VERONA: il Comune non promuova l’ideologia gender in Città

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Aiutiamo ProVita a difenderci dall’ideologia gender!

PETIZIONE

di ProVita & Famiglia

Il 6 ottobre 2022 il Comune di Verona ha deliberato l’adesione alla cosiddetta “Rete Ready”.

Chi aderisce a questa Rete si impegna a realizzare attività rivolte alla promozione dell’Agenda LGBTQI+ in tutti i contesti civici.

Il Manifesto di Intenti della Rete impegna il Comune a realizzare iniziative come:

  • Azioni informative e formative in campo educativo e scolastico
  • Riconoscimento delle scelte individuali e affettive delle persone Lgbt nei diversi ambiti della vita familiare
  • Azioni di informazione e sensibilizzazione pubblica rivolta a tutta la popolazione
  • Valorizzare l’attività delle associazioni Lgbt, con cui sviluppare percorsi formativi e iniziative comuni

Si tratta di interventi ideologici – finanziati coi soldi dei cittadini – per diffondere in ogni contesto amministrativo l’ideologia gender.

A partire dalla scuola e dai servizi sociali, per arrivare al riconoscimento anagrafico di “due padri” o “due madri” aprendo la porta all’utero in affitto.

Firma per protestare col Sindaco Damiano Tommasi per questa pericolosa scelta ideologica a spese e sulla pelle dei cittadini! 

ENTRA QUI E FIRMA:

https://www.provitaefamiglia.it/petizione/verona-il-comune-non-promuova-lideologia-gender-in-citta-firma-ora

Matteo Castagna a La7: “Dio, Patria, Famiglia resta il miglior programma di governo!”

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INTERVISTA ESCLUSIVA

di Lucia Rezzonico

Ieri sera è proseguita la maratona mediatica d’ottobre del nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna, iniziata con Telenuovo l’11 e proseguita con il Corriere del Veneto, inserto del Corriere della Sera del 15, con l’intervista a “L’Aria che tira”, su La 7 alle 12.30 circa del 17, con La Zanzara su Radio24 il 18, con l’intervento a Piazzapulita condotta da Corrado Formigli, sempre su La7 in prima serata: https://www.la7.it/piazzapulita/video/dentro-il-mondo-ultracattolico-di-lorenzo-fontana-20-10-2022-456662 e che proseguirà con un articolo-intervista di Gad Lerner per il Fatto Quotidiano dei prossimi giorni. In studio erano presenti il Vicedirettore de La Verità Francesco Borgonovo, Laura Boldrini e Alessandro Zan, mentre in collegamento esterno c’era lo storico Franco Cardini. 

Impressioni a caldo. Stamattina, abbiamo voluto sentire il Responsabile Nazionale del Circolo Christus Rex-Traditio Matteo Castagna.

Matteo, ti aspettavi tutta questa attenzione mediatica? Sai che a livello nazionale, quando si parla dei tradizionalisti escono sempre fuori tre nomi, tra cui il tuo?

“Come tutti sanno, sono abituato da circa 25 anni a frequentare il mondo giornalistico, soprattutto locale. Dal 1996, solamente come uomo pubblico interpellato e dal 2012 anche come pubblicista e poi Comunicatore Pubblico certificato. Ciclicamente, è sempre accaduto che, in particolari occasioni, l’attenzione nazionale si focalizzasse sul Circolo Christus Rex-Traditio, che ho fondato ed ho l’onore e l’onere di rappresentare. E’ evidente che i media ti cerchino se hai qualcosa di interessante da dire, al di là delle opinioni differenti. Stavolta l’occasione è stata l’elezione di Lorenzo Fontana a Presidente della Camera dei Deputati, ovvero la terza carica dello Stato, che è per tutti i veronesi un fatto storico, perché nessun nostro concittadino era mai arrivato a ricoprire una carica così importante e prestigiosa nella storia repubblicana. La stampa arriva da me perché Lorenzo è un cattolico tradizionalista veronese, va alla Messa more antiquo, non è annoverabile tra i cattolici omologati alla secolarizzazione. Sui principi etici, quali il diritto alla Vita, dal concepimento alla fine naturale, il diritto alla libertà educativa e la Famiglia quale cellula fondamentale della nostra civiltà, formata da mamma, papà e figli è sempre stato una garanzia. Quanto al fatto del mio nome, che a livello religioso, politico e mediatico, venga tirato in ballo quando si tratta di Tradizione Cattolica, l’ho saputo ieri da un illustre esponente della categoria giornalistica. Credo sia perché il Circolo Christus Rex è una realtà viva, sempre sul pezzo e in vista, con una costanza che, magari, altri non hanno, e che perdura nel tempo, nonostante abbiano cercato in vari modi di distruggerci o metterci a tacere. Ce ne siamo fatti una ragione, abbiamo gli anticorpi e guardiamo sempre avanti per la Regalità Sociale di Cristo.

Ma questa ulteriore esposizione mediatica come la vive? (a lato Santa Messa tradizionale “non una cum” celebrata da un sacerdote dell’Istituto Mater Boni Consilii, in una chiesa di proprietà privata a Verona)

“Oggi ho il telefono bollente. Tanti sono rimasti soddisfatti della faccia incupita della Boldrini e delle paure (in realtà eccessive) espresse dall’On. Zan quando parlavo a Piazzapulita… Se fossi completamente in forma, probabilmente la vivrei con maggior serenità, ma alcuni problemi fisici fastidiosi, non mi aiutano. Comunque si fa tutto “ad maiorem Dei gloriam”, quindi sempre col sorriso e con la determinazione necessaria a far passare il Pensiero forte del Cattolicesimo romano, l’amore vero per il Papato, in un mondo dominato dal pensiero unico, che è forte solo numericamente ma è estremamente debole perché falso. Mi piace ricordare che non sono i numeri a fare la Verità. Basta Cristo, che è Via, Verità e Vita, che ci ha lasciato in questa valle di lacrime, da poveri peccatori, perché abbiamo aderito a troppi “non serviam” rispetto ai Suoi divini insegnamenti. Ora dobbiamo rimediare. Ci sforziamo di vivere da cattolici come Dio comanda, fruendo di tutti i mezzi di purificazione e santificazione che Egli ci ha donato tramite la Santa Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, a partire dai Sacramenti. Non accettiamo una dottrina adulterata, che ha rotto con la Tradizione, anche apostolica, a causa dell’invalidità degli ordini Sacri scaturiti dalle riforme del 1968-70′. Papa Pio XII non voleva indire un Concilio Ecumenico, perché sentiva un grave pericolo per la Chiesa. Conosceva l’infiltrazione modernista nei Sacri Palazzi, che già lavorava da almeno due secoli e che era stata duramente combattuta dai suoi predecessori, in particolare da San Pio X. Il suo successore, Roncalli, aprì porte e finestre al mondo ed al suo Principe indicendo il Conciliabolo Vaticano II (1962-1965). Là, avviene il colpo da maestro di Satana: sotto l’inganno della pastoralità, si approvano documenti che trasformano, annacquano o rendono ambiguo il dogma, soprattutto nella dichiarazione Nostra Aetate, ma anche nella Lumen Gentium, nella Unitatis Redintegratio, nella Gaudium et Spes, nella Dei Verbum, si mettono sullo stesso piano la verità ed errore e si nega la missione evangelizzatrice quale peculiarità dei successori di Pietro e degli Apostoli. Abbiamo assistito ad un’opera di sostituzione, in Vaticano e nelle diocesi. La Chiesa è stata cacciata dai Suoi luoghi sacri e sostituita da una “Contro-Chiesa” che opera al servizio dei nemici di Cristo e del Suo Corpo Mistico, abbracciando l’umanesimo, distruggendo il sacro, girando gli altari, rendendo ambigue le formule dei riti, Gradualmente, in questi sessant’anni si è tolto tutto ciò che è soprannaturale. La “Contro-Chiesa” si presenta come un Consiglio di Amministrazione, laddove il “papa” è il presidente dell’assemblea, assistito da un presidente emerito; il collegio cardinalizio è appunto il CdA, che ha come commissioni permanenti le Conferenze Episcopali, che danno le direttive ai comitati territoriali, che sarebbero le diocesi, ove giungono le indicazioni nelle parrocchie. Il denaro, il potere, la ricerca spasmodica di piacere al mondo e ai peggiori peccatori, ha fatto della Contro-Chiesa conciliare la nuova ideologia post-cattolica: buonista, immigrazionista, ecologista, pacifista, amica delle massonerie e delle lobby sovranazionali, a-morale e, a tratti, persino, immorale, ad esempio nel tollerare le benedizioni alle coppie omosessuali o le convivenze more uxorio, oppure nel dar la comunione ai pubblici peccatori”.

Dunque la Chiesa Cattolica dove si trova?

“Ovunque vi siano chierici ordinati o consacrati validamente con le formule ante-68′ che celebrino solo la Messa cattolica, cioè quella tridentina, detta di S. Pio V, che esprime in maniera certa e evidente la Fede cattolica ed esprime l’Eucarestia come rinnovamento incruento del Santo Sacrificio di Cristo, che è presente realmente, in corpo, anima e divinità, nell’ostia consacrata dal sacerdote, che è “alter Christus” non un assistente sociale. Nel diffondere la sana dottrina così come sempre insegnata in ogni luogo, sempre e a tutti prima del Conciliabolo, pur non avendo piena giurisdizione, perché non hanno vescovi residenziali ma di supplenza, fungono da Chiesa docente ai fedeli ed alle famiglie rimasti ancorati al Magistero Perenne, alla morale ed alla disciplina tradizionali. Gesù mantiene sempre le promesse. Quella del “non prevalebunt” è già in atto da decenni. L’indefettibilità della Sua Chiesa viene perpetuata da questi eroici vescovi e sacerdoti, dispersi nel mondo, cui non fa mancare la Sua Grazia, premiando la fedeltà con frutti meravigliosi in termini di vocazioni e conversioni. Certo, va aggiunto che nessuno di noi può leggere nei cuori, solo Dio lo può fare. Pertanto non me la sento di giudicare come di escludere dalla Chiesa tutti coloro che, pur non essendo legati alla Tradizione in maniera costante e perfetta, cercano la Verità. Credo che esistano tante vittime inconsapevoli di questa secolarizzazione e della “Contro-Chiesa”  e che Dio, nella sua infinita bontà, saprà usare la giusta misericordia con tutti, a seconda dei singoli casì. Non vorrei, però, essere nei panni della “Contro-Chiesa” cosciente e docente, perché porta volontariamente alla perdizione delle anime. Il Signore è stato chiarissimo nei confronti di costoro, novelli farisei, come coi mercanti nel Suo Tempio”.

Ci sono persone, anche ai massimi livelli che sostengono il “diritto all’aborto” e, allo stesso tempo si dichiarano “cattolici”…

“Mi pare che il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden sia tra costoro. Ha persino promesso che se vincerà le elezioni di metà mandato, l’aborto tornerà legale ovunque negli States. L’omicidio volontario legalizzato non può essere giustificato, soprattutto se effettuato nei confronti di soggetti innocenti, ancora nel grembo della madre. Senza concepimento, non inizia la Vita. Se si sopprime un ovulo fecondato si ammazza deliberatamente un essere umano. L’aborto è, per questo, forse il più grande genocidio della storia, che, peraltro continua, negli anni, perché consentito dalle leggi positive di Stati che non dovrebbero avere alcuna potestà su questi temi. Ne consegue che chi è abortista non possa essere anche cattolico, perché contravviene ad un Comandamento con pieno assenso e deliberato consenso. Visto come gli abortisti vengono accolti e giustificati dalla “Contro-Chiesa” modernista conciliare che occupa i Sacri Palazzi, possiamo dire che si può essere abortisti e conciliari. La recente nomina effettuata da Bergoglio di una scienziata italo-americana dichiaratamente abortista alla Pontificia Accademia per la Vita sembra andare, inequivocabilmente verso una direzione, che dovrebbe mettere in allarme chi ancora ritiene che a Roma sieda il legittimo Sovrano Pontefice”.

