La sottile linea rossa: dopo Kabul la NATO non può permettersi di perdere anche Kiev

Condividi su:

di Pepe Escobar

Fonte: Come Don Chisciotte

Cominciamo con il Pipelineistan. Quasi sette anni fa, avevo mostrato come la Siria fosse l’ultima guerra del Pipelineistan.

Damasco aveva rifiutato il progetto – americano – di un gasdotto Qatar-Turchia, a vantaggio di Iran-Iraq-Siria (per il quale era stato firmato un memorandum d’intesa).

Ne era seguita una feroce e concertata campagna “Assad deve andarsene”: la guerra per procura come strada per il cambio di regime. La situazione era peggiorata esponenzialmente con la strumentalizzazione dell’ISIS – un altro capitolo della guerra del terrore (corsivo mio). La Russia aveva bloccato l’ISIS, impedendo così un cambio di regime a Damasco. Il gasdotto favorito dall’Impero del Caos aveva morso la polvere.

Ora l’Impero si è finalmente vendicato, facendo esplodere i gasdotti esistenti – Nord Stream (NS) e Nord Steam 2 (NS2) – che trasportavano o stavano per trasportare il gas russo ad un importante concorrente economico dell’Impero: l’UE.

Ormai sappiamo tutti che la condotta B di NS2 non è stata bombardata, né perforata, ed è pronta a partire. Riparare le altre tre linee danneggiate non sarebbe un problema: una questione di due mesi, secondo gli ingegneri navali. L’acciaio dei Nord Stream è più spesso di quello delle navi moderne. Gazprom si è offerta di ripararle, a patto che gli Europei si comportino da adulti e accettino severe condizioni di sicurezza.

Sappiamo tutti che questo non accadrà. Nulla di tutto ciò viene discusso dai media della NATO. Ciò significa che il Piano A dei soliti sospetti rimane in vigore: creare una voluta carenza di gas naturale che porti alla deindustrializzazione dell’Europa, il tutto come parte del Grande Reset, ribattezzato “La Grande Narrazione.”

Nel frattempo, il Muppet Show dell’UE sta discutendo il nono pacchetto di sanzioni contro la Russia. La Svezia si rifiuta di condividere con la Russia i risultati della losca “indagine” intra-NATO su chi ha fatto esplodere i Nord Stream.

Alla Settimana dell’energia russa, il Presidente Putin ha riassunto i fatti.

L’Europa incolpa la Russia per l’affidabilità delle sue forniture energetiche, anche se riceveva l’intero volume acquistato in base a contratti fissi.

Gli “orchestratori degli attacchi terroristici del Nord Stream sono coloro che ne traggono profitto.”

La riparazione delle condotte del Nord Stream “avrebbe senso solo nel caso in cui ne fossero garantiti il funzionamento e la sicurezza.”

L’acquisto di gas sul mercato spot causerà una perdita di 300 miliardi di euro per l’Europa.

L’aumento dei prezzi dell’energia non è dovuto all’Operazione Militare Speciale (OMS), ma alle politiche dell’Occidente.

Tuttavia, lo spettacolo dei Dead Can Dance deve continuare. Mentre l’UE si vieta da sola di acquistare energia dalla Russia, l’eurocrazia di Bruxelles aumenta il suo debito con il casinò finanziario. I padroni imperiali ridono a crepapelle per questa forma di collettivismo, mentre continuano a trarre profitto utilizzando i mercati finanziari per saccheggiare e depredare intere nazioni.

Il che ci porta al punto cruciale: gli psicopatici straussiani/neo-conservatori che controllano la politica estera di Washington potrebbero – e la parola chiave è “potrebbero” – smettere di armare Kiev e avviare negoziati con Mosca solo dopo che i loro principali concorrenti industriali in Europa saranno falliti.

Ma anche questo non sarebbe sufficiente, perché uno dei principali mandati “invisibili” della NATO è quello di capitalizzare, con qualsiasi mezzo, le risorse alimentari della steppa pontico-caspica: stiamo parlando di 1 milione di km2 di produzione alimentare, dalla Bulgaria fino alla Russia.

Judo a Kharkov

La SMO si è rapidamente trasformata in una CTO (Counter-Terrorist Operation) “soft”, anche senza un annuncio ufficiale. L’approccio senza fronzoli del nuovo comandante generale con piena carta bianca dal Cremlino, il generale Surovikin, alias “Armageddon,” parla da sé.

Non c’è assolutamente nulla che indichi una sconfitta russa lungo gli oltre 1.000 km del fronte. La ritirata da Kharkov potrebbe essere stata un colpo da maestro: la prima fase di una mossa di judo che, ammantata di legalità, si è sviluppata in pieno dopo il bombardamento terroristico di Krymskiy Most – il ponte di Crimea.

Guardiamo alla ritirata da Kharkov come ad una trappola – come ad una finta dimostrazione di “debolezza” da parte di Mosca. Questo ha portato le forze di Kiev – in realtà i loro referenti della NATO – a gongolare per la “fuga” della Russia, ad abbandonare ogni cautela e a darsi da fare, avviando persino una spirale di terrore, dall’assassinio di Darya Dugina al tentativo di distruzione del Krymskiy Most.

In termini di opinione pubblica del Sud globale, è già stato stabilito che il Daily Morning Missile Show del generale Armageddon è una risposta legale (corsivo mio) ad uno Stato terrorista. Putin potrebbe aver sacrificato (solo per un po’) un pezzo della scacchiera – Kharkov: dopo tutto, il mandato dell’OMU non è quello di non perdere terreno, ma di smilitarizzare l’Ucraina.

Mosca ha persino vinto dopo Kharkov: tutto l’equipaggiamento militare ucraino accumulato nell’area è stato lanciato in continue offensive, con l’unico risultato di impegnare l’esercito russo in un tiro al bersaglio senza sosta.

E poi c’è il vero colpo di scena: Kharkov ha messo in moto una serie di mosse che hanno permesso a Putin di dare scacco matto, attraverso una CTO “soft”, ma pesante di missili, riducendo l’Occidente collettivo ad un branco di polli senza testa.

Parallelamente, i soliti sospetti continuano a girare senza sosta la loro nuova “narrativa” nucleare. Il Ministro degli Esteri Lavrov è stato costretto a ripetere ad nauseam che, secondo la dottrina nucleare russa, un attacco nucleare può avvenire solo in risposta ad un’offensiva “che metta in pericolo l’intera esistenza della Federazione Russa.”

L’obiettivo degli psicopatici assassini di Washington – nei loro sogni erotici – è quello di indurre Mosca ad usare le armi nucleari tattiche sul campo di battaglia. Questo è stato un altro fattore che aveva spinto ad affrettare i tempi dell’attacco terroristico al ponte di Crimea, dopo che i piani dell’intelligence britannica erano stati elaborati da mesi. Tutto ciò si è risolto in un nulla di fatto.

La macchina isterica della propaganda straussiana/neoconservatrice sta freneticamente, preventivamente, attaccando Putin: è “messo all’angolo,” sta “perdendo,” sta “diventando disperato” e quindi lancerà un’offensiva nucleare.

Non c’è da stupirsi che l’orologio del giorno del giudizio, creato dal Bulletin of the Atomic Scientists nel 1947, sia ora posizionato a soli 100 secondi dalla mezzanotte. Proprio “alle porte dell’Apocalisse.”

Ecco dove ci sta portando un gruppo di psicopatici americani.

La vita alle porte dell’Apocalisse

Mentre l’Impero del Caos, della Menzogna e del Saccheggio è pietrificato dal sorprendente doppio fallimento di un massiccio attacco economico/militare, Mosca si sta sistematicamente preparando per la prossima offensiva militare. Allo stato attuale, è chiaro che l’asse anglo-americano non negozierà. Non ci ha mai provato negli ultimi 8 anni e non ha intenzione di cambiare rotta adesso, nemmeno incitato da un coro angelico che va da Elon Musk a Papa Francesco.

Invece di fare come Tamerlano e accumulare una piramide di teschi ucraini, Putin ha invocato eoni di pazienza taoista per evitare soluzioni militari. Il Terrore sul ponte di Crimea potrebbe aver cambiato le carte in tavola. Ma i guanti di velluto non sono stati tolti del tutto: La routine aerea quotidiana del generale Armageddon può ancora essere vista come un avvertimento – relativamente educato. Anche nel suo ultimo, storico discorso, che conteneva un duro atto d’accusa contro l’Occidente, Putin ha chiarito di essere sempre aperto ai negoziati.

Tuttavia, Putin e il Consiglio di Sicurezza sanno bene perché gli Americani non possono negoziare. L’Ucraina sarà anche solo una pedina del loro gioco, ma è pur sempre uno dei nodi geopolitici chiave dell’Eurasia: chi la controlla, gode di una maggiore profondità strategica.

I Russi sanno bene che i soliti sospetti sono ossessionati dall’idea di mandare all’aria il complesso processo di integrazione dell’Eurasia, a partire dalla BRI cinese. Non c’è da stupirsi che importanti istanze di potere a Pechino siano “a disagio” con la guerra. Perché questo è molto negativo per gli affari tra la Cina e l’Europa attraverso diversi corridoi trans-eurasiatici.

Putin e il Consiglio di Sicurezza russo sanno anche che la NATO ha abbandonato l’Afghanistan – un fallimento assolutamente miserabile – per puntare tutto sull’Ucraina. Quindi, perdere sia Kabul che Kiev sarebbe il colpo mortale definitivo: ciò significherebbe lasciare il XXI secolo eurasiatico tutto a favore del partenariato strategico Russia-Cina-Iran.

I sabotaggi – dai Nord Streams al Krymskiy Most – fanno capire il gioco della disperazione. Gli arsenali della NATO sono praticamente vuoti. Ciò che resta è una guerra del terrore: la sirianizzazione, anzi l’ISIS-izzazione del campo di battaglia. Gestita da una NATO cerebralmente morta, combattuta sul terreno da un’orda di carne da cannone con in più mercenari provenienti da almeno 34 nazioni.

Mosca potrebbe quindi essere costretta ad andare fino in fondo – come ha rivelato il sempre freddo Dmitry Medvedev: ora si tratta di eliminare un regime terroristico, smantellare totalmente il suo apparato politico-sicurezza e poi facilitare l’emergere di un’entità diversa. E se la NATO continuerà a bloccarla, lo scontro diretto sarà inevitabile.

La sottile linea rossa della NATO è che non può permettersi di perdere sia Kabul che Kiev. Eppure ci sono voluti due attentati terroristici – in Pipelineistan e in Crimea – per imprimere una linea rossa molto più netta e bruciante: la Russia non permetterà all’Impero di controllare l’Ucraina, costi quel che costi. Questo è intrinsecamente legato al futuro del Partenariato della Grande Eurasia. Benvenuti nella vita alle porte dell’Apocalisse.

Fonte: www.strategic-culture.org
Link: https://strategic-culture.org/news/2022/10/12/the-thin-red-line-nato-cant-afford-to-lose-kabul-and-kiev/
Scelto e tradotto da Markus per www.comedonchisciotte.org

Guerra in Ucraina: quale è la posta in gioco culturale?

