ITALIA – LA PREVALENZA DEL LUSTRASCARPE

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zlstr0di Roberto Pecchioli

Paul Roesch, nonostante il nome, è un cittadino italiano. E’ sindaco della città di Merano, appartiene al movimento dei Verdi– Die Gruene – (il bilinguismo…), è il primo ad avere battuto, dopo settant’anni, la SVP, il partito di raccolta etnica della popolazione di lingua tedesca che governava la città dal dopoguerra, insieme con i democristiani locali. Recentemente, ha avuto il suo quarto d’ora di notorietà nazionale facendosi fotografare mentre lustrava le scarpe ad un “migrante” dell’Africa equatoriale. Fu davvero profetico Andy Warhol, l’icona della pop art, quando affermò che ognuno, nel mondo moderno, avrebbe avuto quindici minuti di celebrità: in fondo, i quarti d’ora sono novantasei al giorno.

Un italiano vero, a prova di Toto Cutugno, il sudtirolese sinistrorso e germanofono, subito sommerso dalle critiche dei suoi concittadini, la cui principale colpa è di averlo eletto.  Nel 1985, i popolari scrittori torinesi Fruttero e Lucentini raccolsero in un libro tredici anni di interventi sul quotidiano La Stampa, con il titolo La prevalenza del cretino. Italianissimi anche loro, gli autori della Donna della domenica coglievano nel segno. Noi tuttavia crediamo nella prevalenza, dalle Alpi al Mediterraneo, di un’altra figura assai diffusa, il lustrascarpe, appunto. Sarà per la forma stessa della nostra terra, lo Stivale, ma il lustrascarpe è una costante della storia patria. Il buon Paul Roesch non è che l’ultima incarnazione della categoria. Continua a leggere

Silvana De Mari: “l’omosessualità non esiste”

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di Mattia Rossi

silvana_de_mariImmolata sull’altare del politicamente corretto per aver messo in guardia, con prove scientifiche alla mano, i rischi clinici dell’omosessualità. A raccontarsi ad OFF è la dottoressa Silvana De Mari, medico con alle spalle 40 anni di chirurgia endoscopica, psicoterapeuta e scrittrice fantasy tradotta in tutto il mondo, alla quale è stato minacciato un processo all’Ordine dei medici per le sue frasi sull’anormalità dell’omoerotismo. Le sue affermazioni stanno facendo discutere, diventando un vero e proprio caso. Proprio per questo sulle nostre pagine siamo aperti ad ospitare una risposta dal mondo omosessuale. (Sarà a Verona per una conferenza pubblica in cui duetterà con Matteo Castagna  in Via Albere 43 a partire dalle ore 10.00 di Domenica 19 Marzo, festa di San Giuseppe, patrono della Chiesa, n.d.r.)

Dottoressa, come va con l’Ordine dei medici?

E chi li ha più sentiti? Mi hanno scritto una raccomandata con l’invito di andare a parlarci il lunedì per il lunedì. Impossibile. Mi hanno riscritto il giovedì per il lunedì. Il mio avvocato ha chiesto le motivazioni e io, intanto, ho continuato a parlare e citarli per nome e cognome indicando le mie perplessità riguardo i loro minacciati provvedimenti. Tutti zitti. A ruggire, almeno, ci si tolgono le iene e i coiote di torno.

Le sue parole sull’omosessualità sono state forti. Ne è nato un pandemonio… Continua a leggere

Rovereto: “Come sopravvivere al presente – Dal mondo del fantasy alla fragilità dell’uomo contemporaneo“

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download (4)Segnalazione ProVita

ProVita Onlus promuove, in collaborazione con il Coordinamento Famiglie Trentine e l’Associazione La Torre, la conferenza: “Come sopravvivere al presente – Dal mondo del fantasy alla fragilità dell’uomo contemporaneo“.

