“E’ il nuovo 11 settembre”: parola di Enrico Letta (toglietegli il vino)

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di Adolfo Spezzaferro

Roma, 25 feb – “Questo momento, il 24 febbraio 2022 è il nuovo 11 settembre“: così Enrico Letta definisce la guerra in Ucraina. Con totale assenza del senso della misura e chiamando in causa uno scenario assolutamente fuori luogo, il segretario del Pd evoca l’attentato di New York forse per dire che Putin è il nuovo Bin Laden. E forse – peggio ancora – per dire che gli Usa, con l’Ue e la Nato, dovrebbero andare a fare la guerra in Russia come fu con l’Afghanistan dopo l’attentato alle Torri gemelle. Comunque la si mette, tuttavia, l’uscita del leader dem è a dir poco imbarazzante.

Per Enrico Letta la guerra in Ucraina “è il nuovo 11 settembre”

“Dobbiamo cambiare la bussola con cui abbiamo agito fino a oggi su questo tema. Due giorni fa, in questa Aula, e i toni erano ben diversi. Questo momento, il 24 febbraio 2022 è il nuovo 11 settembre, è il cambio del mondo, e quindi dobbiamo cambiare l’approccio”. Così Letta, intervenendo dopo l’informativa alla Camera del premier Mario Draghi sul conflitto tra Russia e Ucraina. “Il più importante principio è la difesa della libertà e della democrazia – prosegue Letta -. Ieri l’approccio di tutti noi era di limitare i danni il più possibile, oggi tutti insieme dobbiamo dire che Putin non deve vincere questa guerra, che è alla libertà e alla democrazia“.

Il segretario Pd con il suo “armiamoci e partite”

Sembra a tutti gli effetti un “armiamoci e partite”, quello di Letta. Il leader dem, deposti per un attimo gessetti colorati e bandiere della pace alla Coop, parla proprio di intervento militare a difesa dell’Ucraina. Per la pace, s’intende. Non sia mai che qualcuno possa pensare che a sinistra ci sono guerrafondai, tipo D’Alema con i bombardamenti sulla Serbia. Per carità.

Quello che fa specie è che mentre la Cina – non esattamente la comunità “Peace and Love” di San Francisco – chiede una soluzione diplomatica e invita al dialogo, Enrico Letta – tornato da Parigi per dettare l’agenda liberal del Pd – ora soffia sul fuoco della guerra. Invoca un “aiuto più concreto agli ucraini a difendersi dall’invasione russa. Non bastano le parole”. Diremmo che nel caso del segretario dem, le parole sono pure troppe.

Alternativa prende sul serio il leader dem

Infine, segnaliamo i deputati di Alternativa (gli ex M5S espulsi), che prendono sul serio Letta. “Anche solo ipotizzare una replica della fallimentare campagna in Afghanistan nei confronti della Russia è follia. Non è quella la strada da seguire e la storia ce lo ha insegnato. Evidentemente Letta e chi come lui blatera soluzioni di questo tipo non ha imparato nulla dalla storia. Se Putin ha innescato una nuova fase pericolosa della guerra ucraina, in corso dal 2014, non dovrà essere un Letta a farci trascendere verso una guerra totale“. Ma quando mai.

Impossibile non immaginarsi Letta a cavalcioni di una bomba atomica in stile Dottor Stranamore, ma con la bandiera arcobaleno sulle spalle.

Adolfo Spezzaferro

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/e-il-nuovo-11-settembre-parola-di-enrico-letta-toglietegli-il-vino-225265/

Roma, vergogna Pd: bocciata la commemorazione per i martiri delle Foibe nel X Municipio

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di Cristina Gauri

Roma, 27 gen — Ci risiamo. All’approssimarsi del 10 febbraio, Giorno del ricordo, il Pd e accoliti antifascisti vari si dilettano nello sport preferito: negare, minimizzare, confutare e impedire che gli italiani commemorino la memoria della tragedia delle vittime delle Foibe e dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra.

Leggi anche: Foibe e confine orientale: spieghiamo un po’ di storia ai nostalgici del comunismo

Accade così che nel X Municipio di Roma Capitale il Pd ha bocciato la mozione, presentata dal consigliere leghista Alessandro Aguzzetti, che chiedeva la commemorazione ufficiale del dramma delle Foibe, solennità civile come da legge ordinaria dello Stato 30 marzo 2004, n. 92. Nella proposta portata in consiglio da Aguzzetti si chiedeva di deporre ufficialmente una corona in ricordo dei martiri al monumento in Piazza Segantini, al Villaggio San Giorgio di Acilia, noto per aver ospitato i tantissimi esuli costretti ad abbandonare la propria terra per sfuggire ai massacri dei partigiani titini. Con questa ignobile decisione il Pd ha stabilito per l’ennesima volta che per loro non deve esserci pace, né ricordo.

