A un anno dalla liberazione di Aleppo

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Si è celebrato in Aleppo, nei giorni precedenti il Natale, l’anniversario di un anno dalla liberazione. Un evento festeggiato con giubilo dagli abitanti, nonostante il rancore di quelli che sono stati espulsi (un esempio qui) e la stizza dei commentatori che virgolettano la parola ‘liberazione’ e preferiscono parlare di ‘caduta’, avendo sperato che Aleppo diventasse la capitale della propagata ‘Siria-Libera’. Ringraziamo il volontario bretone Pierre le Corf che ci racconta con la consueta franchezza, incurante delle ingiurie di cui la stampa filo-ribelli lo ha ricoperto, come stanno le cose nel vissuto di chi è sul posto. Ora pro Siria

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Catechismo Maggiore di S. Pio X: il Santo Natale

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Catechismo Maggiore di San Pio X – Del santo Natale

4 D. Che festa è il santo Natale?
R. Il santo Natale è la festa istituita per celebrare la memoria della nascita temporale di Gesù Cristo.

5 D. Che cosa ha di particolare il santo Natale tra tutte le altre feste?
R. Il santo Natale tra tutte le altre feste ha due cose di particolare:
1 che si celebrano gli uffici divini nella notte precedente, secondo l’uso antico della Chiesa nelle vigilie;
2 che si celebrano tre messe da ogni sacerdote.

6 D. Perché la Chiesa ha voluto ritenere l’uso di celebrare nella notte del Natale i divini uffizi?
R. La Chiesa ha voluto ritenere l’uso di celebrare nella notte del Natale i divini uffizi per rinnovare con viva riconoscenza la memoria di quella notte, in cui, nascendo il divin Salvatore, cominciò l’opera della nostra redenzione. Continua a leggere

La santificazione del tempo

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Risultati immagini per santificazione del tempoSegnalazione del Centro Studi Federici

di don Ugo Carandino

Editoriale di Opportune, Importune n. 33
Dalla Quaresima all’Avvento, da Pasqua a Natale… Col vortiginoso scorrere del tempo, “in ictu oculi”, anche il 2017 è quasi archiviato (senza “quasi” per chi riceverà il bollettino dopo le festività natalizie). Il passaggio da un anno all’altro solitamente è l’occasione di bilanci di ogni genere: anche la liturgia, con la funzione del 31 dicembre, dispone le anime a riflettere sulle grazie ricevute e sui peccati commessi nei dodici mesi che si lasciano alle spalle.
Le parole “grazia” e “peccato” sono molto impegnative, perché ci fanno pensare alle verità eterne, rivelate da Dio e negate/dimenticate/ banalizzate, a seconda dei casi, dagli uomini. L’eternità: è proprio la corsa del tempo (che la frenesia dei tempi moderni ci fa percepire sempre più veloce) a sfuggire alla nostra volontà, al nostro controllo. Per cui gli anni si rincorrono, le stagioni della vita di susseguono velocemente, senza poter disporre del tempo come vorremmo e, soprattutto, come dovremmo.
Vorremmo fare tante cose, ma alla ne delle giornate e, soprattutto, alla ne della vita, tante di queste cose non sono che progetti e desideri incompiuti. Nella misura in cui si tratta di cose non indispensabili o comunque di situazioni non imputabili alla nostra volontà (nel campo familiare, professionale, degli interessi personali), si può avere rammarico, ma la coscienza non è aggravata da nessun peso morale.

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L’Italia e il nodo libico

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libia siria

Segnalazione del Centro Studi Federici

La Libia, un Paese nel caos più totale dal futuro tuttora ignoto, si ritrova al centro degli interessi geopolitici delle grandi potenze. L’attuale labirinto libico, dossier strategico per Roma, va letto nella prospettiva della guerra del 2011. L’Italia e il nodo libico.
 
Per comprendere a fondo il complesso scacchiere libico è fondamentale sapere le ragioni dell’attacco contro la Libia del 2011, accompagnato da un coro mediatico secondo cui Muammar Gheddafi da un giorno all’altro diventò un dittatore pazzo da distruggere. “Libia. Da colonia italiana a colonia globale” è un libro di Paolo Sensini (edito da Jaca Book) che ripercorre la travagliata storia della Libia gettando luce sulle fatidiche “primavere arabe” e sulle vicende che i media mainstream hanno taciuto.

