L’inarrestabile ascesa dell’ipocrita morale progressista

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di Riccardo Sampaolo

L'inarrestabile ascesa dell'ipocrita morale progressista

Fonte: Riccardo Sampaolo

Nel libro “L’ultima intervista di Pasolini” Furio Colombo e Gian Carlo Ferretti riportano le profetiche parole del marxista eretico Pier Paolo Pasolini, concesse tramite una intervista, di cui ne riporterò un estratto di seguito. Pasolini manifestò <<la sua netta opposizione nei confronti della “legalizzazione dell’aborto” nel 1975, opposizione da lui ricondotta al “senso dell’origine sacra della vita”, al legame viscerale con le “acque primordiali del ventre materno”, al richiamo di un “paradiso” naturale e prenatale>>.
Il marxista eretico insieme a cattolici e missini verrà, in questo caso, sconfitto dall’entrata in vigore della legge sull’aborto del 1978 che di fatto sancirà la non sacralità della vita sin dal concepimento.
Tale legge oltretutto arrivava dopo l’imperfetta, squilibrata, e nella prassi prevalente, antipaterna legge sul divorzio, che avrebbe poi avuto effetti nefasti sulla natalità e sulla famiglia; il tutto andava a formare una sorta di filo rosso che ci avrebbe portato all’ultimo e liberticida (art. 4, estremamente rischioso sotto il profilo della libertà di opinione) ddl Zan, fortunatamente per ora, caduto nell’oblio.
Viene quindi inaugurato con il divorzio uno Stato e una Legge che inizia ad occuparsi degli aspetti più intimi della vita delle persone (arrivando a stabilire i giorni e gli orari precisi in cui il genitore non affidatario possa vedere i figli); da lì in avanti la normazione ossessiva sarà una costante del progressismo che ci accompagnerà fino ad oggi, arrivando alle pesanti restrizioni del 2020 in cui il legittimo principio costituzionale della tutela della salute  (art.32) è stato applicato con metodologia rischiosamente oscurante nei confronti di altri principi costituzionali (art. 4, diritto al lavoro e art.13, libertà personale) che di fatto gli sono risultati tendenzialmente subordinati, allontanando il tentativo di armonizzarli tra loro, e costruendo quindi una tendenziale gerarchia dei principi costituzionali.
Ritornando agli anni Settanta, questo grande desiderio di modifica antropologica del popolo italiano che doveva divenire più aperto ai nuovi costumi urbani, alla nuova sessualità liberata, all’attacco alla famiglia, alla desacralizzazione della vita, ha visto un piccolo partito fare da apripista, il Partito Radicale, e alcuni grandi accodarsi, come l’elettoralmente rilevante Partito Comunista Italiano.
Il Partito Radicale nasce nel 1955 da una scissione a sinistra del partito liberale, non ha quindi una matrice marxista, è infatti liberista in economia, libertario nel campo dei costumi e della sessualità, filoamericano; la sua principale arma sarà la continua proposizione di tematiche disarticolanti il corpo sociale (divorzio, aborto, eutanasia, legalizzazione di alcune droghe, apertura all’immigrazione).
Le tematiche radicali diverranno nel tempo le principali istanze dell’intera sinistra che quindi senza accorgersene diverra’ la cassa di risonanza di istanze non più prevalentemente operaie (che cercavano sicurezza nel P.C.I.) ma di una umanità affrancata dal vincolo, individualista, convinta di farcela da sola, che iniziava a vedere nella famiglia, nel fidanzato e nella ristretta cerchia delle amicizie un limite angusto, e veniva sempre più abbagliata dalla luce di un progressismo che reclamava opportunità per chiunque fosse stato disposto ad abbandonare la tradizione. Continua a leggere

Così la sinistra ha ucciso la scuola. Libro di Ricolfi e Mastrocola svela 60 anni di follie progressiste

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«La verità – sosteneva Antonio Gramsci – è sempre rivoluzionaria». Per questo non saremmo mai troppo grati a Paola Mastrocola e a Luca Ricolfi per averla gridata in un libro scritto a quattro mani(Il danno scolastico – ed. La nave di Teseo pp.270 € 18), dedicato allo sfascio della scuola italiana. La “rivoluzione” sta soprattutto nel sotto titolo: “La scuola progressista come macchina della disuguaglianza“. Da non credere. La coppia (moglie e marito nella vita) ricorda da vicino il bambino della fiaba di Andersen che grida “il re è nudo” mentre intorno a lui i sudditi fanno a gara a decantare il pregio delle stoffe dell’inesistente vestito del sovrano. Per la Mastrocola, docente di analisi dei dati, non è una novità. Già nel 2017, in un precedente lavoro editoriale, aveva puntato l’indice contro «un’istruzione, abbassata e facilitata oltre ogni dire, che ha messo in difficoltà il 70-80 per cento degli studenti». Era il suo verdetto di condanna della scuola progressista, bollata come «per nulla democratica e classista».

Ricolfi e l’abbaglio di don Milani

Parole e tesi che l’autrice non solo conferma, ma che ora arricchisce di cifre, statistiche e riscontri. La prova, insomma. E qui entra in campo il marito sociologo attraverso una documentata e incontestabile comparazione tra la scuola di ieri, la stessa che il troppo celebrato don Milani nella sua Lettera a una professoressa del 1967 denunciava come «troppo selettiva», e quella di oggi. Classista la prima perché troppo condizionata dal ceto sociale degli studenti? Una fregnaccia che Ricolfi rende evidente in maniera molto più elegante ancorché incontrovertibile: «Su 100 nati nel 1956 la licenza media è stata ottenuta dal 96 per cento dei giovani dei ceti alti e dal 90 per cento dei ceti bassi (…)». Una statistica che rade al suolo la più coriacea panzana del progressismo nostrano, tanto che fa presa ancora oggi.

«L’esecutore materiale è stato il ministro Berlinguer»

È questa – secondo gli autori – l’origine del disastro che in tre mosse ha mandato ko la scuola italiana. Si comincia con l’abolizione del latino nella scuola media, si prosegue con la liberalizzazione dell’accesso alle facoltà universitarie per culminare nella laurea 3+2, voluta nel 1999 dal ministro Luigi Berlinguer, sulla cui opera il giudizio di Mastrocola e Ricolfi è più tagliente di una lama affilatissima. È stato, scrivono, «l’esecutore decisivo della distruzione dell’università». Ma il j’accuse di Ricolfi è rivolto a tutti gli ideologi progressisti. «Ricevere un’ottima istruzione era l’unica carta in mano ai figli dei ceti bassi per competere con quelli dei ceti alti… Gliela avete tolta e avete avuto il becco di farlo a nome loro». Ce n’è anche per la destra, che non ha mai saputo marcare una netta discontinuità con tale impostazione.

Penalizzati i ceti bassi

Morale: la scuola è in ginocchio perché prima i docenti «esigevano» lo studio dagli studenti. Quelli di oggi, invece, non selezionano, limitandosi solo a spostare il problema in avanti. Per spiegarlo, la Mastrocola ricorre alla metafora del gattino cui hanno cucito una palpebra nelle prime tre settimane di vita. Quando gliela scuciranno sarà troppo tardi perché nel frattempo avrà perso per sempre l’uso dell’organo. È quel che accade oggi agli studenti che progrediscono senza merito fino a diventare avvocati che non sanno parlare o insegnanti che non sanno scrivere. È l’amaro esito cui conduce la scuola apparecchiata per i ceti bassi dalla sedicente “parte migliore del Paese“. La peggiore, in realtà. Ma lasciamo stare. E chiediamoci piuttosto se mai assisteremo alla presenza  in un talk-show del libro di Mastrocola e Ricolfi. Pensiamo di no, e accettiamo scommesse.

da

Così la sinistra ha ucciso la scuola. Libro di Ricolfi e Mastrocola svela 60 anni di follie progressiste

