Lo stato dell’economia Usa: verso il punto di non ritorno?

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di Giacomo Gabellini

Fonte: L’Antidiplomatico

Gli Stati Uniti hanno un serio problema di statistiche, specialmente in materia di rilevazione della disoccupazione. Nonostante le autorità di Washington e i mezzi informativi continuino a parlare di “miracolo occupazionale”, i dati indicano che su una popolazione di circa 332 milioni di persone e una forza lavoro che alla fine di gennaio annoverava 265,92 milioni di individui, ben 100,130 milioni di adulti risultavano inoccupati. Il tasso di partecipazione della forza lavoro alla crescita economica oscilla ormai da anni tra il 62 e il 63%, attestandosi ai livelli più bassi dalla fine degli anni ’70, quando ancora si avvertiva pesantemente l’impatto generato dallo sganciamento del dollaro dall’oro e dagli shock petroliferi.

L’economista e statistico John Williams ha richiamato l’attenzione sull’inadeguatezza dei metodi di rilevazione impiegati dalle autorità nazionali, evidenziando che il tasso ufficiale di disoccupazione (U-3) adoperato dalla Federal Reserve tiene conto soltanto del totale dei disoccupati in percentuale rispetto alla forza lavoro. Il Bureau of Labor Statistics (Bls) prende invece in esame un bacino più ampio (U-6), ricavabile dalla sommatoria tra il numero dei disoccupati e l’ammontare complessivo degli individui impiegati con contratti part-time ma anelanti a lavorare a tempo pieno, oltre al computo delle persone che hanno lavorato per un certo periodo negli ultimi 12 mesi ma che al momento non lavorano né sono alla ricerca di un’occupazione e soffrono di questa condizione di disagio dovuta al particolare stato del mercato del lavoro. Nell’ottica di Williams, una statistica capace di riflettere il reale stato occupazionale del Paese deve tassativamente ricomprendere tanto il tasso U-6 quanto i lavoratori scoraggiati di lungo termine.

Qualora Federal Reserve e Bls applicassero un simile metodo di rilevazione, il tasso di disoccupazione effettivo lambirebbe attualmente la soglia critica del 24,5%. Una percentuale di ben sette volte superiore al tasso ufficiale stimato dalla Fed (3,4%), che ridicolizza la narrazione dominante propugnata da istituzioni e organi di stampa circa il “rivoluzionamento” del mercato del lavoro statunitense, asseritamente passato dall’offrire appena un posto di lavoro per ogni 3,1 disoccupati nel dicembre 2012 a garantire due posti di lavoro per ogni disoccupato nel dicembre 2022. Il rapporto tra disoccupati e posti di lavoro disponibili rappresenta un indicatore tutt’altro che affidabile, perché si presta a una serie di distorsioni particolarmente insidiose. Tanto per cominciare, non tiene conto dei criteri di accessibilità, né del fatto che molti statunitensi svolgono due o addirittura tre lavori simultaneamente.

Allo stesso tempo, l’entità del dato concreto relativo alla disoccupazione ridimensiona enormemente la spinta equilibratrice prodotta dai fenomeni in forte crescita della sindacalizzazione – giunta a coinvolgere gli impiegati presso colossi quali Amazon, Alphabet, Microsoft e Starbucks – e degli scioperi. Il marxiano “esercito di riserva” del capitale rimane assai cospicuo, e continua a fungere – a dispetto della ostentata crescita dei salari reali registrata nel 2022 – da calmieratore delle retribuzioni. L’ostentata crescita dei salari nominali registrata nel 2022 è infatti stata ampiamente compensata dall’aumento vertiginoso dei prezzi al consumo, delle bollette elettriche, delle auto (sia nuove che usate), del carburante e dei generi alimentari verificatosi entro lo stesso arco temporale. Si parla di un crollo dei salari reali pari all’1,7% su base annua, tradottosi non in un proporzionale e concomitante decremento dei consumi, ma in un colossale ridimensionamento degli “accantonamenti prudenziali”.

Combinandosi alla penalizzazione del consumo prodotta dai provvedimenti governativi atti a limitare la diffusione del virus Covid-19, le misure straordinarie a sostegno di famiglie e imprese approvate in seguito allo scoppio della crisi pandemica dall’amministrazione Biden in accordo con il Congresso hanno agevolato un ingente accumulo di risparmi da parte della popolazione statunitense che tendevano ad assottigliarsi in coincidenza con ogni singola riapertura. Lo si evince dai dati, attestanti la sincronia tra le chiusure e i maggiori incrementi della percentuale di risparmio rispetto al reddito. All’aumento dall’8,7 al 26,4% tra il quarto trimestre del 2019 e il secondo trimestre del 2020 fece seguito un crollo al 13,7% al quarto trimestre dello stesso anno. Si verificò quindi una risalita al 20,4% al primo trimestre 2021, anticipatrice di una caduta rovinosa e costante che ha ridotto la disponibilità di risparmi rispetto al reddito ad un “misero” 2,9% alla fine del quarto trimestre 2022.

All’aumento incontrollato dell’inflazione, alimentata dalla doppia spinta esercitata dai sostegni straordinari alla popolazione erogati dal governo e da una bulimia di consumo non compensata da produzione autoctona, la Federal Reserve reagì intraprendendo un processo di “normalizzazione monetaria” implicante l’aumento graduale dei tassi di interesse associato a una brusca stretta creditizia.

Per i nuclei famigliari che avevano beneficiato dei sussidi pubblici e dei tassi a zero applicati in epoca pandemica dalla Federal Reserve per contrarre mutui immobiliari, la manovra della Fed si è tradotta in un vero e proprio bagno di sangue, perché ha comportato un drastico aumento degli oneri debitori a carico di nuclei familiari con disponibilità di risparmio già falcidiate dall’inflazione. La situazione appare enormemente problematica, specialmente alla luce dei dati emersi da un recente sondaggio condotto da Lending Club secondo cui il 64% dei consumatori statunitensi — circa 166 milioni di persone — si vede costretto ad operare sistematici razionamenti alle proprie spese, e il 51% dei cittadini statunitensi (contro il 42% registrato lo scorso anno) che percepisce un reddito annuo pari o superiore ai 100.000 dollari non riesce ad accantonare il becco di un dollaro.

All’atto pratico, più che a placare le fiammate inflazionistiche e le rivendicazioni salariali, l’incremento tendenziale dei tassi varato dalla Federal Reserve sembra rispondere alla necessità tassativa che gli Usa hanno di richiamare capitali dall’estero per finanziare i loro squilibri strutturali. Gli Stati Uniti hanno chiuso il 2022 con un disavanzo commerciale pari a 1.181 miliardi di dollari, un deficit di bilancio pari a 1.400 miliardi di dollari e un debito federale pari a 31.420 miliardi di dollari. Ma non è tutto. Dopo esser migliorata, passando da 18.124,293 a 16.285,837 miliardi di dollari di passivo (-1.838,456 miliardi) tra il quarto trimestre del 2021 e il secondo trimestre del 2022, la loro posizione finanziaria netta è tornata a peggiorare rapidamente, giungendo a 16.710,798 miliardi di dollari di passivo nel terzo trimestre 2022 (+424,961 miliardi), nonostante l’immane deflusso di capitali dalla sponda europea a quella americana dell’Atlantico verificatosi in seguito alla degenerazione del conflitto russo-ucraino.

