Le consacrazioni episcopali dei lefebvriani

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di Redazione

Riceviamo per la pubblicazione questo commento dell’avvocato abruzzese Pietro Ferrari, militante cattolico attivo da decenni, già allievo del Prof. Giacinto Auriti all’Università di Teramo. Il contenuto è, evidentemente, condivisibile nel mare magnum delle varie posizioni pubbliche assunte, da religiosi e laici, su questo argomento. 

Cogliamo l’occasione per evidenziare che, anche in questo caso, si è verificato quanto Matteo Castagna ha scritto nel suo libro di successo “All’estrema destra del Padre” (ed. Solfanelli, 2025, pag. 158, Euro 12,00) laddove sostiene che i “conciliari conservatori” sono sempre i peggiori perché sembrano tradizionalisti, ma, in realtà, sono solo modernisti col freno a mano tirato.

Il “card.” Robert Sarah, notoriamente conservatore, bi-ritualista, critico su alcune posizioni progressiste, ma sempre fedele al Conciliabolo Vaticano II, interpretato alla luce di casa sua, e soprattutto fallibilista, forse inconsapevole, sul tema dell’Autorità petrina, ha espresso, sulla rivista “Le Journal Du Dimanche” «viva inquietudine e profonda tristezza» per le annunciate consacrazioni lefebvriane senza mandato pontificio: «Si dice che questa decisione, che disobbedirebbe alla legge della Chiesa, sarebbe motivata dalla legge suprema della salvezza delle anime: suprema lex, salus animarum» – ha incalzato Sarah – «ma la salvezza è Cristo e Lui si dona solo nella Chiesa. Come si può pretendere di condurre le anime alla salvezza attraverso vie diverse da quelle che Lui stesso ha indicato? È volere la salvezza delle anime strappare il corpo mistico di Cristo in modo forse irreversibile? Quante anime rischiano di perdersi a causa di questa nuova rottura?».

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Il nostro Circolo Christus Rex ha chiesto un’opinione al suo Responsabile Nazionale Matteo Castagna: “Non considerando le milioni di anime che rischiano di perdersi e quelle che si sono già perse seguendo la “Contro-Chiesa” o “deep Church” uscita numericamente vincente al Conciliabolo Vaticano II, egli considera sbagliate le consacrazioni senza l’autorizzazione del Papa, quindi si pone a sinistra della Fraternità, assieme a tutto l’arco conciliare, incluso quello progressista, con le stesse motivazioni: loro non vedono alcuno stato di necessità, come evidente che sia per gli eredi spirituali degli apostati modernisti conciliari. Si verifica, dunque, quello che ho scritto recentemente nel mio libro: sul più bello, i conservatori passano sempre dalla parte dei progressisti. In questo caso, sono a braccetto nelle motivazioni.

Sarah ha ragione a dire che le consacrazioni senza mandato del legittimo Sovrano Pontefice sono valide ma illecite, ma si dimostra, nell’errore, più lefebvriano dei lefebvriani: rifiuta di riconoscere lo stato di necessità oggettivo, dato dalla vacanza della Sede Apostolica per eresia manifesta, ex can. 188.4 del Codice di Diritto Canonico Pio-Benedettino del 1917 e, a cascata, di tutte le altre autorità inferiori a quella del Papa.

Lo stato di necessità c’è perché dalla fine del Conciliabolo Vaticano II (1965), che ha sostituito la legge della Chiesa con quella Modernista (“sintesi di tutte le eresie”, San Pio X) la Fede è cambiata, la dimensione visibile della stessa ha iniziato, conseguentemente, a ridursi, anche per la riforma dei riti del 1968, quindi lo stato di crisi è talmente grande, palese e senza precedenti (ad eccezione, forse, del lungo periodo di apostasia dell’arianesimo), da indurre i veri vescovi rimasti a continuare la successione apostolica, col motivo più grave, garantito dal diritto della Chiesa, dell’assenza di vere autorità cattoliche nei Sacri Palazzi.

