DEXIT: LA GERMANIA ROMPE IL PATTO DI STABILITÀ E PREPARA IL SUO ADDIO ALL’EURO

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Se la Germania, locomotiva dell’euro, lo abbandonerà tornando al marco, è evidente che se vorranno sopravvivere, anche gli altri Stati membri dell’Unione Europea dovranno fare altrettanto, con una moneta nazionale svalutata. In Italia, potrebbero, dunque, esservi delle sorprese entro la fine dell’anno, in merito al ritorno alla Lira svalutata, come conseguenza dell’addio all’Euro di chi ne era il perno sostanziale. (n.d.r.)

Segnalazione di Federico Prati

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)

“E’ la Germania a tenerci dentro l’euro…..” – quante volte avete sentito ripetere questa frase dai nostri politici e dai ventriloqui del potere per voce della stampa di regime.

Per decenni ci hanno rifilato questa “sola” con la maggior parte della gente a crederci. I bravi ricchi tedeschi da una parte e gli spreconi italiani dall’altra. Quelli che perennemente vivono sopra le loro possibilità. Salvo poi scoprire che siamo da sempre contributori netti verso l’Unione Europea e che da 30 anni consecutivi (eccetto l’anno del Covid), il nostro governo consegue avanzi primari di bilancio.

Ricordo ai meno esperti che l’avanzo primario in soldoni significa: lo Stato incassa dai cittadini più soldi in tasse di quello che versa loro con la spesa pubblica.

Avete capito bene: lo Stato italiano da tre decadi è in surplus.. ma quale aver vissuto sopra in nostri mezzi!

Un concetto questo, che se anche volessimo ragionare con il pensiero dottrinale fraudolento imposto dalle regole europee, come vedete viene ribaltato dalla realtà dei fatti, ovvero abbiamo vissuto al di sotto dei nostri mezzi.

L’euro non fa comodo ai tedeschi, come non fa comodo ai francesi ed al resto dei paesi europei, intesi come popolo ovviamente. L’euro, come scriviamo da tempo, non è un progetto di lotta e competizione tra stati, ma è lo strumento essenziale che serve all’élite per vincere in quella che è la loro eterna battaglia contro il popolo. Insomma una vera e propria lotta di classe, questo è quello che si cela dietro al sistema-euro.

Quindi il nostro nemico non è assolutamente il popolo tedesco, e tutt’ora credere a coloro che infondono questo falso pensiero, certifica l’ingenuità disarmante che ancora regna fra noi.

Megas ha finito le parole e gli scritti: solo e soltanto i poteri profondi di casa nostra sono gli unici responsabili e beneficiari del fatto che, ancora, siamo tenuti a forza e con la frode, dentro questa gabbia.

Del resto, stare dentro l’euro – ed accettare di usare una moneta che non emettiamo, per non dire del sottostare a regole di bilancio assurde che non hanno nessun riscontro a livello di dottrina economica – è solamente frutto di una decisione politica e niente più.

Una decisione politica, esattamente come quella che ha preso il governo di Berlino nei giorni scorsi. Quando tra la salvezza della moneta euro e quella del proprio popolo e del loro sistema economico, senza indugio, ed al contrario del nostro governo, ha scelto la seconda.

Nella sostanza un deficit di 200 miliardi deliberato dal governo per riportare il prezzo del gas a livelli sostenibili per le imprese e le famiglie tedesche. Una semplicissima misura di politica fiscale che senza il plagio mentale indotto dal sistema euro nelle nostre menti, rappresenterebbe la normalità operativa e funzionale di un qualsiasi governo rappresentativo di un paese democratico.

Per chi comprende di economia, nel leggere le poche righe del titolo e sottotitolo sopra riportato dalla testata HuffPost, ci sarebbe materiale per una tesi di laurea.

Ma quello che ci interessa, è far capire come, attraverso questo atto di Berlino e le relative reazioni (o meglio prese di posizioni), del governo italiano, vengono a cadere tutte le menzogne e le falsità su chi veramente tiene il popolo italiano dentro l’euro.

I poteri italiani ora hanno perso la maschera e la scusa principe, dei “cattivi tedeschi”, da rivendere alla massa.

Da oggi, la novella sarà credibile solo per gli inguaribili “fessi”!

Intanto fa sorridere l’affermazione con la quale l’HuffPost, farebbe credere che questi 200 miliardi per il governo tedesco, arriverebbero da un fantomatico “bilancio ombra”. Quasi come se a Berlino avessero delle riserve nascoste derivanti da chissà che cosa.

Soprassediamo per pura pietà!

Questi 200 miliardi, è bene dirlo chiaro ancora una volta, non sono in qualche forziere o in qualche conto nascosto del Tesoro tedesco alle Cayman.

Semplicemente il governo delibera il deficit, il Tesoro emette i titoli e la BCE li garantisce.. finito!

Già sento qualcuno di voi, come del resto anche Draghi (“Non possiamo dividerci a seconda dello spazio nei nostri bilanci nazionali”) [1], affermare che i tedeschi hanno più spazio nel loro bilancio; questo sempre ragionando secondo le assurde regole europee.

Eh no, cari miei! Uno dei mantra del fiscal compact, ovvero il rapporto debito pubblico/ prodotto interno lordo riguardo alla Germania, è già ben oltre il 60% imposto dai trattati. Per la precisione viaggia sul 72%. E se deliberano un extra-deficit di 200 miliardi, che corrisponde a circa il 5% del PIL, siamo fuori anche dall’altro dogma di Maastricht, che indica come il deficit annuale non debba superare il 3%.

Come potete bene immaginare un MMTers come Megas fa una fatica enorme a ragionare all’interno delle frodi dottrinali del sistema euro, ma devo farlo per cercare di spiegare come, di fatto, ad oggi la Germania si sia posta fuori dall’euro.

In pratica, il governo tedesco sta facendo quello che da tempo scriviamo essere possibile e che più volte, nei nostri articoli, abbiamo esortato il governo italiano a fare per risolvere il problema occupazionale che affligge il nostro paese.

Oggi, la Banca Centrale Europea, di fatto, garantisce il debito dei paesi membri e lo fa ormai dal lontano 2011 e l’alternativa del non garantirlo non è realizzabile senza la conseguente rottura del sistema euro.

Quindi è solo una questione politica, per la quale spetta ad ogni governo di prendere la decisione di fare o meno tutto il deficit necessario per salvare il proprio popolo.

Ed il governo tedesco, ripeto ancora, al contrario di quello italiano, questa decisione l’ha presa!

Mentre da noi, a distanza di più di un anno dall’inizio della speculazione sull’energia, siamo ancora posizionati sulla totale difesa dei profitti degli oligarchi di casa nostra, ovvero di coloro che oggi hanno in mano ogni nostra istituzione, di fatto non più democratica.

Siamo ancora a discutere sul famoso “tetto” al prezzo del gas. Ma attenzione, mica un tetto per i rivenditori, visto che è questo il problema principale (vedasi TTF e speculazione al seguito), ma un limite, che addirittura si vorrebbe imporre al produttore, in questo caso Putin.

In pratica il price-cap ideato da Draghi, sentite bene cosa sarebbe e che finalità avrebbe: il tetto al prezzo del gas impedirebbe alle parti di concordare un prezzo superiore a una determinata soglia, riducendo i ricavi di Gazprom e della Russia e favorendo un approvvigionamento più economico di questa materia prima.

