L’udienza di San Pio X a Theodor Herzl, fondatore del sionismo

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Il 26 gennaio, 1904, Theodor Herzl ebbe udienza da Papa San Pio X, in Vaticano, per chiedere il suo sostegno allo sforzo sionista di stabilire uno stato ebraico in Palestina.
Questa è la sua versione dell’incontro, registrata nel suo diario.
Fui condotto dal Papa passando per un gran numero di piccoli saloni. Egli mi ricevette in piedi e mi tese la mano, che io non baciai… […] Io gli sottoposi brevemente il mio problema. Egli rispose con tono severo e categorico:
«Noi non possiamo sostenere questo movimento [sionista]. Non potremo impedire agli Ebrei di andare a Gerusalemme, ma in nessun caso possiamo sostenere la cosa. Anche se non è sempre stata santa, la terra di Gerusalemme è stata santificata dalla vita di Gesù Cristo. Come capo della Chiesa io non posso dirvi altro. Gli Ebrei non hanno riconosciuto Nostro Signore, e per questo noi non possiamo riconoscere il popolo ebraico». […]
Ecco, pensai, ricomincia il vecchio conflitto fra Roma e Gerusalemme; lui rappresenta Roma, io Gerusalemme […].
«Ma che dice, Santo Padre, della situazione attuale?» – gli chiesi –
Ed egli mi rispose: «Io so che è spiacevole vedere i Turchi in possesso dei nostri luoghi santi. Siamo costretti a sopportalo. Ma sostenere gli Ebrei perché ottengano essi i luoghi santi è una cosa che non possiamo fare».
Io feci notare che la nostra motivazione era il disagio degli Ebrei, e che intendevamo lasciare da parte le questioni religiose.
«Sì» – mi disse – «ma noi, e in particolare io, come capo della Chiesa, non possiamo farlo». Due sono i casi che possono presentarsi: o gli Ebrei rimangono fedeli alla loro credenza e continuano ad attendere il Messia, che per noi è già venuto; e in questo caso essi negano la divinità di Gesù e noi non possiamo fare alcunché per loro; o essi vanno in quelle terre senza alcuna religione, e in questo caso noi possiamo sostenerli ancora meno. La religione ebraica è stata la base della nostra, ma essa è stata rimpiazzata dalla dottrina di Cristo e da allora noi non possiamo più riconoscere la sua esistenza. Gli Ebrei, che avrebbero dovuto essere i primi a riconoscere Gesù Cristo, fino ad oggi non l’hanno fatto.»
Io stavo per dirgli: «E’ quello che accade in tutte le famiglie. Nessuno è profeta nella sua famiglia», e invece gli dissi: «Il terrore e le persecuzioni non erano certo i mezzi migliori per illuminare gli Ebrei»
E questa volta egli replicò con una semplicità disarmante: «Nostro Signore è giunto senza disporre di alcuna potenza. Era povero. E’ venuto in pace. Egli non ha perseguitato alcuno, ma è stato perseguitato. Anche gli Apostoli lo hanno abbandonato. E’ solo dopo che Egli è cresciuto: è solo dopo tre secoli che la Chiesa è stata stabilita. Quindi gli Ebrei hanno avuto tutto il tempo per riconoscere la divinità di Gesù Cristo senza alcuna pressione esterna. Ma non l’hanno fatto e continuano a non farlo fino ad oggi»
«Ma Santo Padre» – gli dissi – «la situazione degli Ebrei è spaventosa. Io non so se Vostra Santità si rende conto di tutta l’ampiezza di questo dramma. Noi abbiamo bisogno di un paese per i perseguitati».
Ed egli ha replicato: «E questo dev’essere Gerusalemme?»
 «Noi non chiediamo Gerusalemme» – ho replicato – «ma la Palestina, solo il paese profano» Ed egli mi ha risposto: «Noi non possiamo sostenere questa cosa».
«Santo Padre, lei conosce la situazione degli Ebrei?» gli chiesi.
«Sì, l’ho conosciuta a Mantova» – mi ha risposto – «dove vi sono degli Ebrei, D’altronde, io ho sempre avuto delle buone relazioni con gli Ebrei. Recentemente, una sera, sono venuti in visita da me due Ebrei. E’ vero che esistono dei rapporti che si collocano al di fuori della religione: dei rapporti di cortesia e di carità; noi non rifiutiamo agli Ebrei né gli uni né gli altri. Del resto, noi preghiamo per loro, affinché si illumini il loro spirito. Proprio oggi noi celebriamo la festa di un miscredente che, sulla via di Damasco si è convertito in maniera miracolosa al vero credo [San Paolo]. Così, se voi andate in Palestina e lì stabilite il vostro popolo, noi prepareremo delle chiese e dei sacerdoti per battezzarvi tutti».

Cattolicesimo, Massoneria e Metafisica del Caos (critica a una parte della filosofia di Dugin)

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QUINTA COLONNA

EDITORIALE

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2023/11/26/cattolicesimo-massoneria-e-metafisica-del-caos/