Vestiti da donna a scuola? Ha ragione il Prof. Martino Mora

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QUINTA COLONNA

di Matteo Castagna

Conosco da tanti anni il Prof. Martino Mora. E’ persona colta e distinta, elegante e molto determinata nell’argomentare ciò che ritiene giusto. Abbiamo opinioni differenti su alcune cose e che c’è di male? Non siamo tutti uguali (per Grazia di Dio!). Ho sempre avuto il piacere di un confronto schietto con lui, negli ultimi anni solo epistolare, ovvero social. E’ un cattolico sempre alla ricerca della verità, con passione e tenacia, è un ottimo insegnante (così mi dicono amici milanesi, ma io non ne dubito, perché è molto preparato e persona mite ed affabile). Abbiamo sempre avuto simili simpatie politiche, con quella capacità critica e vis polemica che ci rende antipatici agli “yes men”, ai disonesti, ai carrieristi ed ai paraculi, che non hanno, per forza, un colore politico. Anche in politica non la pensiamo sempre allo stesso modo; lui fervido autonomista, convinto legittimista e controrivoluzionario, io, certamente autonomista e controrivoluzionario, ma con modelli più vicini alla storia politica della destra italiana. Siamo sempre stati dalla stessa parte della barricata nel difendere etica e morale, intese sia come diritto naturale che come diritto divino. Oggi, si potrebbe dire che difendiamo, ciascuno con i suoi mezzi, la società naturale e, con essa, per forza, siamo dalla parte del decoro e del buon senso. Ciò che gli è capitato non può avermi stupito, altrimenti dimostrerei di vivere su Marte. Ma mi ha sconvolto perché egli è stato cacciato da scuola per non aver accettato, in classe, tre alunni travestiti da donna. Ai miei tempi (anni ’80) non solo nessun ragazzo sarebbe riuscito a uscire di casa con la gonna, ma se anche fosse accaduto, il mio direttore didattico o preside l’avrebbe subito mandato a casa a cambiarsi con una nota sul libretto personale. E, a casa, mamma e papà avrebbero proseguito col resto…

Perciò, nell’abbracciarlo, gli rivolgo la piena solidarietà mia e di tutto il Circolo “Christus Rex-Traditio” che rappresento, con una promessa: se avrai ripercussioni lavorative e se non ti arrecheremo ulteriori problemi, verremo noi a renderti il merito che, fino a qualche anno fa era la normalità per un insegnante. Nicola Porro e il Prof. Mora spiegano bene le motivazioni nell’articolo che segue, che non sono né bigotte né reazionarie…

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TRE RAGAZZI IN AULA VESTITI IN GONNA. IL PROF LI FA USCIRE. E FINISCE NEI GUAI

Qualche tempo fa, non ci saremmo neppure posti il problema. A scuola si va per imparare a far di conto, a leggere e a scrivere. Non per combattere battaglie per questo o per quel motivo. Il luogo merita il giusto contegno, anche nel vestirsi. Sarà per questo che un professore del liceo scientifico “Bottoni” di Milano s’è rifiutato di fare lezione a tre studenti vestiti “in modo inappropriato”. Cioè con la gonna.

Il “sit-in” è stato messo in atto in occasione della giornata contro la violenza sulle donne, lo scorso 25 novembre. I maschietti si sono vestiti con la gonna perché – dicono – “troppo spesso” viene usata come “scusante di molestie, discriminazioni, stupri”. Il prof di storia e filosofia, però, appena li ha visti agghindati da signorine (uno con gonna lunga, il secondo con un tutu, il terzo con le unghie dipinte di rosso) li ha cacciati dall’aula per vestiario “inappropriato”.

Il caso è esploso – manco a dirlo – sui social network. E tanto tuonò che alla fine piovve. Gli altri studenti si stanno ribellando alla scelta del prof Martino Mora, uscendo dall’aula non appena il malcapitato tenta di fargli entrare in testa qualcosa sulla Critica della ragion pura di Kant. Non solo. Gli alunni si sono pure rivolti alla preside, Giovanna Mezzatesta, che ha preso in mano la questione. “Sto redigendo la relazione con i fatti accaduti – dice a La Stampa – che sono due: il fatto che Mora non abbia assolto al compito di vigilanza poiché ha cacciato dalla classe tre alunni e, poi, che si sia rifiutato di fare lezione. Aggiungerò anche le varie schifezze che ha scritto su Facebook contro di me e contro la scuola. E appena sarà pronta la consegnerò all’ufficio scolastico provinciale, che prenderà provvedimenti nei suoi confronti”. Per il prof appare scontata ormai la sospensione, che potrebbe arrivare già prima di Natale.

Il diretto interessato dal canto suo, resta fermo sulle sue posizioni. “Quel vestiario era inaccettabile, totalmente inadeguato al contesto. E avrei avuto la stessa reazione se fossero venuti vestiti da clown o da Babbo Natale“. Il bello è che dopo essersi rivolti alla preside, i tre giovani sono riusciti ad ottenere che il professore venisse “cacciato” dalla scuola. “La dottoressa Mezzatesta ha dato un ordine che non poteva dare – ribadisce il Mora – quello di allontanarmi da scuola, sono quindi io la parte lesa”. Anche perché, dice con qualche ragione il professore, “per solidarizzare con le donne non c’è bisogno di vestirsi da donne“. Si possono fare cortei, dichiarazioni sui social, iniziative varie: ma tra i banchi ci si presenta ben abbigliati. “Io a scuola – conclude il prof – vado in giacca e cravatta non perché voglio fare l’elegantone ma perché considero la scuola un santuario di coltura e educazione che merita un vestiario adeguato. E voglio che gli alunni facciano lo stesso: non siamo al Carnevale di Viareggio”. Come dargli torto?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/gonnelle-a-scuola-ha-ragione-il-prof-di-milano/ 

CANCEL CULTURE

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Segnalazione di Pietro Ferrari

Viviamo in un’epoca in cui trionfa la cosiddetta “cancel culture”, la cultura che ci chiede di giudicare la storia come se tutto fosse contemporaneo. Questo è divenuto un tema dominante della nostra cultura.

Ne parlano con il musicista ed autore Aurelio Porfiri, gli studiosi Marco Tarchi e Eugenio Capozzi, gli autori Pietro Ferrari, Beatrice Harrach e Vania Russo, lo psichiatra Adriano Segatori.

Il programma sarà trasmesso in live streaming su numerosi canali, tra cui il canale You Tube RITORNO A ITACA, su TWITTER e sulla fanpage in Facebook di AURELIO PORFIRI.

In particolare, ecco il Video in questione: https://www.youtube.com/watch?v=vVFRyRRpvK4&t=8s

L’insegnamento di Dante: é la donna che salva l’uomo (e anche l’umanità)

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di Ferdinando Bergamaschi

Il 2021 è stato l’anno delle celebrazioni dei 700 anni dalla morte di Dante. Il Sommo Poeta, come tutti sanno, ha affrontato profondamente molti temi nella sua opera: da quello teologico a quello politico, da quello esoterico a quello poetico. Noi vogliamo però considerarne uno nello specifico: il tema della donna. In particolare esso è protagonista nella Vita Nova scritta tra il 1292 e il 1295. In questo scritto giovanile, che è una sorta di autobiografia, il Sommo Poeta definisce per la prima volta il suo concetto di donna in rapporto non solo all’amore ma alla sua funzione universale. La corrente spirituale, culturale e poetica del “Dolce stil novo” è quella che “informa” Dante in tutta la sua visione del mondo e della vita. In questa corrente la gentilezza, che è la nobiltà dell’anima e quindi la nobiltà spirituale, è il fondamento di tutto. Solo il cuore gentile può provare il vero, eterno amore. Tramite l’amore, ci spiega Dante, la donna può indurre la gentilezza nel cuore dell’uomo. Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Cino da Pistoia, Dante stesso e alcuni altri ci indicano la donna intesa come donna-angelo, la quale è lo strumento per rendere veramente “gentile” e quindi puro il cuore dell’uomo.  Come si vede vi è un ulteriore salto di qualità perfino rispetto all’ “amor cortese” della precedente poesia d’amore, nella quale ancora l’elemento passionale, per quanto sublimato e per quanto accostato all’idealizzazione della figura femminile, sussisteva. Come nell’amor cortese, comunque, anche nel Dolce stil novo siamo in una dimensione in cui non c’è in nessun modo la pretesa da parte dell’uomo di voler corrisposto il proprio amore. Si ama, e questo è tutto. La donna amata è lasciata libera, e questo atteggiamento liberale, che è amore per la libertà, non è una concessione (il che già di per sé tradirebbe una brama di fondo) ma è il presupposto stesso del vero amore. Questa concezione influenzerà qualche anno più tardi anche la visione di Francesco Petrarca il quale però dovrà scontrarsi contro l’eccesso di passione che caratterizzava il suo amore per Laura e che egli non seppe superare.