Condividi su:

QUINTA COLONNA

di Roberto Buffagni

Fonte: L’Antidiplomatico

Qual è la posta in gioco culturale (spirituale, ideale, ideologica) del conflitto in Ucraina? Semplificando al massimo, cerco di rispondere alla domanda.
Se la Russia vince – se la Russia ottiene gli obiettivi politici limitati per conseguire i quali sta conducendo, con mezzi limitati, una guerra limitata, “vestfaliana” – segna l’inizio della fine dell’ordine internazionale unipolare liberal-democratico a guida USA.
L’ordine internazionale unipolare liberal-democratico a guida USA s’è inaugurato con la disgregazione dell’URSS. Trent’anni fa, sconfitta l’URSS, gli USA restano l’unica grande potenza al mondo: non hanno più nemici che possano minacciarne la sicurezza.
Esso è un ordine internazionale che ha un contenuto ideologico, il liberal-progressismo. È un contenuto ideologico obbligatorio perché sconfitti i suoi avversari storico-ideali (ancien régime, fascismi, comunismo) il liberalismo si conforma al suo concetto, e si manifesta come universalismo politico.
Il liberalismo è universalista perché si fonda sui “diritti inalienabili dell’individuo”. Postula dunque che l’intera umanità è composta da individui, tutti eguali in quanto dotati dei medesimi “diritti inalienabili”. La relazione di interdipendenza tra l’individuo e gli altri individui, tra l’individuo e la comunità politica, tra l’individuo e la dimensione trascendente (Dio) viene omessa o, nel linguaggio lacaniano, forclusa: anche perché famiglia, comunità politica, Dio sono le ragioni e le bandiere del primo avversario storico del liberalismo classico, l’alleanza Trono-Altare ossia la Cristianità europea.
Questa omissione o forclusione conforma il liberalismo alla logica capitalistica, nella quale esistono solo individui: individui produttori e individui consumatori, che si legano astrattamente tra loro mediante lo scambio di merci, compresa la merce-lavoro.
Esempio uno: “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità” (Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, 1776).
Esempio due: “I rappresentanti del popolo francese costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo.” (Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, 1789).
Privo di avversari ideologico-politici che possano limitarne la manifestazione nell’effettualità storica, l’universalismo politico liberale, contenuto ideologico dell’ordine internazionale unipolare a guida USA, procede ad ampliarsi secondo la sua logica, e a estendersi all’universale umanità.
Esso tende ad estendersi all’universale umanità, intesa come collezione di individui, mediante la logica capitalistica (globalismo economico) e mediante la politica estera statunitense (globalismo politico). Il centro direttivo USA ritiene che politica estera statunitense e logica capitalistica siano perfettamente compatibili e operino a conseguire lo stesso scopo strategico finale.
La logica strategica dell’ordine internazionale unipolare a guida USA è la graduale creazione, prima de facto, poi de jure, di un governo mondiale. Esso controllerà un insieme di Stati, che gradualmente adotteranno sia la logica capitalistica, sia il regime sociale liberal-democratico dei quali gli Stati Uniti rappresentano il metro campione. Gli Stati Uniti d’America sono il “benign hegemon” mondiale.
La stessa logica strategica sarebbe stata adottata anche dall’URSS, qualora essa avesse vinto la Guerra Fredda e si fossero disgregati gli USA: perché anche il comunismo, come il liberalismo, è un universalismo politico. Ovviamente, il contenuto ideologico di un ordine internazionale unipolare a guida URSS sarebbe stato il comunismo, e non il liberalismo: la somiglianza che qui rilevo è puramente formale, logica.
Il postulato ideologico dell’ordine unipolare liberal-progressista a guida USA è che tutti gli individui componenti l’intera umanità non possono non desiderare che siano affermati nell’effettualità i “diritti inalienabili” di cui sono virtualmente titolari, anche se, magari, ancora non ne sono consapevoli.
Perché questi “diritti inalienabili dell’individuo” si realizzino nell’effettualità storica può essere sufficiente l’adesione alla logica capitalistica del loro sistema economico. Il premio che essa riserba a chi vi aderisca è il benessere, la ricchezza, la modernizzazione scientifica e tecnologica, e il conseguente “empowerment” degli individui, che nel settore politico conduce all’instaurazione di una liberal-democrazia, il regime storicamente e logicamente più conforme alla logica capitalistica.
Le liberal-democrazie sono per definizione pacifiche. Tra liberal-democrazie non si danno guerre. La competizione tra liberal-democrazie si limita alla competizione economica, un importante fattore di sviluppo i cui effetti collaterali indesiderati si possono ridurre con opportuni interventi politico-amministrativi.
Da questi postulati ideologici discende la scelta statunitense di una politica di “engagement” con la Cina.
Secondo logica capitalistica (teoria dei costi comparati di Ricardo) è perfettamente razionale integrare l’economia cinese con l’economia americana. Lo sviluppo economico cinese è poi destinato a trasformare anche la Cina in una liberal-democrazia, dunque in un pacifico partner della liberal-democrazia USA.
Secondo la logica di potenza, invece, con la disgregazione dell’URSS cessa ogni interesse USA all’alleanza con la Cina, che il presidente Nixon stipulò negli anni Settanta in funzione antisovietica. La scelta di favorire lo sviluppo economico della Cina è una scelta autolesionista, un errore strategico di prima grandezza perché la potenza economica è “potenza latente” destinata a trasformarsi in “potenza manifesta” ossia potenza militare.
Gli eventi storici dimostrano che la logica di potenza sconfigge la logica capitalistica. La Cina, già demograficamente fortissima, si sviluppa economicamente, inizia a sviluppare potenza militare, diviene una grande potenza nucleare, non si trasforma in una liberal-democrazia, e si profila come concorrente alla pari degli Stati Uniti, che dal 2017 in poi la designano come avversario principale. Essa può infatti divenire, in un futuro prossimo, egemone regionale dell’Asia Settentrionale.
Risalita dallo sfacelo impostole dalla sconfitta dell’URSS e dal susseguente “periodo di torbidi” provocato dalla introduzione della logica capitalistica nella sua forma più violenta e predatoria, la Russia si ritrova, si dà una direzione politica coesa ed efficace, si stabilizza come grande potenza. La sua “potenza latente” economica è insufficiente, la demografia manchevole, ma la sua “potenza manifesta” militare, convenzionale e nucleare, basta a garantirne l’autonomia politica rispetto all’egemone mondiale statunitense. Essa però, ad oggi, non è in grado di divenire egemone regionale, né lo sarà in futuro a meno che non riesca ad invertire la sua curva demografica e a sviluppare a ritmi cinesi la sua “potenza latente”.
Questa è la situazione odierna: con il sorgere di due grandi potenze politicamente capaci di autonomia, l’ordine internazionale unipolare liberal-democratico a guida USA è oggettivamente finito.
Nei decenni precedenti, e specialmente a partire dagli anni Duemila, gli Stati Uniti procedono ad attuare il loro progetto di uniformazione del mondo (globalizzazione o mondializzazione economico-politica). Vi impiegano tanto la persuasione (“soft power”) quanto la forza militare (“hard power”), combinandole.
L’episodio paradigmatico della combinazione tra soft e hard power nel perseguimento del progetto di uniformazione del mondo è la seconda invasione dell’Irak (2003). Essa si propone l’obiettivo di sconfiggere con le armi lo Stato irakeno, definito una “dittatura”, e di “esportarvi la democrazia”. L’operazione “Desert Storm” è intesa come primo passo di un progetto più ambizioso, che deve estendersi mediante la stessa combinazione di soft e hard power all’Iran e alla Siria, ridisegnando l’intero Medio Oriente.
Il testo che meglio illustra la ratio del progetto è “Shock and Awe: Achieving Rapid Dominance”, di Harlan K. Ullman and James P. Wade[1], 1996.
In estrema sintesi, il progetto Shock and Awe combina una dottrina militare operativa con una dottrina psicologico-culturale. “Shock” significa “trauma”, “Awe” significa “timore reverenziale”, una parola che designa l’emozione travolgente che si prova di fronte alla manifestazione del sublime naturale (tifoni, terremoti, eruzioni vulcaniche) o del divino (apparizioni miracolose della potenza divina). Una buona benché libera traduzione potrebbe essere “Sidera e converti”.
Nel testo di Ullman e Wade infatti si argomenta che l’effetto psicologico sulla volontà del nemico di una tempesta di fuoco che lo soverchi e travolga come un’eruzione vulcanica o una manifestazione del Dio degli eserciti sortisca un effetto di vera e propria “siderazione”. La siderazione traumatica induce “awe”, timore reverenziale, e consente di convertire il nemico: convertirlo al modello di uomo e società portato da chi sa dispiegare tanta inarrivabile potenza (ovviamente la potenza è un attributo divino). Un modello – la liberal-democrazia – che d’altronde, garantendo i “diritti inalienabili dell’individuo”, è conforme a ciò che tutti gli uomini non possono non desiderare per sé, non appena siano liberati dai modelli oscurantisti cristallizzati negli Stati “dittatoriali”, non liberal-democratici. Nel testo si fa espresso riferimento all’esperienza del Giappone, convertito alla liberal-democrazia dopo una campagna di bombardamenti a tappeto terrificante, e suggellata dal lancio di due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.
Il progetto del ridisegno del Medio Oriente si risolve in una catastrofe politica, o ovviamente in una catastrofe umana per l’Irak. L’Irak sconfitta sul campo precipita nel caos e nella guerra civile, ed entra nella zona di influenza iraniana.
Un ulteriore progetto di esportazione della democrazia mediante la combinazione di soft e hard power, l’invasione e occupazione dell’Afghanistan, dopo vent’anni finisce anch’esso in una catastrofe politica per gli Stati Uniti, umana per l’Afghanistan.
Il progetto di esportazione della democrazia in Siria si arresta a metà dell’opera per l’intervento russo che sostiene il governo di Bashar El – Assad, e termina con una sconfitta politica degli Stati Uniti, una catastrofe umana per la Siria.
L’unico progetto di esportazione della democrazia che si concluda con un successo politico americano è la frammentazione della Jugoslavia, con la creazione dello Stato del Kosovo, e l’integrazione nella NATO di Slovenia, Croazia e Montenegro. La catastrofe umana provocata dalla guerra civile jugoslava è terribile.
Tranne (forse, è discutibile) il caso jugoslavo, gli altri interventi di esportazione della democrazia USA non rispondono a interessi strategici americani. Secondo logica di potenza, gli Stati Uniti non avevano alcuna ragione di occupare l’Irak, sino ad allora cliente degli USA, o l’Afghanistan, che non poteva minacciare l’India o il Pakistan, o la Siria, che non poteva minacciare Israele e apparteneva invece, storicamente, alla sfera d’influenza russa. Si tratta di guerre puramente ideologiche, decise in quanto conformi a un progetto globale di riconfigurazione economica, politica, culturale dell’intero mondo. (Poi ovviamente nella dinamica della decisione pesano anche gli interessi economici e istituzionali di tutti i centri coinvolti).
Il fallimento catastrofico del progetto di riconfigurazione globale del mondo in un insieme di pacifiche liberal-democrazie capitalistiche guidate dal metro campione di tutte le liberal-democrazie capitalistiche, gli Stati Uniti d’America, e il sorgere delle due grandi potenze cinese e russa, impone una battuta d’arresto finale all’ordine internazionale unipolare liberal-democratico americano, e ne segna la fine nell’effettualità storica.
Inizia a sorgere l’ordine internazionale multipolare.
La guerra in Ucraina, che vede la vittoria militare della Russia e la sconfitta politica degli Stati Uniti, è la prima doglia del parto dell’ordine internazionale multipolare.
La guerra ucraina è tutta – dalle cause lontane, alla conduzione delle operazioni militari, all’esito politico – conforme alla pura logica di potenza. La Russia scende in campo per difendere un interesse vitale: negare a un’alleanza militare straniera la creazione di un bastione alle proprie frontiere. Essa conduce una guerra limitata per obiettivi politici limitati, una guerra “vestfaliana” che non si prefigge di convertire o uniformare a sé il nemico ma semplicemente di impedirgli di nuocere alla propria sicurezza. La Russia cerca la trattativa col nemico in parallelo alla conduzione delle operazioni militari, come da Westfalia al Vietnam si è sempre fatto.
La causa lontana della guerra in Ucraina è l’espansione a Est della NATO. Secondo logica di potenza, essa non è conforme all’interesse strategico degli Stati Uniti, perché provoca inutilmente la Russia, una potenza che non è in grado di diventare egemone regionale sul continente europeo; e perché getta la Russia nelle braccia della Cina, della quale sarebbe rivale naturale (4250 km di frontiera in comune). Nonostante i ripetuti, chiari moniti russi, gli americani perseguono l’espansione NATO sino all’Ucraina, integrandovela de facto se non de jure, e provocano le attuali ostilità.
Quest’ultima forzatura statunitense è anche l’ultima manifestazione della logica dell’ordine internazionale unipolare liberal-democratico.
L’Ucraina è un interesse vitale russo, ma non è un interesse vitale degli USA. Infatti, gli USA si guardano bene (e razionalmente) dall’intervenire militarmente a sostegno dell’Ucraina.
Però, la reazione statunitense all’invasione russa è, su tutti i piani tranne quello che conterebbe davvero ossia il piano militare, violentissima. Contro la Russia, USA e UE scagliano un vero e proprio anatema, quando sarebbe nell’interesse americano (per tacere dell’interesse europeo) limitare i danni provocati dal proprio errore strategico e, in vista del conflitto con la Cina, non alienarsi radicalmente la Russia.
Perché l’anatema? Qual è la posta in gioco, per gli USA?
Per gli USA, la posta in gioco è il prestigio della loro posizione di guida dell’ordine internazionale unipolare. Dico “il prestigio”, perché nei fatti, con il sorgere di due grandi potenze come Russia e Cina, l’ordine internazionale unipolare è già finito.
Quel che non è finito è “il prestigio” di guida di quell’ordine, che gli USA ancora detengono e vogliono conservare.
È infatti questo prestigio che consente agli USA di presentarsi nel mondo come Stato eccezionale, che non conosce né superiori né eguali, e che dunque può pretendere di presentarsi come “giudice terzo” nelle controversie internazionali. Da questo scranno inarrivabile gli USA possono decidere che cosa è giusto, che cosa sbagliato, che cosa bene e che cosa male; quale regime sociale sia accettabile (la democrazia liberal-progressista) e quale inaccettabile (tutti gli altri); possono chiamare le loro guerre “instaurazione dei diritti e della democrazia”, e se le perdono, “sfortunati errori”: mentre le guerre altrui, vinte o perse, sono sempre “crimini”; possono insomma, come Dio nella teologia islamica, decidere a piacer loro se il fuoco debba esser caldo o freddo.
Con la sconfitta politica che conseguirà alla guerra ucraina, questo prestigio degli Stati Uniti, o se si vuole la loro “investitura” di eccezionalità e superiorità, comincerà a logorarsi.
Non può essere “giudice terzo” nelle controversie internazionali uno Stato incapace di eseguire le proprie sentenze.
Non può essere “eccezionale” uno Stato che promette protezione a un suo cliente, lo spinge a confrontarsi con un’altra grande potenza minacciandone un interesse vitale, e poi lo abbandona al suo destino.
Non può realizzare universalmente nell’effettualità i “diritti inalienabili dell’individuo” se rifugge dal confronto militare con una “dittatura” come la Russia, che agisce in conformità alla pura logica di potenza, la quale è sempre particolare, mai universale: perché la ratio della logica di potenza è l’anarchia del sistema-mondo, nel quale ciascuna potenza è costretta a garantire da sé la propria sicurezza, nel conflitto permanente con le altre.
Il prestigio o investitura degli Stati Uniti come guida dell’ordine internazionale unipolare liberal-democratico è il garante, o se si vuole, nel linguaggio della finanza, “il sottostante”, di tutto il pensiero dominante occidentale: “diritti inalienabili dell’individuo”, liberal-democrazia, primazia dell’economico, cosmopolitismo, universalismo politico.
Logoratosi e poi spentosi questo prestigio, deposta questa investitura, il pensiero dominante occidentale smetterà di essere dominante. I luoghi comuni, i riflessi condizionati, le certezze che oggi il pensiero dominante dà per scontate non saranno più scontate. Chi pensa nel mondo occidentale, ossia tutti gli occidentali, pensatori o no che siano, dovranno di nuovo interrogarsi su che cosa è uomo, che cosa è mondo, che cosa è giusto, che cosa è sbagliato, che cosa male e che cosa bene: e dovranno chiedersi “da che punto di vista pensiamo e parliamo”: un punto di vista che non sarà mai più l’unico vero punto di vista da cui guardare il mondo e l’uomo.
Come diceva un orientale,” Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente.”