Il Canone 2335 del Codice di Diritto Canonico del 1917 si esprimeva così: “Tutti coloro i quali danno il proprio nome alla setta massonica o ad altre associazioni dello stesso genere, che complottano contro la Chiesa e contro i legittimi poteri civili, incorrono ipso facto nella scomunica riservata simpliciter alla Sede Apostolica”. Quindi, se qualcuno, all’interno dei Sacri Palazzi, era massone, allo stesso tempo era immediatamente scomunicato.
La Chiesa Cattolica non ha condannato la Massoneria solo per una evidente attività, volta a sovvertire i suoi insegnamenti, ma nell’Enciclica Humanum Genus di Papa Leone XIII del 20/04/1884 ha esplicitamente rigettato le idee filosofiche e morali contrarie all’Ordine naturale e divino. Lo stesso Pontefice scrisse una lettera al popolo italiano, datata 8/12/1882, denominata “Custodi”, in cui scrisse: “Ricordiamoci che il cristianesimo e la massoneria sono essenzialmente inconciliabili, così che iscriversi all’una significa separarsi dall’altra”. La condanna leonina si basava soprattutto sulla condanna del liberalismo, di cui, invece, le logge hanno sempre fatto il loro vanto.
Ne deriva che il cattolico non può rapportarsi con Dio in un’ottica esterna di tipo “umanitario” e aconfessionale, a fronte di una dimensione interna, autenticamente cattolica. Cristo è Re dell’universo perché Creatore, che ha dato all’uomo il comandamento della carità. Il vero bene del prossimo, dunque, non è una filantropia fine a se stessa o meramente terrena, ma predisposta a trovare la luce per vivere secondo le leggi di Dio. Purtroppo, nell’epoca della secolarizzazione, la massoneria è riuscita a vincere nella civiltà occidentale, perché, in ogni ambito, è riuscita a creare una mentalità massonica di massa.
Quasi tutti, oggi, sono soggettivisti, nichilisti, agnostici e ritengono che l’umanesimo integrale sia l’elemento fondamentale per la felicità e che la fratellanza sia sinonimo di “persona giusta”. Il giusto – come ha rilevato acutamente S. Tommaso d’Aquino – è colui che sa scindere il bene dal male attraverso un’adesione dell’intelletto e della volontà alla realtà, nella maniera in cui solo Dio la desidera. Non può prescindere da Lui. Il Figlio di Dio, per natura, è Dio. Solo chi condivide l’annuncio della salvezza può diventare figlio di Dio, “per adozione”. Pertanto, o si ritorna al realismo aristotelico-tomista, all’armonia e alla collaborazione fra potere temporale e spirituale, oppure si cade inesorabilmente nella “metafisica del caos”, ove tutto affonda e niente si salva.
Paolo Maria Siano, nato nel 1972, appartenente all’ordine dei francescani dell’Immacolata è, certamente, uno dei massimi studiosi della Massoneria; ha attribuito questa deriva, propria delle idee massoniche, al pensiero filosofico del russo Alexander Dugin, il quale teorizza una necessità irreversibile di caduta nell’abisso del male e rivaluta il Caos come principio primordiale ed eterno dell’universo.“Dobbiamo imparare a pensare con il caos e dentro il caos” – scrive Dugin ne “La quarta teoria politica” (pag. 238) –  mentre noi cristiani opponiamo l’unica Verità di Colui che ha dato la Sua luce alle tenebre e il Suo ordine al caos (Genesi 1, 4-5), rifiutando qualsiasi forma di relativismo e nichilismo, assieme a simbolismi legati all’occulto, all’esoterismo, alla magia o peggio, come ha osservato giustamente il Prof. Roberto De Mattei su “Corrispondenza Romana” del 9/06/2021.
Se, dunque, su questioni di natura meramente politico-economica e di morale tradizionale, ossia rispettosa del diritto naturale, è possibile e, probabilmente auspicabile un mondo multipolare, l’orizzonte soprannaturale rappresentato da Dugin è, almeno per il momento, motivo di completa divergenza con il pensiero cattolico romano e dovrebbe diventare spunto di riflessione per tutti coloro che, troppo frettolosamente, abbracciano in toto le teorie di uomini carismatici ma, in parte, ancora sconosciuti e in parte nel buio dell’errore dottrinale. 

LA GUERRA IN UCRAINA SOVVERTIRÀ L’ÉLITE OCCIDENTALE ANTICRISTIANA?

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Non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che l’attuale élite occidentale abbia un forte desiderio di sradicare la tradizionale fede ortodossa dal mondo. Gli sforzi dei globalisti per minare l’Ortodossia sono ben documentati e il secondo giorno dell’operazione militare russa in Ucraina il capo dell’MI-6 britannico, Richard Moore, ha twittato questa gemma scintillante: “Con la tragedia e la distruzione che si stanno verificando in Ucraina, dovremmo ricordare i valori e le libertà conquistate con fatica che ci distinguono da Putin, nessuno più dei diritti LGBT+. Riprendiamo quindi la nostra serie di tweet per celebrare #LGBTHM2022”.

Tuttavia, a causa della già citata guerra per procura dell’Occidente contro la Russia in Ucraina, potrebbe essere in procinto di verificarsi un evento epocale nella storia del mondo: la riconversione dell’Europa occidentale alla fede ortodossa.

Considerate ciò che è accaduto: da febbraio, quando la Russia è entrata in Ucraina per porre fine alle macchinazioni dell’Occidente, diversi milioni di ucraini hanno lasciato il loro Paese, molti dei quali sono finiti nei Paesi dell’Europa occidentale – 1,5 milioni in Polonia, 1 milione in Germania, 150 mila nel Regno Unito, ecc.

Nella maggior parte di questi luoghi, i resti del cristianesimo post-Grande Scisma (cattolicesimo romano e protestantesimo) hanno subito un rapid, o declino. Di seguito riportiamo un rapporto dalla Germania:

“Le chiese tedesche devono fare i conti anche quest’anno con diserzioni di massa. Nella sola Monaco di Baviera, secondo un sondaggio dell’agenzia di stampa DPA, 26.008 persone hanno lasciato le chiese cattoliche e protestanti entro il 15 dicembre. Si tratta di quasi 4.000 persone in più rispetto al 2021. Secondo i tribunali civili di Berlino, 18 018 fedeli della capitale federale hanno abbandonato le chiese solo nei primi tre trimestri del 2022. Si tratta di circa 4.000 uscite in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche ad Hannover il numero di fedeli delle due principali confessioni cristiane è diminuito. A metà dicembre, 7 000 persone avevano lasciato la chiesa. Si tratta di un numero superiore a quello dell’intero 2021, quando il numero era di circa 6.600 persone. L’anno scorso, la Chiesa cattolica ha dovuto far fronte alla partenza di circa 360.000 fedeli. Si tratta di un nuovo record negativo che potrebbe essere superato nel 2022. I protestanti hanno perso circa 280.000 membri nel 2021. Già a metà dicembre, il “Religion Monitor” della Fondazione Bertelsmann mostrava che un membro della Chiesa su quattro in Germania stava pensando di abbandonare la chiesa.”

Anche in Inghilterra e Galles si è registrato un forte calo del numero di cristiani.

Tutto questo senza dubbio fa gioire i Baerbock e i Macron dell’Occidente senza Cristo, ma è proprio su questo punto che la loro guerra in Ucraina potrebbe ferirli in modo più evidente, dal momento che i milioni di rifugiati ucraini portano la loro fede ortodossa alle popolazioni spiritualmente affamate dell’Europa occidentale. Per assistere i cristiani ucraini fuggiti dalla guerra, la Chiesa canonica ortodossa ucraina ha già istituito 32 parrocchie in 11 Paesi dell’Europa occidentale. È ipotizzabile che se ne aggiungano altre.