I dati indicano che, tra il settembre e l’ottobre 2022, l’esposizione in Treasury Bond statunitensi del Giappone era diminuita da 1.120,2 a 1.064,4 miliardi di dollari; quella della Repubblica Popolare Cinese, da 933,6 a 877,8 miliardi; quella del Regno Unito, da 664,8 a 641,3 miliardi; quella delle Isole Cayman, da 301,5 a 291,5 miliardi; quella del Lussemburgo, da 299,6 a 298,1 miliardi; quella della Svizzera, da 277,7 a 258,4 miliardi; quella dell’Irlanda, da 265,4 a 244,9 miliardi; quella del Brasile, da 226,4 a 220,1 miliardi; quella di Taiwan, da 216,9 a 214,6 miliardi; quella di Singapore, 177,5 a 175,8 miliardi; quella della Corea del Sud, da 105,3 a 98,7 miliardi; quella della Norvegia, da 99,6 a 95,7 miliardi. Complessivamente, il volume delle detenzioni internazionali di Treasury Bond statunitensi era diminuito tra settembre e ottobre di ben 170,9 miliardi di dollari (da 7.302,6 a 7.131,7 miliardi di dollari), che andavano a sommarsi ai 243 miliardi di dollari (da 7.545,6 a 7.302,6 miliardi) di passivo registrati il mese precedente, nonostante la Federal Reserve avesse portato i tassi di interesse dallo 0,25 al 2,5% tra marzo e settembre. Posta di fronte all’evidenza, la Banca Centrale Usa ha quindi impresso una ulteriore accelerata al processo di “normalizzazione monetaria”, con ben sei correzioni che hanno portato i tassi al 4,75% al febbraio 2023 e il volume complessivo degli investimenti internazionali in Treasury Bond a quota 7.273,6 miliardi di dollari ad ottobre. Un incremento su base mensile (141,9 miliardi) piuttosto modesto se rapportato allo sforzo profuso dagli Usa per accumularlo (una stretta creditizia potenzialmente letale per milioni di cittadini statunitensi), che certifica per di più le crescenti difficoltà in cui Washington va imbattendosi nel tentativo di perpetuare il funzionamento del sistema parassitario instaurato con il ripudio degli Accordi di Bretton Woods ad opera dell’amministrazione Nixon.

Specie a fronte delle allarmanti statistiche fornite dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi), che in un rapporto redatto nel marzo 2022 parlò esplicitamente di «erosione del dominio del dollaro» in riferimento al netto ridimensionamento (dal 71 al 59% tra il 2000 e il 2021) della quota di riserve valutarie mondiali espresse in valuta statunitense dovuto a una migrazione generalizzata verso monete alternative alle tradizionali “big four” (dollaro, euro, sterlina e yen). Da un altro documento datato dicembre 2022 emergeva che il volume dei crediti espressi in dollari detenuti dalla rete bancaria globale era calato da 7.092,31 a 6.441,65 miliardi di dollari tra il terzo trimestre del 2021 e il terzo trimestre 2022.

Le sanzioni non funzionano. La Russia cresce più di Germania ed UK

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L’avevamo scritto e detto più volte: le sanzioni non funzionano, ma indeboliscono gli europei che le pagano…(n.d.r.)

Le stime per 2023 e 2024 del Fondo Monetario Internazionale

 

Lo dice il Fondo Monetario Internazionale. La Russia crescerà effettivamente più velocemente della Germania, Germania che, nell’immaginario collettivo, viene considerata la potenza economica dell’Europa. Gli analisti del FMI hanno pubblicato le previsioni secondo le quali nel corso di quest’anno l’economia russa crescerà più di quella tedesca, mentre quella britannica si contrarrà.

Le sanzioni non funzionano. La Russia cresce più di Germania ed UK

La Yellen, segretario al tesoro americano, aveva predetto la devastazione dell’economia russa. In tanti pensavano al crollo del Rublo. E invece?

Invece le sanzioni occidentali sembra non abbiano sortito gli effetti sperati, se non quelli di aver creato ancor più prolemi ai Paesi che le hanno pensate e messe in opera. Così i blocchi del gas, ora del petrolio, non hanno minimamente intaccato o quantomeno non lo hanno segnato, l’economia di Putin.

Anche i russi si aspettavano una crisi economica più profonda. Qualcuno pensava ad un calo del PIL  di oltre il 10% per il 2022, mentre invece ha chiuso al 2,2%. Gli analisti prevedevano un calo del pil 2023 del 2,5% mentre ora il FMI parla di crescita di almeno lo 0,3% un dato che è in linea con le nazioni europee, addirittura meglio in alcuni casi

Insomma, il crollo che ci si aspettava non c’è stato. Ma come mai?

La risposta inizia con due storie economiche distinte: la prima, su ciò che sta accadendo all’interno della Russia; e la seconda, sui legami della Russia con il mondo esterno.

Le sanzioni occidentali erano progettate per fare pressione su Mosca sia a livello nazionale che internazionale; l’idea era di “ostacolare” l’economia interna della Russia e le sue relazioni commerciali. Le restrizioni includevano misure per tagliare fuori la banca centrale russa dal sistema finanziario internazionale, bloccandone l’accesso a miliardi di dollari in attività estere, e per espellere il settore bancario privato del paese dal cosiddetto sistema SWIFT che le consentiva di effettuare transazioni con controparti globali.

La ricaduta è stata quasi immediata. I russi ordinari, preoccupati per i loro risparmi quando le notizie sulle sanzioni hanno fatto notizia, hanno fatto la fila fuori dagli sportelli automatici all’inizio di marzo, affrettandosi a ritirare tutto il denaro che potevano nel timore che le banche potessero crollare.

Ma le prove ora mostrano che la Russia ha sperimentato una sorta di ripresa interna nella seconda metà del 2022. E il paradosso è che la guerra stessa ha contribuito a guidare l’inversione di tendenza.

Mentre la spesa per vari altri programmi domestici è diminuita di circa un quarto e alcune industrie hanno subito enormi perdite , l’economia di guerra nazionale si è espansa notevolmente.  Ha più che compensato la differenza.

