Russia e Cina contrastano il piano egemonico degli USA in Eurasia

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di Luciano Lago

La inarrestabile discesa della influenza degli Stati Uniti sull’attuale ordine mondiale è segnata fra gli altri da due fattori essenziali: da un lato l’offensiva russa in Ucraina che segna il ruolo di protagonista assertivo della Russia come superpotenza che ostacola i piani egemonici degli Stati Uniti, dall’altro lato le nuove intese economiche e finanziarie che la Repubblica Popolare Cinese sta stringendo con i partner petroliferi del Golfo Persico, in primis con l’Arabia Saudita.

Se la Russia ha di fatto rotto l’accerchiamento della NATO e si è impegnata in un conflitto che, a prescindere dal suo esito, segnerà una svolta negli equilibri europei e non solo in quelli, la nuova dinamica cinese rischia di incrinare il predominio del dollaro negli scambi internazionali, visti gli accordi in definizione fra Cina e Arabia Saudita, il maggior produttore di petrolio mondiale.

Senza dubbio Washington sta perdendo il ruolo che ha svolto in Europa e in Medio Oriente negli ultimi 40 anni. L’operazione militare speciale in Ucraina è diventata un altro sintomo dell’indebolimento del ruolo dell’America come fattore di stabilizzazione globale.

Il cambiamento che si sta verificando è di fatto un riassetto degli equilibri mondiali in cui i protagonisti sono diversi da quelli che hanno predominato la scena internazionale negli ultimi 80 anni.

Il piano della elite di potere USA di disarticolare la Russia facendo leva sull’Ucraina quale piattaforma di ariete anti russa, sta ormai fallendo a prescindere da come si concluderà il conflitto. La Russia non permetterà alla NATO di stabilirsi in Ucraina e questo paese è destinato a essere disarticolato e suddiviso in varie regioni, che saranno con tutta probabilità rese neutrali.

L’equilibrio di sicurezza dovrà necessariamente essere ridefinito coinvolgendo la Russia, come lo stesso Macron e Shulz hanno dovuto ammettere.

Se si realizzerà un tale scenario, Washington avrà fallito un’altra volta e questo spiega l’ostinazione degli anglo statunitensi nel cercare di sostenere l’Ucraina nonostante il collasso previsto del suo esercito decimato dalle perdite. Lo avevamo previsto in tanti che la guerra per procura sarebbe stata combattuta dagli USA fino all’ultimo ucraino e così sta avvenendo.

L’idea di Washington di disarticolare la Russia ed ottenere un cambio di regime al Cremlino cozza con la realtà di un paese che al contrario si è stretto a grande maggioranza attorno al suo premier ed è consapevole di essere costretto dall’occidente ad una guerra esistenziale.

Il presidente Putin deve correggere alcuni sbagli e sottovalutazioni del nemico che aveva fatto all’inizio della offensiva russa: l’intervento massiccio di forze della NATO sul territorio ucraino, con forniture di armi, assistenza logistica, di intelligence, comando e controllo affidato a ufficiali statunitensi e britannici ha avuto l’effetto di prolungare le operazioni ma adesso siamo in una nuova fase dell’offensiva che assume una connotazione più decisa e diretta a neutralizzare l’intera infrastruttura del sistema ucraino e a distruggere quel che resta delle sue forze armate.

L’obiettivo strategico più ampio della Russia è quello di facilitare la liberazione dell’Europa dal controllo statunitense, questo potrà avvenire quando i paesi europei saranno costretti a trattare con Mosca per evitare un olocausto nucleare nel vecchio continente che servirebbe solo agli interessi americani.

Di conseguenza la dimostrazione della forza e della tecnologia militare russa, nel lungo termine, avranno l’effetto di convincere l’Europa che soltanto la Russia, non gli Stati Uniti, è in grado di fornire ai paesi europei una difesa strategica.

Dall’altro versante del mondo, nell’Indo Pacifico, il ruolo di protagonista viene assunto inevitabilmente dalla Cina che procede verso l’internazionalizzazione dello yuan. Dopo la visita in Arabia Saudita e gli accordi presi, lo stesso Xi Jinping ha dichiarato che la Cina utilizzerà lo yuan per il commercio di petrolio, attraverso la Borsa nazionale del petrolio e del gas di Shanghai, a cui ha invitato gli altri paesi produttori.

Negli ultimi cinque anni, la Cina è stata il più grande importatore mondiale di greggio, che proviene da metà dalla penisola arabica e più di un quarto dall’Arabia Saudita.

La Cina prosegue nel suo percorso di sviluppo e di investimenti (con la Belton Road) coinvolgendo un sempre maggiore numero di paesi in Asia in Africa, in Medio Oriente e in America Latina.

D’altra parte i cinesi non nascondono di essere determinati a distruggere la invasiva egemonia degli Stati Uniti, per stabilire l’uguaglianza e la giustizia nel mondo. In questo contesto l’America invita a boicottare la Cina ed a diffidare della cooperazione con Pechino ma non ottiene ascolto e piuttosto sta perdendo la fiducia dei suoi alleati e della comunità internazionale.

In altro modo, gli americani stanno stringendo il cappio economico e politico sull’Europa e stanno provocando un’agguerrita concorrenza volta a danneggiare in primis l’economia europea, con la finzione di mascherare l’egemonia da “ordine internazionale” basato su regole, una finzione a cui non crede più nessuno e che sta volgendo al termine.

Questa ascesa della Cina preoccupa l’elite di potere USA che aveva previsto di affrontare il gigante asiatico soltanto dopo una possibile sottomissione della Russia con l’istigazione del conflitto in Ucraina.
Il piano tuttavia non sta andando come si aspettavano gli strateghi di Washington e i decisori del Deep State sono ad un bivio: a breve devono decidere per una conflitto nucleare o per una accettazione di un ordine multipolare con ridimensionamento del loro ruolo. Una scelta difficile ma necessaria e da questa dipenderà il futuro di tutta l’umanità.

Foto: Today.it

24 dicembre 2022

Fonte: https://www.ideeazione.com/russia-e-cina-contrastano-il-piano-egemonico-degli-usa-in-eurasia/

La guerra logora anche chi non la fa

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di Gianandrea Gaiani 

Fonte: Analisi Difesa

Costi finanziari alle stelle come i consumi di armi e munizioni per una guerra che sembra lontana dal concludersi e che i russi sembrano per ora voler combattere sulla difensiva con l’obiettivo di logorare gli ucraini e soprattutto i loro alleati.
Se Kiev cerca di arruolare altre truppe per alimentare nuove offensive tese a riconquistare i territori perduti, in Europa e Occidente si cominciano a valutare le difficoltà a mantenere l’alimentazione delle forze ucraine a un ritmo sostenibile nel tempo. Gli Stati Uniti valutano se trasferire o meno all’Ucraina i missili da difesa aerea a lungo raggio Patriot per fornire un maggiore contributo al contrasto degli attacchi missilistici russi che stanno demolendo progressivamente tutte le infrastrutture energetiche del nemico.
Obiettivi legittimi in guerra (del resto bersagli di questo tipo sono stati sempre al centro del mirino di tutte le guerre occidentali, dall’Iraq alla Serbia alla Libia), la cui distruzione sta comportando gravi difficoltà allo sforzo bellico ucraino (senza energia trasporti, industrie e reti informatiche non funzionano) peggiorando sensibilmente anche le condizioni di vita della popolazione che deve affrontare un inverno durissimo.
L’assenza o la penuria di energia potrebbe mettere a dura prova il consenso nei confronti del governo e del presidente Volodymyr Zelensky che già da tempo ha messo fuori legge ogni forma di opposizione chiudendo televisioni, giornali e ben 12 partiti di opposizione e punendo per legge persino chiunque osi esprimersi a favore di negoziati di pace.
Elementi che confermano come la guerra in atto sia anche una guerra civile, con milioni di cittadini ucraini schierati dalla parte dei russi e decine di migliaia che combattono al fianco delle forze di Mosca. L’offensiva missilistica contro le infrastrutture mira anche a complicare la situazione nei paesi europei, a tutti gli effetti ormai “nazioni ostili” per i russi, poiché è evidente che milioni di civili ucraini privi di luce, acqua e riscaldamento potrebbero cercare un rifugio sicuro e caldo a ovest, in un’Europa già in difficoltà per la sciagurata gestione della guerra e della crisi energetica (che secondo Bloomberg è già costata all’Unione mille miliardi di dollari) da parte della Commissione Ue che già oggi vede ridursi pericolosamente le riserve di gas.

Patriot in Ucraina?
Un contesto in cui ben si inserisce la vicenda dei missili Patriot chiesti da Kiev. La prima a proporre di metterli in campo è stata la Germania che voleva però schierarli in Polonia per “prevenire” sconfinamenti di missili russi nel territorio dell’alleato membro della NATO.
Evidentemente un pretesto anche perché finora in Polonia è caduto solo un missile terra-aria ucraino appartenente a un sistema S-300. Berlino, dopo aver colto i potenziali rischi di un maggiore e diretto coinvolgimento nella guerra contro la Russia e aver recepito le minacce russe di rappresaglia, il 6 dicembre ha risposto picche alla proposta polacca di dispiegare in Ucraina i Patriot.
Il ministro della Difesa di Varsavia, Mariusz Blaszczak, si è detto “deluso” dalla decisione di Berlino, dopo aver parlato con il suo omologo tedesco, Christine Lambrecht.
I polacchi non avranno disponibili i Patriot che hanno ordinato agli USA ancora per molto tempo e sono quindi gli Stati Uniti oggi a dover gestire la “patata bollente”, tra indiscrezioni stampa che danno per imminente la consegna di due batterie e Il Presidente Joe Biden che il 16 dicembre ha affermato che una decisione verrà presa presto.
Difficile però credere che simili armi vengano lasciate nelle mani degli ucraini ma è verisimile che nel caso vengano gestite in Ucraina da militari o contractors statunitensi o di altri stati membri della NATO, peraltro già 0resenti con migliaia di effettivi in Ucraina.
La necessità di potenziare le difese aeree ucraine rimane del resto una priorità per l’Occidente e nei giorni scorsi sono circolate le voci circa la consegna di un altro sistema tedesco IRIS-T e di due SAMP/T, uno francese e uno fornito dall’Italia, come hanno rivelato fonti francesi (in barba all’inutile e paradossale segreto posto da Roma sulle forniture militari all’Ucraina). Si tratta di sistemi prelevati direttamente dalle dotazioni dell’aeronautica francese e dell’esercito italiano che si aggiungono ai vecchi Hawk spagnoli e forse ai sistemi Aspide/Spada italiani: armi piuttosto anziane e da tempo “scadute”, il cui impiego quindi non può offrire garanzie di efficacia e sicurezza.

