Beatrice Venezi sistema i miserabili

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di Raffaele Amato

 

Beatrice Venezi sistema i miserabili – L’Inquisizione antifascista è sempre attiva e non si lascia sfuggire occasione per tentare di mettere a tacere le voci libere.

Uno dei suoi nuovi obiettivi è Beatrice Venezi, direttore d’orchestra e pianista di altissimo livello oltre che, cosa gravissima, consigliere del Ministero della Cultura del governo Meloni.

Per di più la musicista ha rifilato un sonoro schiaffone agli sceriffi del politicamente corretto quando ha dichiarato di voler essere chiamata “direttore” piuttosto che “direttrice” d’orchestra. Era il 2021, ma pare che la Boldrini stia riprendendosi soltanto adesso.

I motivi abbondano

Insomma, i motivi per far schiumare di rabbia i neopartigiani in servizio permanente effettivo abbondano.

E così una decina di manifestanti l’ha contestata lo scorso aprile a Limoges, cantando Bella Ciao e Bandiera rossa – quest’ultimo, noto inno di tolleranza, di pace e di amore -.

In seguito alcune associazioni antifasciste hanno chiesto al sindaco di Nizza di annullare un suo concerto, previsto per il prossimo Capodanno.

Monumentale la replica della Venezi: “Il talento non si inchinerà mai davanti a dei miserabili”.

Potevano restare inattivi i compañeros di casa nostra, già inviperiti per il governo meloniano? Giammai!

Celebrazioni pucciniane

Ecco quindi scattare le bande – non musicali – dei partigiani del terzo millennio, direzione le celebrazioni pucciniane iniziate a Lucca, in piazza Napoleone, lo scorso 11 luglio, con un concerto dell’orchestra Carlo Felice di Genova diretta da Venezi.

Con eroismo degno di tal nobile causa, il sindaco di Viareggio, Giorgio Del Ghingaro, ha annunciato il proprio forfait, motivandolo con la presenza nel programma dell’Inno a Roma, evidentemente pericolosissimo per la democrazia.

L’inno fu scritto da Puccini nel 1919, quindi ben prima del regime mussoliniano, ma durante questo fu abbondantemente eseguito e divenne successivamente una delle colonne sonore delle manifestazioni del MSI.

Sacrilegio, quindi!

Per i benpensanti che hanno chiesto alla Venezi di non suonarlo, ecco la risposta:” L’ho sempre eseguito e continuerò a farlo. Stiamo facendo una guerra all’intenzione di Puccini. I tedeschi allora cosa dovrebbero fare con la musica di Wagner? Mi sembra che loro abbiano fatto pace con la loro memoria storica. Puccini lo scrive nel 1919, è un inno patriottico. Continuare a leggere queste cose sotto un profilo ideologico lo trovo vetusto e superato”.

Insuperabile Beatrice

Insomma, un’artista ma anche una donna straordinaria, che non si lascia intimidire e non le manda a dire. Ce ne vorrebbero tante di Beatrice Venezi.

E sarebbe il caso che tanti esponenti di questo centrodestra tremebondo, di questo centrodestra fatto di troppi don Abbondio, imparassero da lei come si risponde all’arroganza e al sopruso.  Ci piace particolarmente la risposta data ai miserabili di Nizza.

Ci piace l’uso di quel termine, “miserabili”, che identifica ottimamente e senza ipocrisie gli appartenenti a quel mondo, che pretende di essere il solo custode del bene e di annullare gli altri. Miserabili e ignoranti, incapaci di capire l’arte, la cultura, la bellezza, il pensiero. Capaci solo di odiare.

Miserabili.

Raffaele Amato

 

Articolo completo:Beatrice Venezi sistema i miserabili – (2dipicche.news)

Perché Kiev si rifiuta di indagare sul massacro di Maidan 2014?

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Fonte: Come Don Chisciotte

di Christina Sizova, reporter moscovita che si occupa di politica, sociologia e relazioni internazionali.

La fase attiva delle ostilità in Ucraina dura da più di 500 giorni. Durante questo periodo, sono morte decine, forse centinaia di migliaia di persone.

Nel frattempo, i governi occidentali hanno speso miliardi per sostenere la guerra e in Russia è iniziata una discussione concreta sulla possibilità di utilizzare armi nucleari.

Ivan Katchanovski, un ricercatore canadese di origine ucraina, ritiene che la prima tessera del domino sia caduta quasi dieci anni fa, quando le proteste di massa – oggi note come “EuroMaidan” – scoppiarono nella capitale ucraina.

In un giorno, a Kiev rimasero uccise più di 100 persone, tra manifestanti e polizia. La leadership ucraina, i politici occidentali e i media incolparono la forze speciali di polizia Berkut, ma molti fatti suggeriscono che i manifestanti potrebbero essere stati uccisi da altri “compagni oppositori”.

Nel suo articolo ‘Il processo e le rivelazioni dell’inchiesta sul massacro di Maidan: implicazioni per la guerra e le relazioni tra Ucraina e Russia‘, Katchanovski mostra come l’incapacità di indagare correttamente su crimini decennali abbia contribuito a portare le relazioni internazionali allo stato attuale.

Il massacro di Maidan: i risultati dell’indagine

Gli eventi in questione iniziarono il 21 novembre 2013, quando il governo ucraino sospese i preparativi per la conclusione di un accordo di associazione con l’Unione Europea. Intorno alle 22 dello stesso giorno, le prime proteste – sostenute dai principali leader dell’opposizione dell’epoca – scoppiarono nella piazza principale di Kiev.

Inizialmente, il raduno non attirò molte persone. Nel primo giorno, parteciparono tra i 1.000 e i 1.500 attivisti. Tuttavia, dopo alcuni giorni, quelli più estremisti  eressero una tendopoli in piazza Maidan. Alla fine si impadroniranno di diversi edifici amministrativi,  formato “forze di autodifesa” armate e sarebbero poi entrati in conflitto diretto con le forze dell’ordine.

Gli eventi raggiunsero il culmine tra il 18 e il 20 febbraio 2014, quando cecchini non identificati aprirono il fuoco sulla Maidan. Di conseguenza, furono uccise più di cento persone, tra cui manifestanti e agenti della forza speciale di polizia Berkut, parte del Ministero degli Affari Interni dell’Ucraina. Secondo l’Ufficio del Procuratore Generale, 2.442 persone rimasero ferite durante l’Euromaidan. Qualcuno doveva essere ritenuto responsabile del massacro e coloro che sono saliti poi al potere a seguito del colpo di stato hanno trovato rapidamente i presunti “colpevoli”.

Fu aperto un procedimento penale contro l’ex Presidente Viktor Yanukovych, che era fuggito dal Paese. Fu accusato di omicidio di massa di civili. Anche le forze speciali di polizia Berkut furono accusate dei crimini di Maidan, tra cui l’uso di armi contro i civili.

La grande bugia dell'Ucraina: perché Kiev si rifiuta di indagare sul massacro di Maidan 2014?Le persone depongono fiori e rendono omaggio al monumento ai manifestanti antigovernativi uccisi negli scontri con la polizia in Piazza Indipendenza il 23 febbraio 2014 a Kiev, Ucraina. © Brendan Hoffman / Getty Images

I capri espiatori

A febbraio 2015, i procuratori affermarono che 25 agenti del corpo Berkut e altri individui non identificati erano stati coinvolti nell’uccisione dei manifestanti. Due anni dopo, il capo del Dipartimento di Indagini Speciali dell’Ufficio del Procuratore Generale, Sergei Gorbatyuk disse che i membri del Berkut avevano ricevuto illegalmente dei bonus tra i 3.000 e i 5.000 grivna (337 e 562 dollari, all’epoca) per aver usato la forza contro i manifestanti.

I procedimenti giudiziari contro gli ex agenti di polizia iniziarono in tutto il Paese, spingendo molti agenti del Berkut a trasferirsi in Russia. La narrativa che implica che gli omicidi di Maidan del febbraio 2014 siano stati commessi dal Berkut non è mai stata messa in discussione dai funzionari ucraini, né dai loro sponsor occidentali.

Tuttavia, l’indagine continua ancora oggi. Nel febbraio dello scorso anno, il Procuratore Generale Irina Venediktova ha dichiarato che i tribunali ucraini avevano inflitto condanne a 50 persone per reati legati agli eventi di Maidan. Ha anche notato che su 518 accusati, 248 sono stati i rinvii a giudizio, mentre 372 persone sono state giudicate colpevoli.

Molte domande, tuttavia, rimangono senza risposta. Gli omicidi dei primi ‘attivisti’ di Maidan rimangono irrisolti. Anche il già citato “caso dei cecchini” rimane aperto – coloro che hanno sparato ai manifestanti e alle forze dell’ordine non sono stati toccati. I crimini contro la polizia non sono nemmeno oggetto di indagine, anche se secondo l’Ufficio del Procuratore Generale, 721 di loro sono stati feriti durante gli eventi di Euromaidan.

“La narrazione dominante in Ucraina e in Occidente attribuisce il massacro dei manifestanti di Maidan al governo di Yanukovych e per lo più ignora le uccisioni della polizia. Con alcune eccezioni, i media occidentali e ucraini non hanno riportato le rivelazioni del processo e dell’inchiesta sul massacro di Maidan, riguardanti i cecchini negli edifici controllati da Maidan”, afferma Ivan Katchanovski.

Cosa è successo veramente?

La versione degli eventi che accusano le forze di polizia Berkut è sempre stata priva di prove a sostegno. L’avvocato Alexander Goroshinsky ha dichiarato a RIA Novosti, nel 2019, che la mattina del 20 febbraio 2014, 39 poliziotti e militari sono stati feriti e quattro sono stati uccisi. Alla sera dello stesso giorno, 63 persone erano state ferite.

“Qualcuno ha sparato metodicamente contro gli ufficiali di Berkut e i soldati e gli ufficiali delle truppe interne”, ha affermato.

Nell’aprile 2014, l’emittente statale tedesca ARD/Das Erste TV ha condotto un’indagine giornalistica e ha concluso che la narrazione approvata dalla Procura ucraina era incoerente. Il giornalista Stephan Stuchlik ha presentato le prove che i manifestanti erano stati colpiti alle spalle dai loro stessi compagni.

Rimangono aperte diverse questioni importanti. Una di queste è se, quel 20 febbraio, gli oppositori sono stati davvero colpiti alle spalle.