Cosa potrà fare Lorenzo Fontana per i principi cattolici?

“Conosco Lorenzo dal 1996. Abbiamo fatto un percorso assieme,  prima politico e dal 1999 anche spirituale nell’ambito della tradizione cattolica. Abbiamo partecipato agli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, assieme, nel 2000. L’anno dopo, portò il bouquet da sposa a casa di mia moglie, quando mi sposai in rito antico, con officiante don Giorgio Maffei. Siamo rimasti sempre amici perché ci accomuna anche la passione per l’Hellas Verona, che per anni siamo andati a vedere nello stesso luogo, in Curva. Poi abbiamo condiviso anche la militanza politica. Mia moglie fu sua vice, a Verona, nei Giovani Padani. Quando ero il più giovane Consigliere e capogruppo veronese in Terza Circoscrizione, nell’Amministrazione 1998-2002, abbiamo condotto tante battaglie insieme, soprattutto per la sicurezza e la vivibilità dei nostri amati quartieri. Ci divertivamo ad attaccare i manifesti, eravamo attivissimi coi gazebo e giovani idealisti. Successivamente al 2002 decidemmo di intraprendere strade differenti: Lorenzo scelse la carriera istituzionale, partendo dalla gavetta in Terza Circoscrizione e scalando tutti gli incarichi a livello locale, poi come eurodeputato, parlamentare, Ministro della Famiglia e poi agli Affari Esteri, vicepresidente della Camera e ora Presidente della Camera. Si è sempre espresso, in pubblico, coerentemente con i suoi principi religiosi, etici e personali, quindi saprà, vista anche l’esperienza maturata, svolgere al meglio il prestigioso ruolo di garanzia che gli è stato affidato. Credo anche, che potrà, nei contesti appropriati, far valere il suo credo, che, in buona parte, è anche il mio. Io, nel 2002 conobbi a Milano in Via Bellerio, l’On. Mario Borghezio, che con Max Bastoni, poi divenuto consigliere comunale e oggi al secondo mandato come consigliere regionale lombardo, mi lanciò nel mio primo comizio contro l’invasione islamica in Piazza Duomo. C’era anche l’On. Federico Bricolo. Quanta emozione per me… Borghezio è la figura cui debbo di più, in termini di insegnamenti in merito a come funziona la politica e come sono i meccanismi dell’Europarlamento e la presenza dei poteri forti. Mi nominò coordinatore di “Padania Cristiana” e mi fece condurre una trasmissione ogni venerdì in Radio (RPL) nello spazio dei suoi Volontari Verdi. Tante furono le conferenze, i volantinaggi, le presentazioni librarie, le trasmissioni televisive cui partecipai con entusiasmo e sempre tutto per l’idea dell’apostolato cattolico in questo mondo di tiepidi o anticrisi. Mettemmo per la prima volta il Presepe al Parlamento Europeo di Bruxelles nel 2008, scandalizzando non poche persone. La nostra stretta collaborazione durò 7 anni, fino al 2009, quando lasciai ogni incarico, riconsegnai la tessera e mi dedicai esclusivamente alla vita associativa, lavorativa e familiare. Ho letto i nomi degli eletti e ce ne sono parecchi, soprattutto in Fratelli d’Italia e nella Lega con cui ci conosciamo da tempo ed abbiamo valori comuni. Più di quanto mi aspettassi. In politica, l’impegno dei conservatori, del mondo pro-life, di donne e uomini da sempre schierati coraggiosamente a destra, coincide coi nostri principi e, quindi, come già accaduto con il ddl Zan, faremo un’unica rete d’intesa su scala nazionale, per aggiustare il possibile e frenare la Sovversione. Il ruolo dell’ ottimo amico Avv. Gianfranco Amato, Presidente dei Giuristi per la Vita, con cui abbiamo da poco scritto il libro “Patria e Identità” (ed. Solfanelli) sarà fondamentale in questo consesso”.

Quindi ti aspetti che il nuovo governo cambi le leggi sulle unioni civili e abroghi la legge 194?

“La mia formazione tomista mi fa essere molto realista. Salvo un miracolo, non credo vi siano le condizioni per abrogare la legge sulle unioni civili. I numeri ci dicono, comunque, che ad accedervi sono quattro gatti. Si trattò di una bandiera ideologica perché anche tra le coppie dello stesso sesso la legge Cirinnà è stata un flop. Accanirsi su una legge raramente applicata potrebbe esser preso come darle un’importanza che, nei fatti concreti, non ha. Ovviamente, se alzassero il tiro, pretendendo l’adozione dei bambini, saremo in prima linea con le barricate perché i bambini non si toccano, hanno per necessità naturale bisogno di mamma e papà e che non si azzardino a volerli indottrinare a poter cambiare sesso, a seconda di come gli gira al mattino, fin dall’asilo! Guai a chi scandalizza i piccoli – dice Gesù – e vale per tutti, in ogni contesto. I minori sono della famiglia, non dello Stato! Magari pensiamo a come riformare le leggi sulle adozioni, rendendole più semplici e snelle. Pensiamo ad incentivi per la natalità e per le nozze alle giovani coppie! Torniamo ad una generale cultura della Vita. Tocchiamo Caino, stando sempre dalla parte di Abele! Quanto alla 194, sebbene noi cattolici ripetiamo sempre che andrebbe abolita, non credo che questo sarà fatto da alcun governo, in queste circostanze. Ogni passo importante che fa la Sovversione chiamando bene il male e male il bene ovvero “diritti” i desideri, troppo spesso disordinati e peccaminosi, più passa il tempo e più sedimentano come acquisizioni indiscutibili. Sul fronte internazionale e sovranazionale stanno tutti dalla parte della Sovversione. Non credo che nell’attuale centrodestra vi siano tutti antiabortisti. Purtroppo non siamo in Ungheria. Se, sul piano dei numeri, la vedo molto dura, è anche vero che i parlamentari pro-life sono parecchi e la sensibilità di tutta la nostra area, per quanto variegata, non possa essere scontentata completamente. Spero che si riesca a salvare il maggior numero di vite possibile, attraverso il potenziamento e il miglioramento di ciò che già c’è. E che questo trovi il primo input in una mamma, come Giorgia Meloni. Ricordiamo anche che la storia l’hanno sempre fatta donne e uomini cosiddetti “divisivi” a partire da Gesù Cristo, che si definì “pietra angolare” tra Bene e Male, non minestrone ecumenista”.

E sul tema dell’accoglienza dei migranti?

“Mi aspetto il pugno di ferro contro le organizzazioni criminali che fanno dell’immigrazione un business sulla pelle degli immigrati. L’invasione va fermata. Chi scappa dalla guerra è profugo e va accolto nei modi e nei termini stabiliti dal diritto internazionale. La sostituzione etnica, finanziata dai Soros di turno, per destabilizzare l’Europa bianca e cristiana, dovrà essere una priorità da scardinare una volta per tutte. Fermare l’immigrazione e aiutare con trattati internazionali i bisognosi a casa loro, farà il bene degli extracomunitari e produrrà una pace sociale in Italia ed Europa, che mancano da troppi anni. Ricordo che Berlusconi fermò i barconi con un accordo con Gheddafi e, quindi, il Mediterraneo non fu più un cimitero di disperati della tratta d’esseri umani in mano alla criminalità organizzata o di altri enti solo apparentemente benefici, in realtà molto lucrativi. Per questo, quando leggo dell’insistenza con cui Bergoglio parla dell’accoglienza dei migranti a tutti i costi, mi chiedo il motivo di tanta ossessione. Risolviamo il problema alla radice. Nessun “migrante economico” deve più muoversi da casa sua e le coste siano presidiate con accordi internazionali. Gli italiani tornino a sposarsi e vengano messi in condizione di mantenere dignitosamente famiglie numerose. Questo è il bene comune del prossimo: aiutarlo in Patria a rendersi autonomo in una vita dignitosa. Ius soli, ius culturae, ius scholae  sono parte dell’ideologia mondialista massificatrice e distruttiva, che va completamente rigettata. Per “ius sanguinis” ciascuno è figlio della sua terra e dei suoi genitori”.

Sulla guerra in Ucraina vuoi dirci il tuo pensiero?   

“Sono molto preoccupato. Si stanno scontrando due mondi, che, a causa della Sovversione sinistra, esplicitata in mille modi, rischiano la guerra atomica pur di rifiutare la collaborazione multipolare. E’ una guerra economica, certo. L’Ucraina non è il motivo, ma la goccia che ha fatto traboccare un vaso che si stava riempiendo dal 2014, in Donbass. Credo che la questione fondamentale riguardi la Cina e gli USA ed il rapporto di forza che, eventualmente, dovranno equilibrare. Di certo stiamo assistendo al crollo della globalizzazione, come l’abbiamo conosciuta finora. Mi piacerebbe un’Italia protagonista in Europa, che faccia gli interessi nazionali, dunque che rifletta sulle sanzioni a Putin, se esse si ripercuotono tramite la speculazione sulle tasche degli italiani. Ci sono organizzazioni internazionali che, a mio avviso sono superate dalla storia. Come in Italia non darei più finanziamenti pubblici all’ANPI, dopo 80 anni dalla fine del fascismo, allo stesso modo rivedrei l’Alleanza atlantica. La NATO poteva essere utile dopo Yalta e fino al crollo del Muro di Berlino nel 1991. Oggi, andrebbe chiusa e ripensata, coinvolgendo le nuove realtà e, magari, cercando di includere la Russia, che è Europa, molto più della Turchia. Ma questi sono cambiamenti lenti, che vorrebbero, in primis un’Europa politica, un’Europa dei Popoli, che riscopra la comune identità classico-cristiana, non dell’alta finanza che schiaccia i popoli tramite una fetida usurocrazia, che parte dall’annullamento della sovranità monetaria. Mi pare semplicistico e proprio della mania di affrontare le problematiche tra opposte tifoserie, dividere la gente tra putiniani ed atlantisti. Occorre che la diplomazia faccia sintesi e nuovi accordi con l’Oriente del mondo, prima di rimanerne travolto”.

 

 

 

 

 

Orban: “L’unica speranza per la pace in Ucraina è Donald Trump”

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Joe Biden non è il mediatore adatto a causa degli attacchi verbali sferrati contro Putin

“La tregua non deve avvenire fra Russia e Ucraina, ma fra l’America e la Russia”.

Lo ha detto il premier ungherese, Viktor Orban, a Berlino, intervenendo a una conferenza promossa dal media online Cicero e dalla Berliner Zeitung.

Joe Biden non è il mediatore adeguato, secondo il leader del Fidesz, a causa degli aspri attacchi verbali sferrati nei mesi scorsi contro Putin: “adesso suonerà brutale quello che dico, ma la speranza per la pace si chiama Donald Trump”.

Orban ha espresso esplicita nostalgia per la leadership di Angela Merkel: “Quello che ha fatto durante la crisi della Crimea è stato un capolavoro”. Alla domanda se la cancelliera avrebbe potuto evitare la guerra attuale, la sua risposta è sì: “già nel 2014 Merkel ha evitato che si arrivasse a una guerra a causa dell’annessione russa”.

“Non hanno permesso che la cosa andasse in un’escalation e che ci coinvolgesse tutti”, ha concluso. Orban ha incontrato ieri Olaf Scholz in cancelleria.

Fonte: https://lavocedinewyork.com/news/2022/10/11/orban-lunica-speranza-per-la-pace-in-ucraina-e-donald-trump/

La sottile linea rossa: dopo Kabul la NATO non può permettersi di perdere anche Kiev

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di Pepe Escobar

Fonte: Come Don Chisciotte

Cominciamo con il Pipelineistan. Quasi sette anni fa, avevo mostrato come la Siria fosse l’ultima guerra del Pipelineistan.

