Greta e i 5 falsi miti dell’ambientalismo

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Fonte: https://www.nicolaporro.it/greta-e-i-5-falsi-miti-dellambientalismo/

di Francesco Giubilei

L’avvicinarsi della Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti climatici che si terrà a Glasgow a novembre, accende di nuovo i riflettori sul tema ambientale che, pur non essendo mai uscito dall’agenda mediatica e politica, aveva subito una battuta d’arresto con il covid. L’appuntamento del Youth4Climate a Milano alla presenza di Greta Thunberg e la riunione dei delegati ministeriali del pre-Cop, hanno riattualizzato la discussione sull’ambiente caratterizzata da alcuni falsi miti:

1. L’umiliazione della politica di fronte a Greta Thunberg. L’attivista svedese ha affermato che “Le politiche sul clima sono tutte bla bla bla” puntando il dito contro i politici. In realtà in Europa è stato fatto tanto sul clima, mentre in Cina negli ultimi 40 anni le emissioni di Co2 sono passate da 2 a 12 miliardi l’anno mentre i paesi occidentali hanno progressivamente diminuito le proprie emissioni. Sarebbe opportuno che Greta Thunberg e gli altri attivisti per l’ambiente iniziassero a rivolgere le stesse critiche che compiono verso l’Occidente nei confronti della Cina.

2. Assenza di proposte. A proposito di critiche: in un fuori onda, un ministro italiano, dopo aver ascoltato il discorso di Greta Thunberg, si è domandato: “ma le proposte?”. Non si può solo continuare a portare avanti un approccio critico e disfattista senza avanzare idee che tengano in considerazione le esigenze delle imprese e dei cittadini.

3. Aumento di tasse legate all’ambiente. A dire il vero una proposta c’è ed è sempre la stessa: tasse, tasse, tasse. L’aumento del costo dell’energia di questi giorni è determinato dal fatto che scarseggiano i combustibili fossili e chi li usa deve pagare tasse aggiuntive sotto forma di permessi di emissione di Co2. La presidente della Bce Christian Lagarde ha affermato che l’aumento dei prezzi è dovuto anche a una inusuale bassa produzione di energia da parte dell’eolico.

È l’esempio perfetto di come un approccio ideologico al tema ambientale abbia conseguenze negative sulla vita dei cittadini e delle imprese. Introdurre nuove balzelli per contrastare il cambiamento climatico non è la soluzione, occorre evitare l’aumento della pressione fiscale che colpisce i cittadini e le imprese. L’aumento del costo dell’energia provocherà gravi problemi alle aziende con il rischio che alcune Pmi chiudano con la conseguente perdita di numerosi posti di lavoro. Occorre perciò un approccio che non introduca nuove tasse ma al contrario premi i comportamenti virtuosi.

4. Educazione ambientale. Si parla con sempre maggiore insistenza di introdurre nelle scuole l’ora di educazione ambientale. Il rischio è che dietro la tematica ambientale si nasconda il tentativo di parlare nelle scuole di argomenti di ben altro genere indottrinando i giovani. Invece di riempire la testa degli studenti con nozioni sull’ambiente che dimenticheranno, dovremmo impegnarli in iniziative e azioni concrete come pulire i parchi, raccogliere la plastica e aiutare la propria comunità.

5. Approccio rivoluzionario. I militanti di Extinction Rebellion Italia hanno prima occupato le redazioni di alcuni dei principali media italiani e poi bloccato le strade per accedere alla conferenza pre-Cop. Un’occupazione nata per “ricordare che la crisi climatica dev’essere al primo posto dell’agenda mediatica”.  Non si occupano le redazioni dei giornali in democrazia, al contrario si difende la libertà di espressione e di dissenso verso questo approccio rivoluzionario e giacobino al tema ambientale che è l’opposto del conservatorismo verde che ci sta a cuore.

Francesco Giubilei, 30 settembre 2021

Giornata aborto sicuro. PVeF: «L’unica sicurezza è la morte del bambino, mentre i dati sulla Legge 194 sono falsati»

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Segnalazione ProVita & Famiglia

 

COMUNICATO STAMPA
Giornata aborto sicuro
Pro Vita & Famiglia: «L’unica sicurezza è la morte del bambino, mentre i dati sulla Legge 194 sono falsati»

Roma, 28 settembre 2021

«Oggi è la cosiddetta Giornata internazionale per l’aborto libero, sicuro e gratuito. Ma l’aborto non è libero perché al bambino nessuno chiede il parere. L’unica cosa sicura è propria la sua morte, nonché le gravi complicazioni di cui soffrono decine di migliaia di donne come ferite pelviche o genitali, emorragie, danni cervicali, perforazioni e cicatrizzazione della parete uterina, fino alla morte con oltre 500 casi di decessi per aborto legale e “sicuro” negli Stati Uniti fino al 2017. Inoltre non è gratuito perché alla donna costa il prezzo di sofferenze indicibili anche interiori. L’aborto è diventato solo una battaglia ideologica, ma l’embrione è un essere umano e nessuna ideologia può sopprimerlo» ha dichiarato Toni Brandi, Presidente di Pro Vita & Famiglia.

«Si parla di sicurezza, ma proprio le conseguenze della Legge 194 sono insabbiate e falsificate. L’ultima relazione annuale del Parlamento sull’applicazione della norma, infatti, è stata una mera formalità, con statistiche incomplete e fuorvianti e dati palesemente copiati e incollati da quella del 2018» ha denunciato Jacopo Coghe, vicepresidente di Pro Vita & Famiglia. «è preoccupante e drammatico l’incremento delle complicanze immediate dell’aborto farmacologico, di ben il 2% in più nel 2019 e di dieci volte superiori a quelle registrate per tutte le oltre 70mila interruzioni volontarie di gravidanza chirurgiche dello stesso anno. È questo quello che vogliamo?Una società che uccide i propri figli? Una società senza futuro?».

«Altro che aborto sicuro – conclude Brandi – condanniamo questa pratica abominevole e omicida in tutte le sue forme, anche nella somministrazione “fai da te” della Ru486 in day Hospital. Questa scelta, infatti, non è mai indolore perché comporta contrazioni dolorosissime ed emorragie e qualsiasi dato è sottostimato se pensiamo che decine e decine di morti sono certificate solo dopo le rare, e costose, autopsie che vengono richieste».

Fonte: https://www.provitaefamiglia.it/blog/giornata-aborto-sicuro-pvf-lunica-sicurezza-e-la-morte-del-bambino-mentre-i-dati-sulla-legge-194-sono-falsati

Rod Dreher, la resistenza dei cristiani e l’Ungheria

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

L’autore del bestseller sull’opzione benedetto evidenzia che per la libertà dei cristiani esiste una duplice minaccia e indica anche perché c’è questo pericolo
di Giuliano Guzzo

