A cosa mira la legge Zan

Condividi su:

La sinistra ha cercato la zampata per calendarizzare al Senato il ddl Zan. C’era da aspettarselo, così come le barricate alzate dalla Lega, che, capitanata dal Sen. Simone Pillon l’ha ragionevolmente derubricata tra le discussioni non prioritarie. “Mi si chiede un commento da più parti – dice il nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna: fosse stato per qualche fenomeno, più o meno accademico, che si sente sproloquiare sui social, ora il ddl Zan sarebbe legge dello Stato e avremmo un Conte III tra banchi a rotelle, DaD e nessuno spiraglio di uscita dall’emergenza sanitaria, che, invece, si prospetta tra aprile e maggio. Stare in trincea è sempre stata la nostra missione. Con intelligenza, però, che in politica, di questi tempi, è merce rara”.   

*****************************************

di Andrea Colombo

Fonte: Andrea Colombo

La legge Zan, come tutte quelle simili e precedenti, non mira a punire comportamenti: per quello ci sono già la il codice penale e la legislazione normale. Mira a educare “sanzionando e punendo”. Vuole intervenire sulle mentalità, non sulle azioni: per questo il legislatore ha aggirato le raccomandazioni della Corte costituzionale sul rischio di lesione della libertà d’espressione limitandosi a riprodurre più o meno alla lettera il dettato costituzionale in materia.
L’impatto sulla libertà d’espressione non è un possibile “effetto collaterale” ma l’obiettivo primario. Le storture conseguenti, come il folle dibattito anglo-sassone sulla possibilità di definire donna una donna senza offendere le trans e per ciò stesso discriminarle, sono la ragion stessa d’essere della legge. Dunque non “possibili” ma inevitabili.
Essendo la sinistra in quasi tutte le sue diverse sfumature da sempre convinta che procedere a colpi di proibizioni e sanzioni sia il modo migliore per educare un popolo, e che il suo compito sia precisamente educare il popolo, non stupisce che sbavi per leggi simili.

Il Vaccino al Virus contemporaneo

Condividi su:

 

di Matteo Castagna (pubblicato su “Il Corriere delle Regioni” del 26/02/2021)

Ci sono profonde ragioni di carattere razionale, logico, giuridico, medico, filosofico, culturale, etico, sociale per combattere l’aborto e la perniciosa semplificazione ideologica che lo difende. Unendo le forze nella buona battaglia è possibile far vincere la verità.

Il Consiglio regionale lombardo ha bocciato la proposta di legge di iniziativa popolare n.76 denominata “Aborto al Sicuro” promossa da esponenti del Partito Democratico e del Movimento Cinque Stelle. Con il supporto dell’Avv. Gianfranco Amato e grazie alla determinazione del Presidente della III Commissione Sanità dott. Emanuele Monti, il Consiglio regionale ha rispedito al mittente la proposta che mirava, di fatto, ad attaccare il diritto dei medici di esercitare l’obiezione di coscienza e a diffondere i mezzi contraccettivi a tappeto, anche mediante un impianto sottocutaneo (LARC) che potesse garantire la sterilizzazione.

Nel frattempo, il tribunale di S. Maria di Capua a Vetere ha stabilito che gli embrioni creati e crioconservati da una coppia, che nel frattempo si è separata potranno essere impiantati alla donna anche contro la volontà dell’ex partner. Si tratta del riconoscimento di un diritto assoluto della donna di utilizzare gli embrioni creati con il coniuge e poi surgelati. Peccato che, però, un bimbo non sia un “bastoncino findus” ma un essere umano, per quanto in crescita…e neppure una proprietà privata della donna, come vorrebbero vecchi slogan del femminismo militante. Sarà argomento che dovrà far discutere perché crea un precedente pericoloso evidente.