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Catechismo Maggiore di San Pio X – Dell’Avvento

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Con Domenica 3 Dicembre siamo entrati nel periodo di Avvento: le quattro settimane che precedono l’Incarnazione di N.S. Gesù Cristo. I motivi di questo periodo ce li spiega il Catechismo di San Pio X (N.d.r.)

Segnalazione del Centro Studi Federici

1 D. Perché si chiamano Avvento le quattro settimane che precedono la solennità del santo Natale?

R. Le quattro settimane che precedono la solennità del santo Natale si chiamano Avvento, che vuoi dire venuta, perché in questo tempo la Chiesa ci dispone a celebrare degnamente la memoria della prima venuta di Gesù Cristo in questo mondo colla sua nascita temporale.

2 D. Che cosa ci propone la santa Chiesa a considerare nell’Avvento?

R. La Chiesa nell’Avvento ci propone a considerare quattro cose: Continua a leggere

L’inganno di Israele contro Assad: soldi e supporto a Isis e al Qaeda

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golanSegnalazione del Centro Studi Federici

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu è irritato per la crescente presenza di iraniana in Siria. Perciò si riserva il diritto di “effettuare bombardamenti nel sud della Siria per costringere a osservare gli interessi israeliani”. La richiesta israeliana — comunicata la settimana scorsa dal ministro della Difesa Avigdor Lieberman — è la creazione di una zona cuscinetto di 50 km di larghezza, dove le truppe iraniane e i loro alleati non possano accedere. Ciò però confligge con l’accordo sottoscritto tra Stati Uniti, Russia e Giordania che prevede una zona cuscinetto di soli 30 km a ridosso dei confini. 
Detto così — come del resto è riportato dalla maggior parte dei media — il dissidio sembrerebbe solo di natura tecnica, quindi superabile, magari dietro reciproche concessioni. Ma così non è. La questione nasconde un comportamento assai ambiguo e contorto: da una parte Israele reclama la propria sicurezza, ma dall’altra mantiene a ridosso del confine del Golan forze irregolari ostili a Damasco. Le varie forze ivi presenti sono quelle appartenenti al Free Syrian Army (Fsa), ma soprattutto al gruppo Hay’at Tahrir al-Sham (Hts, affiliato ad al Qaeda e inserito nelle lista delle formazioni terroristiche) e infine al gruppo “Jaish Khalid Ibn Walid”, affiliato ad Isis. 

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Cristeros: per Cristo Re, contro la massoneria

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miguel pro site of martyrdom iSegnalazione del Centro Studi Federici

Nel novantesimo anno del martirio di padre Michele Pro (23 novembre 1927 – 2017),     segnaliamo una recensione del libro “Messico martire”, relativo all’insorgenza dei Cristeros.
 
Messico martire, di don Ugo Carandino (Sodalitium n. 66)
La casa editrice Amicizia Cristiana ha curato la ristampa del libro Messico martire, scritto dal padre Luigi Ziliani, della Compagnia di Gesù, la cui prima edizione fu pubblicata nel 1929 e, da quanto scrive Marco Respinti (Basta Bugie.it, n. 238 del 30/3/2012), ebbe ben 15 riedizioni nell’arco di 10 anni.
L’iniziativa editoriale è stata suggerita dal film Cristiada, relativo all’insurrezione armata che dal 1926 al 1929 mobilitò i cattolici messicani (i “Cristeros”) contro il regime massonico e anticlericale del presidente Plutarco Elias Calles. In Italia, come ogni pellicola che non rientra nel filone propagandistico hollywoodiano, il film non ho trovato un distributore (all’indirizzo Internet: http://federiciblog.altervista.org /2012/11/28/film-cristiada-viva-cristo-rey/ i lettori troveranno i link per vedere e scaricare il film).

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In nome del Papa Re

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Come annunciato (cfr: http://www.centrostudifederici.org/150-anniversario-della-vittoria-pontificia-roma/) domenica 5 novembre 2017 è stato celebrato a Roma il 150° anniversario della vittoria dell’Esercito pontificio nella campagna militare dell’Agro Romano, terminata con la battaglia a Mentana del 3 novembre 1867.
Al mattino don Piero Fraschetti, dell’Istituto Mater Boni Consilii, ha celebrato la Santa Messa all’oratorio san Gregorio VII (http://www.sodalitium.biz/sante-messe/roma/), situato nel quartiere Prati a pochi passi da Borgo Pio.
Nel pomeriggio il nubifragio che si è abbattuto su Roma (che ha determinato anche il rinvio di un incontro di calcio in programma allo stadio Olimpico), ha ostacolato ma non annullato la cerimonia al cimitero del Verano. Il maltempo ha scoraggiato alcuni a presentarsi all’appuntamento mentre altri, a causa dell’incessante pioggia, non sono riusciti a individuare subito il gruppo.