Cos’è questo se non la mano di Dio che interviene nelle vicende umane? L’amato vescovo missionario, San Giovanni Taumaturgo di Shanghai e San Francisco, vide nella diaspora russa che fuggiva dal dominio demoniaco dei comunisti sovietici qualcosa di simile:

“Tuttavia, nel castigare, il Signore allo stesso tempo mostra al popolo russo la via della salvezza, rendendolo un predicatore dell’Ortodossia in tutto il mondo. La diaspora russa ha fatto conoscere l’Ortodossia a tutte le estremità del mondo, perché la massa della Russia, per la maggior parte esiliata, è inconsapevolmente un predicatore dell’Ortodossia. Ovunque i russi vivano sono state costruite piccole chiese per gli esuli, o anche magnifiche chiese e spesso si svolgono funzioni in edifici che sono stati adattati a questo scopo.”

Purtroppo, né i russi né nessun altro Patriarcato ortodosso hanno fatto molto per seminare il buon seme dell’Ortodossia in Occidente. Ora, forse, gli ucraini sono stati mandati all’estero da Dio come ambasciatori del vero Cristo in un Occidente malato di anime e disperato, per riportarlo alle sue radici nella Chiesa ortodossa, per completare il compito missionario che altri hanno trascurato.

È un momento propizio, nel bel mezzo del periodo natalizio. Quel notevole gerarca, quella nuova lingua d’oro e martire, Sant’Ilarione Troitsky, contrappone l’orgoglio distruttivo dell’ateismo moderno dell’Europa occidentale al potere vivificante della fede senza pretese nel Logos incarnato:

“Perché esiste un tale rapporto con l’incarnazione del Figlio di Dio? Sembra che le radici di questo rapporto siano profondamente radicate nell’autocoscienza morale dell’uomo moderno. Questa autocoscienza è principalmente orgogliosa. E cosa significa credere nell’incarnazione? Significa, innanzitutto, semplicemente confessare che prima la natura umana era molto buona. Era nata così dalle mani del Creatore. La libertà umana ha portato il peccato, la rottura della natura dell’uomo, e “una guerra civile è iniziata nella natura umana”, come scrive un santo padre. Abusando della sua libertà, l’uomo ha talmente corrotto la sua natura che ha potuto solo esclamare: “Sono un uomo maledetto, un miserabile!”. Non posso salvarmi da solo. Abbiamo bisogno di una nuova creazione, di un’effusione di forza nuova e piena di grazia. Questo è ciò che tutti gli uomini dovrebbero dire per credere nell’incarnazione del Figlio di Dio. Una tale umile consapevolezza, una tale umile confessione della nostra debolezza, della nostra colpa di fronte all’opera delle mani di Dio: è questo lo spirito dell’uomo moderno? Ma la coscienza moderna è penetrata dall’idea di evoluzione, dall’idea di progresso; cioè dalle idee stesse che possono alimentare l’orgoglio umano. Il cristianesimo richiede un’umile consapevolezza. Il mio antenato, Adamo, era perfetto, ma io, l’uomo, ho introdotto solo il peccato e la corruzione. La Chiesa ci chiama all’umiltà quando chiama Adamo nostro antenato. Ma l’evoluzione? La discendenza dalla scimmia? Per quanto ci valutiamo modestamente, è impossibile non pensare con un certo orgoglio: “Dopo tutto, non sono una scimmia; dopo tutto, il progresso si manifesta in me”. Così, chiamando la scimmia nostro antenato, l’evoluzione alimenta l’orgoglio umano. Se ci paragoniamo alla scimmia possiamo essere orgogliosi del nostro progresso, ma se pensiamo all’Adamo senza peccato, il progresso esteriore perde il suo valore. Il progresso è esteriore, ma è anche un peccato sofisticato. Se l’umanità progredisce costantemente, allora possiamo sperare in noi stessi. Noi creiamo noi stessi. Ma la Chiesa dice il contrario: “Non potremmo diventare incorrotti e immortali se prima l’Incorrotto e l’Immortale non fosse diventato uguale a noi”. Credere nell’incarnazione significa confessare che senza Dio l’umanità intera non è nulla. Nel corso dei secoli, la Chiesa ha portato l’ideale della deificazione. Questo ideale è molto alto, ma esige molto dall’uomo. È impensabile senza l’incarnazione; esige innanzitutto che l’uomo sia umile. L’umanità sta rinunciando a questo alto ideale e non ha bisogno dell’incarnazione del Figlio di Dio. Un ideale di vita infinitamente svalutato permette all’uomo di parlare di progresso e gli dà la possibilità di essere orgoglioso delle sue conquiste. Queste due serie di idee costituiscono due diverse visioni del mondo: quella della Chiesa e quella che non è della Chiesa. La visione del mondo che non è della Chiesa – discendenza dalla scimmia, progresso, non avere bisogno dell’incarnazione e negarla – è l’orgoglio. L’accettazione dell’incarnazione è indissolubilmente legata all’umiltà. L’orgoglio si scontra con l’incarnazione, come con qualcosa di non necessario. Partecipando alla trionfale celebrazione ecclesiale della Natività di Cristo, dovremmo gridare ad alta voce: “Sii umile, uomo orgoglioso, e credi nell’incarnazione dell’Unigenito Figlio di Dio!”.”

Quanto più a lungo l’Occidente trascinerà la guerra in Ucraina, tanto più i profughi ucraini avranno l’opportunità di proclamare, consapevolmente o meno, l’incomparabile splendore della verità dell’Incarnazione, dell’Ortodossia, ai Paesi dell’Europa occidentale in cui si sono rifugiati:

“Preparati, o Betlemme, perché l’Eden è stato aperto a tutti! / Adornati, o Efrata, perché l’albero della vita fiorisce dalla Vergine nella grotta! / Il suo grembo è un paradiso spirituale piantato con il frutto divino: / Se ne mangiamo, vivremo per sempre e non moriremo come Adamo. / Cristo viene a ripristinare l’immagine che aveva fatto all’inizio.”

