Omnes declinaverunt, simul inutiles facti sunt: non est qui faciat bonum, non est usque ad unum. Tu vero, Deus, deduces eos in puteum interitus(Sal 52, 4; 54, 24).
«Sono tutti andati fuori strada, insieme son diventati inutili: non c’è chi faccia il bene, non ce n’è neppure uno. Ma tu, o Dio, li farai finire in un abisso di rovina». Chi devia dal retto sentiero della dottrina e della prassi cattoliche non soltanto si rende inutile e stolto, ma corre pure il rischio di precipitare all’Inferno con tutti quelli che lo seguono. Ma com’è possibile che buona parte della gerarchia cattolica sia venuta meno al suo compito e stia andando miseramente alla deriva? Deve pur esserci una spiegazione. Un dato meramente cronologico indica che le attuali guide della Chiesa si sono formate – guarda caso – dopo il Concilio Vaticano II. In maniera sintetica, si può affermare che nell’ultimo mezzo secolo sono state imposte un’educazione teologica, una forma liturgica e una prassi pastorale che hanno assunto e incorporato la contraddizione, il soggettivismo e il relativismo, deformando la mente dei chierici e assuefacendola ad essi. Continua a leggere
Jorge Mario Bergoglio prosegue l’opera di demolizione della fede cattolica intrapresa dal Concilio Vaticano II. Infatti, sulle orme di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Bergoglio aderisce agli errori modernisti espressi nella “La dichiarazione Nostra aetate” sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, del 28/10/1965. Sarebbe assurdo criticare il modernista Bergoglio in nome della presunta ortodossia del modernista Giovanni Paolo II e del modernista Benedetto XVI, in quanto, seppur in modi e stili diversi, hanno espresso ed esprimono gli stessi errori condannanti dalla Chiesa. Ancor più grave sarebbe riconoscerli come legittimi pontefici della Chiesa per poi attribuire ad essi le eresie del modernismo: si tratta di un errore sempre più diffuso nel “tradizionalismo” dai seguaci di Plinio Corrêa de Oliveira (che si presentano sotto molteplici sigle che spuntano come funghi) e dai seguaci del lefebvrismo (dentro e fuori la FSSPX), negli ultimi anni in collaborazione sempre più stretta tra loro.
Bergoglio: grazie per i leader religiosi che coltivano la cultura dell’incontro
Francesco, prima dell’udienza generale, ha incontrato una delegazione di buddisti, induisti, giainisti e sikh, a Roma per un convegno su “Dharma e Logos, dialogo e collaborazione in un’epoca complessa” e poi un gruppo di monaci buddisti dalla Thailandia
Città del Vaticano – “Dialogo e collaborazione” sono parole-chiave oggi, in un tempo che “ha visto crescere tensioni e conflitti, con una violenza diffusa sia su piccola sia su grande scala”. Francesco lo ricorda in mattinata, prima dell’udienza generale, incontrando a Santa Marta una delegazione di buddisti, induisti, giainisti e sikh, che hanno partecipato ieri ad un convegno su “Dharma e Logos, dialogo e collaborazione in un’epoca complessa”, organizzato dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, l’Ufficio Nazionale per l’Ecumenismo e per il Dialogo Interreligioso della CEI, l’Unione Buddhista Italiana, l’Unione Induista Italiana, la Sikhi Sewa Society e l’Institute of Jainology. Bergoglio si congratula per l’iniziativa, sottolineando che è motivo di ringraziamento a Dio quando i leader religiosi si impegnano a coltivare la cultura dell’incontro e danno esempio di dialogo e collaborano fattivamente al servizio della vita, della dignità umana e della tutela del creato.
Prima di invocare “abbondanti benedizioni” su tutti i presenti, il Pontefice li ringrazia per quanto stanno facendo “collaborando insieme secondo le rispettive tradizioni religiose, per la promozione del bene in questo nostro mondo”.