Il Pd boccia la mozione sulle Foibe

«Quanto accaduto oggi durante il consiglio del X Municipio é gravissimo», questo il commento del consigliere. «La bocciatura del documento in cui si chiedeva una commemorazione ufficiale in memoria dei martiri delle Foibe, ossia degli italiani uccisi dai partigiani di Tito perché italiani, dimostra la vera natura ideologica di questa amministrazione. Una amministrazione che mostra una natura reticente e negazionista nei confronti di una tragedia troppi anni taciuta e ancor oggi sminuita, se non addirittura giustificata da una certa sinistra».

Uno schiaffo agli esuli 

Aguzzetti, che è stato espulso dopo la bocciatura della mozione, prosegue: «Questa è una grave mancanza di rispetto soprattutto per i residenti del quartiere Giuliano Dalmata di Acilia, che un tempo accolse gli italiani costretti a lasciare le loro case perché vittime di questa pulizia etnica. Un quartiere simbolo che ogni anno ricorda con commozione il 10 febbraio quanto accaduto». Conclude Aguzzetti ringraziando i consiglieri di opposizione per aver sottoscritto il documento «e la capogruppo della Lega Monica Picca per aver abbandonato l’aula per solidarietà al sottoscritto dopo la votazione. Il 10 febbraio ricorderemo i martiri delle foibe alle ore 19 a Piazza Segantini, invito i cittadini ad essere presenti e dimostreremo a questa amministrazione che anche senza la loro presenza il ricordo sarà sempre vivo».

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/roma-vergogna-pd-bocciata-la-commemorazione-per-i-martiri-delle-foibe-nel-x-municipio-222078/

Castagna oggi a Telenuovo sull’elezione del Presidente della Repubblica

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di Lucia Rezzonico

Oggi, dalle 12.40 alle 14.00 circa il nostro Responsabile Nazionale del Circolo Christus Rex Matteo Castagna è stato ospite in diretta Skype della trasmissione condotta da Mario Zwirner Rosso&Nero su Telenuovo. Si è parlato principalmente dell’elezione del Presidente della Repubblica. Castagna non ha mancato battute ironiche e stoccate a M5S e Pd, ma ha suonato la sveglia anche al Centrodestra.

Ospiti in studio l’Avv. Sandrin di Fratelli d’Italia e il dott. Bean del Pd.

Ecco il video con la registrazione della puntata: https://play.telenuovo.it/rosso-e-nero/tit-13160815

Alcune foto:

 

Quirinale: chi vincerà la partita del Colle tra Meloni, Salvini, Letta e Conte?

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di Ferdinando Bergamaschi

Quirinale: sulla conquista del Colle si sta giocando una partita nella partita. Non solo quella tra chi ambisce alla carica di presidente della Repubblica. Ma anche tra i leader dei partiti che sull’elezione del capo dello Stato ipotecano una bella fetta di futuro.

Se nelle elezioni del 2015 gli attori principali sulla scena erano il 64enne Pierluigi Bersani e il 78enne Silvio Berlusconi, adesso il quadro è ben diverso. In realtà c’è una costante ed è naturalmente Matteo Renzi. Ma oltre a lui, oggi 47enne, gli altri protagonisti del match sono sempre quaranta-cinquantenni: Giorgia Meloni (44 anni), Matteo Salvini (48), Enrico Letta (55) e Giuseppe Conte (57). 

Un dato anagrafico che evidenzia un sostanziale svecchiamento della classe politica italiana. Se ai nomi già citati infatti aggiungiamo quello di Luigi Di Maio (35 anni), si tratta probabilmente della classe politica più giovane che si sia mai giocata la partita del Colle nella storia della Repubblica. E allora vediamo le mosse di ognuno di loro.

Le ambiguità di Salvini

Da leader nazional-populista con sedicenti ambizioni di rompere gli schemi tra destra e sinistra, il leghista Salvini da un paio d’anni a questa parte si è ritrovato ad essere un liberal-populista (come già lo era stato Berlusconi), dovendo rincorrere a destra la Meloni che sopravanza. Da quando, in pieno Covid, è entrato nel governo di larghe intese presieduto da Mario Draghi ha assunto un atteggiamento molto ambiguo sia nei confronti della pandemia sia nei confronti del governo medesimo. Con questo atteggiamento non ha guadagnato al centro e ha perso a destra fino a farsi sorpassare nei sondaggi dal partito di Giorgia Meloni, se non altro più coerente nella sua linea politica.