Perciò, contrariamente ai loro progetti, l’élite anticristo dell’Europa occidentale sta accelerando la propria fine, rispondendo alla preghiera del Salmista di far cadere i malvagi nelle insidie che hanno teso agli innocenti (Sal 35, 6-8):

“Che la loro strada sia oscura e scivolosa, con l’angelo del Signore che li insegue! Perché senza motivo hanno nascosto la loro rete per me; senza motivo hanno scavato una fossa per la mia vita. Che la rovina li colga alla sprovvista! Che la rete che hanno nascosto li intrappoli, che vi cadano in rovina!”

“Questa è l’opera dell’Eterno, è meravigliosa ai nostri occhi.” (Sal. 118:23).

Articolo originale di Walt Garlington

Traduzione di Costantino Ceoldo

“I cristiani non rimarranno più a lungo a Gerusalemme”

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Segnalazione del Centro Studi Federici

La notizia che segnaliamo non la troverete sui media italiani, di sinistra o di destra, perché nessuno ha il coraggio di denunciare la logica conclusione dell’occupazione sionista della Terra Santa: il tentativo di cacciare i cristiani da Gerusalemme. Solo i mezzi d’informazione legati alle strutture ufficiali della Chiesa in Terra Santa denunciano periodicamente (seppur con toni annacquati in nome del “dialogo giudaico-cristiano”, toni presenti anche nell’articolo che pubblichiamo) la crescita di aggressioni verbali e materiali nei confronti dei cristiani: voce che grida nel deserto… L’ultimo fatto riguarda una troupe del “Terra Sancta Museum” aggredita da un gruppo di giudei.
 
«Non vogliamo cristiani qui!»
 
Il 12 ottobre scorso, durante le riprese per un materiale audiovisivo destinato al Terra Sancta Museum, lungo l’antico cardo di Gerusalemme, la troupe è stata cacciata da un gruppo di ebrei ortodossi. Un incidente non isolato.
 
«Fate i bagagli e andatevene!», ordina un ebreo ultraortodosso sulla trentina alla troupe cinematografica del Terra Santa Museum, prima di aggiungere con tono aggressivo: «I cristiani non rimarranno più a lungo a Gerusalemme». L’episodio, del tutto reale, è avvenuto mercoledì 12 ottobre mattina – mentre gli ebrei erano in piena celebrazione della festa di Sukkot – sul selciato del vecchio cardo romano, che solca il quartiere ebraico della città vecchia. È l’ennesimo esempio dei quotidiani gesti di intolleranza commessi contro i cristiani a Gerusalemme.
 
La squadra della Custodia di Terra Santa, composta da cristiani francesi e palestinesi, si trovava quella mattina nel cardo per girare alcune scene di un video educativo che sarà proiettato ai visitatori della sezione storica del Terra Sancta Museum in via di allestimento presso il convento francescano di San Salvatore.
 
L’audiovisivo servirà a raccontare la storia della presenza cristiana in Terra Santa. La scena che si stava girando il 12 ottobre vuole mostrare i primi ebrei seguaci di Gesù, che, diventati cristiani, continuano a pregare secondo la tradizione ebraica. Quattro israeliani hanno accettato di recitare indossando abiti d’epoca e scialli da preghiera. La produzione aveva ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie per girare sul cardo.
 
«All’inizio, i passanti ci guardavano con curiosità – riferisce una dei membri del gruppo di lavoro – poi è arrivato un ebreo ortodosso che ci ha chiesto cosa stessimo facendo, prima di chiamare altri suoi amici. Una decina di minuti più tardi sopraggiunge un intero gruppo che entra nel campo di ripresa delle telecamere e cantando motivi religiosi». «Hanno capito che eravamo cristiani. Non sembravano particolarmente aggressivi, ma neppure molto benevoli – soggiunge la giovane testimone –. Abbiamo subito messo via l’attrezzatura e i figuranti se ne sono andati».
 
Un’intimidazione
 
Quello descritto non è un incidente isolato. Atti di inciviltà, come sputi e insulti, sono frequenti da parte di una popolazione ebrea ultraortodossa che poco sa del cristianesimo. Anche i monasteri e conventi situati sul monte Sion sono regolarmente oggetto di atti vandalici da parte degli appartenenti a gruppi radicali.
 
«Penso che sia un’intimidazione – osserva una delle comparse coinvolte la mattina del 12 ottobre, un israeliano, ebreo praticante e molto impegnato nel dialogo ebraico-cristiano –. Vogliono solo mostrare il loro potere là dove sono, ma non c’è nient’altro dietro. Se fosse stata presente la polizia, non avrebbero fatto nulla». (…)
 
«Incidenti simili sono imbarazzanti perché si imprimono nella memoria e danneggiano l’immagine della città e delle persone che vi abitano. Atteggiamenti simili vanno contro quello che stiamo cercando di fare: insegnare e spiegare», denuncia Hana Bendcowsky, direttrice dei programmi del Centro di Gerusalemme per le relazioni ebraico-cristiane (Jerusalem Center for Jewish-Christian Relations – Jcjcr), la cui pagina Facebook ha riportato il video dei fatti qui descritti. https://www.facebook.com/jcjcr.org/videos/1601281490269690
 
C’è anche chi si adopera per disinnescare le tensioni: dal 2021, ad esempio, alcuni volontari israeliani in giubbotti gialli dell’associazione Finestra sul Monte Sion, accompagnano ogni domenica le processioni armene (minacciate dai giudei, ndr) dal convento di San Giacomo alla basilica del Santo Sepolcro.
 

Le persecuzioni degli indù contro i cattolici

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Ebraismo o islamismo, induismo o buddismo, tutte le false religioni sono accumunate dall’odio verso il Cattolicesimo.
 
Madhya Pradesh, nazionalisti indù attaccano pullman di ragazzi cristiani
 
A Khandwa gli estremisti indù hanno bloccato un raduno promosso dalla diocesi sostenendo che i minori tribali venivano trasportati “per essere convertiti”. 
 