L’indole di devozione satanica di Super Mario alla grande finanza non poteva non venir fuori anche questa volta. Qui l’obiettivo principale non è far pagare meno il gas alla gente ma quello di mantenere intatti i profitti colossali di ENI. Raggiungere un accordo con Putin, quantunque fosse possibile (ma lui ha già detto no.. stante le sanzioni), certamente non ferma il motore della speculazione che a pieno ritmo sta viaggiando a tutta velocità nella borsa dei TTF di Amsterdam (ripeto principale causa del caro bollette).

Quello che però ci deve lasciare ancora più preoccupati – a conferma del fatto che a volersi tener stretto l’euro sono le potenti fratellanze italiche – è la devastante (ma prevista da Megas) realtà, che Giorgia Meloni, premier in pectore, sia completamente allineata al pensiero di Draghi, sul tema deficit e su come risolvere il problema energetico attraverso l’insensata e per niente risolutiva proposta del tetto al prezzo al produttore.

Intanto il ministro dell’economia tedesco Robert Habeck prepara la strada per l’uscita ed avverte Draghi e c.: “con l’interruzione delle forniture di gas si rischia la fine dell’UE”:

Il messaggio è chiarissimo come è altrettanto chiaro quale sia la priorità per chi ha le leve di comando in Germania: “una carenza di gas in Europa non potrà essere tollerata politicamente”.

In Germania non hanno la minima intenzione di sacrificare il proprio popolo con follie quali il razionamento che porterebbe a far fallire il loro sistema economico, la morte sociale e fisica dei più bisognosi e dei più fragili.

Se le crisi infinite, il Covid ed i prospettati razionamenti sull’energia fanno parte, come sembra del piano del Grande Reset, per ridurre la popolazione mondiale, oggi, pare proprio che la Germania se ne stia ufficialmente chiamando fuori.

Mentre la realtà ci dice che rimangono dentro a pieno titolo Mario Draghi e Giorgia Meloni, e con loro il popolo italiano come vittima sacrificale sull’altare degli interessi dei poteri ai quali il nostro premier attuale e quello in  arrivo, rispondono.

Un folle e delinquenziale razionamento del gas che, di fronte alle ultime dichiarazioni di Putin, assume anche la certezza della non necessarietà:

NON POSSONO NUTRIRE E SCALDARE I LORO CITTADINI CON LA CARTA DEI DOLLARI.
NON POTETE NUTRIRE LE PERSONE CON LE VOSTRE MENZOGNE.
LI DOVETE SCALDARE CON L’ENERGIA.
PER QUESTO CERCANO DI CONVINCERVI A MANGIARE DI MENO, CORPRIVI DI PIU’ E CI CHIAMANO NEMICI, ORIGINE DI TUTTI I MALI
Non è Warren Mosler che parla ma Vladimir Putin, che pare proprio aver compreso che lui il gas ce lo fornisce in cambio di semplici estratti conto denominati in dollari o euro.
Cosa volete da me? Pare dire il presidente russo: io accetto la vostra carta in cambio del gas per riscaldarvi; sono i vostri governanti che attraverso le menzogne vi convincono che la carta non c’è e vi costringono a mangiare di meno e coprirvi di più, facendovi credere che la Russia è il nemico.
Piu chiaro di così! 

di Megas Alexandros

Fonte: La Germania rompe il Patto di Stabilità. Di fatto è già fuori dall’euro! – Megas Alexandros

L’ex capo del Pentagono ha rivelato i piani di psico-guerra degli Stati Uniti contro la Russia

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di Andrew Korybko

È il massimo della “scorrettezza politica” riconoscere che gli Stati Uniti conducono una guerra psicologica (psywar) contro gli altri, poiché il dogma legato alla screditata convinzione suprematista del proprio “eccezionalismo” sostiene che tutti gli abitanti del mondo sono già presumibilmente attratti dai loro modelli, rendendo così superflua qualsiasi operazione di gestione della percezione. La realtà, tuttavia, è che gli Stati Uniti hanno sempre condotto guerre psicologiche contro i loro avversari geopolitici e continueranno a farlo.

Questo vale soprattutto per la Russia, come ha sorprendentemente ammesso l’ex direttore della Defense Intelligence Agency (DIA) David R. Shedd in un articolo per Politico su “Waging Psychological War Against Russia”, di cui è coautore insieme alla consulente del Barish Center for Media Integrity della Foundation for Defense of Democracies Ivana Stradner. Invece di aggrapparsi alla tattica collaudata e fallita di vendere il sogno americano ai russi, suggeriscono di manipolare il “nazionalismo” dei loro obiettivi.

In poche parole, ritengono che gli obiettivi strategici dell’America possano essere più efficacemente perseguiti facendo tutto il possibile per screditare gli impressionanti risultati ottenuti dal Presidente Putin negli ultimi due decenni, che hanno portato la Russia a ripristinare il suo storico status di potenza mondiale. A tal fine, i due propongono di enfatizzare l’”isolamento” della Russia dall’Occidente, di enfatizzare le sue presunte perdite in Ucraina, di ossessionare la corruzione, di alimentare il sentimento etno-separatista e di impiegare agenti di influenza.

Gli ultimi due sono particolarmente significativi perché si riferiscono alla fantasia politica di “balcanizzare” la Russia e al reclutamento attivo di influencer sui social media. Queste proposte inavvertitamente rivendicano la valutazione del Presidente Putin della scorsa settimana, secondo cui l’Occidente rappresenta una minaccia esistenziale per la sua civiltà-stato storicamente diversificata, e dimostrano anche il motivo per cui il Cremlino ha promulgato una legislazione di vasta portata contro gli agenti stranieri. Di conseguenza, si può concludere che i piani rivelati pubblicamente dai due sono controproducenti.

Non solo confermano tutto ciò che la Russia sospettava sul Miliardo d’oro dell’Occidente guidato dagli Stati Uniti, ma screditano anche ogni recente narrazione legata alle loro proposte, poiché chiunque sia a conoscenza del loro pezzo si chiederà se i dettagli siano veri o parte dei piani di psywar dell’ex capo della DIA. L’unico motivo per cui lui e il suo coautore si vantano di ciò che stanno facendo è perché pensano, arrogantemente, che nessuno, a parte gli esperti di politica occidentale, leggerà il loro articolo.

Il fatto è che hanno appena vuotato il sacco sui mezzi con cui il Miliardo d’oro sta conducendo la sua continua guerra psicologica contro la Russia, che va contro gli interessi strategici della loro parte e favorisce quelli di Mosca. Ricordando che “Tutti i sostenitori del Multipolarismo possono ancora aiutare la Russia anche senza unirsi alla sua mobilitazione parziale”, coloro che sono interessati a farlo dovrebbero condividere questo pezzo su tutti i social media che si allineano con questo complotto di psywar per smascherarlo.

Pubblicato in partnership su One World 

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

29 settembre 2022

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Gas, i piani di Putin sono nella sua tesi universitaria

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di Luigi Bisignani

Con la brutta stagione alle porte, siamo davvero alla canna del gas. Non è necessario essere dei novelli Barbero per capire che, fin dal principio, la strategia di Putin era impantanare l’Europa in una campagna d’inverno. Diversamente, a Mario Draghi, ai soloni che guidano l’Europa – litigando tra loro – e ai servizi di sicurezza di mezzo mondo, sarebbe bastato conoscere gli scritti di Vladimir Putin per sapere come sarebbe andata a finire.

Bisogna infatti tornare al 1996, quando, all’Università Mineraria di San Pietroburgo, un Putin in rampa di lancio discuteva la tesi del corso triennale per il suo PhD, completato in un solo anno e intitolata “Mineral raw materials in the strategy for development of Russian economy”. In tale dissertazione, che in seguito sollevò anche dubbi di autenticità, auspicava un sistema misto, pianificato dal potere politico, in cui Stato e corporazioni finanziarie e industriali russe avrebbero dovuto dare vita a colossi nazionali in grado di competere con le big corporations straniere. Il tutto con un preciso testuale obiettivo: “servire gli interessi geopolitici e mantenere la sicurezza nazionale della Russia”. Ed è per questo infatti che, una volta raggiunto il potere, il presidente russo ha voluto riportare a tutti i costi Gazprom sotto il controllo dello Stato.