Certo, la Fraternità, prevedibilmente, è giunta nel vicolo cieco che presumeva per altri: come consacrare nuovi vescovi, senza il mandato del Capo dei Conciliari, riconosciuto, però, ufficialmente, come vero Papa? Se c’è il legittimo Papa, che ha la prerogativa di decidere in merito, non c’è lo stato di necessità che i lefebvriani invocano, né alcun motivo di chiedere carità, senza Verità. Grazie a Dio, nel mondo, ci sono veri vescovi che garantiscono l’indefettibilità e conferiscono il sacerdozio, perché a Roma non c’è seduto il legittimo Successore di San Pietro, ma il Presidente della “chiesa sinodale”. Dunque, gentili Sarah e Muller, pregate sì, con noi del piccolo gregge rimasto fedele, perché la Fraternità abbia il coraggio di rompere con l’assurda ambiguità dottrinale, che tante scissioni ha provocato nei decenni, attraverso un solenne atto di dichiarazione della Sede Vacante, quindi proceda, in reale stato di necessità, a consacrare nuovi Principi della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana”.

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dell’Avv. Pietro Ferrari

La risposta incredibile della FSSPX a Fernandez, in sintesi:
“… anche se non si riesce a trovare un accordo, scambi fraterni favoriscono la conoscenza reciproca, permettono di affinare e approfondire le proprie argomentazioni, di comprendere meglio lo spirito e le intenzioni che animano le posizioni dell’interlocutore, soprattutto il suo reale amore per la Verità, per le anime e per la Chiesa. Ciò vale, in ogni circostanza, per entrambe le parti.”
Qui tra “parti” diverse pare si invochi una sorta di ecumenismo (?) ☝
” Per queste ragioni, nella consapevolezza condivisa che non possiamo trovare un accordo sulla dottrina, mi sembra che l’unico punto sul quale possiamo incontrarci sia quello della carità verso le anime e verso la Chiesa. “
Qui contraddizione palese rispetto a prima perché si paventano scomuniche e si mette (come i modernisti?) la “carità” sopra la dottrina☝
” Nel corso dell’ultimo decennio, papa Francesco e Lei stesso avete ampiamente promosso «l’ascolto» e la comprensione di situazioni particolari, complesse, eccezionali, estranee agli schemi ordinari. Avete pure auspicato un uso del diritto canonico che sia sempre pastorale, flessibile e ragionevole, senza pretendere di risolvere tutto mediante automatismi giuridici e schemi precostituiti. “
Qui leggiamo l’ implorazione di essere considerati “periferia esistenziale” e di non essere scomunicati (quando poi considererebbero nulla qualsiasi scomunica) ☝
“… il tempo che ci separa dal 1º luglio è quello della preghiera. È un momento in cui imploriamo dal Cielo una grazia speciale e, da parte della Santa Sede, comprensione. “
Qui si legge proprio la richiesta di essere giustificati e tollerati☝
Il Vaticano chiede ovviamente alla FSSPX di evitare le consacrazioni di luglio per portare avanti la regolarizzazione statutaria della stessa. Logico bivio: Resistere o Desistere? Il dilemma perpetuo: nuova scomunica o pacificazione? …o terza ipotesi, è magari tutta una pantomima?
Il tema è analogo a quello della concessione bergogliana a poter confessare e amministrare matrimonii nel giubileo, in cui occorre sempre una porzione di giurisdizione. Anche lì la FSSPX dialogava con il Vaticano sul punto, ribadendo però che tale “concessione” fosse superflua perdurando lo “stato di necessità” di una Chiesa più che fallibile addirittura fallimentare. Ovviamente tale “stato di eccezione” è radicalmente negato da Roma…con la quale pero si tratta!
 Occorre porsi la questione in termini molto semplici: se è l’autorità che nega o concede qualcosa (giurisdizione per confessare o placet per consacrare nuovi vescovi), allora questo qualcosa lo si ha SOLO quando viene concesso e non lo si ha se viene negato;
 se invece non è l’autorità (solo apparente a questo punto) che può concedere o negare questo qualcosa (o perché evidentemente NON è vera autorità <sedeprivazionismo imbc> o perché lo è ma non avrebbe il potere di negare questo qualcosa <riconosci e resisti fsspx>), allora o non c’è bisogno di questa “autorità” per ottenere questo qualcosa (perché allora appunto, che autorità sarebbe?) o non c’è bisogno di ringraziarla per aver ricevuto da Essa qualcosa che già si possiede a prescindere.
 Ecco perché risultano incomprensibili i dialoghi sindacali tra FSSPX e Roma, come chiedere la revoca della scomunica di Wojtyla ma poi sostenere che comunque fosse nulla, o come dialogare con Fernandez per poter consacrare “sine mandato” ma poi sostenere di poterlo fare comunque.
 In buona sostanza o la giurisdizione o il placet a consacrare nuovi vescovi li si riceve ‘aliunde’ (vero stato di eccezione perdurante = vacanza della Sede) oppure occorre riceverli dal Papa, non può aversi da QUESTA “autorità” il giovedì (quando le concede) e nel contempo comunque e nonostante QUESTA “autorità” il venerdì (quando le nega).
Perché trattare con una gerarchia che si considera apostata in quanto avrebbe generato questo “stato di necessità” che legittimerebbe la facoltà di disobbedire ad essa?
Trattare col Vaticano (che ha millenni di esperienza diplomatica) è come fare “uno contro uno” con Leo Messi a calcio o con Alcaraz a tennis. Ti fai solo male.  Ne valeva la pena? Non sembra a meno che…  è in atto una soluzione curialese di piani discreti che accontentino la parte accordista della fsspx senza che possa apparire pubblicamente una resa ai duri e puri….Un “mandato silenzioso” già ottenuto anche se bisogna far sembrare esservi una “lotta”.
Procedano dunque alle consacrazioni in punta di diritto (apparentemente) vigente, ovviamente illegittime (di certo non invalide che di questi tempi è già tanto, anzi, è tutto).
Senza timore alcuno perché lo scisma, malgrado tutto, e al di là delle varie posizioni, comunque è ancora “introvabile” e semmai solo putativo.