Khandwa (AsiaNews) – Nello Stato indiano del Madhya Pradesh, la furia degli estremisti indù arriva a prendere di mira persino i ragazzi. Attivisti del Vishwa Hindu Parishad (VHP) e del Bajrang Dal – movimenti della destra nazionalista indù – hanno fermato un pullman che trasportava bambini e bambine tribali per un programma organizzato presso la Saint Pius School della diocesi di Khandwa. Gli attivisti hanno creato un putiferio, intercettando il veicolo e sostenendo che i minori venivano portati a una cerimonia per la loro conversione religiosa. Il Madhya Pradesh è uno degli Stati indiani governati dai nazionalisti indù dove sono in vigore le leggi anti-conversione https://www.asianews.it/notizie-it/Anche-il-Madhya-Pradesh-approva-una-nuova-legge-anti-conversioni-52555.html
 
Secondo testimoni oculari, il blocco è durato per molto tempo, finché la polizia e i funzionari distrettuali non hanno raggiunto la zona. Il segretario locale del VHP, Animesh Joshi ha dichiarato di aver “ricevuto informazioni sul fatto che un gruppo di ragazzi e ragazze tribali veniva portato per la conversione religiosa”. La polizia ha registrato le loro dichiarazioni, insieme a quelle degli organizzatori e degli insegnanti della scuola. Nel frattempo p. Jose, l’organizzatore dell’iniziativa, ha affermato che erano presenti solo bambini e bambine già cristiani e che i tentativi di ottenere il permesso per l’evento dall’amministrazione distrettuale non avevano avuto successo.
 
Da Khandwa, l’amministratore diocesano p. Augustine Madathikunnel ha spiegato che quello in programma era il raduno annuale dei giovani della diocesi e che sarebbe dovuto proseguire per tre giorni fino al 5 ottobre. “Purtroppo – ha continuato – ieri abbiamo avuto un’inaspettata opposizione da parte di alcuni elementi, nonostante avessimo dato informazioni scritte alle autorità governative con largo anticipo. Grazie a Dio, i ragazzi hanno avuto il coraggio di affrontare queste situazioni intimidatorie. E poiché abbiamo rinviato l’evento, sono potuti tornare a casa sani e salvi”. (…)
 

La Turchia (paese della NATO) bombarda i cristiani in Siria

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Chiesa assira distrutta dalle bombe turche nel nord-est della Siria
 
Colpito il villaggio di Tel Tamr, gravi danni alla chiesa di Mar Sawa, già nel mirino dell’Isis nel 2015. Danni anche alle abitazioni e alle infrastrutture dell’area. Vescovo accusa: violenze frutto delle “ambizioni espansionistiche” di Ankara che vuole “svuotare la regione dei cristiani”. 
 
Damasco (AsiaNews) – L’esercito turco ha colpito il villaggio cristiano assiro di Tel Tamr, nel governatorato siriano di Hassaké, nel nord-est in un’area a maggioranza curda, distruggendo una chiesa (nella foto). Già in passato le operazioni militari oltre-confine sferrate da Ankara contro i curdi – almeno questa la motivazione ufficiale – avevano causato vittime e danni anche fra i cristiani in Siria e Iraq. Uno degli ultimi episodi risale ad aprile, quanto un raid lanciato nell’ambito dell’operazione di primavera “Claw Lock” ha causato una vittima fra i cristiani [un assiro di 26 anni di nome Zaya] e la distruzione di case e chiese. Ed è forte il timore che le politiche del presidente turco Recep Tayyip Erdogan possano provocare ulteriori danni e devastazioni. 
 
Attivisti e pagine social hanno rilanciato immagini e video dell’ultimo attacco contro i cristiani in Siria da parte dell’esercito turco, avvenuto il 30 maggio scorso nel silenzio dei media e della comunità internazionale. Secondo alcune testimonianze, le forze turche e fazioni siriane vicine ad Ankara del Syrian National Army (Sna) hanno colpito il villaggio di Tel Tamr, causando danni materiale alla chiesa di Mar Sawa, già nel 2015 colpita dai miliziani dello Stato islamico (SI, ex Isis) durante il sequestro di 250 cristiani dai villaggi di Khabur. 
 
Alcune fonti locali parlano di pesanti danni alle abitazioni, investite dal “bombardamento indiscriminato”. Colpita anche la rete elettrica della zona, oltre alla vegetazione e alle strade, alcune delle quali impraticabili. Mar Maurice Amseeh, arcivescovo siro-ortodosso di Jazira e dell’Eufrate, definisce le operazioni turche frutto di un “ambizioni espansioniste” oltre il confine, con lo “scopo” di “svuotare la regione dei cristiani”. Egli ha lanciato un appello perché le chiese – e i luoghi di culto in generale – siano risparmiami dal conflitto. 
 
Nel nord-est della Siria, nell’area che confina con Turchia e Iraq, si è registrato negli ultimi anni un progressivo svuotamento della componente cristiana, causato dalle violenze dei jihadisti dell’Isis prima e dall’esercito turco oggi. Le campagne di Tel Tamr, meglio noto come il bacino di Khabur, un tempo accoglievano più di 12mila persone distribuite su 32 villaggi. Secondo le stime attuali il numero è calato a circa un migliaio di persone. In queste settimane l’area è oggetto di pesanti e quotidiani bombardamenti dei turchi, che hanno alimentato ancor più il panico fra i residenti.
 
L’escalation militare giunge in un periodo di crescente malcontento tra i turchi per l’impennata del tasso di inflazione e l’aumento dei prezzi, in particolare per vitto e alloggio. Una operazione di primavera, come avvenuto in passato, era ampiamente preventivata anche dagli stessi membri del Pkk (il Partito curdo dei lavoratori), ma la sua portata è vista da molti come un tentativo di Erdogan – unito all’attivismo sul piano internazionale – di distrarre l’opinione pubblica dalle crescenti difficoltà economiche interne. Altri ancora pensano sia un modo per alimentare malanimo verso i curdi e il partito democratico filo-curdo Hdp, che lotta in questa fase contro una possibile chiusura per l’accusa di (presunti) legami col Pkk. In una nota un portavoce definisce “ipocrita” lanciare una offensiva contro civili nel Kurdistan mentre Ankara vuole mediare da protagonista la pace fra Mosca e Kiev, per guadagnare consenso interno e internazionale. 
 
 

Betlemme senza pellegrini e con sempre meno cristiani

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Pubblichiamo due articoli relativi ai cristiani di Betlemme, che vivono principalmente di turismo religioso: decimati dal sionismo a partire dal 1948 e penalizzati negli ultimi anni dal muro di separazione, l’attuale assenza di pellegrini rischia di ridurre ulteriormente la loro presenza nella città dove è nato Gesù Cristo. 
 
