Una giornata nel “mondo piccolo” di Guareschi

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guareschiIl Centro studi “Giuseppe Federici” di Rimini, tra le iniziative indette per il ventennale del sodalizio (nel 1997 fu fondato il circolo culturale Giuseppe Federici, trasformato poi nel 2001 in centro studi), organizza il 25 aprile 2017, festa di san Marco Evangelista, una giornata nel “mondo piccolo” di Giovannino Guareschi.
 
Programma della giornata
 
ore 10,30 appuntamento al cimitero di Roncole Verdi (frazione di Busseto, Parma) per rendere omaggio alla tomba di Giovannino Guareschi, della moglie Ennia (“Margherita) e della figlia Carlotta (la Pasionaria”).
 
ore 11,00 arrivo alla sede del “Club dei Ventitré”: visita della mostra “Giovannino nostro babbo”, con la proiezione del filmato “Adesso vi racconto tutto di me” (offerta simbolica di 1,00 euro) e incontro con Alberto Guareschi e le sue due figlie; sosta al vicino Bar Guareschi, aperto dal 1957 ed ancora fornito degli arredi originali scelti da Giovannino.
 
ore 13,00 pranzo (25,00 euro, prenotazioni presso il Centro Studi Federici entro venerdì 21 aprile). 
 
Nel pomeriggio: trasferimento a Roccabianca (PR) – 15 km circa percorrendo la SP 59 – dove si trovano la casa natale di Guareschi nella frazione di Fontanelle, il museo “Mondo Piccolo” (ingresso gratuito) e diversi luoghi che hanno ispirato i racconti di Giovannino.
 
Chi desidera potrà invece recarsi a Brescello (RE) – 60 km con l’autostrada A1, 55 km con la SP50 – per visitare i luoghi delle riprese cinematografiche dei film di Don Camillo e Peppone.
 
Per raggiungere Roncole Verdi, frazione di Busseto (PR):
– dall’autostrada A1 Bologna – Piacenza, uscire al casello di Fidenza/Salsomaggiore Terme, proseguire poi in direzione di Busseto-Soragna;
– dall’autostrada A21 Brescia – Piacenza, uscire al casello di Castelvetro, proseguire poi per Busseto-Fidenza- Villanova.
 
Informazioni e iscrizioni al pranzo: 
Tel.  0541.758961 
E-mail: romagnapontificia@gmail.com
 

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Quando i muri di separazione erano democratici

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gorizia 1950Segnalazione del Centro Studi Federici

Benedizione alla mamma
Una scena commovente alle porte di Gorizia, la dove passa il confine. Un giovane prete italiano, don Breceli, che al mattino ha celebrato la prima messa, si avvicina al reticolato di frontiera, di là del quale lo aspetta sua madre, residente in territorio jugoslavo e unica superstite della famiglia massacrata nella lotta partigiana. Inginocchiatasi la donna, il figlio, attraverso l’invalicabile barriera, le impartisce la benedizione.
(La Domenica del Corriere del 23 aprile 1950).
 

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Crimini titini: alcune testimonianze

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parenzo_43Segnalazione del Centro Studi Federici

Domani è il  giorno del ricordo delle foibe e dell’esodo. Ricordiamo le vittime e ricordiamo chi furono i carnefici: gli adepti del comunismo ateo, che nel XX secolo, dall’Unione Sovietica alla Cina, dalla Jugoslavia al Vietnam, hanno perseguitato e ucciso milioni di cattolici. Vittime e carnefici dimenticati dai professionisti della memoria.
Il ricordo delle Foibe, le storie di tre esuli siciliani «Per 50 anni non ho saputo la fine di mio padre»
 
Bruna Fiore aveva tre anni quando i soldati di Tito uccisero i suoi genitori e alcuni suoi fratelli. Giuseppe Mancuso è scappato da Fiume dopo essere stato in un campo di prigionia. Maria Cacciola ha fondato un’associazione per cercare i familiari delle vittime: «Volevano cancellare la presenza italiana in quelle terre»
 
La loro unica colpa era di essere italiani. E L’Italia li ha dimenticati per tanto tempo. Sono gli esuli di Istria, Fiume e Pola. Dal 2005 il 10 febbraio è dedicato alla commemorazione delle foibe e del successivo esodo forzato della popolazione italiana. Tutto cominciò l’8 settembre 1943. In Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi torturarono e gettarono nelle foibe (le fenditure carsiche usate come discariche) circa un migliaio di persone. Erano fascisti (o presunti tali) e oppositori politici, potenziali pericoli per il futuro Stato jugoslavo comunista. Nella primavera del 1945 l’esercito jugoslavo occupò Trieste e l’Istria, cominciò così l’esodo di migliaia di italiani. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati.
 