 

 

 

Analisi sulla situazione della Chiesa e della tradizione cattolica, oggi

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Come i nostri numerosi affezionati lettori sanno, noi del “Circolo Christus Rex-Traditio” non aderiamo alla Tesi di Cassiciacum perché siamo sedevacantisti cosiddetti simpliciter, ma ci rivolgiamo all’Istituto Mater Boni Consilii di Verrua Savoia per i Sacramenti e l’apostolato cattolico romano. (i grassetti dell’editoriale di don Ugo, che condividiamo in pieno, sono nostri)

L’EDITORIALE

di don Ugo Carandino (del 18/06/2021)

Cari lettori, il documento che trovate nella pagina precedente, la “Lettera ai fedeli”, è stato scritto vent’anni fa, quando fu inaugurata la Casa San Pio X dell’Istituto Mater Boni Consilii, che festeggia dunque il suo ventennale. 
In questi ultimi vent’anni la situazione nella Chiesa è ulteriormente peggiorata, con gravi conseguenze anche nella società, come ammonisce il Vangelo: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli si renderà il sapore? A null’altro serve che ad essere gettato via e ad essere calpestato dagli uomini”. Gli uomini del modernismo hanno calpestato Cristo e la Sua Chiesa e, malgrado il maldestro tentativo di guadagnare la simpatia del mondo (tema tanto caro a Paolo VI), è cresciuto il disprezzo generale nei confronti di questi servi infedeli. 
Sessant’anni dopo l’inizio del Concilio Vaticano II, la religione cattolica non è più presente nell’insegnamento, nei riti e nella disciplina dei modernisti, poiché essi diffondono un’altra religione o, più precisamente, l’assenza della religione stessa. In effetti sotto il loro sentimento religioso si nasconde una vera e propria forma di ateismo, l’estrema conseguenza dell’eresia modernista, come ammoniva all’inizio del ‘900 san Pio X (purtroppo inascoltato dagli opportunisti della sua epoca). Del resto se credessero davvero nella rivelazione divina, come potrebbero fare e dire quello che fanno e dicono? La loro “divinità” è nient’altro che la povera umanità sedotta dalla tentazione luciferina dell’orgoglio e della disobbedienza: “sarete come Dio”. 
Anche le persone più semplici possono constatare la perdita della fede dall’architettura delle nuove chiese: l’assenza della verità ha provocato l’assenza della bellezza (intesa secondo l’insegnamento di san Tommaso: integrità, armonia e splendore), lasciando spazio allo squallore più tetro, dove gesticolano tristi personaggi nel corso di squallide liturgie. 
Le conseguenze nell’ambito della morale sono inevitabili: se si accettano le dottrine erronee del modernismo, perché si dovrebbe rimanere cattolici in determinati comportamenti umani? I peccati che contraddicono la professione di fede sono più gravi dei vizi della carne, e senza l’aiuto della grazia sarebbe illusorio pensare di vivere cristianamente. 
La situazione sempre più grave nella Chiesa non ha risparmiato il “tradizionalismo” cattolico. Il rifiuto e il disgusto del modernismo mi spinsero nel 1983 ad entrare nel seminario della Fraternità San Pio X a Ecône – in quell’epoca riferimento quasi obbligato per chi non accettava il Concilio e la “nuova messa” – dove nel 1988 ricevetti l’ordine sacro. Fui chiamato a svolgere il ministero sacerdotale prima in Lorena e poi, per undici anni, al priorato di Spadarolo, alle porte di Rimini. Le riserve nei confronti della Fraternità non mancavano: la presenza di tanti preti e seminaristi “liberali”, la liturgia di Giovanni XXIII, le foto di Giovanni Paolo II nelle sacrestie… Ma l’entusiasmo giovanile faceva andare avanti e soffocare (colpevolmente, molto colpevolmente!) il tormento di coscienza relativo alla disobbedienza abituale a colui che si doveva riconoscere come il papa legittimo. 
Le divisioni interne alla Fraternità contribuivano a falsare la coscienza: se la “sinistra” sperava – malgrado i tanti scandali contro la fede – nell’accordo col Vaticano (prima con Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI), schierarsi con la “destra” anti-accordista, quella dei “puri e duri”, sprezzante nei confronti del “papa eretico”, del “papa massone” (che però citavano ogni giorno al Canone della Messa) sembrava soddisfare l’esigenza di ortodossia. 
Entrambe le posizioni si rifacevano (e si rifanno) alla linea di Mons. Marcel Lefebvre che, col suo esasperato pragmatismo, ha sempre cercato di mantenere unite queste due tendenze all’interno della Fraternità per salvare la Fraternità stessa, che progressivamente da mezzo è diventata il fine, un fine da salvare ad ogni costo, anche a discapito della testimonianza della verità minata dai compromessi. I due schieramenti potevano (e possono) giustificare le loro posizioni e alimentare le proprie ambizioni attingendo alle dichiarazioni del fondatore, a volte dai toni più concilianti, altre volte dai toni più oltranzisti, a seconda delle circostanze. 