Ci si chiederà il motivo di tanto fermento bioetico, soprattutto nell’ultimo decennio. Possiamo dire che l’uomo contemporaneo soffre di alcuni mali che vengono chiamati beni dal mainstream dominante, a tutti i livelli e in tutti i consessi. Platone sosteneva che “estirpare solo gli effetti del male e non la causa è poca cosa”, soprattutto se il male è letale perché mette in discussione la sacralità e la dignità della Vita. Si dirà, giustamente, che il male è in stato così avanzato, che è come una metastasi diffusa in tutto il corpo sociale. Se “nihil difficile volenti”, allora dobbiamo lavorare, prima fornendo degli antidolorifici, per arrivare alla cura. Il nichilismo filosofico, che vuole distruggere la conoscenza razionale umana (nichilismo gnoseologico), la morale naturale e divina oggettiva (nichilismo etico) e l’essere per partecipazione in quanto rimanda a Quello per essenza (nichilismo metafisico), tende a trasformare l’uomo in una larva o in una “pecora matta” dantesca, che galleggia sul nulla per esserne ben presto ingoiato. L’oggi è caratterizzato da un grande vuoto di concetti, di principi, di valori, di ragionamenti e di retto discernimento, tanto che la Sovversione dell’ordine naturale, quindi divino, è il nuovo ordine mondiale. La cultura del nulla giunge a considerare la verità, il bene, il bello, l’identità, la tradizione, come mali o bugie da distruggere. La nostra società rigetta santità ed eroismo, onore e fortezza, giustizia e temperanza, educazione e primato dell’essere per il suo Vitello d’Oro fatto di edonismo e benessere materiale, narcisismo, egoismo e vacuità, sciocchezze e vanità. L’uomo odierno è molle, apatico, privo di certezze e rifiuta la verità perché la teme. Tutto va nelle opinioni, nel dialogo e ciascuno dice la sua, tutti sono “tuttologi” ma in realtà sono solo estensori del nulla, nella totale indifferenza religiosa.

Il nichilismo è il virus per il quale esiste un vaccino gratis e dalle dosi infinite che rimangono in freezer a grandi quantità. Esso viene sublimato da S. Tommaso d’Aquino nella metafisica dell’essere come atto ultimo di ogni sostanza, elevando e correggendo (ove necessario) il concetto di “partecipazione” di Platone e quello di “essenza” di Aristotele. Il vaccino della ragionevolezza dell’uomo, che è dotato di intelletto e volontà, porta a un Fine ultimo, il quale è il sommo Vero e Bene, da riscoprire, conoscere e, quindi amare. Pertanto, se l’uomo vuole stare bene nel corpo e nell’anima, deve curare entrambe e soprattutto l’anima, nelle sue facoltà nobili, che sono, appunto, l’intelletto e la volontà, come già insegnava mirabilmente il grande Seneca.

Fonte: https://www.corriereregioni.it/2021/02/25/il-vaccino-al-virus-contemporaneo-di-matteo-castagna/

Dragocrazia

Condividi su:

QUINTA COLONNA

di Marcello Veneziani

È davvero prematuro rinfacciare al governo Draghi di essere la riedizione del governo Conte o di esultare per questo, come fanno i grillo-contini. È stato quantomeno puerile gridare subito alla continuità con Conte quando non si era ancora insediato il governo. Certo, serve per galvanizzare le tifoserie e dire agli uni che il Maligno ha cambiato solo nome e fattezze e si è fatto più terribile, come dice il cognome fiammeggiante del premier; e agli altri far credere che Conte è così insostituibile che il suo modesto successore è schiacciato dalla sua gigantesca ombra e non può che tentare di imitarlo.

Ma se provate a fare il gioco delle differenze, risaltano subito alcune cose: il profilo e il curriculum di Draghi rispetto a quello di Conte, alcuni ministri tecnici nei dicasteri economici al posto di grillini e piddini, il cambio in meglio alla giustizia, alla pubblica amministrazione e istruzione e allo sviluppo economico, il peso dei ministri leghisti e forzisti, il ridimensionamento di Arcuri che prelude probabilmente alla sua non riconferma. E poi la novità, anche inquietante se volete, di un governo di unità nazionale, e in positivo lo stile diverso nelle riunioni ministeriali e nella comunicazione. Non è poco, come avvio. Dall’altra parte la continuità della politica sanitaria, le troppe facce riemerse di ministri al governo, alcuni segnali non promettenti sulla giustizia, un governo imbottito di politici di basso profilo, non fanno ben sperare. In ogni caso è prematuro e disonesto azzardare un giudizio, parlare già di svolta o di continuità. Vedremo in corso d’opera e valuteremo senza paraocchi.