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20/09: la Roma papalina e la Roma brecciaiola

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piazza_sanpietroSegnalazione del Centro Studi Federici

Segnaliamo alcuni brani del libro “LE DUE ROME. Dieci anni dopo la Breccia”, del padre Gaetano Zocchi (Tip. Giachetti, Figlio e C., Prato 1881).
Vi ha la Roma vecchia e la Roma nuova. Vi ha la Roma dei Papi e la Roma dei framassoni. Vi ha la Roma che prega e quella che bestemmia; la Roma dei martiri e quella dei tiranni; la Roma benedetta e quella maledetta. Vi ha la Roma di granito e la Roma di cartapesta; la Roma eterna e quella che, nata ieri, non è certa di vedere il domani. Vi ha la Roma di Cristo e la Roma dell’Anticristo.
Essa era la città di tutti i popoli della terra e la patria di tutte le genti per cagione del suo Pontefice, che è il padre universale dei cattolici; perciò, secondo la sublime sentenza del Fénelon, ogni cattolico è romano. Ora il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica si trova chiuso dentro al Vaticano, che è la sua reggia e la sua prigione, il suo trono e la sua croce, il suo tempio e il Calvario. Della restante Roma altri divennero signori; e perciò fuori della cerchia del Vaticano, a propriamente parlare, non vi è più Roma, ma un cumulo di edifizii e di ruine, di antico e moderno, di grande e venerando e di piccolo e spregevole, che altra volta fu Roma, ora non è più nulla.
(La fedeltà dei romani al Papa) mi pare abbastanza provata dal modo con cui accolsero la rivoluzione entrata in Roma per la breccia di Porta Pia. Il popolo romano rimase nella massima parte estraneo a quel movimento, cominciato e continuato da forestieri; le larghe promesse, lo splendido fantasma di avvenire fecondo di ricchezze e di potenza, che sembrava inseparabile dal titolo fastoso di capitale di un grand regno, non illusero il popolo romano. Sicchè, mentre tutte le altre città italiane venivano ciecamente travolte nei flutti della passioni anarchiche, Roma invece diede esempio memorando di fedeltà al suo antico e legittimo Sovrano. Professori, impiegati, soldati, grandi signori e principi, elessero il sacrificio, gli stenti, il disprezzo, l’oblio, piuttosto che mutar casacca.
Soprattutto la strage delle case religiose, dei conventi, dei monasteri, di chiese e di istituzioni pie; la licenza illimitata concessa ad eterici di qualsiasi setta, che ora hanno chiesa e scuola in tutti gli angoli di Roma, e adescano i miserabili e la feccia del popolo con promesse di guadagni materiali, e all’occasione affiggono nei luoghi pubblici avvisi crudelmente oltraggiosi alla fede cattolica, resero i nuovi padroni oltremodo antipatici ai romani.
Veniamo a Montecitorio. Qui sono gli eletti del popolo, qui è il palladio delle pubbliche libertà, qui è l’arena delle gloriose tenzoni nazionali. Ai tempi del Papa-Re, nel palazzo di Montecitorio, opera di un Papa Innocenzo, onde chiamasi anche palazzo Innocenziano, era la sede della polizia pontificia. Ora i poliziotti se ne sono andati… partiti gli onorevoli poliziotti, entrarono gli onorevoli deputati… Il luogo delle loro solenni comparse è l’aula provvisoria architettata nel 1871 dall’ingegnere Comotto, in forma di una baracca di legno, di ferro e di cristalli, stretta, disagiata, color di cioccolatte, e di disgraziata figura. Goffo baraccone è il nome, onde essa venne battezzata allora e che porta tuttavia; ma l’avrebbero potuta benissimo chiamare gabbia, poiché uno degli onorevoli (scordai quale) non dubitò una volta di asserire solennemente, credo in nome proprio e de’ suoi colleghi: noi siamo una gabbia di matti. Codesta gabbia o baraccone, che dir si voglia, in un col palazzo, costò ai contribuenti italiani cinque milioni e mezzo… Di che tanto più ammirevole è lo zelo, con cui gli inquilini di Montecitorio trattano gli affari dl popolo italiano che li ha mandati!… Già non sono mai troppi nel baraccone sopra descritto.
Quando poi in un modo o in un altro si sia finalmente razzolato il numero legale, le discussioni incominciano. Parlano pochi, ma parlano egregiamente: sono bocche d’oro! Specie se si tratta di rompere lance contro preti, frati, persone e cose di Chiesa, correte, oratori, correte ad ascoltare in Montecitorio: non troverete i migliori maestri a cercarli fra milioni… E quelli che tacciono, cioè la maggior parte? Quelli ascoltano? No, quelli vanno e vengono dall’aula al buffet, dal buffet all’aula; o, se sono avvocati, il che, per disgrazia nostra, si verifica almeno ottanta volte su cento, preparano le loro arringhe per la Corte delle assise. Alcuni ridono, altri interrompono l’egregio oratore, poi, giunto il momento opportuno, votano tutti. M come votate in buona coscienza per il bene del popolo che vi ha mandato, se a non avete seguita la discussione, o solo a sbalzi e sbadatamente? La discussione non è fatta per quelli che debbono votare, ma per quelli che debbono leggerla nei giornali e negli atti ufficiali. La discussione non muta mai il risultato del voto, che si conosce già prima della discussione.