Venendo ad oggi, nella partita del Colle, Salvini sembra muoversi su due versanti. Questa volta la sua ambiguità viene riversata sul centrodestra. Da un lato ha sostenuto ufficialmente la candidatura di Berlusconi, dall’altro negli ultimi giorni ha fatto sapere che le carte della Lega devono ancora essere scoperte. E in effetti oggi ha prima annunciato di voler coinvolgere Berlusconi nella scelta di un nome per il Colle (e quindi implicitamente ha escluso quello del presidente di Forza Italia) e poi ha incontrato Conte per cercare una soluzione condivisa. 

Letta in stand by

Democristiano di sinistra, Letta da lungo tempo, come tutto il Pd (sia quello post-democristiano sia quello post-comunista) ha abbracciato la corrente dem, allineandosi con l’impostazione delle più importanti sinistre occidentali a partire da quella americana. Richiamato circa un anno fa a sostituire il dimissionario Zingaretti alla segreteria, secondo D’Alema, ha avuto il merito di guarire il Pd dal virus del renzismo. Merito che ovviamente per Letta è irricevibile, non potendo ammettere che lo stesso fosse malato. 

Nella partita del Colle Letta ha da giocare i numeri del campo che comprende l’alleanza tra Pd e 5 Stelle. Punto fermo il contrasto alla candidatura di Berlusconi. Si è spinto a far sapere di apprezzare la figura di Amato. Non potendo dare le carte, aspetta. E vedremo se, davanti a una diversa e nuova proposta del centrodestra, Letta giocherà di sponda, oppure se, come sul Ddl Zan, deciderà di andare al muro contro muro. 

Meloni win-win?

Fratelli d’Italia è l’unico partito all’opposizione al governo Draghi. Giorgia Meloni rappresenta da sempre una tendenza nazional-conservatrice (o come preferirebbe dire patriottico-conservatrice). Nella partita del Quirinale però è anche colei che per prima si è detta disponibile a considerare la candidatura dell’attuale premier al Colle.

In effetti, se Draghi raggiungesse il Colle per la Meloni si aprirebbero due scenari entrambi abbastanza favorevoli. Il primo: elezioni anticipate. Sondaggi alla mano, la premierebbero portandola a circa il 20% dei consensi. Il secondo: nuovo governo di larghe intese fino alla fine naturale della legislatura nel 2023; in questo caso Meloni forse addirittura potrebbe aumentare il suo consenso. Unica leader d’opposizione, potrebbe cavalcare infatti ogni possibile passo falso di questo governo. Se nei giorni scorsi si era schierata in via ufficiale, come Salvini, per la candidatura di Berlusconi, oggi chiede si organizzi un vertice del centrodestra per scegliere un nome. 

Conte in affanno

In questo momento Conte è quello che sta peggio. È a capo dei 5 Stelle che sono divisi e non hanno una rotta precisa. Quando Conte è andato alla guida del governo gialloverde, il Movimento sembrava aver abbracciato la linea di fondo tesa a un populismo sovranista di tipo moderato; ma dopo la crisi di governo voluta da Salvini ha dovuto cambiare rotta alleandosi col Pd. Accanto ai suoi cavalli di battaglia (tra cui predominano un condivisibile ambientalismo e un discutibile giustizialismo) non ha comunque rinunciato del tutto al suo moderato sovranismo (infatti si deve a lui la rinuncia al Mes). 

Nella partita del Colle così Conte si può muovere con minor agibilità persino rispetto allo stesso Letta. Infatti dai 5 Stelle non è finora uscita nessuna proposta che non fosse un Mattarella bis. L’incontro di oggi con Salvini potrebbe però essere un punto di svolta. 

La regola del tre

Almeno tre di questi quattro giocatori della partita del Quirinale dovranno comunque trovare un accordo. Sia che si converga su Draghi sia che si punti su un’altra figura. E chi ne rimarrà fuori sarà fortemente penalizzato anche per il solo fatto di non aver partecipato alla scelta del prossimo presidente della Repubblica.

In particolare c’è il rischio di una spaccatura nel centrodestra tra Meloni e Salvini. Quest’ultimo, infatti, ha fatto sapere nei giorni scorsi che dopo l’elezione del capo dello Stato sarebbe auspicabile che leader politici entrino nel governo per rafforzarne l’azione. Una mano tesa a Conte e Letta e un avvertimento alla Meloni.