Nel Dolce stil novo la donna è l’oggetto della contemplazione, e in quanto la donna è donna-angelo o donna-miracolo questa contemplazione è contemplazione di bellezza. La donna è la vera e unica mediazione per poter accedere al divino: ella è l’angelo, appunto. L’uomo non ama più per avere qualcosa in cambio; l’amore è fine a se stesso e ciò che reca beatitudine è appunto la contemplazione della donna-miracolo. Questa contemplazione della donna è la salvezza dell’uomo. Come è stato fatto notare da molti studiosi la parola latina salus significa al tempo stesso “saluto” e “salvezza”; il saluto “gentile” di Beatrice a Dante, quindi, attesta il ruolo di lei come mediatrice della grazia divina. E’ significativo  che le  parole  del   saluto     sono   le  uniche   che Beatrice rivolge a Dante nella Vita Nova.

Nella Divina Commedia Dante sviluppa ulteriormente il suo rapporto con Beatrice, che ritroviamo con lui dapprima nell’Inferno (Canto II), poi nel Purgatorio (Canto XXX e XXXI) e infine nel Paradiso (Canto XXXI). Qui Beatrice, il cui intervento è sollecitato dalla Vergine Maria per mezzo di Santa Lucia, prende il posto  di Virgilio   come  guida  di  Dante.

Beatrice dapprima si  esprime con severità nei confronti di Dante per i peccati che egli ha commesso, ma mano a mano che i due salgono ella gli rivolge sorrisi beatifici; Beatrice infine perdona Dante, si toglie il velo e gli mostra tutta la sua bellezza.

E’ lei che lo conduce in Paradiso e lo lascerà nelle mani dell’ultima guida che avrà il Sommo Poeta: San Bernardo di Chiaravalle. Giunti alla candida rosa dei beati, infatti, Dante si volge verso Beatrice ma non la trova: al suo posto c’è il santo di Clairvaux, devoto alla Madonna.

L’ultimo sentimento che Dante rivolge a Beatrice è quello della gratitudine. Beatrice dunque ha la forza di destare in Dante il più puro dei sentimenti, quello della gratitudine appunto. Questo sentimento non conosce inimicizia, avversità, rancore: se si ha il cuore puro esso si prova anche e soprattutto nei confronti di coloro che ci hanno fatto del male. Purificato così da Beatrice Dante può avviarsi con San Bernardo alla contemplazione della Santa Vergine, alla quale il Sommo Poeta è stato condotto proprio in virtù della gentilezza del suo cuore.

E’ però importante far notare che la funzione di Beatrice nella Commedia è di tipo differente rispetto a quella definita nella Vita Nova. Nella Commedia infatti Dante si rivolge all’intera umanità e in nome di essa egli compie il suo viaggio, quel viaggio che Dio voleva che compisse. Si è dunque qui in una nuova dimensione, non più soltanto personale. Dante ha ora il compito di indicare a tutta quanta l’umanità la via che conduce alla salvezza. Ma tutto ciò non fa che trasportare su un piano universale  un evento personale: tanto la salvezza dell’umanità quanto la salvezza di Dante sono dovute alla donna.

Delirio a sinistra: la cancel culture fa altre due vittime

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QUINTA COLONNA
L’EGEMONIA CULTURALE POLITICAMENTE CORRETTA HA MESSO ALL’INDICE PURE SHAKESPEARE E JEFFERSON

di Toc Toc

Cercando di offrire una risposta sul perché le rivoluzioni comuniste non si fossero verificate anche nei Paesi industrializzati, Antonio Gramsci elaborò il concetto di egemonia culturale: per creare una rete di capillare diffusione delle idee comuniste, era necessario prendere il controllo di tutti gli strumenti culturali, in primis la scuola, le biblioteche ed i mezzi di comunicazione di massa, figli dell’ideologia dominante capitalista.

Gramsci ideò la distinzione tra dominio e direzione. Secondo il padre fondatore del Pci, il dominio coincideva con il potere governativo, pressoché irraggiungibile per i comunisti a causa della fortissima popolarità dei liberali e dei socialisti, mentre la direzione consisteva nell’imposizione di un’egemonia intellettuale comunista che doveva fungere da collante tra le varie classi sociali del Paese. Se l’auspicio di Gramsci si è dimostrato vincente – soprattutto in Italia, in cui librerie e giornali alzano un coro unico raccontando e descrivendo la politics quotidiana – oggi tutto questo non sembra più sufficiente.

Negli ultimi anni, hanno preso forza due modi di riscrivere e sanificare la grande cultura letteraria: il primo è quello della distruzione di opere e statue – come dimostrato dalle azioni deliranti del gruppo Black Lives Matter. Il secondo consiste nell’adattarle alla nostra epoca, giudicarle secondi i canoni conformistici e morali della nostra attualità. Entrambe, indistintamente, possiamo considerarle due forme diverse di cancel culture, tra i segmenti più influenti dell’ideologia del politicamente corretto.

Come riportato dal Telegraph, anche William Shakespeare e Thomas Jefferson sono caduti vittima della cultura della cancellazione. Non due qualsiasi, ma rispettivamente il più importante poeta inglese ed uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, alla Casa Bianca dal 1801 al 1809. L’opera teatrale shakespeariana in discussione è La Tempesta, una delle ultime del grande drammaturgo, che racconta la storia di Prospero, duca di Milano in esilio, dovutosi rifugiare con la figlia su un’isola incantata dopo il naufragio della barca. Qui, pone in schiavitù l’unico abitante dell’isola, Calibano. Per il Globe Theatre – proprio il teatro londinese in cui recitava la compagnia di Shakespeare – questo è bastato per liquidare la commedia come “razzista” e “colonialista”, definendola pure “problematica”.

Spostandoci dall’altra parte dell’Atlantico, invece, la New York Public Design Commission ha votato all’unanimità per rimuovere la statua di Thomas Jefferson dalla camera di consiglio del municipio della città. E questo perché, quado morì nel 1826, l’ex Presidente possedeva 130 schiavi. Non conta il periodo storico in cui Jefferson o Shakespeare sono vissuti, né i canoni morali dell’epoca, e neanche il contesto in cui i grandi del passato sono cresciuti, conta solamente che le memorie, i monumenti e le pagine di storia siano conformi alla nostra epoca, assurgendoci presuntuosamente a migliore generazione umana mai vissuta, legittimata a decidere ciò che può essere raccontato, tramandato e insegnato.

All’inizio dell’articolo, ricordavamo come l’obiettivo di Gramsci consistesse nell’assumere il controllo dei mezzi di comunicazione. Oggi siamo andati oltre: è necessario, se non doveroso, mettere al bando tutte le testimonianze che siano estranee ai nostri canoni morali, politici e sociali. Anche cercando – perché no – di emarginare tutti coloro che cercano di porsi in contro corrente a questa logica perversante. Non è né uno scherzo né un complotto. Un eccellente articolo di Giulio Meotti sul Foglio ha testimoniato “la vita di alcuni prof alle prese con la cancel culture”, vittime di dimissioni, sit-in davanti a casa e boicottaggi: “Per una frase fraintesa come un commento razzista (la parola spook, il cui primo significato è “fantasma”, ma che in gergo ha anche il senso spregiativo di “negro”), Coleman – professore di lettere antiche ad Athena – non difeso da quella Facoltà di cui era stato la stella, ha dovuto rassegnare le dimissioni.”