Su per la comoda via aperta dalla munificenza di Pio IX, fui sulla piazza di Montecavallo, vicino al monumento equestre, opera superba di greco scalpello, dinanzi al palazzo del Quirinale… Quel palazzo colle sue sontuose sale, colle sue opere d’arte, coi suoi giardini, era stato la reggia di molti Papi. Anche Pio IX vi aveva, prima dell’esilio, posto la sua Corte. Ora quel palazzo è sede di un re e di una regina, portati a Roma dal turbine rivoluzionario, e si dicono incoronati dalla volontà popolare. In quelle sale, al cospetto delle sacre scene dipinte dal pennello devotissimo dell’Owerbek, si danza e si banchetta: in quei giardini viene Garibaldi a restituire cavallerescamente al re d’Italia la visita; ricevutone nella propria casa. Sopra la porta principale del palazzo sporge una loggia. Di lassù ogni Papa, appena eletto dal Conclave, dava al popolo affollato la sua prima benedizione di Pontefice e di re: ora il re e la regina d’Italia ricevono lassù le ovazioni del popolo sovrano. Sotto l’arco maestoso di quella porta passavano cardinali e Prelati in severo abito talare, colle mozzette ed i rocchetti del cerimoniale liturgico; ora invece di là entrano ed escono le eleganti toilettes delle dame di corte e delle mogli di generali e ministri. È una processione assai poco edificante di soldati che bestemmiano e di ministri che vanno a sottoporre alla firma reale leggi e decreti, di cui non pochi recano lo sfratto di monache o di religiosi, lo smantellamento d’una chiesa, l’abolizione del catechismo, la leva dei chierici, il matrimonio civile e andate voi discorrendo. E sopra quella porta restano tuttavia S. Paolo colla spada sguainata, S. Pietro colle sue chiavi, la Vergine Santa col Bambino tra le braccia!
Lessi il nome di tutte le vie delle già finite e di quelle che si stanno terminando. D’Azeglio, Cavour, Manin, Gioberti, Mazzini, Napoleone III, ti guidano a Vittorio Emanuele. E nella parte opposta della stazione, dal Venti Settembre a Castel Fidardo, da Castel Fidardo a Solforino, a Palestro, a Goito, alla Cernaia, quei nomi ti conducono come per mano sulla strada percorsa dalla rivoluzione italica, te ne narrano tutte le geste, te ne cantano tutti i trionfi; quindi, giunto sulla piazza della Indipendenza, tu ammiri finalmente l’ultima meta…  La Indipendenza! La Indipendenza! Ed io là ritto in mezzo a quella piazza, non paranco bene rassettata, andava con me stesso meditando questa parola, e confrontava il suo significato filologico, col significato che essa piglia nella mente di quelli che l’hanno colà fatta esporre, in grandi lettere, alla vista del pubblico. Nel pensiero di costoro, indipendenza vuol dire: togliti di lì, che mi ci metta io; vuol dire: morte alla teocrazia! Morte ai tiranni, che comandavano nel nome del vecchio Dio! Viva lo Stato! Il dio nuovo, che fa quando gli talenta, senza l’impaccio di dover render conto ai dogmi ed alla morale.
Ma lo Stato fu dio altra volta, quando sul colle Esquilino, dove adesso sorge una parte della nuova Roma, abitava il carnefice incaricato di fustigare e di crocifiggere nel sesterzio gli schiavi, condannati al supplizio: Anche allora il dio Stato non rendeva conto de’ fatti suoi né ai dogmi, né a principi morali, perché la sua divisa era questa. Sic volo sic iubeo, stat pro ratione voluntas! Allora nel suolo della nuova Roma si seppellivano alla rinfusa gli schiavi, avuti in conto di bestie. E dei 900 mila abitanti, che Roma conteneva, i due terzi erano schiavi, poiché il dio Stato vedeva nel servaggio dei più la condizione necessaria della propria indipendenza. Credo che, in materia di indipendenza, non si pensi molto diversamente oggidì… La concorrevano le maghe nel silenzio della notte, a stracciare coi denti vittime eziandio umane, e del fegato bollente di quelle componevano filtri amorosi, e per la virtù del sangue versato in una fossa, evocavano i Mani, a scoprire le cose nascoste, lontane e future. Così, fra gli altri, lasciò scritto l’epicureo Orazio. Ma nemmeno oggidì son rari, tra coloro cui dobbiamo la nuova Roma, i fattucchieri e le streghe, che sotto nomi meno ignobili, rinnovano quelle ignobilissime superstizioni, e posseggono l’anima di molti epicurei moderni, atei e materialisti, che predicano l’indipendenza del pensiero e del cuore.
Roma papale aveva cancellati i delitti di Roma pagana, col sangue dei suoi martiri e colle santificazioni dei suoi sacramenti; nel fuoco della carità aveva disciolti i ceppi della schiavitù; aveva sfrantumata la statolatria e fondata la verace indipendenza dei popoli, sul principio della paternità divina… Indipendenza! Indipendenza, e intanto siamo tutti schiavi. La Chiesa schiava dello Stato, lo Stato schiavo dei ministri pro tempore, i ministri schiavi delle fazioni, le fazioni schiave delle logge massoniche, le logge schiave di Satana, tutti schiavi del mal costume, dell’empietà, della rapina, della violenza, della miseria, della fame!