Prima di iniziare il suo tour europeo – che, come noto, ha visto tappe anche in Italia – di presentazione del suo ultimo libro, La resistenza dei cristiani (Giubilei Regnani, 2021), lo scrittore americano Rod Dreher si trovava in Ungheria. Questo soggiorno ha attirato la curiosità del The New Yorker, che gli ha chiesto conto della visita al Paese di Viktor Orbán. Che, manco a dirlo, l’autore del bestseller L’Opzione Benedetto ha descritto in toni molto meno cupi, anzi, rispetto a quelli soliti dei mass media. Aveva sentito l’Ungheria descritta come uno stato autoritario, sottolinea The New Yorker, ma a Budapest ha trovato tutti liberi di dire ciò che pensavano.
L’attenzione riservata al suo soggiorno ungherese ha dato modo a Dreher, su quell’American Conservative di cui è una colonna, di illustrare – riportando una lunga mail inviata proprio al New Yorker, ad integrazione dell’intervista fattagli – aspetti significativi del suo pensiero. Non solo, va da sé, riguardo all’Ungheria su cui pure rivela aspetti di rilievo («l’attuale partito razzista in Ungheria, Jobbik, è alleato con la sinistra anti- Orbán, ma i media occidentali non ne danno conto»), ma pure su questioni politiche e, più precisamente, su quale sia la forma di governo ideale. Ecco, rispetto a questo, come suo solito, Dreher sviluppa un ragionamento interessante e per nulla male.
Infatti, non si limita a dire quale sarebbe, appunto, la forma di governo ideale – che pure indica senza troppi giri di parole («preferirei una democrazia liberale basata generalmente su principi cristiani») -, ma va oltre, indicando che per la libertà dei cristiani e non solo, al momento, esiste una duplice minaccia.
Prima di vedere si tratta, è bene evidenziare come l’autore de La resistenza dei cristiani non si limiti ad agitare lo spettro della minacciata libertà di pensiero. Indica anche perché c’è questo pericolo. «Il liberalismo, al di fuori dei confini fissati dalla tradizione giudaico-cristiana», scrive infatti Dreher, «degenera in illiberalismo, un illiberalismo che rende le persone come me nemici del popolo, per usare la vecchia frase comunista». Il richiamo al comunismo non è evidentemente causale dato che, ne La resistenza dei cristiani, proprio i dissidenti cristiani della tirannia sovietica sono indicati come coloro da prendere a modello per sopravvivere nel contesto attuale, che Dreher chiama «la democrazia illiberale laica che sta nascendo».
Si tratta di una forma di governo, per tornare a noi, che vede due problemi per i cristiani. Che lasciamo svelare a Dreher quando, lanciandosi in una previsione, scrive: «Sembriamo tutti essere proiettati verso un futuro che non è liberale e democratico, ma sarà o illiberalismo di sinistra o illiberalismo di destra». Sono parole di peso anche perché, giova ricordarlo, son quelle di un autore conservatore. Che quindi saremmo istintivamente portati ad immaginare vicino alla destra, area politica che tuttavia – e qui l’onestà intellettuale di Dreher è notevole – in quanto tale non offre garanzia alcuna.
Quindi? Posto che sfortunatamente «una democrazia liberale basata generalmente su principi cristiani» non si intravede all’orizzonte, che fare? Il bestellerista americano è consapevole di questa domanda, meglio di questo dilemma. Al quale dà una risposta molto brillante: «So da che parte stare: dalla parte che non perseguiterà me e la mia gente». Come dire: il migliore dei governi possibili non è, ahinoi, a portata di mano. Ma, piccola consolazione, almeno abbiamo una bussola per evitarci il peggiore.
Ultima curiosità. Dreher conclude la mail al New Yorker dando un’applicazione pratica del principio appena enunciato. Eccola: «A pensarci bene, due eminenti ungheresi – George Soros e Viktor Orbán – offrono visioni contrastanti, oggi, di cosa significhi essere occidentali nel 21° secolo. Uno di loro deve prevalere. Bisogna quindi scegliere. Orban non è un santo, ma so da che parte sto. So da che parte devo stare». Una chiusura, ancora una volta, brillante. E convincente.

DOSSIER “VIKTOR ORBAN”
Chi è il presidente dell’Ungheria

Per vedere tutti gli articoli, clicca qui!

Titolo originale: Starò con chi non mi perseguita, dice Rod Dreher
Fonte: Sito del Timone, 16 settembre 2021

FINALMENTE UNPLANNED NEI CINEMA ITALIANI

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

Dal 28 settembre anche in Italia si può vedere il film che racconta la storia di Abby Johnson, ex direttrice di una clinica abortiva di Planned Parenthood (VIDEO: intervista ai produttori di Unplanned)
di Rodolfo Casadei

La differenza sta tutta fra vedere o non vedere qualcosa che è in atto, qualcosa che accade in quel momento. Per vederlo bisogna aprire gli occhi, quelli fisici ma anche quelli della mente. Si potrebbe riassumere così la morale di Unplanned, il film su Abby Johnson, la direttrice di una clinica texana della Planned Parenthood che passa dalla parte dei pro-life quando vede coi suoi occhi che l’aborto è l’eliminazione di un bambino e comprende che, diversamente da quanto scrive ipocritamente nel suo statuto, l’organizzazione non cerca di prevenire le gravidanze indesiderate, ma di fatturare sempre di più aumentando costantemente il numero delle interruzioni di gestazione. Trattasi di storia vera e di personaggi reali.
Non fosse per la tragicità dell’argomento, farebbe quasi ridere constatare che il fuoco di sbarramento che critici cinematografici e militanti della causa pro-choice hanno concentrato sul film abbia per oggetto le immagini raccapriccianti e i dettagli cruenti di tutto ciò che riguarda gli aborti e i corpi delle donne su cui viene praticato. Da tempo sui grandi schermi e nei teatri si vede assolutamente di tutto, non c’è più nulla di abbastanza sacro, riservato, inaccessibile, turpe, disgustoso, osceno che non possa essere rappresentato.
Il valore estetico e sociale di qualsiasi rappresentazione è considerato superiore a ogni tabù. Con la curiosa eccezione dell’aborto, a quanto pare. Ma soprattutto fa cadere le braccia l’ostilità pregiudiziale che impedisce di cogliere l’originalità del film. […]

LA CONVERSIONE DI ABBY
Ci sono almeno due contenuti sorprendenti che dovrebbero balzare agli occhi perché scavalcano la barriera delle contrapposte visioni partigiane. Il primo riguarda proprio il vedere, il cambiamento che determina il vedere qualcosa che fino a quel momento era rimasto invisibile. A “convertire” Abby Johnson non è il sangue che cola dalle gambe delle ragazze, i corpi smembrati dei feti, gli sguardi smarriti e depressi delle giovanissime sia al momento di entrare che nel momento di uscire dalla clinica. Lei stessa ha vissuto l’esperienza di due aborti, e il secondo, quello indotto chimicamente e vissuto nella solitudine di casa, è stato un’esperienza dolorosissima e truculenta, giorni di un limbo insanguinato nell’angoscia della propria morte incombente.
Abby è rimasta impassibile quando la direttrice della clinica l’ha condotta nella cella dove sono conservati i feti fatti a pezzetti, li ha scrutati come se guardasse le ali delle farfalle, e con questo si è meritata il posto che l’altra le lascia. Non è una persona che si fa impressionare dal sangue e dai cadaveri. Tanto meno la mettono in crisi il silenzioso dissenso di genitori e marito, orripilati della sua professione ma mai ostili, o i manifestanti antiaborto che inveiscono o che pregano pacificamente lungo la recinzione della clinica, compresi quelli che cercano il dialogo.
Ha certezze benpensanti. Che vanno in crisi una prima volta quando Planned Parenthood batte cassa: altro che aborto raro e sicuro, soluzione estrema quando la contraccezione fallisce; quelli di Houston hanno bisogno di aumentare la produttività per tenere in piedi la baracca, e questo si fa incrementando il numero delle interruzioni di gravidanza, puntando sugli aborti chimicamente indotti perché garantiscono un margine di guadagno maggiore. E Planned Parenthood, che diffonde contraccezione e pratica aborti, funziona letteralmente come i fast-food: non sono gli hamburger (leggi: i contraccettivi) a generare i profitti, ma le patatine fritte e le bevande gasate. Perciò lasciate da parte gli ideali, se volete continuare ad avere una busta paga…