Insomma, ieri Gramsci parlava di “forma di controllo”, oggi i progressisti di cancellazione. Chissà se, in un futuro prossimo, si discuterà se configurare un reato nel possesso di alcuni libri o volumi. Intanto, in una società distopica, questa possibilità è già stata straordinariamente raccontata da Ray Bradbury nel romanzo di fantascienza Fahrenheit 451. Guarda caso, l’anno in cui si ambienta è il 2022…

Matteo Milanesi, 28 ottobre 2021

Fonte: https://www.nicolaporro.it/delirio-a-sinistra-la-cancel-culture-fa-altre-due-vittime/

La vera natura di noi italiani

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di Matteo Brandi 

Fonte: Sfero

Ci fu un periodo storico in Italia, lungo almeno tre secoli, durante il quale vissero personaggi come Leonardo, Michelangelo, Borromini, Raffaello, Bernini, Donatello, Brunelleschi, Caravaggio…
Ora, non stiamo parlando di semplici “esperti di settore”, ma di geni assoluti. Uomini con capacità straordinarie, dal gusto estetico divino e dall’estro unico. Artisti in grado di coniugare lo studio dell’anatomia umana nella pittura a quello dell’armonia nell’architettura, con l’ambizione di lasciare un segno indelebile.
Sono personalmente fiero di essere stato tra i primi ad aver posto con forza l’accento sul problema dell’autorazzismo, ma ciò che a molti non è ancora chiaro è l’aspetto decisamente pratico della faccenda. I momenti in cui l’Italia ha brillato sono stati quelli in cui il genio italico è stato esaltato, non soffocato. L’ultimo di questi periodi lo abbiamo vissuto nel dopoguerra, con il fiorire dei grandi marchi italiani e del Made in Italy nel mondo.
Perché oggi il nostro paese sta vivendo nella decadenza? Perché gli italiani sono umiliati. Perché una vocina sempre accesa sussurra al loro orecchio le parole d’ordine dell’esterofilia e dell’autocommiserazione. Questo getta secchiate d’acqua su ogni fiammella di rinascita, ed è voluto.
Siamo un popolo che non conosce mezze misure: o si esalta o si deprime. Leggete i grandi commentatori e pensatori della nostra Storia, da Machiavelli ai giorni nostri, e troverete sempre la stessa analisi sugli italiani. Siamo la terra dell’io e non del noi. Ma questa caratteristica può essere un punto di forza, se ben indirizzata. Gli evergeti hanno reso immortali le nostre città al pari dei grandi imprenditori e dei sinceri uomini di Stato, coniugando la ricerca della gloria personale a quella della collettività.
Curiosamente, questo sistema fu collaudato anche dall’Antica Roma. Le varie gentes romane, come le famiglie rinascimentali dei secoli successivi, contribuirono al successo di Roma con la propria sete di immortalità. Gli Scipioni come i Colonna, i Fabi come gli Sforza, i Giulio-Claudi come i Medici. Battaglie vinte e palazzi costruiti, province conquistate ed opere compiute.
Ambizioni personali per la grandezza collettiva e nessun sentimento di inferiorità verso il resto del mondo. Questo, in Italia, funziona. E funziona talmente bene dal cambiare ogni volta la Storia del globo.
Forse, prima di chiederci cosa dovremmo fare per risorgere, noi italiani dovremmo iniziare a domandarci chi siamo e cosa, da sempre, ci contraddistingue davvero.

L’autorazzismo e lo scimmiottamento dello straniero sono erbacce che celano la nostra vera natura.

Il profeta della sorveglianza di massa

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Segnalazione Arianna Editrice

Fonte: L’intellettuale dissidente

di Alessandro Cifariello 

Un secolo fa Evgenij Zamjatin scrive “Noi”, il romanzo che anticipa le trame dello Stato totalitario e dell’uomo ridotto a numero.

George Orwell non poteva capirlo. Quello scrittore aveva un piglio troppo sintetico, rapinoso, optava per un verbo intriso di ferocia, d’ironia caustica, scandalosa; mescolava il lirico all’osceno, la vertigine al gergo popolare. “È un libro a cui prestare attenzione”, scriveva Orwell, perché “è sostanzialmente uno studio sul Meccanismo” – cioè, sulla tecnica come ghigliottina – e sugli “scopi impliciti della civiltà industriale”, scriveva, riferendosi a Noi, il capolavoro di Evgenij Zamjatin, il romanzo che ne ha previsti decine di altri, aurorale, totalmente contemporaneo (devoti a Noi, tra gli altri, vanno annoverati Aldous Huxley, Kurt Vonnegut, Tom Wolfe, Philip K. Dick…). Troppo english, Orwell non capiva il metodo narrativo di Zamjatin: quel romanzo, sottolineò, “ha una trama piuttosto debole ed episodica”. Col senno dei decenni, Noi si legge con più gusto di 1984: ha l’esattezza micidiale – propria delle opere rare – della profezia. Zamjatin, infatti, anticipa, ideando un mondo distante, l’era della statistica, l’epoca della sorveglianza di massa, l’uomo ridotto a numero, l’etica dello Stato-Dio, le fisime del totalitarismo, le esecuzioni pubbliche per il bene di tutti, l’impero dei buoni e dei giusti giustizialisti, il sesso meccanico, le sorti degli intellettuali di regime e dei poeti lacchè.

“I nostri poeti non aleggiano più tra gli empirei: sono discesi in terra; vanno di pari passo con noi al suono severo e meccanico della marcia della Fabbrica della Musica; la loro lira – è il fruscio al mattino degli spazzolini da denti elettrici, e il minaccioso crepitio di scintille nel Meccanismo del Benefattore, e la eco maestosa dell’Inno alla gloria dello Stato Unico… I nostri dèi – sono qui, sotto, con noi – in Ufficio, in cucina, in laboratorio, al gabinetto; gli dèi sono divenuti come noi: ergo – noi siamo divenuti come gli dèi”.

Orwell pubblicò la recensione a Noi, “Libertà e felicità” – segno, infine, di una fratellanza – nel 1946. Zamjatin era morto nove anni prima, a Parigi, povero di patria, di soldi, di amici. Quello stesso anno Ettore Lo Gatto scrive, in una nota per l’Enciclopedia Italiana, che Zamjatin, “scrittore originale di contenuto e di stile tra il raffinato e il popolare… non aveva ancora dato piena espressione delle sue grandi possibilità artistiche”. Era in anticipo su tutto, come sempre, Zamjatin; soltanto ora ne apprezziamo la propulsione romanzesca, il genio linguistico. Negli Oscar Mondadori, per la cura di Alessandro Niero, sono usciti i Racconti (2021) di Zamjatin e Noi (2020). L’editore Fanucci ha da poco pubblicato una nuova traduzione di Noi, curata da Alessandro Cifariello, che ho invitato al dialogo. Noi compie un secolo: Zamjatin lo sgrossa nel 1921, ma il romanzo non viene edito in patria. Dal 1924, la sua fama – che precorre quella di Boris Pasternak – esplode all’estero: prima nel mondo inglese; poi, nel 1927, è tradotto in ceco, per interesse di Roman Jakobson; nel 1929 è pubblico in Francia, per Gallimard, nella traduzione di Cauvet-Duhamel. Così è troppo. Zamjatin è impaniato nell’orda di attacchi contro gli scrittori non allineati; Maksim Gork’ij intercede per lui, Stalin gli permette, nel 1931, di andare all’estero. Per Zamjatin – russo fino al midollo, euforico della Rivoluzione –, che credeva in una soluzione temporanea, non ne sortì nulla di buono. Nel 1921, in un celebre articolo intitolato “Ho paura”, aveva messo in guardia contro i fautori dell’arte di Stato, quelli che sottomettono l’estro al potere: “Una letteratura autentica può esserci soltanto là dove a farla non sono funzionari coscienziosi e benpensanti, ma folli, eremiti, eretici, sognatori, ribelli, scettici”. In forma feroce e forse ineluttabile, vita e scrittura, estetica ed esistenza, finirono, sul corpo di Zamjatin, per coincidere. Tragicamente.

Noi. Un secolo dopo, che tipo di ‘attualità’ ha ancora quel romanzo? Quanto ad attualità letteraria, non c’è quasi dubbio: è più bello di 1984… Ma faccio dire a lei.

