Destra Sociale, Destra Liberale e Destra Radicale

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di Pietro Ferrari

VIDEO-INTERVISTA ALL’AUTORE DEL LIBRO:

AUTORE: MARCO CASSINI

Destra sociale. Introduzione alla «terza via», tra identità, comunità e alternativa al sistema 

Quale modello può rispondere alle crisi globali in atto? Esiste un’alternativa al delirio progressista e al mero arretramento reazionario? Quali sono i princìpi perenni che abbiamo il dovere di custodire e trasmettere? Superando le banali dicotomie della palude elettorale, questo libro offre un punto di vista innovativo e rivoluzionario. Traendo spunto dalle nostre radici e ripensando lo spirito del nostro tempo, la “destra sociale” diventa una risposta politica alle insidie del futuro: una visione del mondo – epica, etica ed estetica – fondata sulla verticalità dell’esistenza, sul rispetto delle identità e delle tradizioni, sulla necessità di rinvigorire il vissuto comunitario e sulla partecipazione quale alternativa vitale al dominio del mercato. Una risposta dottrinaria e pragmatica ai fallimenti delle ideologie dominanti, per affrontare le contraddizioni del nostro tempo attraverso la libera prospettiva di una “terza via” che proprio oggi – alla luce della mortifera fusione tra liberismo e post-comunismo – risulta più necessaria che mai.

PER ACQUISTARE IL LIBRO:

https://www.passaggioalbosco.it/destra-sociale-introduzione-alla-terza-via/ 

Le consacrazioni episcopali dei lefebvriani

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di Redazione

Riceviamo per la pubblicazione questo commento dell’avvocato abruzzese Pietro Ferrari, militante cattolico attivo da decenni, già allievo del Prof. Giacinto Auriti all’Università di Teramo. Il contenuto è, evidentemente, condivisibile nel mare magnum delle varie posizioni pubbliche assunte, da religiosi e laici, su questo argomento. 

Cogliamo l’occasione per evidenziare che, anche in questo caso, si è verificato quanto Matteo Castagna ha scritto nel suo libro di successo “All’estrema destra del Padre” (ed. Solfanelli, 2025, pag. 158, Euro 12,00) laddove sostiene che i “conciliari conservatori” sono sempre i peggiori perché sembrano tradizionalisti, ma, in realtà, sono solo modernisti col freno a mano tirato.

Il “card.” Robert Sarah, notoriamente conservatore, bi-ritualista, critico su alcune posizioni progressiste, ma sempre fedele al Conciliabolo Vaticano II, interpretato alla luce di casa sua, e soprattutto fallibilista, forse inconsapevole, sul tema dell’Autorità petrina, ha espresso, sulla rivista “Le Journal Du Dimanche” «viva inquietudine e profonda tristezza» per le annunciate consacrazioni lefebvriane senza mandato pontificio: «Si dice che questa decisione, che disobbedirebbe alla legge della Chiesa, sarebbe motivata dalla legge suprema della salvezza delle anime: suprema lex, salus animarum» – ha incalzato Sarah – «ma la salvezza è Cristo e Lui si dona solo nella Chiesa. Come si può pretendere di condurre le anime alla salvezza attraverso vie diverse da quelle che Lui stesso ha indicato? È volere la salvezza delle anime strappare il corpo mistico di Cristo in modo forse irreversibile? Quante anime rischiano di perdersi a causa di questa nuova rottura?».

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Il nostro Circolo Christus Rex ha chiesto un’opinione al suo Responsabile Nazionale Matteo Castagna: “Non considerando le milioni di anime che rischiano di perdersi e quelle che si sono già perse seguendo la “Contro-Chiesa” o “deep Church” uscita numericamente vincente al Conciliabolo Vaticano II, egli considera sbagliate le consacrazioni senza l’autorizzazione del Papa, quindi si pone a sinistra della Fraternità, assieme a tutto l’arco conciliare, incluso quello progressista, con le stesse motivazioni: loro non vedono alcuno stato di necessità, come evidente che sia per gli eredi spirituali degli apostati modernisti conciliari. Si verifica, dunque, quello che ho scritto recentemente nel mio libro: sul più bello, i conservatori passano sempre dalla parte dei progressisti. In questo caso, sono a braccetto nelle motivazioni.