Ed è proprio in Gazprom che Putin conobbe il suo pupillo Dmitrij Medvedev, il quale aveva l’ufficio personale nella sede moscovita della società in Ulitsa Nametkina al civico 16. O, all’Europa sarebbe bastato, più semplicemente, prendere sul serio almeno per una volta Donald Trump, quando ammoniva la Germania della Merkel e l’Italia di “Giuseppi” Conte sui rischi della dipendenza dal gas russo. E pare che proprio la tesi del futuro zar fosse tra i documenti portati via dalla Casa Bianca e che sono stati rinvenuti nel corso del maxi-blitz ad opera dell’FBI nella residenza di Mar-a-Lago. Davanti all’isteria dei leader europei Giorgia Meloni sta invece pragmaticamente pensando che, per salvare famiglie e imprese, occorra una forte iniziativa comune per recuperare le risorse dai Paesi e dalle imprese che stanno guadagnando a mani basse dall’aumento del prezzo del gas, redistribuendole efficacemente a chi ne ha davvero bisogno.

Servono pertanto iniziative di carattere strutturale, anche perché eventuali scostamenti di bilancio possono essere fatti solo entro certi limiti e in determinati periodi di tempo. Se la crisi energetica dovesse durare 5 anni, per dirla alla Lenin, che fare? Sono almeno due gli obiettivi prioritari da perseguire: difendere la competitività delle aziende Italiane e preservare la stabilità sociale. Per questo bisogna sin da subito mettere nei posti strategici persone capaci che però, come dice Guido Crosetto, non abbiano già troppi padrini che cercano di riciclarli.

Un paio di esempi eclatanti. Il primo è Dario Scannapieco, Ad di Cdp che ha paralizzato la Cassa collezionando flop, da Trevi (perdita di Cdp di almeno 110 milioni di euro rispetto all’investimento di 140 milioni) ad Ansaldo (continui aumenti di capitale in una società che ha un miliardo di euro di passivo), fino a Saipem (almeno 700 milioni di euro di perdite rispetto all’investimento, oltre all’aumento di capitale). Poi c’è il disastro sulla rete unica, che sta distruggendo valore per Open Fiber e Tim, sempre a firma Scannapieco il quale, dopo essere rimasto inchiavardato per mesi nella sua poltrona di via Goito, ora non risponde più nemmeno alle telefonate dei ministri di Draghi forse troppo occupato a girare per gli uffici di Roma “in odore di Fratelli d’Italia”.

Il secondo esempio è il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, sponsorizzato prima da Grillo e ora da Claudio Descalzi, il quale al suo probabile quarto rinnovo ha ovviamente tutto l’interesse ad averlo come super ministro dell’Energia per rendergli ancora più agevoli le scorribande in Africa.

Alla Meloni bisognerebbe ricordare che Cingolani non ha rimosso neanche uno dei burocrati voluti dai Cinque Stelle e che molti dei provvedimenti che ha portato avanti sono stati poi sonoramente bocciati dal Tar oppure si sono salvati in corner solo grazie all’attivismo e alla preparazione della viceministra leghista Vannia Gava.

Quanto a Descalzi, evidentemente la leader di Fratelli d’Italia non ha ascoltato a sufficienza gli imprenditori a cui Eni ha tagliato i contratti di fornitura di gas per l’anno termico che inizia ad ottobre. I miliardi di metri cubi promessi dal duo Cingolani-Descalzi sono solo sulle slides espunte dal “piano gas”, ma nessuno li ha visti.

Se ne accorgerà presto Snam, guidata da tal Stefano Venier, un carneade nel mondo del gas, che ogni giorno dovrà comprare disperatamente metri cubi di gas sul mercato per non mandare la rete in default. Non confermare Marco Alverà, da parte della coppia che scoppia, Draghi-Giavazzi, un errore da matita blu.

Un disastro annunciato, coperto dalla propaganda che la butta tutta su presunti speculatori contro cui, però, il ministro dell’Energia non ha fatto nulla. Quest’anno l’inverno arriverà fuori stagione, sarà shakespearianamente “l’inverno del nostro scontento” e non basterà il fiato del bue e dell’asinello per scaldare le case degli italiani e la nostra industria come ripeterà con forza domani in Vaticano davanti a Papa Bergoglio il Presidente Carlo Bonomi.

Luigi Bisignani, Il Tempo 11 settembre 2022

Price cap, detto fatto: la Russia non ci venderà più nulla

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Il vertice del G7, che si terrà venerdì, discuterà la fissazione del price cap al greggio russo. Ma Mosca ci avvisa

 

Prosegue il dibattito, del tutto atlantico, sulla fissazione di un tetto massimo al prezzo delle esportazioni di petrolio russo. Le ultime dichiarazioni, favorevoli al price cap, sono state quelle della segretaria del Tesoro Usa, Janet Yellen, seguita dal cancelliere dello Scacchiere britannico, Nadhim Zahawi, definendosi “ottimista” per il raggiungimento di un accordo con i partner dell’alleanza occidentale.

Ormai dall’inizio di queste estate, l’istituzione di un limite di prezzo, contro Mosca, è al centro del tavolo americano ed europeo, di cui il governo Draghi ne risulta essere tra i principali portatori, tant’è che l’Italia riuscì a far entrare la proposta all’interno del vertice G7, svoltosi lo scorso giugno.

La risposta di Mosca al price cap

Immediata la risposta del Cremlino: la Russia sospenderà le forniture di petrolio a tutti i Paesi che attueranno la misura in questione. La dichiarazione viene direttamente dal vice premier russo, Alexander Novak, il quale pare non essere spaventato dalle sanzioni europee, visto il grande aumento delle esportazioni russe nell’enorme mercato interno cinese.

Un avvertimento che rischia di gelare le stanze dei bottoni a Bruxelles. La stessa Italia pare trovarsi in condizioni ben più critiche, rispetto a molti altri Stati membri. Solo il mese scorso, infatti, Roma ha aumentato del 400 per cento gli acquisti di greggio da Mosca, soprattutto per via della raffineria russa in provincia di Siracusa. Insomma, anche in tema di esportazione, vige un doppiopesismo inspiegabile: il gas può essere sanzionato, mentre il petrolio rimane un infinito tabù.

Ma non finisce qui. Germania e Francia hanno già azzerato la propria dipendenza da alcuni mesi; la Polonia l’ha ridotta del 72 per cento, contro il 45 dei Paesi Bassi. Il governo Draghi, al contrario, non sembra ancora porsi la questione. Anzi, presenta, in sedi internazionali, proposte autolesioniste, capaci di danneggiare radicalmente il nostro tessuto economico.

Il cortocircuito europeo

Paradossalmente, il nostro Paese è tra i primi ad aiutare e sostenere la Russia di Putin, con una beffa ulteriore: il rischio, serio e concreto, di rimanere a secco anche sul lato di greggio. Al di fuori delle oggettive difficoltà che l’Ue sta trovando per porre riparo alla dipendenza dal gas russo, ecco che il mondo petrolifero pare essere il secondo ostacolo da affrontare, causa le sanzioni applicate a partire dallo scoppio del conflitto in Ucraina.