Come Čechov, che – nei suoi migliori racconti – non dava soluzioni, ma si limitava a fotografare il problema, allo stesso modo Zamjatin, che annovera Čechov tra i suoi autori preferiti, espone un problema, ma non fornisce soluzioni. Noi, al pari dei racconti di Čechov, è un capolavoro della letteratura russa senza tempo. Sarà il lettore a individuare in un determinato momento storico la soluzione più idonea al problema. Io mi permettono di formulare la mia personale – possibile – analisi del capolavoro di Zamjatin – il più sottovalutato tra i grandi capolavori della letteratura russa del Novecento. Ma anche in questo caso risolvere il problema in modo accettabile rimane compito del lettore.

Nell’osservare la realtà finzionale di Noi dalla finestra temporale del centenario dalla sua composizione, è possibile scorgere quanto poi sarebbe avvenuto nella realtà storica della Russia e del mondo intero: la contrapposizione continua e costante tra i diritti del singolo individuo e quelli della collettività nelle scelte di governo dei vari regimi che si sono succeduti. Tuttavia l’opera di Zamjatin non si limita alla produzione di un contenuto – dipingere un futuro distopico piuttosto ben definito – ma si sofferma sulla forma, creando un intreccio e un’espressione peculiari di un determinato ambiente linguistico, in cui quel futuro distopico si realizza. Esperimento artistico preparatorio è stato infatti un testo come Gli isolani (1917), contraddistinto, secondo il ‘Serapionide’ Lev Lunc, da “uno stile incomparabile, filigranato, che gira attorno a un perno di paglia”, che “spara cannonate ai passerotti” (si veda per questa e le successive citazioni di Lunc il volume I fratelli di Serapione, 1967). Inoltre, altro esperimento artistico preparatorio è stato Il pescatore d’uomini (1918; Gli isolani Il pescatore d’uomini possono essere letti nella bella traduzione di Alessandro Niero) che assieme a Gli isolani condivide con Noi non soltanto immagini, ma anche e soprattutto la funzione di monito contro l’obbligo coatto di attenersi a norme politiche e di comportamento, sociale e individuale, ben definite e limitanti. Certo, con Noi Zamjatin va oltre: produce, infatti, un’opera che “non può far meno di esistere”, che non è copia della natura, ma vive “alla pari con la natura” attraverso l’espressività della sua forma linguistica. In un contesto dove qualunque contenuto è riscontrabile nelle opere del passato, la novità di Zamjatin – e in ciò possiamo rinvenire l’attualità – è infatti, a mio parere, proprio la voce del suo eroe, D-503. È il protagonista stesso a narrare per iscritto in prima persona gli eventi cui assiste – l’autore sfrutta infatti il genere dei zapiski, ‘memorie’, ‘ricordi’, ‘diario’. Proprio un’attenta analisi della forma espressiva in D-503 – che è poi quella dello Stato Unico – permette di ritrovare alcune strette correlazioni tra l’opera di Zamjatin e il nostro mondo. Basti pensare alla scelta autoriale di denominare con lettere e numeri i personaggi del romanzo, dovuta non tanto a un’idea premonitrice di un futuro distopico, quanto all’associazione e alla rilettura dei sanguinosi eventi (vissuti in prima persona) tratti dal recente passato – la Guerra più grande del mondo – e dalla storia di allora – la Guerra civile tra bianchi e rossi in seguito alla Rivoluzione più grande di sempre. E così la persona, perduto lo status d’individuo dotato d’una storia personale, si è trasformata in ‘numer’ – prestito linguistico a indicare una matricola (linguaggio bellico) a cui, dopo la Guerra dei Duecento Anni, è stata tolta la propria individualità in nome di un ipotetico bene collettivo. Motivo per cui l’autore rimuove inizialmente dal testo l’individualità dell’‘io’ in favore di un collettivo ‘noi’ – soggetto del nuovo genere distopico – che nel corso del testo andrà a confliggere con i segni inconfondibili dell’umanità in potenza insita in ogni matricola, ossia l’emergere delle peculiarità incancellabili e inalienabili del singolo.

…insomma, l’individuo ridotto a numero… insomma, il nostro mondo: crediamo di avere una spiccata ‘personalità’, ma siamo cifre nell’era della statistica.

Proprio così. Nell’attualità del mondo moderno ognuno di noi è portatore di codici alfanumerici – siamo tutti individuabili non soltanto da un nome e un cognome – che può essere anche oggetto di omonimia –, ma da un univoco codice fiscale, da uno o più indirizzi di posta elettronica (che necessitano di univoche login e password), da uno o più profili social, da un account Skype e/o da un numero telefonico/Whatsapp, ecc. In Noi l’incarico di controllare le matricole è affidato ai Custodi (le matricole S, le spie), che operano non solo sulla superficie, ma anche dall’alto, sfruttando il volo basso e lento di aeromacchine in cui è montato uno dei più efficaci dispositivi di sorveglianza: le “nere proboscidi abbassate dei periscopi di sorveglianza” (sto citando dalla mia traduzione). L’azione profilattica dei Custodi è come quella di un dottore: “inizia le cure a una persona quand’è ancora sana, a una che si ammalerà solo dopo uno-due giorni, al più una settimana” (quest’affermazione anticipa la funzione profilattica dei Precog di Philip K. Dick di oltre trent’anni). Mutatis mutandis, profilassi simile si attua oggi grazie all’uso di programmi di vario tipo che, eludendo la privacy individuale, permettono il tracciamento, la conservazione e l’analisi di comunicazioni e dati differenti di ogni cittadino (tracciamenti telefonici, posta elettronica, social media, telecamere con riconoscimento facciale, intelligenze artificiali con riconoscimento vocale, scansione della retina, impronte digitali, ecc.). E sia nel romanzo che nella storia del Novecento e del primo ventennio del terzo millennio – si tratta non di un giudizio di merito ma di un puro dato di fatto – lo scontro tra libertà individuale e sicurezza collettiva vede spesso il prevalere di quest’ultima sulla prima. Si prenda a esempio il “ChatControl” – la sorveglianza di massa delle comunicazioni digitali – che sta per essere ratificato dall’Unione Europea: allo scopo – giustissimo – di contrastare i reati online sui minori, per tre anni i cittadini comunitari perdono il diritto alla riservatezza delle comunicazioni digitali personali, sancito in precedenza nel 2002 dalla Direttiva ePrivacy. Dati sensibili che in potenza potrebbero essere utilizzati da terze parti per terzi fini – da semplici profilazioni commerciali a preferenze politiche, per dirne un paio.  Dunque, senza saperlo il romanzo di Zamjatin, attraverso una forma innovativa e un contenuto dirompente, anticipa profeticamente le difficoltà del mondo contemporaneo di preservare la libertà individuale a scapito della sicurezza del collettivo – l’intera società.

Che valore ha la scrittura nel sistema concentrazionario ideato da Zamjatin? Che ruolo ha la ‘tecnica’, la meccanica, le sorti umane e progressive in quel sistema?