Questo è importante perché proprio dietro di loro si trovava l’Hotel Ukraina, controllato dall’opposizione. Ciò significa che potrebbero essere stati colpiti dalla loro stessa gente. Abbiamo parlato con testimoni oculari, esperti di tiro e specialisti di balistica a questo proposito. Sostengono che sì, sicuramente [le persone] sono state colpite alla schiena”, ha detto il giornalista.

La possibilità che il massacro sia iniziato quando i manifestanti hanno sparato alla polizia è stata sollevata anche in un’inchiesta della BBC. Un uomo di nome Sergey ha dichiarato all’emittente statale britannica che, insieme ad un altro uomo, ha sparato dei colpi contro la polizia da un edificio che era poi sotto il controllo dei manifestanti. Secondo lui, i colpi sparati contro gli agenti del Berkut hanno costretto la polizia a ritirarsi.

SITU Research ha anche osservato che “è chiaro dalle prove forensi che le persone sono state colpite alla schiena” e “qualcuno sparava dai tetti”.

Questi rapporti sono stati confermati dal militante Ivan Bubenchik. Nel 2016, parlando nel film documentario ‘Brantsi‘ (‘Prigionieri’), diretto da Vladimir Tikhy, ha ammesso di aver sparato agli agenti di polizia del Ministero degli Interni con una mitragliatrice. “Dicono che li ho uccisi colpendoli alla nuca, ed è vero. Erano in piedi con le spalle rivolte a me. Non ho avuto la possibilità di aspettare che si girassero. Ho sparato dalla finestra più lontana dal Maidan, dietro le colonne del terzo piano. Da lì, potevo vedere chiaramente la polizia con gli scudi, posizionata vicino alla Stele”, ha detto Bubenchik.

La grande bugia dell'Ucraina: perché Kiev si rifiuta di indagare sul massacro di Maidan 2014?Manifestanti antigovernativi trasportano i feriti durante i continui scontri con la polizia in Piazza dell’Indipendenza, nonostante la tregua concordata tra il Presidente ucraino e i leader dell’opposizione, il 20 febbraio 2014 a Kiev, Ucraina. © Jeff J Mitchell / Getty Images

1.000 ore di riprese video, decine di testimoni

Queste sono solo alcune delle testimonianze oculari disponibili pubblicamente nel caso degli omicidi di Maidan. Katchanovski ha basato la sua indagine su circa 1.000 ore di filmati ufficiali del processo per il massacro di Maidan, del processo per tradimento di Yanukovych e dell’indagine su questi eventi in oltre 2.500 sentenze giudiziarie disponibili nel database ufficiale online.

Katchanovski nota che il filmato che mostra le forze di polizia Berkut sparare ai manifestanti è stato presentato al processo.

Tuttavia, l’ora e la direzione degli spari nel video non coincidevano con il momento delle sparatorie a Maidan. Ritiene che i video e le altre prove presentate durante il processo abbiano confermato che tre manifestanti sono stati uccisi (in via Institutskaya) prima che la polizia arrivasse e aprisse il fuoco.

Allo stesso tempo, gli avvocati di Berkut hanno sottolineato che l’ora e la direzione del colpo sparato da un manifestante con un fucile da caccia (come si vede nel video e nella foto) coincidevano con l’ora e la direzione del colpo che ha ucciso un ufficiale delle forze speciali, come stabilito dagli esperti forensi dello Stato.

Katchanovski sostiene che il tiratore di Maidan è stato identificato ma non è stato accusato.

Al processo sono stati mostrati anche video inediti registrati dal canale televisivo belga VRT. Il filmato mostra un manifestante che avverte gli altri di non avanzare perché i cecchini posizionati all’interno dell’Hotel Ukraina stavano sparando ai manifestanti, e che aveva visto i lampi dei colpi sparati. Il video VRT mostra anche un proiettile che colpisce un albero in direzione di un gruppo di manifestanti. Questi si girano, indicano l’hotel e gridano ai cecchini, chiedendo loro di non sparare.

Circa 51 dei 72 manifestanti di Maidan feriti, che la polizia Berkut è accusata di aver attaccato il 20 febbraio, e la cui testimonianza è stata resa nota, hanno affermato durante le indagini e al processo di essere stati colpiti dai cecchini da luoghi e edifici controllati dagli attivisti di Maidan. Hanno testimoniato di aver visto personalmente i cecchini o di averne sentito parlare da altri manifestanti. Un totale di 31 manifestanti feriti hanno detto di essere stati attaccati dall’Hotel Ukraina, dalla banca Arkada, dal Palazzo Ottobre, dagli edifici di Museyny Lane e di Gorodetsky Street, tutti edifici e territori allora controllati dalle forze di opposizione.

Cecchini georgiani

Secondo una narrazione, coloro che hanno sparato ai manifestanti non erano cittadini ucraini, ma mercenari stranieri, anche dalla Georgia. Questo è stato dichiarato per la prima volta dall’ex comandante dell’unità d’élite dell’esercito georgiano “Avaza”, il generale Tristan Tsitelashvili, che ha affermato di sapere che i georgiani avevano partecipato agli eventi del Maidan.

La grande bugia dell'Ucraina: perché Kiev si rifiuta di indagare sul massacro di Maidan 2014?Manifestanti antigovernativi camminano tra detriti e fiamme vicino al perimetro di Piazza dell’Indipendenza, nota come “Piazza Maidan”, il 19 febbraio 2014 a Kiev, Ucraina. © Brendan Hoffman / Getty ImagesNel febbraio 2018, diversi cittadini georgiani hanno ammesso in un’intervista a RIA Novosti di aver sparato ai manifestanti. Koba Nergadze, un ex militare dell’esercito georgiano, ha detto che i cecchini erano venuti a Kiev con l’aiuto di Mamuka Mamulashvili, un ex consigliere dell’ex presidente georgiano Mikheil Saakashvili. Nergadze e il suo gruppo hanno ricevuto 10.000 dollari e hanno promesso altri 50.000 dollari dopo il ritorno da Kiev. Sono entrati in Ucraina con passaporti falsi. A Kiev, il gruppo aveva sede in via Ushinsky e ogni giorno partecipava agli eventi di Maidan.

Nella sua indagine, Katchanovski ha notato che, nelle interviste rilasciate ai media statunitensi, italiani, israeliani, macedoni e russi, i cecchini georgiani avevano affermato di aver ricevuto l’ordine, insieme a gruppi di cecchini degli Stati baltici e ucraini associati a movimenti di estrema destra, di sparare sia ai manifestanti che alla polizia, per impedire a Yanukovych e ai leader di Euromaidan di firmare un accordo di pace.

Nessun accusato

Nonostante i numerosi fatti, l’esame delle prove, le registrazioni video e le testimonianze oculari, Katchanovski è scioccato dal fatto che nessuno sia stato condannato o arrestato per l’omicidio e il ferimento degli agenti di polizia.

Ritiene che ciò sia dovuto al fatto che l’Ufficio del Procuratore Generale sia stato diretto da politici dei partiti di estrema destra Svoboda e Fronte Popolare, che hanno partecipato direttamente agli eventi del 2013-2014, o da stretti collaboratori dei successivi Presidenti Petr Poroshenko e Vladimir Zelensky.

“Il fatto che membri di spicco dei partiti Svoboda e Fronte Popolare siano stati scelti per dirigere l’Ufficio del Procuratore Generale, anche se questi partiti sono stati accusati da altri attivisti di Maidan e dalle confessioni dei membri georgiani dei gruppi di cecchini di Maidan, di essere stati direttamente coinvolti nel massacro, suggerisce un insabbiamento e un ostruzionismo”, afferma Katchanovski.

Ha anche sottolineato che il processo ha portato alla luce casi di manomissione delle prove. I proiettili dei manifestanti presumibilmente morti e feriti sono apparsi e scomparsi senza alcuna documentazione, oltre a cambiare dimensioni, forma e confezione. Ad esempio, il rapporto autoptico di Maxim Shymko elencava un frammento di proiettile giallo e tre grigi, ma negli esami balistici forensi, un frammento grigio è stato sostituito da un nuovo frammento di proiettile giallo di dimensioni molto più grandi. Poi questo nuovo frammento di proiettile è stato abbinato a un fucile Berkut Kalashnikov, ribaltando numerosi esami forensi precedenti senza fornire alcuna spiegazione.

La grande bugia dell'Ucraina: perché Kiev si rifiuta di indagare sul massacro di Maidan 2014?Un uomo reagisce accanto ai fiori lasciati per i dimostranti antigovernativi uccisi negli scontri con la polizia il 22 febbraio 2014 a Kiev, Ucraina. © Jeff J Mitchell / Getty Images

Cosa succede ora?

Secondo Katchanovski, queste conclusioni sono importanti per comprendere l’Euromaidan, le cause del conflitto in Ucraina, nonché i conflitti tra Russia e Ucraina e tra Russia e Occidente.

Egli sostiene che il massacro a false flag abbia portato al rovesciamento violento del governo ucraino, di fatto sostenuto dall’Occidente e all’adesione della Crimea alla Russia, al conflitto armato in Ucraina e all’offensiva russa del febbraio 2022.

“I processi e le rivelazioni investigative dimostrano che non le proteste popolari di ‘Euromaidan’, ma questa messa in scena di omicidi di massa e tentativi di assassinio contro Yanukovych sono stati decisivi per il suo rovesciamento. Dimostrano che, contrariamente alle narrazioni dominanti in Ucraina e in Occidente, la transizione politica durante l’Euromaidan non è stata democratica. Questa uccisione di massa dei manifestanti e della polizia è stata anche uno dei crimini politici e delle violazioni dei diritti umani più significativi nella storia dell’Ucraina indipendente”, scrive Katchanovski.

Egli ritiene che il fallimento delle forze dell’ordine ucraine e del sistema giudiziario nel garantire una risoluzione adeguata degli eventi di Euromaidan abbia minato lo Stato di diritto e la prospettiva di riconciliazione nella società ucraina, che si è trovata divisa in termini di sostegno alle proteste di Maidan, così come ad altre questioni politiche durante e dopo Euromaidan.

Nel frattempo, è improbabile che il verdetto del tribunale per il massacro di Maidan porti giustizia a causa della politicizzazione del caso e della mancanza di indipendenza del sistema giudiziario ucraino, soprattutto durante le ostilità in corso tra Russia e Ucraina.

Le varie narrazioni del massacro di Maidan hanno complicato qualsiasi soluzione pacifica della situazione in Crimea e Donbass, così come il conflitto tra l’Occidente e la Russia, e hanno avvelenato le relazioni tra Russia e Ucraina.