Il cortocircuito per eccellenza, però, riguarda il “caso indiano”. Nuova Delhi è, infatti, uno dei Paesi a cui Mosca ha applicato sconti in tema di acquisto di petrolio russo. Ed ecco che gli Stati membri dell’Ue sono tra i principali acquirenti indiani. Ciò vuol dire che Putin vende il proprio greggio all’India, la quale poi lo rivende all’Occidente, ottenendo così guadagni sui margini di raffinazione.

Insomma, è la solita tragicommedia bruxelliana. Da una parte, dichiara di combattere al fianco di Kiev; dall’altra, alimenta, in modo paradossale, il mercato russo e quello dei suoi partner più stretti. Questo venerdì, il G7 discuterà definitivamente la possibilità di introdurre un tetto al prezzo del petrolio russo. Ma pare che, in questa partita, l’Occidente si sia già scottato da tempo.

Matteo Milanesi, 2 settembre 2022

https://www.nicolaporro.it/price-cap-detto-fatto-la-russia-non-ci-vendera-piu-nulla/

Ecco come la Russia aggira le sanzioni sul gas

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Segnalazione di Wall Street Italia

di Leopoldo Gasbarro

“Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi ritornano”, cantava Antonello Venditti in “Amici mai”Lo stesso vale per il gas e per Vladimir Putin, alludendo ai giri immensi del gas, che porta nelle casse del capo di stato russo una quantità indicibile di miliardi, nonostante le sanzioni. Ma vediamo i numeri e le considerazioni sul “raggiro” della Russia anche da parte del “Financial Times”.

Secondo i dati doganali cinesi, nei primi sei mesi del 2022 la Cina ha comprato dalla Russia 2,35 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto (Gnl), per un valore di 2,16 miliardi di dollari. In questo modo, la Russia ha superato l’Indonesia e gli Stati Uniti ed è diventato il quarto fornitore cinese di Gnl per quest’anno.

A questo dato va aggiunto il gas che Gazprom fornisce giornalmente alla Cina attraverso il gasdotto Power of Siberia, che aveva raggiunto un nuovo massimo storico, con un balzo del 63,4% nella prima metà del 2022.

Il vero motivo dietro l’impennata del Gnl dalla Russia

La Cina ha tranquillamente rivenduto il Gnl russo agli unici che ne hanno un disperato bisogno: i Paesi europei. A caro presso, ovviamente. Come dal “Financial Times”, “i timori dell’Europa di una carenza di gas verso l’inverno potrebbero essere stati aggirati, grazie a un inaspettato cavaliere bianco: la Cina”. Non si tratta di surplus di Gnl dalla Cina. Il Gnl che sta vendendo all’Europa è russo.

Secondo la società di ricerca Kepler, le importazioni europee di Gnl sono aumentate del 60% anno su anno nei primi sei mesi del 2022. Il gruppo cinese Jovo, un grande commerciante di Gnl, ha recentemente rivelato di aver rivenduto un carico di Gnl a un acquirente europeo. Un trader di future a Shanghai ha dichiarato che il profitto ottenuto da tale transazione potrebbe aggirarsi attorno a decine, se non centinaia, di milioni di dollari. La più grande raffineria di petrolio cinese, Sinopec Group, ha ammesso ad aprile di aver incanalato l’eccesso di Gnl nel mercato internazionale.

I media cinesi hanno affermato che la sola Sinopec ha venduto 45 carichi di Gnl, ovvero circa 3,15 milioni di tonnellate. La quantità totale di Gnl cinese che è stata rivenduta è probabilmente superiore a 4 milioni di tonnellate, equivalenti al 7% delle importazioni di gas dall’Europa nel semestre fino alla fine di giugno.

La buona notizia è che i 53 milioni di tonnellate hanno permesso all’Europa di arrivare fino al 77% di riserve. Se continua così, è probabile che il Vecchio Continente raggiunga l’obiettivo dichiarato di riempire l’80% dei i suoi impianti di stoccaggio del gas entro novembre. E a quel punto non ci saranno più rischi di blocco per l’inverno.

L’Europa ora diventando dipendente dalla Cina per il gas, solo che questa volta passa per le importazioni dalla Cina, che così diventa il centro di un percorso del gas che indebolisce un po’, tutti visto che l’Europa paga un prezzo anche 3 volte più alto di quello ufficiale. Ma anche la Russia si indebolisce perché, come sottolinea il “Financial Times”:

“Se la Russia finirà per esportare più gas in Cina come mezzo per punire l’Europa, la Cina avrà più capacità di rivendere il gas in eccesso al mercato, aiutando indirettamente l’Europa”.

Ironia della sorte, l’Europa che cerca di affrancarsi dalla sua dipendenza dalla Russia per l’energia, sta diventando sempre più dipendente dalla Cina.