Betlemme, ancora uno strano Natale
Nonostante una timida ripresa, la città vive il tempo del Natale ancora in attesa del ritorno dei pellegrini. Le voci degli artigiani cristiani che realizzano da sempre i souvenir in legno d’ulivo, un settore in forte sofferenza per la pandemia 
 
Betlemme, la città che ha dato i natali a Gesù duemila fa, è sospesa nell’attesa. L’attesa della venuta del Salvatore che si fa «piccolo tra piccoli», l’attesa di un miglioramento dal punto di vista economico, politico e sociale. Isolata dal muro di separazione costruito da Israele, per dividere i territori israeliani da quelli palestinesi, la città sta soffrendo molto a causa delle conseguenze della pandemia di Covid-19 e della mancanza di pellegrini. A un primo sguardo, Betlemme sembra la stessa di sempre. Nella città vecchia si fa a gara ad attirare l’attenzione dei passanti: i commercianti con le loro grida esperte, gli autisti dei taxi gialli a suon di clacson. Nelle strade affollate di donne velate e di giovani con gli zaini in spalla, le voci dei muezzin richiamano i musulmani alla preghiera dai minareti, mischiandosi talvolta al suono delle campane della basilica della Natività. Avvicinandosi a piazza della Mangiatoia, davanti alla chiesa che conserva la memoria della nascita di Gesù, però, Betlemme non sembra più quella di un tempo. Nei vicoli le saracinesche delle botteghe locali sono ancora sbarrate e uno strano silenzio circonda i luoghi un tempo affollati. Per non parlare dei laboratori artigianali, dove si realizzano prodotti tra i più tipici della città, manufatti artistici in legno d’ulivo. 
«Da quando la pandemia è cominciata, ci siamo arrangiati come abbiamo potuto — racconta Joseph —. Il mio laboratorio di presepi in legno è poco lontano dalla città vecchia, nel retro di una tipografia, dove lavora mio figlio. Tutta la mia famiglia è lì, ma nessuno adesso ha da lavorare. Oggi ho aperto il negozio, ma non vendo mai nulla. Posso solo sperare che riprendano i pellegrinaggi». Dal 19 settembre scorso Israele ha permesso l’ingresso nel Paese ai gruppi organizzati (le frontiere sono state di nuove chiuse il 28/11/2021, ndr). Finora solo sparuti gruppi di pellegrini raggiungono Betlemme in un clima surreale, lontano dal fervore che da sempre contraddistingue le festività natalizie. 
 
Il grido di Betlemme 
A causa della pandemia e delle norme sanitarie previste da Israele per l’ingresso in Terra Santa, anche nella città del Natale i pellegrinaggi non sono ancora ripresi. E il settore dell’artigianato in legno d’ulivo, un tempo fiorente, langue 
 
A distanza di oltre un anno e mezzo dallo scoppio della pandemia, a Betlemme tutto è congelato, come in una perenne attesa, di cui non si vede la fine. I turisti e i pellegrini non sono più tornati e centinaia di famiglie che vivevano di turismo sono in condizioni di estrema necessità. Betlemme è infatti uno dei poli più importanti dell’industria palestinese e dell’artigianato locale, con la lavorazione di oggetti in legno di ulivo, le decorazioni in madre-perla, la produzione di tessuti pregiati. 
«Oggi non ho più nulla da dire. Abbiamo già parlato abbastanza, abbiamo bussato a molte porte, ma nessuno ci ha aperto», afferma un artigiano di una bottega a pochi metri dal santuario della Grotta del Latte, che ricorda il luogo dove Maria si fermò per allattare Gesù. «Non abbiamo ricevuto nulla in tutti questi mesi, che poi sono diventati anni», racconta. L’unico contributo delle istituzioni palestinesi da marzo 2020 a oggi è stato una tantum di 600 shekel (l’equivalente di 150 euro). Suo padre George, un uomo anziano seduto all’esterno e appoggiato a un bastone, spiega che da mesi non si vendono souvenir, oggetti in legno di olivo, rosari: nulla. Non c’è altro da fare se non mantenere il negozio in ordine: «Lavoro in questo negozio da cinquantasette anni, ma ora sono vecchio e per questo mio figlio è venuto ad aiutarmi». 
Il ritorno dei turisti, per riattivare l’economia, sembra ancora un miraggio tra i negozianti di Betlemme, ma ha iniziato a sembrare più reale dal 19 settembre, quando Israele ha permesso l’ingresso nel Paese ai gruppi organizzati (le frontiere sono state di nuove chiuse il 28/11/2021, ndr).
«Tutti i rosari che vendo nel mio negozio sono realizzati a mano —spiega Louis, un cattolico, anch’esso artigiano —. Compro i grani da una fabbrica e poi li distribuisco ad alcune donne di Betlemme senza lavoro, che li assemblano a casa. Io lavoro con otto fabbriche e cerco di supportare i cristiani locali. Siamo rimasti davvero in pochi e molti sono disoccupati. Anche tre dei miei quattro figli si trovano all’estero: due studiano in Italia e uno in Spagna. Io però ho scelto di restare qui e cerco, come posso, di incoraggiare il lavoro locale con il legno di ulivo e la madreperla». 
Louis nel suo negozio insegna alla gente a riconoscere i prodotti originali, frutto delle mani e della fatica degli artigiani di Betlemme. Per una figura del Presepe, per esempio, è importante considerare l’odore denso del legno, il peso più consistente del materiale, il tipo di superficie ben levigata che scorre sotto le dita. Produrre oggetti di questo genere ha ovviamente un alto costo da coprire, che non è possibile sostenere con l’azzeramento dei profitti. «Ora aspettiamo solo che i turisti tornino e che, una volta qui, sappiano apprezzare la ricchezza dell’artigianato locale, a discapito degli oggetti a basso costo prodotti in Cina e spacciati per artigianali — continua Louis —. Il commercio di oggetti cinesi distrugge la nostra economia». 
Mentre gli artigiani tentano di sopravvivere, le croci in legno, le immagini sacre, le calamite, le cartoline e i personaggi del Presepe rimangono ancora negli scaffali, ad attendere il ritorno dei pellegrini. Da qualche mese, gli unici ad aver raggiunto Betlemme sono stati dei gruppi di cristiani migranti che lavorano in altre zone della Palestina o di Israele. «Tra agosto e settembre abbiamo visto forse cinque gruppi arrivare qui e quindi è difficile credere che tornerà presto ad esserci più movimento — afferma Mike, un ceramista che ha la bottega proprio sulla piazza della Mangiatoia —. Dall’inizio della pandemia, nel mio negozio, che è al centro di Betlemme, sono riuscito a incontrare in tutto solo quaranta o cinquanta persone e quindi non ha senso che lo tenga aperto, se so che non passerà nessuno. Speriamo che nei prossimi mesi vada meglio, ma, fino a quando i turisti non torneranno a dormire negli alberghi di Betlemme, la situazione rimarrà immutata. Le persone hanno bisogno di essere lasciate libere di girare autonoma-mente, perché abbiano la possibilità di entrare nelle nostre botteghe. È dall’anno scorso che non pago l’affitto dei locali del nego-zio. Aspetto il ritorno dei pellegrini per regolare i miei conti». 
 