Relatori della serata due medici e due amici accomunati dalla passione per la letteratura fantasy: Silvana De Mari e Paolo Gulisano, già stimato collaboratore di ProVita. (SILVANA DE MARI SARA’ A VERONA, IN VIA ALBERE 43, DOMENICA 19 MARZO ALLE ORE 11 IN OCCASIONE DELLA FESTA DI SAN GIUSEPPE E PARLERA’ DEL RUOLO DEL MARITO NELL’UNICA FAMIGLIA FORMATA DA UOMO E DONNA, N.D.R.) Continua a leggere

Nord, quanto fa male la mafia alle imprese

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Quando l’infiltrazione criminale viene debellata le aziende sane tornano a crescere. Per la prima volta una ricerca racconta gli effetti delle cosche sull’economia del Nord e del Centro Italia

DI PAOLO BIONDANI  
Pecunia non olet, il denaro non ha odore: è un detto latino che sta trovando nuova fortuna ai nostri giorni. La gravità della crisi economica rischia di rafforzare l’idea, esplicitata o inconfessata, che i soldi portino sempre e comunque ricchezza e benessere alla collettività. Non importa se a investirli sia un imprenditore onesto e capace, oppure un mafioso italiano, un narcotrafficante sudamericano, un corrotto dittatore africano o un impresentabile oligarca russo. L’unica cosa che conta è la pecunia. Al cinismo di questo motto si può però contrapporre la lezione storica della nostra miglior antimafia: il denaro sporco rende schiavi.

Una squadra di docenti e ricercatori dell’università di Padova è riuscita a misurare gli effetti economici della presenza di imprese mafiose nei mercati non criminali del Centro e del Nord Italia. Cioè in aree diverse dai territori del Sud dove sono nate e sono diventate dominanti le mafie tradizionali come Cosa nostra, camorra e ’ndrangheta. Il risultato, in estrema sintesi, è che la mafia economica strangola tutte le aziende sane, anche quelle che non vengono direttamente aggredite o taglieggiate dai boss. Mentre quando scattano arresti e condanne, tutti i concorrenti onesti ottengono vistosi benefici economici. «La massa di dati che abbiamo raccolto ci ha permesso di quantificare gli effetti specifici di dieci anni di operazioni antimafia», riassume il professor Antonio Parbonetti, pro-rettore e responsabile del dipartimento di scienze economiche ed aziendali: «Il risultato più evidente è che, quando arriva l’antimafia, le imprese sane respirano: il fatturato e la redditività aumentano di oltre il dieci per cento».

I ricercatori padovani, specializzati nell’analisi dei bilanci aziendali, sono partiti da una mappatura delle operazioni antimafia, con ordinanze di arresto, eseguite tra il 2005 e il 2014 nel Centro-Nord, da Lazio e Abruzzo in su. Quindi hanno identificato tutti i condannati per il reato di associazione mafiosa (416 bis). Già questa base di dati è impressionante.


Solo a Nord di Roma si contano 120 operazioni antimafia in dieci anni
: la media è di una retata al mese. E i condannati per mafia, in totale, sono 1.567. Un esercito di boss infiltrati in regioni che fino a ieri ci si poteva illudere di considerare non mafiose. La linea della palma, di cui parlava Leonardo Sciascia proprio per descrivere l’avanzata delle cosche lungo la Penisola, è arrivata fino alle Alpi. E probabilmente ha superato anche i confini italiani.

Tra quei 1.567 condannati per mafia, gli economisti hanno identificato, uno per uno, gli amministratori e gli azionisti di controllo (con almeno il 10 per cento) delle società di capitali. Sono 392 nomi, pari al 24,5 per cento dei condannati. Come dire che, dal Lazio alla Lombardia, dall’Abruzzo al Piemonte, un mafioso su quattro è un imprenditore.

Lo studio, come tutte le analisi con metodi scientifici, punta a essere controllato e migliorato da altri esperti. I ricercatori si premurano quindi di avvertire che i loro dati sono doppiamente approssimati. Da un lato, sono state registrate anche le condanne di primo grado, per non allontanarsi troppo dai fatti, vista la durata dei processi. Quindi i dati vengono periodicamente aggiornati e corretti, per tenere conto di eventuali assoluzioni in appello o in cassazione.