I picchi di produzione in tutto il settore della difesa hanno fatto sì che le statistiche complessive per l’industria russa non fossero così catastrofiche come ci si sarebbe potuto aspettare. Nonostante le sanzioni internazionali, la produzione industriale nei primi 10 mesi del 2022 è diminuita solo dello 0,1%. E ora dovrebbe crescere.

Se il quadro interno è stato sostenuto dalle spese di guerra, oltre i suoi confini la Russia ha continuato a commerciare relativamente liberamente, e per decine di miliardi di dollari, anche se le sanzioni hanno reso più difficile per le aziende russe fare affari con controparti straniere.

Ci sono due ragioni principali per questo: la capacità della Russia di convincere i principali partner commerciali a ignorare le sanzioni occidentali; e le vaste e varie risorse naturali della Russia.

La Russia continua a detenere posizioni dominanti nei mercati mondiali del petrolio e del gas. È anche il più grande esportatore mondiale di fertilizzanti. E per molti paesi, abbandonare improvvisamente le forniture russe si è rivelato troppo costoso, qualunque sia la loro opinione sulla guerra in Ucraina.

L‘India, ad esempio, ha notevolmente aumentato il suo consumo di petrolio russo. In effetti, si stima ora che l’India importi 1,2 milioni di barili di petrolio russo ogni mese, 33 volte i livelli visti un anno prima, secondo i dati di Bloomberg .

E poi la Turchia, continua a commerciare con Mosca. A dicembre, ad esempio, ha importato 213.000 barili di gasolio russo al giorno , il massimo almeno dal 2016.

Anche le importazioni in Russia si sono dimostrate più resilienti di quanto suggerirebbero i titoli sulle sanzioni, poiché Mosca approfondisce le sue relazioni con paesi come Cina e Turchia. Le importazioni in Russia dalla Turchia , ad esempio, a dicembre si sono attestate a nord di 1,3 miliardi di dollari, più del doppio rispetto ai livelli dell’anno precedente.

E nella stessa Europa, anche se il continente si affretta a porre fine alla sua dipendenza dall’energia russa, i leader hanno deciso che non potevano semplicemente chiudere il rubinetto allo scoppio della guerra. Il gruppo di campagna sul clima Europe Beyond Coal stima che, nonostante la guerra, i paesi dell’Unione Europea abbiano speso più di 150 miliardi di dollari – esatto, miliardi – in combustibili fossili russi dall’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca.

Insomma,  quasi un anno dall’inizio della guerra, e nonostante un’azione senza precedenti da parte dell’Occidente, l’economia russa non è crollata affatto e nessun indicatore ci porta in quel contesto di negatività neanche nell’immediato futuro.

03 febbraio 2023  LEOPOLDO GASBARRO

Fonte: https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/economia/le-sanzioni-non-funzionano-la-russia-cresce-piu-di-germania-ed-uk/

Le quattro P dell’inflazione: Politica, Politiche, Priorità e Povertà

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di Alexander Azadgan

Vi racconto una storia: l’anno è il 1933. L’economia tedesca è in crisi. La guerra ha lasciato il Paese malconcio e ammaccato. Il Trattato di Versailles ha costretto Berlino a pagare le riparazioni di guerra. Quanto? 132 miliardi di marchi d’oro. Che corrispondono a circa 31,4 miliardi di dollari USA. La Germania ha un debito enorme. I tedeschi sono demoralizzati. Ci sono disordini sociali. Due successive tornate elettorali non sono riuscite a ripristinare la stabilità. C’è un’iperinflazione postbellica. C’è disoccupazione. Ci sono enormi incertezze sociali, politiche ed economiche. Adolph Hitler e il partito nazista decidono di sfruttare questa crisi. Il 30 gennaio 1933, Hitler giura come nuovo leader della Germania. Il resto, come si dice, è storia.

Morale della favola: la crisi finanziaria e l’inflazione hanno il potere di cambiare il corso della storia. In questo articolo cercherò di raccontarvi cosa sta accadendo nel mondo. Come le azioni stanno scendendo, come le valute stanno perdendo valore, come il carburante sta diventando più prezioso, come i prezzi dei beni di prima necessità stanno salendo. Cercherò di spiegarvi cosa significa realmente inflazione in termini più ampi. Non l’inflazione per il vostro potere d’acquisto o per il denaro che avete in banca. Ma per il mondo di oggi in cui viviamo.

Cosa significa l’inflazione per l’ordine mondiale? Il nostro mondo è un conglomerato di democrazie, regimi autoritari e monarchie costituzionali. Rimarrà così anche dopo questa situazione? Oggi il nostro mondo è interconnesso. È strettamente legato. C’è un libero flusso di scambi. Rimarrà così anche dopo la fine di questa crisi finanziaria?

L’inflazione influenza la politica, le politiche, le priorità globali e la povertà. Le quattro P: politica, politiche, priorità e povertà. Parlerò di tutte e quattro, iniziando dalla prima P: Politica. L’inflazione è spesso definita la madre dei cambiamenti politici. Ho spiegato brevemente cosa è successo nella Germania del dopoguerra. Con l’Europa di nuovo in guerra, queste ostilità hanno contribuito all’inflazione. Ci sono proteste in tutto il mondo a causa delle condizioni economiche. I manifestanti possono essere spietati. Chiedete all’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter. Quando era in carica, i prezzi del petrolio e dei generi alimentari erano saliti alle stelle. La disoccupazione e l’inflazione fecero cadere Carter. Perse la rielezione contro Ronald Reagan. Oggi i prezzi dei generi alimentari negli Stati Uniti sono aumentati del 20%, quelli del carburante del 10%, anche se stanno scendendo. E arrivò il novembre del 2022. Joe Biden dovette affrontare le elezioni di midterm. I Democratici hanno perso la Camera ma hanno conservato per poco il Senato. È probabile che l’inflazione possa sottrarre a Biden le elezioni presidenziali del 2024. Questo potrebbe cambiare il corso della politica americana!

Ora che avete capito cosa può fare l’inflazione ai governi, considerate questo: A seconda del luogo in cui si vive, l’inflazione globale supera il 15%. I prezzi aggregati dei generi alimentari sono aumentati di almeno il 13%, sempre a seconda del luogo in cui si vive. Circa 50 Paesi andranno alle urne quest’anno e il prossimo. Tra questi ci sono Stati Uniti, Brasile, Israele, Pakistan, Bangladesh, Turchia, ecc. Se i prezzi continueranno a salire, questi leader potrebbero trovarsi fuori dal loro incarico, perché l’aumento dei prezzi può far cadere i governi. Possono anche cambiare il destino di un Paese.