A mio pare Zamjatin dipinge qualcosa di difforme rispetto a un sistema concentrazionario. Il sistema concentrazionario, nel senso moderno del termine, è infatti relativo alla vita e all’organizzazione dei campi di concentramento e di sterminio. D’altronde, esempi del passato che per l’autore potrebbero assurgere a modello riguardano i campi di lavoro dell’Impero zarista, mentre il sistema GULag sarà approntato ufficialmente solo dopo un decennio dalla scrittura di Noi: il 25 aprile 1930. Sul piano del contenuto non sono assimilabili al romanzo di Zamjatin le due opere emblematiche del sistema della katorga, ossia la deportazione nelle colonie penali della Siberia e dell’Estremo Oriente dell’Impero Russo: Memorie dalla Casa dei morti di Fёdor Dostoevskij e L’isola di Sachalin di Anton Čechov. Sono altrettanto non assimilabili le opere successive più rappresentative del sistema concentrazionario sovietico: Una giornata di Ivan Denisovič (finzione) e Arcipelago Gulag (realtà) di Aleksandr Solženicyn e I racconti di Kolyma di Varlam Šalamov. D’altronde, lo stesso Solženicyn quasi venticinque anni fa, sulle pagine di Novyj mir (10, 1997), in un bellissimo articolo su Zamjatin – di cui era appassionato cultore – , non cita affatto Noi in relazione al sistema concentrazionario, mentre celebra il romanzo non tanto per il valore profetico riguardo all’evoluzione del neonato sistema statale (Zamjatin – scrive – vede il futuro remoto già nel 1920), quanto e soprattutto per la potenza espressiva della lingua (lessico, sintassi, combinabilità semantica, ecc.) del suo autore, che analizza nel dettaglio. Sulla storia e la narrativa concentrazionaria del sistema GULag, la lagernaja literatura, ha lavorato moltissimo il collega Andrea Gullotta, appena eletto presidente di Memorial Italia. Nella letteratura di finzione Noi costituisce il tentativo di creare un nuovo genere contrapposto a quello utopico – in russo ‘antiutopia’ e in Italiano ‘distopia’: nella narrazione utopica l’autore rappresenta la società ideale in un futuro ideale; al contrario, nella narrazione distopica l’autore mette in guarda il lettore dal pericolo insito nella realizzazione ed evoluzione futura di progetti utopici. Al pari di Čechov, come detto, in Noi Zamjatin fotografa un problema senza fornire soluzioni: dipinge l’organizzazione di un regime totalitario dove le libertà sono limitate da leggi e norme ben definite dallo Stato Unico. Nel corso della giornata, infatti, sono gli orari – regolamentati da quelle leggi e quelle norme – a scandire la vita dell’uomo al fine di rendere efficace e massimizzare il processo produttivo ed eliminare definitivamente le perdite di tempo. E poi si assiste all’applicazione delle idee di Ford che, ispiratosi a Taylor, innova la catena di montaggio per incrementare la produttività della fabbrica – la produzione di massa –, limitare le spese e aumentare i profitti. In una società simile persino la morte è vista come un evento esterno, subordinato esso stesso alla produzione. Medesima domanda è posta in maniera retorica da D-503 al lettore: “vi è mai capitato di aver fede… nella sensazione che un giorno le dita che ora stanno reggendo proprio questa pagina, saranno ingiallite, glaciali…”. Secondo D-503 il lettore non ha fede, poiché pur sapendo dell’ineluttabilità della morte continua a mangiare, a voltar pagina, a radersi la barba, a far sorrisi e a scrivere. Neppure la morte è capace di fermare l’attività dell’uomo, e con essa la produzione, in cambio della felicità personale. Zamjatin sta descrivendo più un mondo simile a quello di un film come Metropolis – di poco successivo al romanzo – rispetto a quanto rappresentato in un classico testo di lagernaja literatura.

La matricola, di cui si è detto in precedenza, è l’elemento inconfondibile che può rimandare a un sistema concentrazionario: indica, infatti, la perdita dello status individuale e in qualche modo preconizza l’uso nel sistema GULag di apporre in diversi punti del vestiario del condannato numeri di riconoscimento. In una conversazione con Gullotta proprio sulla questione del sistema concentrazionario in Zamjatin è emersa la possibilità di osservare – molto alla lontana – un elemento che potrebbe accomunare l’opera dell’ingegnere D-503 – la costruzione dell’Integrale – a quella degli ingegneri e architetti che sono costretti a operare, nel futuro post-rivoluzionario – per l’edificazione del paese nuovo, la realizzazione del radioso avvenire, proprio nel sistema repressivo del GULag: indicativa è la presenza improvvisa e peculiare di figure professionali come ingegneri e architetti tra i deportati nei campi di lavoro. In particolare è possibile seguire quest’attività produttiva dei campi di lavoro nella costruzione della grande opera del BBK – il Belomorkanal, il canale che unisce il Mar Bianco al Mar Baltico. Su questo è piuttosto esplicita la monografia di Gullotta – Intellectual Life and Literature at Solovki 1923-1930. The Paris of the Northern Concentration Camps (2018) –, soprattutto la parte inerente alla costituzione del sistema concentrazionario dei campi di lavoro del BBK (pp. 45-58).

 In un primo tempo, Zamjatin è un ‘rivoluzionario’, poi vede nella Rivoluzione un tradimento, e ne critica i cardini e i criteri: è così? In che misura questa esperienza precipita in Noi?

Si deve innanzitutto distinguere il Zamjatin uomo dal Zamjatin artista. Afferma Zamjatin che in arte non esistono rivoluzioni: nel campo dell’arte domina l’evoluzione. Le nuove conquiste dell’arte, in realtà, non sono altro che l’evoluzione artistica di quanto in precedenza accumulato: in arte nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Invece la rivoluzione nell’esistenza umana, secondo Zamjatin, serve a – ha lo scopo indissolubile di – produrre nella società la felicità delle masse. Pur credendo nella rivoluzione, Zamjatin ha una visione duplice e contraddittoria della felicità, che gli spacca letteralmente la coscienza – e ciò si riflette ampiamente in Noilo scontro tra diritto della felicità delle masse attraverso la rivoluzione e necessità del singolo individuo di godere della felicità personale. Nella prefazione per una prima edizione russa mai realizzata di Noi sulla rivista Osnova Zamjatin scrive che le insurrezioni, le rivoluzioni – che sono energia – sono necessarie come i temporali. Noi narra ciò che secondo Zamjatin avviene dopo l’era delle rivoluzioni: è il racconto della terribile, ineluttabile, era entropica – un periodo temporale infinitamente lontano dai giorni tempestosi in cui l’autore vive e scrive. Ricorda Darko Suvin che per Zamjatin la rivoluzione rappresenta l’energia – l’“indiscutibile splendente principio di vita e di movimento”, che si contrappone all’entropia – il “principio di male dogmatico e di morte”. Zamjatin scrive che dopo che lo stato, nei ‘secoli’, sarà diventato granitico, “ci sarà brava gente col desiderio, rimanendo nel vagone dormiente dell’evoluzione, di giungere a un ordinamento territoriale senza stato”. A questo nuovo desiderio di tempesta lo stato opporrà resistenza – “e di nuovo fulmini, tempeste, incendi”. Con un calembour tutto russo l’autore definisce “la legge che con la ‘r’ di temporale guarnisce in eterno la dolce ‘evoluzione’”: dunque dalla ‘ėvoljucija’ (evoluzione) si genera la tempesta della ‘revoljucija’ (rivoluzione). Il problema non è, dunque, la rivoluzione in sé, ma la questione legata alla costruzione di uno stato post-rivoluzionario in cui si abbandoni il principio della rivoluzione in favore del dogma dell’entropia: per la costituzione di uno stato granitico, leggi e norme statali limitano le libertà dei singoli individui per il bene della collettività. Zamjatin sta qui ricodificando apertamente materiale letterario pregresso – pura evoluzione-rivoluzione letteraria dell’idea espressa, ad esempio, nelle Memorie dal sottosuolo del suo amato Dostoevskij: in Noi si osserva l’annullamento della volontà individuale in un contesto programmatico di organizzazione sociale collettiva – una società massificata in cui l’individuo perde il diritto alla natura, all’istinto, alla fantasia, e persino al libero arbitrio. Su questo punto mi pare adeguata l’affermazione di Riccardo Donati in Critica della trasparenza (2016), nella parte dedicata alla ‘fabbrica trasparente’, quando scrive che “l’ingiunzione al summum bonum, … per quanto benintenzionata possa essere, è tanto oppressiva quanto ogni altra forma di dispotismo” (p. 57). Il libero arbitrio – componente naturale dell’individualità umana – non è nemmeno contemplato, ad esempio, nelle scelte dei rapporti amorosi. La “Lex sexualis” è infatti nel futuro distopico di Noi l’evoluzione – portata da Zamjatin all’estremo – delle idee di Aleksandra Kollontaj, commissario del popolo che nei primi anni post-rivoluzionari si batteva per la liberazione fisica e sociale della donna, e propagandava una nuova morale basata su un nuovo modello di relazioni sessuali, un vero e proprio nuovo codice sessuale parte integrante dell’ideologia di classe. Riguardo alle relazioni sessuali della classe operaia Kollontaj scriveva infatti che “una maggiore fluidità e una minore solidità delle relazioni sessuali” – il cosiddetto poliamore – erano i principali obiettivi che quella classe doveva realizzare (in Sem’ja i kommunističeskoe gosudarstvo, 1920, p. 59). Oltre all’estremizzazione del concetto di ‘poliamore’, in Noi si compie la subordinazione dei concetti di maternità e famiglia agli ideali dello Stato Unico – che in Kollontaj corrispondeva alla Russia comunista: al posto di un amore ‘limitato’ alla propria prole, scriveva la Kollontaj, la madre-operaia doveva occuparsi della crescita dei figli della collettività, senza più distinzioni tra proprio e altrui (in Sem’ja i kommunističeskoe gosudarstvo, p. 22). La città dello Stato Unico rappresenta, dunque, il luogo delle leggi e degli ideali – innaturali, razionali, utopici – di quello Stato, ed è perciò delimitata da un muro di vetro che permette di scorgere, separandola, il verde mondo della natura al di fuori di essa. Infrangere il vetro vuol dire allora rinunciare all’artefatta perfezione del mondo artificiale di ‘noi’ – dove l’errore non è contemplato, ovunque domina la felicità collettiva e tutto abbonda per soddisfare le necessità materiali della società – per tornare al libero arbitrio – imperfetto, impreciso, irregolare, naturale – dell’‘io’ individuale.