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I martiri cattolici nell’ inferno maoista

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mao-chinaSegnalazione del Centro Studi Federici

Nella storia scritta dai settari non c’è spazio per le vittime del comunismo e in particolare per i martiri cattolici. Oggi ricordiamo i crimini dei seguaci del dittatore Mao Tse-tung, tanto osannato dai sessantottini italiani.
 
Inediti. Cina, il martirio taciuto
Chissà se un giorno anche tanti sessantottini di casa nostra chiederanno pubblicamente scusa per aver contribuito ad alimentare in Occidente il mito di Mao Zedong (1893-1976). Dal 1949 alla sua morte, il «Grande timoniere» della Cina si guadagnò un posto tra i peggiori dittatori della storia. Il suo comunismo non fu meno brutale di quello di Stalin, ma per tanti, troppi anni, una cappa ideologica ha tenuto nascosti i suoi crimini.Solo di recente, grazie anche a coraggiose voci isolate come quelle di Harry Wu o della scrittrice Jung Chang, stanno venendo fuori le prime raccapriccianti testimonianze. Tali sono anche quelle raccolte da Gerolamo Fazzini nel libro appena uscito In catene per Cristo Diari di martiri nella Cina di Mao (Editrice Missionaria Italiana, pp. 416, euro 20).
Un ulteriore prezioso grimaldello per scoperchiare gli orrori perpetrati dal «Sole Rosso» non solo contro i dissidenti, ma soprattutto contro i cattolici e gli altri credenti che Mao considerava «nemici senza fucile».Tanto più che, come ricorda nella prefazione il direttore di AsiaNews, il missionario del Pime padre Bernardo Cervellera, le persecuzioni nell’indifferenza dei mass media continuano ancora oggi, «talvolta con meno crudeltà, ma sempre con un controllo totalitario sulla vita dei cristiani». Fazzini, che aveva già curato Il libro rosso dei martiri cinesi (San Paolo), attinge sempre a fonti inestimabili come quelle missionarie, ancora però scarsamente considerate. A tal punto che – scrive l’autore – «l’opinione pubblica, comprese le fasce più acculturate del mondo cattolico, ignora pressoché totalmente la portata del dramma delle vittime cattoliche della rivoluzione maoista».
Nel libro confluiscono dunque i racconti autobiografici di quattro testimoni esemplari: Gaetano Pollio, arcivescovo di Kaifeng, arrestato e mandato ai lavori forzati per sei mesi; Domenico Tang, gesuita, arcivescovo di Canton, detenuto per 22 anni, dato già per morto anche dalla sua famiglia; padre Leone Chan, 4 anni e mezzo di carcere, uno dei primi sacerdoti a far conoscere in Occidente l’incubo comunista cinese per essere riuscito a fuggire nel 1962; Giovanni Liao Shouji giovane catechista cinese anche egli internato per oltre 22 anni nei gulag cinesi, i laogai, terrificanti e tuttora attivi (almeno un migliaio secondo Harry Wu e la sua Laogai Research Foundation).Le loro testimonianze da sopravvissuti all’inferno maoista sono da brividi. Condannati con procedimenti farsa sulla base di crimini mai compiuti (padre Chan fu accusato persino di aver avvelenato l’acquedotto cittadino) furono costretti a umiliazioni di ogni genere come impastare sterco per far mattoni o pene atroci come fissare a lungo luci accecanti senza poter chiudere gli occhi. «I nostri pasti erano miseri: persino il guscio delle arachidi veniva tritato e dato come cibo. Mi