Castagna a Telenuovo: “Sovranità nazionale o fuori da NATO e UE!”

Condividi su:

di Redazione

Martedì 11 Ottobre 2022 dalle 12.40 alle 14.30 puntata di “Rosso&Nero” su #telenuovo con Bruno Cesaro (Progetto Nazionale), un esponente del Pd e, collegato dal suo studio di casa, su Skype, Matteo Castagna (Resp. Christus Rex-Traditio). Conduce Mario Zwirner. Si parla di crisi energetica, bollette, guerra, ma anche del triste anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, 60 anni fa…

ALCUNI PARLAMENTARI EUROPEI HANNO CHIESTO LA REVOCA DELLE SANZIONI CONTRO LA RUSSIA

Condividi su:

Parlamentari provenienti da Germania, Polonia, Slovacchia e Belgio in un incontro a Berlino hanno chiesto la revoca delle sanzioni contro la Russia, pubblicando un documento programmatico intitolato “Salvare il futuro dell’Europa”, per riportare l’Europa “alla vita normale”. Lo riporta Rzeczpospolita

Steffen Kotre, un parlamentare dell’Alternativa per la Germania di destra, ha dichiarato lunedì 26 settembre in una conferenza stampa al Bundestag tedesco che una profonda crisi energetica è causata da una politica sconsiderata.
Secondo lui, la colpa dell’aumento dei prezzi del gas e dell’elettricità in tutta Europa spetta esclusivamente ai governi dell’UE.

Le forniture di energia all’Europa sono artificialmente limitate, devono essere nuovamente aumentate, come? Mettendo fine alle sanzioni contro la Russia, ad esempio”, ha sottolineato Kotré.

Steffen Kotre, responsabile per le questioni energetiche nel suo partito, è stato uno degli organizzatori lunedì 26 settembre, a Berlino, di un incontro a cui sono stati invitati i suoi politici europei che la pensano allo stesso modo.
In particolare, il leader della Respublika slovacca, Milan Urik, deputato del partito di interesse fiammingo belga, Recchino Van Lommel, e Grzegorz Braun, deputato del Sejm polacco, hanno visitato la capitale tedesca.

Il deputato polacco Braun, in particolare, ha parlato della necessità di tornare a una “vita normale e ordinaria” in Europa. I partecipanti all’incontro di Berlino hanno pubblicato un documento politico “Salvare il futuro dell’Europa”, che, tra le altre cose, chiede la revoca delle sanzioni contro la Russia.

Secondo gli autori del documento, l’Europa è governata da politici che da tempo non sono riusciti a rappresentare gli interessi degli europei, limitando i loro diritti fondamentali e cercando di “inondare” il continente di persone culturalmente estranee.

Fonte: News Front

Traduzione: Luciano Lago

Elon Musk criticato (a torto!) per il suo piano di “pace” tra Russia e Ucraina

Condividi su:

Per noi ha ragione Elon Musk ! (n.d.r.)

di Alena Botros

Elon Musk si è preso una pausa dal suo lavoro quotidiano alla guida della casa automobilistica Tesla e della società di trasporto spaziale SpaceX per pubblicare un piano di “pace” per porre fine alla guerra in Ucraina. Ma la sua proposta è stata subito criticata, anche dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Musk ha pubblicato lunedì su Twitter un sondaggio con quattro proposte per porre fine alla guerra. Il primo: arruolare le Nazioni Unite per supervisionare la ripetizione dei recenti referendum relativi alle quattro regioni ucraine che la Russia ha formalmente annesso. Poi ha chiesto che la Crimea, invasa dalla Russia nel 2014 e attualmente occupata, diventi formalmente parte della Russia. Ha affermato che l’approvvigionamento idrico della Crimea dovrebbe essere garantito. Infine, ha sostenuto che l’Ucraina dovrebbe rimanere neutrale piuttosto che aderire alla NATO.

“È molto probabile che alla fine il risultato sia questo: si tratta solo di capire quanti moriranno prima di allora”, ha scritto Musk. “Vale anche la pena notare che un possibile, anche se improbabile, esito di questo conflitto è la guerra nucleare“.

Meno di tre ore dopo il primo tweet, Zelensky ha risposto a Musk con un proprio sondaggio, prendendo in giro il piano di Musk.

“Quale @elonmusk vi piace di più?” ha chiesto Zelensky. Le due scelte? Uno che sostiene l’Ucraina e uno che sostiene la Russia.

Musk ha poi risposto a Zelensky dicendo: “Sono ancora molto favorevole all’Ucraina, ma sono convinto che un’escalation massiccia della guerra causerà grandi danni all’Ucraina e forse al mondo intero“.

Anche l’ambasciatore dell’Ucraina in Germania, Andrij Melnyk, ha attaccato Musk in modo atipico per un diplomatico. “Fottiti è la mia risposta molto diplomatica”, ha scritto. Melnyk ha poi aggiunto che nessun ucraino avrebbe mai comprato una Tesla, augurando a Musk “buona fortuna”.

Musk, tuttavia, ha insistito.

“Proviamo questo allora: la volontà delle persone che vivono nel Donbass e in Crimea dovrebbe decidere se sono parte della Russia o dell’Ucraina”, ha scritto, chiedendo ai suoi follower su Twitter di rispondere “sì” o “no”.

Il corrispondente del Financial Times Christopher Miller ha risposto al tweet di Musk, riferendosi al referendum sull’indipendenza dell’Ucraina, quando gli ucraini sono stati chiamati a votare sull’indipendenza del Paese.

“Non proviamoci, @elonmusk”, ha scritto. “Il popolo del Donbass e della Crimea ha preso la sua decisione nel 1991, quando gli ucraini di quelle aree e di tutte le altre hanno votato liberamente e all’unanimità per far parte dell’Ucraina”.

Il Donbass, una regione dell’Ucraina orientale, è ora quasi completamente occupata dalla Russia. Ma l’Ucraina ha giurato di liberarla.

Nel suggerire che la Crimea – una penisola che è stata al centro dei conflitti tra Russia e Ucraina – dovrebbe formalmente diventare parte della Russia, Musk ha chiarito la sua convinzione che la regione appartenga alla Russia, aggiungendo che il trasferimento della Crimea all’Ucraina dalla Russia da parte del premier sovietico Nikita Krusciov è stato un “errore”.

Un importante consigliere di Zelensky ha risposto sarcasticamente alla diplomazia di Musk su Twitter dicendo che c’era un “piano di pace migliore”, che comprendeva la liberazione dei territori da parte dell’Ucraina, la smilitarizzazione e la denuclearizzazione della Russia in modo che non potesse più minacciare gli altri e la messa sotto processo dei criminali di guerra.

Non sono stati solo i funzionari ucraini a ribattere a Musk. Molti dei suoi follower su Twitter si sono scatenati nei commenti, definendolo una “delusione” e chiedendogli di astenersi dall’intervenire su un argomento che è al di fuori delle sue competenze.