Bruna Fiore è una di questi esuli. È cresciuta a Messina dove si è anche laureata. La sua vita viene stravolta l’8 settembre 1943 quando, insieme a sua madre e i suoi sei fratelli, deve lasciare Pola. «Ero piccola, avevo appena tre anni, ma ricordo che mio fratello Lorenzo, che aveva meno di 20 anni, era andato a lavorare. Ci raccontarono che si trovava in un bar e fu preso dai soldati di Tito nel marzo del 1943. Scomparve come già era accaduto a mio padre, sotto Natale. Sono sicura del periodo perché mi ricordo che mia madre, tornando a casa, si arrabbiò con mia sorella che aveva fatto l’albero e gettò tutto in aria. Per la disperazione quando capì che anche mio fratello era stato catturato dai soldati di Tito andò a cercalo. Ma non tornò mai più. Anche lei fu gettata nelle foibe, le strinsero i polsi e le caviglie con il filo spinato, quindi venne legata con gli altri prigionieri in fila sul ciglio di una foiba. Uno dei soldati sparava al primo della fila, facendo cadere dentro tutti gli altri. Stessa cosa successe a mia nonna. Era conosciuta e si era prodigata per ritrovare mia madre e mio fratello, ma finì anche lei infoibata. Di mio fratello Lorenzo, invece, non ho certezza, anche se un mio zio che anni dopo venne a Messina, mi disse che poteva indicarmi il posto dove era stato gettato». Bruna, a soli tre anni, fugge a bordo di un carro insieme ai fratelli: due si rifugiano in Brasile, due in Australia e la maggiore in Germania. Solo Bruna resta in Italia e viene adottata da una coppia di messinesi.
 
Giuseppe Mancuso ha 85 anni ed è un esule di Fiume. Nel 1947 fa esperienza di un campo di prigionia. «Stavo uscendo da scuola e aspettavo per prendere il tram e tornare a casa. Quando all’improvviso arrivò un camion con un tendone, i poliziotti slavi ci buttarono dentro. Attraversammo il fiume e ci portarono in un campo dove dovevamo lavorare sette, otto ore. Dovevamo pulire i boschi per aiutare i titini a passare. Dopo un paio di giorni, al campo di prigionia arrivò la sorella di mia madre, che era del ’26, più grande di me di soli quattro anni. Lei doveva lavare i piatti e fare le faccende». Mentre i due si trovano al campo, Fiume, già occupata da due anni dalla Jugoslavia, viene formalmente annessa allo Stato slavo e Tito lascia ai prigionieri e agli altri abitanti la libertà di decidere se restare in Jugoslavia o andarsene. Giuseppe Mancuso raggiunge la madre e il fratello a Torino in una delle grandi caserme. «Siamo stati un anno lì. Dormivamo in piccole stanze dove gli spazi erano divisi dalle lenzuola. Poi siamo stati a Roma, a Cinecittà, nel frattempo è rientrato mio padre dalla guerra. E la Marina lo ha mandato alla base navale di Messina, dove ci siamo trasferiti». 
 
C’è poi chi infine come Maria Cacciola, esule di Pola, è responsabile da alcuni anni dell’associazione congiunti e deportati in Jugoslavia. «Sto cercando i congiunti messinesi dei trucidati per far prendere loro la medaglia, ma molti non hanno voluto saperne. Abbiamo realizzato una mostra itinerante che parla delle Foibe e che adesso si trova ad Acireale, al liceo scientifico Archimede». Cacciola spiega l’importanza di ricordare «quel mondo di odio e di furia sanguinaria che aveva come obiettivo cancellare la presenza italiana in quelle terre. Una vera e propria pulizia etnica. Per oltre 50 anni non ho saputo che fine abbia fatto mio padre. È partito nel maggio del 1945 a guerra finita e non è più tornato». Fu catturato dai militari titini mentre era al seguito del maresciallo palermitano Alfano. «L’ho scoperto solo dopo che è stata istituita la giornata del ricordo del 10 febbraio – continua la donna -. Noi scappammo da Pola perché il padrone di casa ci disse che era meglio rientrare in Sicilia. Su un carro arrivammo a Trieste e poi in treno in Sicilia».
 