Se Vladimir Putin ci guarda negli occhi

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di Marco Bordoni

Fonte: lettere da Mosca

“Russia, dove stai volando, dà una risposta! Non dà risposta.” diceva a suo tempo Gogol. Non è proprio così. La risposta la dà eccome. Certo, non è una risposta che ci piace, quella di Putin. Ma il fatto che non siamo disponibili a considerarla seriamente non la rende meno chiara. Capire le intenzioni dei Russi è facile. Basta ascoltarli ed osservarli con attenzione. “Sappiamo che la disintegrazione del nostro stato è una possibilità e ne stiamo discutendo apertamente”, dice Sergej Karaganov, presidente del Consiglio di Difesa e Politica estera russo, e prosegue: “gli obiettivi [dei nostri avversari] sono cambiati: prima erano la deterrenza e il contenimento, ora il collasso della Federazione”. Il primo dato è, quindi, che le elite russe sono consapevoli della natura esistenziale dello scontro in atto.
Secondo: la Russia si prepara alla guerra almeno dal 2020. Letta retrospettivamente, la riforma costituzionale, specialmente nella sua componente ideologica, ha un senso chiaro: fornire lo strumento tecnico-politico necessario alla svolta securitaria e alla translazione del campo politico verso la blindatura patriottica indispensabile alla guerra. Anche la narrativa di Vladimir Putin, concentratasi in maniera quasi ossessiva sulla storia del Paese (non solo sulla Grande Guerra Patriottica, il cui culto civile è stato addirittura costituzionalizzato, ma anche sui grandi statisti e condottieri che ne hanno segnato le fortune, come Aleksandr Nevsky, Pietro, Alessandro III, Caterina…) è eloquente: si tratta di un appello alla nazione perché attinga alle esperienze e alle forze morali del passato per affrontare una prova decisiva.
Terzo: la Russia di oggi, politicamente parlando, è letteralmente un altro
Paese rispetto a quello che siamo stati abituati a conoscere dal 2000 ad oggi: l’equilibrio storico fra siloviki e oligarchi è rotto e il consenso della dirigenza si è ricomposto sulla scelta “epocale” dello scontro con gli ex partner occidentali: “L’era della cooperazione con l’Occidente è finita”, ha comunicato il ministero degli Esteri il 3 agosto scorso, “non ci sarà mai un ritorno alla situazione come era prima del 24 febbraio nelle relazioni con gli Stati Uniti e l’Europa”. Ponti bruciati alle spalle per esorcizzare lo spettro del ripensamento che potrebbe far vacillare una decisione coraggiosa ma anche azzardata. Forse temeraria.
Dopo il 24 febbraio il patriottismo è diventato mainstream e andare contro corrente per un funzionario è un suicidio politico. In una monografia uscita l’ anno scorso per ISPI, Andrey Kolensnikov (Carnegie Institute di Mosca) scorreva la lista degli esponenti liberali “superstiti” in posizioni potere in Russia (i cosiddetti sys-lib) dal titolo significativo: who is dead, who is alive? La rassegna comprendeva i soliti nomi che si fanno in questi casi: Elvira Nabiullina, governatrice della Banca Centrale; Aleksej Kudrin, presidente della Corte dei Conti; Sergey Kirienko, primo vicecapo dell’ Amministrazione Presidenziale (addetto alla supervisione del sistema politico), e il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev. L’ analista concludeva sfiduciato che, pur ricoprendo incarichi di altissima responsabilità, questi “liberali” non avrebbero potuto esercitare un influsso (secondo lui) positivo sul corso politico russo essendo vittime della “trappola tecnocratica”: avendo accettato un ruolo puramente tecnico in un sistema di potere illiberale, hanno le mani legate.
Nel giro di pochi mesi l’analisi è diventata materiale di interesse archeologico. Oggi gli ex “campioni” liberali non si limitano certo a un ruolo passivo ma, con la sola possibile eccezione di Kudrin, sgomitano per conservare il posto e rilanciare la carriera nel nuovo clima politico, non senza gettare un’occhio alla carta di identità del Capo. A cominciare da Elvira Nabiullina, che “non fa quello che va fatto, ma quello che dice Putin”, osserva sconsolato l’economista Konstantin Sonin. Sonin, dalla sua cattedra di Chicago, discute con Radio Svoboda se la collega meriterebbe (dopo la caduta del “regime”, ovviamente) un processo come quello di Norimberga (risposta: sì perché, argomenta il docente, lei ora lavora attivamente per far funzionare l’economia di guerra russa).
L’ ex Presidente Dmitry Medvedev, logorato da anni di governo contrassegnati da crisi e stagnazione, sembrava finito non più tardi di sei mesi fa, ma ora cerca una seconda giovinezza politica reinventandosi falco. Per come la vede lui, la vicepresidenza del Consiglio di Sicurezza non è una casa di riposo dorata ma un trampolino dal quale rilanciarsi, postando sul canale Telegram e sui social dichiarazioni al vetriolo: dalla minaccia di risposta militare al blocco di Kaliningrad, alle mappe futuribili dell’ Ucraina dopo il conflitto (Kiev e dintorni),  alle vere e proprie invettive rivolte contro gli esecrati (ex) partner occidentali (“li odio, sono bastardi degenerati”). Era portato in palmo di mano da Biden e Brzezinski, che speravano in un suo secondo mandato, osserva maligno Aleksandr Dugin, ora “scarabocchia instancabilmente post ultra-patriottici e smaccatamente imperiali sui social network” concludendo: l’archeomodernità  del nuovo conservatorismo trionfa.
Quanto a Kinder Surprise (aka Kirienko Sergey), il protetto di Boris Nemtsov, l’uomo che da Primo Ministro nominò un certo Vladimir Putin a capo dell’ FSB e che in seguito (2005) venne salvato dal naufragio del cartello liberale Unione delle Forze di Destra da una mano (nemmeno tanto) invisibile che lo sollevò per porlo a capo di Rosatom: dal 2016 quest’uomo che tutti descrivono come gentile, preciso, efficiente e capace di creare gruppi di lavoro, che dà del tu a Putin quando parlano della comune passione per le arti marziali, questo funzionario apparentemente grigio ma segretamente ambizioso, ingegnerizza il consenso del corso putiniano nella veste di Primo Vicecapo dell’ Amministrazione Presidenziale con delega agli Affari Interni. È stato lui ad offrire al Sovrano il doppio + 70% (affluenza – approvazione) della Riforma Costituzionale. Oggi è il moderno Potemkin: sta a lui trasformare in Russia i territori ucraini occupati.
Oggi il Carnegie Institute di Mosca, per cui lavorava Andrey Kolensnikov, non esiste più. Kolesnikov continua a lanciare strali contro l’invasione su Foreign Affairs mentre il Direttore Dmitry Trenin si è schierato della parte delle autorità, attaccando “I russi che se ne sono andati e quelli contrari alla guerra” che “hanno scelto di opporsi al loro Paese, contro il loro popolo, in tempo di guerra”. Aggiungendo con rammarico: se Washington avesse acconsentito alle richieste di Putin di promettere che l’Ucraina non avrebbe mai aderito alla NATO, sostiene Trenin, la guerra avrebbe potuto essere evitata. Ora, il conflitto tra Russia e Occidente “probabilmente continuerà per il resto della mia vita“.
Tutto questo potrebbe stupire gli ingenui e i distratti che non abbiano notato quanto gli indirizzi politici generali siano potenti nel condizionare le traiettorie individuali. O non si sono forse visti, dalle nostre parti, dirigenti già “comunisti” e “rivoluzionari” tessere, dopo pochi anni, le lodi della “mano invisibile del mercato” e sindacalisti passare con disinvoltura della difesa dei lavoratori a quella, anche più appassionata, dei vituperati capitalisti? Gli uomini si chinano al soffiare del vento della Storia e il vento impetuoso della guerra ha trasformato in pochi mesi la Russia indurendo e impoverendo il panorama politico.
Tornando alle intenzioni russe, che stiamo ricostruendo. Resta da trattare il quarto e ultimo punto, che riguarda l’Ucraina. La posizione di Mosca è stata non solo teorizzata nella famosa “enciclica” del luglio 2021 ma anche ripetutamente illustrata (ne ho parlato qui) nelle sue più prosaiche implicazioni: “Se una repubblica” (è Putin che parla) “entrando a far parte dell’URSS, avesse ricevuto un’enorme quantità di terre russe, tradizionali territori storici russi, e poi avesse deciso di lasciare questa Unione, avrebbe dovuto andarsene con quello con cui è entrata. E non portarsi via i regali del popolo russo!”. In sostanza: Ucraina è l’Etmanato nei confini del Seicento, non le regioni meridionali e orientali strappate ai Turchi dagli zar. Quelle sono Russia.
Vanno evidenziati due dettagli molto importanti. Il primo: invadendo il Paese vicino la Russia non ha creato un Governo fantoccio. Nei primi giorni si parlò di riesumare Yanukovich, o di creare un governo provvisorio a Melitopol’ con a capo qualche figura di secondo piano come Oleg Zarev, e magari un “esercito ucraino” che si affiancasse alle forze russe. La propaganda avrebbe potuto lanciare al popolo ucraino il messaggio: non abbiamo nulla contro la vostra identità nazionale. Il nemico non siete voi, è il vostro Governo.
Come sappiamo, nulla di tutto questo si è realizzato. Non c’è una “Ucraina pro russa” nei piani di Putin. C’è (lo si è visto nella breve tornata negoziale di marzo) un’Ucraina sconfitta, ridimensionata territorialmente e militarmente. Ma quanto al Governo di quello che rimarrà a Kiev, Lavrov lo ha detto e ripetuto: non sono affari nostri. Secondo dettaglio: il referendum. Ormai sono troppi gli indizi  che indicano la volontà di tenere questa consultazione destinata a fornire una precaria cornice legale per la successiva annessione. Evgeny Balitsky, il “governatore” della parte controllata dai Russi della regione di Zaporozhye, ha già annunciato che il referendum si terrà, anche se non ha fissato la data.