Una cosa però si profila sin dagli esordi, dalle scelte ministeriali e dai segnali di fumo lanciati all’Europa. Il governo Draghi ha a cuore principalmente una cosa, rispetto a cui tutto il resto fa da corollario e può essere oggetto di trattativa: la gestione dei fondi e delle linee economiche. Per dirla nel linguaggio proprio, il core business del governo Draghi, la specificità del suo mandato, è il Recovery fund e le sue conseguenze. Può assecondare la politica sanitaria precedente, può far la voce grossa sui vaccini, non modificare le linee politiche, culturali e civili ma resta prioritario e non negoziabile decidere come verranno spesi i soldi. Questa è la mission di Draghi e la ragione dell’incarico a lui; è lì che si gioca quasi tutto, pure il Quirinale; ed è quello che non andava permesso a un governo politico qualsiasi. Tutto il resto è relativo. Sarà lì che si paleserà la Dragocrazia. Continua a leggere

Covid, De Luca continua lo show. Ma gli ospedali campani sono quasi al collasso

Condividi su:

Segnalazione di Antonio Amorosi

Coronavirus. I nodi del sistema sanitario campano. Medici, dirigenti e infermieri ci spiegano perché sono sempre in emergenza. Un problema strutturale…

di Antonio Amorosi

Il nodo segreto del sistema sanitario campano, la regione attualmente con maggiori contagi da Coronavirus. Ne abbiamo parlato con alcuni dirigenti sanitari: medici, dirigenti e infermieri locali. Ci hanno raccontato perché accade quanto stiamo vedendo nelle tv nazionali. Perché le ore di fila per poter fare un test o i tamponi a Napoli, i cittadini in attesa per giorni (molte volte ammalati), strutture intasate e al collasso.

Il Coronavirus ha messo alla prova il sistema sanitario nazionale, le strutture ospedaliere di molte regioni, la classe dirigente sanitaria, figuriamoci quelle più fragili, come la Campania dove tutti i nodi vengono al pettine.

In queste ore la reazione del governatore “sceriffo” Vincenzo De Luca è stata vietare ai medici pubblici di parlare con i giornalisti, per raccontare l’andamento della pandemia. Un argine fragile ad una sanitaria debole che sembra avere regole particolari.

I cittadini chiedono allo Stato e ai governatori di agire razionalmente, anticipando quanto si sa possa accadere con l’avanzare dell’inverno. Ma è difficile succeda in Campania dove si vive in continua emergenza. Ecco perché.    Continua a leggere

Le due vere sfide della coalizione

Condividi su:

Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale

di Marco Gervasoni

Che il Pd sia il primo partito e che abbia vinto le elezioni è chiaramente una bufala colossale: ha mantenuto tre Regioni (di cui una storicamente «sua», la Toscana), ne ha persa una storica, le Marche, e ne conserva solo una quarta, rossissima, l’Emilia-Romagna.