Damasco aveva rifiutato il progetto – americano – di un gasdotto Qatar-Turchia, a vantaggio di Iran-Iraq-Siria (per il quale era stato firmato un memorandum d’intesa).

Ne era seguita una feroce e concertata campagna “Assad deve andarsene”: la guerra per procura come strada per il cambio di regime. La situazione era peggiorata esponenzialmente con la strumentalizzazione dell’ISIS – un altro capitolo della guerra del terrore (corsivo mio). La Russia aveva bloccato l’ISIS, impedendo così un cambio di regime a Damasco. Il gasdotto favorito dall’Impero del Caos aveva morso la polvere.

Ora l’Impero si è finalmente vendicato, facendo esplodere i gasdotti esistenti – Nord Stream (NS) e Nord Steam 2 (NS2) – che trasportavano o stavano per trasportare il gas russo ad un importante concorrente economico dell’Impero: l’UE.

Ormai sappiamo tutti che la condotta B di NS2 non è stata bombardata, né perforata, ed è pronta a partire. Riparare le altre tre linee danneggiate non sarebbe un problema: una questione di due mesi, secondo gli ingegneri navali. L’acciaio dei Nord Stream è più spesso di quello delle navi moderne. Gazprom si è offerta di ripararle, a patto che gli Europei si comportino da adulti e accettino severe condizioni di sicurezza.

Sappiamo tutti che questo non accadrà. Nulla di tutto ciò viene discusso dai media della NATO. Ciò significa che il Piano A dei soliti sospetti rimane in vigore: creare una voluta carenza di gas naturale che porti alla deindustrializzazione dell’Europa, il tutto come parte del Grande Reset, ribattezzato “La Grande Narrazione.”

Nel frattempo, il Muppet Show dell’UE sta discutendo il nono pacchetto di sanzioni contro la Russia. La Svezia si rifiuta di condividere con la Russia i risultati della losca “indagine” intra-NATO su chi ha fatto esplodere i Nord Stream.

Alla Settimana dell’energia russa, il Presidente Putin ha riassunto i fatti.

L’Europa incolpa la Russia per l’affidabilità delle sue forniture energetiche, anche se riceveva l’intero volume acquistato in base a contratti fissi.

Gli “orchestratori degli attacchi terroristici del Nord Stream sono coloro che ne traggono profitto.”

La riparazione delle condotte del Nord Stream “avrebbe senso solo nel caso in cui ne fossero garantiti il funzionamento e la sicurezza.”

L’acquisto di gas sul mercato spot causerà una perdita di 300 miliardi di euro per l’Europa.

L’aumento dei prezzi dell’energia non è dovuto all’Operazione Militare Speciale (OMS), ma alle politiche dell’Occidente.

Tuttavia, lo spettacolo dei Dead Can Dance deve continuare. Mentre l’UE si vieta da sola di acquistare energia dalla Russia, l’eurocrazia di Bruxelles aumenta il suo debito con il casinò finanziario. I padroni imperiali ridono a crepapelle per questa forma di collettivismo, mentre continuano a trarre profitto utilizzando i mercati finanziari per saccheggiare e depredare intere nazioni.

Il che ci porta al punto cruciale: gli psicopatici straussiani/neo-conservatori che controllano la politica estera di Washington potrebbero – e la parola chiave è “potrebbero” – smettere di armare Kiev e avviare negoziati con Mosca solo dopo che i loro principali concorrenti industriali in Europa saranno falliti.

Ma anche questo non sarebbe sufficiente, perché uno dei principali mandati “invisibili” della NATO è quello di capitalizzare, con qualsiasi mezzo, le risorse alimentari della steppa pontico-caspica: stiamo parlando di 1 milione di km2 di produzione alimentare, dalla Bulgaria fino alla Russia.

Judo a Kharkov

La SMO si è rapidamente trasformata in una CTO (Counter-Terrorist Operation) “soft”, anche senza un annuncio ufficiale. L’approccio senza fronzoli del nuovo comandante generale con piena carta bianca dal Cremlino, il generale Surovikin, alias “Armageddon,” parla da sé.

Non c’è assolutamente nulla che indichi una sconfitta russa lungo gli oltre 1.000 km del fronte. La ritirata da Kharkov potrebbe essere stata un colpo da maestro: la prima fase di una mossa di judo che, ammantata di legalità, si è sviluppata in pieno dopo il bombardamento terroristico di Krymskiy Most – il ponte di Crimea.

Guardiamo alla ritirata da Kharkov come ad una trappola – come ad una finta dimostrazione di “debolezza” da parte di Mosca. Questo ha portato le forze di Kiev – in realtà i loro referenti della NATO – a gongolare per la “fuga” della Russia, ad abbandonare ogni cautela e a darsi da fare, avviando persino una spirale di terrore, dall’assassinio di Darya Dugina al tentativo di distruzione del Krymskiy Most.

In termini di opinione pubblica del Sud globale, è già stato stabilito che il Daily Morning Missile Show del generale Armageddon è una risposta legale (corsivo mio) ad uno Stato terrorista. Putin potrebbe aver sacrificato (solo per un po’) un pezzo della scacchiera – Kharkov: dopo tutto, il mandato dell’OMU non è quello di non perdere terreno, ma di smilitarizzare l’Ucraina.

Mosca ha persino vinto dopo Kharkov: tutto l’equipaggiamento militare ucraino accumulato nell’area è stato lanciato in continue offensive, con l’unico risultato di impegnare l’esercito russo in un tiro al bersaglio senza sosta.

E poi c’è il vero colpo di scena: Kharkov ha messo in moto una serie di mosse che hanno permesso a Putin di dare scacco matto, attraverso una CTO “soft”, ma pesante di missili, riducendo l’Occidente collettivo ad un branco di polli senza testa.

Parallelamente, i soliti sospetti continuano a girare senza sosta la loro nuova “narrativa” nucleare. Il Ministro degli Esteri Lavrov è stato costretto a ripetere ad nauseam che, secondo la dottrina nucleare russa, un attacco nucleare può avvenire solo in risposta ad un’offensiva “che metta in pericolo l’intera esistenza della Federazione Russa.”

L’obiettivo degli psicopatici assassini di Washington – nei loro sogni erotici – è quello di indurre Mosca ad usare le armi nucleari tattiche sul campo di battaglia. Questo è stato un altro fattore che aveva spinto ad affrettare i tempi dell’attacco terroristico al ponte di Crimea, dopo che i piani dell’intelligence britannica erano stati elaborati da mesi. Tutto ciò si è risolto in un nulla di fatto.

La macchina isterica della propaganda straussiana/neoconservatrice sta freneticamente, preventivamente, attaccando Putin: è “messo all’angolo,” sta “perdendo,” sta “diventando disperato” e quindi lancerà un’offensiva nucleare.

Non c’è da stupirsi che l’orologio del giorno del giudizio, creato dal Bulletin of the Atomic Scientists nel 1947, sia ora posizionato a soli 100 secondi dalla mezzanotte. Proprio “alle porte dell’Apocalisse.”

Ecco dove ci sta portando un gruppo di psicopatici americani.

La vita alle porte dell’Apocalisse

Mentre l’Impero del Caos, della Menzogna e del Saccheggio è pietrificato dal sorprendente doppio fallimento di un massiccio attacco economico/militare, Mosca si sta sistematicamente preparando per la prossima offensiva militare. Allo stato attuale, è chiaro che l’asse anglo-americano non negozierà. Non ci ha mai provato negli ultimi 8 anni e non ha intenzione di cambiare rotta adesso, nemmeno incitato da un coro angelico che va da Elon Musk a Papa Francesco.

Invece di fare come Tamerlano e accumulare una piramide di teschi ucraini, Putin ha invocato eoni di pazienza taoista per evitare soluzioni militari. Il Terrore sul ponte di Crimea potrebbe aver cambiato le carte in tavola. Ma i guanti di velluto non sono stati tolti del tutto: La routine aerea quotidiana del generale Armageddon può ancora essere vista come un avvertimento – relativamente educato. Anche nel suo ultimo, storico discorso, che conteneva un duro atto d’accusa contro l’Occidente, Putin ha chiarito di essere sempre aperto ai negoziati.

Tuttavia, Putin e il Consiglio di Sicurezza sanno bene perché gli Americani non possono negoziare. L’Ucraina sarà anche solo una pedina del loro gioco, ma è pur sempre uno dei nodi geopolitici chiave dell’Eurasia: chi la controlla, gode di una maggiore profondità strategica.

I Russi sanno bene che i soliti sospetti sono ossessionati dall’idea di mandare all’aria il complesso processo di integrazione dell’Eurasia, a partire dalla BRI cinese. Non c’è da stupirsi che importanti istanze di potere a Pechino siano “a disagio” con la guerra. Perché questo è molto negativo per gli affari tra la Cina e l’Europa attraverso diversi corridoi trans-eurasiatici.

Putin e il Consiglio di Sicurezza russo sanno anche che la NATO ha abbandonato l’Afghanistan – un fallimento assolutamente miserabile – per puntare tutto sull’Ucraina. Quindi, perdere sia Kabul che Kiev sarebbe il colpo mortale definitivo: ciò significherebbe lasciare il XXI secolo eurasiatico tutto a favore del partenariato strategico Russia-Cina-Iran.

I sabotaggi – dai Nord Streams al Krymskiy Most – fanno capire il gioco della disperazione. Gli arsenali della NATO sono praticamente vuoti. Ciò che resta è una guerra del terrore: la sirianizzazione, anzi l’ISIS-izzazione del campo di battaglia. Gestita da una NATO cerebralmente morta, combattuta sul terreno da un’orda di carne da cannone con in più mercenari provenienti da almeno 34 nazioni.

Mosca potrebbe quindi essere costretta ad andare fino in fondo – come ha rivelato il sempre freddo Dmitry Medvedev: ora si tratta di eliminare un regime terroristico, smantellare totalmente il suo apparato politico-sicurezza e poi facilitare l’emergere di un’entità diversa. E se la NATO continuerà a bloccarla, lo scontro diretto sarà inevitabile.

La sottile linea rossa della NATO è che non può permettersi di perdere sia Kabul che Kiev. Eppure ci sono voluti due attentati terroristici – in Pipelineistan e in Crimea – per imprimere una linea rossa molto più netta e bruciante: la Russia non permetterà all’Impero di controllare l’Ucraina, costi quel che costi. Questo è intrinsecamente legato al futuro del Partenariato della Grande Eurasia. Benvenuti nella vita alle porte dell’Apocalisse.

Fonte: www.strategic-culture.org
Link: https://strategic-culture.org/news/2022/10/12/the-thin-red-line-nato-cant-afford-to-lose-kabul-and-kiev/
Scelto e tradotto da Markus per www.comedonchisciotte.org

Posizione strategica e basi militari statunitensi: i rischi per l’Italia

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di Mario Porrini

Fonte: Italicum

La vittoria elettorale della coalizione di centro-destra prefigura, salvo imprevisti da non escludere a priori, la formazione di un governo a trazione Fratelli d’Italia. Questa eventualità, ha suscitato timori e fatto nascere speranze di cambiamenti radicali, sia nel campo economico che della politica estera. Naturalmente timori e speranze sono del tutto fuori luogo perché nulla cambierà, a parte qualche intervento di facciata.