“Consegnare alla giustizia i veri responsabili del massacro di Maidan in Ucraina è un passo difficile, ma necessario, per risolvere questi pericolosi conflitti”, conclude l’autore.

Come molti altri, Katchanovski è pienamente consapevole che il sostegno de facto dell’Occidente al rovesciamento violento del governo democraticamente eletto in Ucraina – ottenuto con il massacro di Maidan – ha portato ai conflitti in Crimea e Donbass, al conflitto tra Russia e Ucraina e tra Russia e Occidente.

Come risultato di ‘Euromaidan’, l’Ucraina è diventata uno Stato cliente degli Stati Uniti, scrive Katchanovski. Egli osserva inoltre che questo ha portato alle ostilità tra l’Ucraina e la Russia e a una guerra per procura tra l’Occidente e la Russia in Ucraina.

Il massacro di Maidan e l’incapacità dell’Ucraina di garantire un’indagine equa hanno avuto conseguenze globali.

È persino possibile che alla fine possa sfociare in una guerra diretta tra la NATO e la Russia, che potrebbe diventare nucleare.

Fonte: https://www.rt.com/russia/579602-big-lie-behind-modern-ukraine/

Traduzione a cura della Redazione di ComeDonChisciotte.org

Riforma giustizia, cosa c’è dietro le mosse di Nordio

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I principi liberali di una riforma radicale: ecco le idee che il ministro della Giustizia sta applicando per le sue norme

Pubblichiamo un estratto dal capitolo conclusivo dell’ultimo libro di Carlo Nordio dal titolo “Giustizia” edito da Liberilibri. Il titolo di questo ultimo capitolo è “Principi liberali per una riforma radicale” e spiega quale pensiero c’è dietro la riforma varata ieri, primo passo per un cambiamento radicale del sistema giustizia in Italia.

Chiediamo soccorso all’ottimismo della volontà e proviamo a delineare un sistema che distilli al meglio, o almeno nella misura minima sufficiente, i principi idonei a riportare la giustizia italiana nell’ambito della razionalità e dell’efficienza. […] Questi principi, secondo noi, devono esser conformi alla cultura illuministico-liberale. E per attuarli pienamente è necessaria una nuova Costituzione. […]

La nostra Costituzione è un continuo ripensamento di concetti troppo conservatori per placare i progressisti, troppo arditi per gratificare i conservatori, e troppo confusi per convincere ambedue. E se è vero che questo bilanciamento di interessi si trova in tutti i Paesi, è altrettanto vero che soltanto da noi ha assunto una tale alterazione di equilibri da invertire il rapporto tra regola ed eccezione. L’esempio più clamoroso è costituito dalle intercettazioni telefoniche e ambientali. Se ne fanno in un anno circa 150 mila: quasi tutte hanno coinvolto persone ignare e innocenti, alcune hanno coinvolto anche parlamentari e sfiorato un paio di Presidenti della Repubblica. Dopo essere state sapientemente selezionate e mutilate sono state consegnate alla stampa, con grave danno di immagine anche per persone estranee al processo. Di fronte a questa vergogna è difficile pensare che il primo comma dell’art. 15, che fissa la regola della segretezza delle comunicazioni, non ne costituisca piuttosto l’eccezione: la piccola parte di liberalismo che ornava la nostra Costituzione si è decomposta sotto i colpi di una parte della magistratura esaltata dalla sua missione sacerdotale.

Ma che significa concretamente adottare i principi dell’illuminismo liberale? Significa essenzialmente questo: abbandonare la funesta utopia del cosiddetto Stato etico, che fino ad ora ha condizionato il nostro ordinamento attraverso il connubio di teorie apparentemente incompatibili: il fascismo, il cattolicesimo e il marxismo, concordi nel considerare il cittadino una creatura da istruire e tutelare, per assoggettarlo rispettivamente allo Stato, alla Chiesa e al Partito. […]

Lo Stato liberale non ha queste immaginazioni infantili. Prendendo atto dei limiti e dei difetti della nostra imperfetta natura, non pretende di assicurare la felicità ma soltanto di garantire il diritto a procurarsela, attraverso quella libertà economica, religiosa e culturale, nella cui esplicazione lo spirito umano si realizza secondo le sue aspirazioni e le sue possibilità, con la sola imposizione, doverosa e solidale, di una redistribuzione della ricchezza che inevitabilmente si accumula in misura ineguale nelle persone più dotate nel progettarla, più spregiudicate nel perseguirla, e più egoiste nel mantenerla. E la garanzia dello svolgimento di queste attività in modo libero, pacifico e ordinato, sta proprio nella legge: in quella fondamentale, la Costituzione, e in quelle ordinarie, a cominciare dai codici.

Una volta adottata una Costituzione realmente liberale, si dovrà infatti prendere atto che le nostre leggi sono troppo numerose per essere conosciute, e troppo contraddittorie per essere applicate. Il loro numero è inversamente proporzionale alla loro efficacia, e la loro incertezza è sinonimo di disordine, sciatteria, opinabilità e corruzione. […]

Abbiamo disposizioni severe e attitudini perdoniste, una voce grossa e un braccio inerte, una giustizia lunga e il fiato corto: vogliamo intimidire senza reprimere e redimere senza convincere. Siamo anche un po’ ipocriti; contrabbandiamo la nostra accoglienza dei migranti come carità cristiana, mentre si tratta solo di impotenza e rassegnazione davanti alle spregiudicate strategie delle organizzazioni criminali. Abbiamo decretato l’espulsione di decine di migliaia di clandestini, ma di fatto ne abbiamo rispediti indietro una trascurabile minoranza. Abbiamo guadagnato il loro rancore e perso la nostra fiducia. La riforma radicale e per certi aspetti rivoluzionaria di uno Stato liberale si propone di affrancare il cittadino dall’abbraccio soffocante dello Stato, di favorirne l’avvicinamento attraverso una semplificazione dei diritti e dei doveri, e, per quanto riguarda la giustizia penale, attuare il garantismo nella sua duplice funzione: la presunzione di innocenza e la certezza della pena.

Carlo Nordio

Fonte: https://www.nicolaporro.it/riforma-giustizia-cosa-ce-dietro-le-mosse-di-nordio/

Ideologie

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di Marco Tarchi

Fonte: Diorama letterario

Le avevano date per morte, o perlomeno tramontate. Incapaci di esercitare sulle menti umane la presa di un tempo, di mobilitare entusiasmi ed energie, di spingere al sacrificio o all’abiezione – come era accaduto nell’arco di più di due secoli, perlomeno dalla nascita dell’Illuminismo in poi.

Le avevano date per morte, o perlomeno tramontate. Incapaci di esercitare sulle menti umane la presa di un tempo, di mobilitare entusiasmi ed energie, di spingere al sacrificio o all’abiezione – come era accaduto nell’arco di più di due secoli, perlomeno dalla nascita dell’Illuminismo in poi. Si pensava che sopravvivessero soltanto in microscopiche nicchie destinate a una lenta progressiva estinzione, dove conventicole di fanatici si intestardivano a celebrare i loro riti fuori dal tempo, a farsi coraggio a vicenda per superare il crescente isolamento, a coltivare rabbiosi e utopici sogni di rivalsa. Insomma, per le ideologie si era intonato il de profundis, in un primo momento in modo ancora circospetto, quasi sottovoce, poi con toni sempre più alti, fino a giungere – dopo la svolta avviata dal memorabile autunno 1989 – ad un coro possente alimentato dai proclami paralleli di politici ed intellettuali (specialmente da quelli che, nell’uno e nell’altro campo, più avevano creduto e fatto credere nella loro benefica insostituibilità e che adesso, con atti di pubblica contrizione più o meno sincera ed esibita, si dichiaravano pentiti e convertiti).

Nata, come tutte le mode culturali del secondo dopoguerra, negli Stati Uniti d’America con il libro del 1960 The End of Ideology, una raccolta di scritti di Daniel Bell, un sociologo che, per dare ulteriore credibilità a quanto sosteneva non esitava a definirsi «socialista in economia, liberale in politica e conservatore nella cultura», la tesi della scomparsa dei sistemi di credenze politico-sociali dall’orizzonte della contemporaneità – che lo stesso Bell avrebbe definito una dozzina di anni dopo, con innegabile acume, «postindustriale», è stata ovviamente a lungo contrastata, spesso con una malcelata irritazione, dai teorici del marxismo e delle sue varie derivazioni. Quando queste ultime hanno subìto la dura replica della storia, ha dilagato senza trovare ostacoli, banalizzandosi fino a diventare un luogo comune spacciato senza ritegno nei salotti televisivi come nelle aule o nei convegni universitari.

In questo percorso, della tesi sono andati smarriti, o sono rimasti sottotraccia, alcuni dei connotati originari fondamentali. Bell infatti aveva sostenuto che ad essere in via di esaurimento erano le vecchie “ideologie umanistiche” sviluppatesi nel corso del diciannovesimo e della prima metà del ventesimo secolo, ma che altre credenze, di raggio più limitato (parochial), ne avrebbero preso il posto. E quella sua intuizione trovava a suo avviso conferma, come sostenne nell’introduzione alla nuova edizione del 2000 della sua più nota opera, nel fiorire di conflitti ispirati a rivendicazioni di carattere etnico e/o religioso che allora si manifestavano soprattutto all’interno degli Stati dell’ex-blocco sovietico (e che, da allora in poi, si sono estesi a molte altre aree del pianeta). Una visione che aveva non poche somiglianze, se non coincidenze, con quella espressa nel troppo spesso mal (o non) letto e frainteso lavoro di Samuel Huntington su Lo scontro delle civiltà.

Se dunque non si può far carico a Bell della distorsione del suo punto di vista, o dell’attribuzione di intenzioni che il suo studio non aveva, questa colpa va attribuita a molti di coloro che sul tema da lui sollevato hanno ricamato, in buona o in mala fede, per diffondere la convinzione che ai nostri giorni i conflitti politici, sociali e culturali che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi abbiano a che fare non più con opposte visioni del mondo ma, più prosaicamente, con divergenze sul modo di risolvere razionalmente problemi di interesse pubblico o con semplici appetiti di potere di individui e/o gruppi mossi da ambizione, avidità o – perché no? – follia o altre patologie psicologiche.

