interna Anriy Maumov, fuggito all’estero prima dell’invasione e Serhiy Kryvoruchko, il generale a Capo del Direttorato Sbu di Kherson che il 24 febbraio ordina ai propri ufficiali di smobilitare la città. Mentre ieri il presidente ha annunciato il licenziamento di 28 funzionari del servizio di sicurezza.

Il tutto mentre il suo sottoposto Igohr Sadokhin segnala al nemico i campi minati e altri ufficiali dell’Sbu impediscono la distruzione del ponte Antonovskiv facilitando l’entrata delle truppe di Mosca e la conquista della città. Ma dietro la decisione di sacrificare Bakanov e Venediktova divampa uno scontro ancor più imbarazzante con i vertici delle forze armate, scoppiato ai primi di luglio quando il capo di Stato Maggiore generale Valery Zaluzhny ha puntato il dito contro il presidente colpevole di aver preteso la difesa ad oltranza di Severodonetsk e Lysychansk. Costata l’inutile sacrificio di migliaia di soldati.

Fonte: Purga dopo purga Zelensky è sempre più solo | Destra.it

Mosca saluta l’uscita di scena di Draghi: “Gazprom aumenta forniture in Italia del 71%“

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Segnalazione di Federico Prati

Da 21 a 36 milioni di metri cubi

(ANSA) – ROMA, 21 LUG – Tornano ad aumentare le forniture del gas dalla Russia verso l’Italia, con una crescita rispetto al giorno precedente del 71,4%.

A comunicare il cambiamento del flusso è l’Eni sul proprio sito.

“Gazprom ha comunicato per la giornata di oggi la consegna di volumi di gas pari a circa 36 milioni di metri cubi, a fronte di consegne giornaliere pari a circa 21 milioni di metri cubi effettuate nei giorni scorsi – afferma la società energetica italiana –

E’  evidentemente il modo in cui Mosca saluta l’uscita di scena di Draghi:  si unisce alla  notizia  di poche ore precedente: il Nord Stream 1 riapre dopo la manutenzione e torna con flusso regolare a fornire la Germania esattamente   come  prima.

“L’uso politico del gas da  parte di Putin”  di cui delirava Von der Leyen non si attua esercitando il ricatto della interruzione  “totale”   come ha ventilato lei,  ma  al contrario: attraverso l’abbondanza.

Ad attuare un taglio dei consumi – enorme, -15 per cento – è stata solo ieri  proprio la signora la Von der Leyen: razionamento “obbligatorio”, per la quale Ursula esige i pieni poteri dittatoriali: sarà la Commissione a decidere senza nemmeno consultare,  non si dice di far votare,- l’euro-parlamento.

Gas, piano d’emergenza Ue: verso taglio 15% consumi/ Von der Leyen vuole…

https://www.ilsussidiario.net/autori/silvana-palazzo/

Piano emergenza Ue gas: taglio 15% consumi per preservare forniture famiglie e settori essenziali. Von der Leyen…

La proposta di Putin significa   industrie  che restano aperte, posti di lavoro salvati,  riscaldamento invernale,  refrigerazione non interrotta e elettricità garantita.

La proposta della Kommissaria significa:  razionamento, interruzione della catena del freddo con spreco  di tonnellate di cibo andato a male,  industrie “energivore”  chiuse a comando e ad arbitrio del despota (questa sì quella no..),  disoccupazione, morti di freddo fame e miseria.

Putin   non ha di mira né gli italiani né i tedeschi ,  ma la UE: che  Gazprom, dando  con abbondanza,  rivela il vero  nemico e genocida dei suoi popoli.  Mi aspetto da parte del nemico UE reazioni …. che non riesco per il momento a immaginare: Bruxelles  ordinerà a  Eni   di stracciare il contratto che ha con Gazprom, e che – notiamo – come quello tedesco non è  mai cessato e è rimasto in vigore? Come giustificherà questa imposizione? Con la guerra in Ucraina  che “ci obbliga” ad  essere belligeranti?

Aspettiamo le mosse di Bruxelles e del governo Draghi, che resta   in carica “per gli affari correnti”

Allego Il discorso di Putin  alla sessione plenaria del forum “Le idee forti per i tempi nuovi”.

🔸 Il modello del dominio totale del cosiddetto miliardo d’oro è ingiusto. Ebbene, perché questo “miliardo d’oro” dell’intera popolazione del pianeta dovrebbe dominare tutti, imporre le proprie regole di condotta basate sull’illusione dell’esclusività?

🔸 Si ha l’impressione che l’Occidente semplicemente non possa offrire al mondo un proprio modello di futuro. Sì, certo, questo “miliardo d’oro” non è diventato “d’oro” per caso, ha ottenuto molto, ma ha preso posizione non solo grazie ad alcune idee implementate – in larga misura, ha preso posizione a causa della rapina di altri popoli sia in Asia che in Africa.

🔸 La sovranità è la libertà di sviluppo nazionale, e, quindi, di ogni persona individualmente: la fattibilità tecnologica, culturale, intellettuale, educativa dello Stato – ecco di cosa si tratta.

Fonte: МИД России ��

МИД России ��

� Владимир Путин принял участие в пленарном заседании форума «Сильные идеи для нового времени». Читать полност…

Testo del discorso completo: ASI forum Strong Ideas for a New Time

ASI forum Strong Ideas for a New Time

Vladimir Putin attended the plenary session of the forum Strong Ideas for a New Time organised by the autonomous…

Gas, ora l’Europa ci chiede il “massimo sforzo”. Ma che vuol dire?