IL PECCATORE NON È MAI IDENTIFICATO COL SUO PECCATO
Dopo che si sono aperti gli occhi della mente, è il turno di quelli del corpo: Abby ha visto tante volte i prodotti di un aborto, ma non ha mai preso parte all’azione. Succede che venga chiamata in sala operatoria, e che sullo schermo veda l’immagine di un feto di 13 settimane, testa e corpo formati, che dà l’idea di cercare di sfuggire disperatamente al risucchio della morte. Invano. È la rivelazione che ribalta la sua visione delle cose. […] Per Abby quel brevissimo video è il film che decide la sua vita. Tutto cambia prospettiva nel momento in cui vedi la cosa non dopo che è accaduta, ma proprio mentre accade.
L’altro contenuto sorprendente è il ritratto del mondo in cui si muovono pro life e pro choice. Chi si aspetta la rappresentazione di uno scontro tipo crociata o tipo rivoluzione russa resta deluso: i fanatici ci sono, ma appartengono alle frange estreme delle alte dirigenti della catena di montaggio degli aborti, intransigenti e disincantate. […] La grande maggioranza delle persone raffigurate nel dramma, abortisti e antiabortisti, pro life che pregano e parlano ai cancelli e pro choice che ricevono le donne, le registrano e le accompagnano in sala operatoria, appartengono allo stesso mondo di una apparente comune decenza, il mondo di chi si impegna con la realtà assumendosi responsabilità. Alla radicale contrapposizione delle opzioni corrisponde l’evidente buona fede degli uni e degli altri; l’avversario non è mai spogliato della sua umanità, il peccatore non è mai identificato col suo peccato. Abby e Shawn, il giovane leader della Coalition for Life, si relazionano con mansuetudine anche prima della “conversione” di Abby. La quale è sposata con Doug, antiabortista convinto che in lei non vede il mostro che annichilisce bambini in germe, ma l’amabile donna a cui non può rinunciare. […] La critica secondo cui il film predica ai già convertiti ha senso per quanto riguarda la parte finale del film, ma non coglie il segno: Unplanned si rivolge evidentemente a un pubblico di simpatizzanti della causa antiabortista convinti ma passivi, al fine di renderli attivi e impegnati. E gli argomenti sono concentrati nell’ultima parte. Qui si spiega che Planned Parenthood è un’organizzazione tentacolare finanziata da George Soros, Bill Gates e Warren Buffett, che i gruppi di preghiera pro life fuori dalle cliniche sono combattuti perché è dimostrato che dove si svolgono regolarmente diminuisce il numero delle donne che vi si recano ad abortire, che l’organizzazione creata da Abby Johnson dopo che si è dimessa è riuscita ad aiutare 500 addetti ad abbandonare l’industria dell’aborto. […]
Nota di BastaBugie:
 ecco alcune curiosità su Unplanned tratte dal sito FilmGarantiti.it
– Abby Johnson è nata in una famiglia protestante (battista), ma è diventata cattolica in seguito alla sua conversione alla causa prolife. Adesso ha otto figli (avuti ovviamente dallo stesso marito).
– Anthony Levatino, il dottore che nel film si vede praticare l’aborto che cambierà per sempre la vita di Abby Johnson, non è un attore, ma un vero dottore che ha praticato personalmente più di 1.200 aborti. Poi un giorno, guardando al contenitore dei pezzi di bambini strappati dal grembo delle loro madri, ha pensato che quelli erano i figli e le figlie di quelle mamme. In quel momento si è reso conto degli abomini che aveva commesso e cambiò vita.
– Le riprese del film Unplanned sono avvenute in una località segreta per evitare le manifestazioni violente delle femministe.
– Nel 2019 Unplanned è stato il dvd più venduto al mondo da Amazon.
Per scoprire tutto su Unplanned, vedere il trailer, ascoltare la colonna sonora e molto altro, visita il sito FilmGarantiti.it, clicca qui!

VIDEO: INTERVISTA AI PRODUTTORI DI UNPLANNED
Qui sotto il video (durata: 28 minuti) con l’intervista ai produttori di Unplanned e God’s not dead 1 e 2 (Cary Solomon e Chuck Konzelman) che spiegano la loro battaglia contro Hollywood, che impedisce la produzione di film conformi ai principi cristiani. Per questo hanno abbandonato Hollywood producendo in proprio film capolavoro come Unplanned.

https://www.youtube.com/watch?v=UC7PRlkjjnk

Titolo originale: Unplanned, il film sull’aborto che va oltre la guerra pro life contro pro choice
Fonte: Tempi, 21 settembre 2021

Covid, le cifre che allarmano. Cure, arriva l’Anakinra farmaco riduce mortalità

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Segnalazione di Antonio Amorosi News Fonte:https://www.affaritaliani.it/coronavirus/covid-le-cifre-che-allarmano-ma-in-arrivo-l-anakinra-farmaco-riduce-mortalita-759712.html?refresh_ce

Pregliasco, Broccolo, Tarro: perché l’anno scorso ci contagiavamo meno, i pareri diversi sui numeri

di Antonio Amorosi

Il confronto tra i numeri delle terapie intensive, ricoverati, ospedalizzati e casi attivi di Covid di un anno fa, 13 settembre 2020, e quelli di quest’anno, sempre riferiti al 13 settembre ma del 2021, ha preso forma in una foto che gira ossessivamente sui social, utilizzando i report della fondazione Gimbe. Guarda l’immagine.

13 settembre 2020: Terapie intensive 187 persone; Ricoverati con sintomi: 2042; Isolamento domiciliare: 36.280; Totale ospedalizzati: 2229; Totale casi attivi: 38.509; Deceduti nelle ultime 24 ore (dato aggiuntivo non contenuto nella foto): 7

13 settembre 2021: Terapie intensive 563 persone; Ricoverati con sintomi: 4200; Isolamento domiciliare: 121.141; Totale ospedalizzati: 4763; Totale casi attivi: 125.904; Deceduti nelle ultime 24 ore (dato aggiuntivo non contenuto nella foto): 36

I numeri sono corretti, li abbiamo verificati. Tutti i trend sembrano in crescita esponenziale. Ma su questi numeri ci sono interpretazioni differenti. 

Abbiamo contattato la fondazione Gimbe che ci ha confermato che i dati sono corretti, anche se la slide non è una loro produzione. Per la fondazione non si possono confrontare i dati del settembre 2020 con quelli del settembre 2021 perché i due periodi sono sottoposti a ondate pandemiche diverse, fasi diverse della malattia, varianti diverse e a numeri differenti di persone testate e di tamponi fatti.

Di parere diverso altri esperti come il professor Francesco Broccolo, docente di Microbiologia clinica presso l’Università Milano-Bicocca ma anche di altri esperti.

Perché il dubbio sorge spontaneo, al di là della narrazione governativo-televisiva dell’Italia Paese più protetto, tanto più perché siamo a settembre, le temperature continuano ad essere alte, non sono arrivate le stagioni più fredde che facilitano la circolazione del virus. Leggendoli sorge un dilemma sia sull’efficacia dei vaccini vista la diffusione delle varianti sia sul senso del Green Pass imposto dal governo Draghi agli italiani, unico caso al mondo di limitazione della libertà individuali di lavorare.

Il professor Fabrizio Pregliasco: “L’anno scorso ci sono stati dei lockdown importanti che limitavano i rapporti, ma non potevamo andare avanti così. Ogni contatto interumano ha una probabilità di rischio. Oggi abbiamo un virus più contagioso e che coinvolge di più i giovani. Il rischio è più basso perché abbiamo il vaccino che riduce gli effetti pesanti anche se la variante delta buca un po’ il vaccino”.

Cosa dobbiamo aspettarci per l’autunno-inverno?