Cavalcando questa lettura, gli scopi che si vogliono raggiungere sono di una duplice natura. Da un lato, si vuol far credere che, una volta lacerato il velo accecante dei “pregiudizi” ideologici, tutte le questioni rilevanti che attraversano le società odierne possano e debbano essere risolte ricorrendo ad argomenti e soluzioni “razionali”, a partire dal paradigma utilitaristico che lega la bontà di ogni azione al rapporto costi/benefici (individuali o collettivi) che la ispira. Dall’altro, si punta a fare dell’”Occidente liberale” il luogo esclusivo di elezione e applicazione di questa razionalità, e quindi a fare dei criteri di ragionamento e di comportamento a questa ispirati il modello unico ideale a cui ogni governo, ogni uomo politico, ogni intellettuale – ma, in fondo, ogni individuo – dovrebbe in qualunque frangente ispirarsi e piegarsi. Detta più sinteticamente e in altri termini, dietro questa apparente negazione del ruolo svolto dalle ideologie nella nostra epoca c’è la precisa volontà di far crescere ulteriormente giorno dopo giorno, con tutti gli strumenti del soft power, l’unica ideologia che la ruling class considera proficua ed ammissibile: l’occidentalismo.

Va detto, ad evitare fraintendimenti, che – pur poggiando su alcuni pilastri indiscutibili, che nella loro essenza derivano dalla “rivoluzione moderna” attivata dalla predicazione illuministica – questa ideologia non presenta la stessa monoliticità e fissità delle ideologie del passato recente, provviste di padri fondatori e “testi sacri”. Nelle espressioni concrete dimostra una capacità di adattamento ed evoluzione notevole, che le permette di declinarsi in forme distinte e persino in taluni casi in apparenza contrastanti, allargando la platea potenziale dei suoi destinatari. Se l’individualismo, l’universalismo, il materialismo e il cosmopolitismo sono i suoi caratteri di fondo irrinunciabili, il repertorio delle sue incarnazioni può variare lungo l’intera vasta gamma di opzioni offerta dalle varianti del liberalismo, dalle versioni più conservatrici alle più progressiste, passando per gli ibridi socialdemocratici. E soprattutto può assumere il travestimento più efficace, presentandosi come un sinonimo di democrazia e innalzando il vessillo delle libertà (formali e individuali) come paravento, pur liquidando contemporaneamente il popolo – quel demos cui la parola attribuisce il kratos – come un mito, un’entità introvabile, una mera finzione, o, peggio, un veicolo di demagogia dietro cui spunta l’ombra dell’autoritarismo. Perché non al popolo, ma all’individuo – che è l’unica entità reale riconosciuta in quest’ottica – questa ideologia attribuisce il primato.

Se si è capaci di identificarla, o meglio di smascherarla, oltrepassando la cortina fumogena delle manipolazioni dei suoi divulgatori, questa ideologia occidentalista – spesso definita, con minore precisione, pensiero unico, pensiero dominante, politicamente corretto – si mostra oggi in tutta la sua aggressività in tutti i campi della vita collettiva. Nelle versioni progressiste è alla base del forte slittamento della “sinistra” dalla difesa dei diritti sociali all’affermazione dei diritti individuali – laddove i primi erano e sono definiti da oggettive condizioni economiche condivise da cospicue frazioni della popolazione, le (un tempo) cosiddette classi subalterne, mentre i secondi si basano sulla pretesa di riconoscimento giuridico di desideri soggettivamente coltivati da minoranze (come nella maggioranza delle rivendicazioni Lgbtq+, dai matrimoni e dalle adozioni omosessuali alla possibilità arbitraria di “cambiare genere” a prescindere dalla propria configurazione cromosomica e, più in generale, biologica). Nelle versioni conservatrici determina sia la progressiva rimozione dei limiti all’espansione planetaria delle grandi concentrazioni economico-finanziarie, con tutte le connesse conseguenze sulle delocalizzazioni industriali, le strategie di dumping, la sostituzione del lavoro umano con l’impiego di macchine guidate dall’”intelligenza artificiale”, e in definitiva il trionfo della logica capitalistica e consumistica più brutale, sia l’adesione incondizionata, a volte supina ma non di rado entusiasta, al progetto di ulteriore rafforzamento dell’egemonia planetaria degli Stati Uniti d’America, che dell’ideologia occidentalista sono la culla, il fulcro e la garanzia.

È in obbedienza agli imperativi di questa ideologia che oggi assistiamo a campagne di propaganda senza precedenti – in apparenza distinte e persino remote, ma di fatto convergenti – volte a vincere ogni residua resistenza al dilagare della way of life occidentalista. Non c’è alcun bisogno di credere, come è tipico di taluni ambienti marginali ed infantilmente estremisti, ad un complotto ordito in segrete stanze per fa trionfare il Nuovo Credo dell’era globalizzata. Come in tutti i casi in cui si è assistito al dilagare di febbri ed infezioni ideologiche, è la saldatura fra presupposti empirici e suggestioni teoriche a fare da veicolo delle convinzioni indotte che via via si impongono. Quando i mezzi d’informazioni impiegano l’arma psicologica del ricatto fondato sulla commozione e sulla compassione per giustificare l’accesso indiscriminato delle masse migratorie in Europa o per fare del conflitto russo-ucraino l’emblema della lotta finale tra il Male e il Bene, oppure si sforzano di giustificare gli atti di vandalismo degli “ecologisti radicali” o degli iconoclasti attivisti della cancel culture, o le pretese di chi, in nome dell’antirazzismo o della “letta contro le discriminazioni”, mira a promuovere un razzismo di segno inverso e ad imporre un senso di colpa generalizzato a tutti coloro che hanno il “difetto” di essere nati con la pelle bianca e di sesso maschile, non ci si può stupire se i loro messaggi trovano ascolto in considerevoli settori della popolazione, specialmente fra i più giovani, che hanno ormai da tempo abbandonato la lettura e la riflessione per concedere a tv e “social” la possibilità di plasmare e deformare le loro menti.
Se questa è la situazione che ci troviamo dinanzi, è bene che quanti non intendono restare inerti a contemplarla e desiderano, invece, combatterla si rendano conto che alle suggestioni dell’ideologia non si può far fronte che con la forza di credenze alternative in grado di reggere il confronto. E che un primo passo indispensabile per ostacolare seriamente la penetrazione sempre più invadente dei dogmi occidentalisti è l’elaborazione di una visione coerente e sistematica che abbia alla sua base i principi simmetrici a quelli proclamati dagli avversari: comunitarismo e visione olistica della società, radicamento nelle identità plurali delle culture che regalano al mondo la ricchezza della sua diversità, richiamo alle tradizioni popolari, riscoperta del Sacro, giustizia sociale, accettazione dell’esistenza di un ordine naturale.

È questa la strada che abbiamo intrapreso quasi mezzo secolo fa e che abbiamo costantemente percorso malgrado gli ostacoli, le incomprensioni, i boicottaggi, le irrisioni e le diffamazioni a cui abbiamo dovuto far fronte. È il motivo per cui, fin dall’inizio, abbiamo valorizzato il contributo di riflessione che ci veniva da chi, come noi, perseguiva gli stessi obiettivi in altri paesi – Alain de Benoist in primo luogo –, senza complessi di inferiorità e senza nascondere, quando ci sembrava necessario, qualche divergenza, ma sforzandoci di promuovere un proficuo interscambio di idee. Ed è anche la ragione che ci ha portato, e ci porta, non solo a rifiutare gli inutili e controproducenti richiami a modelli del passato inadatti al confronto con la nostra epoca, ma anche i compromessi opportunistici con il pensiero dominante. Abbiamo scelto la via metapolitica, e abbandonato quella politica, perché la sapevamo più efficace e libera dalle tentazioni dell’abiura. E, ancora una volta, facciamo appello a coloro a cui giunge la nostra voce perché vogliano condividere questa nostra scelta in vista degli obiettivi comuni, scartando scorciatoie, nostalgie, ipocrisie. Solo così si potrà lanciare una sfida efficace alla sola egemonia ideologica oggi esistente, quella dell’occidentalismo liberale.

(l’editoriale di Diorama Letterario 373)

Alluvione in Romagna, due lezioni dalla Storia

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di Gianfranco Amato

Una lapide a Ravenna ricorda la tremenda alluvione che sommerse la città – per oltre due metri – nel 1636. In risposta, lo Stato Pontificio inaugurò un grande piano di interventi idraulici, di cui si beneficia ancora oggi. Basta dunque con la propaganda sul clima. E si faccia prevenzione.

Nella sua opera De Oratore, il grande Cicerone ci insegnava che la Storia è maestra di vita. Una delle lezioni oggi più inascoltate di quel famoso giurista. La Storia, in realtà, non è soltanto un parametro per educarci a vivere. Serve anche per capire la realtà e leggere la cronaca in maniera intelligente. Riesce pure a smentire le sesquipedali balle che vorrebbe imporre l’ideologia ecologista a proposito di global warming e crisi climatica.

Prendiamo ad esempio la recente alluvione romagnola. Proprio a Ravenna, capitale simbolica di quell’area d’Italia, all’incrocio tra via Cavour e via Salaria è possibile fare un tuffo nel passato andando a leggere una piccola lapide nella quale si trova la seguente iscrizione: «Addì 28 maggio 1636 sin qui l’acqua arrivò». È il ricordo della peggiore inondazione della città, avvenuta proprio la notte tra il 27 e il 28 maggio di 387 anni fa, quando l’acqua dei fiumi Ronco e Montone sommerse la città per oltre due metri, dopo sei giorni ininterrotti di pioggia. Il livello delle acque raggiunse il secondo piano delle case, e le strade si trasformarono in veri e propri fiumi, tanto da dovere costringere i soccorritori a mettere in salvo gli abitanti caricandoli su barche. Le cronache dell’epoca raccontano con il linguaggio di quel tempo: «Quando cominciò apparire il giorno si videro le povere famiglie con li loro figlioli su li tetti delle loro case; et si sentiva voce rauche e lamentevole chiamare aiuto, dal cielo e dalla terra; era cosa di straordinario terrore». Sembra la descrizione di quanto accaduto nel maggio dell’Anno del Signore 2023.