Fonte: Eco di Terrasanta, n. 6, Novembre-Dicembre 2021
 

Leader religioso indù chiede di tagliare la testa ai missionari cristiani

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LA NOTIZIA

di Leonardo Motta

Fanno tremare le parole pronunciate da Swami Parmatmanand, un leader religioso indù dello stato del Chhattisgarh. L’uomo afferma, con assoluta certezza, in un video scioccante che sta già circolando sui
social network, di essere disposto a usare le armi per contrastare l’arrivo di una presunta “ondata” di conversioni al Cristianesimo.
Dopo che un parlamentare indù ha chiesto l’espulsione di tutti i missionari cristiani dall’India, e dopo che l’enorme paese asiatico ha registrato un picco di violenza anticristiana, arrivano le crudeli parole di Swami Parmatmanand che ha dichiarato: “Nei nostri villaggi abbiamo le asce in casa”. Sottinteso: per uccidere i cristiani!
Il violento discorso è stato pronunciato durante una manifestazione “contro le conversioni” svoltasi nel distretto di Surguja.
Sul posto c’erano anche importanti personalità del Bjp, il partito nazionalista indù del premier indiano Narendra Modi. Tra questi, l’ex presidente della Commissione nazionale per le caste svantaggiate, Nand
Kumar Sai, che ha mostrato sostegno al discorso di Swami Parmatmanand. “Devono decapitarli quando vengono per le conversioni religiose”, ha aggiunto. “Vi chiederete perché un santo come me parla di violenza.
Dirai: come puoi essere santo se accendi il fuoco? A volte bisogna accendere il fuoco, lo faceva anche Hanuman (una divinità indù, ndr)”. Un sovrintendente della polizia di Sukma, una città molto vicina, ha
ordinato a tutte le stazioni di polizia di stare all’erta e di informare del pericolo i missionari cristiani e le persone appena convertitesi al Cristianesimo, per evitare possibili tragedie.
Babu Joseph, sacerdote ex portavoce della Conferenza episcopale indiana (Cbci), ha commentato: “Le parole di Swami Paramartanand hanno superato ogni limite. Incita apertamente alla violenza contro una
parte della popolazione indiana a causa della loro appartenenza religiosa . Ed è ancora più grave visto che è un sacerdote indù farlo. Le autorità locali devono agire contro coloro che diffondono odio.
L’India è sempre stata un Paese multireligioso e continuerà ad esserlo nonostante gli sforzi di questi fanatici per minare le sue fondamenta”.

Terra Santa – “Sogno sionista” e incubo cristiano

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il governo di Tel Aviv ha annunciato con soddisfazione la crescita dell’immigrazione ebraica in Terra Santa (in prevalenza giovani) che realizza, secondo il ministro dell’immigrazione, il “sogno sionista”. Il massiccio arrivo di immigrati ebrei non si è fermato neppure con l’emergenza sanitaria, che invece ha bloccato i pellegrinaggi ai Luoghi Santi, con gravissimi danni alle famiglie cristiane palestinesi che vivono principalmente di turismo. La crescente immigrazione ebraica mette così in ulteriore minoranza i pochi cristiani locali sopravvissuti alle sopraffazioni sioniste del 1948 e del 1967.
 
Nel 2021 cresce del 31% l’immigrazione ebraica in Israele
 
Calano gli arrivi dalla Russia, in aumento da Stati Uniti, Sud Africa ed Etiopia nel quadro dell’operazione Tzur Israel. Un’immigrazione in larga maggioranza giovanile. Il flusso in entrata non si è mai fermato, nemmeno durante la fase più acuta della pandemia di Covid-19. Per il ministro israeliano sono cifre “positive”.
 
Gerusalemme (AsiaNews/Agenzie) – Nei primi mesi del 2021 l’immigrazione ebraica in Israele è cresciuta del 31%, con un numero crescente di ingressi da Stati Uniti, Francia, Ucraina, Bielorussia, Sud Africa ed Etiopia, mentre si registra una lieve flessione dalla Russia. È quanto emerge dai dati ufficiali forniti dal ministero israeliano dell’Immigrazione e dall’Agenzia ebraica, alla vigilia della festa di domani in ricordo delle persone che hanno intrapreso il viaggio verso la “terra promessa”.
Secondo le statistiche ufficiali, anche per quest’anno il maggior numero di immigrati ebrei proviene dalla Russia (5.075), a dispetto di una diminuzione del 5% nel numero rispetto al 2020. Vi sono stati 3.104 nuovi ingressi dagli Stati Uniti, con una crescita del 41% rispetto ai primi nove mesi dell’anno passato.
 