Scorte in esaurimento
Il prolungamento del conflitto sta mettendo in grave difficoltà la capacità degli anglo-americani e dei loro alleati di mantenere un elevato ritmo di consegna di armi e munizioni, adeguato ai consumi e al logorio imposto da questa guerra convenzionale ad alta intensità.
A fine novembre il New York Times ha sentito un alto funzionario dell’Alleanza Atlantica che ha ammesso che i due terzi dei Paesi della Nato hanno esaurito armi. mezzi e munizioni che potevano venire ceduti all’Ucraina.
“Le scorte di armamenti di 20 dei 30 membri della Nato sono “piuttosto esaurite”, ha detto il funzionario che ha voluto mantenere l’anonimato, ma “i restanti 10 Paesi possono ancora fornire di più, soprattutto gli alleati più grandi”, ha aggiunto citando tra questi l’Italia, la Francia, la Germania e l’Olanda.
La situazione delle scorte di armamenti è particolarmente difficile per la Polonia e gli Stati baltici, sottolinea il giornale, secondo cui nel complesso i Paesi della Nato hanno trasferito all’Ucraina armamenti per un valore di 40 miliardi di dollari.
Il supporto militare all’Ucraina “non dovrebbe essere inferiore a quello degli ultimi sei mesi…. ma a parte questo, abbiamo bisogno di armi più moderne, più rifornimenti” ha detto il 15 dicembre il presidente Volodymyr Zelensky davanti ai leader Ue durante il suo intervento da remoto al Consiglio europeo. “Questo vale sia per la difesa aerea che per la difesa missilistica. E chiedo a ciascuno dei ventisette paesi dell’Unione Europea di decidere cosa si può fare nello specifico per aumentare la fornitura di sistemi di difesa aerea e missilistica – ha aggiunto Zelensky.
“Questo vale anche per i carri armati moderni. Non c’è alcuna ragione razionale per cui l’Ucraina non dovrebbe riceverli ora. Ciò vale anche per l’artiglieria a lungo raggio e per i sistemi missilistici che potrebbero accelerare la fine dell’aggressione russa”.
La criticità della situazione dei rifornimenti è stata presa in esame anche dal ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto: “In tutto il mondo l’industria militare, e anche in Russia, è in crisi di produzione e di approvvigionamento. Per assurdo questo è uno degli elementi che possono dare una svolta alla trattativa sull’Ucraina che tutti ci auguriamo”, ha detto in un’intervista su RAI 3.
Intervenendo in Senato il 13 dicembre il ministro italiano ha ammesso che gli aiuti militari all’Ucraina possono avere un impatto sulle nostre Forze Armate.
“Non voglio nascondere al Parlamento che quello che abbiamo fatto e che stiamo facendo, pur non comportando oneri diretti e immediati nel lungo periodo, potrebbe incidere sulle nostre capacità”. E’ molto probabile che perdite, usura e consumi mettano in difficoltà anche i russi che devono fare i conti anche con gli effetti delle sanzioni poste dall’Occidente ma la portata di queste difficoltà è tutta da verificare.
Fonti militari ucraine ammettono di aver trovato resti di missili russi esplosi prodotti in ottobre di quest’anno e se si escludono idroni-suicidi (munizioni circuitanti) a lungo raggio Geran-2 di origine iraniana (ma probabilmente ormai prodotti in Russia), tutte le armi impiegate appaiono prodotte in Russia e in molti casi stoccate in depositi sparsi per tutto l’immenso territorio della Federazione da molti anni.
L’intensità dell’offensiva missilistica sulle infrastrutture energetiche e dei bombardamenti dell’artiglieria russa lungo i fronti di guerra non sembrano certo indicare difficoltà nei rifornimenti di munizioni nonostante diversi depositi siano stati colpiti negli ultimi mesi nelle retrovie da sabotatori o dai razzi lanciati dai sistemi HIMARS statunitensi e recentemente lo stesso Vladimir Putin abbia ammesso qualche difficoltà logistica.
Gli Stati Uniti hanno più volte denunciato forniture alla Russia di armi e munizioni nordcoreane ma finora non ci sono stati riscontri in proposito dai campi di battaglia.
Le previsioni dell’intelligence britannico, che nei suoi bollettini giornalieri riferisce dall’aprile scorso che la Russia sta finendo le scorte di missili balistici e da crociera, si sono rivelate errate o più probabilmente frutto più di intenti propagandistici che di attività d’intelligence (del resto non si sono mai visti i servizi segreti pubblicare bollettini di guerra quotidiani).
Il 27 novembre il ministro della Difesa estone Hanno Pevkur ha ammesso che “dopo nove mesi di conflitto, l’Esercito e l’Aeronautica della Federazione russa non sono state indebolite in modo sensibile”. Pevkur ha sottolineato che nonostante la Russia abbia subito considerevoli perdite, il suo potenziale ritornerà ad essere “prima o poi” quello del 24 febbraio, ponendo l’accento sul fatto che “il pericolo per i Paesi della NATO è pari a quello di inizio conflitto”.
I russi “hanno ancora abbastanza missili per condurre diversi attacchi pesanti. Noi abbiamo abbastanza determinazione e autostima per rispondere” ha detto il 16 dicembre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in un video messaggio.
Come abbiamo sottolineato più volte questa è la prima guerra convenzionale ad alta intensità combattuta in Europa dalle ultime offensive alleate nella primavera del 1945.
Tra le “lezioni apprese” che avevamo indicato già nel giugno scorso vi era l’inadeguatezza delle forze armate europee e occidentali a far fronte a un conflitto del genere perché non potremmo reggere migliaia di morti e feriti e perché le nostre dotazioni di armi pesanti e munizioni verrebbero azzerate dopo una o due settimane di guerra, in molti casi anche in pochi giorni.
Correre ai ripari non è facile e richiede tempi lunghi, determinazione e ampi investimenti  poiché l’industria della Difesa in Occidente non è strutturata per compensare in tempi rapidi perdite e consumi elevati come quelli registrati da una guerra convenzionale come questa in cui le forze ucraine “bruciano” migliaia di proiettili d’artiglieria al giorno e decine o addirittura centinaia di mezzi ogni settimana.
Solo per citare un esempio, il Pentagono ha assegnato a Raytheon un contratto da 1,2 miliardi di dollari per fornire a Kiev 6 batterie di missili terra-aria NASAMS in aggiunta alle due già consegnate ma che verranno realizzate in non meno di due anni.

Guerra convenzionale
“Da quando è finita la guerra fredda un po’ tutti gli arsenali militari sono stati ridotti poiché non si pensava certo che una guerra convenzionale potesse tornare in Europa” – ha detto a fine novembre all’Adnkronos il generale Giorgio Battisti, veterano di molte missioni oltremare, membro del Comitato Atlantico e opinionista di Analisi Difesa.
“Ci sono state le diverse missioni di peacekeeping, missioni all’estero che hanno fatto in modo che venisse privilegiata la parte leggera dell’equipaggiamento militare: armi individuali, mezzi non pesanti abbandonando un po’ le caratteristiche di un esercito convenzionale, appunto con carri armati e le artiglierie che servivano appunto durante la Guerra Fredda.
Ora la guerra convenzionale ritornata in Europa si combatte con i droni e con i missili, a colpi di artiglieria e si parla di migliaia di colpi che sia i russi che gli ucraini sparano tutti i giorni. Mentre in Afghanistan gli Stati Uniti sparavano 300 colpi di cannone al massimo ogni giorno, nella guerra in Ucraina si sparano 5mila con delle punte di 20mila colpi al giorno.
Questo dimostra come questa guerra abbia messo a nudo le nostre carenze. Una guerra che non può essere paragonata a quelle nei Balcani negli anni ’90 dato che erano guerre a bassa intensità, mentre qui lo scontro è tra due stati che utilizzano tutti gli equipaggiamenti degli arsenali di cui dispongono. Negli ultimi anni, in moltissimi paesi compresa l’Italia, è subentrata una forma di accanimento, possiamo dire, contro le industrie che producevano armi che sono state costrette o a riconvertirsi in altre produzioni o anche a chiudere” – ha evidenziato Battisti.
“Circostanza che ha fatto sì, salvo che negli Usa, che tantissimi paesi abbiamo ridotto sensibilmente i propri magazzini, le proprie riserve militari. Una eventuale riconversione all’industria bellica non sarà facile, ampliare la capacità industriale di un paese non può realizzarsi in breve tempo.
Ritengo che occorra evitare di rimanere completamente privi di armi e gli Stati Maggiori di tutti i paesi, compresi gli Stati Uniti, stanno studiando come non rischiare di rimanere sguarniti e rifornire allo stesso tempo l’Ucraina delle armi necessarie per difendersi. Anche perché gli Stati Maggiori devono tenere conto sempre del rischio che il conflitto si allarghi coinvolgendo direttamente paesi dell’Alleanza Atlantica” – ha concluso Battisti.