Quel cataclisma indusse l’allora governo pontificio, di cui la Romagna faceva parte, ad avviare un grande piano di interventi idraulici, che previdero, tra l’altro, la riunificazione dei due fiumi che causarono l’inondazione e la costruzione di un canale di congiungimento della città al mare (ultimato verso il 1737), cui venne dato il nome dell’allora papa Clemente XII, al secolo Lorenzo Corsini. Come si vede, lo Stato della Chiesa era in fondo molto più illuminato e moderno di quanto gli storiografi risorgimentali hanno fatto credere nei loro testi. Va peraltro ricordato che se Ravenna si è salvata dal totale allagamento della città durante l’attuale alluvione, lo si deve proprio agli interventi idraulici disposti dall’allora legato apostolico in Romagna, il cardinale piacentino Giulio Alberoni (1664-1752). Circostanza che, a onor del vero, ha ricordato lo stesso sindaco di Ravenna, Michele de Pascale, in un videomessaggio dei giorni scorsi rivolto ai suoi cittadini in cui ha descritto nei dettagli la dinamica degli allagamenti.

In questo caso la Storia ci insegna due cosePrimo, che non bisogna attendere gli eventi catastrofici ma occorre intervenire per realizzare opere di prevenzione, esattamente come fece l’allora legato apostolico cardinal Giulio Alberoni, che non si limitò a pregare e sperare nella Provvidenza né a prendersela, come si direbbe oggi, con i capricci di madre natura.

La seconda lezione ci dice che forse è arrivato davvero il tempo di smetterla con la tiritera del clima che è cambiato. Quanto è accaduto nel 2023 in Romagna è la replica esatta di ciò che è successo nel 1636, e ciclicamente nei secoli precedenti, con buona pace di Greta Thunberg , dei gretini, e degli ecovandali imbrattatori. Con buona pace anche dei politici a caccia di pretesti.

La Storia si è incaricata di rendere ancora più risibile e patetica la giustificazione addotta in Consiglio regionale dal presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, per ottenere la mozione con cui è stata chiesta la sua nomina a Commissario straordinario per la ricostruzione delle zone colpite dall’alluvione. In quell’occasione, infatti, lo stesso Bonaccini ha fondato il presupposto della sua pretesa sul «cambiamento climatico globale con cui dobbiamo fare i conti». Bisognerebbe ricordare al caro presidente che i conti, forse, è meglio farli con la Storia.

 

Articolo completo: Alluvione in Romagna, due lezioni dalla Storia – La Nuova Bussola Quotidiana (lanuovabq.it)

 

I giovani di oggi: una generazione in guerra con sé stessa

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di Cristina Gauri

Ad un primo sguardo, i giovani sembrerebbero condannati. E non è colpa loro: non saremo certo noi a raccogliere il testimone dei tromboni boomer in vestaglia, tanto svelti a puntare il ditino al grido di «signora mia dove andremo a finire» e «ai miei tempi», quando a ben vedere sono proprio loro ad aver regalato ai giovani un futuro che li condanna a solitudine, disoccupazione, povertà, dipendenza, immaturità. Non solo consegnano alle nuove generazioni un mondo a pezzi, ma nemmeno sono in grado di fornire loro gli strumenti per ricostruirlo.

Non è un mondo per giovani

Tuttavia, boomer o meno, non si può fingere che il quadro non sia desolante: dati, episodi, vicende mostrano una prospettiva d’insieme davvero poco rosea, e soprattutto una complessiva rassegnazione all’immutabilità dello stato delle cose. Chiusi in una dimensione che, in maniera asfissiante, inizia a combaciare con la narrazione dei social, dello streaming, del narcisismo spinto di un mondo che sembra esigere l’idea dello stare sempre sotto i riflettori per potersi dire vivi.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di aprile 2023

Stritolati tra modelli profondamente sbagliati, superficiali, deteriori, a cominciare da quelli impartiti nei banchi di scuola: suonata la campanella, li aspetta una società che li valuta utili solo in quanto consumatori a cui vendere mode, stili, cavalcando l’enfatica idea del progresso sociale, della coltre dei «diritti» sotto la quale si celano omologazione e spesso morte.

Gli indicatori sono tutti alle stelle: disoccupazioneabbandono scolasticodroghedisturbi alimentari, tendenze autolesionistiche e suicide – come il fenomeno hikikomori ­– o l’aggregazione in gang in contesti urbani sempre più alienanti e degradati; il tutto mentre l’apparato culturale mainstream lancia improbabili allarmi su pseudo «disagi» fabbricati ideologicamente e presuntamente patiti da una fetta insignificante di popolazione.

Gioventù disturbata

Veniamo invece ai disagi veri. Quelli che due anni di restrizioni, per giustificare l’allarme pandemia, hanno fatto impennare drammaticamente, sacrificando almeno due generazioni: segregate, criminalizzate, private del diritto allo sport e alla socializzazione, spaventate da una terrordemia spietata e da genitori ancora più terrorizzati, convinti di agire nell’interesse dei figli. (Spoilerhanno peggiorato la situazione). Stupisce poco il dato dell’Inps, secondo cui, delle oltre 300mila richieste del bonus psicologo offerto dal governo, il 60% arrivava da under 35.

Più di due milioni (quasi tre milioni stimati) e di età sempre più giovane sono gli adolescenti italiani che soffrono di disturbi del comportamento alimentare (Dca), tra cui anoressia e bulimia. Letà di esordio, spiega Annalisa Venditti, psicologa esperta dei disturbi del comportamento alimentare presso il Gruppo Ini-Istituto neurotraumatologico italiano, «è tra i 15 e i 25 anni, anche se sono appunto in aumento i casi dagli 11-12 anni». Rifiuto del cibo o, al contrario, grandi abbuffate seguite da vomito, abuso di lassativi-diuretici o sport estremo di compensazione, restano i problemi più frequenti, «ma ad essere in aumento è anche la risposta maschile della vigoressia, ovvero l’ossessione di un fisico prestante» che «porta i ragazzi a una continua ossessione per il tono muscolare, l’allenamento, una dieta ipocalorica e iperproteica a cui spesso si aggiunge l’uso di sostanze illegali per raggiungere tale obiettivo».

Un profondo disagio personale, radicato spesso nei traumi familiari irrisolti, che convoglia la spinta al miglioramento estetico in una patologia, aggravata dall’utilizzo degli onnipresenti social, che presentano confronti con modelli di bellezza irraggiungibili. Gli ultimi dati diffusi da Jama Pediatric riportano una media globale di 1 giovane su 5 affetto da Dca: l’Italia si classifica drammaticamente oltre il dato mondiale con 1 caso su 3. Il colpo di grazia lo hanno dato le restrizioni Covid. Durante i primi 6 mesi di misure pandemiche, i casi di…

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/giovani-oggi-generazione-in-guerra-con-se-stessa-260701/

Femminismo contro vera femminilità

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di Vittoria Alliata di Villafranca

La russofobia come formula di colonizzazione

Un anno fa, quando l’insegnamento di Dostoevskij è diventato un problema nelle università italiane e i più grandi cantanti e direttori d’orchestra russi che ora vivono in Occidente sono stati costretti a rinunciare pubblicamente alla loro patria o a perdere il lavoro, mi sono detto: “Benvenuti a bordo!”.

La russofobia è solo l’ultima delle tante forme di odio deliberatamente create per i moderni metodi e formule di colonizzazione. Il suo manifesto può essere considerato il testamento con cui Cecil Rhodes (l’organizzatore dell’espansione coloniale britannica in Sudafrica alla fine del XIX secolo, l’architetto dell’apartheid, il fondatore della Rhodesia. – Ndr), ha affermato la supremazia degli anglosassoni e il loro diritto a dominare il mondo e a sfruttarne le risorse.

Io stesso provengo dalla Sicilia, un’isola multiculturale del Mediterraneo, che per millenni è stata crocevia di civiltà uniche che hanno prodotto un patrimonio grande e allo stesso tempo davvero vivo. Negli ultimi 70 anni, però, la Sicilia è stata conosciuta soprattutto per le atrocità della mafia, che è stata rilanciata dall’esercito americano, sbarcato sull’isola apparentemente solo per liberare l’Europa dal nazismo.

Sì, i nazisti sono stati il primo ISIS* – un’organizzazione terroristica che commette impunemente terrore in ogni forma e imita una forte religiosità. Ma nonostante i tentativi di eroici siciliani di ogni estrazione sociale di opporsi a questo demonio, l’industria cinematografica occidentale ha creato un’immagine denigratoria del mio Paese, volta a legittimare l’occupazione americana. Con un’enorme base militare che opera ancora in prima linea contro la Russia e il mondo arabo.

Il razzismo anglosassone distrugge i ponti tra Europa e Asia

La stessa forma di campagna d’odio è stata lanciata con successo contro i nativi americani, per giustificare e legittimare la confisca delle loro proprietà e dei loro diritti territoriali attraverso la calunnia sistematica. Un esempio tipico è il film muto britannico del 1899, di stampo genuinamente razzista, Indian Kidnapping.

Le campagne di odio dell’industria cinematografica occidentale divennero – in nome della cosiddetta “civiltà” – uno strumento di occupazione geopolitica strategica. Giustificavano la pulizia etnica, la guerra biologica, la schiavitù e l’assimilazione forzata. Così, nelle parole di Benjamin Franklin, il padre fondatore degli Stati Uniti, “questo è il disegno della Provvidenza: sradicare questi selvaggi per liberare una terra che possa essere coltivata”.

Come studioso di arabo e di islam e come presidente della German-Arab Society, vorrei ricordare i terribili anni successivi agli eventi dell’11 settembre 2001, quando non si potevano leggere giornali arabi in pubblico senza essere sospettati di essere coinvolti con i terroristi. Naturalmente, la proliferazione di stereotipi viziosi e controversi sugli arabi, descritti come pigri e crudeli, sospettosi, creduloni e fraudolenti, ha origini molto più antiche.

Edward Said fa risalire le loro origini all’invasione dell’Egitto da parte di Napoleone nel 1798. Lo studioso palestinese, pioniere degli studi postcoloniali, mostra come l’ideologia dell’orientalismo occidentale affermi la nozione di popoli mediorientali come inferiori, sottomessi e bisognosi di salvezza. Di conseguenza, questi stereotipi razzisti hanno creato una visione del mondo che giustifica il colonialismo occidentale e la distruzione e l’occupazione di interi Paesi, a partire dal Nord Africa e da gran parte dell’Asia occidentale, e poi Iraq, Siria, Afghanistan.

Per non parlare della Palestina, i cui arabi hanno dovuto pagare – con il dramma della Nakba (l’espulsione di centinaia di migliaia di arabi palestinesi dalle loro terre a seguito delle guerre arabo-israeliane. – Ndr) – per il progetto di selezione razziale della Società Eugenetica. Un progetto lanciato dagli anglosassoni razzisti Cecil Rhodes, Arthur Balfour e Alfred Miller e proseguito da Hitler. Che gli anglosassoni nominarono Cancelliere nel 1933, sfruttando la loro influenza sul sistema bancario tedesco per trascinare il Paese in guerra con l’Unione Sovietica e la Francia.