Sarà difficile, ma comunque ci pare auspicabile che i quattro leader trovino una soluzione condivisa. Un segnale di distensione che sarebbe molto utile anche per accogliere nel modo migliore il nuovo inquilino del Quirinale.

 

Castagna a Telenuovo su vaccini, immigrazione, globalizzazione, rincari e significato del Natale (VIDEO)

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di Redazione

Per la terza volta ospite di Telenuovo, nel corso del mese di dicembre, il nostro Responsabile Nazionale del Circolo Christus Rex Matteo Castagna si è confrontato con l’avv. Stefano Artuso del Partito Democratico e l’imam Ahmed Mohamed Scek Nur. Il conduttore di Rosso&Nero Mario Zwirner, dopo la conferenza stampa del Governatore veneto Luca Zaia, ha spaziato sui temi principali d’attualità: vaccini, emergenza sanitaria, valutazione chiusure per non vaccinati, questione energetica e rincari, immigrazione clandestina, globalizzazione, il significato del Natale.

Ecco il Video della trasmissione di ieri: https://play.telenuovo.it/rosso-e-nero/tit-13157280

Apostolato cattolico: Amato in Spagna, Castagna a Telenuovo

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di Lucia Rezzonico

Continua l’apostolato pubblico dei nostri principali punti di riferimento. Da un lato, prosegue il tour spagnolo dell’ Avv. Gianfranco Amato, Presidente dei Giuristi per la Vita e nova Civilitas, che porta in numerose chiese di Madrid, Barcellona e oltre, le sue conferenze sulle radici cristiane dell’Europa in questo periodo difficile dovuto alla pandemia.

Per ulteriori informazioni e foto: https://www.facebook.com/AvvocatoGianfrancoAmatoFanpage/?__cft__[0]=AZW3N9-O0KNaT4Zh4gTp8Ie2zOG14bTRyltApT2F6E2oE8NTn0w_FZ3TkfhEuHluKy-6_Viu-djor1rtT7IVI_fn1eykONW3OThRTDkWQh8jbGKd4T4Wq5wj3GOWHnE8kPE5STbsoT9pcG661di1f70y&__tn__=-UC%2CP-R

 

Dall’altro, il nostro Responsabile Nazionale Christus Rex Matteo Castagna riprende con le partecipazioni televisive e/o radiofoniche:

  • Telenuovo – Rosso&Nero condotto da Mario Zwirner il 03/12/2021 in collegamento Skype dal suo studio di casa, per commentare l’attualità (in studio l’Eurodeputato della Lega Mara Bizzotto e la Consigliere Comunale del Pd di Verona Elisa La Paglia): https://play.telenuovo.it/rosso-e-nero/tit-13154299
  • TelenuovoDestra&Sinistra condotto da Mario Zwirner il 04/12/2021 in studio con Etta Andreella del Partito Democratico, per commentare la posizione di una commissaria europea che avrebbe voluto eliminare gli auguri di Buon Natale, i nomi di Maria e Giuseppe per essere inclusivi verso i non credenti e per parlare di obbligo vaccinale: https://play.telenuovo.it/destra-e-sinistra/tit-13156529

Per ulteriori informazioni e foto: https://www.facebook.com/Traditio.Italia/?__cft__[0]=AZWoAyY8DTUauNEdkRb6epQuFFkLvx64ZHxbX9rGI9js7j6Q0AD91LR7E5cv8TkPwD4EW6fnW3bFUxBkT2Pp7PDZp-MOZHU_IrnpCJgZLTQNcpKBnijPrujzzIbX0UHOic_rwR0dYauq-puLv04Ouc2o3XUqJpX46cJSfKG-X8YABQ&__tn__=-UC%2CP-R

Matteo Renzi: la parabola di un leader tutto tattica e niente strategia

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di Ferdinando Bergamaschi

Matteo Renzi è sicuramente un animale politico dal grande talento tattico ma con un grande deficit di talento strategico. Tutta la sua parabola politica dimostra questo assunto, anche all’indomani dell’11ª edizione della Leopolda. E allora ripercorriamo le tappe del progetto politico di Renzi, che in tutti questi anni è stato quello di rottamare la vecchia sinistra per creare un nuovo polo di un riformismo liberal-democratico.

Al vertice del Pd

Dal dicembre del 2013 Renzi diventa segretario del Partito Democratico. Ma a differenza dei suoi predecessori, Veltroni e Franceschini, l’ex sindaco di Firenze da subito sembra non aderire alla vocazione postcomunista del partito e anche a quella ulivista, che era già una mediazione. Renzi è recalcitrante rispetto all’assetto classico del centrosinistra italiano. Vuol rompere gli schemi; e questo di per sé sarebbe lodevole se fatto con i tempi e le modalità opportune. Ma lui i tempi vuole anticiparli. E vuol compiere la sua operazione di trasformismo con un’aggressività e con una presunzione che via via creano sconcerto.