Pregliasco: “Dobbiamo immaginare dei possibili colpi di coda. La pandemia va visualizzata come delle onde di sassi nello stagno. Le prime onde le abbiamo viste, ora dobbiamo vedere l’andamento e le onde che si sovrappongono nel mondo. Quest’inverno avremo un possibile colpo di coda perché gli sbalzi termici, stare al chiuso come ogni anno, lavorare di più che nell’ultimo anno e mezzo, le scuole che tornano alla didattica in presenza, massimizzano la concentrazione dei rischi. E’ probabile che ci sia solo un colpettino di coda ma dobbiamo comunque prepararci a uno scenario che potrebbe non essere piacevole, questo per riuscire a governare un processo meno pesante possibile”.

Il professor Francesco Broccolo: “Ho visto la slide, non ho controllato se i dati sono veri ma se fossero veri, cioè che gli ospedalizzati sono di più dell’anno scorso, lo commento in questo modo: l’effetto positivo dei vaccini viene modulato dalla presenza della variante delta. Io ad agosto avevo già fatto questo raffronto che lei mi sta sottoponendo ma mi veniva fatta la critica che non tenevo conto dell’effetto lockdown del maggio 2020. Ma erano già passati tre mesi. Ora siamo a fine settembre. E passato ancora più tempo. Non ci possiamo più aggrappare a questa scusa che l’anno scorso c’era il lockdown e quest’anno non ce l’abbiamo. Non possiamo puntare sull’immunità di gregge che non  otterremo più ormai con queste varianti”.

Cosa dobbiamo aspettarci per l’autunno-inverno?

Broccolo: “Un autunno di terapie. Dobbiamo mettere in campo le nuove terapie, come l’ anakinra, il farmaco è stato appena approvato dall’Aifa. L’anakinra si è rivelato un farmaco molto efficace. Il farmaco deve essere utilizzato in una fase moderata della malattia, nei primi tre giorni. Quando il marcatore suPar (un marcatore prognostico precoce di evoluzione dell’infiammazione, ndr) è particolarmente alto si inizia il trattamento. Si possono salvare tra il 55 e l’80% dei pazienti”.

L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha reso disponibili in queste ore i medicinali anakinra, baricitinib e sarilumab per il trattamento del COVID-19. La copertura sarà a carico del Servizio Sanitario Nazionale dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale.

Il farmaco più interessante del gruppo è proprio l’anakinra che cita il professor Broccolo, per efficacia e sicurezza (è un farmaco utilizzato per trattare l’artrite reumatoide e altri gravi patologie infiammatorie): spegne l’eccessiva risposta immunitaria, causa di degenerazione della malattia, e contribuisce in questo modo alla ripresa funzionale dei polmoni. I nuovi casi studiati sembrano dimostrare che l’anakinra, somministrato in dosi di 100 mg una volta al giorno per 10 giorni in aggiunta alla terapia standard, fa fare grandi progressi terapeutici ai pazienti in una fase della malattia per cui non esisteva ancora un’indicazione medica supportata da dati significativi in letteratura.

“Anakinra, baricitinib e sarilumab si aggiungono al tocilizumab nel trattamento di soggetti ospedalizzati con COVID-19 con polmonite ingravescente sottoposti a vari livelli di supporto con ossigenoterapia”, spiega in un comunicato Aifa, “tale decisione, basata sulle evidenze di letteratura recentemente pubblicate, allarga il numero di opzioni terapeutiche e nello stesso tempo consente di evitare che l’eventuale carenza di tocilizumab o di uno di questi tre farmaci possa avere un impatto negativo sulle possibilità di cura”.

Il professor Giulio Tarro: “Nel marzo 2020 avevo spiegato che la Sars-Cov-2 aveva già infettato decine di milioni di italiani, nessuno ci credeva, anche perché le cifre ufficiali, pur di giustificare il lockdown, lo davano presente solo nei pochi malati Covid sottoposti a tampone. Il virus è già endemico ed è come se si ‘risvegliasse’ dentro di noi, permettendo così ad eventuali test di intercettarlo. Questo ‘ridestarsi’ quasi mai produce sintomi. È diventato endemico e non si debella col vaccino che qualche, temporanea, protezione dovrebbero garantirla. Anzi. Veda il caso di Fasano. Vengono vaccinati 33 ospiti e 10 componenti dello staff sanitario, nella residenza socio sanitaria il 3 febbraio, ricevendo la seconda dose di vaccino Pfizer. Ma poco dopo risultano tutti positivi. Non è la variante. Potrebbe dipendere dal fatto che l’RNA messaggero, introdotto con il vaccino per il Covid-19, abbia ‘attivato’ il virus latente già presente nell’organismo, oppure quello arrivato in seguito ad una nuova infezione prima della risposta anticorpale. E’ la stessa proteina spike che attiva il virus, almeno per quanto riguarda i vaccini a RNA messaggero”.

Cosa dobbiamo aspettarci per l’autunno-inverno?

Tarro: “Penso che saremo come gli inglesi, loro senza lockdown noi con mascherina e altri limiti ma se investissimo di più sulle cure…”.

L’azione dell’Iran rompe l’assedio USA su Siria e Libano

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di Elijah J. Magnier 

Fonte: controinformazione

L’effetto a catena delle petroliere iraniane che trasportano petrolio in Libano attraverso la Siria ha influenzato e amplificato generosamente l’influenza di Hezbollah in Libano e ha raggiunto gli Stati Uniti, la Russia e diversi stati arabi. Le conseguenze hanno accelerato importanti questioni regionali e internazionali, mettendole con forza sul tavolo della discussione e imponendo una revisione della politica statunitense in Asia occidentale, in particolare in Siria. I paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti, hanno iniziato a ripensare e contemplare le attuali riserve sul rapporto con la Siria e il suo ritorno alla Lega Araba e alla comunità internazionale. L’obiettivo – o forse il desiderio – è offrire al presidente Bashar al-Assad l’opportunità di ripensare alle sue relazioni globali e regionali e rimuovere i ruoli esclusivi dell’Iran e della Russia nel Levante.

Molti eventi hanno avuto luogo in Asia occidentale ea New York negli ultimi mesi. Gli incontri non dichiarati a Baghdad tra l’ Arabia Saudita e l’Iran , la Giordania e l’Iran e l’Egitto con l’Iran hanno contribuito a rompere il ghiaccio tra questi paesi regionali ea discutere di importanti questioni di grande preoccupazione. Inoltre, il vertice iracheno ha permesso ad Arabia Saudita, Qatar, Iran, Kuwait, Egitto, Giordania e Francia di incontrarsi e riscaldare le loro relazioni, creando un maggiore riavvicinamento tra gli stati regionali. L’Iraq sta svolgendo un ruolo positivo ma importante in cui tutti i paesi possono riunirsi e discutere le proprie differenze. Inoltre, ci sono stati importanti incontri tra il re giordano Abdullah con il presidente Joe Biden a Washington e il presidente Vladimir Putin a Mosca, e l’ incontro del presidente siriano Bashar al-Assad con il presidente Putin per parlare dell’unità del territorio siriano. Infine, l’attesa visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a Mosca e New York . Questi incontri aprono le porte alla fase successiva, che apre la strada al ritorno della Siria nella sfera regionale e internazionale.

In effetti, lo sviluppo più importante è stata la dichiarazione del re giordano da Washington secondo cui “il presidente Bashar al-Assad resta al potere e deve essere trovato un modo per riguadagnare il dialogo con lui”. Ciò non significa che la Giordania abbia cessato le sue relazioni con la Siria nell’ultimo decennio. L’ambasciata giordana non ha mai chiuso i battenti a Damasco né l’ambasciata siriana ad Amman nonostante la Giordania ospitasse la sala del Military Operation Command (MOC). Il MOC ha ospitato comandanti militari arabi e occidentali, compresi gli Stati Uniti, per condurre operazioni di sabotaggio e attacco all’interno della Siria, con l’obiettivo di porre fine al governo del presidente siriano e creare uno stato fallito in Siria. Ha sostenuto e formato militanti e jihadisti in Giordania, tra cui Al-Qaeda organizzazioni, alla conoscenza dei tirocinanti e dell’amministrazione degli Stati Uniti.