Si pensi al Venezuela. Ha le maggiori riserve di petrolio al mondo. Ma dove si trova sulla mappa globale? È in preda a una crisi politica e a un’insondabile iperinflazione. Tra il 1973 e il 2022, i prezzi in Venezuela sono aumentati del 3.729%. Lasciatevelo dire. Questo non è il dato peggiore. Secondo la Banca Mondiale, nel febbraio 2019 l’inflazione in Venezuela aveva raggiunto il 344.509%. A quel punto, la valuta venezuelana era ormai spazzatura. Dicevano che usare i contanti come carta igienica era più prudente che comprare un rotolo di carta igienica! Che cosa è successo? Più di sei milioni di venezuelani hanno lasciato la loro casa. Si tratta di quasi il 20% della popolazione del Paese.

Quello che una volta era il Paese più ricco dell’America Latina ora sta lottando per rimanere rilevante. Nessun Paese vuole andare incontro a questo destino. Nessun Paese vuole essere spazzato via dall’inflazione. Quindi cosa fanno?

Arriviamo alla seconda P: politiche. Le contee cambiano le loro politiche o, per meglio dire, l’inflazione costringe i Paesi a cambiare politica. Molti Paesi hanno vietato l’esportazione di alcuni prodotti alimentari. Dall’inizio del conflitto in Ucraina, l’Argentina ha vietato l’esportazione di soia, olio e carne. Algeria: pasta, derivati del grano, olio vegetale e zucchero. Egitto: olio vegetale, grano di base, farina, oli, lenticchie, pasta e fagioli. Indonesia: olio di palma e olio di palmisti. Serbia: grano, farina di mais, olio, mais, olio vegetale. Il mondo nel suo complesso ha aumentato i prezzi di tutte queste materie prime. Per i governi di tutto il mondo, la priorità è controllare i prezzi in patria per garantire la sicurezza alimentare, perché gli elettori affamati possono essere spietati e nessun governo vuole rischiare la loro ira. Quindi, con l’inflazione, le politiche commerciali diventano invariabilmente più nazionalistiche e protezionistiche. Il mercato interno diventa la priorità. A volte la diplomazia passa in secondo piano, e anche in questo caso l’inflazione tende a imporre un cambiamento nella diplomazia.

Consideriamo l’Europa. L’inflazione nell’Eurozona ha toccato un livello record. Cos’è l’Eurozona? È un’unione monetaria di 20 paesi dell’UE. Attualmente l’UE conta 27 Paesi. Sette di questi non fanno parte dell’Eurozona. Gli altri hanno l’euro come valuta principale e unica moneta legale. Attualmente l’inflazione nell’Eurozona è ai massimi livelli dalla creazione dell’Euro. Quando è stato? L’anno 1999. Significa che l’inflazione ha toccato un massimo di tre decenni, per gentile concessione del conflitto in Ucraina. Un sondaggio pubblicato nel giugno del 2022 ha chiesto agli europei [in 10 paesi] cosa pensassero del conflitto in Ucraina. Più di un terzo ha dichiarato di volere che finisca il prima possibile, anche se ciò significa che l’Ucraina cede un territorio. Questo conflitto ha influenzato la vita quotidiana di centinaia di milioni di europei. Oltre il 40% del gas europeo proviene dalla Russia. Così come il 26% del petrolio. Le sanzioni contro la Russia e i divieti sulle importazioni russe hanno colpito duramente gli europei. Quest’inverno, avranno bisogno di riscaldare le loro case e non tutti potranno permettersi un’energia alle stelle. La guerra ha fatto lievitare le spese per i pasti. In Italia, i prezzi della pasta sono aumentati del 40%! Non sorprende quindi che gli europei siano quasi equamente divisi quando si tratta del conflitto in Ucraina. Altri dicono di volere “giustizia”.

Ai recenti vertici della NATO e del G7, i leader europei si sono impegnati a sostenere l’Ucraina ad ogni costo. Ma non tutti gli elettori sono pronti a sostenere questo costo. Secondo i sondaggisti, il sondaggio influenzerà la politica europea prima che poi.

L’Europa deve ripensare le proprie priorità, il che ci porta alla terza P: priorità. L’inflazione costringe a spostare non solo le priorità nazionali, ma anche quelle globali. Si pensi al cambiamento climatico. Fare dell’azione per il clima una priorità globale non è facile. Ci sono voluti molti “poliziotti del clima” per convincere il mondo a diventare verde. L’inflazione ha invertito la tendenza. Il carbone diventa grande quando l’inflazione colpisce il settore energetico. L’Europa potrebbe tornare al carbone. L’Austria riapre le centrali a carbone nonostante gli obiettivi climatici. Gli esperti avvertono dei rischi climatici. Gli Stati Uniti fanno marcia indietro sulle promesse ecologiche. Quando l’inflazione colpisce l’energia, quando il gasolio e il gas diventano costosi, i Paesi si affidano a fonti energetiche più economiche come il carbone. Anche se questo significa inquinare la Terra e accelerare il cambiamento climatico.

Non avreste mai pensato che l’inflazione contenesse così tanto, vero? È questo il punto. Tendiamo a limitare la definizione di inflazione a una variazione del potere d’acquisto. L’aumento dei prezzi è sicuramente il significato fondamentale dell’inflazione, ma anche la prima conseguenza. L’inflazione cambia molto di più del denaro nel vostro conto in banca ed è questo il punto che sto cercando di sottolineare.

Concludiamo con l’ultima P: povertà. 1,1 miliardi di persone nel mondo non possono permettersi beni essenziali come il cibo. Vivono al di sotto della soglia di povertà. Con l’aumento dei prezzi, un numero maggiore di persone viene spinto verso la povertà, che comporta una serie di problemi sociali come la malnutrizione, l’aborto, la mortalità infantile, la criminalità, la mancanza di lavoro. L’inflazione scatena una reazione a catena che richiede anni per essere fermata. Questo è l’ABC dell’inflazione.

Foto: Idee&Azione

28 gennaio 2023

Inflazione Usa rallenta. Quale impatto per la Fed?

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Segnalazione Wall Street Italia

di Gianmarco Carriol

I consumatori hanno speso meno a dicembre, nonostante una misura dell’inflazione considerata chiave dalla Federal Reserve abbia mostrato un rallentamento nell’aumento dei prezzi, ha riferito nel primo pomeriggio il Dipartimento del Commercio. La spesa per i consumi personali, esclusi cibo ed energia, è aumentata del 4,4% rispetto a un anno fa, in calo rispetto al 4,7% di novembre e in linea con le previsioni. Questo è stato il tasso di aumento annuo più lento dall’ottobre 2021.

Su base mensile, il cosiddetto core PCE è aumentato dello 0,3%, rispettando anche le stime. Allo stesso tempo, la spesa dei consumatori è stata persino inferiore alle stime già modeste, indicando che l’economia ha rallentato alla fine del 2022 e contribuendo alle aspettative di una recessione del 2023.

La spesa corretta per l’inflazione è diminuita dello 0,2% nel mese, peggio del calo dello 0,1% previsto da Wall Street. Il reddito personale è aumentato dello 0,2% per il mese, come previsto.