Nonostante la risposta spesso ostile, Musk ha dato un’ulteriore spinta al suo piano di pace su Twitter.

“La Russia sta facendo una mobilitazione parziale. Passerà alla mobilitazione bellica completa se la Crimea è a rischio. La morte da entrambe le parti sarà devastante”, si legge nel tweet. “La Russia ha più di 3 volte la popolazione dell’Ucraina, quindi la vittoria dell’Ucraina è improbabile in una guerra totale. Se avete a cuore il popolo ucraino, cercate la pace”.

Starlink di Musk, che fornisce accesso a Internet via satellite, ha svolto un ruolo fondamentale nella guerra offrendo il suo servizio gratuitamente in Ucraina. Gestito da SpaceX, ha aiutato l’Ucraina a contrastare la disinformazione della Russia e ad aiutare gli ucraini e i militari ucraini a comunicare, collegando al contempo il Paese al mondo esterno.

“Il costo di SpaceX per attivare e supportare Starlink in Ucraina è stato finora di circa 80 mln di dollari”, ha dichiarato. “Il nostro sostegno alla Russia è pari a 0 dollari. Ovviamente, siamo a favore dell’Ucraina”.

L’articolo originale è su Fortune.com

Fonte: https://www.fortuneita.com/2022/10/04/musk-piano-pace-russia-ucraina/

Indignazione a comando

Condividi su:

di Antonio Catalano

Fonte: Antonio Catalano

Il pensiero neoliberale, nella versione progressista, quello oggi dominante, quello per capirci che esporta la sua democrazia nel mondo, con tutto l’apparato ideologico che l’accompagna, domina/forma la cosiddetta opinione; la quale, guarda caso, ritiene di essere libera, libera cioè di produrre un pensiero che nasce liberamente dal proprio cervello. E guai a far notare che non è proprio così: ma come, non vedi che da noi esiste una tale pluralità di punti di vista che ognuno può scegliere quello che più gli aggrada? un po’ come avere il telecomando e scegliere il programma preferito. E comunque, per quanto possano esserci delle imperfezioni, da noi la democrazia ci permette un grado di libertà che altrove neanche si sognano. E se provi a far capire, come diceva un tale, che l’ideologia dominante è quella della classe dominante, e che la nostra libertà è inscritta in un cerchio ben delimitato, e che se provi a uscirne son cavoli amari, se va bene sei messo ai margini se va male puoi fare la fine di Julian Assange, o addirittura quella di Enrico Mattei, o dei morti per stragi, o dei tanti altri che la lista sarebbe chissà di quante pagine…

La cosiddetta opinione pubblica – cosiddetta perché l’opinione pubblica è un’invenzione, essa è direttamente formata da chi detiene i mezzi del convincimento di massa, dalla tv ai social – emerge a comando, e perché sia stuzzicata bene necessita che vi siano dei “diritti umani” violati (dal bambino spiaggiato alla lapidazione di una donna). Il che non vuol dire che si debba rimanere indifferenti al bambino senza vita spiaggiato o alla donna lapidata, ci mancherebbe altro; no, vuol dire semplicemente che l’opinione pubblica è in balia di operazioni di strumentalizzazioni che filtrano di volta in volta il fatto da esecrare in funzione di quanto sia quel fatto capace di suscitare determinate emozioni, con le quali poi giustificare determinati interventi, che niente hanno a che fare né con i sentimenti né tanto meno con la giustizia.
E così il nostro occidente, tanto sensibile alle sorti dell’umanità, che quando decide che in una parte di essa, da qualche parte del mondo, c’è bisogno di democrazia, subito interviene, naturalmente per esportare i “diritti umani”; e se proprio non è possibile farlo direttamente ecco che scatena una campagna di riprovazione tesa a far capire all’ “opinione pubblica” che non si possono tollerare certe nefandezze. È inutile, il mondo occidentale, quello della democrazia liberale, non può sopportare che nel mondo vi siano aperte violazioni dei diritti… a meno che non sia egli stesso a compierle, ma allora si sa, è solo per il bene delle popolazioni sottoposte a simili attenzioni. Come è successo per le due bombe atomiche sganciate sul Giappone ormai a fine guerra, o per il criminale bombardamento di Dresda… o per il Vietnam, l’Iraq, l’Afghanistan, la Jugoslavia, la Libia, la Siria…

E veniamo all’attualità, a quanto sta accadendo in Iran. Un’opinione pubblica che non sa neanche dove si trovi l’Iran e che lingua si parli, esprime la sua indignazione per i diritti delle donne violate. E nessuno che si domandi perché proprio ora si scatena questa campagna contro l’Iran… che vi sia la volontà di destabilizzare un paese che non ha intenzione di sottomettersi alla geopolitica americana, e che per giunta ha buoni rapporti con la Russia del terribile Putin?
I bravi democratici – quelli in salsa progressista poi sono i migliori – in prima fila a denunciare i diritti delle donne violate in Iran, e se qualcuno mette in evidenza la strumentalità di questa campagna, vai col complottismo. Dimenticando – dimenticando? – costoro che nella stessa area vi sono paesi dove le condizioni delle donne sono le medesime se non peggiori, Arabia Saudita tanto per dire… o in quel Qatar, dove tra un mese si terranno i mondiali di calcio.

Moody’s avverte: Italia a rischio declassamento del rating

Condividi su:

Segnalazione Wall Street Italia

di Mariangela Tessa

Si addensano le nubi sull’economia italiana su cui ora pesa anche sul rischio di una bocciatura sul credito sovrano da parte di Moody’s. Lo ha preannunciato ieri l’agenzia di rating, spiegando che un probabile declassamento avverràin presenza di un significativo indebolimento delle prospettive di crescita, ma anche per la mancata attuazione delle riforme, comprese quelle delineate nel   Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) del paese. Un altro fattore di declassamento sarebbe un aumento significativo del debito pubblico italiano.

Venerdì scorso Moody’s non ha aggiornato il rating italiano, che è quindi restato a “Baa3”, con outlook negativo. Nonostante la revisione fosse in programma per quel giorno, 30 settembre, diversi analisti avevano previsto l’eventualità che Moody’s scegliesse di non cambiare il rating sull’Italia e prendesse tempo per osservare gli sviluppi politici e la formazione del nuovo Governo.

I rischi al ribasso per Moody’s

Tra i rischi al ribasso citati dall‘agenzia di rating, spicca quello relativo al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). “Se la coalizione di destra che ha vinto le recenti elezioni dovesse tentare di rinegoziare alcuni aspetti del PNRR, ciò probabilmente ritarderà la sua attuazione, esercitando una pressione al ribasso sulla spesa per investimenti in un momento in cui l’inflazione elevata e i rischi per l’approvvigionamento energetico stanno già pesando sull’attività economica”.

Avrebbero un impatto negativo sui rating anche “segnali sull’avvio di una crescita significativa del debito sia a causa di prospettive di crescita sostanzialmente più deboli, sia a causa di un aumento del costo degli interessi o di un concreto allentamento fiscale”.  Inoltre, “politiche fiscali e/o economiche che avessero causato un indebolimento del sentiment del mercato e l’aumento del livello del debito nel medio termine porterebbero anch’esse a pressioni al ribasso dei rating”.

Moody’s sottolinea di ritenere improbabile un miglioramento del rating nel prossimo futuro, ma potrebbe alzare l’outlook “se le istituzioni italiane, le prospettive di crescita e la traiettoria del debito si dimostrassero resistenti ai rischi derivanti dall’incertezza politica, dalla sicurezza energetica e dall’aumento dei costi di finanziamento”.

La dimostrazione che il prossimo governo è impegnato all’attuazione delle riforme strutturali a sostegno della crescita, comprese quelle delineate nel PNRR del paese, porterebbero verosimilmente a una stabilizzazione dell’outlook se accompagnata da un piano credibile di consolidamento fiscale di medio termine che impedisse un aumento significativo del debito”.

 

LA GUERRA INUTILE DI WASHINGTON PER CONTO DI UNA FALSA NAZIONE

Condividi su:

QUINTA COLONNA

di David Stockman – AntiWar.com – 28 settembre 2022

I messaggi arrivano forti e chiari oggi: dal crollo della sterlina, al ripudio dei governi di establishment in Italia, Svezia e altri ancora, fino all’appello del Primo Ministro ungherese Orban a porre fine alla guerra delle sanzioni e a farlo subito.

Quindi, parliamoci chiaro: l’insensato intervento di Washington nella disputa intestina tra Russia e Ucraina e la guerra delle sanzioni globale che l’accompagna è sicuramente il progetto più stupido e distruttivo che sia nato sulle rive del Potomac nei tempi moderni. E gli architetti di questa perfida follia – Biden, Blinken, Sullivan, Nuland e altri – non possono essere condannati abbastanza duramente.

Dopo tutto, questa follia viene perseguita in nome di norme politiche astratte – lo Stato di diritto e la santità dei confini – che rendono Washington uno zimbello. Più di ogni altra nazione sul pianeta (e di gran lunga), negli ultimi decenni ha violato questi standard in modo grave e palese per decine di volte.

Tra le altre azioni, gli interventi di Washington in Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia, Yemen, Siria, Somalia, ecc. non sono stati solo inutili, ma anche un’evidente violazione dello stesso Stato di diritto e della sacralità dei confini su cui Washington si batte sempre più strenuamente.

Inoltre, crogiolandosi in questa sguaiata ipocrisia, Washington ha abbandonato ogni parvenza di buon senso sul perché questo conflitto sia avvenuto e sul perché sia del tutto irrilevante per la sicurezza nazionale della nazione americana o, se vogliamo, anche dell’Europa.

Il fatto fondamentale è che, a parte il periodo storicamente breve del ferreo dominio comunista durante l’era sovietica, l’Ucraina non è mai stata uno Stato nazionale all’interno dei suoi confini post-1991. Infatti, per oltre 275 anni prima del 1918, gran parte dei suoi territori erano terre di confine, vassalli e vere e proprie province della Russia zarista.

Non abbiamo quindi a che fare con l’invasione di uno Stato di lunga data, etnicamente e linguisticamente coerente, da parte del suo aggressivo vicino, ma con il pot-pourri di lingue, territori, economie e storie separate che sono state tritate insieme da brutali governanti comunisti tra il 1918 e il 1991.

Di conseguenza, l’inverno buio e freddo del collasso stagflazionistico in Europa, che si avvicina rapidamente, non è fatto in eroica difesa dei grandi principi proposti da Washington e dalla NATO. Al contrario, si tratta di un’inutile e sporca attività di conservazione di un ignobile status quo ante che è stato creato nelle terre a nord del Mar Nero, non dal normale corso dell’evoluzione storica e dell’accrescimento degli Stati nazionali, ma dalle mani sanguinarie di Lenin, Stalin e Kruscev.

In ogni caso, i costi economici impressionanti per la gente comune d’Europa nel perseguire uno scopo così inconsistente ed illegittimo stanno iniziando ad essere avvertiti dalle vittime a lungo sofferenti dei governanti elitari di Bruxelles. Da qui il tuono delle elezioni italiane di questo fine settimana e l’appello parallelo di Viktor Orbán all’Unione Europea affinché elimini le sanzioni e quindi potenzialmente riduca i prezzi dell’energia della metà in un colpo solo.

Orbán non è nemmeno l’unico a chiedere la fine delle sanzioni: anche il primo ministro greco Kyriakos Mitsotaki ha chiesto l’abrogazione delle sanzioni russe. Altri leader politici, come Matteo Salvini, che guida il partito conservatore della Lega e sarà una forza importante nel nuovo governo italiano, affermano che l’Europa ha bisogno di un “ripensamento” sulle sanzioni alla Russia a causa delle pesantissime ricadute economiche.