La stragrande maggioranza delle sentenze esaminate, per altro, sono ormai definitive. Ma c’è anche un’approssimazione per difetto, come segnala il professor Parbonetti, che ha guidato la ricerca: «Il nostro lavoro non tiene conto delle condanne di soggetti che operano nel Centro-Nord, ma sono stati arrestati e processati nel Sud Italia». Con questi limiti e criteri, gli economisti hanno studiato tutti i dati disponibili. Per prima cosa, hanno esaminato e catalogato i bilanci di tutte le società di capitali con amministratori o titolari condannati per mafia. Il risultato è una lista nera di 643 aziende controllate da esponenti delle organizzazioni criminali.

Schedate così le imprese inquinate, i ricercatori hanno esaminato i bilanci di tutte le altre aziende (quelle normali, non indagate) della stessa area geografica (cioè con sede nel medesimo comune) e dello stesso settore produttivo (ad esempio: edilizia, immobiliare, rifiuti, logistica). Nei comuni troppo grandi o troppo piccoli, i dati sono stati bilanciati con quelli provinciali. E i settori produttivi sono stati scomposti in sotto-categorie ancora più specifiche (attraverso i codici Ateco delle attività commerciali).

Con questo metodo si è potuto misurare cosa succede alle imprese sane, oltre che alle aziende criminali, tre anni dopo un blitz antimafia. «Abbiamo registrato un aumento generalizzato dei fatturati e del margine operativo lordo delle società non mafiose», spiega il ricercatore Michele Fabrizi, illustrando un mare di tabelle, grafici, dati di bilancio e nomi di aziende in un salone del rettorato nel palazzo del Bo, storica sede dell’università di Padova. «A distanza di tre anni dall’intervento antimafia, le imprese sane, quelle che possiamo considerare concorrenti dirette dei mafiosi, vedono crescere sia i ricavi che la redditività in misura rilevante: tra il 10 e il 17 per cento circa». Rovesciando i dati, questo significa che le aziende mafiose, al Nord e probabilmente in misura ancora maggiore al Sud, inquinano i mercati e strozzano tutta l’economia legale.

Se non arriva l’antimafia, è come se le imprese pulite dovessero pagare una tassa aggiuntiva e occulta del 10-15 per cento, solo per poter lavorare in quel territorio. Una specie di raddoppio del pizzo, una cappa invisibile che soffoca le attività produttive.

«Gli effetti positivi delle operazioni antimafia non dipendono solo dalla chiusura dell’impresa criminale e dalla redistribuzione dei suoi ricavi», fa notare un’altra ricercatrice, Patrizia Malaspina: «I benefici che abbiamo osservato sono più che proporzionali, insomma sono superiori alle dimensioni della singola impresa colpita dagli arresti. I dati mostrano che basta una piccola azienda criminale a inquinare un mercato. E quando viene fermata, ci guadagna tutta l’economia del settore: un effetto importante è l’ingresso di nuovi concorrenti, che prima si tenevano lontani». L’antimafia dunque fa crescere anche le dimensioni del mercato: più imprese sane, più concorrenza, più posti di lavoro, più ricchezza per tutti. Nei bilanci il dato più evidente è la riduzione dei costi per le forniture e l’approvvigionamento di materie prime. «La nostra ipotesi è che l’impresa mafiosa riesca a imporre all’intero mercato locale i propri fornitori», aggiunge Fabrizi: «Questo condiziona soprattutto le piccole imprese, che hanno più difficoltà a rifornirsi in mercati esterni e competitivi».