Durante i decenni di guerra in Siria, i contatti tra Amman e Damasco a livello di sicurezza e politico non si sono fermati, sebbene abbiano variato di intensità. Le ultime comunicazioni ufficiali significative sono state duplici.

Il primo è stato un appello tra il ministro degli Interni giordano Mazen al-Faraya con il suo omologo siriano, Muhammad al-Rahmoun. I due ministri hanno affermato di aver concordato di coordinare il transito dei camion tra i due Paesi, il che significa che gli Stati Uniti devono escludere la Giordania e la Siria dalle sanzioni imposte attraverso il ” Cesar Civilian Protection Act “. I camion siriani potranno attraversare i confini senza scaricare il loro carico su altri camion sul lato giordano dei confini. Ciò ridurrà significativamente il costo siriano, aprirà la strada della merce siriana a molti paesi e porterà la tanto necessaria valuta estera.

Il secondo alto contatto ufficiale è stata la visita del ministro della Difesa e vice primo ministro siriano Ali Ayoub ad Amman e l’incontro con il capo di stato maggiore giordano, maggiore generale Yousef Al-Hunaiti, il primo incontro ufficiale a questo livello dopo dieci anni di guerra in Siria.

Non c’è dubbio che gli Stati Uniti abbiano aperto la porta al ritorno della Siria in Libano quando hanno accettato di rilanciare la linea del gas che trasportava il gas egiziano attraverso la Giordania in Libano. Questa linea di gas è stata offerta come alternativa nel disperato tentativo di limitare il flusso di gasolio e benzina iraniani in Libano attraverso Hezbollah. L’ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, Dorothy Shea, ha annunciato la decisione sulla fornitura di gas in reazione all’annuncio del segretario generale di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah. Sayyed Nasrallah ha promesso fornire al Paese petrolio iraniano attraverso la Siria per rompere il blocco non annunciato dagli Stati Uniti e soddisfare i bisogni del popolo libanese. Il Libano, assetato di forniture di petrolio (la cui perdita ha paralizzato il ciclo di vita del Paese, che sta attraversando una crisi economica senza precedenti), ha benedetto il petrolio iraniano mentre cadeva come manna sulla popolazione libanese. La popolarità dell’Iran e di Hezbollah è esplosa ed è stata acclamata da alleati, amici e (molti) nemici allo stesso modo.

Hezbollah, reparti in parata

Tuttavia, il petrolio iraniano non è l’unico problema che gli Stati Uniti ei paesi arabi devono affrontare. Sono molto preoccupati che la Siria rimanga nella sfera di influenza iraniana. L’Iran ha guadagnato una popolarità senza precedenti in Siria a causa della politica di Washington, che voleva creare uno stato fallito in Siria e rimuovere il presidente Assad dal potere. Inoltre, l’Iran ha raccolto più lodi quando gli Stati Uniti non sono stati in grado di destabilizzare Siria, Iraq e Libano. L’amministrazione statunitense pensava che imponendo dure sanzioni alla Siria e impedendo qualsiasi riavvicinamento tra Damasco e altre capitali regionali e occidentali, avrebbe potuto far leva sul presidente Assad e costringerlo a dettare le sue condizioni.

Sembra che l’amministrazione di Joe Biden stia iniziando a valutare le cose in modo più realistico, come espresso dal re giordano dopo aver incontrato Biden. Non è un caso che re Abdullah affermi da Washington che c’è la necessità del ritorno della Siria e dei rapporti con Assad, argomento tabù per le precedenti amministrazioni statunitensi. È davvero un passo piccolo ma significativo, anche se non significa che gli Stati Uniti riscalderanno presto le loro relazioni con la Siria. Invece, il ritorno del rapporto dei paesi arabi e occidentali con Assad è una preparazione per l’opinione pubblica a riconoscere che il presidente siriano è il leader eletto del suo paese, cosa che i paesi coinvolti nell’ultimo decennio di guerra non possono più ignorare.

Il presidente siriano ha detto ai suoi numerosi visitatori ufficiali regionali e occidentali che “gli Stati Uniti non hanno mai interrotto le loro relazioni di sicurezza con la Siria. Tuttavia, in Siria rifiutiamo qualsiasi dialogo politico a meno che le forze occupate dagli Stati Uniti non si ritirino dalla regione attiva del nord-est».

Gli Stati Uniti e molti stati europei hanno mantenuto una relazione di sicurezza e antiterrorismo con la Siria (Francia, Italia, Germania e altri). Tuttavia, la Siria ha stabilito che tutte le delegazioni europee riaprano le porte delle loro ambasciate prima di impegnarsi in relazioni politiche. Il governo di Damasco è più forte oggi che mai, in particolare quando il sud è tornato completamente sotto il controllo dell’esercito siriano.

Infatti, in queste ultime settimane , la Siria ha liberato Daraa e Tafas , assicurando più di 328 chilometri a partire dalla Badia a As-Suwayda e Daraa. Pochi giorni fa, tutte le città dell’area di Huran sono cadute sotto il controllo dell’esercito siriano. Gran parte del sud della Siria era sotto i ribelli che coesistevano con l’esercito siriano, a seguito di un accordo stipulato dalla Russia nel 2018 . Questi militanti hanno creato una “zona cuscinetto”, controllando il valico di frontiera con la Giordania e proteggendo gli israeliani che occupano le alture del Golan siriano e i confini di Israele. Gli israeliani hanno ripetutamente affermato di temere la presenza di Hezbollah e dell’Iran ai confini siriani e non sono riusciti a imporre una zona libera dalla presenza iraniana ovunque la leadership siriana desiderasse che fosse.

Tuttavia, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato : “La Russia non accetterà che la Siria venga utilizzata come piattaforma per operazioni contro Israele”. Pertanto, la Russia sta inviando il messaggio agli Stati Uniti e a Israele che le forze siriane ai confini siriani sono un garante della protezione di Israele e un’indicazione all’Iran che Mosca desidera che il fronte delle alture del Golan occupato rimanga freddo.

Il ministro russo Lavrov esprime senza dubbio la preoccupazione della Russia per l’incolumità e la sicurezza di Israele e offre la garanzia di Mosca per prevenire attacchi contro le alture del Golan occupate. Tuttavia, la Russia non ha impedito a Israele di violare la sovranità e il territorio siriano. Israele, infatti, ha compiuto più di mille attentati, violando la sovranità siriana, uccidendo molti civili e distruggendo molte postazioni e magazzini appartenenti allo stato siriano. Mosca ha offerto all’esercito siriano missili terra-aria per intercettare gli attacchi aggressivi e ripetitivi israeliani, ma non è riuscito a fermare questi attacchi anche quando Israele è stato responsabile dell’abbattimento dell’aereo Il-20 e dell’uccisione di 15 membri del servizio russo.

La Russia è presente nel sud dal 2018, a seguito di un accordo tra militanti locali e governo siriano. Questo accordo non è più necessario perché le forze di Damasco hanno preso il controllo completo del sud della Siria. Inoltre, la Russia non può impedire alla Siria di liberare il suo territorio (le alture del Golan) quando il governo centrale deciderà di farlo in qualsiasi momento in futuro.

Indubbiamente, l’influenza iraniana e la presenza militare in Siria sono state conseguenze della guerra globale contro la Siria e della sua richiesta di sostegno all’Iran. Anche se gli Stati Uniti stanno impedendo ai paesi del Medio Oriente di ristabilire i legami con la Siria, Damasco mostra la volontà di aprire una nuova pagina con i paesi occidentali e arabi. Pertanto, gli Stati Uniti sono il principale contributore alla crescente influenza iraniana nel Levante, quando la “Repubblica Islamica” è il principale sostenitore e fornitore di beni di prima necessità della Siria.