In tal modo, con il tempo, si è alienato non solo i vertici del partito (il che di per sé può essere un altro merito) ma anche la base stessa, senza averne un’altra come rimpiazzo. E questo per un politico è imperdonabile. Renzi si proponeva formalmente di essere inclusivo, ma sostanzialmente ha agito con un arrivismo e un’arroganza politica tale da diventare divisivo.

Gli anni da premier

Quando Renzi nel febbraio 2014 diventa Presidente del Consiglio, ha un potere enorme. È stato l’unico segretario del Pd a portare il partito oltre il 40%, pescando alle Europee molti consensi nell’elettorato berlusconiano. In quel 2014 Renzi può dare le carte sia nel partito, sia nella politica italiana, ma decide di farlo non in modo graduale, bensì sempre in modo aggressivo. Nel partito, infatti, si mette contro tutta la sinistra interna e parte dell’ala cattolica ulivista. La fuoriuscita di Bersani e D’Alema dal partito e la costituzione di Leu saranno solo un piccolo sintomo della grave frattura che ha creato all’interno del Pd. 

Nel frattempo, incalzato dai nemici interni ed esterni, Renzi sceglie di percorrere la strada della personalizzazione della politica; tuttavia, non si rende conto che per accentrare così tanto su di sé deve avere una base popolare disposta a seguirlo molto più ampia di quanto non sia un 40% in un assetto di democrazia parlamentare. E infatti la sua decisione affrettata di giocarsi tutto con il referendum costituzionale del 2016 si rivelerà catastrofica, con il successivo addio al Pd e la formazione di Italia viva. 

Il grande centro 

Venendo ad oggi, al di là della vicenda Open e della politica contingente, il progetto politico di Renzi è su un binario morto. L’ex premier è rimasto solo. Ed è rimasta sola Italia viva, la sua creatura, Italia viva. Renzi ha attaccato a spada tratta tutti i partiti di matrice populista, ma i fatti dicono che i partiti populisti, al di là di che cosa se ne pensi, sono molto più in forma dei partiti non populisti.

Se infatti mettiamo insieme il populismo leghista, quello grillino e quello meloniano, ci si avvicina quasi al 60% dei consensi. E lo stesso Pd non è proprio alla frutta. Il vecchio Partito comunista, progenitore del Partito democratico, già dai tempi di Togliatti e poi di Berlinguer, aveva una vocazione marcatamente populista. Il  fatto che poi abbia tradito questa sua vocazione circa trent’anni fa, diventando la più pura espressione dell’establishment, ha un valore relativo. Il Pd infatti continua ad avere un certo consenso di base, oggi attorno al 20%. 

Non solo Renzi

Il grande centro vagheggiato da Renzi potrà anche tornare ad esistere, ma non sarà certo lui a crearlo. La stessa Democrazia cristiana era, a modo suo, un partito populista: aveva fortissimi legami con la base, con il suo popolo; e aveva miti da agitare all’occorrenza.

Forse potrà essere Carlo Calenda, certamente più idealista e meno opportunista di Renzi, a creare questo centro. Ma è ancora presto per dirlo. Calenda sta poco meglio di Renzi nei sondaggi: Azione raccoglie circa il 4% dei consensi. Oggi però non esiste un partito di centro ma esiste “l’uomo del centro”: e questo è Mario Draghi. Draghi proviene certamente dal mondo della Finanza ma, a differenza di tutti gli altri uomini della Finanza, incarna la “grande mediazione”. Draghi infatti è espressione tanto del verticismo politico quanto della coscienza popolare: è un anello di congiunzione. E lo è anche tra il nazionale e il sovranazionale.

L’ultima partita

Detto questo, è giusto sottolineare che Renzi ha ancora un’importante carta da giocare nella partita del Quirinale del prossimo febbraio. Una carta solo tattica, non strategica, che inciderà sulle dinamiche degli altri partiti, non sul suo; Italia viva, infatti, a prescindere da quando si andrà a votare, difficilmente si schioderà dal 2% indicato dai sondaggi. 

Questo succede quando un politico ha una fortissima carica distruttiva ma non sa costruire nulla. Saper distruggere in politica è importante, ma solo quando si sappia anche costruire; il vero politico, cioè, non può essere solo un “rottamatore”, deve avere una strategia oltre a una tattica. 