Può sembrare che l’offensiva dell’Occidente contro il mondo arabo e, in generale, islamico fosse finalizzata a impadronirsi illegalmente dei suoi beni economici e strategici. Ma questa è solo una verità parziale. Ad esempio, gli stessi gruppi jihadisti wahhabiti caucasici che hanno creato, addestrato e finanziato, tra gli altri, la guerra in Libia, Siria e Tunisia, dichiarano apertamente che il loro obiettivo è quello di minare la Russia e le ex repubbliche musulmane sovietiche.

Il sistema multipolare religioso ed etnico del Caucaso e dell’Asia centrale è sopravvissuto dall’epoca zarista grazie ai grandi sceicchi della Qadiriya, della Naqshbandiya e di altri ordini sufi, che si sono opposti con forza alla lotta per il cosiddetto “Stato Islamico”. La stessa famiglia imperiale, come il resto della nobiltà russa, era multietnica.

Le popolazioni autoctone di etnia non russa – polacchi, georgiani, lituani, tartari, azeri e tedeschi – hanno sempre costituito un segmento importante della nobiltà. Mia cugina era sposata con il pronipote dello zar Alessandro III, il principe Alessandro Romanov, che ora riposa nel nostro santuario di Palermo.

La distruzione di questi forti ponti che collegano l’Europa e l’Asia attraverso la Russia è un processo pericoloso e suicida, che dobbiamo essere pronti a impedire per il bene della pace e dell’armonia umana.

Il femminismo come principale ariete dell’Occidente

La russofobia non è altro che il prodotto di un progetto a lungo termine: la distruzione della Russia per le stesse ragioni per cui molti Paesi arabi, come il Libano, sono stati distrutti o sono sotto attacco. E queste ragioni non sono solo il petrolio, la ricchezza e le questioni geostrategiche, ma anche la capacità di aderire a modelli diversi di società multiculturali tradizionali.

Uno dei principali strumenti utilizzati per questo progetto sono le donne, le prime vittime dell’”orientalismo” occidentale, che ha generato un’immagine di promiscuità, schiavitù e ignoranza. Questo è ciò che ho scoperto nei miei numerosi lavori sull’argomento, a partire dal mio bestseller del 1980 L’harem. Il successo di quel libro suscitò una dura reazione e fui oggetto di ogni sorta di attacco per aver infranto molti miti vecchi di due secoli e basati sull’arabofobia.

Senza dubbio molti hanno notato come, dopo il brutale assassinio da parte degli israeliani di donne e bambini palestinesi, o persino di una giornalista con passaporto americano di nome Shirin Abu Akle, o di una giovane attivista americana di nome Rachel Corrie, nessuno dei media mainstream del mondo abbia riportato queste tragedie come realmente accadute. Nessuno ha marciato per chiedere giustizia e nessun gruppo della società aperta ha preso d’assalto gli edifici governativi come è successo in Iran quando la sfortunata ragazza è morta in una stazione di polizia a causa di un tumore al cervello.

Quando Daria Dugina, una donna profondamente cristiana e molto bella che rappresentava al meglio l’Europa con la sua capacità intellettuale di combinare l’antica filosofia greca e la tradizione russa, è stata uccisa in un attacco terroristico, nessuna femminista indignata ha chiesto sanzioni internazionali per il crimine o l’ha candidata al Premio per i diritti umani.

Le donne sono la prima e principale forza utilizzata per distruggere le società tradizionali nei Paesi sovrani. Un esempio: il ministro degli Esteri tedesco, Annalena Berbock, è una donna così impopolare sul pianeta che quando è arrivata in India per il G20 è stata accolta solo dal suo stesso ambasciatore. Di recente ha emanato e finanziato una legge sulla “politica estera femminista” da 96 milioni di euro per “divulgare la sensibilità di genere nel mondo”.

L’obiettivo di questo documento, redatto da diverse istituzioni europee, è quello di “decostruire le strutture di potere presumibilmente ‘naturali’… come ingiuste, discriminatorie e oppressive, e di chiedere l’abolizione del patriarcato e l’uguaglianza di genere in tutte le sfere della società”. In un’analisi dettagliata di questa legge, l’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza spiega che l’obiettivo emancipatorio del femminismo è quello di abolire qualsiasi forma di dominio tra i sessi. Alcuni approcci sostengono che ciò implica l’abolizione del capitalismo. Altre interpretazioni mettono in discussione l’esistenza dello Stato, visto come un apparato repressivo patriarcale. Una concezione inclusiva del femminismo accetta anche altre identità, come quella LGBTQIA+, e rifiuta di fissarsi su uomini e donne cisgender la cui identità di genere corrisponde al sesso assegnato alla nascita.

E quindi?

Ovviamente, la “politica estera femminista” è un altro modo per interferire con le politiche dei Paesi che si rifiutano di approvare tali leggi e intendono proteggere le loro strutture tradizionali. Quindi, per vincere la guerra mediatica contro queste forme di odio, dobbiamo promuovere l’immagine di quelle donne che rappresentano il meglio del mondo tradizionale.

Così come l’Occidente ha creato l’icona della Principessa Diana per la sua eleganza e il suo stile, allo stesso modo dobbiamo fare di Darya Dugina un simbolo di tutte quelle donne che ancora lottano con coerenza per un mondo tradizionale multipolare. Dobbiamo dare loro la forza di farsi valere. Non tutte le donne possono essere un’eroina come Daria Dugina. Ma ogni donna può dare un po’ del suo amore per costruire un mondo migliore.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/femminismo-contro-vera-femminilita

Ci stiamo avvicinando a un movimento attraverso il ciclo – ma prima verrà il disordine

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di Alastair Crooke

L’Occidente collettivo si sta avvicinando alla fine di un ciclo? O siamo ancora a metà ciclo? E potrebbe trattarsi di un punto di inflessione epocale?

La domanda che ci si pone a questo punto è: l’Occidente collettivo si sta avvicinando alla fine di un ciclo? O siamo ancora a metà ciclo? E si tratta di un mini-ciclo di quattro generazioni o di un punto di inflessione epocale?

L’intesa russo-cinese e il malcontento tettonico globale nei confronti dell’“ordine delle regole” – sulla scia di una lunga traiettoria di catastrofi dal Vietnam, all’Iraq, all’Ucraina – sono sufficienti a far passare l’Occidente alla fase successiva del cambiamento ciclico, dall’apice alla disillusione, al ripiegamento e alla stabilizzazione finale? Oppure no?

Un punto di inflessione importante è tipicamente un periodo storico in cui tutte le componenti negative dell’era precedente “entrano in gioco” – tutte insieme e in una volta sola; e quando una classe dirigente ansiosa ricorre a una repressione diffusa.

Elementi di tali crisi di inflessione sono oggi ovunque presenti: profondo scisma negli Stati Uniti; proteste di massa in Francia e in tutta Europa; una crisi in Israele; economie che vacillano e la minaccia di una crisi finanziaria ancora indefinita che gela l’aria.

Eppure, la rabbia esplode alla sola idea che l’Occidente sia in difficoltà; che il suo “momento di gloria” debba lasciare il posto ad altri, e a modi di fare di altre culture. La conseguenza di un tale momento di epocale “in-etweeness” è stata storicamente caratterizzata dall’irruzione del disordine, dal crollo delle norme etiche e dalla perdita di presa su ciò che è reale: il nero diventa bianco, il giusto diventa sbagliato, l’alto diventa basso.

Ecco dove ci troviamo: nella morsa dell’ansia dell’élite occidentale e nella disperazione di far girare le ruote del “vecchio macchinario”, con i suoi cricchetti che si aprono e si chiudono rumorosamente e le sue leve che si incastrano e si spostano, il tutto per dare l’impressione di un movimento in avanti quando, in realtà, praticamente tutta l’energia dell’Occidente è consumata semplicemente per mantenere il meccanismo rumorosamente in alto e non farlo precipitare in un arresto irreversibile e disfunzionale.

Questo è il paradigma che governa oggi la politica occidentale: il raddoppio dell’Ordine delle Regole senza un progetto strategico di ciò che si suppone di ottenere, anzi senza alcun progetto, se non quello di “incrociare le dita” affinché emerga, ex machina, qualcosa di vantaggioso per l’Occidente. Le varie “narrazioni” di politica estera (Taiwan, Ucraina, Iran, Israele) contengono poco di sostanziale. Sono tutte abili linguistiche; appelli alle emozioni, senza alcuna sostanza reale.

Tutto questo è difficile da assimilare per coloro che vivono nei Paesi non occidentali. Infatti, essi non si trovano di fronte alla ripetuta riedizione da parte dell’Europa occidentale dell’iconica riforma laica ed egualitaria della società umana della Rivoluzione francese – con “il timbro, il sapore e l’ideologia specifici” che cambiano a seconda delle condizioni storiche prevalenti.

Altre nazioni che non sono afflitte da questa ideologia (cioè, di fatto, il non-Occidente) trovano tutto ciò perplesso. La guerra culturale dell’Occidente tocca appena le culture al di fuori della propria. Eppure, paradossalmente, domina la geopolitica globale – per ora.

Il “sapore” di oggi è definito “la nostra” democrazia liberale – il “nostro” sta a significare il suo legame con un insieme di precetti che sfugge a una chiara definizione o nomenclatura; ma una, che a partire dagli anni Settanta, è andata alla deriva in una radicale inimicizia verso il tradizionale retaggio culturale europeo e americano.

L’aspetto singolare dell’attuale rievocazione è che, mentre la Rivoluzione francese mirava a raggiungere l’uguaglianza di classe e a porre fine alla divisione tra l’aristocrazia e i suoi vassalli, il liberalismo di oggi rappresenta una modifica dell’ideologia” che, come suggerisce lo scrittore statunitense Christopher Rufo, “dice che vogliamo categorizzare le persone in base all’identità di gruppo e poi equiparare i risultati su ogni asse – prevalentemente l’asse economico, l’asse della salute, l’asse dell’occupazione, l’asse della giustizia penale – e poi formalizzare e applicare un livellamento generale”.

Vogliono un livellamento democratico assoluto di ogni discrepanza sociale, che arrivi fino alla storia, alle discriminazioni e alle disuguaglianze storiche, e che la storia venga riscritta per evidenziare queste antiche pratiche, in modo che possano essere eliminate attraverso una discriminazione inversa.