Gli Stati Uniti potrebbero cercare di compensare rivedendo la propria posizione sulla Siria e la propria autoviolazione della “Legge di Cesare” per creare nuovi equilibri nella regione e consentire alla Lega araba di includere nuovamente Damasco. Durante il recente vertice di Baghdad, il presidente francese Emmanuel Macron ha promesso al primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhemi di esaminare le relazioni dell’UE con Assad. Al-Kadhemi ha informato il presidente al-Assad in una conversazione telefonica privata di venti minuti subito dopo la fine della conferenza.

Il ritorno delle relazioni ufficiali tra Giordania e Siria è legato alla sicurezza delle frontiere, alla prevenzione delle vecchie e nuove strade di contrabbando tra i due paesi e alla lotta al terrorismo. La Giordania sta assumendo un ruolo guida come pioniere nell’aprire la porta ad altri paesi del Medio Oriente per attraversarlo e consentire all’amministrazione statunitense di preparare la sua futura politica per consentire alla Siria di tornare alle piattaforme regionali e internazionali e non essere più isolata. Questo non accadrà molto presto. Tuttavia, è l’inizio di un fondamentale spostamento di posizione verso la Siria.

La comunità internazionale non avrà altra scelta che abbracciare la Siria, prima è, meglio è, prima che venga attuato l’accordo nucleare con l’Iran e quando tutte le sanzioni saranno revocate. Quando ciò accadrà nei prossimi mesi, l’Iran dovrebbe diventare molto più forte finanziariamente e godere di un potere economico e finanziario senza precedenti. Il suo sostegno alla Siria sarà molto più significativo, rendendo inutile e inefficace l’embargo USA-UE.

La petroliera iraniana è attraccata in Siria e il gasolio è stato trasportato in Libano, proprio come lo è l’offerta di armi di Hezbollah. La presenza iraniana a Quneitra preoccupa anche Israele e gli Stati Uniti e sfida l’occupazione israeliana del Golan siriano. Inoltre, la guerra siriana sta volgendo al termine con la liberazione dei territori occupati dagli Usa-Turchi nel nord. Le forze statunitensi se ne andranno prima o poi, causando grave preoccupazione alle forze curde in quella parte nord-orientale del Paese.

Infatti, il rappresentante del “Consiglio democratico siriano” (la forza che protegge le forze di occupazione statunitensi) negli Stati Uniti, Bassam Saqr, ha affermato che “l’America dovrebbe avvertire i curdi siriani se viene presa la decisione di ritirare tutte le forze. Il ritiro, ogni volta che avverrà, dovrà essere graduale, passo dopo passo”.

È prevedibile un cambiamento nella politica degli Stati Uniti e nella sua revisione del futuro delle sue forze che occupano il nord-est della Siria. Ciò che ha sollevato gravi allarmi negli Stati Uniti e in altri paesi del Golfo è la forza che l’Iran ha raggiunto e il potere di cui gode come conseguenza involontaria della guerra siriana nel 2011. È giunto il momento di ammettere il fallimento degli obiettivi degli Stati Uniti e consentire al governo siriano di l’economia e il suo rapporto con il resto del mondo a fiorire. Le relazioni siriano-iraniane sono strategiche e il loro legame forte è abbastanza solido da non essere a rischio nonostante il futuro sviluppo in Siria.

Correzione di: Maurice Brasher

Traduzione : Gerard Trousson

Gli eretici dei primi secoli e lo spirito romano

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Segnalazione Corrispondenza Romana

del Prof. Roberto De Mattei

Nel corso dei secoli la Chiesa cattolica ha sempre combattuto le opposte deformazioni della sua dottrina morale. Da una parte il lassismo, cioè la negazione degli assoluti morali, in nome del primato della coscienza; dall’altra il rigorismo, cioè la tendenza a creare leggi e precetti che la morale cattolica non prevede. Oggi il lassismo ha il suo esito nella “morale della situazione” modernista, mentre il rigorismo costituisce una tentazione settaria per il tradizionalismo. E’ contro quest’ultimo pericolo che voglio mettere in guardia, ricordando quanto accadde nei primi secoli della Chiesa, con le eresie dei Montanisti, dei Novaziani e dei Donatisti.

I Montanisti, ad esempio, sostenevano che il martirio dovesse essere volontariamente cercato, senza mai cercare di evitarlo. Ben diverso era l’atteggiamento dei veri cristiani che non cercavano il martirio ma una volta posti di fronte alla scelta, non esitavano a preferire la morte all’apostasia. Gli Atti dei Martiri mostrano la differenza tra il comportamento di Quinto Frigio, e quello di Policarpo, vescovo di Smirne, nel 155 dopo Cristo. Quinto si autodenunciò come cristiano, ma poi sotto le minacce e i supplizi apostatò la fede. Policarpo, invece, catturato dal proconsole Stazio Quadrato, ottenne la palma del martirio, pur non avendolo cercato.

Il montanismo venne condannato dalla Chiesa, ma il suo spirito rigorista riemerse, cento anni dopo, con la cosiddetta questione dei “Lapsi”. Nel 250, l’imperatore Decio emanò un editto con il quale ordinava, sotto pena di morte, che tutti i cittadini dell’Impero bruciassero l’incenso davanti alle divinità pagane. Lapsi (caduti) furono chiamati quei cristiani che, per salvare la vita, rinnegarono la fede cristiana ma, una volta passata la persecuzione, chiedevano di essere riammessi nella comunione della Chiesa.

Alcuni vescovi africani negarono ai lapsi la possibilità di accedere ai sacramenti, compreso quello della penitenza. A Roma questo rigorismo morale fu fatto proprio da Novaziano (220 circa- 258), un ambizioso sacerdote che occupava una posizione di rilievo nel clero. Secondo Novaziano il peccato dei lapsi poteva essere perdonato da Dio, ma non dalla Chiesa, che non avrebbe potuto riammetterli al suo interno neppure in punto di morte.

Papa Cornelio (251-253), stabilì che i lapsi che avevano fatto pubblica penitenza avrebbero potuto essere riammessi nella Chiesa. Novaziano contestò la validità dell’elezione di Cornelio e, dopo essersi fatto consacrare vescovo con l’inganno, rivendicò per sé il Papato, svolgendo una intensa attività propagandistica in tutto l’Impero. Egli viene considerato il primo “anti-Papa”.

Se Novaziano aveva rifiutato l’assoluzione agli apostati, i suoi seguaci più coerenti estesero l’errore a tutti i peccati gravi: idolatria, omicidio e adulterio che, a dir loro, non potevano essere perdonati dalla Chiesa, ma solo da Dio. Queste idee vennero raccolte sotto Diocleziano (301-303) dai Donatisti, che prendono nome da Donato, vescovo di Casae Nigrae (Case Nere) in Africa.

Nella sua ultima persecuzione l’Imperatore ordinò che ogni Libro Sacro della Chiesa fosse consegnato e bruciato in pubblico. Coloro che si sottomisero a questo editto vennero definiti dagli altri cristiani traditores perché colpevoli di traditio, cioè di consegna di libri e oggetti sacri ai persecutori. Il vescovo Donato affermò che la consacrazione del vescovo di Cartagine Ceciliano era invalida perché era stata effettuata da un traditor, Felice di Aptonga. Per Donato e i suoi seguaci, né gli eretici, né i peccatori pubblici e manifesti, appartenevano alla vera Chiesa e i sacramenti da loro amministrati erano invalidi. Il valore dei sacramenti dipendeva, per essi, dalla santità del ministro.