Chiarito questo, il pareggio del centrodestra, sulla base delle aspettative di elettori e di militanti, lo possiamo comunque definire una battuta d’arresto o almeno un segnale d’allarme? Nulla di preoccupante, anzi, come scriveva il teologo seicentesco Fénelon, «spesso è una grande vittoria saper perdere al momento giusto». Cioè, fuor di metafora, il centrodestra può profittare di questa frenata per rivedere due elementi che, secondo l’antico pensiero strategico cinese, sono fondamentali: il proprio nemico e se stessi, perché solo conoscendo entrambi la vittoria futura sarà assicurata. Il proprio nemico: i rossogialli, Pd e 5 stelle. Fino a lunedì il centrodestra ha vissuto del mito della spallata. All’indomani della nascita del governo Conte II, l’opposizione ha creduto (e pure noi, a dire il vero) che l’esperimento raccogliticcio e anche un po’ meschino sarebbe presto stato spazzato via dalle proprie divisioni e dal suo essere minoranza del Paese. E che quindi tutte le tornate elettorali si sarebbero tramutate in una grandiosa cavalcata sull’onda del sentimento popolare della gran maggioranza degli italiani. Ebbene, non è così: complice certamente l’emergenza della pandemia, ma non solo. Il centrodestra è probabilmente ancora maggioranza nel Paese, ma non è un’invincibile armada e l’Italia è spaccata, divisa, disillusa, impaurita e anche un po’ annoiata. Se l’alleanza Pd 5 stelle si fosse tramutata in un accordo elettorale, ad esempio, al Sud i risultati sarebbero stati ancora migliori per i candidati governativi e la vittoria dell’opposizione meno scontata nelle Marche. Riconoscere la forza del nemico non è segno di debolezza, anzi. È semplicemente cambiato il Paese da quando, dopo il 2016, è partita l’avventura di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni. L’Italia uscita dalle urne del 2018 (in cui pure a vincere veramente furono i 5 stelle) e del 2019 in qualche misura non esiste più. Se il centrodestra, e soprattutto Lega e Fratelli d’Italia, erano stati eccellenti nel cogliere la fase precedente, è venuto il momento ora di capire meglio quale sia il profilo del Paese. Al Sud, ad esempio, non è vero che gli italiani sono contro il governo: come dimostra anche il voto per i sindaci di città capoluogo, lo seguono perché questi promette loro risorse (da non sottovalutare la forza «convincitiva» del reddito di cittadinanza) e ancor più ne elargirà con il Recovery fund. Conoscere il proprio nemico ma conoscere anche se stessi. Capire che la sfida richiede un’identità parzialmente nuova, aggiornata, più radicale su alcuni tratti ma più da «forza tranquilla» su altri. In modo da preparare le due grandi sfide che attendono il centrodestra, il voto amministrativo di Roma e di Milano il prossimo anno e la madre di tutte le battaglie: l’elezione del presidente della Repubblica.

Fonte: https://m.ilgiornale.it/news/politica/due-vere-sfide-coalizione-1891932.html

Quei finanziamenti del PD ad un certo mondo “cattolico”

Condividi su:

                                                                                                                                         Mezzetti – Zuppi -Mazza – Bonaccini

 

di Matteo Castagna (pubblicato su Informazione Cattolica di oggi)

“Tres organizaciones caritativas de la Compañía de Jesús (jesuitas) han recibido en los últimos años más de un millón y medio de Open Society Foundations, la fundación del magnate pro aborto George Soros”.

La notizia viene data dalla Aci Press di ETWN, che è il maggior circuito internazionale di informazione del mondo cattolico ufficiale.

Pertanto appare difficile poterla annoverare come fake new oppure come la sparata dei soliti complottisti. Ulteriore notizia è che il circuito in italiano non ha ripreso la cosa, che, evidentemente risulta almeno imbarazzante.
AciPrensa riassume: «Tre organizzazioni caritative della Compagnia di Gesù negli ultimi anni hanno ricevuto oltre un milione e mezzo (di dollari) dalla Open Society Foundations, la fondazione del magnate abortista George Soros».
Inoltre, nel sito web della Jesuit Worldwide Learning Higher Education at the Margins «riconosce la Open Society come uno dei suoi soci».
L’agenzia di stampa si dilunga poi sui finanziamenti di Soros alle organizzazioni abortiste e genderiste nel mondo (ad es. i 12 milioni di dollari donati alla International Planned Parenthood), aspetti che per i cattolici italiani sono abbastanza noti grazie al lavoro di agenzie di stampa cattoliche e indipendenti. Quel che ACI – e molti altri – ignora è che persone di Soros sono entrate nei gangli del sistema di potere italiano, quali le giunte regionali a guida Partito Democratico.
Una per tutte, Elly Schlein (vedi qui), attuale vice presidente della “Regione rossa” e collegata alla Open Society di Soros quando era eurodeputata (vedi qui).