Come ho spiegato nella lettera, queste due posizioni – attualmente rappresentate dalla Fraternità “storica” e dai lefebvrani della cosiddetta “resistenza” nata con Mons. Williamson – erano e sono inaccettabili. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti. Gli “accordisti” (alcuni per convinzione, altri per rassegnazione) hanno ottenuto una serie di riconoscimenti discreti (per non urtare gli “opposti estremismi” del campo modernista e di quello interno) ma reali. Con i provvedimenti del Vaticano (basta un timbro a trasformare la “Roma modernista” nella “Roma eterna”…) la scomunica è stata tolta (quindi era valida?); le confessioni hanno ottenuto la “giurisdizione” (prima erano invalide?); la facoltà per i matrimoni è stata concessa a patto che sia il parroco “conciliare” a ricevere i consensi degli sposi, col prete FSSPX che si limita a celebrare la Messa; è stata concessa la facoltà di procedere alle ordinazioni sacerdotali anche senza il permesso dell’ordinario della diocesi dove sorgono i seminari; la Fraternità può inoltre ricorrere senza problemi (e senza vergogna) ai tribunali della Roma “modernista”, pardon, “eterna”, per ridurre allo stato laicale alcuni suoi membri. 
I risultati di tutto questo? Un certo aumento di fedeli e forse di vocazioni, argomento utilizzato per rassicurare i più perplessi e illuderli di aver portato a casa solo vantaggi. In realtà negli accord le concessioni viaggiano nelle due direzioni, le mani dei modernisti hanno dato molto non senza chiedere qualcosa in cambio. Sarebbe sufficiente l’accettazione della “communicatio in sacris” per le nozze a dimostrare come sia stato imboccata la via del compromesso e della resa. 
Il modernismo è arrivato sino alle attuali aberrazioni di Bergoglio – precedute e preparate da quelle di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – eppure la Fraternità è sempre più silenziosa, per non urtare chi è stato così generoso. Le voci pubbliche di dissenso provengono sempre più “dall’interno” dello schieramento ufficiale (la “chiesa alta” rappresentata da prelati come il card. Burke e Mons. Schneider) e sempre meno dalla Fraternità. Certo, non mancano, seppur sporadiche, alcune dichiarazioni di critica, ma per chi conosce bene i meccanismi della politica, sa bene che si può essere al contempo partito di opposizione e di governo, a secondo dei contesti e degli interessi (di opposizione davanti agli irriducibili, di governo nelle stanze romane)
Questo stato di cose ha provocato notevoli dissidi interni alla Fraternità, con la partenza di decine di sacerdoti e di centinaia di fedeli (oltre agli arrivi ci sono anche le partenze), in Europa come nelle Americhe, organizzati nella cosiddetta “resistenza”. Per questa parte di lefebvriani, gli accordi col Vaticano non si devono fare (almeno per oggi, domani si vedrà, poiché si tratta pur sempre del “Santo Padre”), la “Chiesa” e il “Papa” devono convertirsi e “raggiungere la Tradizione” che è salvaguardata solamente nelle chiese lefebvriane (la chiesa intesa come edificio che richiama però le “piccole chiese” scismatiche, come ammoniva nel 2000 l’abbé Michel Simoulin). Ovviamente per i “resistenti” la Sede non è vacante e quindi non bisogna avere nulla a che fare coi “sedevacantisti”. Nella migliore delle ipotesi, la considerano una semplice opinione, per nulla vincolante. 
Paradossalmente Mons. Williamson, l’artefice della “resistenza”, negli ultimi anni si è spostato alla sinistra della Fraternità “accordista”, difendendo la validità della “messa nuova” e la partecipazione ad essa (ma non è necessario andare sino in Gran Bretagna per sentire o leggere queste enormità, che fanno rivoltare nella tomba dei sacerdoti come don Francesco Putti, sepolto a Velletri). 
Continuando ad analizzare la situazione, il peggioramento negli ultimi 20 anni, è sotto gli occhi di tutti; si vede come la mentalità lefebvriana non abbia colpito solamente il perimetro ufficiale della Fraternità (quella storica e quella della “resistenza”), ma ha contagiato l’intero “tradizionalismo”, dove ormai è assimilata la convinzione che la Sposa di Cristo sia fallibile, in quanto il magistero dei papi conterrebbe degli errori, con buona pace delle promesse di Nostro Signore. Negli ambienti dell’attuale tradizionalismo prosperano personaggi spuntati dal nulla (non è sufficiente la conversione di una persona per abilitarla a formare altre persone: non tutti sono come san Paolo) che oltre all’errore fallibilista diffondono idee (anche nei convegni organizzati dalla Fraternità ai quali sono invitate) estranee o addirittura contrarie al “buon combattimento” di un tempo, aumentando la confusione e minando i principi dei cattolici in buona fede (a volte però troppo curiosi e girovaghi). 