Uno dei punti cardine cui il nuovo esecutivo dovrà dimostrarsi affidabile riguarda la posizione italiana sullo scenario internazionale e Giorgia Meloni, che presumibilmente avrà l’incarico da Mattarella, si è subito preoccupata di tranquillizzare gli americani sulla fedeltà alle vecchie alleanze, anche perché deve farsi perdonare dall’attuale amministrazione USA, gli attestati di stima che aveva rivolto a Trump, in occasione della sua elezione alla Casa Bianca. Per cercare di accreditarsi come fedele alleata deve inoltre cercare di tenere a badai suoi alleati Salvini e Berlusconi, frenando le loro esternazioni filo-Putin. I suoi tentativi di “captatio benevolentiae” nei confronti di Biden, l’aveva spinta, già in campagna elettorale ad affermare che, la Destra è lì, salda, dal dopoguerra nella sua adesione all’Alleanza Atlantica; che avrebbe continuato a sostenere l’Ucraina sia economicamente che con l’invio di armi; che avrebbe mantenuto le sanzioni alla Russia. La Meloni cerca di mascherare il suo atlantismo di ferro dietro la retorica dell’Europa, sostenendo che la Nato dovrebbe essere composta, da due colonne, una americana ed una europea e per cercare di giustificare la sua intenzione di aumentare le spese militari, come richiesto espressamente da Washington, ha aggiunto una spruzzatina di sovranismo spicciolo, dichiarando che queste spese rappresentano “il costo della libertà. Vogliamo essere alleati, non sudditi ma essere alleati e non sudditi ha un costo”.

In realtà lo status dell’Italia appare sostanzialmente quello di un paese suddito, sottoposto ad una vera e propria occupazione militare che dura dal 1943. Il nostro paese “ospita” ben 120 basi Nato ufficiali e 20 segrete ed almeno in due di queste, Aviano, presso Pordenone e Ghedi in provincia di Brescia sono stoccate circa 70 testate nucleari. A Sigonella  nella piana di Catania, si trova il principale hub dell’Aviazione di Marina Usa, oltre ad essere la più attrezzata base logistica in appoggio alla sesta Flotta americana nel Mediterraneo. In questo sito, sono dislocati i famosi droni spia “Global Hawk” essenziali per le missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione e sempre da questa base partono i droni d’attacco “Reaper”. A Napoli,dal 2013, si trova la sede dell’Allied Joint Force Command, che rappresenta uno dei due comandi strategici operativi assieme all’Allied Joint Force CommandBrunssum, dipendente direttamente dall’AlliedCommand Operations del “Supreme Headquarters AlliedPowers Europe”, il quartier generale supremo delle potenze alleate in Europa.Il comandante ha la responsabilità anche della VI flotta della Marina statunitense, che oltre alle basi di Sigonella e, appunto, Napoli, dispone di un attracco nel porto di Gaeta. A Mondragone, in provincia di Caserta, c’è invece il sotterraneo antiatomico per il comando americano e Nato da utilizzare in caso di guerra. A Vicenza, nella caserma Carlo Ederle c’è la base dell’Esercito Usa, con il 173esimo Airborne Brigade Combat Team e lo United States Army Africae dal  2013 un altro campo ha affiancato l’Ederle, il Camp Del Din. A seguire, a Motta di Livenza a Treviso, nella caserma Mario Fiore, è di stanza il “Multinational Cimic Group”, reparto multinazionale interforze. La Spezia ospita il “Centre for maritimeresearch and experimentation”, specializzato in ricerche di tipo scientifico e tecnologico.  In quel di Poggio Recanatico, a Ferrara, c’è il “Deployable Air Command and Control Xentre” all’interno della base. Nel porto di Taranto si trova il comando delle forze navali e anfibie concesso dall’Italia alla Nato.

Soltanto scorrendo questo elenco che a taluno potrà sembrare anche noioso, comprendente comunque solo una minima parte degli oltre 120 siti, si capisce come nel nostra paese ci sia una presenza spropositata di basi e caserme americane che ha pochi eguali nel mondo. Vero e proprio esercito di occupazione e come tale si comporta, potendo godere di uno speciale status tipico del conquistatore: i militari americani infatti, di fatto, non rispondono alla giustizia italiana dei reati commessi in Italia. Dalla terribile strage del Cermis alla recente uccisione di un ragazzo di 15 anni a Pordenone, investito da una macchina guidata da una soldatessa statunitense ubriaca, i responsabili godono di una sostanziale immunità alle leggi italiane e sono soggetti soltanto alla giurisdizione americana. Il nostro paese è tornato ad essere una semplice espressione geografica la cui posizione al centro del Mediterraneo, la rende strategicamente troppo importante.

Lucio Caracciolo, direttore di Limes, in un articolo pubblicato su “La Stampa”, facendo il paragone con lo scontro tra Washington e Pechino sulle rotte dell’Indo-Pacifico sostiene che “siamo la Taiwan del Mediterraneo”. “Il centro di quel mare è Taiwan, del nostro l’Italia” dice che “rispettate le proporzioni, la sfida fra Stati Uniti, Cina e Russia si deciderà sul controllo dello Stretto di Taiwan e di quello di Sicilia. Perni delle rotte oceaniche che legano Cina e America via Eurafrica”.”Nel contesto bellico in espansione, visto dal mare”, puntualizza Caracciolo, “il Belpaese è boccone grosso, gustoso, disponibile”. E a questo proposito il direttore propone un piccolo esercizio che dovrebbe costringerci a guardare in faccia la realtà. Chiede infatti dove dovrebbe trovarsi sulla mappa dell’Euro – mediterraneo una potenza marittima che volesse dominarlo? La risposta è scontata: “In Italia, diamine!”. Qual è questa potenza? “Risposta: l’America, dal 1945”. Questa posizione di straordinaria importanza strategica e la presenza sul nostro territorio di un così alto numero di basi militari americane, espone la nostra penisola a rischi altissimi. Le possibilità di un attacco nucleare tattico da parte della Russia non appaiono più così remote e l’Italia rappresenta un potenziale obiettivo di primaria importanza. Ci troviamo in prima linea rischiando di combattere una guerra che non è la nostra.

 

 

ALCUNI PARLAMENTARI EUROPEI HANNO CHIESTO LA REVOCA DELLE SANZIONI CONTRO LA RUSSIA

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Parlamentari provenienti da Germania, Polonia, Slovacchia e Belgio in un incontro a Berlino hanno chiesto la revoca delle sanzioni contro la Russia, pubblicando un documento programmatico intitolato “Salvare il futuro dell’Europa”, per riportare l’Europa “alla vita normale”. Lo riporta Rzeczpospolita

Steffen Kotre, un parlamentare dell’Alternativa per la Germania di destra, ha dichiarato lunedì 26 settembre in una conferenza stampa al Bundestag tedesco che una profonda crisi energetica è causata da una politica sconsiderata.
Secondo lui, la colpa dell’aumento dei prezzi del gas e dell’elettricità in tutta Europa spetta esclusivamente ai governi dell’UE.

Le forniture di energia all’Europa sono artificialmente limitate, devono essere nuovamente aumentate, come? Mettendo fine alle sanzioni contro la Russia, ad esempio”, ha sottolineato Kotré.

Steffen Kotre, responsabile per le questioni energetiche nel suo partito, è stato uno degli organizzatori lunedì 26 settembre, a Berlino, di un incontro a cui sono stati invitati i suoi politici europei che la pensano allo stesso modo.
In particolare, il leader della Respublika slovacca, Milan Urik, deputato del partito di interesse fiammingo belga, Recchino Van Lommel, e Grzegorz Braun, deputato del Sejm polacco, hanno visitato la capitale tedesca.

Il deputato polacco Braun, in particolare, ha parlato della necessità di tornare a una “vita normale e ordinaria” in Europa. I partecipanti all’incontro di Berlino hanno pubblicato un documento politico “Salvare il futuro dell’Europa”, che, tra le altre cose, chiede la revoca delle sanzioni contro la Russia.

Secondo gli autori del documento, l’Europa è governata da politici che da tempo non sono riusciti a rappresentare gli interessi degli europei, limitando i loro diritti fondamentali e cercando di “inondare” il continente di persone culturalmente estranee.

Fonte: News Front

Traduzione: Luciano Lago

Fra angoscia e paura

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di Flores Tovo

Fonte: Flores Tovo

Quasi sempre si confonde l’angoscia con la paura. Trattasi invece di due stati d’animo completamente diversi. Come comprese per primo il filosofo S. Kierkegaard, la paura, o timore, è un istinto determinato da una minaccia reale più o meno incombente: un istinto strettamente legato alla propria sopravvivenza (principium conservationis). Successivamente Heidegger individuò nella sua opera “Essere e tempo” tre tipi di paura, che sono lo spavento (una paura inaspettata ed improvvisa),  l’orrore (una paura dovuta ad una minaccia che si sente essere presente) e il terrore (che è la sintesi delle prime due, e cioè inaspettata e permanente). L’angoscia è invece un sentimento, che però non è determinato da un alcunché di individuabile. Essa non scaturisce da una minaccia determinata,  ma è piuttosto un’ansia indefinita che ci spinge a decidere su una possibilità che la vita ci presenta: possibilità che sì, possibilità che no. Una possibilità che implica una libertà di scelta su fatti reali che ci condizionano.

Si può allora cercare di analizzare, nei limiti di un breve scritto, cos’è l’angoscia, distinguendola, come s’è detto, dalla paura. Essa è appunto un sentimento che genera un’ansia scaturente da un senso di inquietudine o spaesamento che può provocare uno stato di sofferenza sia individuale che collettivo. Addirittura, affermano molti psichiatri, un’ansia normale può diventare in taluni casi anche patologica, che può degenerare in forme esistenziali paralizzanti, come, tanto per fare un esempio, l’asino di Buridano. Kierkegaard, in suo capolavoro, “Il concetto di angoscia”, la esaminò come una oppressione spirituale dettata dal senso di precarietà nei confronti col mondo.  Egli scrisse a riguardo:

“L’angoscia è una determinazione dello spirito sognante e come tale appartiene alla psicologia. Nella veglia la differenza tra l’io e l’altro da me è posta; nel sogno è sospesa… La realtà dello spirito si mostra come una figura che tenta la sua possibilità, ma appena egli cerca di afferrarla, essa si dilegua… Il concetto di angoscia è completamente diverso da quello del timore e  da simili concetti che si riferiscono a qualcosa di determinato, mentre invece l’angoscia è la realtà della libertà come possibilità per la possibilità” (1).

Va da sé che Kierkegaard, essendo un teologo cristiano, ritenne che la comparsa nell’animo umano di questo sentimento nacque col divieto divino  di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male.  Tale divieto fece sorgere in Adamo (l’Uomo) la situazione emotiva del possibile e del poter scegliere. Da qui l’inquietudine angosciante che poi lo spingerà a scegliere il peccato, che altro non è, come ben comprese S. Paolo, il massimo atto di superbia da parte dell’uomo di volersi sostituire a Dio. L’angoscia non è perciò né una necessità, né una libertà astratta priva di condizionamenti, ossia non è libero arbitrio: essa è apertura verso una libertà finita, una libertà limitata e impastoiata che rivela tuttavia la possibilità prometeica da parte dell’uomo. In effetti Adamo e Prometeo costituiscono i miti basilari della storia umana.

Dal pensiero di Kierkegaard si svilupparono più tardi le opere di grandi teologi del ‘900, quali K. Barth (il commentario all’epistola di S. Paolo “Lettera ai Romani” è un’opera notevolissima), R. Bultmann, D. Bonhoeffer ed altri.  Ma fu M. Heidegger che più di ogni altro analizzò la situazione emotiva dell’angoscia, non più solo da una posizione teologico-cristiana, ma anche spiccatamente esistenziale, che riguarda il singolo uomo (l’esserci), nel suo rapporto con la morte. L’uomo è un poter-essere aperto al mondo e agli altri, epperò questa apertura si chiude con la morte, di fronte alla quale l’esserci umano individuale viene interamente isolato con se stesso: la morte è una possibilità insormontabile, scrive Heidegger, in quanto stabilisce la rinuncia ad una qualsiasi possibilità. Per cui di fronte a questo limite invalicabile gli uomini possono provare o paura o angoscia: se si è dominati dalla paura si fugge dalla morte perdendo se stessi nella dimensione del Si passivante e nello stordimento di sè, mentre se si accetta l’angoscia si vive per la morte, ossia  si aderisce con  convinzione al proprio destino sia individuale che storico attraverso, come lui la definisce, “una decisione anticipatrice”.