L’analisi dei conti delle 643 società dei condannati è servito anche a disegnare l’identikit delle imprese mafiose
. Per un quarto sono “cartiere”, cioè società di comodo che fabbricano fatture false: servono a creare fondi neri, evadere le tasse e riciclare denaro sporco. Un altro 24 per cento è costituito da “società di supporto”, che non hanno ricavi operativi, ma solo costi: vengono usate per pagare auto, case, lussi e stipendi fittizi ai mafiosi e ai loro sodali. Nella maggioranza dei casi (51 per cento) si tratta però di «imprese vere, con attività reali, profittevoli, spesso medio-grandi, ben inserite nella struttura economica e sociale», sottolinea il professor Parbonetti: «Tutti e tre questi tipi di aziende sono funzionali all’organizzazione. Le cartiere riciclano il denaro nero; le società di supporto pagano i costi di mantenimento del clan; le aziende “star” servono a inserirsi nell’economia legale, creare consenso sociale, agganciare il mondo bancario e finanziario, la pubblica amministrazione e la politica».


Il vero pericolo sono proprio queste aziende insospettabili, senza contatti visibili con la mafia, che spesso imitano le aziende oneste concorrenti
. Esaminando tutte le società dei condannati, i ricavi medi per ciascuna si attestano a 6,4 milioni di euro all’anno, con un attivo (macchinari, immobili e altro patrimonio) di 13,3 milioni. Ma se si escludono le cartiere e le società di supporto, per concentrarsi sulle oltre trecento aziende produttive, i ricavi medi salgono a 9,4 milioni e l’attivo a più di 20. Come dire che la mafia controlla segretamente centinaia di medie o grandi aziende dell’economia reale, con casi accertati di fatturato da oltre 200 milioni. Tutto questo in regioni come Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria, Emilia o Lazio. Dove la crisi rafforza l’assalto mafioso alle aree più sviluppate.


La ricerca dell’università di Padova smentisce anche il vecchio mito che la mafia controlli, attraverso piccole imprese familiari, solo certi settori produttivi, da tempo considerati a rischio. L’analisi conferma che ci sono picchi di imprese mafiose nelle costruzioni (22%), nell’immobiliare (19%), nei rifiuti (7%), nella logistica e trasporti (6%). Lo studio però evidenzia decine di aziende criminali anche nel commercio, nell’industria manufatturiera, nei servizi finanziari, nelle consulenze professionali.

«Speravamo di trovare indicatori economici tipici, in grado di segnalare il pericolo anche prima o in assenza di indagini giudiziarie», spiegano i ricercatori. «Invece abbiamo osservato un mimetismo che ci preoccupa: le imprese mafiose tendono a ricalcare l’economia reale, ad agire esattamente come le aziende sane, da cui risultano indistinguibili, perfino come livelli di indebitamente bancario. Il problema è aggravato dalla tendenza a utilizzare la mafia come “service” da parte di imprenditori che, pur non essendo mafiosi, scendono a patti per sfruttare i vantaggi competitivi offerti dai clan criminali».

È una strada senza ritorno, descritta nelle sentenze sui colletti bianchi diventati complici di Cosa nostra, della camorra e soprattutto della ’ndrangheta. L’imprenditore cerca l’appoggio della mafia nell’illusione di ridurre i costi e massimizzare i profitti: invece di chiedere costosi e difficili finanziamenti bancari, sembra più conveniente farsi prestare denaro sporco; lo smaltimento dei rifiuti costa molto meno dei prezzi che devono pagare gli imprenditori onesti che rispettano l’ambiente; violenze e intimidazioni zittiscono chiunque osi protestare contro il lavoro nero; il recupero crediti affidato a scagnozzi armati è molto più efficace di un processo civile con tempi lunghissimi e risultati incerti. Allearsi con la mafia conviene, sembra rispondere alla logica imprenditoriale. Poi però iniziano i guai. Il denaro nero va restituito a tassi da usura. I reati creano complicità e impediscono denunce.

L’imprenditore deve accettare soci e amministratori sgraditi. A poco a poco viene emarginato, perde il controllo dell’azienda e poi anche la casa, i terreni, i soldi in banca e qualche volta anche la vita. I processi contro la ’ndrangheta del Nord sono pieni di storie di imprenditori brianzoli, bergamaschi, milanesi o piemontesi – dal re degli appalti del gruppo Perego ai grandi call-center della Blue Call – che sono diventati prima vittime, poi conniventi e infine complici dei clan. E ora scontano in carcere pesanti condanne per mafia.