Vi è poi il gravissimo problema relativo alla validità dei riti delle nuove consacrazioni episcopali e delle nuove ordinazioni sacerdotali, che determina, come conseguenza inevitabile, un forte dubbio sulla validità delle celebrazioni dell’ex Ecclesia Dei e del Summorum pontificum (che fu accolto col canto del Te Deum dalla Fraternità) e dei sacramenti amministrati in quel contesto. Il gravissimo problema si pone anche per i preti diocesani che celebrano e confessano nei priorati lefebvriani senza essere stati riordinati: fa pena e rabbia pensare alle anime che, pur desiderando rimanere fedeli alla Chiesa, si ritrovano in quelle condizioni. Il ritornello lefebvriano “noi facciamo quello che la Chiesa ha sempre fatto” diventa un’insopportabile stonatura. 
Queste mie riflessioni hanno voluto ripercorrere le tappe che hanno portato alla mia decisione, alla luce dello scontro tra la verità cattolica e gli errori del Concilio. Esse probabilmente non saranno gradite a tutti i lettori, ma la verità non si può tacere (conosco dei preti che pur volendo lasciare la Fraternità cambiarono idea proprio per la paura di perdere il consenso di una parte dei fedeli). Il modernismo sa bene che il “tradizionalismo” cattolico, seppur numericamente irrisorio, rappresenta una voce da ridurre al silenzio. Dopo i lunghi anni della persecuzione aperta, durante i quali i sacerdoti e i laici fedeli alla Chiesa hanno subito ogni genere di angherie, è stata scelta la via dell’assimilazione, favorendo il passaggio da un campo all’altro: lo dimostrano la vicende di Alleanza Cattolica e dell’Ecclesia Dei, in particolare della diocesi di Campos. 
L’ultima fase a cui stiamo assistendo, inaugurata da Benedetto XVI, è quella del ‘cammuffamento’. Ratzinger, uno degli ultimi partecipanti al Concilio ancora in vita, ha agito con astuzia nei confronti dell’opposizione, sostituendo agli occhi dell’opinione pubblica i “tradizionalisti” con dei “conciliari” che sembrano tradizionalisti, come già accennato a proposito dei Burke di turno. Inoltre il trucchetto del nuovo messale, fino ad allora mai accettato dai difensori della Tradizione, che è stato presentato come il “rito ordinario” della Chiesa, e in quanto tale accettato da tanti “oppositori” pur di usufruire del “rito straordinario”, ricorda quei colpi di maestro di cui parlava Mons. Lefebvre. 
Coloro che avrebbero dovuto continuare a combattere a viso aperto gli occupanti della Sede apostolica non l’hanno fatto, proprio per quelle incongruità interne sopraelencate: quindi anche tra le file del “tradizionalismo” il sale è diventato insipido
Per tutta questa serie di motivi ringrazio la Madonna del Buon Consiglio di avermi permesso di conoscere e abbracciare pubblicamente la Tesi di Cassiciacum di Mons. Guérard des Lauriers, l’unica spiegazione corretta dell’attuale situazione della Chiesa, e di far parte dell’Istituto Mater Boni Consilii, per poter svolgere il ministero sacerdotale in tranquillità di coscienza. 
Questi vent’anni non sono stati facili, soprattutto all’inizio, e le difficoltà nello svolgere il ministero rimangono, poiché l’Istituto è una piccola opera all’interno della Chiesa, con pochi mezzi e tanti ostacoli. Tuttavia la perseveranza di tante anime che da tempo si affidano all’Istituto, la formazione di nuove famiglie e l’aumento di presenze registrato degli ultimi anni, sono un incoraggiamento a proseguire nella via stretta ma benedetta della fedeltà incondizionata alla Chiesa e al Papato, senza cercare scorciatoie basate sulla prudenza umana. 
Il 30 giugno prossimo, 20° anniversario della Casa San Pio X e del suo apostolato, all’altare del piccolo oratorio dedicato a Maria Ausiliatrice ricorderò al Memento dei vivi tutti i confratelli, i benefattori, i fedeli e gli amici, anche coloro che lo sono stati per un tratto di strada. Al Memento dei defunti pregherò per le anime di tutti coloro che anche grazie al ministero della Casa si sono presentati con l’abito nuziale al giudizio divino e per le anime dei tanti amici e conoscenti defunti. 
Che la Madonna del Buon Consiglio, san Giuseppe e san Pio X concedano il più presto possibile il trionfo della Chiesa sui nemici interni ed esterni e la restaurazione dell’unica liturgia gradita a Dio. In attesa di tutto ciò, invochiamoli per conservarci fedeli dalla parte giusta, che non può che essere quella integralmente cattolica, apostolica e romana. 
 