Sono altresì poco noti i finanziamenti dati dal Partito Democratico ad alcune componenti del mondo cattolico ufficiale.

Basti, come esempio, il milione e mezzo di Euro donati ai dossettiani, portati alla luce dal coraggioso consigliere regionale Daniele Marchetti della Lega (vedi qui). Continua a leggere

Conti correnti. Da oggi li possono “spiare” Comuni, Province e Regioni

Condividi su:

di Antonio Amorosi

Meglio della DDR. Col DL Semplificazioni, approvato dal governo M5S, Pd, Leu e Italia Viva la fine dei dati bancari sensibili. Gli enti pubblici “spiano”…

 

Mentre i giullari di corte ci distraggono con quanto è cattivo e illiberale Salvini lo Stato entra pure nelle mutande degli italiani.

Pensare che i dipendenti pubblici del Comune o il sindaco possano conoscere l’attività bancaria e finanziaria dei propri cittadini vi fa orrore? Da oggi sarà possibile con un’opzione stile Germania dell’Est delle Repubbliche socialiste pre Muro di Berlino voluta dal governo a guida M5S, Pd, Leu e Italia Viva che l’ha inserita nel Decreto Semplificazioni approvato da poco, eliminando un altro pezzo delle libertà individuali e della riservatezza bancaria degli Italiani.

Formalmente Comuni e Regioni, come tutti gli altri gli enti locali, potranno “spiare” i dati bancari sensibili dei cittadini allo scopo di facilitare la riscossione di imposte e tasse di loro competenza, anche in maniera coattiva, dovute dal contribuente inadempiente. Attività anche comprensibile ma che nelle modalità di esercizio solleva non pochi interrogativi su come dovrà essere esercitata, con quali limitazioni e vincoli, con quali possibili danni, vista l’estesa mole di violazioni che accadono nei Comuni e soprattutto in quelli più piccoli, dove tutti si conoscono e gli enti pubblici sono determinanti nel definire benefici e concessioni.

Conoscere in modo approfondito i dati finanziari dei propri cittadini non è cosa da poco. Per l’Istat solo il voto di scambio in Italia interessa almeno 1 milione 700.000 persone, ma il dato sembra sottostimato. E sapere che negli ultimi anni è in crescita la mole di reati dei funzionari pubblici nella pubblica amministrazione non fa dormire sonni tranquilli ai più critici col provvedimento del governo. E’ questo un passo verso lo Stato di polizia o verso la Cina comunista? Difficile a dirsi. Continua a leggere

L’Italia chiede l’attivazione di un Fondo (il SURE) che non esiste

Condividi su:

di Thomas Fazi

Fonte: Thomas Fazi

È dell’ 8 agosto la notizia che il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Nunzia Catalfo hanno inviato a Bruxelles una lettera con cui il governo italiano richiede formalmente l’accesso al programma europeo “anti-disoccupazione” denominato SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency), un fondo con una dotazione «fino a 100 miliardi di euro», istituito lo scorso aprile, finalizzato in teoria ad aiutare i paesi europei a sostenere i costi della cassa integrazione. Nella missiva, indirizzata ai commissari Dombrovskis, Gentiloni, Schmit e Hahn, il governo italiano ha chiesto di poter accedere alle risorse del SURE nella misura di 28,5 miliardi.
Ora, la prima cosa da dire è che il SURE – esattamente come il MES e il (grosso del) Recovery Fund – opera secondo la logica tipicamente europea del debito: essenzialmente la Commissione reperirà fino a 100 miliardi di euro sui mercati finanziari e, a propria volta, li presterà ai singoli Stati (andando a gravare sul debito pubblico di questi), che ovviamente dovranno restituirli.
Come per il MES e il Recovery Fund, dunque, l’unico reale vantaggio dal punto di vista finanziario consisterebbe nello spread tra il tasso di interesse offerto dalla Commissione e il costo che un paese come l’Italia dovrebbe affrontare per reperire gli stessi soldi sui mercati (ed eventualmente sulla durata del prestito). Peccato che il tasso di interesse pagato dai singoli paesi sui loro titoli di Stato dipenda, in ultima analisi, dalla BCE, che se volesse potrebbe tranquillamente portare a zero (o meno di zero), domani stesso, il tasso di interesse sui nostri titoli di Stato a lunga scadenza (quello sui titoli di Stato a due anni o meno è già negativo). La ragione per cui non lo fa è abbastanza scontata: in quel caso verrebbe meno il vantaggio, già piuttosto esiguo, del sistema dei prestiti europei.
La strategia della UE, in ultima analisi, è abbastanza chiara: tenere i tassi di interesse pagati dai singoli Stati abbastanza bassi da garantire la solvibilità degli stessi, ma abbastanza alti da rendere “attrattiva”, soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica, la prospettiva di indebitarsi nei confronti della UE tramite strumenti come il MES, il Recovery Fund e il SURE, favorendo così il trasferimento alla UE di quel brandello di sovranità democratica che ci è rimasta e l’accentramento di ulteriore potere nelle mani di istituzioni anti-democratiche quali la Commissione europea.
Ovviamente tutto questo non sarebbe possibile senza la connivenza di “proconsoli” europei come il nostro ministro dell’Economia Gualtieri, sempre in prima fila nel promuovere la svendita della sovranità nazionale e gli interessi dell’Unione europea. Non sorprende, dunque, che l’Italia sia in prima fila nel richiedere l’accesso ai fondi SURE (ma lo stesso dicasi dell’entusiasmo mostrato dal governo nei confronti del Recovery Fund, che altro non è che un MES all’ennesima potenza). Continua a leggere

Stato di emergenza? L’alibi solo italiano per blindare Palazzo Chigi. Buoni a nulla ma capaci di tutto