La carta che si giocherà Renzi nella partita del Quirinale, con tutta probabilità, servirà ancora una volta per fare l’ennesimo dispetto al suo grande nemico, che non è il Movimento 5 Stelle, ma il Partito democratico. Certo, così non sarebbe se la corrente di Base Riformista, il grosso accampamento renziano nel Pd, avesse in mano il partito, che invece, in sostanza, è in quelle dei nemici di Renzi, siano i franceschiniani (Areadem) o i post-comunisti (Dems e Giovani turchi).
Così, dopo l’ultima fiche puntata sul tavolo del Colle, a Matteo Renzi rimarranno probabilmente solo i suoi business, ma questa è un’altra storia. 

No pass a Trieste: una spy story con ombre cinesi

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di Luigi Bisignani
COSA POTREBBE STARCI DIETRO LE PROTESTE CHE INFIAMMANO TRIESTE

No vax no pax: ma siamo proprio sicuri che i manifestanti che infiammano Trieste siano così pacifici? E perché proprio Trieste, ora tallonata anche da Gorizia, è diventata tutt’a un tratto la capitale europea della protesta anti-vaccini? Molti indizi portano a conclusioni allarmanti, come sta approfondendo la Commissione parlamentare antimafia che ha già sentito in loco Autorità e investigatori in merito a un dossier su possibili infiltrazioni di frange estreme, e non solo, di stampo mafioso.

Il porto è considerato da sempre strategico e alla regione Friuli-Venezia Giulia dovrebbero essere destinati, dal Pnrr, quasi due miliardi di euro di finanziamenti. La Dia, Carabinieri e Guardia di Finanza stanno potenziando i propri presidi, così come Aise e Aisi. I nostri Servizi di sicurezza monitorano il via vai a Trieste e Gorizia di russi e cinesi che, sotto la crescente pressione degli Stati Uniti di Biden, potrebbero avere interesse a tenere vivo nel cuore industriale dell’Europa un focolaio di protesta. Trieste, proprio in quanto priva di ostacoli naturali su terraferma, rappresenta da sempre la naturale porta di ingresso e di uscita verso i paesi del Sud-Est europeo (Balcani, Grecia, Bulgaria, Romania, Ucraina, Turchia). È attraversata dal cosiddetto “Corridoio V” che unisce Lisbona a Kiev, una delle principali direttrici di traffico per linee ferroviarie dell’Alta Velocità previste dalla Ue. Con il suo porto, primo per traffico di merci in Italia costituisce, inoltre, uno snodo fondamentale sia dei traffici marittimi del Sud-Est del Mediterraneo con direttrici verso il Canale di Suez e il Mar Nero sia di quelli terrestri verso il Centro-Nord d’Europa (Austria, Germania, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia) con sbocco finale nel Mare del Nord e nel Baltico.

Fu l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, nel 700, che trasformò Trieste nel porto di Vienna per i traffici marittimi del suo Impero. A seguito di ciò, la città si sviluppò rapidamente, con la nascita di un importante polo bancario-assicurativo-industriale costituito nel tempo da Generali, Ras e Fincantieri. Ecco perché l’immagine della Trieste di oggi come la “Woodstock dei no vax” è poco convincente e i primi a non crederci sono gli stessi triestini. Chi paralizza la città mette in ginocchio l’intera regione “Alpe-Adria” in un momento storico in cui l’immigrazione dall’Afghanistan, e non solo, rischia di invadere l’Europa e in cui il leader bielorusso Lukashenko parla di blocco dei rifornimenti energetici. Dal porto di Trieste, infatti, passano l’energia diretta in Austria e Baviera e le merci destinate a nord verso i porti anseatici. Trieste, insomma, riproduce, in miniatura e per delega, il confronto tra cinesi e angloamericani.

Gli indizi non mancano.

1. Il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale è Zeno D’Agostino, il cui vero tallone d’Achille sono proprio le “ombre cinesi”. Sua, infatti, la firma dell’accordo-chiave sulla Via della Seta e cinesi erano le bandiere sventolate dai portuali quando D’Agostino venne temporaneamente rimosso dall’incarico per ordine dell’Anac. Vessilli adesso arrotolati e sostituiti da striscioni no vax.

2. La misteriosa morte di Liu Zhan, un alto funzionario dell’apparato cinese che ogni settimana faceva la spola tra la capitale e Trieste, seppellito al Verano dopo una cerimonia funebre alla presenza dell’ambasciatore cinese a Roma e di molti “colleghi” venuti appositamente dal Friuli-Venezia Giulia.