Il grande avversario dottrinale del donatismo fu sant’Agostino, vescovo di Ippona, che nello spazio di vent’anni, tra il 391 e il 411 scrisse più di venti trattati contro la setta. Nel Concilio di Cartagine del 411, Agostino, in tre sedute, di cui ci è stato trasmesso il verbale, prese la parola più di settanta volte, confutando la loro dottrina.

Novaziani e Donatisti non intendevano abolire il sacramento della penitenza, ma negando che la Chiesa, in alcuni casi, potesse amministrarlo, aprirono la strada alla sua soppressione da parte di Lutero e di Calvino. Per questo il Concilio di Trento, il 25 novembre 1551, ribadì la condanna dei Novaziani e dei Donatisti (Denz-H, n. 1670), affermando che chiunque cada nel peccato, dopo aver ricevuto il Battesimo, può sempre ripararvi con una vera penitenza. Lo stesso Concilio definì la validità dei sacramenti, indipendentemente dallo stato di grazia o di peccato del ministro (Denz-H, n. 1612).

La negazione del potere della Chiesa nel rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo portava inevitabilmente al rifiuto della dimensione istituzionale del Corpo Mistico di Cristo. I Montanisti si definirono “spirituali” e vagheggiarono una chiesa di ispirazione profetica e di diretta comunicazione divina; i Novaziani si chiamarono katharoi, cioè “puri,” termine usato poi, nel Medioevo, dagli eretici albigesi, per distinguersi dai membri della Chiesa gerarchica; i Donatisti si ispirarono ad un medesimo paradigma di “chiesa invisibile”. Le sette che nel XVI secolo proliferarono alla sinistra di Lutero raccolsero gli errori dei Montanisti, dei Novaziani e dei Donatisti, opponendo le loro conventicole alla Chiesa cattolica, fondata da Gesù Cristo.

Per evitare di cadere in questo fanatismo settario, i cristiani dei primi secoli ebbero bisogno di ponderazione e di equilibrio.

Un valente storico come mons. Umberto Benigni (1862-1934), afferma che i primi cristiani, furono prima di tutto coscienti e decisi: «Sapevano che cosa bisognava volere e, fortemente, costantemente, lo vollero. Essi furono, inoltre, disciplinati, contro le tendenze anarchiche o separatiste degli “illuminati”, delle teste calde, degli individualisti; la monarchia episcopale vinse subito le tendenze oligarchiche di qualche profeta o presbitero; e la supremazia papale si venne determinando, di fatto, contro quelle di alcuni vescovi secessionisti. (…) Finalmente i primi cristiani furono equilibrati. Cioè nel loro insieme ortodosso non si lasciarono trascinare dagli eccessi di destra e di sinistra, dai rigoristi né dai lassisti di Cartagine, dalle convulsioni montanistiche né dalle astruserie alessandrine, dalle grettezze dei giudaizzanti né dall’anarchia gnostica. Questa mentalità equilibrata fece ad essi comprendere il loro tempo, e camminargli a lato senza compromessi e senza ombrosità, né zoppicando né galoppando; tenendosi sempre pronti nell’adattarsi, ma per vincere, non per capitolare. Quando Costantino li chiamò a riformare la società romana, essi non ebbero né da precipitare né da rallentare il cammino; ma soltanto continuare sul cocchio imperiale la strada fatta sin allora a piedi» (Storia sociale della Chiesa, Vallardi, Milano 1906, vol. I, pp. 423-424).

Coscienti e decisi, disciplinati ed equilibrati, devono essere oggi i cattolici, respingendo il pericolo del caos e della frammentazione che li minaccia. Un articolo sulla Dublin Review del sacerdote (poi cardinale) Nicholas Wiseman, che paragonava la posizione dei Donatisti africani a quella degli Anglicani, aprì la strada della conversione al cardinale John-Henry Newman, colpito dalla frase di sant’Agostino citata da Wiseman: «Securus iudicat orbem terrarum» (“Il giudizio della Chiesa universale è certo”, in Contra Epistulam Parmeniani, Lib. III, cap. 3). Questa sentenza riassume lo spirito romano dei primi secoli.

Solo la Chiesa ha il diritto di definire una legge morale e la sua obbligatorietà. Chiunque pretende di sostituirsi alle autorità della Chiesa, imponendo norme morali inesistenti, rischia di cadere nello scisma e nell’eresia, come è purtroppo già avvenuto nella storia.

 

Fonte: https://scholapalatina.lt.acemlna.com/Prod/link-tracker?redirectUrl=aHR0cHMlM0ElMkYlMkZ3d3cuY29ycmlzcG9uZGVuemFyb21hbmEuaXQlMkZnbGktZXJldGljaS1kZWktcHJpbWktc2Vjb2xpLWUtbG8tc3Bpcml0by1yb21hbm8lMkY=&sig=5dwPGgPJpbcaYpejQkutpLSeZiZkiCfkwfZuSRx2nvN5&iat=1632910388&a=650260475&account=scholapalatina%2Eactivehosted%2Ecom&email=WGByPjZY3AMGHbnlPw2cQTpxdzkQNl9LgdxZ9pnzLRY%3D&s=7fe708e192b517c76cb9155f667678b1&i=562A595A15A5694

Relazione Dia: ”Così la mafia cambia faccia e si infiltra nell’economia”

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Nuove infiltrazioni nell’emergenza Covid, nei fondi pubblici, il gaming, e nel settore carburanti. Ma il settore principale resta sempre il traffico di droga

Le mafie (Cosa nostra, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita a cui si aggiungono con forza i clan foggiani e stranieri) guardano al futuro dando una nuova immagine di sé, “sostituendo l’uso della violenza, sempre più residuale, con linee d’azione” di “silente infiltrazione”. Un modus operandi che le permette di stringere ulteriormente i contatti con i colletti bianchi della politica, della pubblica amministrazione e dell’imprenditoria.
E’ questo il quadro che emerge leggendo la relazione della Direzione investigativa antimafia nazionale (Dia) riferita al secondo semestre del 2020, oggi presentata al Parlamento. Le mafie, spiegano senza mezzi termini gli investigatori, hanno accelerato il “processo di trasformazione e sommersione già in atto da tempo, senza però rinunciare del tutto all’indispensabile radicamento sul territorio e a quella pressione intimidatoria che garantisce loro la riconoscibilità in termini di potere criminale”.
Inoltre, con il prolungamento dell’emergenza dovuta al Covid, “la tendenza ad infiltrare in modo capillare il tessuto economico e sociale sano” da parte delle organizzazioni criminali “si sarebbe ulteriormente evidenziata”.
Gli analisti sottolineano come vi sia ormai una “strategia criminale che, in un periodo di grave crisi, offrirebbe alle organizzazioni l’occasione sia di poter rilevare a buon mercato imprese in difficoltà, sia di accaparrarsi le risorse pubbliche stanziate per fronteggiare l’emergenza sanitaria”.

Le nuove opportunità economiche
I dati parlano chiaro con i delitti connessi alla gestione illecita dell’imprenditoria, le infiltrazioni nei settori produttivi e l’accaparramento di fondi pubblici in costante crescita. Gli episodi di corruzione e concussione sono passati da 20 a 27, l’induzione indebita a dare o promettere utilità da 9 a 16, il traffico di influenze illecite da 28 a 32, la turbata libertà degli incanti da 28 a 32.
Inoltre si evidenzia come ai ‘tradizionali’ settori di interesse – usura, estorsioni, traffico di droga – le attenzioni delle organizzazioni si siano orientate sui settori del gioco d’azzardo e delle scommesse, anche grazie alle possibilità offerte dalla tecnologia.
Si legge nella relazione che imprenditori riconducibili ai clan costituiscono società nei paradisi fiscali e creano così un circuito parallelo a quello legale che consente di ottenere non solo ampi guadagni ma anche di riciclare in maniera del tutto anonima enormi quantità di denaro.
Analoghe infiltrazioni ad opera della criminalità organizzata, in prevalenza della camorra e della ‘Ndrangheta, si registrano nel settore del contrabbando di prodotti energetici (oli lubrificanti ed oli base) in virtù dei notevoli vantaggi economici derivanti dalla possibilità di immettere sul mercato prodotti a prezzi sensibilmente più bassi di quelli praticati dalle compagnie petrolifere.
E’ questo uno dei sistemi con sui si creano vere e proprie “sinergie tra mafie e colletti bianchi”. Sempre più spesso inoltre, spiegano ancora gli investigatori della Dia, le mafie ricorrono a pagamenti in criptovalute: i bitcoin e, più recentemente, il ‘Monero’, che non consentono il tracciamento e sfuggono al monitoraggio bancario”.