Sarah ha ragione a dire che le consacrazioni senza mandato del legittimo Sovrano Pontefice sono valide ma illecite, ma si dimostra, nell’errore, più lefebvriano dei lefebvriani: rifiuta di riconoscere lo stato di necessità oggettivo, dato dalla vacanza della Sede Apostolica per eresia manifesta, ex can. 188.4 del Codice di Diritto Canonico Pio-Benedettino del 1917 e, a cascata, di tutte le altre autorità inferiori a quella del Papa.

Lo stato di necessità c’è perché dalla fine del Conciliabolo Vaticano II (1965), che ha sostituito la legge della Chiesa con quella Modernista (“sintesi di tutte le eresie”, San Pio X) la Fede è cambiata, la dimensione visibile della stessa ha iniziato, conseguentemente, a ridursi, anche per la riforma dei riti del 1968, quindi lo stato di crisi è talmente grande, palese e senza precedenti (ad eccezione, forse, del lungo periodo di apostasia dell’arianesimo), da indurre i veri vescovi rimasti a continuare la successione apostolica, col motivo più grave, garantito dal diritto della Chiesa, dell’assenza di vere autorità cattoliche nei Sacri Palazzi.

Certo, la Fraternità, prevedibilmente, è giunta nel vicolo cieco che presumeva per altri: come consacrare nuovi vescovi, senza il mandato del Capo dei Conciliari, riconosciuto, però, ufficialmente, come vero Papa? Se c’è il legittimo Papa, che ha la prerogativa di decidere in merito, non c’è lo stato di necessità che i lefebvriani invocano, né alcun motivo di chiedere carità, senza Verità. Grazie a Dio, nel mondo, ci sono veri vescovi che garantiscono l’indefettibilità e conferiscono il sacerdozio, perché a Roma non c’è seduto il legittimo Successore di San Pietro, ma il Presidente della “chiesa sinodale”. Dunque, gentili Sarah e Muller, pregate sì, con noi del piccolo gregge rimasto fedele, perché la Fraternità abbia il coraggio di rompere con l’assurda ambiguità dottrinale, che tante scissioni ha provocato nei decenni, attraverso un solenne atto di dichiarazione della Sede Vacante, quindi proceda, in reale stato di necessità, a consacrare nuovi Principi della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana”.