Armi e munizioni agli sgoccioli
Considerato questo contesto non sorprende che gli anglo-americani cerchino alternative al depauperamento delle proprie riserve di armi e munizioni anche tenendo contro che le capacità produttive statunitense di munizioni da 155 mm raggiungono i 15 mila proiettili mensili (molti meno in Europa), pari più o meno a tre giorni di fuoco dell’artiglieria ucraina: terminate le riserve disponibili, occorrerebbero anni per tornare a disporre di un livello accettabile di munizioni.
Tra le alternative, Washington e Londra cercano di reperire armi e munizioni di tipo russo/sovietico da girare a Kiev in Africa e Asia, come nel caso del Marocco già illustrato da Analisi Difesa.
Da un lato è indubbio che la guerra in Ucraina abbia dato un forte impulso alla spesa militare in diverse nazioni europee e negli Stati Uniti: molte nazioni un tempo membri del Patto di Varsavia hanno già ceduto a Kiev tutti o quasi gli equipaggiamenti ex sovietici di cui disponevano. In termini concreti però questo incremento delle risorse finanziarie richiederà anni per trasformarsi in nuove armi e munizioni per le forze NATO come per quelle ucraine.
Per fare un esempio di sistemi d’arma peraltro di relativamente facile e rapida produzione, il ministero della Difesa britannico ha commissionato l’acquisto di un numero imprecisato di armi anticarro NLAW per 229 milioni di sterline che verranno consegnate tra il 2024 e il 2026 (altri 500 NLAW ordinati in precedenza arriveranno nel 2023) per compensare la cessione all’Ucraina di ben 10 mila armi anticarro (in gran parte NLAW) in pochi mesi.
Occorre inoltre valutare se gli stanziamenti annunciati in Europa in modo altisonante sull’onda emotiva del conflitto risultino sostenibili di fronte alla crisi energetica e a quella economica e sociale che si stanno abbattendo sul Vecchio Continente.
Secondo uno studio del think-tank britannico Royal United Services Institute (RUSI) “con la fine della guerra fredda l’Europa ha ridotto drasticamente il budget della difesa, ritrovandosi con eserciti e scorte d’artiglieria limitati, inadatti a sostenere nel lungo periodo il ritmo di una guerra come quella combattuta oggi in Ucraina. Ai tassi ucraini di consumo di artiglieria, le intere scorte britanniche potrebbero durare una settimana e gli alleati europei non sono in una condizione migliore”.
Secondo dati ufficiali resi noti il 27 novembre il Regno Unito ha già armato l’Ucraina con quasi 7 mila armi anticarro NLAW, oltre un centinaio di veicoli blindati, semoventi antiaerei Stormer con missili Starstreak, diverse decine di obici M109 e cannoni trainati L119, lanciarazzi campali MLRS M270, oltre 16 mila proiettili d’artiglieria, missili Brimstone e 4,5 tonnellate di esplosivi al plastico. Materiale in parte già usurato o distrutto mentre le munizioni d’artiglieria sono state sufficienti per circa tre giorni di combattimenti.
Per comprendere come anche per le scorte dell’US Army questa guerra non sia sostenibile nel tempo il RUSI evidenzia che nell’estate scorsa gli ucraini sparavano in un giorno 6/7 mila colpi d’artiglieria (i russi fino a 50mila), quando gli Stati Uniti riescono a produrne in un mese solo 15mila.
La costruzione negli USA di uno stabilimento di munizioni ad hoc per l’esercito ucraino richiederà tempo e gli 800 mila proiettili da 155 mm previsti richiederanno due anni per venire prodotti. Secondo il RUSI “al culmine dei combattimenti nel Donbass, la Russia stava usando più munizioni in due giorni di quante ne avesse in magazzino l’intero esercito britannico”.
Il Pentagono ha ceduto a Kiev circa un terzo delle riserve di missili anticarro Javelin e di quelli antiaerei Stinger: ripianare tali scorte richiederà rispettivamente 5 e 13 anni: troppi, soprattutto tenendo conto che altri conflitti potrebbero esplodere in aree diverse, incluso il Pacifico.
Citando fonti del Pentagono, il New Yorker ha reso noto che gli Stati Uniti non intendono fornire all’Ucraina i lanciarazzi campali multipli HIMARS in grandi quantità a causa del costo (7 milioni di dollari) dei tempi di produzione di nuovi mezzi la limitata ma soprattutto per la difficoltà industriale a far fronte alle commesse di munizioni.
“A fronte di una produzione di 9mila razzi all’anno le forze armate ucraine ne consumano almeno 5mila al mese”, afferma la fonte citata dal giornale.
E bene evidenziare che gran parte dei 20 miliardi di dollari di aiuti militari statunitensi, degli oltre 3 miliardi di sterline forniti da Londra (secondo contributore) e dei 3,1 miliardi di euro forniti dall’Europa all’Ucraina (l’Italia ha speso finora quasi mezzo miliardo di euro secondo l’Osservatorio MIL€X) riguardano mezzi, armi e munizioni prelevati dai magazzini o dai reparti delle forze armate occidentali, che se ne sono privati non senza critiche da parte di molti ambienti militari.
Citando fonti militari francesi, il magazine statunitense Politico ha rivelato a inizio dicembre che in Francia gli stock di munizioni e artiglieria si sono ridotti pericolosamente a causa delle donazioni all’Ucraina mentre fonti militari tedesche riducono oggi ad appena due giorni l’autonomia di fuoco dell’artiglieria in un conflitto convenzionale.
L’ambasciatore polacco alla NATO, Tomasz Szatkowski, ha dichiarato alla radio polacca RMF che “i depositi militari dei paesi della NATO si stanno vuotando a causa degli aiuti all’Ucraina”. Un allarme che potrebbe aumentare i dissidi tra gli alleati considerato che il segretario generale della NATO, Lens Stoltenberg, continua a esortare gli stati membri a trasferire più armi e munizioni possibile a Kiev.
Come ha rivelato all’ANSA un’alta fonte diplomatica alla NATO, all’interno dell’alleanza è in corso “un dibattito” sull’ipotesi di dare carri armati di produzione occidentale a Kiev dopo l’appello in tal senso del ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis.
La questione però, sempre in termini concreti, è dove reperire in Europa tank per l’Ucraina considerato che alcune nazioni NATO hanno rinunciato a mantenere in servizio carri armati e chi ancora ne ha in organico dispone di flotte compresa tra i 150 (l’Italia) o e i 350 (la Germania) esemplari, solo per meno della metà operativi: flotte non cedibili se non si vogliono appiedare gli ultimi reparti corazzati rimasti in Europa. Pochi anche i mezzi in riserva che richiederebbero comunque ampi lavori per tornare a essere operativi.
A Kiev il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha lamentato che la Germania non ha assunto al momento alcun impegno per la fornitura di carri armati Leopard 2 all’Ucraina.
Il 15 dicembre Berlino ha consegnato all’Ucraina missili per il sistema di difesa area IRIS-T, due veicoli corazzati e 30 mila proiettili per lanciagranate da 40 mm, 5 mila munizioni da 155 mm, 4 ambulanze e 18 autocarri. In Belgio, come in altre nazioni europee, le pressioni politiche tese a dare più armi agli ucraini cozzano con le resistenze dei militari che temono di dover domani affrontare un contesto bellico ad alta intensità senza disporre di armi e munizioni.

Manutenzioni oltre confine
Sostenere lo sforzo bellico ucraino diventa difficile anche sul piano logistico poiché la carenza di energia e la devastazione dell’apparato industriale militare ucraino rendono ardue se non impossibili anche manutenzioni e riparazioni.
A Michalovce, in Slovacchia, è stato aperto il centro per le riparazioni delle armi pesanti fornite dalla Germania all’Ucraina, come ha comunicato nei giorni scorsi il generale di brigata Christian Freuding, capo dello Stato maggiore speciale per l’Ucraina presso il ministero della Difesa tedesco. Presso il polo di Kosice verranno riparati, in particolare, i 14 obici semoventi Pzh 2000 che la Germania ha fornito insieme a Olanda e Italia all’Ucraina e che vengono ormai “cannibalizzati” per mantenerne qualcuno operativo secondo testimonianze dirette dal fronte
Il centro in Slovacchia curerà la manutenzione anche dei 5 lanciarazzi multipli Mars e dei 37 semoventi antiaerei corazzati Gepard forniti a Kiev e in futuro anche dei 50 blindati ruotati Dingo di prossima consegna. L’ubicazione del centro logistico oltre i confini ucraini offre garanzie contro gli attacchi russi ma impone lunghi trasferimenti dal fronte dei mezzi da riparare.
Il viceministro della Difesa ceco, Tomas Kopecny, ha annunciato che migliaia di tecnici e operai ucraini delle aziende del settore Difesa lavoreranno negli stabilimenti di produzione di armi della Repubblica Ceca dove la produzione di alcuni sistemi d’arma nell’ambito di progetti comuni dovrebbe cominciare nella prima metà del 2023.
La Svizzera invece si è impegnata a non fornire armi all’Ucraina. “Né al tempo della prima guerra mondiale, né durante la seconda guerra mondiale, abbiamo esportato armi. Non esporteremo armi e non parteciperemo direttamente o indirettamente a un conflitto militare né in termini di armi né con le nostre truppe in Ucraina, Russia o in qualsiasi altra parte del mondo”, ha sottolineato il 12 dicembre il presidente della Confederazione, Ignazio Cassis, aggiungendo che “c’è sempre pressione” sulla Svizzera da parte dei Paesi europei”.

Sopravvivere alla volontà di annientamento del sistema statunitense

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di Maurizio Murelli

Fonte: Maurizio Murelli

Non serve sprecare energie per controbattere alle deliranti argomentazioni di chi sta dalla  parte della “causa ucraina”, argomentazioni portate avanti tanto da agitatori palesemente disturbati condizionati da aberranti contorcimenti ideologici o da individui intossicati dalla propaganda atlantista che sguazzano nell’ignoranza più assoluta: tanto gli uni che gli altri reagiscono istericamente con la bava alla bocca insultando, mostrificando e stravolgendo la realtà dei fatti. Lasciamoli perdere e che si consumino nel loro nefasto liquame in ebollizione e cerchiamo di mantenere freddo distacco rispetto alle loro performance.
Serve invece impegnarsi per chiarificare con dati oggettivi l’evolversi  della “meta-guerra planetaria” rispetto alla quale quanto accade in Ucraina è da considerarsi una battaglia e, estremizzando, così pure la Prima quanto e Seconda guerra mondiale, anch’esse da ritenersi gigantesche battaglie se si considera il fatto che hanno avuto il loro fondamentale epicentro nel perimetro Europeo e, soprattutto, sono state “tappe” per la realizzazione di un preciso ordine mondiale il cui disegno complessivo si evidenzia con quanto imposto nel Trattato di Versailles (1919). Poco importa stabilire se il progetto sia stato chiaro e definito nei dettagli fin dall’inizio e si deva risalire fin alla Rivoluzione Francese per rintracciarne i semi (tesi complottista) o se il progetto si è implementato (sviluppato) cammin facendo. Sta di fatto che la Prima Guerra Mondiale ha gettato le basi per la Seconda e consentito agli USA di impiantare le proprie malefiche radici in Europa; la SGM ha posto le basi per le battaglie successive fino a giungere a quella che ha attualmente epicentro in Ucraina. Ovviamente questa chiave di lettura avrebbe necessità di essere ben esposta e supportata co appropriate esposizioni, ma questa non è la sede adatta – necessiterebbe uno scritto chilometrico. Mi limiterò dunque a porre un paio di sintetici tasselli esplicativi.
La realizzazione dell’Ordine Mondiale variamente concepito dagli USA ha la necessità di disintegrare la Russia indipendentemente dal sistema politico che lo regge. La questione non è chi governa la Russia, se lo Zar, il comunista Stalin, il semiliberale Putin o anche Topolino: la questione è la Russia in quanto tale perché la sua esistenza come entità statale è posseditrice di gigantesche materie primarie è ostacolo alla realizzazione dell’Ordine Mondiale unipolare. Dal 24 febbraio ci si è concentrati a mettere in evidenza quanto fatto dagli atlantisti in Serbia, Kosovo, Iraq, Siria, Libia etc. dando l’idea che l’attuale fase sia stata innescata con l’implosione dell’URSS, ma se si vuole supportare la tesi sopra esposta, bisogna fare alcuni passi in dietro, andando ben oltre l’ingordigia imperialista palesatasi nel 1990. Il primo passo da farsi ci porta nella seconda metà degli anni Quaranta primi anni Cinquanta.
Nel 1949 la SGM era terminata da appena 4 anni e alla Russia, alleata con gli USA contro la Germania, era costata 20 milioni di morti e una imponente devastazione; senza la Russia gli angloamericani avrebbero avuto poche possibilità di vincere, almeno non prima del 1945, quando avrebbero potuto far conto sulla bomba atomica poi impiegata in Giappone e dunque desertificate l’Europa. In quell’anno, il 3 dicembre 1949, gli USA concepirono un piano per regolare i conti con quello che era stato il suo alleato. Si tratta del “Piano Trojan” per l’invasione dell’Unione Sovietica, insieme all’alleato britannico.
Il piano prevedeva il lancio di 300 bombe atomiche e 20.000 bombe ordinarie su 100 città dell’URSS. Pertanto furono programmati 6.000 voli. L’inizio dell’invasione era prevista per il 1 gennaio 1950, ma in seguito fu posticipata al 1 gennaio 1957, assieme a tutti i paesi della NATO. La NATO era stata fondata nell’aprile del 1949 ma aveva bisogno di essere rodata e ben organizzata per diventare operativa. GLI USA ritennero fosse meglio che l’operazione venisse targata NATO piuttosto che solo USA, questa la ragione del posticipo dell’operazione.
Nel 1952, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman disse:« Rimuoveremo dalla faccia della terra tutti i porti e le città che devono essere distrutti per raggiungere i nostri obiettivi». Vi devo specificare quali erano e sono i loro obbiettivi?
La ragione per la quale il piano non prese corpo è semplice: nei primi anni Cinquanta la Russia era diventata a sua volta una potenza atomica in grado di colpire con i suoi missili il territorio USA. In attesa del ritorno alla “guerra calda” si aprì l’epoca della “guerra fredda” terminata nel 1990 con l’avvento della “guerra tiepida” per arrivare ad oggi con l’accensione del “fornello ucraino” che ha in prospettiva l’opzione “guerra surriscaldata”.
Allo stato dell’arte gli USA hanno conseguito un primo obiettivo: devastazione dell’Europa ancorata al gorgo ucraino che progressivamente la sta inghiottendo. Il secondo, la disintegrazione della Russia è l’allettante prospettiva.
Allora non si tratta di “stare con la Russia” perché irrazionalmente filorussi. Possiamo qui divagare su cosa è la Russia e divagare sui concetti di civiltà e sistemi politici, ma il punto principale è come posizionarsi da europei, quindi sottrarsi dall’abisso verso il quale gli USA stanno spingendo l’Europa. E per fare questo è imprescindibile schierarsi a fianco della Federazione russa contro lo schieramento atlantista impegnato in Ucraina dove, prima di tutto, è in corso una guerra civile tra la parte ovest occidentalizzata e la parte est che non accetta l’occidentalizzazione. La guerra civile è un fatto interno all’Ucraina, il mascherato posizionamento della NATO con tutto il suo supporto è una questione che riguarda noi europei, noi italiani. La disintegrazione della Russi pone irrimediabilmente una pietra tombale sull’Europa lasciandoci in balia della UE che è la marionetta USA. Tutto questo è quel che deve essere chiaro e opposto ai gioppini atlantici qualsiasi vestito ideologico calzino. Tutto questo dovrebbe portarci a dire che non è la una pace o tregua in Ucraina che risolverà la questione. Pace e tregua servono solo a permettere all’atlantismo di riorganizzarsi. Una volta per tutte il “Grande Conflitto”, la “Grande guerra planetaria” deve essere risolta con un vinto e un vincitore. E se come europei e italiani dobbiamo essere tra i vinti ce ne faremo una ragione ben sapendo che comunque prima o poi l’intero sistema imploderà… magari tra un secolo, perché questo sistema imperante è disumano e l’umano non lo può reggere: o lo disintegra o scompare. E per intanto, ognuno nella sua trincea di competenza, si continua a battersi cosicché, per quanto riguarda le armi, quelle italiane, quelle dei veri nazionalisti italiani, passi almeno l’idea che esse dovrebbero essere date al fronte dell’Est. Il vortice ucraino va chiuso.
Chiarito questo poi possiamo affrontare tutti gli altri argomenti a cominciare da quello teorico dell’multipolarismo da opporre all’unipolarismo, della contrapposizione tra concezioni di Civiltà e sistemi politici pere finire sui terreni dell’economia, della finanza, del liberisimo, della geoenergia e quant’altro. Prima di tutti sopravvivere alla volontà di annientamento del sistema USA.