I numeri arrivano con i funzionari della Fed, che osservano attentamente per misurare l’impatto che i loro aumenti dei tassi hanno avuto sull’economia. In linea con altri dati economici recenti, mostrano che l’inflazione persiste, ma a un ritmo più lento rispetto al livello che aveva portato gli aumenti dei prezzi a metà del 2022 al ritmo più veloce in oltre 40 anni.

Tuttavia, i dati mostrano anche che la spesa dei consumatori, che guida oltre i due terzi di tutta l’attività economica degli Stati Uniti, sta diminuendo. Al netto dell’inflazione, la spesa reale dei consumatori è diminuita dello 0,3%.

“Anche se il consumo reale torna a crescere nei primi mesi di quest’anno, la fine disastrosa del trimestre precedente significa che la crescita del consumo reale nel primo trimestre sarà prossima allo zero”, ha affermato Paul Ashworth, capo economista del Nord America per Capital Economics. Ashworth ora prevede che la crescita del Pil nel primo trimestre diminuirà a un ritmo annualizzato dell’1,5%.

I consumatori potrebbero trarre un po’ di aiuto dal ritmo rallentato degli aumenti dei prezzi. L’inflazione complessiva è aumentata dello 0,1% su base mensile e del 5% rispetto a un anno fa. Questo numero, che include le componenti volatili di cibo ed energia, è il tasso annuale più basso dal settembre 2021.

“Il calo complessivo della spesa dei consumatori non è stato drammatico, e allo stesso tempo i redditi sono aumentati e l’inflazione è diminuita”, ha dichiarato Robert Frick, economista aziendale della Navy Federal Credit Union. “Soprattutto se l’inflazione continuerà a scendere a un ritmo costante, gli americani dovrebbero iniziare a sentire un po’ di sollievo finanziario quest’anno”.

L’impatto dell’inflazione sulle mosse della Fed

La Fed segue con attenzione il PCE core, in quanto questa misura tiene conto dei cambiamenti nel comportamento dei consumatori, come la sostituzione di beni a basso prezzo con altri a prezzo più elevato, ed elimina la volatilità dei prezzi di cibo ed energia. Il dato di oggi mostra il continuo spostamento delle pressioni inflazionistiche dai beni, che erano molto richiesti nei primi giorni della pandemia, ai servizi, dove tradizionalmente si concentra l’attività economica. Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, commenta:

“I dati di dicembre sull’andamento dei prezzi sulle spese per consumi confermano un rallentamento delle pressioni inflazionistiche. Tuttavia, i prezzi core rimangono ancora elevati, soprattutto su base mensile. Le nostre aspettative sulle prossime mosse della Fed sono rafforzate con il dato macroeconomico sull’inflazione di dicembre. Crediamo che il FOMC nella prossima riunione possa decidere per incrementare il costo del denaro di ‘soli’ 25 punti base, portando i tassi di riferimento dal range 4,25%-4,50% al nuovo 4,50%-4,75%, come ampiamente scontato anche dal mercato.”

Corruzione nell’UE, la portata è sorprendente

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di Redazione di Katehon

Un nuovo scandalo di corruzione si sta ora sviluppando nell’UE, rivelando la profondità dei problemi sociali del Commonwealth. È emerso che le indennità mensili date agli eurodeputati per pagare le forniture d’ufficio e altre spese minori sono state utilizzate per acquistare azioni delle industrie delle armi, del tabacco, delle miniere e dei combustibili fossili per sostenere il sistema pensionistico del Parlamento europeo, fortemente indebitato.

Per quanto riguarda il complesso militare-industriale, lo schema comprendeva decine di migliaia di azioni dell’industria bellica statunitense, che produceva munizioni a grappolo vietate dalla convenzione internazionale del 2008 firmata dagli Stati dell’UE. Si tratta di Raytheon, Honeywell International e Textron Inc. Il regime pensionistico del Parlamento europeo ha investito in tutte e tre le società. Nel 2008 possedeva 14.900 azioni Raytheon per un valore di mercato di 547.000 dollari e 27.000 azioni Honeywell International per un valore di mercato di 637.000 dollari. Nel 2007 possedeva 7.600 azioni di Textron Inc. per un valore di mercato di 370.000 dollari.

Textron Inc ha cessato la produzione di munizioni a grappolo di grandi dimensioni nel 2016, dopo che erano emerse prove che i sauditi le avevano utilizzate contro i civili nello Yemen. Nel 2005 il Fondo sovrano norvegese ha inserito Raytheon e Honeywell International nella lista nera per la produzione e la vendita di munizioni a grappolo. La banca belga KBC ha fatto lo stesso nel 2006, viste le polemiche sulle armi. Insieme ad Aerojet General, Honeywell International ha sviluppato la munizione ad azione combinata CBU-87, ampiamente utilizzata durante Desert Storm negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’90 con effetti devastanti.

Il fondo possedeva 11.800 azioni di Northrop Grumman Corporation, che nel 2008 avevano un valore di mercato di 382.000 dollari. Il fondo deteneva anche 79.000 azioni di BAE Systems, una società britannica di armi, sicurezza e aerospazio, con un valore di mercato di 311.000 sterline.

Per quanto riguarda i combustibili fossili, EUobserver nota anche che sono stati effettuati investimenti in società petrolifere che hanno causato gravi disastri ambientali. Nel 2008, ad esempio, la Royal Dutch Shell ha avuto una fuoriuscita di petrolio dall’oleodotto Bodo in Nigeria che ha ucciso circa 1.000 ettari di mangrovie e vita marina. Ma meno di un anno dopo il fondo pensione del Parlamento europeo ha acquistato azioni Royal Dutch Shell per un valore di oltre 2,5 milioni di sterline. La Shell è stata anche incolpata della fuoriuscita di petrolio di Ogbodo del 2001, che ha rilasciato circa 50.000 barili nel Delta del Niger. Il fondo pensione possedeva anche azioni della Royal Dutch Petroleum Company per un valore di 2,89 milioni di sterline.

I primi acquisti di azioni del settore sono avvenuti nel 1994 e hanno riguardato praticamente tutto, da Royal Dutch Shell a Repsol, la multinazionale spagnola dell’energia e della petrolchimica. Sotto la supervisione di un’organizzazione senza scopo di lucro composta da membri del Parlamento europeo, che ha creato un fondo di investimento in Lussemburgo, gli investimenti basati sui combustibili fossili sono proseguiti almeno fino al 2010

In altre parole, è stata creata una ONG manuale per dare l’impressione di trasparenza e controllo civico, cosa che in realtà non è avvenuta.

L’investimento del 2010 è avvenuto in un momento in cui le Nazioni Unite stavano tenendo un vertice sul clima a Cancun e, allo stesso tempo, il Parlamento europeo ha chiesto all’UE di ridurre le emissioni di CO2 del 30% entro il 2020.