Se le regioni del Sud verranno davvero annesse, questo porrà un macigno sulle possibilità di negoziare qualsiasi restituzione, essendo la cessione di territori nazionali vietata dalla riforma costituzionale del 2020. Inoltre, la necessità stessa di forzare Kiev alla resa ed all’accettazione del fatto compiuto indurranno Putin e i suoi a tentare ulteriori espansioni (ho cercato di spiegare questo meccanismo lo scorso marzo),  che allo stato non paiono possibili, ma che potrebbero divenire tali (nei calcoli russi) in seguito all’atteso collasso ucraino nella guerra di attrito: Kharkov e Odessa. Anche su questo punto, basta ascoltare i Russi, segnatamente Lavrov: “Non sono solo Donetsk e Luhansk, sono Kherson, Zaporizhzhia e una serie di altri territori. E questo è un processo continuo, coerente e costante”.
Manca un tassello importante, ed è: come convincere gli Ucraini delle zone occupate a farsi Russi. E qui la risposta può essere identificata in un programma più semplice a dirsi che a farsi: invertire il processo di “nazionalizzazione” portato avanti, prima timidamente, poi a marce forzate, dai Governi dell’Ucraina indipendente. La pratica di “acculturazione forzata, imposta da una società dominante a una più debole, la quale in tal modo vede rapidamente crollare i valori sociali e morali tipici della propria cultura e perde, alla fine, la propria identità e unità” ha un nome in antropologia: etnocidio. Ed è precisamente quello che abbiamo visto succedere in Ucraina negli ultimi anni. Putin ha torto (e, da giurista, non può non esserne consapevole) quando accusa gli Ucraini di genocidio  ma parlare, per il periodo 2014 – 2022 di tentativo di etnocidio dei Russi di Ucraina (e di bombardamenti terroristici a Donetsk) non è fuori luogo.
I valori di riferimento di chi si sentiva russo sono stati banditi da  ogni aspetto della vita pubblica (toponomastica, memorialistica, festività etc…) nell’istruzione e nel discorso pubblico: le espressioni culturali e politiche represse con efficienza, talvolta con brutalità. Menzione particolare, per la profondità dei sentimenti scossi, la creazione in vitro, da parte di Poroshenko, della chiesa “autocefala” nazionale, con tanto di “santa coercizione” per condurre all’ovile nuovo di zecca le pecorelle smarrite. Le comunità russofone sono state sottoposte ad uno shock culturale con appelli a (frase idiomatica) “uccidere il russo in loro” e politiche tese a “formattarle” per installarvi coordinate identitarie, politiche, etiche ed estetiche diverse. A chi non concordava una sola possibile alternativa: “valigia, stazione, Russia” (altra espressione idiomatica). Ora, nei territori occupati, la musica si inverte: i simboli non solo dei battaglioni “punitivi” ma anche della stessa statualità ucraina sono platealmente rimossi, sostituiti da statue di Lenin, bandiere “della vittoria” e russe, araldica dei tempi dello zar. Non c’è nemmeno bisogno di invitare i dissidenti ad andarsene, “valigia, stazione, Kiev”: ci hanno già pensato, a far terra bruciata, le bombe e la paura, ben fondata, per i patrioti ucraini, dell’arrivo dei Russi. Restano nelle retrovie unità di sabotatori, che creano alle truppe di Mosca non pochi problemi.
In un ambiente di frontiera permeabile come quello del Sud-Est ucraino, in cui l’humus cultural-identitario è neutro e fertile, in cui il senso di appartenenza nazionale è un costrutto recente, che interseca le linee di separazione sociali, linguistiche e religiose, e in cui solo una parte minoritaria della popolazione ha una identità ben polarizzata mentre la maggioranza “si adatta” per tirare a campare, facendo buon viso a cattivo gioco, il condizionamento ha funzionato tanto bene che alla fine i Russi (intesi come Stato) si sono sentiti costretti ad una scelta estrema: o perdere per sempre territori che considerano, a torto o a ragione, un loro retaggio ancestrale, o riprenderne il controllo con la violenza per (tentare di) invertire il processo. E pazienza se, nel tentativo, il pomo della discordia dovesse restare schiacciato.
All’ attuazione pratica di questa seconda guerra di conquista, diretta ai cuori e alle menti, deve pensare Sergey Kirienko, il manipolatore, che sta portando nella Novorussia l’approccio tecnocratico con il quale si è guadagnato la fiducia di Putin: uomini nuovi, specialisti, insegnanti russi, portati nelle terre controllate da Mosca dalle più remote regioni, assieme ad adeguati investimenti, in un clima di mobilitazione nazionale, per gestire la ricostruzione materiale ma soprattutto identitaria dei nuovi territori.  E l’odio della guerra? Le guerre si dimenticano, pensano (e dicono) i Russi. Si pensi ai Ceceni: venti anni fa nemici irriducibili, oggi in prima linea a fianco a noi. Si pensi a Giapponesi, Tedeschi, Italiani: a suo tempo bombardati dagli Americani, oggi vassalli fedeli. È un approccio brutale, che ricorda i tempi dell’assolutismo: “Gli uomini non meritano la verità”, scriveva Federico il Grande a Voltaire, proseguendo: “Sono un branco di cervi nel parco di un grande nobile, che non servono ad altro che a riprodursi, per popolare il parco”. Ma se vogliamo essere onesti fino in fondo dobbiamo ammettere che è la medesima logica messa in atto dai governi maidanisti e dai loro sponsor occidentali.
Identificate in questo modo, con pochi margini di errore, le caratteristiche e le modalità del programma russo, ci sarebbe da definire e calibrare le nostre possibili risposte. Nostre, dei Governi cosiddetti “occidentali”, fronte eterogeneo che comprende, ovviamente, chi i conti non sa o ha rinunciato a farli e altri che, invece, li sanno fare da tempo, e molto bene. Comunque è chiaro che alle iniziative russe ci opporremo. John Kirby lo ha già detto: le annessioni non rimarranno impunite. Benissimo. Del resto, in tutta questa faccenda, quando mai, da parte occidentale, si è vista un’ apertura?
Il 21 febbraio 2014 abbiamo rifiutato di ripristinare il quadro delle istituzioni democratiche ucraine, costringendo gli insorti a rispettare l’accordo con Yanukovich. L’inchiostro dell’accordo era ancora fresco, le firme dei garanti (Polonia, Francia, Germania), pure. Sarebbe stato un piccolo sacrificio, visto che l’ opposizione avrebbe comunque, di lì a poco, vinto le elezioni in un quadro legale, come era successo nel 2004. Poi abbiamo rifiutato di riconoscere i diritti all’autodeterminazione della comunità russa della Crimea e i diritti della Russia sulla penisola (che pure erano giuridicamente ben più fondati di quelli, da barzelletta, che Putin accampa per i nuovi territori occupati oggi). Sempre nella primavera del 2014 Mosca iniziò a soffiare sul fuoco della guerra civile in Donbass e chiese che venisse consentito il decentramento dell’Ucraina, una versione molto più blanda e incruenta di quello a cui aspira oggi. Richiesta respinta, non si sa bene perché.
Poi abbiamo rifiutato (“fermamente” come si dice in questi casi) di costringere Kiev ad applicare gli Accordi di Minsk, fingendo che fossero solo i Russi a violarli. La prima cosa da fare, trattato alla mano, dopo il cessate il fuoco, erano negoziati diretti fra Governo e separatisti. Kiev ha detto quasi subito che non ci pensava nemmeno. Eppure per anni i nostri politici hanno continuato a invitare Putin ad applicare gli accordi.
Ci avviciniamo ai giorni nostri. Poco prima dell’ inizio delle operazioni militari russe, quando già la diplomazia pattinava su un ghiaccio assai sottile, abbiamo respinto le richieste di Putin di accantonare la politica delle “porte aperte” per la NATO e di “finlandizzare” l’Ucraina (anzi, poco dopo l’inizio della guerra, praticamente senza alcun dibattito, abbiamo “ucrainizzato” la Finlandia). E oggi stiamo, nei fatti, assecondando le ardite speranze di Zelensky di vincere la guerra con Mosca, respingendo come folle questa soluzione “Coreana” che la Russia sembra preparare in punta di baionetta. Comprensibile, per carità: quello che stanno facendo i Russi non è uno spettacolo per stomaci delicati. Ma si noti: a ogni salto dell’escalation il prezzo (politico, economico e morale) del compromesso è sempre più alto. L’interlocutore sempre più ostile. Non ci piaceva parlare con la Russia del 2014, ancor meno ci piace farlo con quella di oggi. Ma non siamo a una festa, in cui si può parlare solo con quelli che ci stanno simpatici. Il tema è: non parliamo oggi perché pensiamo che la Russia di domani sarà più amichevole? Su quali basi? Oppure pensiamo si possa continuare a tirare dritto ignorando le loro richieste?
Gli Americani pensano di riuscire a controllare il processo, e pensano che fino a che non si va troppo in là, la cosa può anche fargli gioco. E va bene. Ma noi? Diseducati alla politica estera, avendo vissuto tutte le nostre vite sotto tutela, in un mondo in cui nessuna potenza ha mai avuto la forza di presentare all’alleanza occidentale il conto della sua intransigenza  e dei suoi errori, siamo diseducati all’ascolto e al compromesso. Ci facciamo spingere per inerzia verso il momento terribile in cui potremmo trovarci davanti alla prospettiva di un coinvolgimento diretto o a quella di una resa disonorevole in una guerra in cui abbiamo investito troppo, e perso moltissimo, senza nemmeno aver discusso se valesse la pena combatterla, e senza prendervi parte.
Eppure le dinamiche dei rapporti di potenza ci suggeriscono che almeno su questo punto Putin potrebbe aver ragione: la supremazia del “miliardo d’ oro” è agli sgoccioli. L’epoca delle scelte senza conseguenze, dell’intransigenza gratis come posa, dell’obbedienza docile e irriflessiva all’alleato, nella cieca fiducia del suo ombrello protettivo, sta per finire per sempre.