Zamjatin non sembra a suo agio tra i russi in esilio a Parigi: come mai?

Nonostante Zamjatin abbandoni de facto la patria, alla base della sua partenza sono poste motivazioni non sono assimilabili a quelle dell’emigrazione russa. Nel 1929, a seguito di una campagna denigratoria che lo colpisce (assieme a Boris Pil’njak), interviene in sua difesa Maksim Gor’kij, che solo nel 1931 riesce a fargli ottenere il passaporto. Nel frattempo Zamjatin scrive a Stalin con la richiesta di partire per l’estero per un periodo limitato di tempo – un anno – perché – sostiene – gli è ormai preclusa ogni possibilità di lavorare in patria. Ottenuto in modo perfettamente legale il permesso di un anno, non trancia definitivamente i legami con la madrepatria, anche se nei fatti non rimetterà più piede in Unione Sovietica, inserendosi alla fine nella vita culturale francese – anche se spesso visto dai compatrioti dell’emigrazione con sospetto – Zamjatin è un ‘eretico’. Questo fatto certamente determina in lui una sorta di autoisolamento protettivo. Zamjatin spera sempre e comunque di ritornare in patria. Questo fatto è riportato a lettere cubitali nelle memorie di Nina Berberova, che ne Il corsivo è mio (del 1969, tradotto e pubblicato in italiano nel 1989 per i tipi di Adelphi) sottolinea quanto Zamjatin frequentasse un numero estremamente esiguo di suoi compatrioti, non ritenendosi un emigrato, anzi aspettando costantemente la prima occasione possibile per tornare in Russia – e come Berberova evidenzia, intanto soprassedeva e si acquattava in attesa di vivere in seguito in patria. Come sappiamo, le sue speranze rimarranno deluse: nel 1937 Zamjatin muore, drammaticamente povero, a Parigi, con accanto pochissimi amici.

Anticlericale, antipolitico: in cosa crede Zamjatin? E qual è il ‘genio’ della sua scrittura, la sua caratteristica?

Se, come ha scritto Zamjatin, nell’arte domina l’evoluzione, la novità di Zamjatin è proprio l’evoluzione del materiale artistico del passato attraverso una nuova personalissima forma d’espressione. Noi, infatti, è un continuo rimando, una continua citazione di opere e autori coevi e del passato. Se si prende l’edizione critica del romanzo pubblicata nel 2011 che riproduce il testo del dattiloscritto originale – che differisce in modo sostanziale dalle precedenti edizioni russe e su cui si basa la mia traduzione per Fanucci –, si possono contare ben 287 note in cui compaiono testi e autori citati dall’autore in grandissima quantità – dalle cosiddette ‘espressioni alate’ del russo a interi rimaneggiamenti di brani celebri (si pensi, su tutti, al Grande Inquisitore di Dostoevskij). L’opera di Zamjatin può essere definita un ‘metaromanzo’ il cui scopo è la rinascita della letteratura e del suo linguaggio, dove lingua e forma diventano elementi distintivi del ‘genio’ del loro autore. Più che per il contenuto distopico – certamente dirompente se letto a posteriori – sono lo stile, i procedimenti stilistici, la sapienza dell’intreccio, a lasciare letteralmente senza parole. Stile, procedimenti, intreccio che si fanno a loro volta contenuto e permettono di decodificare un sottotesto ancor più complesso di quanto si sia portati a credere. Si prenda ad esempio la figura del poeta R-13. Nella mia introduzione spiego come fonetica e skaz testopoietico permettano di definire R-13 sintesi fisico-fonetica dei poeti del passato e del presente, caricatura allo stesso tempo di Vladimir Majakovskij e di Boris Pasternak – ma anche di Velimir Chlebnikov, ad esempio. Il poeta possiede una personalità dotata d’inalienabile creatività artistica, e per questo motivo è inconciliabile con la rigidità di uno Stato Unico che non ammette la fantasia. L’Intervento Supremo, necessario a eradicare la fantasia, è incompatibile con la creatività del poeta: attraverso l’Intervento Supremo il poeta perderebbe per sempre la capacità di comporre versi artistici, e non essendo più poeta diverrebbe un essere artificiale – un automa senza creatività. Per questo motivo l’attività poetica può essere silenziata esclusivamente dalla morte fisica del poeta: R-13 muore proprio nel corso della Rivoluzione. Zamjatin crede dunque che vero motore della poesia è l’energia della rivoluzione, mentre l’entropia sociale dello Stato Unico – ossia la Russia post-rivoluzionaria – può solo uccidere il poeta. L’autore termina di scrivere Noi nel 1921 – eppure questa visione costituisce un’ulteriore, profetica, anticipazione del destino del Majakovskij poeta di stato, e in generale del destino del poeta, incompatibile con lo Stato Unico. Il poeta, infatti, incarna allo stesso tempo le figure del rivoluzionario e dell’eretico, soggetti la cui caratteristica è l’accumulo di energia e passione necessarie a una radicale evoluzione del modo di vivere e pensare. Su questo punto Zamjatin sente e sa di essere un eretico ribelle che si rifà al prototipo degli eretici ribelli: lo scienziato Robert Mayer, padre della termodinamica, da cui l’autore riprende la definizione di entropia. Proprio nel periodo della stesura di Noi Zamjatin dedica a Mayer un racconto biografico (si veda Il destino di un eretico pubblicato nel 1988 dai tipi di Sellerio) e i concetti di Mayer riecheggiano nelle parole di I-330 (la protagonista femminile del romanzo) – che parla in nome dei Mefi: “Al mondo esistono due forze – l’entropia e l’energia. Una spinge verso la pace beata, verso l’equilibrio felice; l’altra – verso la distruzione dell’equilibrio, verso il movimento tormentosamente-senza-fine. L’entropia era venerata come Dio dai nostri – o meglio – dai vostri antenati, i cristiani. Mentre noi, gli anticristiani, noi…”. D’altro canto, per Zamjatin l’arte stessa è eresia, e ogni artista in qualità di creatore deve essere un eretico – l’unica medicina capace di superare l’entropia del pensiero umano, ossia tutto il materiale del passato – incluso la stessa religione – che, cristallizzatosi nel tempo, è divenuto dogma. L’eretico, ed è questo in fondo l’anticlericalismo e l’antipolitica in – e di – Zamjatin, è colui che rappresenta la realizzazione della predestinazione dell’individuo – e in particolare dell’artista: l’eterna rivoluzione, in nome dell’evoluzione e della perfezione dell’essere umano.