Questi sintetici chiarimenti filosofici ci sono serviti almeno parzialmente ad indicare  il che cosa sono  angoscia e paura, i cui significati vengono comunemente, si diceva, usati senza tener conto delle loro differenze specifiche, pur essendo entrambe le due principali situazioni emotive umane.

Di solito gli uomini sanno trarre fuori il meglio di se stessi quando il pericolo è estremo. Ebbene la soglia su cui si corre prima di cadere in un precipizio senza fondo, pare sia stata raggiunta: ma il pertugio da cui uscirne non si scorge. Anzi gli umani presenti  barcollano, come non mai, nel fitto della nebbia dirigendosi verso l’abisso. Essi sono come l’alcolizzato, che prima di essere travolto da un delirium tremens fatale, si aggrappa al collo della bottiglia per bere l’ultimo sorso. Eppure ci si trova davvero sull’orlo di un vulcano che invece di eruttare lapilli, gas e lava incandescente, probabilmente sputerà fuori bombe a fusione nucleare che possono raggiungere, una volta esplose, circa i 10 milioni di gradi. Si osserva però con un certo stupore che quasi nessuno sembra preoccuparsene. Gli unici intimoriti che si possono notare in giro sono coloro che ancora indossano la mascherina ovunque, dopo più di due anni di una presunta pandemia convidiana terrificante. La quale, invece, come ben ora si constata, si è palesata come una epidemia influenzale di diversa tipologia, che ha causato poco più o poco meno lo stesso numero di morti di quella del 2017,  ma che ancora genera ancora un senso di paura maggiore a quella di un possibile, ahimè, molto possibile, olocausto atomico: e questo perché i più degli umani sono quasi del tutto indifferenti rispetto al pericolo di una guerra nucleare, poiché esso non è sentito come una minaccia reale. Nessuno si mobilita, nessuno si organizza per contrapporsi a tale terribile rischio. L’unica preoccupazione consiste e consisterà sempre più nel dover pagare le bollette troppo care, o,  in prospettiva, di perdere il posto di lavoro (che comunque sono aspetti assai rilevanti per la vita quotidiana).  Sul pericolo mortale che si manifesta sempre più, nessun segnale di risposta attiva, nessuna contestazione, nessuna battaglia culturale, tranne quella portata avanti dai soliti quattro gatti.  La bomba non è avvertita come un pericolo mortale. Come è possibile tutto questo?

Ecco che allora i distinti significati di paura e angoscia ci tornano necessari per rispondere, almeno parzialmente, a questa domanda. La paura, alimentata ad arte dai media posseduti dai grandi gruppi finanziari proprietari pure delle grandi industrie farmaceutiche, veniva e  viene diffusa con sadica perizia dai mass-media, con la cui complicità  facevano vedere per mesi  carovane di morti, oppure ospedali e case di riposo piene di malati gravi. La paura è in effetti, più che un sentimento, un istinto primordiale di conservazione, che, fra l’altro è comune a tutti gli esseri viventi, virus compresi. Se poi viene propagandata in modo universalmente pervasivo, con celati fini politico-economici, essa diventa terrore. Per questo tutta la vicenda “pandemica” è stata un enorme atto terroristico. Cosicchè  quasi tutta l’umanità  è stata  penetrata da una paura profonda,  tramite la quale ogni forma di pensiero razionale  sparisce. Si è giunti al punto che era inutile spiegare anche a professori universitari o a persone  qualificate in senso intellettuale, come per esempio è la stragrande maggioranza dei medici, che le statistiche riguardanti la mortalità causata dal virus era nella norma degli ultimi decenni. Il terrore obnubila totalmente il pensiero. Sette milioni circa di morti in due anni su otto miliardi di umani è un dato incontrovertibile:  il tasso di letalità è stato bassissimo.  Questo, a rigore, dimostra come la paura abbia ben poco da spartire con ogni forma di razionalità, se non quella  atta alla salvaguardia di se stessi. Essa è stata vissuta come il si salvi chi può. La paura non fa pensare.

Ben più complessa è l’analisi sull’angoscia.

Se si rilegge il brano di Kierkegaard sopra riportato, troviamo scritto che l’angoscia è “la realtà della libertà intesa come possibilità per la possibilità”. Questo significa che nell’uomo Adamo si “sostantifica”, sia come dono che come dannazione, la libertà di scelta, che, sebbene realizzabile solo empiricamente, è pur sempre la nostra libertà fondamentale. Essa comporta necessariamente in sé una riflessione interna sul che cosa decidere: l’angoscia ci obbliga a pensare. Non si può scegliere alcunchè senza una riflessione. Per questo siamo dei poter-essere, cioè degli esserci che hanno, ripetiamo, nella libertà di scelta il loro fondamento sia pure nell’ambito della finitudine, e che Heidegger chiamava invero con la sua propria terminologia un nullo-fondamento, poiché caratterizzato dalla morte come possibilità invalicabile. Ma, a parte queste disquisizioni, possiamo trarre la conclusione che l’angoscia implica un legame indissolubile con un’autocoscienza che sa di pensare e che essa è del tutto differente dalla paura, che invece annienta ogni possibilità di pensiero, in quanto essa è rifiuto di ogni possibilità, il  che genera, come conseguenza, una  fuga inane dalla morte, che diventa sempre la morte degli altri. D’altra parte si potrebbe affermare che l’angoscia, essendo un sentimento, si esprime con  giudizi riflettenti sentimental-esistenziali concernenti la possibilità, simili a quelli di cui parlava Kant riguardo l’estetica, cioè riguardo il bello ed il sublime.

Gli uomini attuali, in grande maggioranza, sono caduti nella dimensione della paura terrifica. G. Anders scrisse, nel suo più importante libro “L’uomo è antiquato” (2), che l’uomo attuale è  “un analfabeta dell’angoscia”, in particolare rispetto al pericolo atomico. Una definizione apparentemente difficile da commentare, poiché se si accoglie la definizione così com’è alla lettera, si prende atto che l’uomo storico vivente non prova più angoscia, o che perlomeno l’ha tolta da sé come situazione emotiva. In realtà Anders aveva capito che la stragrande maggioranza degli esserci umani non sceglie più, e che quindi non riflette più. Essa vive totalmente dentro la propria alienazione dovuta ad una esistenza inautentica, ripetitiva e senza futuro.

Oggi soprattutto la popolazione occidentale è soggiogata dalla paura e non comprende più il senso dell’angoscia riflettente. A causa di ciò essa non sa riconoscere i veri pericoli, in quanto nessuno pensa più in modo profondo. Il dio denaro del capitalismo  ha corrotto integralmente ogni nobile aspetto umano: non c’è più il vero, il giusto, il bello, il sacro, l’etica, il senso di comunità. Alla fine ci ha privato persino del senso dell’angoscia, e con ciò ogni possibilità di essere liberi.

Ormai l’Essere, inteso come pensiero o come coappartenenza con esso da parte dell’esserci, ci ha abbandonato, per cui siamo diventati naufraghi senza nessuna isola su cui  poter approdare (3).

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Note:

1)     S. KIERKEGAARD, Il concetto di angoscia, sta in “Opere” p.130, a cura di Cornelio Fabro, Sansoni editore, Milano 1993.

2)     G. ANDERS, L’uomo è antiquato, parte quarta “L’uomo è inferiore a se stesso, pp.248-253, ed. Bollati Beringhieri, Torino 2014.

3)      Si veda  F. TOVO , L’abbandono dell’essere, ivi pubblicato in aprile 2018.

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Rovigo, 5-10-2022.

Flores Tovo

La Germania esporta la sua crisi in una Europa in via di dissoluzione atlantica

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di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

La retorica dell’Europa unita, delle risposte comuni e della solidarietà europea indispensabile per affrontare le emergenze, si infrange dinanzi al piano di 200 miliardi stanziati dalla Germania per far fronte al caro energia e proteggere quindi famiglie ed imprese tedesche dagli effetti dei rincari energetici. I 200 miliardi di finanziamenti erogati dalla Germania contro il caro energia e l’inflazione (che si aggira attualmente intorno al 10%), costituiscono un programma di aiuti pubblici unilaterali. L’importo di 200 miliardi equivale al totale dei fondi del Pnrr concessi all’Italia in 6 anni e supera del 40% i 140 miliardi di entrate previsti per la tassa sugli extra profitti delle imprese energetiche. Tale manovra sarà finanziata dal Fondo di stabilizzazione dell’economia, ma sarà esclusa dal bilancio ordinario, così come gli investimenti di 100 miliardi stanziati dalla Germania per il riarmo. Pertanto, secondo la prassi tedesca ormai consolidata del ricorso agli artifici contabili, tali finanziamenti non costituiranno nuovo debito pubblico.

Chi sanzionerà la Germania?
Non si comprende tuttavia lo scalpore destato in sede europea dall’unilateralismo prevaricatore tedesco, da sempre praticato nella UE, in aperta violazione delle normative europee e a danno degli altri partner. Il ventennale primato tedesco in Europa si è potuto realizzare infatti solo mediante la sistematica violazione delle norme europee. La UE si è di fatto un’area unitaria di espansione economica tedesca.
L’export tedesco ha invaso l’Europa e destrutturato le economie degli altri paesi membri ignorando i limiti imposti ai surplus commerciali dai trattati europei. Le norme sulla concorrenza e sul divieto di aiuti di stato sono state da sempre eluse dalla Germania che, con il ricorso ai finanziamenti pubblici ha realizzato il salvataggio di un sistema bancario già inondato da titoli spazzatura e prossimo al default a seguito della crisi dei subprime del 2008. La Germania, con larghi sforamenti dei parametri di bilancio della UE, nel 2003 ha erogato sussidi a pioggia per sostenere la sua industria. La stessa Germania, con massicce concessioni di “credito facile” ai paesi del sud europeo ha provocato crisi del debito devastanti, salvo poi imporre alla Grecia politiche di austerity e rigore finanziario con annessa macelleria sociale, al fine di rientrare dei crediti insoluti.
La crescita esponenziale dell’export tedesco è inoltre dovuta alla adozione della moneta unica europea. Dato che la quotazione dell’euro sui mercati dei cambi dipende dall’andamento complessivo delle economie dell’intera Eurozona, l’export tedesco ha potuto giovarsi di un tasso di cambio assai favorevole, dal momento che il valore dell’euro è assai inferiore a quello che avrebbe avuto il marco. Al contrario la moneta unica penalizzato l’export dell’Italia, che con l’euro non ha più potuto giovarsi della flessibilità dei cambi.
La UE non ha prodotto crescita e stabilità in Europa, ma ha generato un trasferimento di ricchezza dal sud al nord dell’Europa e pertanto, alla crescita tedesca ha fatto riscontro il declassamento dei paesi più deboli.
Il primato tedesco è dunque frutto di una politica economica fraudolenta messa in atto dalla Germania. Ma chi, ieri come oggi, è in grado di sanzionare la Germania?