La ricerca dell’università di Padova fa temere un ulteriore salto di qualità. «I nostri dati non confermano solo casi di infiltrazione mafiosa in aziende sane, secondo lo schema dell’aggressione esterna», è la preoccupata diagnosi del professor Parbonetti: «Il perfetto mimetismo rispetto all’economia reale fa pensare a qualcosa di peggio: è l’organizzazione mafiosa che sta creando proprie aziende nelle regioni più ricche. Oggi al Nord c’è la mafia che si fa impresa». Scolpito su antichi palazzi del potere economico, qui in Veneto, c’è un motto latino opposto a quello sui soldi senza odore: il denaro, se sai usarlo, è il tuo servitore, ma se non ne sei capace, diventa il tuo padrone.

Fonte: http://m.espresso.repubblica.it/attualita/2017/02/20/news/nord-quanto-fa-male-la-mafia-alle-imprese-1.295749

PER LA LIBERTA’ DI PENSIERO IN RETE. TUTTI A ROMA IL 2 MARZO

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di Maurizio Blondet

PER ORGANIZZARE UNA DIFESA EFFICACE CONTRO IL DDL GAMBARO  CHE CHIEDE SANZIONI E RECLUSIONE PER CHI MANIFESTA LIBERO PENSIERO IN RETE .

PARTECIPATE ALL’ INCONTRO – DIBATTITO
“REGOLAMENTAZIONE DELL’ONLINE – NO A PROPOSTE LIBERTICIDE”
NELLA SALA ISMA DEL SENATO (PIAZZA CAPRANICA)
IL GIORNO GIOVEDI 2 MARZO DALLE ORE 11:00
Credo siate tutti già informati del grave tentativo  di mettere la museruola alla Rete.

Grandi manovre finalizzare a questo obiettivo sono già in corso in USA, Francia, Gran Bretagna, Germania. In Italia ci stano provando, oltre a quasi tutti i media-mainstream, anche un nutrito gruppo di parlamentari.

A seguito di una risoluzione del Consiglio d’Europa, la Senatrice  Gambaro (ex 5 Stelle, oggi con Verdini)  ha presentato un disegno di legge che appare come una vera e propria intimidazione nei confronti di tutto ciò che suona e risuona come antagonista, non conformista e comunque difforme dal “pensiero unico” dominante.

La “senatrice” Adele Gambaro: reclusione per i blogger

La WAC (Web Activists Community) e Pandora TV, d’accordo con la senatrice De Pin, invitano pertanto CHI voglia ancora difendere la libertà d’espressione e CHI ritenga che non c’è alcun bisogno reale di norme aggiuntive a quelle già esistenti, ad un incontro pubblico al quale parteciperanno famosi bloggers, parlamentari, giuristi, accademici e giornalisti.

Lo scopo è quello di avviare una discussione pubblica e di individuare un’azione coordinata di difesa e (se possibile) di controffensiva.
L’iniziativa sarà seguita minuto per minuto da Pandoratv.it. Tutti i principali canali tv, giornali e agenzie saranno invitati ad assistere.

L’incontro del 2 marzo non implica necessariamente adesione al WAC (cosa di cui saremmo ben lieti). Sarebbe tuttavia molto utile, in quella occasione, la vostra presenza e il vostro intervento. Ciascuno di voi è ormai voce autorevole del WEB italiano. E nessuno di noi, tutti insieme, è più al sicuro nel prevedibile sviluppo di questa vera e propria offensiva volta a imbavagliare tutto e tutti. Continua a leggere

Infiammati per Giordano Bruno

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grande oriente_ giordano brunoSegnalazione del Centro Studi Federici

Il 17/2/2017 i massoni del Grande Oriente d’Italia hanno commemorato l’anniversario della morte di Giordano Bruno con il convegno “Una fiamma per la libertà”, nella Biblioteca del Vascello a Roma.
Tra gli oratori presenti: il gran maestro Stefano Bisi, il valdese Claudio Paravati, il prete modernista don Francesco Pontoriero, il presidente della Fondazione Einaudi Giuseppe Benedetto, l’onorevole Davide Capezzone (Conservatori e Riformisti). Nel corso dell’incontro il sindaco di Perugia Mario Valentini ha ricevuto il “Giordano Bruno d’oro”, massima onorificenza del Grande Oriente.
 