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dell’Avv. Pietro Ferrari

La risposta incredibile della FSSPX a Fernandez, in sintesi:
“… anche se non si riesce a trovare un accordo, scambi fraterni favoriscono la conoscenza reciproca, permettono di affinare e approfondire le proprie argomentazioni, di comprendere meglio lo spirito e le intenzioni che animano le posizioni dell’interlocutore, soprattutto il suo reale amore per la Verità, per le anime e per la Chiesa. Ciò vale, in ogni circostanza, per entrambe le parti.”
Qui tra “parti” diverse pare si invochi una sorta di ecumenismo (?) ☝
” Per queste ragioni, nella consapevolezza condivisa che non possiamo trovare un accordo sulla dottrina, mi sembra che l’unico punto sul quale possiamo incontrarci sia quello della carità verso le anime e verso la Chiesa. “
Qui contraddizione palese rispetto a prima perché si paventano scomuniche e si mette (come i modernisti?) la “carità” sopra la dottrina☝
” Nel corso dell’ultimo decennio, papa Francesco e Lei stesso avete ampiamente promosso «l’ascolto» e la comprensione di situazioni particolari, complesse, eccezionali, estranee agli schemi ordinari. Avete pure auspicato un uso del diritto canonico che sia sempre pastorale, flessibile e ragionevole, senza pretendere di risolvere tutto mediante automatismi giuridici e schemi precostituiti. “
Qui leggiamo l’ implorazione di essere considerati “periferia esistenziale” e di non essere scomunicati (quando poi considererebbero nulla qualsiasi scomunica) ☝
“… il tempo che ci separa dal 1º luglio è quello della preghiera. È un momento in cui imploriamo dal Cielo una grazia speciale e, da parte della Santa Sede, comprensione. “
Qui si legge proprio la richiesta di essere giustificati e tollerati☝
Il Vaticano chiede ovviamente alla FSSPX di evitare le consacrazioni di luglio per portare avanti la regolarizzazione statutaria della stessa. Logico bivio: Resistere o Desistere? Il dilemma perpetuo: nuova scomunica o pacificazione? …o terza ipotesi, è magari tutta una pantomima?
Il tema è analogo a quello della concessione bergogliana a poter confessare e amministrare matrimonii nel giubileo, in cui occorre sempre una porzione di giurisdizione. Anche lì la FSSPX dialogava con il Vaticano sul punto, ribadendo però che tale “concessione” fosse superflua perdurando lo “stato di necessità” di una Chiesa più che fallibile addirittura fallimentare. Ovviamente tale “stato di eccezione” è radicalmente negato da Roma…con la quale pero si tratta!
 Occorre porsi la questione in termini molto semplici: se è l’autorità che nega o concede qualcosa (giurisdizione per confessare o placet per consacrare nuovi vescovi), allora questo qualcosa lo si ha SOLO quando viene concesso e non lo si ha se viene negato;
 se invece non è l’autorità (solo apparente a questo punto) che può concedere o negare questo qualcosa (o perché evidentemente NON è vera autorità <sedeprivazionismo imbc> o perché lo è ma non avrebbe il potere di negare questo qualcosa <riconosci e resisti fsspx>), allora o non c’è bisogno di questa “autorità” per ottenere questo qualcosa (perché allora appunto, che autorità sarebbe?) o non c’è bisogno di ringraziarla per aver ricevuto da Essa qualcosa che già si possiede a prescindere.
 Ecco perché risultano incomprensibili i dialoghi sindacali tra FSSPX e Roma, come chiedere la revoca della scomunica di Wojtyla ma poi sostenere che comunque fosse nulla, o come dialogare con Fernandez per poter consacrare “sine mandato” ma poi sostenere di poterlo fare comunque.
 In buona sostanza o la giurisdizione o il placet a consacrare nuovi vescovi li si riceve ‘aliunde’ (vero stato di eccezione perdurante = vacanza della Sede) oppure occorre riceverli dal Papa, non può aversi da QUESTA “autorità” il giovedì (quando le concede) e nel contempo comunque e nonostante QUESTA “autorità” il venerdì (quando le nega).
Perché trattare con una gerarchia che si considera apostata in quanto avrebbe generato questo “stato di necessità” che legittimerebbe la facoltà di disobbedire ad essa?
Trattare col Vaticano (che ha millenni di esperienza diplomatica) è come fare “uno contro uno” con Leo Messi a calcio o con Alcaraz a tennis. Ti fai solo male.  Ne valeva la pena? Non sembra a meno che…  è in atto una soluzione curialese di piani discreti che accontentino la parte accordista della fsspx senza che possa apparire pubblicamente una resa ai duri e puri….Un “mandato silenzioso” già ottenuto anche se bisogna far sembrare esservi una “lotta”.
Procedano dunque alle consacrazioni in punta di diritto (apparentemente) vigente, ovviamente illegittime (di certo non invalide che di questi tempi è già tanto, anzi, è tutto).
Senza timore alcuno perché lo scisma, malgrado tutto, e al di là delle varie posizioni, comunque è ancora “introvabile” e semmai solo putativo.

 

 

 

Chiudiamo le scuole!!!