Allo stesso tempo, il regime pensionistico dei membri del Parlamento europeo deteneva azioni di società petrolchimiche europee per un valore di 5,2 milioni di euro.

Il fondo era noto per detenere quasi 10.000 azioni di Total SA, 105.000 della società energetica italiana Eni, Repsol (102.526) e OMV AG (31.297). Sono presenti anche le società statunitensi ConocoPhillips (16.100), Murphy Oil Corp (13.600) e National Oil Well Varco Inc (18.200). Le azioni Repsol sono state detenute quando il gigante stava esplorando il petrolio in una zona remota dell’Amazzonia peruviana, che copre circa 700.000 ettari di foresta pluviale. Alla fine l’azienda ha venduto la quota nel 2014 in seguito alle pressioni pubbliche delle popolazioni indigene della zona.

Infine, chi è il principale responsabile di questi atti? Lord Richard Balfe, cittadino britannico, ha presieduto il consiglio di amministrazione del fondo pensionistico del deputato fino all’inizio del 2021. Alla domanda sull’etica degli investimenti nei combustibili fossili sotto la sua guida, così come nell’industria delle armi, ha rifiutato di rispondere. “Mi dimetto dalla carica di presidente del Fondo Pensioni nel 2021. Per questo motivo, ho affidato la sua richiesta al mio successore Stephen Hughes”, ha dichiarato in un’e-mail della scorsa settimana.

È probabile che gli investimenti nel settore continuino ancora oggi, ma il Parlamento europeo si rifiuta di pubblicare informazioni più recenti su questi dati. Una richiesta di divulgazione avanzata dai giornalisti è stata respinta dal vicepresidente del Parlamento europeo Roberts Seele, che supervisiona le richieste di accesso ai documenti. Ha dichiarato che il documento del Parlamento “rappresenta informazioni commercialmente sensibili sulla strategia commerciale di questo fondo”.

Va notato che Zile è stato anche nominato nel consiglio di amministrazione del fondo pensione dei membri volontari lo scorso ottobre, insieme al vicepresidente del Parlamento europeo Otmar Karas e all’eurodeputato Janusz Lewandowski. Si scopre che, in qualità di vicepresidente del Parlamento, sta semplicemente coprendo le attività corrotte del fondo pensione.

Il fondo stesso dovrebbe fallire tra il 2024, quando si terranno le elezioni europee, e il 2026. Alcuni eurodeputati hanno affermato che il fondo presenta “rischi potenzialmente devastanti per la reputazione del Parlamento europeo”. Tuttavia, data la redditività delle vendite alle industrie militari ed energetiche statunitensi, i parlamentari europei devono aver contato sul denaro facile, tipico del sistema capitalistico occidentale in generale. Soprattutto per quanto riguarda il pagamento delle pensioni agli ex europarlamentari. Per ottenere poi la pensione, devono versare i contributi al fondo solo per due anni. Per ogni contributo di 1.000 euro, il Parlamento europeo aggiunge 2.000 euro alla loro pensione.

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Katehon.com

Iran e Russia emetteranno una stablecoin garantita dall’oro

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di Gianmarco Carriol

La Russia e l’Iran stanno collaborando per emettere una nuova stablecoin garantita da riserve d’oro. Secondo l’agenzia di stampa russa Vedomosti, l’obiettivo è creare un “token della regione del Golfo Persico” che possa essere utilizzato come metodo di pagamento nel commercio estero. La stablecoin mira a sostituire le valute fiat come il dollaro statunitense, il rublo russo o il rial iraniano nelle transazioni transfrontaliere. Il token dovrebbe essere emesso sotto forma di stablecoin supportata da riserve auree, secondo Alexander Brazhnikov, direttore esecutivo dell’Associazione russa della crypto industria.

Il progetto dovrebbe operare in una zona economica speciale ad Astrakhan, dove la Russia ha iniziato ad accettare le spedizioni di merci iraniani. Tuttavia, il legislatore russo Anton Tkachev ha sottolineato che un progetto congiunto di stablecoin sarà possibile solo quando il mercato degli asset digitali sarà pienamente regolamentato in Russia. La Camera bassa del Parlamento russo ha promesso di iniziare a regolamentare le transazioni di criptovalute durante il 2023.

L’Iran e la Russia sono tra i Paesi che hanno vietato ai propri residenti l’utilizzo di criptovalute come Bitcoin e stablecoin come Tether (USDT) per i pagamenti. Tuttavia, entrambi i Paesi stanno collaborando attivamente per adottare tali strumenti per il commercio estero. Ad agosto 2022, il Ministero dell’Industria, delle Miniere e del Commercio iraniano ha approvato l’uso delle criptovalute per le importazioni nel Paese, nonostante le sanzioni commerciali internazionali in corso.

Crypto.com e Coca-Cola lanciano gli NFT dei Mondiali

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Segnalazione di Wall Street Italia

 di Gianmarco Carriol

L’exchange di criptovalute Crypto.com ha dichiarato che ospiterà sulla sua blockchain 10 mila NFT creati da Coca-Cola e dall’artista digitale GMUNK. Gli NFT sono stati prodotti tracciando tramite le cosiddette “mappe di calore”, ossia i movimenti di gioco dei giocatori durante le partite della Coppa del Mondo del Qatar 2022.

L’exchange di criptovalute ospiterà 10 mila NFT creati da Coca-Cola e dall’artista digitale GMUNK sulla sua blockchain. Gli NFT sarebbero le mappe di calore dei giocatori che giocano durante le partite della Coppa del Mondo. L’NFT “Piece of Magic” di Coca-Cola è disponibile sul sito Web Coca-Cola fun zone.

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Coca-Cola Fan Zone è l’hub digitale di Coca-Cola per la FIFA World Cup Qatar 2022. L’hub offre ai fan l’opportunità di condividere emozioni, giochi e ricordi del Mondiale di quest’anno. I contest principali della Coca-Cola Fan Zone includono la classifica, le giovani promesse e le previsioni dei tifosi, creando una competizione globale che metterà alla prova le conoscenze dei fan e consentirà di interagire tra loro.

“La Coppa del Mondo FIFA di quest’anno è stata la prima a sfruttare la tecnologia Web3”, ha affermato Steven Kalifowitz, chief marketing officer di Crypto.com , nel comunicato. E ha aggiunto:

“È un privilegio collaborare con Coca-Cola e GMUNK per commemorare queste partite storiche che saranno catturate per sempre sulla blockchain. Insieme stiamo creando una forma completamente nuova di cimeli”.

Usa in recessione, prevedono Burry e Fmi. Ma non andrà meglio in Ue

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di Mariangela Tessa

Il 2023 si preannuncia come un anno nero sul fronte macroeconomico con un terzo dell’economia globale, che sarà colpita dalla recessione. Lo prevedono Michael Burry, fondatore di Scion Asset Management e la direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva.