Almeno 2.819 nuovi immigrati si sono trasferiti dalla Francia (+55%), 2.123 dall’Ucraina (+4%), 780 dalla Bielorussia (+69%), 633 dall’Argentina (+ 46%), 490 dal Regno Unito (+20%), 438 dal Brasile (+4%) e 373 dal Sudafrica (+56%). Dall’Etiopia si registrano 1.589 immigrati nel quadro dell’operazione Tzur Israel, una iniziativa voluta dal governo per favorire l’immigrazione di membri della comunità ebraica dal Paese africano. 
In base all’età, oltre la metà degli immigrati ebrei in Israele giunti nel 2021 ha meno di 35 anni, con il 23,4% di età compresa fra 0 e 17 anni; il 33,4% ha fra i 18 e i 35 anni. Il 16,3% rientra nella fascia 36-50 anni, il 13% ha fra 51 e 64 anni e il 13,9% ha più di 65 anni. Il ministero dell’Immigrazione aggiunge che 2.184 nuovi immigrati si sono trasferiti a Gerusalemme, 2.122 a Tel Aviv, 2.031 a Netanya, 1.410 ad Haifa e 744 ad Ashdod. Il titolare del dicastero Pnina Tamano-Shata parla di cifre “positive”, sottolineando il grande contributo fornito dagli immigrati ebrei alla società israeliana in un’ottica complessiva di sviluppo. 
 
In una nota scritta in inglese, ma usando i termini ebraici per riferirsi all’immigrazione e agli immigrati, il ministro ha detto: “Sono lieto di lanciare la settimana Aliyah per il 2021, dove salutiamo e accogliamo gli immigrati per il loro contributo allo Stato di Israele. Ho lavorato nel governo per garantire che l’immigrazione non si fermasse, nemmeno durante la pandemia di Covid-19, e perché l’aliyah possa essere la realizzazione del sogno sionista”. 
Lo scorso anno, durante il periodo più acuto dell’emergenza sanitaria innescata dalla pandemia di nuovo coronavirus, il dato relativo all’immigrazione ebraica in Israele è calato di circa il 40%. Il dato nel 2020 si è fermato a 21.200, rispetto ai 33.500 dell’anno precedente, con un calo complessivo del 36,7%.
 
 

Rod Dreher, la resistenza dei cristiani e l’Ungheria

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

L’autore del bestseller sull’opzione benedetto evidenzia che per la libertà dei cristiani esiste una duplice minaccia e indica anche perché c’è questo pericolo
di Giuliano Guzzo

Prima di iniziare il suo tour europeo – che, come noto, ha visto tappe anche in Italia – di presentazione del suo ultimo libro, La resistenza dei cristiani (Giubilei Regnani, 2021), lo scrittore americano Rod Dreher si trovava in Ungheria. Questo soggiorno ha attirato la curiosità del The New Yorker, che gli ha chiesto conto della visita al Paese di Viktor Orbán. Che, manco a dirlo, l’autore del bestseller L’Opzione Benedetto ha descritto in toni molto meno cupi, anzi, rispetto a quelli soliti dei mass media. Aveva sentito l’Ungheria descritta come uno stato autoritario, sottolinea The New Yorker, ma a Budapest ha trovato tutti liberi di dire ciò che pensavano.
L’attenzione riservata al suo soggiorno ungherese ha dato modo a Dreher, su quell’American Conservative di cui è una colonna, di illustrare – riportando una lunga mail inviata proprio al New Yorker, ad integrazione dell’intervista fattagli – aspetti significativi del suo pensiero. Non solo, va da sé, riguardo all’Ungheria su cui pure rivela aspetti di rilievo («l’attuale partito razzista in Ungheria, Jobbik, è alleato con la sinistra anti- Orbán, ma i media occidentali non ne danno conto»), ma pure su questioni politiche e, più precisamente, su quale sia la forma di governo ideale. Ecco, rispetto a questo, come suo solito, Dreher sviluppa un ragionamento interessante e per nulla male.
Infatti, non si limita a dire quale sarebbe, appunto, la forma di governo ideale – che pure indica senza troppi giri di parole («preferirei una democrazia liberale basata generalmente su principi cristiani») -, ma va oltre, indicando che per la libertà dei cristiani e non solo, al momento, esiste una duplice minaccia.
Prima di vedere si tratta, è bene evidenziare come l’autore de La resistenza dei cristiani non si limiti ad agitare lo spettro della minacciata libertà di pensiero. Indica anche perché c’è questo pericolo. «Il liberalismo, al di fuori dei confini fissati dalla tradizione giudaico-cristiana», scrive infatti Dreher, «degenera in illiberalismo, un illiberalismo che rende le persone come me nemici del popolo, per usare la vecchia frase comunista». Il richiamo al comunismo non è evidentemente causale dato che, ne La resistenza dei cristiani, proprio i dissidenti cristiani della tirannia sovietica sono indicati come coloro da prendere a modello per sopravvivere nel contesto attuale, che Dreher chiama «la democrazia illiberale laica che sta nascendo».
Si tratta di una forma di governo, per tornare a noi, che vede due problemi per i cristiani. Che lasciamo svelare a Dreher quando, lanciandosi in una previsione, scrive: «Sembriamo tutti essere proiettati verso un futuro che non è liberale e democratico, ma sarà o illiberalismo di sinistra o illiberalismo di destra». Sono parole di peso anche perché, giova ricordarlo, son quelle di un autore conservatore. Che quindi saremmo istintivamente portati ad immaginare vicino alla destra, area politica che tuttavia – e qui l’onestà intellettuale di Dreher è notevole – in quanto tale non offre garanzia alcuna.
Quindi? Posto che sfortunatamente «una democrazia liberale basata generalmente su principi cristiani» non si intravede all’orizzonte, che fare? Il bestellerista americano è consapevole di questa domanda, meglio di questo dilemma. Al quale dà una risposta molto brillante: «So da che parte stare: dalla parte che non perseguiterà me e la mia gente». Come dire: il migliore dei governi possibili non è, ahinoi, a portata di mano. Ma, piccola consolazione, almeno abbiamo una bussola per evitarci il peggiore.
Ultima curiosità. Dreher conclude la mail al New Yorker dando un’applicazione pratica del principio appena enunciato. Eccola: «A pensarci bene, due eminenti ungheresi – George Soros e Viktor Orbán – offrono visioni contrastanti, oggi, di cosa significhi essere occidentali nel 21° secolo. Uno di loro deve prevalere. Bisogna quindi scegliere. Orban non è un santo, ma so da che parte sto. So da che parte devo stare». Una chiusura, ancora una volta, brillante. E convincente.

DOSSIER “VIKTOR ORBAN”
Chi è il presidente dell’Ungheria

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Titolo originale: Starò con chi non mi perseguita, dice Rod Dreher
Fonte: Sito del Timone, 16 settembre 2021
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