 
Foto: Parenzo, 1943, funerali di infoibati.
 

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Gigi Vidris

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image002Segnalazione del Centro Studi Federici

Si avvicina il “Giorno del ricordo” in memoria delle vittime delle Foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Cogliamo l’occasione per ricordare la figura dell’artista istriano Gigi Vidris, che con le sue vignette illustrò in particolare la tragedia dell’esodo, denunciando i crimini dei comunisti (slavi e italiani) e le responsabilità della Democrazia Cristiana.
 
Biografia
Luigi Vidris, nato Vidrich, nacque a Pola il 25 gennaio del 1897. Trascorse l’infanzia in quel particolare momento storico che vide il prepararsi, da parte delle nazioni europee, alla prima guerra mondiale. E’ sui banchi di scuola che Luigi Vidris inizia a disegnare, facendo le caricature di maestri, professori e compagni di studi. 
Gigi Vidris avrebbe voluto recarsi a Monaco per studiare arte, ma per le precarie condizioni economiche del dopoguerra deve rinunciare e rimanere quell’autodidatta che è sempre stato per tutta la vita. Collabora con diversi periodici locali: “La Mosca”, “La Tarma”, “L’Unico” ed “El Grizolo”. 

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L’equivoco lefebvriano

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ratzinger_fellayPubblichiamo questo commento, che troviamo completo, chiaro, sagace e giusto. Seppur non riportando la frase completa, noi siamo stati tra quelli che hanno fatto notare la prima parte della frase di Mons. Fellay relativa alla normalizzazione da anni dei rapporti coi modernisti:

Segnalazione del Centro Studi Federici

“La fine di un equivoco”: Mons. Fellay conferma
 
Domenica 28 gennaio 2017, Mons. Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (alias Fraternità degli apostoli di Gesù e di Maria), ha concesso un’intervista a TVLibertés (TVL), un’emittente privata francese; si può trovare il testo integrale dell’intervista tradotta in italiano a cura della medesima Fraternità (con accluso il video in lingua originale francese) al seguente indirizzo: http://www.sanpiox.it/attualita/1910-intervista-a-sua-eccellenza-mons-bernard-fellay
 
Le parole che hanno maggiormente colpito l’opinione pubblica, specialmente tra i cosiddetti “cattolici tradizionalisti”, sono state quelle un po’ pittoresche con le quali il Superiore della Fraternità ha descritto lo stato delle trattative per giungere al famigerato “accordo” con i modernisti: a quest’accordo mancherebbe solo più “il timbro”. Entusiasmo tra i favorevoli, lutto, sconcerto e costernazione tra gli oppositori all’accordo in questione! (con la sorpresa di trovare tra questi ultimi anche persone che non troppo tempo fa la pensavano diversamente e magari ancor oggi, la domenica, assistono tranquillamente alla ‘messa’ di un ‘sacerdote’ che celebra in virtù del m.p. Summorum Pontificum o che dipende dall’Ecclesia Dei, e che pertanto nell’ “accordo” ci vive tranquillamente ogni giorno).

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Cloaca Maxima

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cloacaSegnalazione del Centro Studi Federici

Dalla fogna del modernismo l’ennesimo scandalo che umilia la Chiesa e conferma i peccatori nel vizio. 
 
Il delegato del vescovo al funerale di Franco: “La Chiesa dovrebbe chiedervi scusa”
Il discorso di don Carrega: «Con coraggio ci avete mostrato il bisogno di una Chiesa più grande». E nasce l’idea di una fondazione per le coppie di anziani omosessuali
 
TORINO – «Hai visto Franco, oggi ho messo lo stesso abito del nostro matrimonio». Gianni Reinetti ha salutato per l’ultima volta suo marito, e per la prima volta in chiesa, nella parrocchia di Santa Rita colma di amici dell’anziana coppia che ad agosto ha inaugurato le unioni civili a Torino, è stata pronunciata ad un funerale questa parola, riferita a due coniugi omosessuali. Franco Perrello, 83 anni, mancato giovedì dopo una lunga malattia, e Gianni Reinetti, 79, si sono «sposati» cinque mesi fa, dopo l’approvazione della legge Cirinnà. A celebrare il rito civile, la sindaca Chiara Appendino.  