Il rapace nazionalismo tedesco e la dissoluzione prossima della UE
Lo stesso paradigma si ripropone nell’emergenza energetica. Il piano di finanziamenti tedesco di 200 miliardi è palesemente una erogazione di fondi pubblici a sostegno dell’economia tedesca in crisi, falcidiata dal caro energia e dall’inflazione. Si deve considerare che tutti i paesi della UE nelle fasi di crisi (sia pandemica che energetica), hanno fatto ricorso a programmi di sostegni pubblici. Emerge però una scandalosa sproporzione circa l’entità dei finanziamenti pubblici effettuati dai singoli paesi dal settembre 2021 al settembre 2022: la Germania ha stanziato 384,2 miliardi, la Gran Bretagna 238,4, la Francia 81,3, l’Italia 73,2, la Spagna 35,5.
Si rileva quindi che si è instaurata una vera e propria competizione tra gli aiuti di stato erogati dai singoli paesi, in cui gli effetti distorsivi della concorrenza hanno favorito le posizioni economiche dominanti della Germania e dei suoi alleati, a danno comunque dei paesi più deboli. L’Italia infatti ha ristretti spazi di manovra di bilancio a causa dell’elevato debito pubblico. L’economia italiana, inserita nella catena di valore dell’industria tedesca, si rivela particolarmente vulnerabile, dato che sarà penalizzata nella sua competitività, a causa dei più elevati costi energetici a carico delle imprese italiane. La Germania ha giustificato tale misura unilaterale di sostegno all’economia sulla base dei grandi spazi di manovra di bilancio, resi possibili dalla sua proverbiale virtuosità finanziaria rigorista. Ma certo è che la sua potenza finanziaria si è potuta realizzare mediante l’espansione dell’export e quindi in virtù di surplus commerciali prodottisi a discapito dell’Italia e di altri paesi.
La UE è dunque succube degli egoismi prevaricatori dei paesi economicamente più forti. La sua disunione è apparsa evidente nel rifiuto della Germania di aderire alla iniziativa dell’Italia, della Francia e di altri paesi per la fissazione di un tetto europeo al prezzo del gas. La Germania infatti, oltre a sostenere la sua economia con un gigantesco piano di aiuti pubblici, può giovarsi dei contratti a termine tuttora in vigore (ma in scadenza a fine anno), con la Russia per forniture di gas a basso prezzo.
L’Olanda ha espresso il suo rifiuto sia al price cup che alla proposta di disallineamento del prezzo del gas da quello dell’energia elettrica. L’Olanda è ovviamente intransigente, dati gli enormi profitti speculativi realizzati con il rialzo delle quotazioni dei titoli energetici alla borsa di Amsterdam. E la crisi energetica, come si sa, non è dovuta alla guerra ma alla speculazione finanziaria sul prezzo del gas.
La Norvegia, che non è membro della UE ma della Nato, ha innalzato il prezzo dell’esportazione di gas fino al 70% e il suo fondo sovrano ha ricavato profitti per circa 80 miliardi. Nella guerra e nella crisi esiste quindi una parte dell’Europa che si arricchisce a spese dell’altra.
E’ stata spesso esaltata la compattezza unitaria dimostrata dall’Europa dinanzi alla crisi pandemica, con la creazione di un debito comune europeo, con il varo cioè del Recovery fund. Ma sulla politica vaccinale della UE incombono ombre assai oscure. Si è rilevata la scarsa trasparenza delle trattative intercorse tra la Von der Leyen e il presidente della Pfizer Albert Bourla in merito all’acquisto dei vaccini, svoltesi attraverso una corrispondenza avvenuta tramite sms il cui contenuto è stato inspiegabilmente cancellato. Bourla non si è poi presentato per testimoniare dinanzi alla commissione sul Covid del parlamento europeo, che sta svolgendo indagini su tali trattative. E’ emerso altresì un palese conflitto di interessi che investe la Von der Leyen, il cui marito è dirigente della Orgenesis, società del settore biotech controllata dai fondi di investimento Vanguard e Black Rock, che a loro volta controllano anche la Pfizer. Il Recovery fund fu inoltre ostacolato dalla opposizione dell’Olanda e dei paesi frugali, che diedero il loro assenso in cambio della concessione nei loro confronti di sgravi fiscali da parte della UE.
Analoga politica non è stata invece replicata in occasione della crisi energetica. A causa della opposizione tedesca non verrà creato alcun fondo europeo a sostegno dei paesi in difficoltà per il caro energia. Dato che non verrà alla luce alcun fondo comune europeo per l’energia, ogni paese europeo dovrà far fronte alla crisi con le proprie risorse. I paesi della UE non sono produttori di materie prime né potenze finanziarie di rango mondiale. L’Europa ha costruito la sua potenza economica sull’industria manifatturiera. Quindi dovrà affrontare la crisi energetica mediante scostamenti di bilancio e manovre in deficit. Ma è evidente lo squilibrio di risorse finanziarie disponibili da parte della Germania rispetto agli altri paesi per implementare politiche fiscali atte a contrastare efficacemente l’impatto di questa crisi.
E’ dunque lecito definire la politica economica di Scholz come una forma di rapace nazionalismo fiscale che condurrà fatalmente alla dissoluzione di fatto della UE.

La Germania esporta la sua crisi
La guerra tra USA e Russia in Ucraina ha comportato un drastico ridimensionamento sia geopolitico e economico della Germania. La potenza economica tedesca ha potuto svilupparsi mediante la crescita del suo export, le forniture di gas russo a basso prezzo e le delocalizzazioni industriali nell’Europa orientale. La guerra e le successive sanzioni imposte alla Russia stanno determinando progressivamente la fine dei legami economici ed energetici tra la Germania e la Russia stessa. La guerra in Ucraina ha provocato parallelamente l’interruzione della via della seta su rotaia che collega la Cina con l’Europa (traversando l’Ucraina), e pertanto, sia l’export tedesco che le catene di approvvigionamento di semiconduttori, di materiali tecnologici e infrastrutturali per l’industria hanno subito un drastico tracollo. Il modello economico tedesco basato sull’export è in via di dissoluzione.
Questa guerra ha quindi indotto la Germania ad effettuare un suo riposizionamento sia economico che geopolitico nell’ambito della Nato. Scholz, in considerazione della scelta di campo atlantica e del ridimensionamento del ruolo economico e geopolitico della Germania, vuole tuttavia riaffermare il primato tedesco in Europa.
Con la crisi energetica la Germania ha imboccato la via della recessione. A causa dell’aumento dei prezzi del gas, l’inflazione si attesterà all’8,4% nel 2022 e all’8,8% nel 2023. Il Pil tedesco è in calo, la crescita si ridurrà nel 2022 all’1,4%, mentre nel 2023 è previsto un calo dello 0,4%. L’indice della fiducia dei consumatori (Esi), registra un calo di 3,5 punti ed ha raggiunto i minimi storici.
Scholz pertanto, dinanzi alla recessione incombente, al dissenso dilagante nell’opinione pubblica e alle scadenze elettorali prossime in alcuni laender tedeschi, ha varato questo piano di aiuti per 200 miliardi di fondi pubblici destinati alle imprese e ai cittadini onde far fronte al caro energia. Data la sperequazione dei costi energetici che si verificherà tra le imprese tedesche e quelle degli altri paesi della UE, la Germania ha messo in atto una manovra shock che si configura come una gigantesca operazione di dumping industriale e finanziario ai danni del resto dell’Europa. L’intento di Scholz è quello di arginare il declassamento economico della Germania scaturito dalla chiusura dei principali mercati dell’export tedesco e al rilevante calo di competitività subito dall’industria tedesca nei confronti del mercato americano. Il rafforzamento dell’export tedesco in Europa, realizzato manovre atte a produrre rilevanti distorsioni della concorrenza, sarà sufficiente a far fronte alla recessione interna e a colmare le perdite subite dall’export verso la Russia e i mercati asiatici? Certamente no. Il dumping tedesco infatti avrà solo l’effetto di esportare nella UE la sua stessa crisi. La recessione europea produrre solo decrementi della domanda che si ripercuoteranno negativamente anche sull’economia tedesca.
L’Italia è particolarmente esposta alla concorrenza sleale della Germania. In una Italia, già depauperata nella sua struttura industriale da decenni dalle manovre aggressive franco – tedesche, potranno verificarsi con la recessione incombente nuove crisi del debito, a cui faranno seguito rinnovate politiche di austerity. In tale contesto, si riproporranno nuove iniziative aggressive della Germania, da sempre ansiosa di appropriarsi del patrimonio immobiliare e del risparmio italiano, che è tra i più elevati d’Europa.

La strategia americana di aggressione all’Europa
L’Europa non sarà certo smembrata dalla politica di ricatto energetico di Putin, ma da un processo di decomposizione interna già in stato avanzato.
Occorre inoltre rilevare il silenzio doloso della Von der Leyen riguardo alle iniziative di nazionalismo predatorio della Germania. Si è solo limitata a retorici appelli all’unità della UE. Quella stessa Von der Leyen che ha sanzionato il sovranismo dell’Ungheria di Orban e si è resa responsabile di gravi ed indebite ingerenze nelle elezioni italiane affermando che “se le cose andranno in direzione difficoltosa, abbiamo gli strumenti per agire”, ora tace nei confronti del nazionalismo predatorio di Scholz.
In realtà, con la fine della Guerra fredda e l’espansione della Nato nell’est europeo, è venuta meno la rilevanza del ruolo strategico della Germania nel contenimento della Russia. Tale ruolo è oggi ricoperto dalla Polonia e dai paesi baltici che confinano direttamente con la Russia.
La guerra tra USA e Russia in Ucraina ha determinato il riposizionamento geopolitico dell’Europa nell’ambito della Nato in funzione russofobica. Ma, in perfetta coerenza con la strategia geopolitica americana, si sta verificando anche la decomposizione interna della UE. L’Europa, priva di una soggettività geopolitica autonoma nel contesto mondiale, ridimensionata nella sua potenza economica e resa dipendente dagli USA nel campo energetico, non potrà che frantumarsi progressivamente, dilaniata dalle conflittualità interne. Il declino dell’euro ne è una prova evidente. L’euro si sta svalutando nei confronti del dollaro a causa della politica antinflazionistica messa in atto dalla FED che comporta rialzi progressivi dei tassi di interesse. E i rialzi dei tassi deliberati dalla BCE avranno effetti devastanti su una economia europea in fase di recessione. Questa rincorsa della BCE ai rialzi dei tassi americani finirà col dissanguare l’Europa.
La strategia imperialista americana di aggressione all’Eurasia implica la destrutturazione dalla UE. La crisi economica incombente si tramuterà presto in crisi politico – istituzionale che coinvolgerà tutti i paesi europei. Esploderà anche una conflittualità sociale alimentata dall’accentuarsi delle diseguaglianze che si rivelerà insanabile. Emergeranno ben presto le responsabilità delle classi politiche riguardo alle suicide scelte atlantiste dell’Europa. Solo dalla dissoluzione interna della UE e dalla implosione del modello neoliberista potrà emergere la nuova Europa dei popoli e delle patrie europee. E’ questa una utopia? Ebbene, solo questa utopia può salvarci.

La Guerra è appena iniziata

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Segnalazione di Federico Prati

di Big Serge
bigserge.substack.com

Per diversi giorni ho cercato di raccogliere le idee sulla guerra russo-ucraina e di condensarle in un altro pezzo di analisi, ma i miei sforzi sono stati costantemente frustrati dall’ostinato rifiuto della guerra di stare ferma. Dopo un lento e progressivo rallentamento per gran parte dell’estate, gli eventi hanno cominciato ad accelerare, richiamando alla mente una famosa battuta di Vladimir Lenin: “Ci sono decenni in cui non succede nulla e ci sono settimane in cui succedono decenni.”

Questa è stata una di quelle settimane. È iniziata con l’inizio dei referendum in quattro ex oblast ucraini per decidere se aderire o meno alla Federazione Russa, accompagnati dall’annuncio di Putin che i riservisti sarebbero stati richiamati per aumentare il dispiegamento di forze in Ucraina. Un’ulteriore agitazione è scaturita dai fondali del Baltico con la misteriosa distruzione degli oleodotti Nordstream. Circolano voci sul nucleare, mentre la guerra sul campo continua.