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Scritto e segnalato da Pietro Ferrari

Giovanni Papini e quella sua meravigliosa provocazione di 108 anni fa a cui bisognerebbe ancora (saper) rispondere:
Giovanni Papini
nacque a Firenze il 9 gennaio 1881. Giovanissimo iniziò l’attività letteraria collaborando e dando vita a numerosi periodici che per circa quarant’anni caratterizzarono le tendenze culturali del Paese: il Regno
di Corradini, la Critica di Benedetto Croce e il Leonardo di Papini e Prezzolini il cui fine era combattere contro «l’abietto positivismo dei falsi scienziati» e restituire così «valore all’irrazionalità e alla fantasia». In quel periodo Papini scrisse:
Il Tragico quotidiano,
Il crepuscolo dei filosofi e
Il poeta cieco. Nel 1908, conclusa l’esperienza del Leonardo, Papini iniziò la collaborazione alla Voce.
L’anima si chiamerà la rivista che nel 1911 fonderà insieme a Giovanni Amendola. La sua produzione letteraria in questo periodo è ricchissima e comprende tra l’altro
Un uomo finito, Memorie di Dio,
L’altra metà, Buffonate, Cento pagine di poesia e Stroncature. Staccatosi da La Voce nel 1913 fondò con Ardengo Soffici Lacerba che divenne l’organo del futurismo italiano. Da queste pagine Papini saluta come una vittoria l’intervento dell’Italia in guerra dalla quale sperava scaturisse quel rinnovamento di vita da tempo inseguito.
Le cagionevoli condizioni di salute non gli permisero di andare al fronte e fu durante la guerra che si rivelò abile giornalista trasferendosi a Roma per entrare nella redazione del Tempo. La nostalgia di Firenze e della quiete della casa agreste di Bulciano lo spinsero ad abbandonare la carriera giornalistica. A Bulciano scrisse il libro che ebbe un clamoroso successo in tutto il mondo, la Storia di Cristo, che testimonia la sua conversione al cattolicesimo. Nel 1929, dopo il Concordato, Papini aderì al fascismo, in nome di quell’ideale di dignità nazionale che aveva sempre perseguito.
Le Lettere di Celestino VI, la Vita di Michelangelo nella vita del suo tempo e
Il Diavolo riportarono alla ribalta Papini che sembrava ormai tramontato ed escluso dalla vita letteraria a causa dei suoi trascorsi fascisti.
Nel 1956 scrisse La felicità dell’infelice. Ormai completamente paralizzato, cieco, sordo e muto, Papini mantenne fino all’ultimo «indenne l’intelligenza, intatta la memoria, viva la fantasia», forzando «la barriera dei sensi murati» per esprimere la sua invincibile resistenza spirituale di uomo, non intristito o spaventato dalla sua condizione, ma «felice nell’infelicità».
Morì a Firenze l’8 luglio 1956. Postumi vennero pubblicati Il giudizio universale,
La seconda nascita e Diario.
MILLELIRE
STAMPA ALTERNATIVA
Direzione editoriale ed esecutiva:
Marcello Baraghini
GIOVANNI PAPINI
CHIUDIAMO LE SCUOLE
tratto da
Giovanni Papini
“Chiudiamo le scuole”
Vallecchi
Editore, Firenze, 1919
grafica Capek
Finito di stampare il 10/5/1992 da Union Printing
Viterbo
Un Giovanni Papini del 1914, estremo,
particolarmente caustico e provocatore.
Un testo, più che mai attuale,
che esprime con decenni di anticipo
un malessere oggi dilagante.
Una soluzione estrema ad un problema
reso cronicamente insolubile.
Una proposta ra
dicale che tutt’oggi
potrebbe far discutere
se qualcuno avesse il coraggio
di esprimere un simile dissenso.
Diffidiamo de’ casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengon rinchiusi. Prigioni, Chiese, Ospedali, Parlamenti, Caserm e, Manicomi, Scuole, Ministeri, Conventi. Codeste
pubbliche architetture son di malaugurio: segni irrecusabili di malattie generali. Difesa contro il delitto
contro la morte
contro lo straniero
contro il disordine