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Haganah, i precursori dell’Isis 

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1280px-Semiramis_HotelSegnalazione del Centro Studi Federici

Il terrorismo delle bande sioniste determinò l’esodo dei Cristiani dalla Terra Santa, che prima del 1948 rappresentavano oltre il 20% della popolazione palestinese. Terrorizzati dagli attentati compiuti dai precursori dell’Isis, miglialia di Cristiani abbandonarono i loro villaggi, che furono poi rasi al suolo – chiese, case, cimiteri – dall’esercito israeliano, cancellati per sempre dalle cartine della Terra Santa. 
Per non dimenticare le vittime cristiane dei crimini sionisti, pubblichiamo la narrazione dell’attentato dinamitardo compiuto nel gennaio del 1948 dai terroristi della Haganah all’Hotel Semiramis di Gerusalemme, di proprietà cristiana, che provocò la morte di 36 persone, tra cui un’intera famiglia cristiana di 18 persone e il vice-console spagnolo, Manuel Allende Salazar.

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Nuovo articolo sul “prismatico” don Innocenti

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convegno_massoniSegnalazione del Centro Studi Federici

Don Innocenti e i “cari amici” massoni, di Padre Torquemada
 
Terza puntata su don Ennio Innocenti. Il giorno dopo la pubblicazione della mia notarella su “Don Ennio Innocenti, pioniere dell’Ecumenismo a Roma” (http://www.sodalitium.biz/don-ennio-innocenti-pioniere-dellecumenismo-roma/),  un nostro attento lettore ha segnalato agli amici di Sodalitium un video molto interessante che tutti voi potete vedere al seguente indirizzo:
La presentazione del video spiega sufficientemente il suo contenuto:
La “Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis” e il “Collegio Circoscrizionale dei Maestri Venerabili della Toscana” hanno organizzato il 12 marzo 2016, presso il centro congressi dell’Hotel Mediterraneo (Firenze), un confronto sul tema dell’INIZIAZIONE. Dopo l’iniziale saluto di Francesco Borgognoni (presidente del Collegio Circoscrizionale dei Maestri Venerabili della Toscana) hanno parlato, sotto la moderazione dello storico Gabriele Paolini, Don Ennio Innocenti e il Prof. Mariano Bianca. Per non eccedere in lunghezza sono stati tagliati gli interventi che alcune persone del pubblico, molto interessato, hanno fatto dopo i quattro interventi dei relatori.
Aggiungiamo solo che il prof. Bianca è esponente del Grand’Oriente d’Italia (abbiamo già parlato di lui su Sodalitium trattando della rivista massonica Ars Regia alla quale collaboravano Franco Cardini e Massimo Introvigne) e che tra il pubblico era presente il Gran Maestro onorario del GOI. Paolini e Bianca sono due professori universitari.
Il lettore che avrà la pazienza di ascoltare quanto detto dai partecipanti, si accorgerà che don Innocenti non fa mistero delle sue “perplessità” sulla Massoneria, per cui non è oggetto di nostra critica quanto detto da don Innocenti, quanto piuttosto quanto non detto, e ancor più dal fatto stesso di aver partecipato ad un confronto e dialogo con quelli che lui stesso chiama i suoi “cari amici” cioè i massoni.
Qualcuno dirà: ma don Innocenti, davanti a una platea di massoni, non ha esitato a criticare, seppur con garbo, la massoneria. E noi ci chiediamo allora se i massoni siano poi tutti  – per dirla alla toscana – dei ‘bischeri’. A che scopo invitare don Innocenti, se don Innocenti con la sua presenza nuocesse, e non giovasse invece, alla causa massonica?
Sì, perché non si tratta del primo incontro tra la “Sacra Fraternitas Aurigarum” del sacerdote pistoiese, e le Logge massoniche toscane.
Già due anni prima il medesimo Maestro Venerabile Francesco Borgognoni (presidente del Collegio dei Maestri Venerabili di Toscana) aveva invitato e ricevuto don Innocenti, sempre a Firenze, il 29 novembre 2014, per tenere ai Fratelli una conferenza su “La Gnosi e la modernità”:
 
Che interesse hanno i fratelli massoni a dare la parola ad un sacerdote noto per le sue pubblicazioni anti-massoniche? Andrebbe chiesto a loro; certamente, il solo fatto del ‘dialogo’ e del ‘dialogo’ tra ‘amici’ – massoni o cattolici poco importa – è già di per sé stesso una vittoria dello spirito massonico. Simili incontri ripetuti, che durano almeno da alcuni anni (se non da prima) presuppongono contatti e frequentazioni che lasciano supporre che quel che possiamo vedere sia solo, come si dice, ‘la punta dell’iceberg’.
Da laggiù, Giulio Andreotti benedice.
 