Nel complesso, è chiaro che ci troviamo attualmente nel periodo di transizione verso una nuova fase della guerra, con un maggiore dispiegamento di forze russe, regole di ingaggio ampliate e un’intensità maggiore. La seconda stagione dell’Operazione militare speciale incombe, e con essa l’inverno di Yuri:

The Big Serge Pledge

Special Military Operation, Season 2: The Winter of Yuri pic.twitter.com/iKHrmTppV6

— Big Serge ☦️🇺🇸🇷🇺 (@witte_sergei) September 27, 2022

Cerchiamo di elaborare gli sviluppi delle ultime settimane e di fare il punto sulla possibile evoluzione della situazione in Ucraina.

Annessioni

L’evento chiave al centro della recente escalation è stato l’annuncio di indire referendum in quattro regioni (Donetsk, Lugansk, Zaporizhia e Kherson) per decidere sulla questione del loro ingresso nella Federazione Russa. L’implicazione era ovviamente che se i referendum fossero andati a buon fine (una questione che non è mai stata in dubbio), queste regioni sarebbero state annesse alla Russia. Sebbene siano circolate alcune voci secondo cui la Russia avrebbe ritardato l’annessione, ciò non è mai stato realmente plausibile. Consentire a queste regioni di votare a favore dell’adesione alla Russia per poi lasciarle fuori al freddo sarebbe enormemente impopolare e solleverebbe seri dubbi sull’impegno della Russia nei confronti della popolazione ucraina.

L’annessione formale è una certezza, magari non il 30 settembre come si dice, ma entro la prossima settimana.

Tutto questo è piuttosto prevedibile e completa il primo livello di annessioni di cui avevo discusso nelle analisi precedenti. Il ragionamento non è particolarmente complesso: liberare il Donbass e mettere in sicurezza la Crimea erano gli obiettivi minimi assoluti della Russia per la guerra, e mettere in sicurezza la Crimea richiede sia un ponte terrestre con collegamenti stradali e ferroviari (oblast di Zaporizhia) sia il controllo delle fonti d’acqua della Crimea (Kherson). Questi obiettivi minimi sono stati ora formalmente designati, anche se, naturalmente, l’Ucraina mantiene alcune attività militari su questi territori e dovrà essere sloggiata.

La mappa di annessione di Big Serge: Fase 1 completata

Penso, tuttavia, che la gente abbia perso di vista il significato dei referendum e delle conseguenti annessioni. I discorsi occidentali si sono concentrati sull’illegittimità del voto e sull’illegalità di qualsiasi annessione, ma questo non è molto interessante o importante. La legittimità dell’annessione deriva dal fatto che l’amministrazione russa possa o meno avere successo in queste regioni. La legittimità, in quanto tale, è solo una questione di efficacia del potere statale. Lo Stato è in grado di proteggere, estrarre e giudicare?

In ogni caso, ciò che è molto più interessante dei tecnicismi dei referendum è ciò che la decisione di annettere queste regioni dice sulle intenzioni russe. Una volta annesse formalmente, queste regioni saranno considerate dallo Stato russo come territorio russo sovrano, soggetto a protezione tramite l’intera gamma delle capacità russe, comprese (nello scenario più terribile e improbabile) le armi nucleari. Quando Medvedev lo aveva sottolineato, la cosa era stata bizzarramente interpretata come una “minaccia nucleare,” ma ciò che in realtà stava cercando di comunicare è che questi quattro oblast diventeranno parte della definizione minima di integrità dello Stato russo – in altre parole, non saranno negoziabili.

Credo che il modo migliore per formulare la questione sia il seguente:

L’annessione conferisce una designazione formale del fatto che un territorio è stato ritenuto esistenzialmente importante per lo Stato russo e [ogni minaccia nei suoi confronti] sarà interpretata come se l’integrità della nazione e dello Stato fosse a rischio.

Chi si fissa sulla “legalità” dei referendum (come se esistesse una cosa del genere) e sul presunto ricatto nucleare di Medvedev non coglie questo punto. La Russia ci sta dicendo dove si trova attualmente il limite delle sue condizioni minime di pace. Non se ne andrà senza almeno questi quattro oblast e considera la possibilità di utilizzare l’intera gamma di capacità dello Stato per raggiungere questo obiettivo.

Generazione di forze

La mossa di indire i referendum ed eventualmente annettere il territorio di sud-est è stata accompagnata dall’atteso annuncio di Putin di una “mobilitazione parziale.” In apparenza, l’ordine iniziale richiama solo 300.000 uomini con precedenti esperienze militari, ma la porta è stata lasciata aperta per ulteriori incrementi a discrezione dell’ufficio del presidente. Implicitamente, Putin può ora aumentare la mobilitazione come meglio crede senza dover fare ulteriori annunci o firmare ulteriori documenti. Questo è simile al Lend-Lease americano o all’”Autorizzazione all’uso della forza militare” in America, dove la porta viene aperta una volta sola e il presidente è poi libero di muoversi a piacimento, senza nemmeno informare il pubblico.

Era sempre più chiaro che la Russia doveva aumentare il proprio dispiegamento di forze. Il successo dell’Ucraina verso il fiume Oskil è stato reso possibile dalla scarsità di truppe russe. L’esercito russo aveva completamente svuotato l’oblast di Kharkiv, lasciando solo una sottile forza di controllo composta da guardie nazionali e milizie dell’LNR. Nei luoghi in cui l’esercito russo aveva scelto di schierare consistenti formazioni regolari, i risultati sono stati disastrosi per l’Ucraina: la famigerata controffensiva di Kherson si è trasformata in un poligono di tiro per l’artiglieria russa, mentre l’esercito ucraino ha continuato inutilmente a far affluire uomini in una testa di ponte senza speranza ad Andriivka.

Un tiro al bersaglio

Finora, in questa guerra, l’Ucraina ha ottenuto due grandi successi nella riconquista del territorio: il primo in primavera, intorno a Kiev, e ora la riconquista a fine estate dell’oblast di Kharkov. In entrambi i casi, i Russi avevano preventivamente svuotato i settori. Non abbiamo ancora visto un’offensiva ucraina di successo contro l’esercito russo in posizione difensiva. La soluzione più ovvia, quindi, è quella di aumentare il dispiegamento di forze in modo che non sia più necessario sottopotenziare sezioni del fronte.

L’aumento iniziale di 300.000 uomini inganna un po’. Non tutti i richiamati saranno inviati in Ucraina. Molti resteranno in Russia in servizio di presidio, in modo da poter far ruotare in Ucraina le formazioni già pronte. Pertanto, è probabile che vedremo più unità russe arrivare nel teatro bellico molto prima del previsto. Inoltre, molte delle unità originariamente impegnate in Ucraina sono state allontanate dal fronte per essere reintegrate e fatte riposare. L’entità e il ritmo della nuova generazione di forze russe sarà probabilmente sconvolgente. Nel complesso, la tempistica dell’aumento degli effettivi russi coincide con l’esaurimento delle capacità ucraine.

L’Ucraina ha trascorso l’estate inviando i suoi coscritti di secondo livello sul fronte del Donbass, mentre raccoglieva amorevolmente le armi donate dalla NATO e addestrava le unità [di primo livello] nelle retrovie. Con il generoso aiuto della NATO, l’Ucraina è stata in grado di accumulare forze per due offensive su larga scala: una a Kherson (che è fallita in modo spettacolare) e una a Kharkov (che è riuscita a superare la forza di protezione russa e a raggiungere l’Oskil). Gran parte della potenza di combattimento accuratamente accumulata è ora scomparsa o degradata. Sono circolate voci di una terza offensiva verso Melitipol, ma l’Ucraina non sembra avere la potenza di combattimento per realizzarla e forti forze russe sono nella regione dietro linee difensive già pronte.

Nel complesso, quindi, la finestra per le operazioni offensive dell’Ucraina si è chiusa e quel poco che rimane si sta chiudendo rapidamente. L’ultima zona di intense operazioni ucraine è quella intorno a Lyman, dove gli aggressivi attacchi ucraini non sono finora riusciti né a prendere d’assalto né a circondare la città. È ancora possibile che l’Ucraina prenda Lyman e consolidi il controllo di Kupyansk, ma questo rappresenterebbe probabilmente il culmine della capacità offensiva ucraina. Per ora, l’area intorno a Lyman è una zona mortale che espone le truppe ucraine attaccanti al fuoco aereo e terrestre russo.

La visione su larga scala dei rapporti di forza è la seguente:

L’Ucraina ha esaurito gran parte della potenza di combattimento accumulata con l’aiuto della NATO durante l’estate e avrà urgente bisogno di ridurre l’intensità dei combattimenti per rifornirsi e riarmarsi, proprio nel momento in cui la potenza di combattimento russa nel teatro bellico inizierà ad aumentare.

Contemporaneamente, la capacità della NATO di armare l’Ucraina sta per esaurirsi. Analizziamo questo aspetto più da vicino.

L’esaurimento della NATO

Uno degli aspetti più affascinanti della guerra in Ucraina è la misura in cui la Russia è riuscita a distruggere l’hardware militare della NATO senza combattere una guerra diretta contro le forze della NATO. In una precedente analisi avevo descritto l’Ucraina come una forza vampiresca che ha invertito la logica della guerra per procura; è un buco nero che risucchia l’equipaggiamento della NATO per farlo distruggere.

Le scorte a cui attingere per continuare ad armare l’Ucraina sono ormai molto limitate. La rivista Military Watch ha notato che la NATO ha svuotato il vecchio parco carri armati del Patto di Varsavia, rimanendo priva di mezzi corazzati sovietici da donare all’Ucraina. Una volta che queste scorte saranno completamente esaurite, l’unica opzione sarà quella di fornire all’Ucraina carri armati occidentali. Questo, tuttavia, è molto più difficile di quanto sembri, perché richiederebbe non solo riaddestrare completamente le squadre dei carristi, ma anche una selezione completamente diversa di munizioni, pezzi di ricambio e strutture di riparazione.

I carri armati non sono però l’unico problema. L’Ucraina sta ora affrontando una grave carenza di artiglieria convenzionale a tubo. All’inizio dell’estate, gli Stati Uniti avevano regalato un certo numero di obici da 155 mm, ma con le scorte di cannoni e proiettili in diminuzione, di recente [gli Ucraini] sono stati costretti a ricorrere a pezzi trainati di calibro e qualità inferiore. Dopo l’annuncio di un’altra tranche di aiuti il 28 settembre, gli Stati Uniti hanno ora messo insieme cinque pacchetti consecutivi che non contengono proiettili convenzionali da 155 mm. I proiettili per l’artiglieria sovietica ucraina si stavano esaurendo già a giugno.

In effetti, lo sforzo per mantenere in funzione l’artiglieria ucraina ha attraversato diverse fasi. Nella prima, le scorte di proiettili sovietici del Patto di Varsavia sono state svuotate per rifornire i cannoni in possesso dell’Ucraina. Nella seconda fase, all’Ucraina sono state fornite capacità occidentali di medio livello, in particolare gli obici da 155 mm. Ora che i proiettili da 155 mm si stanno esaurendo, l’Ucraina deve accontentarsi dei cannoni da 105 mm, che sono nettamente surclassati dagli obici russi e saranno, in una parola, condannati alla distruzione in qualsiasi tipo di azione di controbatteria.

In sostituzione di un’adeguata artiglieria a tubo, l’ultimo pacchetto di aiuti include altri 18 esemplari dell’arma preferita dai meme di internet: il sistema di razzi a lancio multiplo HIMARS. Ciò che non viene esplicitamente menzionato nel comunicato stampa è che i sistemi HIMARS non sono presenti negli attuali inventari statunitensi e dovranno essere costruiti ex-novo, quindi è improbabile che arrivino in Ucraina prima di diversi anni.

Le crescenti difficoltà nell’armare l’Ucraina coincidono con la rapida chiusura della finestra di opportunità operativa dell’Ucraina. Le forze accumulate durante l’estate sono ormai degradate e logorate e ogni successiva ricostruzione delle forze ucraine di primo livello diventerà più difficile a causa della distruzione degli effettivi e dell’esaurimento degli arsenali della NATO. Questo esaurimento arriva proprio quando la generazione di forze russe sta aumentando, preannunciando l’inverno di Yuri.