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di Leopoldo Gasbarro

Massimo sforzo“. Lo chiede l’Europa. Sarà infatti obbligatorio, e dettato dall’Unione Europea, il taglio dei consumi di gas, in caso di ulteriore riduzione delle forniture. Lo dice la bozza del nuovo piano europeo per la gestione della crisi legata al gas, piano che sarà presentato ufficialmente domani ma che è stato già visionato in anteprima dall’Ansa.
L’indiscrezione ci fa comprendere, se sarà confermata, quanto la crisi energetica dettata dalla gestione del gas naturale, in arrivo dalla Russia, stia assumendo dimensioni sempre più importanti. Nonostante tutti i problemi, che ormai sembrano scontati per l’ultimo trimestre dell’anno, la politica europea fatica a trovare le parole per dire chiaramente come stanno le cose. Eppure, i cittadini che sono anche elettori sono abbastanza maturi per comprendere la difficoltà di un momento che in qualche modo si tende a nascondere. L’Ansa evidenzia come siano spariti dal documento i riferimenti (contenuti in una prima versione del testo) all’obbligo, per gli edifici pubblici, di limitare il riscaldamento a 19 gradi e i condizionatori a 25. Introduce però un principio criptico e tutto da interpretare, perché “massimo sforzo” che vuol dire tutto e niente.

Il mistero del “massimo sforzo”

Speriamo che un giorno ce lo spieghino, ma la sensazione è che quelle due parole: massimo e sforzo, messe così insieme, rappresentano un problema di difficile soluzione. Insomma, è come dire senza aver detto. E’ come dire che con “massimo sforzo” se la situazione dovesse essere più seria di quanto si dica.  I limiti alle temperature di riscaldamento e condizionamento potrebbero essere modificati radicalmente, e potrebbero arrivare a zero. E non sarebbe questa l’unica scelta da fare. Forse è il caso di prepararsi davvero a decisioni dure.

“Massimo sforzo”. Ora ci chiedono il “massimo sforzo” non si parla più di limiti alla temperatura. Non si parla più di razionamento, ma di “massimo sforzo”, nel senso che vale qualunque cosa.

Russia, Orban sferza l’Ue: “Con le sanzioni si è sparata nei polmoni”

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Chi paga le sanzioni?

 

“Le sanzioni non aiutano l’Ucraina né contribuiscono ad avvicinarsi alla fine della guerra, semmai la prolungano”. Così afferma Orban, premier ungherese, che è sempre stato critico sulle misure restrittive che l’Unione europea ha inflitto al Cremlino dopo l’invasione in Ucraina. 
“Inizialmente pensavo che ci fossimo solo sparati a un piede – afferma il primo ministro all’emittente Kossut Radio – ma ora è chiaro che l’economia europea si è sparata nei polmoni e ora fatica a respirare”. Parole dure quelle di Orban che vanno a inserirsi in un clima di emergenza economica che riguarda, ormai, tutto l’Occidente: “Le sanzioni sono dannose per l’economia europea e se continuano così, la uccideranno – insiste – Il momento della verità deve arrivare a Bruxelles, quando i leader ammetteranno di aver fatto un errore di calcolo, che la politica delle sanzioni era basata su presupposti sbagliati e non ha soddisfatto le aspettative riposte in essa”.

Non è l’unico a paventare questa ipotesi, già Biden nei giorni scorsi aveva affermato, in modo meno brutale e diretto, che probabilmente le aspettative riposte sull’Ucraina erano state troppo alte e che la continuazione della guerra era la prova che l’Occidente aveva sottovalutato la situazione.

Gli unici a tenere la barra dritta e a non indietreggiare di un millimetro sono proprio i rappresentati della Commissione Europea, che fanno sapere oggi di un nuovo pacchetto di sanzioni destinate alla Russia: “Il pacchetto ribadisce la determinazione della Commissione a proteggere la sicurezza alimentare in tutto il mondo”, si legge in una nota dell’Esecutivo Ue.
 Al contrario di quanto pensa Orban, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen afferma: “La brutale guerra della Russia contro l’Ucraina continua senza sosta. Pertanto, proponiamo oggi di rafforzare le nostre pesanti sanzioni dell’Ue contro il Cremlino, applicarle in modo più efficace ed estenderle fino a gennaio 2023. Mosca deve continuare a pagare un prezzo alto per la sua aggressione”.

Stando ai fatti, la domanda è questa: è davvero Mosca a pagare un caro prezzo o sono le economie europee a combattere una crisi economica senza precedenti? 
A rimarcare la decisione di sanzioni più dure nei confronti del Cremlino anche Joseph Borrel, Alto Rappresentante per gli affari esteri e la Politica di sicurezza dell’Ue, che dichiara: “Le sanzioni dell’Ue sono due e pesanti e continuiamo a prendere di ira le persone che sono vicine a Putin e al Cremlino. Il pacchetto di oggi riflette il nostro approccio coordinato con i partner internazionali, in particolare il G7. Oltre a queste misure – fa sapere Borrell – presenterò altre proposte al Consiglio Ue, per inserire nuovi nomi nella lista delle persone ed entità a cui verranno congelati i beni e ridotta la possibilità di viaggiare”.

Bianca Leonardi, 15 luglio 2022

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