Cosa c’entra tutto questo con la politica estera? Beh, praticamente tutto (a patto che il “nostro” liberalismo mantenga la sua presa sul quadro istituzionale occidentale.

Tenete a mente questo contesto quando pensate alla reazione della classe politica occidentale agli eventi, ad esempio, in Medio Oriente o in Ucraina. Sebbene l’élite cognitiva si dichiari tollerante, inclusiva e pluralista, non accetta la legittimità morale dei suoi avversari. Ecco perché negli Stati Uniti – dove la guerra culturale è più sviluppata – il linguaggio utilizzato dai suoi operatori di politica estera è così intemperante e incendiario nei confronti degli Stati non conformi.

Il punto è che, come ha sottolineato il professor Frank Furedi, il “timbro” contemporaneo non è più solo conflittuale, ma anche costantemente egemonico. Non è una “svolta”. È una rottura: La determinazione a sostituire altri gruppi di valori con un “ordine basato sulle regole” di ispirazione occidentale.

Essere un “liberale” (in questo senso stretto) non è qualcosa che si “fa”, ma è ciò che si “è”. Si pensano “pensieri giusti” e si pronunciano “discorsi giusti”. In questa visione, la persuasione e il compromesso riflettono solo una debolezza morale. Chiedetelo ai neoconservatori statunitensi!

Siamo abituati a sentire i funzionari occidentali parlare dell’“Ordine basato sulle regole” e del Sistema multipolare come rivali in un nuovo quadro globale di intensa “competizione”. Questo, tuttavia, significherebbe fraintendere la natura del progetto “liberale”. Non sono rivali: Non ci possono essere “rivali”; possono solo essere altre società recalcitranti che hanno rifiutato l’analisi e la necessità di sradicare tutte le strutture culturali e psicologiche di iniquità dai loro domini. (Per questo la Cina è perseguitata per le sue presunte carenze nei confronti degli uiguri).

Il privilegio cognitivo della “consapevolezza” è alla base del “raddoppio” occidentale nell’imposizione di un ordine globale basato su regole: Nessun compromesso. L’impresa morale è più interessata alla sua elevata posizione morale che a fare i conti o a gestire, ad esempio, una sconfitta in Ucraina.

Proprio ieri, la Bank of America di Londra è stata costretta a interrompere una conferenza online di due giorni sulla geopolitica e si è scusata con i partecipanti in seguito all’indignazione espressa per i commenti di un oratore, considerati “filorussi” da alcuni partecipanti.

Cosa è stato detto? Le osservazioni del professor Nicolai Petro durante la sessione in cui ha detto che: “In qualsiasi scenario, l’Ucraina sarebbe stata la più grande perdente della guerra: La sua capacità industriale sarebbe devastata… e la sua popolazione si ridurrebbe con la partenza di persone in cerca di lavoro all’estero. Se questo è ciò che si intende per eliminare la capacità dell’Ucraina di condurre una guerra contro la Russia, allora quest’ultima [la Russia] avrà vinto”. Il professor Petro ha aggiunto che il governo degli Stati Uniti non ha alcun interesse a un cessate il fuoco, perché ha più da guadagnare da un conflitto prolungato.

Non è ammesso alcun compromesso. Parlare così, abitare l’altopiano morale occidentale creando “cattivi”, è chiaramente più importante che fare i conti con la realtà. I commenti del professor Petro sono stati condannati in quanto “riprendono i discorsi di Mosca”.

Tuttavia, questi rivoluzionari culturali si trovano di fronte a un’insidia, scrive Christopher Rufo,

“Il loro non è un compito facile. È molto difficile e, di fatto, credo sia in qualche modo impossibile. Se si guarda anche alla Rivoluzione culturale cinese degli anni ’60… Avevano un programma di livellamento economico e sociale che era più totalitario e più drastico di qualsiasi cosa fosse mai accaduta in passato. [Eppure, dopo il crollo della Rivoluzione, dopo il periodo di ridimensionamento, gli scienziati sociali hanno analizzato i dati e hanno scoperto che una generazione dopo le disuguaglianze iniziali si erano stabilizzate… Il punto è che il livellamento forzato è molto sfuggente. È molto difficile da raggiungere, anche quando lo si fa con la punta di una lancia o di una pistola.”

Il progetto di livellamento, essendo essenzialmente nichilista, viene catturato dal lato distruttivo della rivoluzione – i suoi autori sono così assorbiti dallo smantellamento delle strutture che non si curano della necessità di riflettere sulle politiche, prima di lanciarsi in esse. Questi ultimi non sono abili nel fare politica, nel far “funzionare” la politica.

Così, il malcontento per la serie di fallimenti della politica estera occidentale cresce. Le crisi si moltiplicano, sia per numero che per dimensioni sociali. Forse ci stiamo avvicinando a un punto in cui si comincia a muoversi attraverso il ciclo – verso la disillusione, il ripiegamento e la stabilizzazione; il passo preliminare alla catarsi e al rinnovamento finale. Tuttavia, sarebbe un errore sottovalutare la longevità e la tenacia dell’impulso rivoluzionario occidentale.

“La rivoluzione non opera come un movimento politico esplicito. Opera lateralmente attraverso la burocrazia e filtra il suo linguaggio rivoluzionario attraverso il linguaggio terapeutico, il linguaggio pedagogico o il linguaggio del dipartimento HR aziendale”, scrive il professor Furedi. “E poi stabilisce il potere in modo antidemocratico, aggirando la struttura democratica: usando questo linguaggio manipolativo e morbido – per continuare la rivoluzione dall’interno delle istituzioni”.

Articolo originale di Alastair Crooke

Traduzione di Costantino Ceoldo

Fonte: https://www.geopolitika.ru/it/article/ci-stiamo-avvicinando-un-movimento-attraverso-il-ciclo-ma-prima-verra-il-disordine

L’Occidente liberale è anestetizzato, succube di un potere che può fare ciò che vuole

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di Matteo Castagna

 

L’articolo è stato pubblicato anche su Arianna Editrice di ieri e su “Il 2 di Picche” di oggi.

 

TRE MILIONI DI FRANCESI SI SONO RIVERSATI NELLE STRADE E HANNO MESSO A FERRO E FUOCO LE CITTÀ

Tre milioni di francesi si sono riversati nelle strade e hanno messo a ferro e fuoco le città, incendiando il municipio di Bordeaux, in un moto rivoluzionario che, per numeri, durata e modalità, non si hanno ricordi. Tutti contro Macron ed il governo che ha innalzato di due anni l’età pensionabile. Sappiamo bene che l’Occidente liberale è anestetizzato, succube di un potere che può fare ciò che vuole, imporre regole assurde, rubare e metterci le mani nel conto corrente, imporre leggi folli e giustificare i rincari spaventosi delle bollette e dei beni di prima necessità con una grottesca richiesta di sacrifici a pensionati e lavoratori già oberati dalla pressione fiscale più alta d’Europa.

Riescono, addirittura, con un abile utilizzo della comunicazione pubblica, a propinarci che l’energia ed il cibo abbiano costi da capogiro per colpa di Putin, che ha chiuso i rubinetti e voluto la guerra. Sappiamo, invece, che la responsabilità è delle sanzioni che l’Ue ha imposto alla Russia, ma che, di fatto, pagano i cittadini dei Paesi membri, tramite inflazione e rincari. Noi siamo sempre pronti a cedere. Ci fanno andare in pensione a 67 anni e non a 62 come in Francia, ma da noi i sindacati cosa fanno e a cosa servono? Noi italiani ce lo confidiamo al bar, oppure lo scriviamo sui social. I francesi si spingono oltre. Si ribellano. E noi, sempre con quello spirito disincantato e malinconico, siamo, subito, pronti al confronto piagnone: perché nel Belpaese le persone tartassate ed umiliate stanno sul divano, pur subendone di ogni sorta da una Ue sanguisuga, che ci sta indebitando e dettando un’agenda spaventosa?

Il problema è antropologico. Non abbiamo alle spalle quei secoli di monarchia unitaria e di abitudine a vivere insieme che formano, secondo Renan, la base psichica di una nazione. “Nei “paesi della fiducia”, la critica può spingersi fino a bruschi trapassi e terremoti elettorali. I “paesi della sfiducia” sono immobili, stagnanti, il loro voto è lento, “vischioso”, come si dice da noi. Li spazzano a tratti ondate di furore nichilista, meglio vi prospera il disordine. A un Nord di libera iniziativa e democrazia fondamentalmente sana, si contrappone un Sud perpetuamente in bilico tra miasmi anarchici e tentazioni autoritarie, con economie zoppicanti e le più basse percentuali di popolazione attiva: l’Italia, la Spagna, il Portogallo, il carnevale dell’America Latina. […]

La riflessione di Leopardi, “Gl’italiani non scrivono né pensano sui loro costumi”, resta, per la nostra classe politica, attualissima. A differenza dai colleghi francesi, nessuno dei nostri capi di Stato, di governo o di partito, sembra preoccuparsi profondamente, al di là dei discorsi ufficiali ed elettorali, dell’Italia come motivo di riflessione, di indagine, di affetto. Alla nave dello Stato in pericolo, Orazio si rivolgeva come ad una persona cara. Mentre i nostri capi di governo e ministri non dedicano all’Italia una indagine, uno studio, un pensiero. Se sono docenti, scrivono trattati scolastici, dispense. Andreotti, il solo ministro con la fama di uomo “colto”, ha gl’interessi di un canonico dell’Ottocento. Un ministro socialdemocratico scrive romanzetti per coprire di immondizie la sua giovinezza fascista. E basta.

Non voglio dire che i ministri francesi scrivano e siano colti, e i nostri no. Poco m’importa di queste gare. Dico che là c’è gente che pensa, e studia, e soffre e s’interroga sulle sorti di quella che, incontestabilmente, e per tutti, è la Patria. E qua, dove nessuno adopera questo nome obsoleto, tutti parlano sciattamente di un “Paese”, che sarà laboratorio di nuove formule, arengo di chiacchiere, forziere da saccheggiare, ma a nessuno viene in mente di farne oggetto di studio di riflessione, di cura affettuosa.