contro la solitudine
contro tutto ciò che
impaurisce l’uomo abbandonato a sé stesso: il vigliacco eterno che fabbrica leggi e società come bastioni e trincee alla sua tremebondaggine.
Vi sono sinistri magazzini di uomini cattivi
in città e in campagna e sulle rive del mare
davanti a’ quali non si passa senza terrore.
Lì son condannati al buio, alla fame, al suicidio, all’immobilità, all’abbrutimento, alla pazzia,
migliaia e milioni di uomini che tolsero un po’ di ricchezza a’ fratelli più ricchi o diminuirono
d’improvviso il numero di questa non rimpiangibile umanità. Non m’intenerisco sopra questi uomini
ma soffro se penso troppo alla loro vita
e alla qualità e al diritto de’ loro giudici e carcerieri. Ma per
costoro c’è almeno la ragione della difesa contro la possibilità di ritorn
i offensivi verso qualcun di
noialtri.
Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanetti e i giovanotti che dai sei fino ai dieci,
ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far
patire il loro corpo e magagnare il loro cervello? Gli altri potrete chiamarli
con morali e codici in
mano
delinquenti ma quest’altri sono, anche per voi, puri e innocenti come usciron dall’utero delle
vostre spose e figliuole. Con quali traditori pret
esti vi permettete di scemare il loro piacere e la loro
libertà nell’età più bella della vita e di compromettere per sempre la freschezza e la sanità della loro
intelligenza?
Non venite fuori colla grossa artiglieria della retorica progressista: le ragion
i della civiltà, la
educazione dello spirito, l’avanzamento del sapere…
Noi sappiamo con assoluta certezza che la civiltà non è venuta fuor dalle scuole e che le scuole
intristiscono gli animi invece di sollevarli e che le scoperte decisive della scienza n
on son nate
dall’insegnamento pubblico ma dalla ricerca solitaria disinteressata e magari pazzesca di uomini che
spesso non erano stati a scuola o non v’insegnavano.
Sappiamo ugualmente e con la stessa certezza che la scuola, essendo per sua necessità form
ale e
tradizionalista, ha contribuito spessissimo a pietrificare il sapere e a ritardare con testardi ostruzionismi
le più urgenti rivoluzioni e riforme intellettuali.
Soltanto per caso e per semplice coincidenza
raccoglie tanta di quella gente!
la scuola può essere
il laboratorio di nuove verità.
Essa non è, per sua natura, una creazione, un’opera spirituale ma un semplice organismo e
strumento pratico. Non inventa le conoscenze ma si vanta di trasmetterle. E non adempie bene neppure
a quest’ultimo ufficio
perché le trasmette male o trasmettendole impedisce il più delle volte,
disseccando e storcendo i cervelli ricevitori, il formarsi di altre conoscenze nuove e migliori.
Le scuole, dunque, non son altro che reclusori per minorenni istituiti per soddisfare a bisogni pratici
e prettamente borghesi.
Quali?
Per i genitori, nei primi anni, sono il mezzo più decente per levarsi di casa i figliuoli che danno noia.
Più tardi entra in ballo il pensiero dominante della “posizione” e della “carriera”.
Per i maestri c’è soprattutto la ragione di guadagnarsi pane, carne e vestiti con una professione
ritenuta “nobile” e che offre, in più, tre mesi di vacanza l’anno e qualche piccola beneficiata di vanità.
Aggiungete a questo la sadica voluttà di potere annoiare, intimorire e tormentare impunemente, in capo
alla vita, qualche migliaio di bambini o di giovani.
Lo Stato mantiene le scuole perché i padri di famiglia le vogliono e perché lui stesso, avendo
bisogno tutti gli anni di qualche battaglione di impiegati, preferisce tirarseli su a modo suo e sceglierli
sulla fede di certificati da lui concessi senza noie supplementari di vagliature più faticose.