accorsi presto, però, che quella alimentazione era causa di emorragie interne (…) Erbe selvatiche e scarse quantità di riso erano tutto il cibo che avevamo; con quella alimentazione dovevamo lavorare per dieci ore al giorno». In sottofondo le urla prolungate e strazianti dei condannati che sarebbero stati sepolti vivi.Queste e altre indicibili torture avvenivano «mentre in Europa, negli anni Sessanta – annota amaramente Fazzini – il verbo del maoismo veniva propagandato come il “volto buono” del comunismo, arruolando simpatizzanti anche in casa cattolica». Lo ricorda bene un decano dei missionari come padre Piero Gheddo: «Fino al 1951 le notizie della persecuzione del “Paese di mezzo” erano accolte con un certo distacco dall’opinione pubblica italiana e anche fra i cattolici non mancavano voci di comprensione nei confronti dei comunisti cinesi e di critica alle missioni».Così mentre buona parte della sinistra europea di quegli anni spacciava in Occidente il Libretto Rosso come simbolo di «libertà» ed «emancipazione», Mao portava avanti la sua mattanza. «È possibile affermare – denuncia il libro – che il “Sole rosso” sia responsabile direttamente o meno  di crimini pari o addirittura superiori, per crudeltà, intensità e durata, a quelli di Stalin e dello stesso Hitler. Non è un’affermazione a effetto: un ex gerarca maoista riparato all’estero, Chen Yizi, afferma di aver visto un documento interno del Partito comunista che quantificava in 80 milioni il numero dei morti “per cause non naturali” nel periodo del “Grande balzo in avanti” (1958-61)».La grande Rivoluzione culturale lanciata da Mao di fatto puntava a trasformare il culto del Grande Timoniere nella nuova religione dei cinesi, declinando il verbo comunista dell’«uomo nuovo» senza Dio. Ma la ferocia verso i credenti non riuscì a piegare una fede più forte delle catene: anche oggi in Cina solo fra i cattolici ogni anno vengono battezzati circa 150 mila adulti.
Non si può però leggere questo libro senza rimanere scossi da questi testimoni indomiti che riuscirono a non perdersi d’animo anche negli abissi dell’orrore: «Dio mi fece la grazia di essere ottimista». Così da meravigliare i carcerieri medesimi: «Gli stessi poliziotti comunisti mi confessarono parecchie volte che ci ammiravano e che non riuscivano a spiegarsi come potevamo soffrire il carcere per un’idea e per la fedeltà al papa che viveva così lontano». Per nessuna ragione avrebbero tradito Gesù di Nazaret: «Le parole del Maestro mi risuonavano alla mente: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me”».Se Cristo non desse un senso alla vita, anche alle sue terribili sofferenze, come potevano sfidare quel supplizio senza paura? È l’interrogativo che lasciano oggi a un Occidente vuoto e debole spiritualmente. Perdonando e ringraziando come i primi cristiani nelle catacombe: «Il semplice fatto di essere vivo per raccontare (…) è in se stesso un fatto straordinario (…) Ma ancora più miracoloso è stato che io sia uscito da una simile esperienza di pressioni fisiche, mentali e morali, con la mia fede intatta (…) senza aver mai ceduto ai comunisti per debolezza o paura. Ringrazio Dio che non mi ha permesso di tradirlo mai; ho combattuto la buona battaglia e mantenuto la fede».

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