La guerra d’inverno

Chiunque si aspetti che la guerra rallenti durante l’inverno avrà una sorpresa. La Russia lancerà un’offensiva nel tardo autunno/inverno e otterrà guadagni significativi. L’arco di generazione delle forze (sia l’accumulo crescente di forze da parte della Russia che il degrado dell’Ucraina) coincide con l’avvicinarsi del freddo.

Facciamo una breve nota sul combattimento invernale. La Russia è perfettamente in grado di condurre operazioni efficaci nella neve. Tornando alla Seconda Guerra Mondiale, l’Armata Rossa era stata più che in grado di ottenere successi offensivi durante l’inverno, a partire dal 1941 con la controffensiva generale a Mosca, di nuovo nel 1942 con la distruzione della Sesta Armata tedesca a Stalingrado e, nel 1943-44, con due offensive di successo su larga scala iniziate in pieno inverno. Naturalmente la Seconda Guerra Mondiale non è direttamente applicabile in tutti i sensi, ma possiamo stabilire che, da un punto di vista tecnico, esiste una capacità chiaramente consolidata di condurre operazioni in condizioni invernali.

Abbiamo anche esempi più recenti. Nel 2015, durante la prima guerra del Donbass, le forze della LNR e della DNR avevano lanciato un’operazione a tenaglia che aveva accerchiato un battaglione ucraino [distruggendolo poi] nella battaglia di Debaltseve. E, naturalmente, la guerra russo-ucraina è iniziata a febbraio, quando gran parte dell’Ucraina settentrionale era sotto zero.

Bella mossa

Il clima invernale favorisce un’offensiva russa per molteplici ragioni. Uno dei paradossi delle operazioni militari è che il gelo, in realtà, migliora la mobilità: i veicoli possono rimanere bloccati nel fango, ma non sul terreno ghiacciato. Nel periodo 1941-43, le truppe tedesche festeggiavano l’arrivo della primavera, perché il disgelo avrebbe impantanato l’Armata Rossa nel fango e rallentato il suo slancio. La caduta invernale del fogliame riduce anche la copertura disponibile per le truppe in posizione difensiva. E, naturalmente, il freddo favorisce chi ha un accesso più affidabile all’energia.

Per quanto riguarda la scelta della Russia di impegnare le sue nuove forze, ci sono quattro possibilità realistiche, che elencherò in ordine sparso:

1. Riaprire il Fronte settentrionale con un’operazione intorno a Kharkov. L’attrattiva di questa opzione è evidente. Un attacco russo in forze verso Kharkov vanificherebbe immediatamente tutti i guadagni dell’Ucraina verso l’Oskil, compromettendo le loro retrovie.

2. Un’offensiva su Nikolayev dalla regione di Kherson. Questo si avvicinerebbe ulteriormente all’obiettivo di un’Ucraina senza sbocchi sul mare e sfrutterebbe il fatto che le forze ucraine in questa regione sono malridotte dopo il fallimento della loro offensiva.

3. Un impegno massiccio nel Donbass per completare la liberazione del territorio della DNR catturando Slovyansk e Kramatorsk. Questo è meno probabile, poiché la Russia ha dimostrato di essere a suo agio con il ritmo lento delle operazioni su questo fronte.

4. Una spinta a nord dall’area di Melitopol verso Zaparozhia. Questo salvaguarderebbe la centrale nucleare e porrebbe fine a qualsiasi minaccia credibile per il ponte terrestre verso la Crimea.

Altre possibilità le considero improbabili. Una seconda avanzata su Kiev avrebbe poco senso dal punto di vista operativo, poiché non sosterrebbe nessuno dei fronti esistenti. Mi aspetterei un’azione intorno a Kiev solo se la nuova generazione di forze fosse significativamente maggiore di 300.000 unità. Altrimenti, è probabile che le offensive invernali della Russia si concentrino su fronti che si sostengono a vicenda. Ritengo probabile qualche movimento per riaprire il fronte nord, in quanto vanificherebbe i guadagni dell’Ucraina in direzione di Izyum-Kupyansk. Si dice che si stiano spostando forze in Bielorussia, ma in realtà penso che l’asse Chernigov-Sumy sia più probabile di una nuova operazione a Kiev, in quanto potrebbe essere di supporto ad un’offensiva su Kharkov.

Potenziali assi dell’avanzata invernale (Base Map Credit: @War_Mapper)

A livello generale, è chiaro che la finestra di manovra dell’Ucraina per le operazioni offensive si sta rapidamente chiudendo e che i rapporti di forza sul terreno si sposteranno decisamente a favore della Russia durante l’inverno.

Nordstream ed escalation

Mentre stavamo riflettendo su questi sviluppi sul terreno, è emersa un’altra trama sottomarina. Il primo indizio che qualcosa non andava era stata la notizia che la pressione nel gasdotto Nordstream 1 stava misteriosamente calando. Si è poi saputo che il gasdotto, insieme al Nordstream 2 non operativo, aveva subito gravi danni. I sismologi svedesi avevano registrato esplosioni sul fondo del Mar Baltico e si è scoperto che le condutture sono state fortemente danneggiate.

Siamo franchi su questo punto. La Russia non ha fatto esplodere i propri gasdotti ed è ridicolo insinuare che lo abbia fatto. L’importanza del gasdotto per la Russia risiedeva nel fatto che poteva essere attivato o chiuso, fornendo un meccanismo di leva e di negoziazione nei confronti della Germania. Nella classica formulazione del bastone e della carota, non si può muovere l’asino se la carota viene fatta saltare in aria. L’unico scenario possibile in cui la Russia potrebbe essere responsabile del sabotaggio sarebbe se qualche fazione integralista all’interno del governo russo avesse ritenuto che Putin si stava muovendo troppo lentamente e avesse voluto forzare un’escalation. Una cosa del genere, tuttavia, implicherebbe che Putin stia perdendo il controllo interno e non ci sono prove a sostegno di questa teoria.

Quindi, torniamo all’analisi elementare e chiediamoci: Cui bono? Chi ci guadagna? Beh, considerando che la Polonia ha festeggiato l’apertura di un nuovo gasdotto dalla Norvegia solo pochi giorni fa e che un certo ex parlamentare polacco ha ringraziato cripticamente gli Stati Uniti su Twitter, è lecito fare qualche ipotesi.

La prima regola del delitto perfetto è non vantarsene su Twitter

Meditiamo brevemente sulle reali implicazioni della scomparsa del Nordstream.

1. La Germania perde quel poco di autonomia e flessibilità che aveva, diventando ancora più dipendente dagli Stati Uniti.

2. La Russia perde un punto di influenza sull’Europa, riducendo gli incentivi al negoziato.

3. La Polonia e l’Ucraina diventano nodi di transito ancora più critici per il gas.

La Russia percepisce chiaramente questa iniziativa come una mossa di sabotaggio da parte della NATO, volta a metterla all’angolo. Il governo russo ha dichiarato che si tratta di un atto di “terrorismo internazionale” e ha affermato che le esplosioni sono avvenute in aree “controllate dalla NATO” – la concatenazione di queste dichiarazioni è che incolpano la NATO di un atto di terrorismo, senza dirlo esplicitamente. Ciò ha provocato un’altra riunione del Consiglio di Sicurezza nazionale russo.

Molte nazioni occidentali hanno consigliato ai loro cittadini di lasciare immediatamente la Russia, facendo capire di essere preoccupate per un’escalation (questo coincide con la folle affermazione dell’Ucraina secondo cui la Russia potrebbe essere sul punto di usare armi nucleari). Per il momento, mi aspetto che l’escalation russa rimanga confinata alla sola Ucraina, probabilmente in coincidenza con il dispiegamento di ulteriori forze di terra russe. Se la Russia si sentirà costretta ad intraprendere un’escalation fuori da questo teatro, l’opzione più probabile resta quella di colpire i satelliti americani, le infrastrutture digitali [cavi sottomarini] o le forze in Siria.

Sull’orlo del precipizio

Sono pienamente consapevole del fatto che, dopo i guadagni dell’Ucraina nell’oblast di Kharkov, le mie opinioni saranno interpretate come un “farsene una ragione,” ma sarà il tempo a dirlo. L’Ucraina è allo stremo – ha prosciugato tutto ciò che era utilizzabile dalle scorte della NATO per costruire una forza di primo livello durante l’estate e quella forza è stata distrutta e degradata in modo irreparabile, proprio quando la generazione di forze della Russia è destinata ad aumentare in modo massiccio. L’inverno porterà non solo l’eclissi dell’esercito ucraino, la distruzione di infrastrutture vitali e la perdita di nuovi territori e centri abitati, ma anche una grave crisi economica in Europa. Alla fine, tutto ciò che rimarrà agli Stati Uniti sarà dover governare su un’Europa deindustrializzata e degradata e su un residuo di Ucraina, una sorta di bidone della spazzatura senza sbocchi al mare ad ovest del Dnieper.

Per ora, però, siamo nell’interregno, mentre si spengono le ultime fiamme della potenza combattiva dell’Ucraina. Ci sarà una pausa operativa e poi un’offensiva invernale russa. Ci saranno diverse settimane in cui non succederà nulla, e poi succederà tutto.

Durante questa pausa operativa, potreste essere tentati di chiedere: “È finita, Yuri?

No, compagno Premiere. È solo l’inizio.”

Big Serge

Fonte: bigserge.substack.com
Link: https://bigserge.substack.com/p/the-war-has-just-begun
29.09.2022

La Russia è di fronte ad un passaggio determinante

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di Gennaro Scala

Fonte: Gennaro Scala

La strategia della Russia è entrata in crisi ed ha dovuto proclamare la mobilitazione parziale dei riservisti dell’esercito. A causa dell’impossibilità di controllare i territori conquistati con l'”operazione speciale”, ovvero con l’utilizzo dei soli professionisti dell’esercito di fronte agli Ucraini che fin dall’inizio hanno decretato la coscrizione obbligatoria e che godono del sostegno dell’intero occidente. Questo è un passaggio molto importante, che ha causato una crisi. Da come verrà risolta dipende l’esito futuro del conflitto.
In un articolo su Ria Novosti si affrontava senza reticenze il fenomeno “massiccio” di coloro che sono fuggiti dalla Russia per evitare la chiamata alle armi. Tra le varie cause il commentatore (se il traduttore automatico ci restituisce bene il senso delle sue parole) individuava la cultura occidentale che ha fatto preso sulla Russia, ma anche le ingiustizie del sistema liberal-nazionale su cui si è attestata la Russia, merito alle quali il commentatore stesso ammette che c’è del vero. “Perché dobbiamo andare a combattere per lo Yacht di Abramovic?” La Russia ha affrontato difficoltà indicibili con le truppe naziste sul proprio territorio, tuttavia anche questa volta si trova ad affrontare un nemico molto insidioso. Il contatto e il rapporto con l’Occidente di questi anni, soprattutto con l’Europa, hanno avuto come contropartita la penetrazione del veleno ideologico occidentale soprattutto quello sviluppatosi quando gli Usa seppero diabolicamente trasformare la “controcultura” sviluppatasi durante la contestazione alla guerra in Vietnam in un veleno ideologico con cui infettare le nazioni, diffondendo un individualismo anti-comunitario, in cui vince la superiore capacità di corruzione.
La Russia è di fronte ad un passaggio, ogni passaggio comporta una crisi. Questo passaggio comporta anche la necessità di abbandonare il sistema liberal-nazionale. Il gruppo dirigente con Putin ha deciso di superare la crisi in avanti, rilanciando la lotta contro l’Occidente. Bisogna vedere se la società russa nel suo complesso seguirà il suo gruppo dirigente. Da ciò dipende la vittoria o la sconfitta della civiltà russa e della civiltà in generale.

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