3. La Polizia postale – soprattutto dopo la denuncia del Governatore Fedriga, secondo la quale i manifestanti più facinorosi con esperienze da black bloc non sono triestini – sta indagando sulle sofisticate forme di reclutamento che passano dal dark web, oltre che dalla tanto discussa app “Telegram”, e sull’occupazione paramilitare della rete dei radioamatori le cui frequenze sono assegnate dal Ministero dell’Interno.

4. L’indizio finale, per cercare di capire cosa c’è sotto, sono le visite sempre più frequenti dei diplomatici americani a Trieste. Quella del console Robert Needham a luglio, peraltro, è stata particolarmente “vigorosa” ed un suo rapporto è finito dritto al Dipartimento di Stato nei desk dedicati a Italia e Balcani.

Attivi anche i servizi di sicurezza francesi che hanno bloccato alla frontiera alcuni pseudo manifestanti no vax, già noti per aver creato disordini ai tempi della Tav. L’Eliseo, infatti, non vuole alcun intoppo  provocato da cittadini francesi in Italia prima della firma del cosiddetto Trattato del Quirinale tra Parigi e Roma, a cui stanno lavorando in queste ore – non si sa bene a quale titolo  il consigliere economico di Palazzo Chigi, l’onniscente  e onnipresente Francesco Giavazzi e il Ministro dell’Innovazione, l’ex Vodafone Vittorio Colao. Gli articoli 2 e 7 che riguardano la Difesa e lo Spazio vengono scritti tenendo all’oscuro i ministri di competenza, Lorenzo Guerini (Difesa) e Giancarlo Giorgetti (Sviluppo economico), nonché gli alti Stati maggiori militari.

Il solito “one-man-show” di Mario Draghi che ha ormai esautorato il Parlamento o una strategia a tutto vantaggio di potenze straniere, come sembra confermare la possibile vendita del campione nazionale Oto Melara ai franco-tedeschi di Knds anziché a Fincantieri, la più dinamica azienda pubblica italiana? Misteri a cui forse non è estraneo il segretario del Pd Enrico Letta che, non a caso, ha trascorso gli ultimi anni nei bistrot, e non solo quelli, parigini. Ah, les italiens…

Luigi Bisignani, Il Tempo 14 novembre 2021

Muro di Berlino, il Pd scorda “la matrice”: non cita mai il comunismo

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IL POST SUL CROLLO DEL MURO CHE DIVIDEVA LA GERMANIA. I DEM NON NOMINANO MAI L’URSS

di Giuseppe De Lorenzo

Hai voglia a ripetere a Giorgia Meloni che non ha ancora fatto i conti col fascismo. Hai voglia a chiedere a Lega e Fdi di non avere “ambiguità” sulla dittatura nera. Perché se poi, quando si presenta l’occasione, perdi il treno per condannare l’orrore comunista, beh: un minimo di ipocrisia la dimostri.
Succede che oggi sarebbe, anzi è, la ricorrenza della caduta del muro di Berlino costruito nel 1961. Il 9 novembre di 32 anni fa i tedeschi lo presero a picconate ponendo fine prima alla Ddr, un regime comunista, e poi a valanga all’intera Unione Sovietica. Momento storico di portata colossale. Che infatti oggi viene giustamente ricordato da tutti gli schieramenti politici in parlamento. Gli occhi, ovviamente, sono puntati sul Pd. Voglio dire: sono o non sono gli eredi più o meno diretti di quel Partito Comunista Italiano che va da Togliatti in giù? Bene. Uno va sulla pagina Facebook dei dem e si trova questo post qui, corredato da una delle foto più iconiche di fine anni ’80: un berlinese intento ad abbattere il muro che divideva la città in due. State a sentire:
“Lungo 156 km e alto quasi 4 metri, il muro di Berlino, costruito nel 1961, impedì la libera circolazione delle persone verso la Germania dell’Ovest. Simbolo tangibile di una divisione territoriale e politica, non solo tedesca, la sua caduta segnò la fine della Guerra Fredda e della divisione in due dell’Europa e del mondo, e anticipò la riunificazione della Germania. Furono migliaia i berlinesi che presero parte alla demolizione di quel muro che li tenne in ostaggio per quasi trent’anni. La caduta, nel 9 novembre 1989, divenne così espressione del bisogno di autodeterminazione da parte di chi non accettò più divisioni forzate e conflitti. La fine del bipolarismo tra Oriente e Occidente aprì le porte alla riunificazione necessaria e all’Unione europea. La storia insegna che il desiderio di libertà è più forte di ogni muro. Ieri come oggi.
Notate qualcosa di strano? Vi sembra mancare qualcosina? Provate a fare una ricerca per parole e cercate di capire se il Pd è davvero riuscito a non nominare mai la parola comunismo nelle quasi 800 battute del post. Ebbene sì, ce l’hanno fatta. Si sono dimenticati di specificare che quei mattoni furono messi per impedire ai berlinesi dell’Est di scappare dal presunto “paradiso comunista”. C’entra poco “l’autodeterminazione” contro le “divisioni forzate e i conflitti”. È solo fuffa la storia del “bipolarismo tra Oriente e Occidente”. Il “desiderio di libertà” non era generico, ma un anelito di liberazione dal regime sovietico. Non specificarlo, volutamente, significa tradire le 140 vittime dei Vopos, gli agenti della Polizia del popolo che sparavano contro chiunque tentasse di raggiungere l’Ovest. Scusi, Letta, ci spieghi: di che matrice era quel muro?