Aggiungete che sulle scuole ci mangiano ispettori, presidi, bidelli, preparatori, assistenti, editori,
librai, cartolai e avrete la trama completa degli interessi tessuti attorno alle comunali e regie e
pareggiate case di pena.
Nessuno
fuorché a discorsi
pensa al miglioramento della nazione, allo sviluppo del pensiero e
tanto meno a quello cui si dovrebbe pensar di più: al bene dei figliuoli.
Le scuole ci sono, fanno comodo, menano a qualche guadagno: ficchiamoci maschi e femmine e non
ci pensiamo più.
L’uomo, nelle tre mezze dozzine d’anni decisive nella sua vita (dai sei ai dodici, dai dodici ai
diciotto, dai diciotto ai ventiquattro), ha bisogno, per vivere, di libertà.
Libertà per rafforzare il suo corpo e conservarsi la salute, libertà all’aria aperta: nelle scuole si
rovina gli occhi, i polmoni, i nervi (quanti miopi, anemici e nevrastenici posson maledir
e giustamente le scuole e chi l’ha inventate!).
Libertà per svolgere la sua personalità nella vita aperta dalle diecimila possibilità, invece che in
quella artificiale e ristretta delle classi e dei collegi.
Libertà per imparare veramente qualcosa perché non s’impara nulla d’importante dalle lezioni ma
soltanto dai grandi libri e dal contatto personale colla realtà. Nella quale ognuno s’inserisce a modo suo
e sceglie quel che gli è più adatto invece di sottostare a quella manipolazione disseccatrice e uniforme
ch’è l’insegnamento.
Nelle scuole, invece, abbiamo la reclusione quotidiana in stanze polverose piene di fiati
l’immobilità fisica più antinaturale
l’immobilità dello spirito obbligato a ripetere invece che a cercare
lo sforzo disastroso per imparare con metodi imbecilli moltissime cose inutili
e l’annegamento
sistematico di ogni personalità, originalità e iniziativa nel mar nero degli uniformi programmi. Fino a
sei anni l’uomo è prigioniero di genitori, di bambinaie o d’istitutrici; dai sei ai
ventiquattro è sottoposto
a genitori e professori; dai ventiquattro è schiavo dell’ufficio, del caposezione, del pubblico e della
moglie; tra i quaranta e i cinquanta vien meccanizzato e ossificato dalle abitudini (terribili più d’ogni
padrone) e servo, schiavo, prigioniero, forzato e burattino rimane fino alla morte.
Lasciateci almeno la fanciullezza e la gioventù per godere un po’ d’igienica anarchia!
L’unica scusa (non mai bastante) di tale lunghissimo incarceramento scolastico sarebbe la sua
riconosciuta utilità per i futuri uomini. Ma su questo punto c’è abbastanza concordia fra gli spiriti più
illuminati. La scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione.
Insegna moltissime cose inutili, che poi bisogna disimparare per impararne molte altre da sé.
Insegna moltissime cose false o discutibili e ci vuol poi una bella fatica a liberarsene
e non tutti ci arrivano.
Abitua gli uomini a ritenere che tutta la sapienza del mondo consista nei libri stampati.
Non insegna quasi mai ciò che un uomo do
vrà fare effettivamente nella vita, per la quale occorre poi
un faticoso e lungo noviziato autodidattico.
Insegna (pretende d’insegnare) quel che nessuno potrà mai insegnare: la pittura nelle accademie; il
gusto nelle scuole di lettere; il pensiero nelle facoltà di filosofia; la pedagogia nei corsi normali; la
musica nei conservatori.
Insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella stessa quantità non
tenendo conto delle infinite diversità d’ingegno, di razza, di provenienza sociale, di età, di bisogni ecc.
Non si può insegnare a più d’uno. Non s’impara qualcosa dagli altri che nelle conversazioni a due,
dove colui che insegna si adatta alla natura dell’altro, rispiega, esemplifica, domanda, discute e non