Papa Leone XIII nella Satis Cognitum afferma: Gesù Cristo istituì nella Chiesa un “vivo, autentico e perenne magistero”, che egli stesso rafforzò col suo potere, informò dello spirito di verità e autenticò coi miracoli; e volle e comandò che i precetti della sua dottrina fossero ricevuti come suoi. Dunque ogni volta in cui questo magistero dichiara che questo o quel dogma è contenuto nel corpo della dottrina divinamente rivelata, ciascuno lo deve tenere per vero, poiché, se potesse essere falso, ne seguirebbe che Dio stesso sarebbe autore dell’errore dell’uomo, il che ripugna: “O Signore, se vi è errore, siamo stati ingannati da te” [Richardus de S. Victore, De Trin., lib. I, cap. 2]. Quindi, rimossa ogni ragione di dubitare, a chi mai sarà lecito ripudiare una sola di queste verità, senza che egli venga per questo stesso a cadere in eresia e senza che, essendo separato dalla Chiesa, rigetti in complesso tutta la dottrina cristiana? Tale è infatti la natura della fede che nulla tanto le ripugna come ammetterne un dogma e ripudiarne un altro. Infatti la Chiesa dichiara apertamente che la fede è una “virtù soprannaturale, con la quale, ispirati ed aiutati dalla grazia di Dio, crediamo che sono vere le cose da lui rivelate, non già per l’intrinseca verità delle medesime conosciuta con il lume naturale della ragione, ma per l’autorità dello stesso Dio rivelante, che non può ingannare né essere ingannato” [Conc. Vat., sess. III, cap. 3]. Se dunque si conosce che una verità è stata rivelata da Dio, e tuttavia non si crede, ne consegue che nulla affatto si crede per fede divina. Infatti quanto Giacomo Apostolo sentenzia a proposito del delitto in materia di costumi, deve affermarsi circa un’opinione erronea in materia di fede: “Chiunque avrà mancato in un punto solo, si è reso colpevole di tutti”. Anzi, a più forte ragione deve dirsi di questa che di quello. Infatti, meno propriamente si dice violata tutta la legge da colui che la trasgredì in una cosa sola, non potendosi vedere in lui, se non interpretandone la volontà, un disprezzo della maestà di Dio legislatore. Invece colui che, anche in un punto solo, dissente dalle verità rivelate, ha perduto del tutto la fede, in quanto ricusa di venerare Dio come somma verità e proprio motivo di fede; perciò Agostino dice: “In molte cose concordano con me, in alcune poche no; ma per quelle poche cose in cui non convengono con me, a nulla giovano loro le molte in cui convengono con me”[S. Augustinus, In Psal. LIV, n. 19]. E con ragione; perché coloro che prendono della dottrina cristiana quello che a loro piace, si basano non sulla fede, ma sul proprio giudizio: e non “riconducendo tutto il proprio intelletto all’obbedienza a Cristo”(1Cor 10,5), obbediscono più propriamente a loro stessi che a Dio. “Voi, diceva Agostino, che nel Vangelo credete quello che volete, e non credete quello che non volete, credete a voi stessi piuttosto che al Vangelo” [S. Augustinus, lib. XVII, Contra Faustum Manichaeum, cap. 3]. Fine della citazione.
Come previsto, è bastata una delegazione di soli 5 cattolici tradizionalisti per mandare in tilt i parrocchiani del paese di Arcole (provincia di Verona, diocesi di Vicenza) e per far desistere dal promesso confronto pubblico “don” Diego Castagna, attore di un Gesù fintamente crocifisso in una Via Crucis per i migranti, contro il femminicidio e per il diritto al lavoro.
Cosa c’entreranno questi temi con la Via Crucis, che dovrebbe essere una pia devozione alla Passione di Nostro Signore morto in Croce dopo atroci sofferenze per la redenzione del mondo in espiazione dei suoi tanti peccati? Perché questa teatralizzazione sacrilega di un momento così doloroso e solitamente votato alla penitenza?
Ieri mattina, dopo averlo concordato telefonicamente, ci siamo recati davanti alla chiesa di Arcole per chiedere queste cose al protagonista di questo show, dopo che già il giornale L’Arena della Vigilia di Pasqua aveva scritto, in termini generali, della nostra disapprovazione, così come, con maggiori chiarimenti, il quotidiano on-line www.veronanews.net . Anche alcuni quotidiani nazionali e la politica ne hanno parlato con toni polemici, in linea coi nostri. Continua a leggere