 

La Merkel ammette che Minsk era solo un espediente

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di Andrew Korybko

I critici potrebbero affermare che la nuova prospettiva del Presidente Putin è arrivata otto anni troppo tardi, ma tardi è sempre meglio che mai. La Merkel lo ha manipolato per anni prima di confessare il suo tradimento, che ha insegnato al leader russo la dolorosa lezione di non potersi più fidare di nessuno dei suoi pari occidentali. Invece, ora abbraccia con entusiasmo le sue grandi potenze del Sud globale, in particolare il Primo Ministro indiano Modi, che condivide la sua grande visione strategica di un futuro multipolare.

L’ex cancelliere finalmente esce allo scoperto

Nessuno può affermare con sicurezza di sapere come si concluderà l’ultima fase del conflitto ucraino, che ha avuto origine dall’operazione speciale che la Russia è stata costretta ad avviare per difendere l’integrità delle sue linee rosse di sicurezza nazionale dopo che la NATO le aveva oltrepassate. Dopotutto, i colpi di scena che si sono verificati finora hanno colto tutti di sorpresa, dalla riunificazione della Novorossia con la Russia ai due attacchi di droni di Kiev all’inizio di questa settimana nell’entroterra del suo vicino.

Detto questo, si può prevedere con sicurezza che il conflitto rimarrà quasi certamente prolungato negli anni a venire, sulla base della candida ammissione dell’ex cancelliere tedesco Merkel che il processo di pace di Minsk era solo un espediente per rafforzare le capacità militari offensive di Kiev. Le sue parole hanno fatto eco a quelle dell’ex presidente ucraino Poroshenko, che ha detto esattamente la stessa cosa all’inizio di quest’anno, con la differenza che lui non è mai stato considerato amico del presidente Putin, a differenza della Merkel.

L’operazione di manipolazione della percezione della Merkel contro Putin

I due parlano correntemente la lingua dell’altro, hanno trascorso gli anni della loro formazione professionale nell’ex Germania dell’Est, presiedono grandi potenze storiche e le loro rispettive economie sono chiaramente complementari, motivo per cui hanno collaborato strettamente su un’ampia gamma di questioni. Col tempo, il Presidente Putin ha iniziato a proiettare su di lei se stesso e la sua grande visione strategica di un’”Europa da Lisbona a Vladivostok”, che lei ha assecondato riflettendo retoricamente per alimentare i suoi pregiudizi di conferma.

In tutto questo tempo, però, si è scoperto che lei lo stava solo ingannando, dicendo al leader russo tutto ciò che voleva sentirsi dire, e il suo superficiale sostegno al processo di pace di Minsk è stato l’epitome del suo approccio manipolatorio al Presidente Putin. Ha valutato con precisione quanto lui desiderasse ardentemente che la pace prevalesse in Ucraina per sbloccare il promettente ruolo geostrategico di quel Paese come ponte tra la sua Unione Economica Eurasiatica (EAEU) e la sua Unione Europea, secondo la sua già citata visione a lungo termine.

Tuttavia, non aveva alcun desiderio di realizzarlo, nonostante la sua proposta fosse vantaggiosa per entrambe le parti, poiché la grande visione strategica di Merkel consisteva nel portare a termine il progetto secolare della Germania di prendere il controllo dell’Europa senza sparare un colpo. A tal fine, ha dovuto placare la Russia manipolando la percezione del suo leader, in modo che questi la considerasse erroneamente come il leader di uno Stato amico e quindi non esercitasse pressioni sul blocco in modo da ostacolare il suo obiettivo di espandere l’influenza tedesca su di esso.

Psicanalisi di Putin

Dal momento che la Merkel ha giocato così magistralmente con le aspettative del Presidente Putin, presentandosi falsamente come la stessa visionaria pragmatica e orientata all’economia che era lui, anziché come l’ideologa a somma zero che è stata in realtà per tutto questo tempo, il Presidente Putin è stato indotto con successo a fidarsi di lei. Il risultato finale è stato che il leader russo ha pazientemente trattenuto la sua Grande Potenza per quasi otto anni, nonostante le innumerevoli provocazioni contro la sua etica nell’ex Ucraina orientale.

La sua mentalità era che “il fine giustifica i mezzi”, che in questo contesto si riferiva al suo calcolo costi-benefici secondo il quale i costi pagati dalla popolazione russa del Donbass sarebbero valsi alla fine se la sua pazienza avesse guadagnato abbastanza tempo da permettere alla Germania di convincere Kiev ad attuare con successo gli accordi di Minsk, costruendo così alla fine un’”Europa da Lisbona a Vladivostok” che avrebbe portato benefici a tutti. Con il senno di poi, il problema è che il Presidente Putin era l’unico leader a volerlo veramente.

È stato ingannato per quasi otto anni dalla Merkel, con la quale ha stretto un forte legame durante i molti anni di mandato a causa delle loro affinità personali e della sua manipolazione di successo delle sue percezioni, facendogli credere erroneamente che lei condividesse la sua grande visione strategica, come è stato spiegato in precedenza. Essendo un vero statista, egli dava per scontato che i suoi colleghi – soprattutto quelli che rappresentavano grandi potenze come la Merkel – fossero dello stesso calibro professionale, e quindi dava per scontato che fossero tutti attori razionali.

Il senno di poi è 20/20

La realtà era però completamente diversa, poiché il Presidente Putin si è rivelato essere l’ultimo vero uomo di Stato occidentale, il che significa che era l’unico a operare su basi razionali, mentre tutti gli altri perseguivano obiettivi ideologici. Se ne è reso conto solo anni dopo, essendo invece caduto nella falsa percezione che tutti fossero più o meno visionari pragmatici e guidati dall’economia come lui, grazie soprattutto al successo dell’operazione di gestione della percezione condotta dalla Merkel nei suoi confronti.

La sua prolungata farsa nel fingere di condividere la sua grande visione strategica è stata abbastanza convincente da indurre il Presidente Putin ad abbassare la guardia, a dare per scontate le sue parole e a supporre che avrebbe fatto in modo che la Germania alla fine convincesse Kiev ad attuare pienamente gli accordi di Minsk. Se avesse sospettato la sua disonestà, avrebbe certamente abbandonato questo approccio molto prima, ma è caduto completamente nella sua recita, poiché si è conformato al suo pregiudizio di conferma di leader razionale di una Grande Potenza.

Questo spiega perché abbia aspettato così a lungo prima di ordinare l’operazione speciale, dal momento che confidava sinceramente che lei condividesse la sua grande visione strategica di un’”Europa da Lisbona a Vladivostok”, che richiedeva una pace duratura in Ucraina per essere attuata. Invece, la Merkel cercava spietatamente di portare a termine il complotto secolare della Germania per prendere il controllo dell’Europa senza sparare un colpo, cosa che il suo successore Scholz ha quasi ammesso di voler fare nel manifesto appena pubblicato dalla rivista Foreign Affairs.

Non è una coincidenza che poco dopo la Merkel abbia confessato le sue vere intenzioni di assecondare il processo di pace di Minsk, dal momento che non c’era più motivo di rimanere riservata. Scholz ha vuotato il sacco vantandosi dell’agenda egemonica della Germania, che ha apertamente descritto come guidata dal desiderio di rispondere alle minacce che, secondo lui, provengono “più immediatamente” dalla Russia. Non avendo nulla da perdere, la Merkel si è tolta la maschera e ha finalmente mostrato al Presidente Putin il suo vero volto.

Non c’è dubbio che lui si sia reso conto, qualche tempo prima dell’inizio dell’operazione speciale del suo Paese, che lei lo aveva ingannato per anni, motivo per cui ha intrapreso quel passo fatidico alla fine di febbraio, ma ora è in bella mostra anche per il mondo intero. La Merkel era l’unico politico occidentale di cui il Presidente Putin si fidasse sinceramente, e questo è uno dei motivi per cui ha rimandato l’ordine della suddetta operazione per quasi otto anni, nella falsa speranza che la Merkel potesse contribuire a garantire la pace in Ucraina.

L’impatto psicologico del tradimento della Merkel

Dopo che la Merkel ha ammesso così sfacciatamente di aver tradito la sua fiducia vantandosi del fatto che “Putin avrebbe potuto facilmente invadere [l’Ucraina] all’epoca” se lei non fosse stata al fianco del processo di pace di Minsk, facendolo così desistere per quasi un decennio, è improbabile che il leader russo si fidi ancora di qualcuno in Occidente. Questa intuizione psicologica aggiunge un contesto cruciale alla coincidenza con cui ha dichiarato, lo stesso giorno in cui è caduta l’intervista, che il conflitto ucraino “potrebbe essere un processo lungo”.

È chiaro che ora ha capito che si tratta di una lotta prolungata per il futuro della transizione sistemica globale, anche se la Russia può ancora vincere strategicamente anche nello scenario di uno stallo militare in Ucraina. Questo perché tale esito porterebbe i processi multipolari a guida indiana a continuare a proliferare, cambiando così in modo irreversibile il corso delle relazioni internazionali. A questo punto della nuova guerra fredda, la Russia sta combattendo un conflitto difensivo, ma per una volta il tempo è dalla sua parte.