detta il suo verbo dall’ alto.
Quasi tutti gli uomini che hanno fatto qualcosa di nuovo nel mondo o non sono mai andati a scuola o
ne sono scappati presto o sono stati “cattivi” scolari.
(I mediocri che arrivano nella vita a fare onorata e regolare carriera e magari a raggiungere
una certa
fama sono stati spesso i “primi” della classe.)
La scuola non insegna precisamente quello di cui si ha più bisogno: appena passati gli esami e
ottenuti i diplomi bisogna rivomitare tutto quel che s’è ingozzato in quei forzati banchetti e
ricominciare da capo.
Vorrei che i nostri dottori della legge, per i quali la scuola è il tempio delle nuove generazioni e i
manuali approvati sono i sacri testamenti della religion pedantesca, leggessero almeno una volta il
saggio di Hazlitt sull’
Ignoranza delle persone istruite
, che comincia così: «La razza di gente che ha
meno idee è formata da quelli che non son altro che autori o lettori. È meglio non saper né leggere né
scrivere che saper leggere e scrivere, e non esser capaci d’altro». E più giù: «Chiunque è
passato per tutti i gradi regolari d’una educazione classica e non è diventato stupido, può vantarsi d’averla scappata
bella».
Credo che pochissimi potrebbero
se sapessero giudicarsi da sé
vantarsi di una tal resistenza. E
basta guardarsi un momento attorno e vedere quale sia la media intelligenza de’ nostri impiegati,
dirigenti, maestri, professionisti e governanti per convincersi che Hazlitt ha centomila ragioni. Se c’è
ancora un po’ d’intelligenza nel mondo bisogna cercarla fra gli autodidatti o fra
gli analfabeti.
La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i
maestri. Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di
quel che fossero al principio
e non è dir poco.
Poveri aguzzini acidi, annoiati, anchilosati, vuotati, seccati, angariati, scoraggiati che muovon le
loro membra ufficiali e governative soltanto quando si tratta di aver qualche lira di più tutti i mesi!
Si parla dell’
educazione morale delle scuole. Gli unici risultati della convivenza tra maestri e scolari
son questi: servilità apparente e ipocrisia dei secondi verso i primi e corruzione reciproca tra compagni
e compagni.
L’unico testo di sincerità nelle scuole è la pa
rete delle latrine.
Bisogna chiuder le scuole
tutte le scuole. Dalla prima all’ultima. Asili e giardini d’infanzia; collegi
e convitti; scuole primarie e secondarie; ginnasi e licei; scuole tecniche e istituti tecnici; università e
accademie; scuole di
commercio e scuole di guerra; istituti superiori e scuole d’applicazione;
politecnici e magisteri. Dappertutto dove un uomo pretende d’insegnare ad altri uomini bisogna chiuder
bottega. Non bisogna dar retta ai genitori in imbarazzo né ai professori disocc
upati né ai librai in
fallimento. Tutto s’accomoderà e si quieterà col tempo. Si troverà il modo di sapere (e di saper meglio
e in meno tempo) senza bisogno di sacrificare i più begli anni della vita sulle panche delle semiprigioni
governative.
Ci saranno
più uomini intelligenti e più uomini geniali; la vita e la scienza andranno innanzi anche
meglio; ognuno se la caverà da sé e la civiltà non rallenterà neppure un secondo. Ci sarà più libertà, più
salute e più gioia.
L’anima umana innanzi tutto. È la cosa
più preziosa che ognuno di noi possegga. La vogliamo
salvare almeno quando sta mettendo le ali. Daremo pensioni vitalizie a tutti i maestri, istitutori, prefetti,
presidi, professori, liberi docenti e bidelli purché lascino andare i giovani fuor dalle loro
fabbriche
privilegiate di cretini di stato. Ne abbiamo abbastanza dopo tanti secoli.
Chi è contro la libertà e la gioventù lavora per l’imbecillità e per la morte.
1 giugno 1914