‘Ndrangheta globalità: “holding criminale del narcotraffico”
Fra le mafie italiane, “la ‘Ndrangheta, negli anni, è stata quella che ha sviluppato maggiormente una visione ‘globalista’, che l’ha portata a stabilirsi in molti Paesi e a creare efficaci affinità con i produttori di stupefacenti dell’America Latina, così da poter essere considerata una vera e propria holding criminale del narcotraffico”. E’ quanto si legge nella relazione semestrale della Dia.
La droga è considerata ancora come il primo ‘business’ delle organizzazioni criminali italiane all’estero, che quando si trovano ad avere base in altri Paesi evitano l’uso della violenza, preferendo ricorrere invece alla corruzione. “L’ambito criminale che a livello internazionale continua ad offrire una maggiore redditività è quello del narcotraffico – si legge nella relazione semestrale della Dia – Al riguardo, negli ultimi anni l’Africa occidentale sembrerebbe essere diventata un importante snodo per i traffici di droga. In particolare, la Costa d’Avorio, la Guinea-Bissau e il Ghana rientrano tra i Paesi finiti nelle mire delle mafie, rappresentando al momento cruciali basi logistiche per i narcos”. In questo schema, appunto, la ‘Ndrangheta è leader “avvalendosi di qualificati professionisti, capaci di ‘ripulire’ i capitali illeciti, prevalentemente provento del narcotraffico”.
Sempre nella relazione viene ricordato come locali di ‘Ndrangheta sono presenti in tutte le regioni italiane (46 quelle individuate, di cui 25 in Lombardia, 14 in Piemonte e 3 in Liguria), ma anche in diversi Paesi europei (Spagna, Francia, Regno Unito, Belgio, Olanda, Germania, Austria, Repubblica Slovacca, Romania e Malta), nonché in Australia, Stati Uniti e Canada.

La forza di Cosa nostra nel territorio e l’ascesa della Stidda
Per quanto riguarda la Sicilia la Relazione racconta della storica preminenza di Cosa nostra che ultimamente sembra avere riaperto le porte ai cosiddetti “scappati” o meglio alle nuove generazioni di coloro i cui padri avevano dovuto trovare rifugio all’estero a seguito della guerra di mafia dei primi anni ’80, che vide l’ascesa dei corleonesi.
Nell’area centro-orientale a Cosa nostra si affiancano altre compagini di matrice mafiosa, tra di esse un particolare rilievo è da attribuire alla Stidda la quale è costituita da gruppi autonomi che operano secondo un modello di tipo orizzontale. Tali sodalizi sono inizialmente nati in contrapposizione a cosa nostra ma oggi ricercano con la stessa accordi funzionali alla cooperazione negli affari illeciti.
Permane l’infiltrazione nei settori economici caratterizzati dall’erogazione di contributi pubblici come nel caso della produzione di energia da fonti rinnovabili, dell’agricoltura e dell’allevamento. Spesso ciò si realizza attraverso il condizionamento degli Enti locali anche avvalendosi della complicità di politici e funzionari infedeli. Si reputa inoltre opportuno sottolineare il crescente interesse criminale per il gaming che nelle aree di proiezione è utilizzato quale strumento di riciclaggio mentre in Sicilia sarebbe funzionale anche al controllo del territorio.
Secondo gli investigatori “i reati cardine sui quali si impernia l’azione mafiosa sono sempre i medesimi” e “resta costante l’imposizione del pizzo”. Tra gli esempi riportati nella relazione il blitz antimafia del 13 ottobre 2020, quando i carabinieri di Palermo hanno fermato venti affiliati alla famiglia di Borgo Vecchio: si tratta dell’indagine ‘Resilienza’, “che ha evidenziato le numerose attività estorsive – ricorda la Dia- coordinate dal capo della famiglia il quale esercitava funzioni direttive dell’organizzazione”.

La Camorra come welfare dell’economia
Secondo la Dia tra le più capaci di strumentalizzare “a proprio vantaggio le gravi situazioni di disagio” dovute al “protrarsi dell’epidemia da Covid” vi è la Camorra.
Nel dossier si afferma inoltre che l’organizzazione campana “resta per dinamiche e metodi un fenomeno macro-criminale dalla configurazione pulviscolare-conflittuale”. Le consorterie che operano sul territorio “sono tra loro autonome ed estremamente eterogenee per struttura, potenza, forme di radicamento, modalità operative e settori criminali ed economici di interesse”. Queste peculiarità le “contraddistinguono dalle mafie organicamente gerarchizzate come cosa nostra siciliana e ne garantiscono la flessibilità, la propensione rigenerativa e la straordinaria capacità di espansione affaristica”. Una strategia volta a rimodulare “di volta in volta gli oscillanti rapporti di conflittualità, non belligeranza e alleanza in funzione di contingenti strategie volte a massimizzare i propri profitti fino ad arrivare, per i sodalizi più evoluti, alla costituzione di veri e propri cartelli e holding criminali. Di qui anche il contenimento – si afferma nella relazione -, in linea di massima, del numero degli omicidi di matrice camorristica il più delle volte ormai paradossalmente ascrivibili proprio a politiche di “prevenzione” e/o logiche di epurazione interna, finalizzate a preservare gli equilibri complessivi e a controllare ogni spinta centrifuga”.
Resta comunque “alto l’interesse della criminalità campana verso i settori più remunerativi tra i quali figura quello dei rifiuti. Inoltre, continua a trovare riscontro su più fronti l’ingerenza delle compagini malavitose nel mondo politico-amministrativo dell’intera regione”.

La mafia foggiana come “emergenza nazionale”
Anche in Puglia il perdurare dell’emergenza sanitaria da covid-19 ha accentuato le conseguenze negative sul sistema sociale ed economico italiano consentendo l’avanzata della criminalità organizzata. Qui le associazioni malavitose risultano “sempre più orientate verso una sorta di metamorfosi evolutiva volta a ridurre le strategie cruente per concentrarsi progressivamente sulla silente infiltrazione del sistema imprenditoriale”. Per quanto attiene ai sodalizi pugliesi “varie sono le espressioni criminali legate rispettivamente alla provincia di Foggia, al territorio di Bari e al basso Salento. Un’attenzione particolare per le possibili dinamiche evolutive merita il contesto foggiano dove operano le tre storiche organizzazioni della società foggiana, della mafia garganica e della delinquenza cerignolana. Da segnalare a fattore comune come i sodalizi mafiosi, avvalendosi sempre più delle possibilità offerte dalla tecnologia, si stiano orientando verso i settori del gioco d’azzardo (gaming) e delle scommesse (betting) realizzando circuiti paralleli a quello legale allo scopo sia di riciclare, sia di incrementare le cospicue risorse a disposizione.

PDF Scarica la relazione della DIA: Clicca qui!

Fonte: https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/85880-relazione-dia-cosi-la-mafia-cambia-faccia-e-si-infiltra-nell-economia.html

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