Il Presidente Putin ora sa che ogni pausa nei combattimenti sarà solo un’opportunità per entrambe le parti di riorganizzarsi, riarmarsi e inevitabilmente riprendere le operazioni offensive, il che significa che il campo di gioco strategico è ora livellato, poiché finalmente sta operando secondo la stessa mentalità dei suoi avversari già da anni. Ciò rafforzerà la sua determinazione a continuare a fare tutto il possibile per accelerare i processi multipolari, il che richiede innanzitutto il mantenimento della Linea di Controllo (LOC).

La nuova grande visione strategica di Putin

Per perseguire questo obiettivo più immediato, la Russia potrebbe effettivamente riprendere a partecipare al processo di pace, precedentemente sabotato, a patto che vengano soddisfatte almeno superficialmente alcune condizioni, ma nessuno dovrebbe interpretare questo potenziale sviluppo come un segnale di debolezza strategica da parte sua, a differenza di quanto avveniva in passato. La differenza tra allora e oggi è che il Presidente Putin ha imparato molte lezioni dolorose e non intende più approfittare dei suoi gesti di buona volontà.

Mentre il processo di pace di Minsk, col senno di poi, non è stato altro che un mezzo per manipolare le percezioni del Presidente Putin al fine di influenzarlo a esercitare moderazione e quindi a guadagnare tempo per Kiev per prepararsi a un’offensiva finale nel Donbass, qualsiasi processo gli succederà non sarà altro che un mezzo per il leader russo per guadagnare tempo affinché i processi multipolari continuino a proliferare a spese del Miliardo d’oro dell’Occidente guidato dagli Stati Uniti e dei loro interessi egemonici unipolari.

Il grande obiettivo strategico del Presidente Putin non è più un’”Europa da Lisbona a Vladivostok”, ma riformare le relazioni internazionali in piena collaborazione con i Paesi del Sud globale guidato dai BRICS e dalla SCO, di cui la Russia fa parte, affinché l’ordine mondiale diventi più democratico, equo e giusto. Ciò è in linea con la visione esposta nel suo Manifesto Rivoluzionario Globale, su cui si è basato nelle ultime due stagioni e che oggi può essere descritto come l’ideologia non ufficiale della sua Grande Potenza.

Pensieri conclusivi

I critici potrebbero affermare che la nuova prospettiva del Presidente Putin è arrivata otto anni troppo tardi, ma tardi è sempre meglio che mai. La Merkel lo ha manipolato per anni prima di confessare il suo tradimento, che ha insegnato al leader russo la dolorosa lezione di non potersi più fidare di nessuno dei suoi pari occidentali. Invece, ora abbraccia con entusiasmo le sue grandi potenze del Sud globale, in particolare il Primo Ministro indiano Modi, che condivide la sua grande visione strategica di un futuro multipolare.

La transizione sistemica globale sta attualmente procedendo lungo questo percorso, ma ha ancora bisogno di tempo per diventare irreversibile, il che a sua volta richiede che la Russia mantenga la posizione di blocco. Che sia attraverso mezzi militari, politici o una combinazione di questi due mezzi, ci si aspetta che il Presidente Putin faccia tutto ciò che è in suo potere per guadagnare tempo affinché questi processi multipolari guidati dall’India continuino a proliferare a tal fine, il che garantisce che il conflitto ucraino rimarrà prolungato indipendentemente da qualsiasi cosa si dica.

Pubblicato in partnership su One World – Korybko Substack

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

9 dicembre 2022

Il Club dei giornalisti del Messico premia Daria Dugin (Video da Mosca di Alexandr Dugin)

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di Diego Pappalardo (Corrispondente del Circolo Christus Rex-Traditio in America Latina)

Il Club dei Giornalisti del Messico, attraverso il suo Segretariato Generale, guidato da Celeste Sáenz de Miera, e la Federazione Internazionale del Club, hanno reso omaggio e premio postumo a Daria Dugin, in un incontro internazionale con la stampa organizzato il 7 Dicembre 2022.

Questo emozionante ricordo di Daria è avvenuto durante la cerimonia di premiazione del prestigioso concorso nazionale e internazionale di giornalismo che il Club dei giornalisti del Messico organizza da anni. Oltre ai professionisti della stampa, ai premiati e ai funzionari governativi, hanno partecipato all’omaggio l’Ambasciatore russo, Viktor Koronelli e il Sig. Guillermo Rocafort.
Ma il momento più emozionante è stato quando, da Mosca, è intervenuto il professor Alexander Dugin per esprimere alcune parole suggestive e commoventi nei confronti della la figlia (video) e ringraziare il Circolo dei giornalisti per il riconoscimento postumo a Daria.
L’Ambasciatore Koronelli ha ricevuto il premio postumo a nome della Famiglia Dugin.

Da parte sua, anche Guillermo Rocafort, scrittore ed economista ispanico e multipolarista, è stato premiato per la sua carriera in difesa della sovranità nazionale e di un’economia incentrata sul benessere delle persone. In questo modo, il Club de Periodistas de México ha riaffermato la sua posizione a favore della libertà di espressione e di un ordine internazionale multipolare.

 

Guillermo Rocafort

 

DISCORSO DI GUILLERMO ROCAFORT:

https://mail.google.com/mail/u/0?ui=2&ik=0094f36628&attid=0.1&permmsgid=msg-a:r-8820349886515350650&th=184f61d5dfbb8b4b&view=att&disp=inline&realattid=184f61bdf2ec3afa0631

 

VIDEO/AUDIO DEL PROF. ALEXANDR DUGIN DA MOSCA:

https://mail.google.com/mail/u/0?ui=2&ik=0094f36628&attid=0.1&permmsgid=msg-a:r942974351968028744&th=184f61be06d85dcf&view=att&disp=safe&realattid=184f61ab3b1aa058a5a1

 

Ringraziamo della testimonianza Diego, il cui nome compare tra i giornalisti firmatari del riconoscimento in foto e tutti i giornalisti dell’ “Ordine dei Giornalisti” del Messico, in prima linea per la libertà di espressione, in tempi di censura. Un esempio per chi fa informazione in tutto il resto del mondo.

In America Latina, il lavoro d’apostolato giornalistico di Diego Pappalardo è molto intenso e costante. Ha chiesto di poter ricevere per la traduzione e la pubblicazione su alcuni media dell’America Latina gli editoriali del nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna, così da rendere sempre più capillare l’opera per la Maggior Gloria di Dio, in questi tempi bui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La guerra elettrica

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di Pepe Escobar

Fonte: Come Don Chisciotte

Eco di passi nella memoria
nei passaggi dove non c’incamminammo
verso la non spalancata porta
sul roseto. L’eco delle mie
parole, nei tuoi pensieri.
Per quale scopo
sollevino polvere da una coppa di foglie di rosa
io non so.
T.S. Eliot, Burnt Norton [*]

Pensiamo per un attimo all’agricoltore polacco che fotografa i rottami di un missile – poi indicati come appartenenti ad un S-300 ucraino. Così un contadino polacco, i cui passi riecheggiano nella nostra memoria collettiva, potrebbe aver salvato il mondo dalla Terza Guerra Mondiale, scatenata da un pessimo complotto architettato dall’”intelligence” anglo-americana.

Questa ignobile bassezza è stata aggravata da un ridicolo insabbiamento: gli Ucraini stavano sparando in una direzione da cui i missili russi non potevano provenire. Ovvero: la Polonia. E poi il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, il venditore di armi Lloyd “Raytheon” Austin, aveva sentenziato che la colpa era comunque della Russia, perché i suoi vassalli di Kiev stavano sparando a missili russi che non avrebbero dovuto essere in volo (e infatti non lo erano).

Il Pentagono ha elevato la menzogna palese al rango di arte piuttosto scadente.

Lo scopo anglo-americano di questo complotto era quello di generare una “crisi mondiale” contro la Russia. È stato smascherato – questa volta. Ciò non significa che i soliti sospetti non ci riproveranno. Presto.

La ragione principale è il panico. I servizi segreti occidentali si sono resi conto che Mosca sta finalmente mobilitando il proprio esercito – pronto a scendere in campo il mese prossimo – mentre, come forma di tortura cinese, mette fuori uso le infrastrutture elettriche dell’Ucraina.

Quei giorni di febbraio in cui erano stati inviati al fronte solo 100.000 uomini – e si lasciava che le milizie della DPR e della LPR, i commando di Wagner e i Ceceni di Kadyrov facessero la maggior parte del lavoro pesante – sono ormai lontani. Nel complesso, i Russi e i Russofoni si erano trovati di fronte ad orde di militari ucraini – forse fino ad 1 milione. Il “miracolo” di tutto ciò è che i Russi se la sono cavata abbastanza bene.

Tutti gli esperti militari conoscono la regola di base: una forza d’invasione dovrebbe essere tre volte superiore alla forza di difesa. L’esercito russo, all’inizio dell’Operazione Militare Speciale (OMS) era una piccola frazione di questa regola. Le forze armate russe hanno probabilmente un esercito permanente di 1,3 milioni di uomini. Sicuramente avrebbero potuto impiegare qualche decina di migliaia di uomini in più rispetto ai 100.000 iniziali. Ma non l’hanno fatto. È stata una decisione politica.

Ma ora l’OMS è finita: questo è il territorio della CTO (Counter-Terrorist Operation). Una sequenza di attacchi terroristici – che hanno preso di mira le condotte del Nord Stream, il ponte di Crimea, la Flotta del Mar Nero – ha infine dimostrato l’inevitabilità di andare oltre una semplice “operazione militare.”

E questo ci porta alla Guerra Elettrica.

Preparare la strada per una smilitarizzazione

La Guerra Elettrica viene gestita essenzialmente come una tattica – mirata all’imposizione finale delle condizioni della Russia in un eventuale armistizio (che né l’intelligence anglo-americana né il vassallo NATO vogliono).

Anche se ci fosse un armistizio – ampiamente propagandato da qualche settimana – questo non porrebbe fine alla guerra. Perché le condizioni russe, più profonde e tacite – fine dell’espansione della NATO e “indivisibilità della sicurezza” – erano state chiaramente illustrate sia a Washington che a Bruxelles lo scorso dicembre, e successivamente respinte.

Poiché da allora nulla – concettualmente – è cambiato, e la militarizzazione dell’Ucraina da parte dell’Occidente ha raggiunto il massimo livello, lo Stavka dell’era Putin non poteva che ampliare il mandato iniziale dell’OMS, che rimane la denazificazione e la smilitarizzazione. Ma ora il mandato dovrà comprendere anche Kiev e Leopoli.

E questo inizia con l’attuale campagna di de-elettrificazione, che va ben oltre la riva orientale del Dnieper e interessa la costa del Mar Nero, fino ad Odessa.

Questo ci porta alla questione chiave della portata e della profondità della guerra elettrica, in termini di creazione di quella che sarebbe una demilitarizzazione – completa di terra di nessuno – ad ovest del Dnieper per proteggere le aree russe dall’artiglieria, dagli HIMARS e dagli attacchi missilistici della NATO.

Quanto in profondità? 100 km? Non sono sufficienti. Meglio 300 km – dato che Kiev ha già richiesto artiglieria con quel tipo di gittata.

L’aspetto cruciale è che, già a luglio, a Mosca se ne discuteva ampiamente ai massimi livelli dello Stavka.