Recensione 💯 di questi anni di Pietro Ferrari

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di Giovanni Gabriele Morra
“Cento di questi anni” di Pietro Ferrari è una straordinaria opera ucronica – metagenere tra fantascienza e fantapolitica – in cui personaggi storici ed immaginari si fondono in una cornice narrativa utopica, nella quale la divaricazione allostorica scompagina e disallinea l’intero orizzonte storiografico del lettore.
Il punto di svolta che separa irriducibilmente la narrazione interna da quella storiograficamente autentica è racchiuso in un episodio periferico del 1936 che, sebbene possa passare quasi sottotraccia per un lettore non particolarmente attento alle vicende dell’anteguerra, ben presto determinerà una divergenza talmente estesa da non poter essere oltremodo mascherata.
Le pagine che conducono al “point of divergence” sono una vera e propria wunderkammer dei principali movimenti culturali, filosofici e politici che hanno campeggiato la storia del Novecento, i cui frequenti richiami lasciano trapelare un intenso e meticoloso lavoro di ricostruzione storiografica dell’Autore, con l’ulteriore pregio di aver sapientemente unificato le vicende umane dei protagonisti con i macro-eventi che si sono all’epoca tanto repentinamente succeduti.
Posteriormente alla diramazione temporale, la cronistoria si sottrae, come invero sovente accade in romanzi di tal fatta, da una deformazione eccessivamente marcata e disallineata, optando per una maggiore graduale verosimiglianza storica degli accadimenti, tale da instillare il dubbio nel lettore che effettivamente “un’altra storia era possibile”, lasciando così intendere che ogni ingranaggio, per quanto perimetrale, sia invero in grado di mutare il decorso degli eventi, aprendo ad infinite e perfino inimmaginabili possibilità.
Tuttavia, se questo è il messaggio che traspare dal substrato più esterno del racconto, il finale, in cui gli eventi sono intensificati e velocizzati in modo sorprendente, lascia velatamente trapelare una potenziale dicotomia tra l’autodeterminazione dei processi storici e l’immutabilità del “Fato”, da intendersi come destino al quale non è dato sottrarsi: in altri termini, la storia che, nonostante gli sforzi, riprende il suo corso prestabilito senza lasciare scampo all’hybris umana.
Per completare potrebbero essere utili questi spunti da mettere in fondo alla stessa:
Nascondi testo citato
Dal minuto 36 in poi intervento televisivo:
Intervista:
Scheda sintetica di descrizione dell’opera:
AUDIO stralci

CANCEL CULTURE

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Segnalazione di Pietro Ferrari

Viviamo in un’epoca in cui trionfa la cosiddetta “cancel culture”, la cultura che ci chiede di giudicare la storia come se tutto fosse contemporaneo. Questo è divenuto un tema dominante della nostra cultura.

Ne parlano con il musicista ed autore Aurelio Porfiri, gli studiosi Marco Tarchi e Eugenio Capozzi, gli autori Pietro Ferrari, Beatrice Harrach e Vania Russo, lo psichiatra Adriano Segatori.

Il programma sarà trasmesso in live streaming su numerosi canali, tra cui il canale You Tube RITORNO A ITACA, su TWITTER e sulla fanpage in Facebook di AURELIO PORFIRI.

In particolare, ecco il Video in questione: https://www.youtube.com/watch?v=vVFRyRRpvK4&t=8s

Immigrazione e razzismo

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“Chi dice che deve vendicare i suoi fratelli colpendo i nostri figli mette in chiaro che per lui esistono un noi, un voi e una guerra in cui ci sarebbero colpe collettive da vendicare. Non è odio ideologico o di partito altrimenti sarebbe diretto altrove. È odio etnico e razziale, un odio che supera i timbri dei certificati anagrafici.”

VIDEO DI PIETRO FERRARI

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