Allo stesso modo, anche il partito conservatore Alternativa per la Germania (AfD) spinge per la fine delle sanzioni e per la riapertura dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 (ma che strano, i gasdotti sono saltati, N.d.T.) a causa dell’aumento dei costi energetici in Germania. Il membro dell’AfD al Bundestag, Mariana Harder-Kühnel, ad esempio, ha recentemente fatto eco all’appello di Orbán.

“La burocrazia dell’UE ha tirato fuori le sanzioni e ora siamo noi a pagare il conto”, ha dichiarato.

In questo contesto, il crollo della sterlina inglese, che si è verificato da venerdì sul mercato ForEx parla più di ogni altra cosa.

La sterlina britannica è rapidamente precipitata al livello più basso di sempre all’inizio di questa mattina, toccando 1,0349 dollari durante le ore di negoziazione asiatiche, superando il precedente minimo storico del 1985. Inoltre, il crollo odierno ha fatto seguito a quello del 3% di venerdì scorso, dopo che il nuovo governo Truss aveva annunciato ampi tagli alle tasse e un massiccio salvataggio energetico per imprese e privati.

Allo stesso modo, il prezzo del debito pubblico britannico è sceso di pari passo con la sterlina, con rendimenti in forte aumento anche oggi. Il titolo di Stato a 10 anni rendeva il 4,11%, con un aumento di 28 punti base rispetto a venerdì e uno sbalorditivo 342% rispetto al rendimento dello 0,93% di un anno fa.

uk_10_y_bondRendimento titolo di stato decennale britannico

A scanso di equivoci, ecco l’andamento della sterlina negli ultimi dodici mesi. Questo è un enorme “pollice verso” da parte dei mercati ForEx, se mai ce n’è stato uno.

uk_10_y_poundAndamento della sterlina inglese negli ultimi dodici mesi

Ma il punto rilevante non sono tutte le chiacchiere keynesiane “sull’errore” di abbassare l’aliquota fiscale massima del 45% e di eliminare altri disincentivi al lavoro e agli investimenti che portano le aliquote marginali britanniche al 60%. Queste riduzioni delle schiaccianti aliquote fiscali che i governi conservatori e laburisti hanno eretto in cima allo sfarzoso Welfare State del Regno Unito erano attese da tempo e, di fatto, stimoleranno un’attività economica compensativa.

Ciò che in realtà distruggerà i resti della sostenibilità fiscale del Regno Unito è il piano assolutamente folle della Truss di congelare tutti i prezzi dell’energia per tutti i cittadini e le imprese, con un costo di oltre 200 miliardi di dollari all’anno o del 5% del PIL.  Ma questa è una follia neocon galoppante.

Se Londra vuole alleviare ai propri consumatori i prezzi esorbitanti dell’energia e delle altre bollette, deve solo seguire il consiglio di Orban e porre fine alla sua guerra di sanzioni contro le esportazioni russe di energia, cibo e altre materie prime. E non costerebbe un centesimo all’erario.

In altre parole, il crollo della sterlina dovrebbe essere un campanello d’allarme generale per l’Europa e anche per Washington. Dichiarando guerra al commercio produttivo e pacifico con la Russia che prevaleva in precedenza, i leader europei – soprattutto il nuovo governo del Regno Unito – hanno sacrificato la propria prosperità e il tenore di vita dei loro cittadini a favore di un regime prodigiosamente corrotto e antidemocratico a Kiev, dedito a preservare intatto nulla di più nobile della mano morta del vecchio Presidium sovietico.

O come ha giustamente riassunto il nostro amico James Howard Kunstler:

“Accettiamo il fatto che il luogo chiamato Ucraina non è mai stato affare dell’America. Per secoli l’abbiamo ignorata, attraverso tutte le colorate cariche di cavalleria di turchi e tartari, il regno degli audaci cosacchi zaporoziani, i crudeli abusi di Stalin, poi di Hitler, e gli anni grigi e spenti da Krusciov a Eltsin. Ma poi, dopo aver distrutto l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, la Somalia e vari altri luoghi per un grande gioco egemonico, i guerrafondai professionisti della nostra terra e i loro catamiti a Washington hanno fatto dell’Ucraina il loro prossimo progetto speciale. Hanno architettato il colpo di Stato del 2014 a Kiev, che ha spodestato il presidente regolarmente eletto, Yanyukovich, per creare un gigantesco supermercato di truffe e di riciclaggio internazionale. L’altro obiettivo strategico era quello di preparare l’Ucraina all’adesione alla NATO, che l’avrebbe resa, di fatto, una base missilistica avanzata proprio contro il confine con la Russia. Perché, beh, Russia, Russia, Russia!”

Torniamo quindi alla questione in oggetto: ogni elezione presidenziale ucraina dal 1991 ha rivelato una nazione radicalmente divisa tra popolazioni filorusse a Est e a Sud e nazionalisti antirussi al centro e a Ovest. Quando il pugno di ferro del regime comunista è stato rimosso, infatti, l’Ucraina è diventata un territorio che anelava a essere suddiviso in giurisdizioni di governo più facilmente accessibili.

Per esempio, ecco i risultati delle elezioni del 2010 che hanno portato un politico filo-russo alla presidenza e che hanno dato origine al putsch di Washington durante la rivolta di Piazza Maidan che ha presto portato il Paese alla guerra civile.

2010_vote_ukraineRisultati delle elezioni del 2010 in Ucraina

La mappa sopra riportata rende a malapena giustizia alle cifre reali. In molte delle aree gialle, che sostenevano Julia Tymoshenko, il voto era stato dell’80% o più a favore della candidatura nazionalista di quest’ultima, mentre in gran parte dell’area blu la vittoria del filo-russo Viktor Yanukovych aveva le stesse percentuali.

Ma non si è trattato di un caso isolato di politica elettorale a breve termine: si tratta in realtà della recrudescenza del modo in cui la finta nazione ucraina è stata messa insieme negli ultimi tre secoli.

Prima della fine della prima guerra mondiale, non esisteva uno Stato ucraino. Come le politiche artificiali e insostenibili della Cecoslovacchia e della Jugoslavia, create a Versailles da politici che servivano i propri interessi (in particolare da Woodrow Wilson, in cerca di voti a casa propria), l’Ucraina era un prodotto dell’ingegneria geopolitica, in questo caso dei nuovi governanti dell’Unione Sovietica.

In effetti, la provenienza storica “dell’Ucraina” può essere descritta in poche parole. Quella che sarebbe diventata l’Ucraina si unì alla Russia nel 1654, quando Bohdan Khmelnitsky, un atamano dell’Armata Zaporozhiana (traduzione forzata dell’originale Zaporozhian Host, N.d.T.), presentò una petizione allo zar russo Alessio affinché accettasse l’Armata Zaporozhiana nella Russia. In altre parole, la Russia imperiale diede origine all’odierna aggregazione dell’Ucraina annettendo al suo servizio i temibili guerrieri cosacchi che abitavano la sua regione centrale.

L’esercito e il piccolo territorio allora sotto il controllo dell’atamano furono chiamati “u kraine”, che in russo significa “ai margini”, un termine che era nato nel XII secolo per descrivere le terre al confine con la Russia.

Nei 250 anni successivi, l’espansionismo degli zar aggiunse sempre più territori adiacenti, designando le regioni orientali e meridionali come “Novorussiya” (Nuova Russia), territori che includevano la Crimea che Caterina la Grande acquistò dagli Ottomani nel 1783.

In altre parole, all’epoca dell’indipendenza dell’America, il cuore dell’odierna Ucraina era governato dal lungo braccio dell’autocrazia zarista.

Dopo la rivoluzione bolscevica, naturalmente, la mappa cambiò radicalmente. Nel 1919 Lenin creò lo Stato socialista dell’Ucraina su parte del territorio dell’ex Impero russo. L’Ucraina divenne ufficialmente la Repubblica Popolare Ucraina con capitale Kharkov nel 1922 (spostata a Kiev nel 1934).

Di conseguenza, il nuovo Stato comunista fagocitò la Novorussiya per le porzioni orientali e meridionali dell’area verde nella mappa mostrata più sotto, comprese le regioni di Donetsk e Lugansk, nonché le regioni di Kherson e Zaporizhzhia che si affacciano sul Mar d’Azov e sul Mar Nero e che sono i luoghi degli odierni referendum di secessione sponsorizzati dalla Russia.

Successivamente, nel 1939, in seguito al famigerato Patto nazi-sovietico, Stalin poté annettere i territori orientali della Polonia, come indicato dalle aree gialle della mappa. In questo modo, il territorio storico della Galizia e la città polacca di Lvov furono incorporati nell’Ucraina con un decreto congiunto di Stalin e Hitler.

Nel giugno del 1940 la Romania ottenne da Stalin l’annessione della Bucovina settentrionale (area marrone). Infine, alla conferenza di Yalta del 1945, su insistenza di Stalin presso Churchill e Roosevelt, anche la Rutenia ungherese dei Carpazi fu incorporata nell’Unione Sovietica e aggiunta all’Ucraina.

L’insieme di queste confische staliniane è oggi noto come Ucraina occidentale, la cui popolazione comprensibilmente non va d’accordo con i russi. Allo stesso tempo, l’85% della popolazione di lingua russa che abita la zona viola (Crimea) fu regalata all’Ucraina da Kruscev nel 1954 proprio per prolungare la sua adesione alla dittatura comunista.

Ciò nonostante, dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica, l’Ucraina ha ereditato questi confini confezionati dal comunismo, all’interno dei quali si trovavano circa 40 milioni di russi, polacchi, ungheresi, rumeni, tartari e innumerevoli altre nazionalità minori, tutti intrappolati in un Paese appena dichiarato in cui non desideravano particolarmente risiedere.

ukraine_territoryEvoluzione territoriale dell’Ucraina

In effetti, il motivo per cui lo sfortunato Stato “dell’Ucraina” ha bisogno di un aiuto nella divisione, non di una guerra per preservare il lavoro di zar e commissari, è stato ben riassunto da Alexander G. Markovsky su American Thinker:

“L’odierna guerra civile ucraina è quindi notevolmente aggravata dal fatto che, a differenza di società pluralistiche come gli Stati Uniti, il Canada, la Svizzera e la Russia, che sono tolleranti nei confronti di culture, religioni e lingue diverse, l’Ucraina non lo è. Non sorprende che la devozione al pluralismo non sia il suo forte. Anche se il regime di Kiev non aveva radici storiche nel territorio in cui si trovava, dopo aver dichiarato l’indipendenza ha imposto le regole ucraine e la lingua ucraina ai non ucraini.

Di conseguenza, i sentimenti filorussi – che vanno dal riconoscimento dello status ufficiale della lingua russa alla vera e propria secessione – sono sempre stati prevalenti in Crimea e nell’Ucraina orientale. L’Ucraina occidentale ha sempre gravitato verso le sue radici polacche, rumene e ungheresi. Enfaticamente anti-russa, la Polonia potrebbe non perdere questa opportunità strategica per riacquistare il proprio territorio e vendicare l’umiliazione inflitta dalla Conferenza di Yalta.

L’insistenza dell’Occidente nel mantenere lo status quo dei confini ucraini stabiliti da Lenin, Stalin e Hitler mette in luce lo scollamento tra dottrina strategica e principi morali. 

I polacchi non fanno mistero delle loro ambizioni. Il presidente polacco Andrzej Duda ha recentemente dichiarato: “Per decenni, e forse, Dio non voglia, per secoli, non ci saranno più confini tra i nostri Paesi – Polonia e Ucraina. Non ci saranno confini!”.