 

Bergoglio, i conciliari e le vergogne della tradizione

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di Matteo Castagna

Per parte tradizionalista, oramai ridotta a coloro (chierici e laici) che non riconoscono la “gerarchia conciliare” come legittima, si scorge una certa ritrosia alla sguaiata contestazione di Bergoglio, rispetto ai predecessori, perché potrebbe sembrare che la crisi e i problemi nascano con lui, quasi ottenendo il risultato di “assolvere” tutti gli altri, per conseguenza.

Ritengo che non sia sbagliato ritenere limitato attaccare per le sue bizzarrie o espressioni eretiche solo il perito chimico argentino, perché chi vuole (e deve) avere una visione d’insieme deve iniziare la panoramica su quanto accaduto a livello ecclesiale e quindi, criticare duramente documenti e persone, almeno dal Concilio Vaticano II (1962-1965). Indetto da Roncalli, proseguito e terminato da Montini, quest’assise ha posto le basi per una mutazione genetica, sul piano umano, della Chiesa ufficiale. Non potendo, però, Essa trasformarsi ma tramandarsi, in quanto il Corpo Mistico di Cristo è solo in continuità con il Suo Fondatore, siamo costretti a ritenere che il Vaticano 2 non sia stato un Concilio della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, quanto un Conciliabolo della “Contro-Chiesa”, composta da chierici decaduti, infiltrati d’ideologia liberale e social-comunista, teologicamente modernisti (“modernismo è la sintesi di tutte le eresie” – San Pio X). Preparato da tempo nelle logge, trovò terreno fertile in Roncalli, mentre Sua Santità Pio XII si rifiutò di indirlo, poiché aveva colto la volontà sediziosa dei cosiddetti novatori. Tutti i predecessori di Papa Pacelli avevano, peraltro, rifiutato energicamente l’abbraccio con la modernità, intesa come l’adeguamento ai peccati contro Dio e contro il prossimo, da sempre condannati, ma spacciato per misericordia e carità (sic!). Continua a leggere