Se è vero (è sempre Leopardi) che “il popolaccio italiano è il più cinico dei popolacci”, è vero anche che gli corrisponde la più cinica delle classi dirigenti che mai si siano viste in Europa. E ciò spiega tante cose”. Questo virgolettato che sembra scritto oggi, è stato pubblicato su “Il Giornale” del 18 gennaio 1980 e firmato da Piero Buscaroli. Abbiamo avuto anche noi gente che pensava e amava la Patria. Ora, stretti dalla svogliatezza borghese o indifferenti per il nichilismo strisciante, oppure perché “tanto non cambia nulla” siamo tutti più o meno consapevolmente un po’ Fantozzi e un po’ Tafazzi. E il Sistema ride, mentre noi che guardiamo solo al nostro piccolo orticello, siamo troppi ad esser convinti che agisca per il nostro bene.

 

Per la lettura completa: https://www.informazionecattolica.it/2023/04/03/loccidente-liberale-e-anestetizzato-succube-di-un-potere-che-puo-fare-cio-che-vuole/

Asse Mosca-Pechino 2.0

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di Alexandr Dugin

 

Fonte: Ideazione

La visita del capo della Repubblica Popolare Cinese a Mosca è percepita in tutto il mondo come simbolica. Non è un caso che i leader di Cina e Russia abbiano preceduto questo incontro con articoli di programma. Putin ha descritto come vede le relazioni con la Cina, Xi Jinping ha dato la sua valutazione. In generale, le posizioni dei due leader mondiali coincidono: Cina e Russia sono partner strategici stretti che rifiutano l’egemonia dell’Occidente moderno e sostengono coerentemente un mondo multipolare. Sia Xi Jinping che Putin danno nei loro testi un quadro completo del mondo: il mondo è già multipolare, con la Cina, la Russia e l’Occidente collettivo come poli più consolidati; allo stesso tempo, entrambi i leader sottolineano che né la Cina né la Russia cercano di imporre il proprio modello agli altri popoli, riconoscendo il diritto di ogni civiltà di svilupparsi secondo la propria logica, cioè di diventare un polo a pieno titolo con un sistema di valori sovrano. L’Occidente aderisce all’atteggiamento esattamente opposto e non rinuncia alla speranza di salvare il modello unipolare, che si è completamente screditato – con un’unica ideologia (liberale), con il sistema delle politiche di genere, le migrazioni illimitate, la totale mescolanza delle società e il postumanesimo. Russia e Cina rifiutano unanimemente l’egemonia occidentale e dichiarano la loro incrollabile volontà di costruire un mondo multipolare democratico e veramente libero.
Lo stesso incontro tra Xi Jinping e Putin a Mosca sarà una sorta di sigillo, che suggella un documento sull’era del multipolarismo.
Entrambi i leader hanno sottolineato il significato positivo del piano proposto da Pechino per risolvere il conflitto ucraino e Xi Jinping ha ricordato ancora una volta la necessità della pace e Putin ha riconosciuto le proposte cinesi come ragionevoli e razionali. Un’altra cosa è che l’Occidente e il regime nazista di Kiev hanno rifiutato categoricamente il piano di Xi Jinping senza nemmeno iniziare a discuterlo o a prenderlo in considerazione. Pertanto, è improbabile che abbia una grande importanza, ma la sua stessa esistenza e l’accordo di principio da parte delle due grandi potenze è già un grosso problema.
Sia il conflitto in Ucraina che l’escalation intorno a Taiwan sono generalmente interpretati dai leader di Russia e Cina allo stesso modo, attribuendo la colpa alla politica aggressiva e provocatoria dell’Occidente.
Ora è opportuno spendere qualche parola su come la visita viene percepita a Mosca. Il punto di vista prevalente è generalmente coerente con le affermazioni programmatiche dei nostri leader. Si tratta di una dichiarazione di un mondo multipolare, basato sulla più stretta alleanza geopolitica e di civiltà tra Cina e Russia, pronta a respingere le pressioni dell’Occidente egemone e che offre l’ingresso nel club multipolare alle altre civiltà – islamica, indiana, africana, latinoamericana e, in futuro, allo stesso Occidente – se le élite occidentali rinunceranno al globalismo e all’unipolarismo.
Anche l’accordo su un piano per la risoluzione pacifica del conflitto in Ucraina sottolinea la vicinanza delle nostre posizioni, anche se, dato che l’Occidente e il regime di Zelensky ignorano completamente il progetto cinese, è improbabile che esso abbia una dimensione reale nel prossimo futuro.
Per Mosca, la visita del presidente Xi in un momento così difficile è molto importante. Dimostra che la grande potenza cinese non è affatto solidale con i tentativi di isolare la Russia sulla scena internazionale, come cerca di fare l’Occidente, e che le relazioni tra Paesi e popoli sono a un picco storico.
Questo è più o meno il modo in cui la comunità di esperti russi responsabili vede la visita di Xi Jinping. Si tratta di un gesto simbolico dell’affermata multipolarità rappresentata da due leader mondiali che concordano pienamente tra loro sui principali parametri del futuro.
Tuttavia, in Russia si sentono anche altre voci si sente l’opinione che la Cina stia facendo il proprio gioco, che non abbia intenzione di aiutare la Russia nel suo confronto frontale con l’Occidente e che sia pronta ad avviare negoziati separati con Washington. Ciò è tanto più possibile in quanto l’economia cinese è troppo dipendente dai mercati occidentali e la Cina stessa non è ancora pronta per un conflitto frontale con l’Occidente e cercherà di rimandarlo il più possibile o di evitarlo del tutto, ma nel frattempo la Russia potrebbe essere caduta in difficoltà. L’argomento principale di questi timori è la mancanza di disponibilità della Cina a fornire assistenza militare alla Russia.
Dal mio punto di vista, questi timori si spiegano con il fatto che molti in Russia non comprendono la peculiarità della politica cinese, che consiste in un calcolo deliberato di molte opzioni diverse e si basa principalmente sulla protezione degli interessi nazionali della Cina come Stato. Gli osservatori russi, che temono un tradimento da parte della Cina, non comprendono la strategia cinese stessa, il sogno cinese, che mira alla prosperità del sistema socialista, all’impero confuciano e alla costruzione di un sistema armonioso di relazioni internazionali. La Russia si trova oggi in un confronto più diretto con l’Occidente. La Cina è ben consapevole che la Russia si fa pagare il contraccolpo da se stessa, cioè che la nostra guerra è la sua guerra, o meglio l’assenza di guerra, il suo rinvio. Il sogno cinese è possibile solo con la piena sovranità geopolitica e civile della Cina, e quindi è incompatibile con l’egemonia occidentale e la dittatura liberale. Pertanto, la Cina sarà dalla parte della Russia non solo per ragioni opportunistiche, dalle quali potrebbe ritirarsi in qualsiasi momento se la situazione dovesse cambiare, ma per il suo orientamento strategico verso la piena indipendenza. Allo stesso tempo non ci si deve aspettare che la Cina compia passi troppo drastici nel sostenere militarmente la Russia. Sarebbe del tutto anti-cinese, ma ci sono molti altri modi per aiutare l’amico in una situazione difficile.
Il secondo tipo di critica alle relazioni Russia-Cina deriva dal fatto che la Cina è un gigante economico e demografico. Un riavvicinamento con la Russia la trasformerebbe automaticamente in un partner minore e dipendente, le cui terre e risorse potrebbero sembrare una facile preda per la Cina in rapido sviluppo. Questo timore è logico, ma in pratica si riduce al fatto che insieme la Cina farebbe meglio a preferire l’Occidente. E qui finisce la logica. Siamo in guerra con l’Occidente, ma siamo amici della Cina e l’Occidente nelle sue relazioni con la Russia insiste sulla sua completa subordinazione alle élite liberali occidentali e ai loro rappresentanti russi. La Cina, invece, non impone nulla e la sua strategia è completamente trasparente e razionale.
La risposta a questo timore sarebbe quella di rafforzare la propria identità russa, di compiere una netta svolta nell’economia e nell’industria e di perseguire una politica demografica intelligente. La Russia rischia di diventare un vassallo della Cina solo se si indebolisce completamente e perde la propria sovranità; tuttavia Putin, al contrario, sta cercando di rafforzare la sua sovranità. Pertanto, tutte le proporzioni di uguaglianza e mutuo vantaggio nelle relazioni russo-cinesi saranno rispettate. Il resto dipende solo dalla Russia: la Cina si comporta in modo coerente, prevedibile e aperto. Non ha piani imperialistici nei confronti della Russia (e di altre nazioni).
In ogni caso, la visita di Xi Jinping a Mosca apre una nuova pagina nelle relazioni internazionali. Si tratta di un punto cruciale nello sviluppo del dialogo e della cooperazione non solo tra due grandi Stati, ma anche tra due Civiltà, non è un caso che sia Xi Jinping che Putin abbiano menzionato la necessità di sviluppare la cooperazione umanitaria, progetti educativi, culturali e scientifici comuni. Per conoscersi meglio, è importante che cinesi e russi non si limitino a commerciare ma siano anche amici, proprio come lo sono i popoli e le culture, interessati l’uno all’altro e impegnati a capirsi. L’amicizia personale tra Xi Jinping e Putin è un modello, un archetipo, ma è importante che l’asse Mosca-Pechino 2.0 non si limiti alla comunicazione dei leader di Stato, ma coinvolga anche l’élite intellettuale, i creatori, gli artisti, gli scienziati e la gente comune. Per molti versi, l’Occidente si è chiuso alla Russia. D’altro canto, la Cina, che sta uscendo da una pandemia, sta aprendo le porte ai russi.

ALEKSANDR DUGIN (Mosca, 1962), filosofo e sociologo. Fondatore della scuola geopolitica russa e del Movimento Eurasiatico. Dugin è considerato uno dei più importanti esponenti del pensiero conservatore russo moderno in linea con la tradizione della corrente filosofica, politica e letteraria degli slavofili. Dugin è dottore in Sociologia e Scienze Politiche, PhD in Filosofia e Sociologia. Per 6 anni (2008 – 2014) è stato a capo del Dipartimento di Sociologia delle Relazioni Internazionali della Facoltà di Sociologia dell’Università Statale di Mosca. È autore di oltre 40 libri. Dal 2018 insegna all’Università Fudan​ di​ Shanghai.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

 

Per approfondire: https://ariannaeditrice.musvc2.net/e/t?q=5%3dTaDWW%26C%3d0%26F%3dQVDY%26B%3dRBST%26L%3dpLGG1_JntX_Ux_IYum_Sn_JntX_T3N5O.xIq3AEi7102J64m.AG_IYum_Sn3EKq5BCq_JntX_T321K2-DwKz2-x7z3x2i9qFB-S-H%266%3d0L1NzS.v7G%2601%3dXSSB&mupckp=mupAtu4m8OiX0wt

 

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