 

 

ZTL: morfologia sociologica e politica del perbenismo progressista

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di Riccardo Achilli

Fonte: Riccardo Achilli

Nulla di nuovo nell’analisi sociale del voto proposta dal Corriere: il Pd è felicemente, e senza rimpianti, il partito dei laureati, del ceto medio-alto metropolitano e dei figli sardinificati e universitari, che conserva un presidio nel mondo della P.A., in particolare in quello dell’insegnamento, ripieno di un precariato storico, essenzialmente per motivi clientelari. L’interclassismo ambiguo del Pd non poteva che portare a questo esito politico, in cui il progressismo dei più forti elimina l’esigenza di socialismo dei più deboli. Di conseguenza, privati della loro rappresentanza storica e traditi, i gruppi sociali tradizionali della sinistra votano Lega e Fdi, nel caso degli operai del Centro Nord, e M5S, nel caso dell’enorme sottoproletariato e proletariato dequalificato e sottopagato del Sud. Gli autonomi, parola molto generica per designare le mezze classi emergenti, dalle partite Iva al precariato cognitivo, passando per i mestieri semi imprenditoriali e semi proletari della new economy, votano per Fdi, che presenta una offerta politica in un certo senso “protettiva”, che propone le classiche forme assistenzialistiche della destra sociale ed anche un messaggio politico fortemente identitario, molto attraente per gruppi sociali caratterizzati da instabilità e sradicamento legato alla propria precarietà.

La marginalità, sociale, geografica ma anche urbana (nelle periferie urbane e nelle cinture periurbane di città medio piccole e territori interni, rurali o abbandonati) si allontana dalla sinistra e avanza una richiesta di protezione e difesa identitaria, che la sinistra non capisce e disprezza. Il M5S ne coglie una parte, localizzata al Sud, grazie alla protezione del Rdc, misura senza la quale il movimento si estinguerebbe definitivamente. Il resto è facile preda di una proposta che mette insieme assistenza sociale, difesa della casa, identità nazionale, sicurezza e respingimento dell’orda migratoria, cioè il classico pacchetto offerto dalla componente sociale e rautiana del vecchio Msi rivista ed aggiornata. La conclusione è banale, solo a volerla vedere con un minimo di onestà intellettuale: la linea di frattura politica non è più fra una sinistra socialcomunista che difende un blocco proletario relativamente omogeneo, proponendone un avanzamento dentro le strutture di una democrazia compiuta e welfaristica ed una destra liberale che difende i padroni ed i loro sgherri, con una destra populista e poujadista a misura della piccola borghesia. Quel mondo lì è finito. La linea di frattura oggi sta fra coloro che, per censo, livello educativo, competenze, possono prendere la nave che porta verso la cittadella del futuro e coloro che rimarranno fuori da questa cittadella, brutti, sporchi e cattivi, disprezzati e abbandonati in balia di una guerra fra poveri per risorse rese sempre più scarse dai cambiamenti climatici, dalla pressione antropica che proviene dal fondo della miseria delle masse africane ed asiatiche e dalla riduzione del lavoro imposta dalla rivoluzione cibernetica.

Chi starà dentro le mura non potrà che maturare inclinazioni sempre più autoritarie per difendere i propri privilegi, risciacquando il senso di colpa in innocui diritti civili a propria misura. Fra le mura della cittadella dei soddisfatti ed il fango delle periferie dei miserabili, in questo Medio Evo prossimo venturo (per citare un libro) occorrerà aprirsi la strada per proporre un compromesso sociale, che evidentemente tenga conto delle esigenze materiali, ma anche securitarie ed identitarie, degli esclusi dalla cittadella.

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