Neppure la Romania resta molto indietro, soprattutto alla luce del fatto che molti abitanti dell’ex Bucovina settentrionale hanno già il passaporto rumeno.

Il territorio dell’Ucraina è un mosaico di terre altrui. Se vogliamo fermare questa guerra folle e garantire la pace in Europa, invece di definire una farsa il referendum sponsorizzato dalla Russia nell’Ucraina orientale, dovremmo condurre un referendum onesto in tutti i territori contesi sotto l’egida delle Nazioni Unite e lasciare che il popolo decida quale governo vuole.”

Inutile dire che la spartizione del falso Stato ucraino non è neanche lontanamente nei pensieri di Washington. Dopo tutto, eliminerebbe l’ultima ragione neocon per diffondere la benedizione della guerra perenne alle zone più belle del pianeta.

dave_stockman David Stockman è stato per due mandati deputato del Michigan. È stato anche direttore dell’Ufficio di gestione e bilancio sotto il presidente Ronald Reagan. Dopo aver lasciato la Casa Bianca, Stockman ha avuto una carriera ventennale a Wall Street.

 

Link: https://original.antiwar.com/David_Stockman/2022/09/27/washingtons-pointless-war-on-behalf-of-a-fake-nation/

La Guerra è appena iniziata

Condividi su:

Segnalazione di Federico Prati

di Big Serge
bigserge.substack.com

Per diversi giorni ho cercato di raccogliere le idee sulla guerra russo-ucraina e di condensarle in un altro pezzo di analisi, ma i miei sforzi sono stati costantemente frustrati dall’ostinato rifiuto della guerra di stare ferma. Dopo un lento e progressivo rallentamento per gran parte dell’estate, gli eventi hanno cominciato ad accelerare, richiamando alla mente una famosa battuta di Vladimir Lenin: “Ci sono decenni in cui non succede nulla e ci sono settimane in cui succedono decenni.”

Questa è stata una di quelle settimane. È iniziata con l’inizio dei referendum in quattro ex oblast ucraini per decidere se aderire o meno alla Federazione Russa, accompagnati dall’annuncio di Putin che i riservisti sarebbero stati richiamati per aumentare il dispiegamento di forze in Ucraina. Un’ulteriore agitazione è scaturita dai fondali del Baltico con la misteriosa distruzione degli oleodotti Nordstream. Circolano voci sul nucleare, mentre la guerra sul campo continua.

Nel complesso, è chiaro che ci troviamo attualmente nel periodo di transizione verso una nuova fase della guerra, con un maggiore dispiegamento di forze russe, regole di ingaggio ampliate e un’intensità maggiore. La seconda stagione dell’Operazione militare speciale incombe, e con essa l’inverno di Yuri:

The Big Serge Pledge

Special Military Operation, Season 2: The Winter of Yuri pic.twitter.com/iKHrmTppV6

— Big Serge ☦️🇺🇸🇷🇺 (@witte_sergei) September 27, 2022

Cerchiamo di elaborare gli sviluppi delle ultime settimane e di fare il punto sulla possibile evoluzione della situazione in Ucraina.

Annessioni

L’evento chiave al centro della recente escalation è stato l’annuncio di indire referendum in quattro regioni (Donetsk, Lugansk, Zaporizhia e Kherson) per decidere sulla questione del loro ingresso nella Federazione Russa. L’implicazione era ovviamente che se i referendum fossero andati a buon fine (una questione che non è mai stata in dubbio), queste regioni sarebbero state annesse alla Russia. Sebbene siano circolate alcune voci secondo cui la Russia avrebbe ritardato l’annessione, ciò non è mai stato realmente plausibile. Consentire a queste regioni di votare a favore dell’adesione alla Russia per poi lasciarle fuori al freddo sarebbe enormemente impopolare e solleverebbe seri dubbi sull’impegno della Russia nei confronti della popolazione ucraina.

L’annessione formale è una certezza, magari non il 30 settembre come si dice, ma entro la prossima settimana.

Tutto questo è piuttosto prevedibile e completa il primo livello di annessioni di cui avevo discusso nelle analisi precedenti. Il ragionamento non è particolarmente complesso: liberare il Donbass e mettere in sicurezza la Crimea erano gli obiettivi minimi assoluti della Russia per la guerra, e mettere in sicurezza la Crimea richiede sia un ponte terrestre con collegamenti stradali e ferroviari (oblast di Zaporizhia) sia il controllo delle fonti d’acqua della Crimea (Kherson). Questi obiettivi minimi sono stati ora formalmente designati, anche se, naturalmente, l’Ucraina mantiene alcune attività militari su questi territori e dovrà essere sloggiata.

La mappa di annessione di Big Serge: Fase 1 completata

Penso, tuttavia, che la gente abbia perso di vista il significato dei referendum e delle conseguenti annessioni. I discorsi occidentali si sono concentrati sull’illegittimità del voto e sull’illegalità di qualsiasi annessione, ma questo non è molto interessante o importante. La legittimità dell’annessione deriva dal fatto che l’amministrazione russa possa o meno avere successo in queste regioni. La legittimità, in quanto tale, è solo una questione di efficacia del potere statale. Lo Stato è in grado di proteggere, estrarre e giudicare?

In ogni caso, ciò che è molto più interessante dei tecnicismi dei referendum è ciò che la decisione di annettere queste regioni dice sulle intenzioni russe. Una volta annesse formalmente, queste regioni saranno considerate dallo Stato russo come territorio russo sovrano, soggetto a protezione tramite l’intera gamma delle capacità russe, comprese (nello scenario più terribile e improbabile) le armi nucleari. Quando Medvedev lo aveva sottolineato, la cosa era stata bizzarramente interpretata come una “minaccia nucleare,” ma ciò che in realtà stava cercando di comunicare è che questi quattro oblast diventeranno parte della definizione minima di integrità dello Stato russo – in altre parole, non saranno negoziabili.

Credo che il modo migliore per formulare la questione sia il seguente:

L’annessione conferisce una designazione formale del fatto che un territorio è stato ritenuto esistenzialmente importante per lo Stato russo e [ogni minaccia nei suoi confronti] sarà interpretata come se l’integrità della nazione e dello Stato fosse a rischio.

Chi si fissa sulla “legalità” dei referendum (come se esistesse una cosa del genere) e sul presunto ricatto nucleare di Medvedev non coglie questo punto. La Russia ci sta dicendo dove si trova attualmente il limite delle sue condizioni minime di pace. Non se ne andrà senza almeno questi quattro oblast e considera la possibilità di utilizzare l’intera gamma di capacità dello Stato per raggiungere questo obiettivo.

Generazione di forze

La mossa di indire i referendum ed eventualmente annettere il territorio di sud-est è stata accompagnata dall’atteso annuncio di Putin di una “mobilitazione parziale.” In apparenza, l’ordine iniziale richiama solo 300.000 uomini con precedenti esperienze militari, ma la porta è stata lasciata aperta per ulteriori incrementi a discrezione dell’ufficio del presidente. Implicitamente, Putin può ora aumentare la mobilitazione come meglio crede senza dover fare ulteriori annunci o firmare ulteriori documenti. Questo è simile al Lend-Lease americano o all’”Autorizzazione all’uso della forza militare” in America, dove la porta viene aperta una volta sola e il presidente è poi libero di muoversi a piacimento, senza nemmeno informare il pubblico.

Era sempre più chiaro che la Russia doveva aumentare il proprio dispiegamento di forze. Il successo dell’Ucraina verso il fiume Oskil è stato reso possibile dalla scarsità di truppe russe. L’esercito russo aveva completamente svuotato l’oblast di Kharkiv, lasciando solo una sottile forza di controllo composta da guardie nazionali e milizie dell’LNR. Nei luoghi in cui l’esercito russo aveva scelto di schierare consistenti formazioni regolari, i risultati sono stati disastrosi per l’Ucraina: la famigerata controffensiva di Kherson si è trasformata in un poligono di tiro per l’artiglieria russa, mentre l’esercito ucraino ha continuato inutilmente a far affluire uomini in una testa di ponte senza speranza ad Andriivka.

Un tiro al bersaglio

Finora, in questa guerra, l’Ucraina ha ottenuto due grandi successi nella riconquista del territorio: il primo in primavera, intorno a Kiev, e ora la riconquista a fine estate dell’oblast di Kharkov. In entrambi i casi, i Russi avevano preventivamente svuotato i settori. Non abbiamo ancora visto un’offensiva ucraina di successo contro l’esercito russo in posizione difensiva. La soluzione più ovvia, quindi, è quella di aumentare il dispiegamento di forze in modo che non sia più necessario sottopotenziare sezioni del fronte.

L’aumento iniziale di 300.000 uomini inganna un po’. Non tutti i richiamati saranno inviati in Ucraina. Molti resteranno in Russia in servizio di presidio, in modo da poter far ruotare in Ucraina le formazioni già pronte. Pertanto, è probabile che vedremo più unità russe arrivare nel teatro bellico molto prima del previsto. Inoltre, molte delle unità originariamente impegnate in Ucraina sono state allontanate dal fronte per essere reintegrate e fatte riposare. L’entità e il ritmo della nuova generazione di forze russe sarà probabilmente sconvolgente. Nel complesso, la tempistica dell’aumento degli effettivi russi coincide con l’esaurimento delle capacità ucraine.

L’Ucraina ha trascorso l’estate inviando i suoi coscritti di secondo livello sul fronte del Donbass, mentre raccoglieva amorevolmente le armi donate dalla NATO e addestrava le unità [di primo livello] nelle retrovie. Con il generoso aiuto della NATO, l’Ucraina è stata in grado di accumulare forze per due offensive su larga scala: una a Kherson (che è fallita in modo spettacolare) e una a Kharkov (che è riuscita a superare la forza di protezione russa e a raggiungere l’Oskil). Gran parte della potenza di combattimento accuratamente accumulata è ora scomparsa o degradata. Sono circolate voci di una terza offensiva verso Melitipol, ma l’Ucraina non sembra avere la potenza di combattimento per realizzarla e forti forze russe sono nella regione dietro linee difensive già pronte.

Nel complesso, quindi, la finestra per le operazioni offensive dell’Ucraina si è chiusa e quel poco che rimane si sta chiudendo rapidamente. L’ultima zona di intense operazioni ucraine è quella intorno a Lyman, dove gli aggressivi attacchi ucraini non sono finora riusciti né a prendere d’assalto né a circondare la città. È ancora possibile che l’Ucraina prenda Lyman e consolidi il controllo di Kupyansk, ma questo rappresenterebbe probabilmente il culmine della capacità offensiva ucraina. Per ora, l’area intorno a Lyman è una zona mortale che espone le truppe ucraine attaccanti al fuoco aereo e terrestre russo.

La visione su larga scala dei rapporti di forza è la seguente:

L’Ucraina ha esaurito gran parte della potenza di combattimento accumulata con l’aiuto della NATO durante l’estate e avrà urgente bisogno di ridurre l’intensità dei combattimenti per rifornirsi e riarmarsi, proprio nel momento in cui la potenza di combattimento russa nel teatro bellico inizierà ad aumentare.

Contemporaneamente, la capacità della NATO di armare l’Ucraina sta per esaurirsi. Analizziamo questo aspetto più da vicino.

L’esaurimento della NATO

Uno degli aspetti più affascinanti della guerra in Ucraina è la misura in cui la Russia è riuscita a distruggere l’hardware militare della NATO senza combattere una guerra diretta contro le forze della NATO. In una precedente analisi avevo descritto l’Ucraina come una forza vampiresca che ha invertito la logica della guerra per procura; è un buco nero che risucchia l’equipaggiamento della NATO per farlo distruggere.