P.S. – Qualcuno si chiederà e ci chiederà come mai tanto interesse verso un venerando e ormai anziano sacerdote (sempre di vivissima intelligenza, comunque) da parte nostra. Diremo apertamente che ciò è dovuto all’influenza e al fascino che ha esercitato e crediamo eserciti ancora su sacerdoti (e laici) del cosiddetto mondo della “tradizione cattolica”: chi ha orecchie per intendere, intenda, e rifletta.
 
 
 

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Trump e Israele

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kippahSegnalazione del Centro Studi Federici

L’ottimismo di Gerusalemme. Israele riscopre un alleato sugli insediamenti e l’Iran 
 
Un presidente imprevedibile, che ama Israele, d’istinto. L’inaugurazione della presidenza Trump è vista a Gerusalemme come il ritorno della vecchia America dalla parte dello Stato ebraico. «Basta vedere il suo entourage, a cominciare dal genero Jared Kushner», conferma Efraim Inbar, direttore del Begin Sadat Center. Ma al di là della simpatia, Trump offre a Israele «un’opportunità storica per realizzare i suoi obiettivi strategici». Inbar, a differenza dei diplomatici, non ci gira intorno: «Tenersi Gerusalemme Est, gli insediamenti e la riva del Giordano come confine». È l’addio all’ipotesi «due popoli, due Stati», in piedi dagli accordi di Oslo del 1993. Anche se Trump non ha definito una politica mediorientale chiara, dalle dichiarazioni e dal personaggio, Inbar ha dedotto la linea principale, molto favorevole allo Stato ebraico: «Cercherà un grande accordo con Putin. É disposto ad abbandonare l’Ucraina, in cambio chiederà a Putin di ridurre il suo sostegno all’Iran», vera potenza imperiale della regione, il maggior rivale di Israele. Trump «è uomo d’affari, negoziatore, deciso, prepotente». Se l’accordo riesce, vedremo una diminuzione della presenza iraniana in Yemen, Siria, forse in Libano «a nostro vantaggio», sottolinea Inbar. Quanto all’accordo di pace con i palestinesi, «non ci sarà», sotto Trump almeno. Assisteremo a un «processo» infinito «che sta bene a tutti, anche alla leadership palestinese, che così continuerà a ricevere aiuti internazionali». Lo spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme è probabile in tempi brevi, ma è un «non-problema», perché la nuova sede è nella parte Ovest della città, che tutti riconoscono come legittimo territorio di Israele. Il portavoce di Trump, Sean Spicer, ha avvertito: «La decisione può essere imminente, restate sintonizzati». Lo restano anche i palestinesi, che ieri a Gaza e in Cisgiordania, hanno partecipato a manifestazione massicce preventive, mentre i servizi israeliani temono «gravi disordini» in vista.
 
(La Stampa del 21 gennaio 2017) 
 

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“Tradizionalisti” prismatici: il caso di don Innocenti

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prisma_diamantiSegnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo una nota della rivista “Sodalitium” relativa a una recente intervista rilasciata all’agenzia Zenit da don Ennio Innocenti.
 
Don Ennio Innocenti, pioniere dell’ecumenismo a Roma, di Padre Torquemada
 
Sì, non è un caso di omonimia. Il pioniere dell’ecumenismo nell’Urbe è proprio il don Ennio Innocenti ben noto negli ambienti cattolici “tradizionalisti”. Di lui abbiamo già parlato in un articoletto di “Sodalitium” (n. 66, aprile 2013, pp. 48-49) intitolato “Una strana coppia”. La strana coppia alla quale facevamo allusione era composta da don Ennio Innocenti – noto saggista, di parte cattolica e antimassonica, sulla massoneria, lo gnosticismo e la Cabala – ed il prof. Aldo Alessandro Mola – storico ufficiale della Massoneria e già presidente dell’Associazione per la difesa della Massoneria. I due, che scoprimmo in seguito essere buoni amici, ‘facevano coppia’ in quanto don Innocenti invitava il prof. Mola a parlare ai convegni che organizzava. Le attenzioni di “Sodalitium” non parvero offuscare don Innocenti, al contrario, giacché amichevolmente rispose invitando il nostro direttore a prendere anch’egli la parola in un futuro convegno, nonché omaggiandolo delle sue più recenti pubblicazioni (notiamo che anche il prof. Mola aveva a suo tempo invitato il nostro direttore, ricevendone, come pure don Innocenti, un cortese quanto fermo rifiuto).

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