A cura di Davide Brullo

Dove porta la guerra global ai classici

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Fonte: Marcello Veneziani

di Marcello Veneziani

Come spiegare la guerra ai “classics” che si allarga negli Stati Uniti e pure sull’altra sponda dell’Atlantico e trova oggi conforto e rinforzo con l’arrivo alla casa Bianca dei progressisti e antirazzisti Joe Biden e di Kamala Harris? È stata proprio la “sua università”, quella da cui proviene la vice nera di Biden, la Howard University di Washington, a fare da capofila nell’opera di demolizione e di epurazione dei classici dagli studi. Trattandosi di un’università simbolo degli afro-americani, assume un significato speciale. La cacciata dei classici dalle università, non solo dunque del “conquistatore” Cristoforo Colombo ma dei grandi poeti, pensatori e letterati della tradizione antica, greco-romana ed europea, è diventata ora il simbolo della lotta dei neri contro la “supremazia” dei bianchi. La cultura è vista come un segno di violenza, schiavismo e sottomissione coloniale che l’occidente avrebbe esercitato sulle popolazioni indigene di tutto il mondo. Anche i capolavori della letteratura vengono sottoposti alla censura postuma e vengono giudicati dai tribunali e dalle piazze, dai MeToo e dagli Antifa, e non più nelle sedi letterarie in ragione del loro valore. Il significato umanistico viene sottomesso al valore umanitario e sottoposto al Tribunale Permanente dei Diritti Umani Violati.

Sono lontani i tempi in cui un presidente negro e illuminato, come Leopold Senghor, poeta e alfiere della “negritudine”, esibiva il suo amore per i classici e per la lingua latina e spingeva gli studenti più bravi del suo paese, il Senegal, e di tutta l’Africa nerissima a integrarsi anche tramite la cultura e l’assimilazione dei classici e della lingua latina.

Ora il problema non è integrare i neri, i latinos e gli indiani nella civiltà euro-occidentale ma dis-integrare la nostra cultura sin dalle sue radici e contrapporre i temi dei diritti umani a ogni discorso culturale, storico e spirituale. L’appello si estende a tutti gli occidentali che devono ricusare il loro passato, vergognarsi delle loro origini e sostenere la battaglia contro i classici, che a esaminarli furono tutti, più o meno, “razzisti”, “schiavisti”, “omofobi”, “maschilisti”, e via dicendo. Via la vita spirituale, al più cantiamo gli spiritual.

Perfino gli schemi del pensiero rivoluzionario vengono capovolti: le classi subalterne, i proletari, non devono impossessarsi delle idee dominanti e della cultura egemone per rovesciare i rapporti di potere e sostituirsi al comando della società; ma devono disprezzare la loro cultura e cancellare le sue tracce. Verso dove si va in questo modo? Verso una forma di imbarbarimento planetario e di ripiegamento narcisistico nell’oggi contro tutti gli ieri e i sempre. Continua a leggere

Senza volto

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di Gianfranco Amato

Durante una passeggiata pomeridiana sotto i portici del centro un amico mi ha salutato ma io non l’ho riconosciuto. La mascherina che indossava mi aveva impedito di identificarne i connotati. Solo dopo aver contravvenuto le rigide disposizioni anti-Covid, ovvero dopo essersi abbassata la “museruola”, sono riuscito a capire chi fosse e a ricambiare il saluto. Un episodio banale, che sarà accaduto a chi sa quanti italiani in questi tempi di pandemia. Eppure, quel piccolo incidente mi ha fatto riflettere sull’importanza del volto umano. È impossibile una relazione senza il riconoscimento del volto dell’altro. Mi sono ricordato di aver letto da qualche parte che ogni essere umano appena apre gli occhi alla vita cerca un volto: quello della madre. Una ricerca che continua per tutta l’esistenza e che rappresenta l’anima della stessa comunicazione e relazione con gli altri. Noi scopriamo di essere uomini quando riusciamo a fissare un volto e dire “tu”.  Il neonato cerca, infatti, il volto della madre, come il bambino cerca il volto dei genitori, l’amante cerca il volto dell’amato, il discepolo cerca il volto del maestro, l’uomo cerca il volto di Dio.

Il dramma dell’attuale società liquida e postmoderna sta nel fatto che l’uomo di oggi non sa dire coscientemente «tu» a nessuno. Proprio in questa drammaticità risiede e si nasconde l’ossessiva e violenta ricerca di potere che caratterizza largamente i rapporti usuali tra le persone, basati perlopiù sulla sistematica riduzione dell’altro a un disegno di possesso e di uso. Si tratta di un modello culturale da tempo imposto dal potere e alimentato attraverso la sua micidiale macchina di propaganda. Basta guardare una qualsiasi fiction televisiva in prima serata, o leggere i rotocalchi d’intrattenimento. Il potere ha bisogno di distruggere le relazioni sociali, di creare individui soli, isolati, possibilmente single, senza radici, senza identità, fragili, indifesi ed impauriti, ovvero dei soggetti perfettamente manipolabili. La pandemia Covid-19, da questo punto di vista, è stata un’insperata (o voluta?) manna caduta dal cielo. Ha persino legittimato il fatto di dover celare il volto con una maschera. Ma come si fa ad avere una relazione con l’altro senza vederlo in faccia? Proprio il volto umano è la parte del corpo che deve essere sempre denudata e che non deve essere nascosta. Non è un caso se nell’antica Grecia, lo schiavo veniva definito come πρσωπος (apròsopos), ossia senza (a-) volto (pròsopos), quindi senza dignità, senza libertà, una mera “res”, un oggetto nelle mani del padrone. Il volto scoperto è segno di libertà. Pure i lebbrosi allontanati dalla comunità erano senza volto. Il volto è anche ciò che contraddistingue l’uomo dall’animale, come ci ha insegnato il grande Cicerone nella sua opera De Legibus (I, 27): «(…) is qui appellatur vultus, qui nullo in animante esse praeter hominem potest, indicat mores» (quello che si chiama volto, che non può esistere in nessun essere vivente se non nell’uomo, indica il carattere di una persona). Il volto è un elemento essenziale della relazione umana. Persino Dio per farsi conoscere dagli uomini ha dovuto far intravedere il Suo volto diventando uomo, cioè entrando come persona nella storia. Si è rivelato attraverso il volto di Gesù Cristo, che è diventato il volto del destino umano, la natura del significato del nostro essere, proprio perché Gesù Cristo è il volto del Padre. Così la definizione totale del significato dell’uomo nel mondo è passata attraverso un volto. Mi sono anche ricordato che il filosofo lituano Emmanuel Levinas ha dedicato gran parte della sua ricerca filosofica proprio al significato del volto. Per il pensatore lituano, l’epifania, e dunque la manifestazione dell’altro, avviene nel dialogo, nel “faccia a faccia”. L’altro diventa quindi una rivelazione concessa in particolare dal volto, che è il mezzo di comunicazione primo e lo strumento attraverso il quale l’umanità di ciascuno si palesa, al punto da far intravvedere una traccia dell’Infinito. Il volto è il luogo in cui, più che altrove, si giocano le dinamiche dell’uomo, e quindi anche il suo rapporto col Potere. Per questo – come ha lucidamente scritto Giorgio Agamben, un altro filosofo che stimo – il volto è anche «il luogo della politica».

Lo stato d’eccezione in cui è piombata l’umanità a seguito della pandemia Covid-19 è arrivato al punto da far considerare normale il nascondimento del volto, persino doverosa la necessità di impedire l’epifania dell’altro. Sempre Agamben avverte, però, che «un Paese che decide di rinunciare al proprio volto, di coprire con maschere in ogni luogo i volti dei propri cittadini è, allora, un Paese che ha cancellato da sé ogni dimensione politica», e «in questo spazio vuoto, sottoposto in ogni istante a un controllo senza limiti, si muovono ora individui isolati gli uni dagli altri, che hanno perduto il fondamento immediato e sensibile della loro comunità e possono solo scambiarsi messaggi diretti a un nome senza più volto». Mai come in questi tempi in cui il diritto appare condizionato dall’emergenza sanitaria, in cui l’Ausnahmezustand (stato d’eccezione) di Carl Schmitt rischia di diventare un paradigma normale di governo, il volto è davvero il luogo della politica. È la sfida alla tirannia che pretende un popolo di “apròsopos”, fatto di individui senza volto, senza dignità, senza identità, senza libertà. Ancora una volta Agamben sul punto è chiarissimo: «Il nostro tempo impolitico non vuole vedere il proprio volto, lo tiene a distanza, lo maschera e copre. Non devono esserci più volti, ma solo numeri e cifre. Anche il tiranno è senza volto». È proprio così.

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