L’Occidente collettivo è sull’orlo del precipizio

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di Alexei Zotiev

Fonte: controinformazione

Negli ultimi anni molte persone, assolutamente sconnesse e seguaci
di piattaforme ideologiche completamente diverse, hanno la sensazione che tutto quello che sta accadendo, anche di scala seria, sia solo un precursore di qualcosa di più globale. Mentre le prime previsioni di una guerra mondiale su vasta scala erano percepite con più che scetticismo, oggi un potenziale “super-conflitto” non sembra più impossibile.

Il desiderio stesso di trascinare la Russia in un conflitto a tutti gli effetti sul territorio dell’Ucraina era già irto di un grande pericolo, poiché le possibilità che forze piuttosto serie sarebbero state trascinate in questa “guerra locale” erano massime. In linea di principio, questo è ciò che è successo.

Oggi, nonostante l’assenza di un contingente ufficiale di truppe della NATO, i rappresentanti di tutti i paesi del blocco occidentale sono presenti sul territorio ucraino e l’equipaggiamento europeo e americano viene utilizzato abbastanza apertamente sui campi di battaglia e viene persino utilizzato per bombardare città pacifiche nelle repubbliche del Donbas. In linea di principio, oggi nessuno ha paura di dire ad alta voce che la Russia e l’Occidente “democratico”, che cerca di rimodellare lo spazio post-sovietico a sua somiglianza, si sono uniti in una battaglia sul territorio della longanime Ucraina.

Il conflitto in Ucraina può trasformarsi in uno scontro su vasta scala tra i due mondi? Teoricamente, ovviamente, una tale possibilità esiste, poiché la Russia viene spinta a fondo in uno scenario del genere, ma la prudenza della leadership del nostro paese è ancora il principale ostacolo allo scoppio di una guerra mondiale su vasta scala. Sebbene, in linea di principio, in un diverso insieme di circostanze, potremmo ragionevolmente lanciare attacchi su quei territori dai quali armi, munizioni e mercenari vengono forniti all’Ucraina. Ma gli obiettivi dell’operazione militare speciale sono stati chiaramente definiti e negli ultimi cinque mesi Mosca non si è discostata da essi per gradi, per quanto chiunque lo desideri.

Missili USA in Ucraina

Dal punto di vista della logica mondana e attuale, l’Occidente collettivo deve essere felice di un tale scenario di sviluppi. La Russia è coinvolta nelle ostilità, non sono europei e americani ma ucraini a morire sul campo di battaglia, e tutto ciò che sta accadendo sta mettendo a dura prova l’economia russa, che ipoteticamente dovrebbe causare se non una profonda depressione, quindi abbastanza stabile e stagnazione persistentemente pronunciata. Non è lo scenario migliore per scoraggiare e logorare un potenziale avversario geopolitico?

Ma nonostante gli sviluppi positivi, in linea di principio, in Ucraina per l’Occidente, la minaccia di uno scontro su vasta scala tra due mondi, con la Russia come centro convenzionale dell’uno e gli Stati Uniti come l’altro, rimane più che realistica. E il motivo delle tensioni piuttosto stabili è proprio l’America e la sua politica difficile da analizzare.

Inondando l’Ucraina di armi e spingendola ad azioni più attive sui “fronti”, compresi quelli di natura offensiva, l’Occidente collettivo per qualche ragione ha spostato nettamente la sua attenzione verso l’Asia, sul cui territorio sta cercando di innescare un conflitto che in futuro, sia nella sua portata che nelle sue conseguenze, metterà in ombra il confronto tra Mosca e Kiev che si sta svolgendo sul territorio dell’Ucraina.

La guerra Cina-Taiwan, che gli alti funzionari statunitensi hanno cercato di provocare negli ultimi giorni, sarà più globale e distruttiva dell’operazione militare speciale della Russia in Ucraina. E sembra che questo conflitto, come quello tra Corea del Sud e Corea del Nord, che pure non sembra più improbabile, sia nei piani immediati del Campidoglio.

È difficile vedere come, in caso di scontro tra Cina e Taiwan, o addirittura tra Corea del Nord e del Sud, l’America possa restare in disparte e limitarsi all’assistenza militare, economica e consultiva in un territorio che la Cina considera suo possedimento. L’economia statunitense potrebbe essere in grado di resistere alla tensione di due grandi conflitti, ma chi può garantire che Russia e Cina si sentiranno a proprio agio in uno scenario in cui lo stato che ha innescato il conflitto globale non è un partecipante diretto?

Missili russi Iskander

Cercando di testare il potenziale militare ed economico di Russia e Cina, cercando di legarle ai conflitti locali, l’Occidente collettivo in generale, e gli Stati Uniti in particolare, stanno letteralmente camminando sull’orlo di un precipizio, non rendendosi conto che nell’attuale realtà sia Russia, Cina e Corea del Nord possono colpire punti decisionali, che non si trovano affatto sul territorio di Ucraina, Taiwan e Corea del Sud.

Il fatto che l’Occidente collettivo abbia deciso di alzare la posta e accendere qualche altro fuoco sulla mappa del mondo suggerisce che l’avventura in Ucraina non ha avuto i risultati prevedibili. Ma non è ovvio che questo gioco non sta andando secondo le regole inizialmente dichiarate dalla dirigenza statunitense? Non è ovvio che tali azioni conducano alla formazione di un nuovo blocco economico e militare che non è in alcun modo inferiore nella sua potenza alla coalizione filoamericana che, pur rivendicando il dominio del mondo, di fatto ha sopravvalutato le proprie capacità e collocato il mondo sull’orlo di un nuovo conflitto globale che sarà sicuramente vinto da una sola parte?