Le previsioni di Burry

Burry in un tweet di stamane ha affermato che l’inflazione, pur avendo raggiunto il picco massimo, è destinata a risalire in risposta agli stimoli governativi.

“Gli Stati Uniti sono in recessione per qualsiasi definizione. La Fed taglierà e il governo stimolerà. E avremo un altro picco di inflazione”.

A settembre, Burry aveva avvertito di ulteriori cali per il mercato azionario, affermando che “non abbiamo ancora toccato il fondo”. Nel secondo trimestre dell’anno scorso, la sua società ha scaricato tutta la sua esposizione azionaria, a parte una società.

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Anche l’Fmi prevede la recessione

Dal canto suo la direttrice dell’Fmi Georgieva, durante un’intervista alla Cbs, ha spiegato che tutte e tre le tre grandi economie (Usa, Ue, Cina), stanno rallentando contemporaneamente.

“Per la maggior parte dell’economia mondiale questo sarà un anno duro, più duro di quello che ci lasciamo alle spalle. Gli Stati Uniti sono i più resilienti e potrebbero evitare la recessione”. Negli Usa “vediamo che il mercato del lavoro rimane abbastanza forte. Questa è, tuttavia, una benedizione a metà, perché se il mercato del lavoro è molto forte, la Fed potrebbe dover mantenere le strette sui tassi più a lungo per far scendere l’inflazione“.

Unione europea: metà sarà in recessione

Quanto all’Unione europea, l’Fmi si attende che “la metà dei Paesi dell’Ue sarà in recessione nel corso dell’anno”, ha detto Georgieva. L’istituzione di Washington ha già rivisto al ribasso lo scorso ottobre le previsioni di crescita per il 2023, frenate in particolare dalle pressioni inflazionistiche e dai conseguenti rialzi dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali. Ma le affermazioni di ieri, primo gennaio, di Georgieva potrebbero preludere a un ulteriore taglio delle previsioni nel prossimo aggiornamento, atteso al World Economic Forum di Davos di questo mese.

Cina: per prima volta in 40 anni crescerà meno del Pil mondiale

La Cina infine è vista in ulteriore rallentamento quest’anno. Per la prima volta da 40 anni a questa parte, ha evidenziato la direttrice dell’Fmi, la crescita annuale della Cina sarà probabilmente alla pari se non al di sotto del livello di crescita globale. E questo avrà riflessi negativi a livello globale. “Quando guardiamo ai mercati emergenti nelle economie in via di sviluppo, lì il quadro è ancora più fosco. Perché oltre a tutto il resto, vengono colpiti dagli alti tassi di interesse e dall’apprezzamento del dollaro”, conclude Georgieva.

Vale la pena ricordare che nel suo ultimo World Economic Outlook pubblicato ad aprile 2022, il Fondo monetario internazionale prevedeva una crescita globale del 3,6% nel 2022 e nel 2023, al ribasso rispetto al 4,4% e del 3,8% del report di gennaio dello stesso anno.

L’Occidente si prepara a espropriare i beni russi

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30.12.2022
Il congelamento dei beni russi va avanti da dieci mesi. La più grande risorsa russa, le riserve valutarie della Banca di Russia per un importo di 300 miliardi di dollari, è stata congelata alla fine di febbraio.

Il congelamento dei beni russi va avanti da dieci mesi. La più grande risorsa russa, le riserve valutarie della Banca di Russia per un importo di 300 miliardi di dollari, è stata congelata alla fine di febbraio.

Allo stesso tempo, sono stati sequestrati beni stranieri di persone fisiche e giuridiche russe. Il processo va avanti continuamente. Ci sono ancora molte proprietà che possono essere confiscate. Quindi, alla fine di novembre, secondo il governo svizzero, 123 persone e organizzazioni di origine russa hanno dichiarato i loro depositi bancari in questo paese, il volume totale dei loro depositi ammontava a oltre 46,1 miliardi di franchi (circa 48,8 miliardi di dollari). Tuttavia, al 25 novembre, l’ammontare dei beni russi congelati in Svizzera ammontava a soli 7,5 miliardi di franchi (circa 7,94 miliardi di dollari). Pertanto, il potenziale per ciò che deve ancora essere congelato è grande.

In Occidente si parla della necessità di confiscare i beni russi congelati dal momento in cui sono state arrestate le riserve valutarie della Banca di Russia. La maggior parte delle proposte di tale esproprio prevedono che i proventi della confisca saranno utilizzati per finanziare gli aiuti all’Ucraina. Allo stesso tempo, in Occidente ci sono molti oppositori di tali proposte. Dicono che le leggi attuali vietano questo tipo di confisca. L’esproprio dei beni russi richiede importanti cambiamenti nelle leggi. I lavori per cambiare le leggi in un certo numero di paesi sono iniziati, ma ci vorrà del tempo per completarli.

C’erano anche idee alternative per l’utilizzo di risorse russe. Ad esempio, lasciare questi beni sotto congelamento (per i proprietari russi), ma trasferirli alla gestione di qualche organizzazione occidentale per trarre profitto dall’uso dei beni e profitti da inviare per aiutare l’Ucraina. Cioè, non stiamo parlando di esproprio, ma di utilizzo di beni russi a tempo indeterminato. In particolare, l’Unione Europea sta discutendo da diversi mesi un progetto per la creazione di un fondo per la gestione dei beni liquidi sequestrati di origine russa. Per legalizzare questo progetto, Bruxelles propone di creare un tribunale internazionale contro la Russia con il sostegno delle Nazioni Unite.

Tuttavia, questa opzione sembra poco interessante per molti. Si vede che prevale l’opzione all’esproprio. Il 19 dicembre, il Ministro degli Esteri canadese Melanie Joly ha annunciato che le autorità del paese si stavano preparando a sequestrare e confiscare beni per un valore di 26 milioni di dollari da Granite Capital Holdings, di proprietà di Roman Abramovich. I fondi ricevuti verranno poi utilizzati per aiutare l’Ucraina. I beni di Abramovich sono un pallone di prova. Dopo di loro, verranno effettuate confische anche su altri beni russi sotto la giurisdizione canadese. Il governo del Canada ritiene che l’esperienza di questo paese sarà poi utilizzata da altri stati del G7.

A Bruxelles vince anche il “partito degli espropriatori”. Il capo della politica estera dell’UE Josep Borrell ha ripetutamente affermato che l’UE sta lavorando per congelare i beni russi, ma finora l’UE non ha modo di confiscarli. La Commissione Europea (CE) sta lavorando duramente per creare un quadro giuridico per la confisca. Il capo del Consiglio Europeo, Charles Michel, afferma: «L’UE non ha ancora preso una decisione definitiva, ma ci sono buoni progressi su questo tema, dal punto di vista legale, si stanno esplorando possibilità su come confiscare beni russi e utilizzare loro di restaurare l’Ucraina».