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Farisei d’Occidente: nessuno si straccia le vesti per Deir Ezzor

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deir-ezzorSegnalazione del Centro Studi Federici

Deir Ezzor: coraggio, parliamone
Uomini e donne di ottima volontà. Marciatori e marciatrici. Difensori dei diritti umani. Democratici sdegnati. Pacifisti. Intellettuali della buona causa. Aleppo è andata com’è andata ma comunque è finita e vi trovate un po’ con le mani in mano, con un sacco di energie da investire? Non temete, una ragione per mobilitarsi si trova sempre. Mai sentito parlare di Deir Ezzor?
No? Curioso, perché Deir Ezzor è una città della Siria, non lontana dal confine con l’Iraq, che da due anni e mezzo è assediata dall’Isis. L’Isis quello vero, quello che sgozza la gente all’ombra delle bandiere nere, non i “ribelli moderati”. Da due anni e mezzo, dunque, l’Isis è riuscito a occupare una serie di alture strategiche sul lato della città che ospita l’aeroporto e da lì bombarda e attacca senza sosta. Nell’ultimo mese, poi, i jihadisti hanno addirittura ricevuto rinforzi dall’Iraq (quelli che vanno su e giù nel deserto dell’Iraq, operando contro Palmira e Deir Ezzor senza mai essere visti dagli aerei della coalizione di 67 Paesi messa insieme dagli Usa di Obama e dall’Arabia Saudita di re Salman) e con quelli hanno scatenato un’offensiva che ha aperto un corridoio nelle difese della città.
Il rischio è che i miliziani riescano a tagliarla in due, mettendo così in grave pericolo la resistenza della guarnigione siriana e la sopravvivenza della stessa Deir Ezzor.
Ora… Si sa che molti considerano i soldati siriani dei feroci servi della dittatura e dunque non si fanno soverchie preoccupazioni sulla loro sorte. Però a Deir Ezzor sono assediati da anni anche 100 mila civili che, rispetto alla guerra, ad Assad, all’Isis e a tutto ciò che volete, non sono meno innocenti dei civili di Aleppo Est per i quali avete usato senza risparmio i termini “massacro”, “olocausto”, “strage” e così via.
E a Deir Ezzor questi termini hanno un senso preciso. Giusto un anno fa, l’Isis riuscì a penetrare nella città. Venne infine ricacciato ma fece comunque in tempo ad assassinare più di 300 civili, in maggioranza donne vecchi e bambini, in gran parte sgozzati. Altri 400 civili furono rapiti e poi in parte rilasciati nelle settimane successive. Sono sicuro che non avete perso memoria di una tale strage, nonostante la penosa mancanza, a Deir Ezzor, di pediatri, clown e bambine con la passione di Twitter.
Quei civili massacrati erano le famiglie dei soldati siriani. Voi, che date del nazista anche a Donald Trump, non definireste nazista il comportamento dell’Isis a Deir Ezzor? Non è una fantastica occasione per mostrare tutta la capacità di mobilitazione di una società sensibile come la nostra?
Tra l’altro, non lo dico io. C’è pure il bollino di garanzia delle Nazioni Unite, perché l’Unicef ha fatto notare che nella città assediata ci sono 40 mila bambini che rischiano la vita sotto i “bombardamenti indiscriminati” che hanno già ucciso decine e decine di civili. Bambini che a causa dell’assedio dell’Isis sono ridotti a bere l’acqua inquinata dell’Eufrate. Bambini che da due anni e mezzo sopravvivono non per gli aiuti umanitari (che a Deir Ezzor sono cominciati ad arrivare solo nelle ultime settimane) ma grazie ai rifornimenti paracadutati dall’aviazione siriana e russa.
Brutto, no? Ed è una situazione che a Deir Ezzor è particolarmente grave nei numeri ma che si ripete nella sostanza anche a Fua e Kafraya, due città che gli islamisti tengono sotto assedio non lontano da Idlib. È una buonissima causa, certo non peggiore di quella di Aleppo Est, Zabadani e Madaya che, per essere attaccate dall’esercito di Assad, sono diventate immediatamente “città martiri”. Quanti articoli abbiamo letto sui bambini di Madaya costretti a nutrirsi d’erba per non morire di fame? O ci volete dire che i bambini di Deir Ezzor valgono meno?
Quindi ora aspettiamo. Le articolesse, i lamenti in Tv, gli appelli contro l’indifferenza e l’inazione dell’Occidente. Se proprio dovesse servire, possiamo anche trovare un ultimo clown a Deir Ezzor. Aspettiamo con fiducia. Perché la coerenza ha un valore. E l’informazione anche.
 