Segodnia. Ru (News Front)

O con noi o con Putin

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di Marcello Veneziani

Ma davvero alle prossime elezioni il candidato più forte da battere sarà Vladimir Putin? È la voce che corre su tutti i giornaloni nostrani e tra i sostenitori del Partito Dragocratico, in sigla Pd, che comprende pure molti centristi di varia provenienza. Matteo Renzi ha detto che col voto bisognerà battere l’area Putin; Enrico Letta e altri suoi potenziali alleati disegnano a loro misura la contrapposizione tra filo-occidentali e filo-putiniani e perfino un politologo serio come Angelo Panebianco in un editoriale del Corriere della sera ha ritenuto Putin il convitato di pietra delle prossime votazioni italiane. Sappiamo che in campagna elettorale si usa ogni colpo basso e ogni slogan propagandistico ad effetto pur di demonizzare l’avversario. Contro il centro-destra si passa dall’accusa di fascismo e di statalismo sovranista a quella di essere la longa manus di Putin in Italia. Ma se guardiamo alla realtà delle posizioni assunte, l’identificazione del centro-destra con l’area Putin è grottesca, infondata e smentita ampiamente dalla realtà.

Giorgia Meloni, che è la leader in pectore del partito di maggioranza nel nostro paese, ha sposato totalmente sul conflitto russo-ucraino le tesi della Nato, dei Dem di Biden e di Letta, dei conservatori britannici e atlantici e le stesse posizioni assunte da Draghi. Ed è corsa negli Stati Uniti per sottolineare la posizione filo-occidentale e filo-Nato del suo partito. L’assurda caccia ai putiniani d’Italia, con relative liste di proscrizione sui giornali, ha avuto come sponda proprio il Copasir presieduto da un esponente di Fratelli d’Italia, Adolfo Urso, che denuncia infiltrazioni putiniane nella politica nostrana.
Silvio Berlusconi ha portato Forza Italia nel Partito Popolare europeo, ed è sempre stato con le sue reti mediaset un veicolo di americanizzazione nella vita italiana; da sempre Berlusconi colloca il suo partito nell’area euro-occidentale, e si definisce liberale. Non si può confondere la sua amicizia personale con Putin e il suo ruolo di “paciere internazionale” tra la Russia putiniana e gli Stati Uniti di Bush, come una dichiarazione di putinismo. Resta solo la Lega di Salvini, che nelle sue molteplici variazioni, ha sposato in una fase politica precedente alla guerra una posizione filo-putiniana che poi si è interrotta con l’invasione dell’Ucraina.

Insomma il centro-destra è tutt’altro che identificabile con l’area Putin, a cui forse guarda con favore solo Alessandro Di Battista e un’ala minoritaria di quel che resta del Movimento 5Stelle. Diversi, semmai, sono gli umori popolari del Paese meno allineati agli Usa. Ritenere poi che schierarsi a favore della pace e del negoziato piuttosto che puntare sulle sanzioni e sull’interventismo militare, sia un’adesione al putinismo, significa ritenere putiniani tutti i pacifisti, dal Papa Bergoglio alla sinistra arcobaleno.
Si deve peraltro ammettere che il pronunciamento bellicoso dell’Italia di Draghi e dell’Europa contro la Russia finora non ha portato il minimo giovamento all’Ucraina e ha prodotto il massimo danno all’Italia e all’Europa stesse che si trovano impelagate negli effetti nefasti delle sanzioni e nei contraccolpi economici, sociali ed energetici per la posizione assunta. Ridicola, se non fosse tragica, la posizione di chi aveva minacciato a gran voce di rifiutare il gas russo e ora denuncia la Russia che annuncia restrizioni nei nostri confronti sulla fornitura del gas. Ma non era esattamente quello che volevano fare?
L’idea di non radicalizzare il conflitto con la Russia ma di cercare una trattativa, accomuna le grandi nazioni europee, come la Germania e la Francia, che hanno capito la follia e i gravi danni di appiattirsi sulla posizione americana e sulla linea di un presidente malfermo e poco lucido come Biden. Chi non vuole assumere una posizione da falco nel conflitto russo-ucraino non mira certo a favorire Putin ma è preoccupato di tutelare l’Europa, i suoi popoli, la sua economia, le sue risorse energetiche. Peraltro la linea muscolare dei falchi è estranea alla nostra tradizionale politica estera, voluta da Moro, da Andreotti, da Craxi, che ha cercato sempre la mediazione e mai il muro contro muro.

Insomma, lo schema putiniani o liberali d’Occidente non regge alla prova della realtà. E inverosimile appare il paragone di Panebianco tra il voto del 25 settembre e le elezioni del 18 aprile del 1948, quel voto-spartiacque in cui l’Italia liberal-democratica, cattolica, occidentale e filo-atlantica si schierò contro il fronte popolare filo-sovietico e comunista. Un paragone insensato in cui i bolscevichi sarebbero Berlusconi & C e i filo-occidentali sarebbero i Fratoianni & C. Si dimentica che gli eredi dello schieramento filo-sovietico di allora sono tra le fila del Partito Democratico e dei suoi alleati (si chiamavano comunisti).
Attribuire poi al presidente ungherese Orban il ruolo di cavallo di Troia di Putin in Europa è dimenticare da un verso il peso minimo del piccolo stato di Budapest nell’intera Unione Europea, e dall’altro attribuire intenzioni opposte a un leader che ha fatto dell’amor patrio, della difesa della civiltà cristiana ed europea e della memoria storica di un paese invaso dai russi sovietici la sua bandiera. (L’accusa di essere filo-Orban è la terza imputazione ai danni della Meloni, dopo il ducismo e il putinismo).
In realtà trattare con i dittatori o gli autocrati è sempre stato necessario: i democratici americani trattavano con Stalin e i regimi comunisti, perfino Nixon il repubblicano aprì alla Cina comunista di Mao dopo la sanguinosa “rivoluzione culturale “ che costò decine di milioni di morti. Si chiama realpolitik.
Ma putiniano, si sa, è la nuova versione propagandistica della surreale diceria che col centro-destra tornerà il nazifascismo.

(Panorama, n.32/2022)

Matteo Salvini e la Russia, Marco Travaglio smonta il finto scoop

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Russiagate, arriva l’avvocato difensore che non t’aspetti. Sul caso del dossier russo e dei presunti rapporti tra Lega e Cremlino, scende in campo perfino il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che prende di petto il giornalista della Stampa Jacopo Iacoboni. Travaglio lo scrive nero su bianco nell’editoriale pubblicato sul suo giornale venerdì 29 luglio. E rivela che, in un primo momento, anche il Fatto stava per cadere nella trappola ma poi ha aperto gli occhi e si è tenuto alla larga dal quello che poi si sarebbe rivelato un finto scoop.

Nel suo editoriale, Travaglio definisce il caso come una vera e propria “trappola della Stampa”. E ancora: “Ci ha aperto gli occhi una prova più rocciosa della smentita di Gabrielli: la firma di Jacopo Iacoboni” che “vede Putin dappertutto”. Il direttore del Fatto Quotidiano affonda il colpo e scarica interamente su Draghi la responsabile della recente caduta del governo. “Se la caduta di Draghi l’avesse voluta Putin – scrive Travaglio – il suo primo complice sarebbe Draghi che vi si è impegnato più di lui: per fare un dispetto a Putin gli sarebbe bastato non insultare la Lega e i 5Stelle mentre chiedeva loro la fiducia. Invece si è sfiduciato da solo, putiniano che non è altro”.

Fonte: https://www.iltempo.it/politica/2022/07/29/news/marco-travaglio-difende-matteo-salvini-dossier-russia-finto-scoop-stampa-32578931/

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