Si ritiene che il lavoro sull’espropriazione dei beni russi sia coordinato tra Europa e America. Negli Stati Uniti, questa settimana il Senato ha tenuto le audizioni su un disegno di legge sul bilancio federale per l’anno fiscale 2023. È stato proposto un emendamento alla legge per consentire l’utilizzo dei beni russi confiscati per aiutare l’Ucraina. In base all’emendamento, i soldi ricevuti dalla confisca saranno inviati al Dipartimento di Stato americano, che li distribuirà come aiuto internazionale. Il 22 dicembre il Senato degli Stati Uniti ha sostenuto l’emendamento: 68 senatori hanno votato a favore, 29 contro 29. Nella camera bassa del Congresso degli Stati Uniti, questo emendamento è ora promosso dal membro del Congresso Tom Malinovsky. Dice: «Ci vogliono buon senso e giustizia per far pagare gli aiutanti di Putin per aiutare a ricostruire il paese che sta distruggendo. Spero che la legge incoraggi il Dipartimento di Giustizia a raddoppiare i suoi sforzi per confiscare i beni dei cleptocrati e i nostri alleati europei a seguire l’esempio». Il 24 dicembre si è saputo che la legge sul bilancio per il 2023, insieme agli emendamenti che legalizzano la confisca dei beni russi, è stata approvata anche dalla camera bassa del Congresso degli Stati Uniti.

Tra i seri esperti russi non vi è particolare disaccordo sulla questione se avrà luogo la confisca dei beni congelati della Federazione Russa. Certo che lo faranno. Le discrepanze riguardano solo la tempistica dell’inizio di questa campagna. Personalmente, presumo ancora che questo inizierà, molto probabilmente, nel primo trimestre del 2023.

L’impatto sarà sensibile. Soprattutto il colpo alla Banca di Russia. Dopotutto, nelle sue statistiche e rendiconti finanziari ritrae ancora come propri i beni in valuta estera congelati della Banca centrale. E senza riserve. Penso che dopo la confisca, la Banca di Russia dovrà apportare modifiche molto significative ai suoi rapporti. Si sta formando un gigantesco buco nel patrimonio della banca, che sarà impossibile colmare del tutto con l’ausilio del capitale di riserva. Per salvarsi, la banca dovrà accendere la macchina da stampa, e questo disperderà la già alta inflazione. Purtroppo, non vediamo segni che la Banca di Russia si stia preparando a uno scenario del genere.

Il colpo sarà inferto anche a molte aziende e banche russe. Le conseguenze di questo sciopero sono difficili da valutare. Con decisioni di dipartimenti come il Ministero delle Finanze della Russia, il Servizio fiscale federale, la Banca di Russia, l’accesso ai rendiconti finanziari delle imprese russe è ora fortemente limitato. Pertanto, la Banca di Russia ha stabilito una moratoria sulla pubblicazione da parte delle banche russe dei loro bilanci correnti poco dopo il 24 febbraio 2022 e l’ha prorogata più volte. Nella sua forma attuale, la moratoria è valida fino al 31 dicembre 2022. Molto diventerà chiaro il prossimo anno. E per questo non è necessario aprire un rapporto. Gli esperti prevedono che nel 2023 la Banca di Russia avvierà una campagna temporaneamente sospesa per revocare le licenze agli istituti di credito e verrà registrato un gran numero di “morti bancarie”.

Traduzione di Alessandro Napoli

Fonte

Mercati, le 10 previsioni per il 2023 di Lombard Odier

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Segnalazione Wall Street Italia

di Luca Losito

Un inizio del nuovo anno in salita per i mercati, l’aumento della disoccupazione e poi una ripresa con alcune indicazioni importanti per impostare l’asset allocation nel 2023.

Sono queste le indicazioni emerse dal webinar di Lombard Odier di ieri, in cui sono state esposte in particolar modo le 10 previsioni del primo semestre 2023 su Europa, Usa e Cina.

Le 10 previsioni sui mercati

In particolare secondo gli esperti di Lombard Odier,  il 2023 sarà un anno caratterizzato da due fasi distinte: una recessione nelle principali economie sviluppate, seguita da una svolta nel ciclo che dovrebbe preludere a una ripresa.

Di seguito l’elenco completo delle previsioni sui mercati elaborate dalla società di gestione:

  1. Prima metà del 2023 difficile, con episodi di recessione nelle principali economie, tra cui Stati Uniti ed Europa;
  2. Aumento della disoccupazione, prima dell’inizio del processo di ripresa;
  3. Rispetto agli Stati Uniti, ora siamo più fiduciosi che si possa evitare un errore di politica monetaria, avendo la prospettiva che il 5% rappresenterà un tetto massimo per i tassi di interesse all’inizio del 2023, piuttosto che una soglia minima;
  4. Per ora, il clima mite in Europa continua a sostenere le speranze che il continente possa resistere al prossimo inverno senza blackout e razionamenti energetici, in un contesto di sani livelli di stoccaggio del gas;
  5. L’economia della zona euro si espanderà ben al di sotto dell’1% nel 2023;
  6. Le previsioni sulla Cina per il 2023 dipendono fortemente dalle sue prospettive di riapertura. Nel secondo semestre saranno probabilmente previste riduzioni permanenti delle restrizioni legate al Covid-19. In questo scenario il gestore prevede una crescita annuale del 4%;
  7. Quanto all’asset allocation, il 2023 si dividerà in due fasi distinte: la prima caratterizzata da una politica monetaria più restrittiva e da un rallentamento della crescita e la seconda da un picco dei tassi reali, che crea migliori opportunità per gli asset di rischio;
  8. Una pausa imminente nella stretta monetaria dovrebbe vedere presto il picco dei rendimenti dei titoli di Stato, offrendo un migliore profilo di rendimento del rischio per il reddito fisso di alta qualità. Intravediamo un miglioramento delle opportunità per il credito più a rischio una volta scontati i rischi di recessione;
  9. Le valutazioni azionarie non sono ancora convenienti in senso lato, a causa dei declassamenti degli utili, ma Lombard Odier intravede prospettive migliori per il futuro;
  10. Per quanto riguarda le valute, potremmo essere prossimi alla conclusione della fase di rafforzamento del dollaro, sebbene il robusto trend di deprezzamento sia ben lungi dall’essere finito: con l’aumento dei timori di recessione, le valute sensibili agli scambi commerciali, come lo yuan cinese e la sterlina, potrebbero risentirne negativamente.

Insomma, gli spunti sono tanti e tutti da valutare con la massima attenzione, perché a maggior ragione nel 2023 sarà importante approcciare con la giusta selettività ai mercati finanziari, per riuscire a cogliere le migliori opportunità di investimento che inevitabilmente si presenteranno.

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