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Peluche che recitano il Corano. Vanno a ruba in Ue i giocattoli di Allah

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giocattoli-halalSegnalazione di Raimondo Gatto

Vanno a ruba in Francia giocattoli “halal” sui siti gestiti dai salafiti. Sono senza occhi e recitano versetti del Corano. I sociologi: “Bimbi immersi in contro-cultura”

Sono giocattoli “halal”, ovvero che rispettano la legge islamica. Li fanno senza occhi, “perché solo Allah può dare la vita” e “aggiungere gli occhi
a un giocattolo significa in qualche modo rivendicare di essere creatore”.

E quando i bambini premono le orecchie degli orsacchiotti, questi recitano il Corano oppure pronunciano queste parole: “Faccio la preghiera cinque volte al giorno. Allah ama quelli che fanno la preghiera”. Continua a leggere

IL PAGATORE DI FONDI PUBBLICI ALLE ORGE OMO E’ GIUSTAMENTE INDIGNATO

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di Maurizio Blondet

“Macchina del fango contro di me  –   Valuterò nelle prossime settimane come procedere a tutela della mia onorabilità. Persone vigliacche che non esitano a denigrare chi compie con lealtà e correttezza il proprio dovere, come sarà presto totalmente evidente anche in questa vicenda».   Questo è Francesco Spano, il  direttore dell’UNAR –l’ufficio contro la Discriminazione    presso la presidenza  del  Consiglio   –  che ha  finanziato coi soldi pubblici un circolo di omosessuali, di cui è  anche socio tesserato.

Spano col cardinal vicario

Dopo la scoperta della natura del circolo di finocchi (prostituti ed orge omo con spaccio annesso), la reazione del  personaggio è l’indignazione.  Si  è dovuto dimettere (su richiesta della Boschi), ma “le mie dimissioni non  sono ammissione di colpa”.  Ma è  vero che aveva la tessera del circolo di sodomiti? “Non so come sia potuto  succedere”. Prima aveva negato. Adesso : “ Potrei aver fornito i miei dati per l’ingresso in un locale di tutt’altro tipo, ma associato a quel circuito».

Un  altro che a sua insaputa: Risposta tipica delle oligarchie che  ormai si  sanno invulnerabili  padrone, e degne di ricevere tutti gli omaggi.  Come  l’indignazione: come osate voi plebaglia omofoba? «Questa squallida vicenda   –   lamenta l’indignato –  mi ha tolto la passione che questo lavoro merita. Quando si ha a che fare tutti i giorni con la sofferenza delle persone ci vuole una dedizione totale”.  Ecco  il male che gli avete fatto: gli avete tolto la passione, adesso non  ci trova  più gusto.  Avete abbandonato  alla sofferenza rom e  kulandre  orgiastiche  che  lui curava. Gli è rimasto soltanto il cappottino arancione. A   voi,   il biasimo e la condanna per   come avete sputato sui nuovi comandamenti di Papap Bergoglio.

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