Le scorte a cui attingere per continuare ad armare l’Ucraina sono ormai molto limitate. La rivista Military Watch ha notato che la NATO ha svuotato il vecchio parco carri armati del Patto di Varsavia, rimanendo priva di mezzi corazzati sovietici da donare all’Ucraina. Una volta che queste scorte saranno completamente esaurite, l’unica opzione sarà quella di fornire all’Ucraina carri armati occidentali. Questo, tuttavia, è molto più difficile di quanto sembri, perché richiederebbe non solo riaddestrare completamente le squadre dei carristi, ma anche una selezione completamente diversa di munizioni, pezzi di ricambio e strutture di riparazione.

I carri armati non sono però l’unico problema. L’Ucraina sta ora affrontando una grave carenza di artiglieria convenzionale a tubo. All’inizio dell’estate, gli Stati Uniti avevano regalato un certo numero di obici da 155 mm, ma con le scorte di cannoni e proiettili in diminuzione, di recente [gli Ucraini] sono stati costretti a ricorrere a pezzi trainati di calibro e qualità inferiore. Dopo l’annuncio di un’altra tranche di aiuti il 28 settembre, gli Stati Uniti hanno ora messo insieme cinque pacchetti consecutivi che non contengono proiettili convenzionali da 155 mm. I proiettili per l’artiglieria sovietica ucraina si stavano esaurendo già a giugno.

In effetti, lo sforzo per mantenere in funzione l’artiglieria ucraina ha attraversato diverse fasi. Nella prima, le scorte di proiettili sovietici del Patto di Varsavia sono state svuotate per rifornire i cannoni in possesso dell’Ucraina. Nella seconda fase, all’Ucraina sono state fornite capacità occidentali di medio livello, in particolare gli obici da 155 mm. Ora che i proiettili da 155 mm si stanno esaurendo, l’Ucraina deve accontentarsi dei cannoni da 105 mm, che sono nettamente surclassati dagli obici russi e saranno, in una parola, condannati alla distruzione in qualsiasi tipo di azione di controbatteria.

In sostituzione di un’adeguata artiglieria a tubo, l’ultimo pacchetto di aiuti include altri 18 esemplari dell’arma preferita dai meme di internet: il sistema di razzi a lancio multiplo HIMARS. Ciò che non viene esplicitamente menzionato nel comunicato stampa è che i sistemi HIMARS non sono presenti negli attuali inventari statunitensi e dovranno essere costruiti ex-novo, quindi è improbabile che arrivino in Ucraina prima di diversi anni.

Le crescenti difficoltà nell’armare l’Ucraina coincidono con la rapida chiusura della finestra di opportunità operativa dell’Ucraina. Le forze accumulate durante l’estate sono ormai degradate e logorate e ogni successiva ricostruzione delle forze ucraine di primo livello diventerà più difficile a causa della distruzione degli effettivi e dell’esaurimento degli arsenali della NATO. Questo esaurimento arriva proprio quando la generazione di forze russe sta aumentando, preannunciando l’inverno di Yuri.

La guerra d’inverno

Chiunque si aspetti che la guerra rallenti durante l’inverno avrà una sorpresa. La Russia lancerà un’offensiva nel tardo autunno/inverno e otterrà guadagni significativi. L’arco di generazione delle forze (sia l’accumulo crescente di forze da parte della Russia che il degrado dell’Ucraina) coincide con l’avvicinarsi del freddo.

Facciamo una breve nota sul combattimento invernale. La Russia è perfettamente in grado di condurre operazioni efficaci nella neve. Tornando alla Seconda Guerra Mondiale, l’Armata Rossa era stata più che in grado di ottenere successi offensivi durante l’inverno, a partire dal 1941 con la controffensiva generale a Mosca, di nuovo nel 1942 con la distruzione della Sesta Armata tedesca a Stalingrado e, nel 1943-44, con due offensive di successo su larga scala iniziate in pieno inverno. Naturalmente la Seconda Guerra Mondiale non è direttamente applicabile in tutti i sensi, ma possiamo stabilire che, da un punto di vista tecnico, esiste una capacità chiaramente consolidata di condurre operazioni in condizioni invernali.

Abbiamo anche esempi più recenti. Nel 2015, durante la prima guerra del Donbass, le forze della LNR e della DNR avevano lanciato un’operazione a tenaglia che aveva accerchiato un battaglione ucraino [distruggendolo poi] nella battaglia di Debaltseve. E, naturalmente, la guerra russo-ucraina è iniziata a febbraio, quando gran parte dell’Ucraina settentrionale era sotto zero.

Bella mossa

Il clima invernale favorisce un’offensiva russa per molteplici ragioni. Uno dei paradossi delle operazioni militari è che il gelo, in realtà, migliora la mobilità: i veicoli possono rimanere bloccati nel fango, ma non sul terreno ghiacciato. Nel periodo 1941-43, le truppe tedesche festeggiavano l’arrivo della primavera, perché il disgelo avrebbe impantanato l’Armata Rossa nel fango e rallentato il suo slancio. La caduta invernale del fogliame riduce anche la copertura disponibile per le truppe in posizione difensiva. E, naturalmente, il freddo favorisce chi ha un accesso più affidabile all’energia.

Per quanto riguarda la scelta della Russia di impegnare le sue nuove forze, ci sono quattro possibilità realistiche, che elencherò in ordine sparso:

1. Riaprire il Fronte settentrionale con un’operazione intorno a Kharkov. L’attrattiva di questa opzione è evidente. Un attacco russo in forze verso Kharkov vanificherebbe immediatamente tutti i guadagni dell’Ucraina verso l’Oskil, compromettendo le loro retrovie.

2. Un’offensiva su Nikolayev dalla regione di Kherson. Questo si avvicinerebbe ulteriormente all’obiettivo di un’Ucraina senza sbocchi sul mare e sfrutterebbe il fatto che le forze ucraine in questa regione sono malridotte dopo il fallimento della loro offensiva.

3. Un impegno massiccio nel Donbass per completare la liberazione del territorio della DNR catturando Slovyansk e Kramatorsk. Questo è meno probabile, poiché la Russia ha dimostrato di essere a suo agio con il ritmo lento delle operazioni su questo fronte.

4. Una spinta a nord dall’area di Melitopol verso Zaparozhia. Questo salvaguarderebbe la centrale nucleare e porrebbe fine a qualsiasi minaccia credibile per il ponte terrestre verso la Crimea.

Altre possibilità le considero improbabili. Una seconda avanzata su Kiev avrebbe poco senso dal punto di vista operativo, poiché non sosterrebbe nessuno dei fronti esistenti. Mi aspetterei un’azione intorno a Kiev solo se la nuova generazione di forze fosse significativamente maggiore di 300.000 unità. Altrimenti, è probabile che le offensive invernali della Russia si concentrino su fronti che si sostengono a vicenda. Ritengo probabile qualche movimento per riaprire il fronte nord, in quanto vanificherebbe i guadagni dell’Ucraina in direzione di Izyum-Kupyansk. Si dice che si stiano spostando forze in Bielorussia, ma in realtà penso che l’asse Chernigov-Sumy sia più probabile di una nuova operazione a Kiev, in quanto potrebbe essere di supporto ad un’offensiva su Kharkov.

Potenziali assi dell’avanzata invernale (Base Map Credit: @War_Mapper)

A livello generale, è chiaro che la finestra di manovra dell’Ucraina per le operazioni offensive si sta rapidamente chiudendo e che i rapporti di forza sul terreno si sposteranno decisamente a favore della Russia durante l’inverno.

Nordstream ed escalation

Mentre stavamo riflettendo su questi sviluppi sul terreno, è emersa un’altra trama sottomarina. Il primo indizio che qualcosa non andava era stata la notizia che la pressione nel gasdotto Nordstream 1 stava misteriosamente calando. Si è poi saputo che il gasdotto, insieme al Nordstream 2 non operativo, aveva subito gravi danni. I sismologi svedesi avevano registrato esplosioni sul fondo del Mar Baltico e si è scoperto che le condutture sono state fortemente danneggiate.

Siamo franchi su questo punto. La Russia non ha fatto esplodere i propri gasdotti ed è ridicolo insinuare che lo abbia fatto. L’importanza del gasdotto per la Russia risiedeva nel fatto che poteva essere attivato o chiuso, fornendo un meccanismo di leva e di negoziazione nei confronti della Germania. Nella classica formulazione del bastone e della carota, non si può muovere l’asino se la carota viene fatta saltare in aria. L’unico scenario possibile in cui la Russia potrebbe essere responsabile del sabotaggio sarebbe se qualche fazione integralista all’interno del governo russo avesse ritenuto che Putin si stava muovendo troppo lentamente e avesse voluto forzare un’escalation. Una cosa del genere, tuttavia, implicherebbe che Putin stia perdendo il controllo interno e non ci sono prove a sostegno di questa teoria.

Quindi, torniamo all’analisi elementare e chiediamoci: Cui bono? Chi ci guadagna? Beh, considerando che la Polonia ha festeggiato l’apertura di un nuovo gasdotto dalla Norvegia solo pochi giorni fa e che un certo ex parlamentare polacco ha ringraziato cripticamente gli Stati Uniti su Twitter, è lecito fare qualche ipotesi.

La prima regola del delitto perfetto è non vantarsene su Twitter

Meditiamo brevemente sulle reali implicazioni della scomparsa del Nordstream.

1. La Germania perde quel poco di autonomia e flessibilità che aveva, diventando ancora più dipendente dagli Stati Uniti.

2. La Russia perde un punto di influenza sull’Europa, riducendo gli incentivi al negoziato.

3. La Polonia e l’Ucraina diventano nodi di transito ancora più critici per il gas.

La Russia percepisce chiaramente questa iniziativa come una mossa di sabotaggio da parte della NATO, volta a metterla all’angolo. Il governo russo ha dichiarato che si tratta di un atto di “terrorismo internazionale” e ha affermato che le esplosioni sono avvenute in aree “controllate dalla NATO” – la concatenazione di queste dichiarazioni è che incolpano la NATO di un atto di terrorismo, senza dirlo esplicitamente. Ciò ha provocato un’altra riunione del Consiglio di Sicurezza nazionale russo.

Molte nazioni occidentali hanno consigliato ai loro cittadini di lasciare immediatamente la Russia, facendo capire di essere preoccupate per un’escalation (questo coincide con la folle affermazione dell’Ucraina secondo cui la Russia potrebbe essere sul punto di usare armi nucleari). Per il momento, mi aspetto che l’escalation russa rimanga confinata alla sola Ucraina, probabilmente in coincidenza con il dispiegamento di ulteriori forze di terra russe. Se la Russia si sentirà costretta ad intraprendere un’escalation fuori da questo teatro, l’opzione più probabile resta quella di colpire i satelliti americani, le infrastrutture digitali [cavi sottomarini] o le forze in Siria.

Sull’orlo del precipizio

Sono pienamente consapevole del fatto che, dopo i guadagni dell’Ucraina nell’oblast di Kharkov, le mie opinioni saranno interpretate come un “farsene una ragione,” ma sarà il tempo a dirlo. L’Ucraina è allo stremo – ha prosciugato tutto ciò che era utilizzabile dalle scorte della NATO per costruire una forza di primo livello durante l’estate e quella forza è stata distrutta e degradata in modo irreparabile, proprio quando la generazione di forze della Russia è destinata ad aumentare in modo massiccio. L’inverno porterà non solo l’eclissi dell’esercito ucraino, la distruzione di infrastrutture vitali e la perdita di nuovi territori e centri abitati, ma anche una grave crisi economica in Europa. Alla fine, tutto ciò che rimarrà agli Stati Uniti sarà dover governare su un’Europa deindustrializzata e degradata e su un residuo di Ucraina, una sorta di bidone della spazzatura senza sbocchi al mare ad ovest del Dnieper.