Condividi su:
di Sergio Luciano
Fonte: Il Sussidiario
Il Governo intende prorogare lo stato di emergenza di altri 6 mesi.
Dunque saremo in emergenza fino al 31 dicembre? Diciamolo, mai come stavolta si potrebbe dar ragione al premier Giuseppe Conte se solo avesse – anzi, avesse avuto – l’onestà intellettuale di attribuire l’emergenza non già alla pandemia ma alla giustizia civile e penale che non funziona, alla lotta all’evasione che fa ridere, al codice degli appalti che li blocca, alla scuola che viene tenuta chiusa mentre si riaprono discoteche e spiagge, al ponte Morandi che va assegnato in gestione ad Autostrade altrimenti non riapre, ai fondi di liquidità e alla cassa integrazione che ancora non sono arrivati ai destinatari e insomma a tutti gli argomenti di drammatica attualità sui quali il governo, da quel drammatico week-end dell’8 e 9 marzo ad oggi, in quattro mesi, ha fatto solo chiacchiere.
L’emergenza è il governo, non la pandemia che sta regredendo e che comunque, se anche dovesse risvegliarsi – Dio non voglia – troverebbe comunque difese farmacologiche e cliniche assai migliori di quelle di quattro mesi fa. L’emergenza sono alcuni ministri politicamente analfabeti e tecnicamente sprovveduti. L’emergenza è un Parlamento esautorato.
Il tutto – va detto – contro Salvini e grazie a Salvini. Perché è da quando l’ex capitano ha tentato undici mesi fa di far saltare il banco e ottenere le elezioni anticipate fidandosi dell’imbelle Zingaretti e finendo contro un muro, che il governo Conte 2 ingrassa sventolando lo spauracchio della vittoria della Lega. Il movimentismo salviniano – “così non si può andare avanti, si torni al voto” – è stato il miglior alibi per il governo più pazzo del mondo e di sempre, ossia per questo esecutivo attaccato con lo sputo che ci guida.
Adesso, l’ultima trovata è prorogare lo stato d’emergenza fino al 31 dicembre, a 20 giorni dalla scadenza di quello vigente (31 luglio) e senza argomentazioni. In attesa del voto delle Camere che il 14 luglio ascolteranno e si esprimeranno sulle comunicazioni del ministro Roberto Speranza sul nuovo Dpcm, destinato a prorogare le norme anti–contagio in scadenza il 14 luglio. Una prima risposta viene dal vibrato e – va detto – incisivo appello/protesta di Elisabetta Casellati, presidente del Senato, contro il “decretismo” che sta contraddistinguendo quest’esecutivo: “Mi auguro che sia l’inizio di una democrazia compiuta”, ha detto riferendosi appunto al voto assembleare sulle prossime comunicazioni di Speranza – perché alla Camera e al Senato siamo ormai gli invisibili della Costituzione”. Ma ci vuol altro.
Questa democrazia simulata, quest’ennesimo governo guidato da un premier mai eletto dal popolo, stava trascinandosi su un piano di precarietà quotidianamente più grave quando la pandemia è intervenuta inducendo comprensibilmente tutti gli italiani a pendere dalle labbra di Palazzo Chigi. Mai tanta visibilità e notorietà è stata data a un premier per lo meno da quando Silvio Berlusconi ha perso quel ruolo.
Quando l’emergenza del Covid-19 ha costretto il governo a prendere le decisioni – quelle sì di emergenza – che conosciamo, dalle mascherina al distanziamento e al resto, la tenuta dell’esecutivo è parsa a tutti rafforzarsi, perché la figura del premier Conte è diventata improvvisamente popolarissima, con quel suo tono pacato e quasi scivolato di ratificare l’ovvio.
Poi però sono sopravvenuti i decreti dettati da quest’emergenza e una parte di quella fiducia è sfumata, per l’enorme gap che gli italiani hanno in qualche caso drammaticamente misurato con la propria pelle, per esempio non ottenendo gli aiuti per la liquidità o la cassa integrazione per i dipendenti. E poi, ancora, la remissione sostanziale della pandemia nel nostro Paese, che ha di riflesso incastrato Conte e il ministro Speranza nel ruolo – peraltro giusto, secondo chi scrive – di uccelli del malaugurio circa i rischi ancora presenti in circolazione e le pessime prospettive di una seconda ondata autunnale.
I prossimi pochi giorni saranno di fuoco. Perché non aspettare il 20 luglio prima di dichiarare la proroga dell’emergenza? Perché prorogarla addirittura di sei mesi anziché fermarsi a tre?
Epperò, se Nicola Zingaretti dichiara: “Il Pd è pronto a sostenere qualsiasi scelta del Governo utile a contenere la pandemia”, sempre dal Pd, con Stefano Ceccanti, i dem ribadiscono “la necessità della presenza del presidente del Consiglio in Parlamento prima dell’eventuale proroga dello stato di emergenza”. Magari, già martedì, da Speranza, “è lecito attendersi alcuni primi chiarimenti”. Anche Italia Viva sollecita un coinvolgimento delle Camere. I Cinquestelle sembrano meno “appassionati” alla vicenda. La proroga è una “questione prettamente tecnica” ha commentato in prima battuta il capo politico Vito Crimi. Il centrodestra ribadisce la contrarietà: i Dpcm danno troppi poteri al governo e confinano il Parlamento in un angolo. “E lo stato di emergenza blocca l’Italia”, rincara la capogruppo dei senatori di Forza Italia, Anna Maria Bernini, mentre Antonio Tajani chiede al governo di confrontarsi con Camera e Senato.
Insomma, come sempre: buoni a nulla e indecisi a tutto, ma anche capaci di tutto.

Continua a leggere

1 3 4 5 6 7 8 9 12