In un’ampia intervista di luglio, il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, aveva, diplomaticamente, fatto uscire il gatto dal sacco:

“Questo processo continua, in modo coerente e persistente. Continuerà finché l’Occidente, nella sua rabbia impotente, desideroso di aggravare il più possibile la situazione, continuerà ad inondare l’Ucraina con armi sempre più a lungo raggio. Prendiamo gli HIMARS. Il ministro della Difesa Alexey Reznikov si vanta di aver già ricevuto munizioni da 300 chilometri. Ciò significa che i nostri obiettivi geografici si allontaneranno ancora di più dalla linea di contatto attuale. Non possiamo permettere che la parte dell’Ucraina, che Vladimir Zelensky, o chiunque lo sostituisca, entri in possesso di armi che rappresentano una minaccia diretta per il nostro territorio o per le repubbliche che hanno dichiarato la loro indipendenza e vogliono determinare il proprio futuro.”

Le implicazioni sono chiare.

Per quanto Washington e la NATO siano ancora più “disperate di aggravare la situazione il più possibile” (e questo è il piano A, non c’è un piano B), dal punto di vista geoeconomico gli Americani stanno intensificando il Nuovo Grande Gioco: la disperazione qui è tutta nel tentativo di controllare i corridoi dell’energia e di fissarne il prezzo.

La Russia non si lascia intimorire: continua ad investire nel Pipelineistan (verso l’Asia), a consolidare il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INTSC) multimodale, con i partner chiave, India e Iran, e a fissare il prezzo dell’energia tramite l’OPEC+.

Un paradiso per i saccheggiatori oligarchici

Gli straussiani/neo-conservatori e i neoliberali-conservatori che permeano l’apparato di intelligence/sicurezza anglo-americano – di fatto virus armati – non si fermeranno. Non possono permettersi di perdere l’ennesima guerra della NATO, per di più contro la “minaccia esistenziale” Russia.

Anche se le notizie dai campi di battaglia ucraini promettono di essere ancora più tristi con l’arrivo del Generale Inverno, si può trovare conforto almeno nella sfera culturale. Il racket della transizione verde, condito in una tossica insalata mista con l’etica eugenista della Silicon Valley, continua ad essere un contorno offerto con il piatto principale: la “Grande Narrazione” di Davos, ex Grande Reset, che, ancora una volta, ha mostrato la sua brutta testa al G20 di Bali.

Questo significa che tutto va bene per quanto riguarda il progetto di distruzione dell’Europa. De-industrializzare ed essere felici, ballare la danza dell’arcobaleno al ritmo delle melodie woke sul mercato, congelare e bruciare legna benedicendo le “energie rinnovabili” sull’altare dei valori europei.

Un rapido flashback per contestualizzare il punto in cui ci troviamo è sempre utile.

L’Ucraina aveva fatto parte della Russia per quasi quattro secoli. L’idea stessa della sua indipendenza era stata inventata in Austria durante la Prima Guerra Mondiale allo scopo di indebolire l’esercito russo – e questo era certamente accaduto. L’attuale “indipendenza” era stata creata per permettere agli oligarchi trotzkisti locali di saccheggiare la nazione, proprio mentre un governo allineato alla Russia stava per muoversi contro quegli stessi oligarchi.

Il golpe a Kiev del 2014 era stato essenzialmente organizzato da Zbig “Grande Scacchiere” Brzezinski per impantanare la Russia in una nuova guerra partigiana – come in Afghanistan – ed era stato seguito da ordini ai petrolieri del Golfo affinché facessero crollare il prezzo del greggio. Mosca aveva dovuto proteggere i Russofoni della Crimea e del Donbass – e questo aveva portato ad ulteriori sanzioni occidentali. Era stata tutta una montatura.

Per otto anni, Mosca si è sempre rifiutata di inviare i suoi eserciti persino nel Donbass, ad est del Dnieper (storicamente parte della Madre Russia). Il motivo: non trovarsi impantanati in un’altra guerra partigiana. Il resto dell’Ucraina, nel frattempo, veniva saccheggiato dagli oligarchi sostenuti dall’Occidente e sprofondava in un buco nero finanziario.

L’Occidente collettivo ha deliberatamente scelto di non finanziare questo buco nero. La maggior parte delle sovvenzioni del FMI sono state semplicemente rubate dagli oligarchi e il bottino trasferito fuori dal Paese. Questi saccheggiatori oligarchici sono stati ovviamente “protetti” dai soliti sospetti.

È sempre fondamentale ricordare che, tra il 1991 e il 1999, l’equivalente dell’attuale intero patrimonio nazionale della Russia era stato rubato e trasferito all’estero, soprattutto a Londra. Ora, gli stessi soliti sospetti stanno cercando di rovinare la Russia con le sanzioni, visto che il “nuovo Hitler” Putin ha fermato il saccheggio.

La differenza è che il piano di usare l’Ucraina come pedina del loro gioco non sta funzionando.

Sul terreno, ciò che è avvenuto finora sono per lo più scaramucce e poche, vere battaglie. Ma, con Mosca che sta ammassando truppe fresche per un’offensiva invernale, l’esercito ucraino potrebbe essere completamente sbaragliato.

La Russia non se l’è cavata poi così male – considerando l’efficacia della sua artiglieria contro le posizioni fortificate ucraine, le recenti ritirate pianificate o la guerra di posizione, tutte cose che hanno mantenuto basse le perdite e distrutto la potenza di fuoco ucraina.

L’Occidente collettivo crede di avere in mano la carta della guerra per procura in Ucraina. La Russia punta sulla realtà, dove le carte economiche sono cibo, energia, risorse, sicurezza delle risorse e un’economia stabile.

Nel frattempo, come se per un’UE suicida dal punto di vista energetico non fosse sufficiente dover affrontare una miriade di calvari, ci saranno almeno 15 milioni di Ucraini disperati e in fuga da villaggi e città senza energia elettrica che busseranno alla sua porta.

La stazione ferroviaria di Kherson, temporaneamente occupata, ne è un esempio lampante: qui la gente fa la fila per riscaldarsi e ricaricare i propri cellulari. La città non ha elettricità, né riscaldamento, né acqua.
Le attuali tattiche russe sono l’esatto contrario della teoria militare della forza concentrata sviluppata da Napoleone. Ecco perché la Russia sta accumulando seri vantaggi mentre “solleva la polvere da una coppa di foglie di rosa.”

E, naturalmente, “non abbiamo ancora iniziato.”

[*] Traduzione di Elio Grasso.

Fonte: strategic-culture.org
Link: https://strategic-culture.org/news/2022/11/23/electric-war/

Scelto e tradotto da Markus per www.comedonchisciotte.org

Basta con l’arroganza di Zelensky

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di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

Adesso l’arroganza di Zelensky ha superato ogni limite: non si accontenta più di dettare l’agenda politica dell’Ue ma vuole cancellare la cultura russa dall’Europa, la stessa pretesa di Putin con l’Ucraina. Come racconta Marco Travaglio sul Fatto di venerdì: “Il console ucraino Andrii Kartysh ha intimato a Sala, a Fontana e al sovrintendente Meyer di cancellare la prima della Scala col Boris Gurdonov di Musorgskij e ‘rivedere’ il cartellone per ripulirlo da altri ‘elementi propagandistici’, cioè da opere di musicisti russi”. Dà ordini perentori ai sindaci, ai presidenti di Regione, ai direttori artistici, vuole decidere lui, attraverso i suoi scagnozzi, quale deve essere il cartellone della Scala. La Scala,  il più grande teatro al mondo di musica classica, di balletto, di operistica, dove sono stati messi in scena i maggiori compositori russi, da Tchaikovsky a Rimsy-Korsakov a Prokofiev a Khachaturian a Stravinsky, dove hanno ballato le più grandi étoile russe, da Rudy Nureyev a Baryshnikov, e, per restare a casa nostra, sempre che rimanga tale, dove sono stati dati tutti i nostri grandi dell’opera, da Puccini a Rossini, da Verdi a Vivaldi, da Monteverdi a Bellini, dove hanno cantato Maria Callas e la Tebaldi. Che cosa ci hanno dato gli ucraini in cambio? Zero, zero.
Volodymyr Zelensky è un filo-nazista, non perché lo ha bollato così Putin, ma perché una parte del popolo, sia pur carsicamente, lo è, non solo i miliziani del battaglione Azov che lo sono apertamente, sono inglobati nell’esercito regolare ucraino e vengono continuamente esibiti e magnificati dal loro Presidente. Infatti due settimane fa, come già l’anno scorso, il suo governo ha votato contro l’annuale risoluzione Onu che condanna l’esaltazione del nazismo: l’aveva già fatto l’anno scorso, insieme agli Usa, mentre stavolta Kiev si è tirata dietro i principali Paesi europei, Italia inclusa.
Quando in Ucraina c’erano la Wehrmacht e la Gestapo, con cui non si scherzava, gli ucraini sono stati attori, in proporzione, di uno dei più grandi pogrom antiebraici.
Volodymyr Zelensky gonfia il petto per la resistenza all’“operazione speciale” di Putin. Ma con le armi che gli hanno dato gli americani e disgraziatamente anche l’Unione europea, che continua a non capire dove sono i suoi veri interessi, pure il Lussemburgo avrebbe resistito al tentativo di occupazione russa. Senza contare che in corso d’opera si è scoperto che l’Ucraina era già zeppa di armamenti sofisticati.
Lo so, lo so che è obbligatorio premettere che qui c’è un aggressore, la Russia, e un aggredito, l’Ucraina. Tutto vero, però queste sottili distinzioni non si sono fatte quando gli aggressori eravamo noi, Germania in parte esclusa, in Serbia 1999, in Afghanistan 2001, in Iraq 2003, in Somalia, per interposta Etiopia, 2006-2007, col bel risultato di favorire gli Shabab che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico, e infine in Libia, 2011, in una delle più sciagurate operazioni di alcuni Paesi Nato, Stati Uniti, Francia e Italia a governo Berlusconi. Però solo Putin continua a essere massacrato dalla cosiddetta “comunità internazionale” che altro non è che il coacervo di Stati stesi come sogliole ai piedi degli States e che è sì internazionale, ma non è mondiale perché a questa condanna sono estranei non solo la Cina e l’India, circa tre miliardi di persone, ma anche quasi tutti i Paesi sudamericani, tanto più che ora Lula ha cacciato a pedate il ‘cocco’ dell’Occidente, Bolsonaro. Inoltre in questa damnatio memoriae qualche ragione ce l’ha anche la Russia di Putin. Non è rassicurante essere circondati da Paesi Nato e filo-Nato cioè, attraverso gli Stati Uniti, da Stati potenzialmente nucleari, oltre che dai nazisti ucraini.
Pistola alla tempia io scelgo la Russia, anche l’attuale Russia, non l’Ucraina. E forse faccio anche a meno della pistola.