Per ora, però, siamo nell’interregno, mentre si spengono le ultime fiamme della potenza combattiva dell’Ucraina. Ci sarà una pausa operativa e poi un’offensiva invernale russa. Ci saranno diverse settimane in cui non succederà nulla, e poi succederà tutto.

Durante questa pausa operativa, potreste essere tentati di chiedere: “È finita, Yuri?

No, compagno Premiere. È solo l’inizio.”

Big Serge

Fonte: bigserge.substack.com
Link: https://bigserge.substack.com/p/the-war-has-just-begun
29.09.2022

DEXIT: LA GERMANIA ROMPE IL PATTO DI STABILITÀ E PREPARA IL SUO ADDIO ALL’EURO

Condividi su:

Se la Germania, locomotiva dell’euro, lo abbandonerà tornando al marco, è evidente che se vorranno sopravvivere, anche gli altri Stati membri dell’Unione Europea dovranno fare altrettanto, con una moneta nazionale svalutata. In Italia, potrebbero, dunque, esservi delle sorprese entro la fine dell’anno, in merito al ritorno alla Lira svalutata, come conseguenza dell’addio all’Euro di chi ne era il perno sostanziale. (n.d.r.)

Segnalazione di Federico Prati

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

“E’ la Germania a tenerci dentro l’euro…..” – quante volte avete sentito ripetere questa frase dai nostri politici e dai ventriloqui del potere per voce della stampa di regime.

Per decenni ci hanno rifilato questa “sola” con la maggior parte della gente a crederci. I bravi ricchi tedeschi da una parte e gli spreconi italiani dall’altra. Quelli che perennemente vivono sopra le loro possibilità. Salvo poi scoprire che siamo da sempre contributori netti verso l’Unione Europea e che da 30 anni consecutivi (eccetto l’anno del Covid), il nostro governo consegue avanzi primari di bilancio.

Ricordo ai meno esperti che l’avanzo primario in soldoni significa: lo Stato incassa dai cittadini più soldi in tasse di quello che versa loro con la spesa pubblica.

Avete capito bene: lo Stato italiano da tre decadi è in surplus.. ma quale aver vissuto sopra in nostri mezzi!

Un concetto questo, che se anche volessimo ragionare con il pensiero dottrinale fraudolento imposto dalle regole europee, come vedete viene ribaltato dalla realtà dei fatti, ovvero abbiamo vissuto al di sotto dei nostri mezzi.

L’euro non fa comodo ai tedeschi, come non fa comodo ai francesi ed al resto dei paesi europei, intesi come popolo ovviamente. L’euro, come scriviamo da tempo, non è un progetto di lotta e competizione tra stati, ma è lo strumento essenziale che serve all’élite per vincere in quella che è la loro eterna battaglia contro il popolo. Insomma una vera e propria lotta di classe, questo è quello che si cela dietro al sistema-euro.

Quindi il nostro nemico non è assolutamente il popolo tedesco, e tutt’ora credere a coloro che infondono questo falso pensiero, certifica l’ingenuità disarmante che ancora regna fra noi.

Megas ha finito le parole e gli scritti: solo e soltanto i poteri profondi di casa nostra sono gli unici responsabili e beneficiari del fatto che, ancora, siamo tenuti a forza e con la frode, dentro questa gabbia.

Del resto, stare dentro l’euro – ed accettare di usare una moneta che non emettiamo, per non dire del sottostare a regole di bilancio assurde che non hanno nessun riscontro a livello di dottrina economica – è solamente frutto di una decisione politica e niente più.

Una decisione politica, esattamente come quella che ha preso il governo di Berlino nei giorni scorsi. Quando tra la salvezza della moneta euro e quella del proprio popolo e del loro sistema economico, senza indugio, ed al contrario del nostro governo, ha scelto la seconda.

Nella sostanza un deficit di 200 miliardi deliberato dal governo per riportare il prezzo del gas a livelli sostenibili per le imprese e le famiglie tedesche. Una semplicissima misura di politica fiscale che senza il plagio mentale indotto dal sistema euro nelle nostre menti, rappresenterebbe la normalità operativa e funzionale di un qualsiasi governo rappresentativo di un paese democratico.

Per chi comprende di economia, nel leggere le poche righe del titolo e sottotitolo sopra riportato dalla testata HuffPost, ci sarebbe materiale per una tesi di laurea.

Ma quello che ci interessa, è far capire come, attraverso questo atto di Berlino e le relative reazioni (o meglio prese di posizioni), del governo italiano, vengono a cadere tutte le menzogne e le falsità su chi veramente tiene il popolo italiano dentro l’euro.

I poteri italiani ora hanno perso la maschera e la scusa principe, dei “cattivi tedeschi”, da rivendere alla massa.

Da oggi, la novella sarà credibile solo per gli inguaribili “fessi”!

Intanto fa sorridere l’affermazione con la quale l’HuffPost, farebbe credere che questi 200 miliardi per il governo tedesco, arriverebbero da un fantomatico “bilancio ombra”. Quasi come se a Berlino avessero delle riserve nascoste derivanti da chissà che cosa.

Soprassediamo per pura pietà!

Questi 200 miliardi, è bene dirlo chiaro ancora una volta, non sono in qualche forziere o in qualche conto nascosto del Tesoro tedesco alle Cayman.

Semplicemente il governo delibera il deficit, il Tesoro emette i titoli e la BCE li garantisce.. finito!

Già sento qualcuno di voi, come del resto anche Draghi (“Non possiamo dividerci a seconda dello spazio nei nostri bilanci nazionali”) [1], affermare che i tedeschi hanno più spazio nel loro bilancio; questo sempre ragionando secondo le assurde regole europee.

Eh no, cari miei! Uno dei mantra del fiscal compact, ovvero il rapporto debito pubblico/ prodotto interno lordo riguardo alla Germania, è già ben oltre il 60% imposto dai trattati. Per la precisione viaggia sul 72%. E se deliberano un extra-deficit di 200 miliardi, che corrisponde a circa il 5% del PIL, siamo fuori anche dall’altro dogma di Maastricht, che indica come il deficit annuale non debba superare il 3%.

Come potete bene immaginare un MMTers come Megas fa una fatica enorme a ragionare all’interno delle frodi dottrinali del sistema euro, ma devo farlo per cercare di spiegare come, di fatto, ad oggi la Germania si sia posta fuori dall’euro.

In pratica, il governo tedesco sta facendo quello che da tempo scriviamo essere possibile e che più volte, nei nostri articoli, abbiamo esortato il governo italiano a fare per risolvere il problema occupazionale che affligge il nostro paese.

Oggi, la Banca Centrale Europea, di fatto, garantisce il debito dei paesi membri e lo fa ormai dal lontano 2011 e l’alternativa del non garantirlo non è realizzabile senza la conseguente rottura del sistema euro.

Quindi è solo una questione politica, per la quale spetta ad ogni governo di prendere la decisione di fare o meno tutto il deficit necessario per salvare il proprio popolo.

Ed il governo tedesco, ripeto ancora, al contrario di quello italiano, questa decisione l’ha presa!

Mentre da noi, a distanza di più di un anno dall’inizio della speculazione sull’energia, siamo ancora posizionati sulla totale difesa dei profitti degli oligarchi di casa nostra, ovvero di coloro che oggi hanno in mano ogni nostra istituzione, di fatto non più democratica.

Siamo ancora a discutere sul famoso “tetto” al prezzo del gas. Ma attenzione, mica un tetto per i rivenditori, visto che è questo il problema principale (vedasi TTF e speculazione al seguito), ma un limite, che addirittura si vorrebbe imporre al produttore, in questo caso Putin.

In pratica il price-cap ideato da Draghi, sentite bene cosa sarebbe e che finalità avrebbe: il tetto al prezzo del gas impedirebbe alle parti di concordare un prezzo superiore a una determinata soglia, riducendo i ricavi di Gazprom e della Russia e favorendo un approvvigionamento più economico di questa materia prima.

L’indole di devozione satanica di Super Mario alla grande finanza non poteva non venir fuori anche questa volta. Qui l’obiettivo principale non è far pagare meno il gas alla gente ma quello di mantenere intatti i profitti colossali di ENI. Raggiungere un accordo con Putin, quantunque fosse possibile (ma lui ha già detto no.. stante le sanzioni), certamente non ferma il motore della speculazione che a pieno ritmo sta viaggiando a tutta velocità nella borsa dei TTF di Amsterdam (ripeto principale causa del caro bollette).

Quello che però ci deve lasciare ancora più preoccupati – a conferma del fatto che a volersi tener stretto l’euro sono le potenti fratellanze italiche – è la devastante (ma prevista da Megas) realtà, che Giorgia Meloni, premier in pectore, sia completamente allineata al pensiero di Draghi, sul tema deficit e su come risolvere il problema energetico attraverso l’insensata e per niente risolutiva proposta del tetto al prezzo al produttore.

Intanto il ministro dell’economia tedesco Robert Habeck prepara la strada per l’uscita ed avverte Draghi e c.: “con l’interruzione delle forniture di gas si rischia la fine dell’UE”:

Il messaggio è chiarissimo come è altrettanto chiaro quale sia la priorità per chi ha le leve di comando in Germania: “una carenza di gas in Europa non potrà essere tollerata politicamente”.

In Germania non hanno la minima intenzione di sacrificare il proprio popolo con follie quali il razionamento che porterebbe a far fallire il loro sistema economico, la morte sociale e fisica dei più bisognosi e dei più fragili.

Se le crisi infinite, il Covid ed i prospettati razionamenti sull’energia fanno parte, come sembra del piano del Grande Reset, per ridurre la popolazione mondiale, oggi, pare proprio che la Germania se ne stia ufficialmente chiamando fuori.

Mentre la realtà ci dice che rimangono dentro a pieno titolo Mario Draghi e Giorgia Meloni, e con loro il popolo italiano come vittima sacrificale sull’altare degli interessi dei poteri ai quali il nostro premier attuale e quello in  arrivo, rispondono.

Un folle e delinquenziale razionamento del gas che, di fronte alle ultime dichiarazioni di Putin, assume anche la certezza della non necessarietà:

NON POSSONO NUTRIRE E SCALDARE I LORO CITTADINI CON LA CARTA DEI DOLLARI.
NON POTETE NUTRIRE LE PERSONE CON LE VOSTRE MENZOGNE.
LI DOVETE SCALDARE CON L’ENERGIA.
PER QUESTO CERCANO DI CONVINCERVI A MANGIARE DI MENO, CORPRIVI DI PIU’ E CI CHIAMANO NEMICI, ORIGINE DI TUTTI I MALI
Non è Warren Mosler che parla ma Vladimir Putin, che pare proprio aver compreso che lui il gas ce lo fornisce in cambio di semplici estratti conto denominati in dollari o euro.
Cosa volete da me? Pare dire il presidente russo: io accetto la vostra carta in cambio del gas per riscaldarvi; sono i vostri governanti che attraverso le menzogne vi convincono che la carta non c’è e vi costringono a mangiare di meno e coprirvi di più, facendovi credere che la Russia è il nemico.
Piu chiaro di così! 

di Megas Alexandros

Fonte: La Germania rompe il Patto di Stabilità. Di fatto è già fuori dall’euro! – Megas Alexandros

1 3 4 5 6 7 8 9 20