L’antifascismo snob contro i bis-bis-nipoti
di Massimo Fini
Fonte: Massimo Fini
Nella sua rubrica L’Amaca, pubblicata da Repubblica, Michele Serra trova estremamente disdicevole, e quasi delittuoso, che Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia, abbia candidato alle Europee Caio Giulio Cesare Mussolini, bis-bis nipote del Duce. Il solo cognome lo manda in deliquio e anche sul nome arriccia il nasetto perché ricorda quella romanità cui il capo del fascismo si ispirava (se potesse, il Serra, metterebbe ai ceppi, riesumandolo, anche Cesare, quello vero di “alea iacta est!”). Più che steso tranquillamente su un’amaca Serra sembra seduto sui carboni ardenti e scrive: “Mussolini fu un dittatore, un razzista, un’icona del ridicolo e la rovina del suo popolo”. Che il fascismo sia stato una dittatura non è nemmeno il caso di ricordarlo, anche se meno spietata di quelle a lui contemporanee, ma portando pur sempre sulla coscienza il delitto Matteotti, l’assassinio, in Francia, dei fratelli Rosselli e lo spegnimento, intellettuale e fisico, in carcere di Antonio Gramsci, il fondatore del Partito comunista italiano. Mussolini poi, a differenza di Francisco Franco, ebbe la gravissima responsabilità di entrare in guerra con un alleato con cui non ci saremmo dovuti alleare e di perderla con tutte le conseguenze che ciò ha comportato. Altrimenti sarebbe morto tranquillamente nel suo letto, come Franco, invece di essere giustamente fucilato e poi appeso per i piedi a Piazzale Loreto, insieme a Claretta Petacci, ai gerarchi, quelli responsabili, quelli meno responsabili e altri di nulla responsabili, in una delle pagine più vergognose della nostra Storia che fece orrore agli stessi vincitori americani che allora erano parecchio diversi da quello che sono oggi. Ma la potenza retorica dei discorsi di Mussolini, che affascinò decine di milioni di nostri progenitori, può apparire ridicola oggi che sono passati tre quarti di secolo dal suo apogeo, allora non lo era affatto (per vedere il ridicolo nella retorica di Michele Serra non dovremo aspettar tanto, ci basta leggerlo oggi). Né si può ridurre il Fascismo al ‘Male Assoluto’, come fa Michele Serra peraltro in degnissima compagnia.
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LA NOSTRA STORIA
A furia di evocarlo, alla fine è tornato. Seppur sotto forma di immagine proiettata su piazza Venezia, nonostante tutto ancora la più simbolica, politicamente parlando: parliamo di Benito Mussolini, che gli aderenti al gruppo Azione Frontale, hanno fatto riapparire in divisa da Duce sul celebre balcone per ricordare la fondazione dei Fasci di combattimento, avvenuta in quel di Milano, in piazza San Sepolcro, esattamente il 23 marzo di cento anni fa.
Cent’anni fa un’idea. Rivoluzionaria e reazionaria allo stesso tempo, nuova e dirompente come la guerra che l’aveva preceduta. Un’idea, né di destra né di sinistra, tanto nuova quanto legata alle radici della Tradizione stessa. Un’idea ardita, violenta ed esplosiva che rompeva letteralmente con il presente. I suoi alfieri erano quasi tutti ex combattenti, uomini tempratisi nelle trincee della grande guerra, nel bagno di sangue dell’Apocalisse della modernità. E
Antonio Tajani è stato costretto a una pesante autocritica (e nel giro di qualche ora) per il solo fatto di aver detto che Mussolini fece «anche cose positive». Il presidente del Parlamento europeo non doveva permettersi di fare questa (ovvia) affermazione? Lo scandalo che si è prodotto è il sintomo eloquente della decadenza delle politica e della cultura politica in Europa. In altri tempi, quando la scena pubblica era occupata da uomini di ben altro spessore, nessuno si sarebbe mai stupito di ascoltare giudizi del genere. Anche antifascisti coerenti e a tutto tondo non si limitarono alla condanna ma espressero in qualche occasione anche giudizi positivi. Ciò non significava una diminuzione di “antifascismo” ma l’espressione di una cultura politica capace di cogliere la complessità dei fenomeni storici.
di Emilio Giuliana
«Se potessi avere mille lire al mese» cantava nel 1939 il maestro Mazzi. Che tempi. I telefoni bianchi al cinema e Amedeo Nazzari che minacciava la peste su chiunque non avesse avuto voglia di brindare con lui. L’ Impero che era tornato sui Sette Colli e c’ erano un po’ di altre faccende fra le quali la più incredibile: l’ Italia senza debito pubblico.
(VERAMENTE, TUTTO L’ELENCO DEGLI ATTI RELATIVI ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE SONO GIA’ STATI PUBBLICATI DA ANNI DA PADRE BLET…)
Non è bastata un’indignazione che è ormai sentimento nazionale. Non sono bastate le denunce per istigazione all’odio razziale. Non sono bastate neanche le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che di quella indignazione si è fatto portavoce, dicendo chiaramente che le istituzioni democratiche rifiutano e condannano ogni negazionismo verso la tragedia delle foibe. L’Anpi insiste e continua a negare che le violenze sul nostro confine orientale furono una vera e propria pulizia etnica operata dai partigiani titini contro gli italiani. Stavolta succede a Milano, dove a scatenare i deliri pseudostorici dell’Anpi è una mostra su Norma Cossetto promossa dal Municipio 5 e organizzata prendendo spunto dal fumetto Foiba Rossa, che ne racconta la storia in una forma editoriale innovativa.
Crescendo ho imparato che non vi sono nemici da combattere, ma verità da difendere.