Non finiremo per salvare il liberalismo, come progettano loro

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di Aleksandr Gelʹevič Dugin

Fonte: Antonio Catalano

«NON FINIREMO PER SALVARE IL LIBERALISMO, COME PROGETTANO LORO. FINIREMO PER “UCCIDERLO”, UNA VOLTA PER TUTTE» Aleksander Gelʹevič Dugin

[Il libro “La Quarta Teoria Politica” di Aleksandr Gelʹevič Dugin si conclude con il capitolo sulla guerra alla Russia nella sua dimensione ideologica; articolo pubblicato l’11 marzo 2014. Illuminante come il grande filosofo avesse antivisto il corso delle cose, descrivendo lo scenario che a molti sembra prendere avvio solo il 24 febbraio del 2022. Riporto di seguito alcuni passaggi decisivi dello scritto. Antonio Catalano]

La guerra contro la Russia è attualmente la questione più discussa in Occidente. Per ora è ancora un suggerimento e una possibilità, ma potrebbe diventare realtà, a seconda delle decisioni che prenderanno le nazioni coinvolte nel conflitto ucraino Mosca, Washington, Kiev, Bruxelles.
Nell’Occidente moderno, c’è un’unica ideologia dominante: il liberalismo. Può manifestarsi in molte sfumature, forme e varianti, ma la sua essenza è sempre la stessa. Il liberalismo ha in sé una struttura intrinseca fondamentale: individualismo antropologico, fede nel progresso, tecnocrazia, eurocentrismo, economia come destino, democrazia come governo delle minoranze, classe media come unico attore realmente esistente in campo sociale e unica forma universale, globalismo inclusivista.
Durante il XX sec. il liberalismo ha sconfitto i propri rivali, e dal 1991 è diventata l’unica ideologia dominante nel mondo.
L’unica libertà di scelta nel reame del liberalismo globale è tra liberalismo di destra, di sinistra o radicale, ivi compresi quello di estrema destra e dell’estrema sinistra, e quello più estremo. Di conseguenza, il liberalismo è stato installato come sistema operativo della civiltà occidentale e di tutte le altre civiltà che si trovano nella zona d’influenza occidentale. Perfino il senso comune è divenuto liberale.
C’è un aspetto dell’ideologia liberale che ha in sé il germe di una crisi: il liberalismo è intimamente nichilista. L’insieme dei valori propugnati dal liberalismo è legato a doppio filo alla sua tesi primaria, cioè la primazia della libertà. Ma la libertà, nella visione liberale, è una categoria sostanzialmente negativa: è essere “liberi da”, non “liberi di” o “per”. Il liberalismo avversa ogni forma di identità collettiva e ogni genere di valore, progetto, strategia, obiettivo, metodo che sia collettivista, o meramente non-individualista. Questa è la ragione per cui uno dei più importanti teorici del liberalismo, Karl Popper ha sostenuto, nella sua opera “La società aperta e i suoi nemici”, che i liberali debbano combattere qualsiasi ideologia o filosofia politica (da Platone ed Aristotele a Marx ed Hegel) che suggerisca che la società umana dovrebbe avere un qualche obiettivo o valore o significato comune. (È da notare che Georges Soros considera questo testo la sua bibbia personale).
La Russia, l’avversario geopolitico tradizionale degli anglosassoni, è un nemico molto più serio [di Afghanistan, Iraq, Libia, citati prima]. È perfetta per ricoprire quel ruolo – il ricordo della guerra fredda è ancora fresco negli animi di molti. La russofobia è facile da coltivare, anche con mezzi rudimentali. Ed è per questo che penso che la guerra con la Russia sia una prospettiva concretamente possibile. È ideologicamente necessaria come “extrema ratio” per posporre l’implosione definitiva dell’Occidente liberale. È quel “passo indietro” necessario.
Considerando i diversi piani di questo possibile conflitto con la Russia, sottolineo alcuni punti:
1. Una guerra con la Russia aiuterà a ritardare il caos globale imminente. La maggioranza delle nazioni implicate nel sistema economico liberale e liberal-democratiche, che dipendono o sono direttamente controllate dagli Usa e dalla Nato, faranno un’altra volta “fronte comune” sotto la bandiera dell’Occidente liberale nella sua crociata contro Putin, l’antiliberale.
2. Una guerra contro la Russia rafforzerebbe la Nato e soprattutto i suoi membri europei, che saranno ancora una volta obbligati a considerare l’iperpotenza americana come qualcosa di positivo e vantaggioso, e i vecchi schemi della guerra fredda non sembreranno più obsoleti. Per paura della venuta dei “malvagi russi”, gli europei torneranno leali agli Usa, loro protettori e salvatori.
3. L’Unione Europea sta cadendo a pezzi. La presunta “minaccia comune” dei russi potrebbe prevenirne un’eventuale frammentazione, mobilitando la società e rendendo i popoli europei di nuovo volenterosi di difendere le proprie libertà e i propri valori, minacciati dalle “ambizioni imperiali” di Putin.
4. La Giunta ucraina di Kiev ha bisogno di questa guerra per giustificare e seppellire tutte le malversazioni che risalgono alle proteste di Maitan, sia dal punto di vista giuridico che costituzionale, ratificando la “sospensione della democrazia”, che avrebbe impedito loro di governare nei distretti sudorientali, prevalentemente filorussi, e di stabilire la loro autorità e il loro ordine nazionalistico per via extraparlamentare.
L’unica nazione che non vuole la guerra è ora la Russia, ma Putin non può lasciare che il governo ucraino, radicalmente anti-russo, governi un paese che ha una popolazione per metà russa, e che è composta da molte regioni filorusse. Se lo permettesse perderebbe ogni credibilità a livello interno e internazionale.
La guerra russa non sarà solo a vantaggio degli interessi nazionali russi, ma sarà per la causa di un mondo multipolare più equo, per la dignità e la vera libertà – quella positiva, “creativa” non quella “nichilista”. In questa guerra la Russia darà l’esempio come tutrice della Tradizione, dei valori conservatori connaturati ai popoli, e rappresenterà la vera liberazione dalla società aperta e da chi ne beneficia – l’oligarchia finanziaria globale. Questa guerra non è contro gli ucraini e nemmeno contro una parte della popolazione ucraina, e non è nemmeno contro l’Europa. Non finiremo per salvare il liberalismo, come progettano loro. Finiremo per “ucciderlo”, una volta per tutte.

Ma quanto ci costa la guerra?

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/11/07/ma-quanto-ci-costa-la-guerra/

NOI CATTOLICI, PUR PACIFICI, MA NON PACIFISTI, CI CHIEDIAMO DA CHE PARTE CI CHIEDERANNO DI SCHIERARCI, QUALORA IL CONFLITTO IN UCRAINA DOVESSE MALAUGURATAMENTE ESTENDERSI AD ALTRE NAZIONI EUROPEE…

Qualsiasi guerra costa vite umane. Gesù ci ha insegnato ad essere pacifici nelle beatitudini. Non ad essere pacifisti, ossia fare della pace, considerata come mancanza di guerra, un assoluto. Ricordiamo che gli apostoli giravano armati. Lo apprendiamo dal Vangelo, laddove, nell’orto degli ulivi, San Pietro estrae la spada dal fodero e taglia un orecchio a Malco, soldato cui poi Cristo rimetterà miracolosamente l’orecchio, convertendolo.

La nota frase del Dio fattosi uomo contenuta nel Vangelo di Matteo “chi di spada colpisce, di spada perisce” è stata travisata e adulterata per decontestualizzarla in nome della fratellanza universale che le logge, tanto care al mondo, pongono a modello e fine, per omologare tutti ad un a-morale transumanesimo.

Il Signore, con quella frase, voleva fermare san Pietro, che ancora non aveva compreso, perché non si corresse il rischio di mutare il corso della storia della Redenzione, che, come predetto nell’Antico Testamento, doveva svolgersi come effettivamente avvenuto, perché l’Olocausto perfetto è solo di Cristo, in quanto l’accetta in maniera assolutamente volontaria, al fine di redimere, con le Sue sofferenze, i peccati dell’ intera umanità. Ingrata, tanto da permettersi di non riconoscere il Messia o di idolatrare falsi dei.

Sulla rivista di geopolitica italiana Limes n. 9/2022, c’è un articolo molto interessante, di Gian Paolo Caselli, che s’intitola “Quanto ci costa la guerra” (pp. 169-172). Noi cattolici, pur pacifici, ma non pacifisti, ci chiediamo da che parte ci chiederanno di schierarci, qualora il conflitto in Ucraina dovesse malauguratamente estendersi ad altre Nazioni europee. Perché ciascuno possa fare le proprie valutazioni, è davvero necessario ricorrere ad approfondimenti che non si trovano facilmente sui media comuni, perché tutti (o quasi) eccessivamente impegnati a sostenere la propaganda di parte, imposta dagli editori. Limes, sembrerà strano, è del gruppo editoriale GEDI, eppure ospita interventi fuori dal coro e fornisce approfondimenti di certo interesse comune.

Abbiamo ben capito che la guerra russo-ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, oltre al trauma del conflitto, porta con sé un fondamentale contesto macroeconomico globale. L’incertezza generale ha portato una diminuzione del tasso di crescita e conseguenze economiche derivanti dalle sanzioni. Italia e Germania, a differenza dei Paesi nordici, hanno una dipendenza dal gas russo inferiore, però sono i maggiori importatori di gas in termini di valore assoluto. La strategia nostrana si basava su esportazioni, anche a danno del consumo interno e degli investimenti, che sono stati minimizzati per implementare la competitività dell’export. Il basso costo del gas russo è stato per anni un fattore portante di questa impostazione italo-tedesca.

Personalità prestigiose come Enrico Mattei (1906-1962), Presidente dell’ENI, cercò buoni rapporti con l’URSS già negli anni ’50, tanto che nel 1969 l’azienda fu tra le prime a firmare un trattato di fornitura energetica con l’Unione Sovietica. L’Italia ha sempre avuto un rapporto commerciale privilegiato con la Russia, finché Mario Draghi ha diminuito i legami commerciali e industriali con la Federazione Russa, addirittura in contrasto con la posizione di Confindustria.

A causa della guerra, provocata nel 2014 dall’Ucraina, sobillata da Stati Uniti e NATO, soprattutto nei territori russofoni del Donbass, al fine di allargare lo spazio vitale a stelle e strisce verso Mosca, corrisponde un incremento dell’inflazione e una diminuzione del potere di acquisto delle famiglie. La guerra colpisce, dopo l’indebolimento prodotto dalla pandemia di Covid-19, soprattutto le piccole imprese, cuore pulsante del Nordest italiano, e lo fa in tre modi: 1) Il venir meno dei mercati russo, bielorusso e ucraino; 2) la perdita dei profitti dovuta al rincaro dell’energia; 3) la gran difficoltà di ottenere credito dalle banche a causa della contingenza incerta.
La Banca europea stima un’inflazione tra tra l’8% e il 15% in un anno e che il numero di imprese a rischio fallimento potrebbe essere stimabile all’interno di una forbice tra il 10% e il 17%. Oltre a questo, deve essere considerato il caos nell’import-export di energia, macchinari, automobili, prodotti chimici, alimentari ed altre merci, oltre al vino di fascia alta, laddove i produttori veronesi, veneti ed italiani temono il crollo degli acquisti da parte dei professionisti russi. Altro settore colpito è quello della ceramica, per la quale l’argilla importata dall’Ucraina rappresentava il 25% di tutti i materiali usati e che ora si trova costretto a diversificare gli approvvigionamenti. Le grandi imprese italiane ed occidentali, dallo scoppio della guerra, hanno abbandonato l’Ucraina.

Più durerà la guerra e più le piccole e medie imprese rimaste sul territorio formeranno dei “blocchi interregionali” in cui molte fasi dell’attività economica saranno delocalizzate in Paesi amici, che condividono lo stesso sistema. Questo processo si chiama “friendsbording”. Gli Stati europei dipendenti dalle esportazioni potrebbero rivolgersi maggiormente al mercato interno, così che si arriverebbe a due blocchi economici: uno incentrato sugli Stati Uniti, l’altro sulla Cina. E’ evidente che più dura la guerra e più saranno difficili i rapporti e le relazioni fra i Paesi. Per questo, poiché l’economia multipolare si sta imponendo sulla globalizzazione, così come oggi conosciuta,sarebbe saggio che sotto la supervisione delle Nazioni Unite i maggiori leader occidentali ed orientali trovassero una via diplomatica, riconoscendo che lo sviluppo dei BRICS è divenuto così importante da poter trattare col blocco occidentale. Senza guerre. Ma con la diplomazia e gli accordi internazionali.

 

LA RITIRATA DA KHERSON

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La propaganda non ci piace. Apprezziamo molto di più l’approfondimento della realtà, laddove possibile (n.d.r.)

di Daniele Perra

Già nel 2016, in occasione del discorso annuale all’Assemblea Generale della Federazione russa, Vladimir Putin, pur ammettendo che il Paese avrebbe attraversato momenti particolarmente difficili, riaffermò che attraverso la sua innata “passionarnost” esso sarebbe comunque riuscito a rinforzare il proprio spirito ed a sconfiggere i tentativi di sfaldamento perpetrati dall’esterno.

Qui il messaggio putiniano, oltre alle categorie della teoria energetico-passionaria di Lev N. Gumilëv, incontrava un’altra particolare scuola di pensiero della Russia contemporanea: quella dei “tempi critici”, riconducibile alla figura dello storico Aleksandr Yanov. Tale corrente (che ha conosciuto una discreta fortuna a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso) si fonda sull’idea che l’autarchia russa verrà ricostruita grazie a spinte “neostaliniane” dopo, appunto, l’istante del “tempo critico”[1].

Questa breve introduzione potrà aiutare il lettore a comprendere che gli eventi di questi giorni vanno inseriti all’interno di un quadro di riforma e cambiamento che non riguardano la sola Russia, ma il mondo nella sua totalità. Questi aspetti esulano dal mero dato bellico del conflitto, oggetto di speculazioni (spesso fini a se stesse) che mai tengono in considerazione la sostanziale differenza tra le categorie polemologiche “occidentali” ed “orientali”: ovvero, tra chi ritiene che solo l’azione è sempre efficace e chi lascia accadere gli eventi. Questa seconda opzione, nello specifico, appartiene a coloro che scelgono di “agire senza agire” anche in condizione di “guerra calda”: dunque, di vincere non solo in virtù della disposizione degli eserciti sul campo, ma attraverso l’attenta valutazione del potenziale della situazione sotto molteplici punti di vista (Kutuzov contro Napoleone, ad esempio).

Di fatto, gli esperti in “giornalismo geopolitico” e gli stessi “analisti militari” (sempre attenti ed abili nel muovere pedine e bandiere sulle cartine geografiche) spesso e volentieri utilizzano con estrema facilità le espressioni “vittoria strategica”, “vittoria tattica”, “successo geopolitico” e così via. Questi, nella maggior parte dei casi ignari delle più basilari nozioni di teoria geopolitica e desiderosi di voler stabilire vincitori e perdenti (con la fretta che caratterizza più la ricerca di visualizzazioni che l’analisi reale), riducono la stessa geopolitica al mero dato bellico, ignorando completamente storia, geografia, così come eventuali prospettive e scenari di medio e lungo periodo.

Tale tendenza, tuttavia, non è di per sé una novità. Sul finire del 1942, Adolf Hitler dichiarava: “Non c’è rapporto dal fronte che non mi confermi che le riserve umane sono ormai insufficienti. I Russi sono indeboliti, hanno perso troppo sangue […] Ma poi come sono male addestrati gli ufficiali russi. Con ufficiali simili non si può organizzare un’offensiva […] Prima o poi il russo si fermerà. Con le gomme a terra”[2]. Meno di tre anni dopo, i Russi erano a Berlino.

Detto ciò, la valutazione dell’attuale situazione di conflitto in Ucraina, a fronte del nuovo ritiro russo da Kherson (ormai indifendibile), non può prescindere dal cercare di trovare risposta ad alcune domande. La prima: può Kiev vincere questa guerra? La risposta è no. Perché? I vertici di governo ucraini continuano a parlare di ritorno ai confini del 1991, ovvero ai confini di quella che Vladimir Putin ha definito “l’Ucraina di Vladimir Lenin” con l’aggiunta della Crimea (letteralmente regalata dall’ucraino Krusciov a Kiev nel 1954 in occasione del 300° anniversario dell’accordo tra lo Zar Alessio I e l’Atamano cosacco Bogdan il Nero). A questo proposito, Putin ha affermato: “L’Ucraina sovietica è frutto della politica dei bolscevichi e può essere a buona ragione definita l’Ucraina di Vladimir Lenin. Lui ne fu creatore e architetto. Ciò è confermato in modo completo ed esaustivo dai documenti d’archivio, comprese le dure istruzioni di Lenin riguardo al Donbass che venne aggregato a forza all’Ucraina. E ora, in Ucraina, la ‘riconoscente progenie’ abbatte i monumenti di Lenin. La chiamano decomunistizzazione”[3]. E ancora: “Se si discute del destino storico della Russia e dei suoi popoli, dunque, i principi di Lenin sullo sviluppo dello Stato non furono solo un errore: furono peggio di un errore”[4].

Questa critica putiniana all’operato bolscevico deriva dal fatto che gli stessi bolscevichi della prima ora (avendo un’idea piuttosto negativa della statualità), oltre ad utilizzare il popolo russo come materiale per i loro esperimenti sociali, sono stati assai generosi nel disegnare i confini delle repubbliche inserite all’interno dell’Unione. Di fatto la loro “politica di localizzazione” è stata accompagnata anche da una forma di “disomogeneizzazione” che prevedeva l’affiancamento di almeno un gruppo minoritario all’etnia dominante all’interno del disegno di ciascuna repubblica, in comunione fraterna con il territorio limitrofo di un’altra repubblica. Ciò, nei piani bolscevichi, avrebbe dovuto evitare l’assunzione da parte del gruppo etnico maggioritario di un potere e di una coesione regionale tali da avanzare eccessive richieste di autonomia. Allo stesso tempo, tale processo investiva il potere centrale del ruolo di protettore delle minoranze e di arbitro in qualsiasi tipo di controversia.

Con il crollo dell’URSS si sono verificati due tipi di problemi: a) le comunità russe oltreconfine hanno rappresentato una sorta di quinta colonna di Mosca per esercitare forme di potere morbido, ma sono anche state oggetto di forme più o meno aggressive di discriminazione (questo, oltre che in Ucraina, si rende sempre più evidente nelle Repubbliche baltiche); b) il processo di scomposizione dell’Unione ha seguito le vecchie linee di frontiera stabilite dai bolscevichi.

Ora, un eventuale ritorno ai confini ucraini del 1991 genera a sua volta altri due problemi: a) una potenziale crisi umanitaria che coinvolgerebbe milioni di russofoni del Donbass sottoposti ad oltre otto anni di incessante discriminazione (basti pensare alla celebre affermazione dell’ex Presidente Petro Poroshenko “i nostri figli andranno all’asilo nido, i loro vivranno nei rifugi”)[5]; b) l’annessione della Crimea alla Russia rimane non negoziabile per Mosca (ed a questo punto anche il collegamento terrestre fra la stessa Crimea ed il Donbass, che consente il totale controllo sul Mar d’Azov). La sovranità sulla Crimea e sul Mar d’Azov, infatti, consente a Mosca il pieno dominio del cosiddetto “sistema dei cinque mari”: una rete idroviaria ideata da Stalin che, attraverso fiumi (Don e Volga) e canali artificiali, connette le principali città interne della Russia occidentale con i mari del nord (Mar Baltico e Mar Bianco) e con quelli del sud (Mar Nero, Mar Caspio, Mare d’Azov). Non solo, il controllo sulla Crimea è fondamentale per la presenza della base navale di Sebastopoli, che riveste un’importanza cruciale per la proiezione di influenza russa nel Mar Nero (anche in termini di protezione delle infrastrutture per il trasporto del gas tra il territorio russo e quello turco).

Dunque, ogni tentativo ucraino di “riconquista” della Crimea potrebbe realmente incrementare in modo esponenziale la spirale bellica e spingere Mosca all’utilizzo di strumenti finora rimasti in disparte. Questo gli strateghi della NATO (che dirigono l’iniziativa ucraina) e del Pentagono lo sanno perfettamente. Non a caso, lo scopo della reiterata offensiva (nonostante un volume di perdite estremamente alto), più che il ritorno della regione sotto la diretta sovranità di Kiev, ha l’obiettivo di creare le condizioni per una destabilizzazione permanente della penisola e dell’area ad essa circostante. Ciò ad ulteriore dimostrazione del fatto che (soprattutto) a Washington sanno altrettanto perfettamente che una “vittoria totale” di Kiev rimane una prospettiva di assai difficile attuazione (nonostante l’ingente immissione di materiale bellico e mercenari sul suolo ucraino) in un momento in cui un fronte più corto e nuove forze consentono a Mosca di difendere meglio le proprie posizioni.

Inoltre, a prescindere dal computo dei chilometri quadrati di territorio abbandonato riconquistati da Kiev, l’Ucraina, a differenza di una Russia che continuerà a reggersi sulle proprie gambe, uscirà dal conflitto disastrata sul piano socio-economico e totalmente dipendente dai fondi europei per la sua ricostruzione. Come avvenuto nei Balcani, gli Stati Uniti, isolazionisti a seconda della convenienza del momento, dopo aver giocato un ruolo di primo piano nel favorire la distruzione del Paese, si tireranno indietro nell’istante in cui si dovrà investire per la ricostruzione.

Questo impone un altro quesito: quali prospettive per l’Europa? Se una “vittoria totale” dell’Ucraina è impossibile ed impensabile, la posizione dell’Europa continua a peggiorare. Nello specifico, l’efficace penetrazione nel Sahel (soprattutto a spese della Francia) consentirà alla Russia di poter utilizzare una nuova arma di ricatto (oltre a quella del gas) nei confronti dell’UE: quella del controllo dei flussi migratori come parte di un più articolato piano di “accerchiamento geopolitico” della NATO (ad evidente dimostrazione del carattere globale di un conflitto che non può assolutamente essere ridotto agli eventi bellici ucraini). Gli effetti congiunti della crisi energetica, del confronto bellico in Ucraina e della degermanizzazione dell’UE voluta da Washington, inoltre, pongono seri debbi sulla tenuta di un continente divenuto rapidamente ostaggio dell’ala oltranzista dell’atlantismo, ben rappresentata da una Polonia (iperarmata e religiosamente radicalizzata) che sogna di rivestire (nuovamente) il ruolo di antemurale contro la “barbarie russa”.


NOTE

[1]Si veda A. Yanov, The Russian challenge and the year 2000, Blackwell Publisher 1987.

[2]Contenuto in A. Speer, Memorie del Terzo Reich, Mondadori, Milano 2021, p. 374.

[3]Contenuto in P. Callegari, Contro “l’impero delle menzogne”. L’Operazione Militare Speciale in Ucraina e la fine della globalizzazione nei discorsi di Vladimir Putin, Edizioni di Ar, Padova 2022, p. 63.

[4]Ibidem, p. 62.

[5]Si veda il documentario del 2016 di Anne-Laure Bonnel Donbass (www.youtube.com).

Fonte: https://www.eurasia-rivista.com/la-ritirata-da-kherson/

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