Tra poco la tavola rotonda online sull’iper-sessualizzazione: seguila!

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di Toni Brandi

Oggi, lunedì 11 ottobre ore 21.00 avrà luogo online la tavola rotonda virtuale “Piccole vittime dell’ipersessualizzazione: chi tace acconsente”.

Come saprai, interverranno relatori davvero speciali: il presentatore e giornalista Maurizio Belpietro, gli onorevoli Vittorio Sgarbi e Simone PillonDon Fortunato Di Noto, instancabile oppositore della pedofilia e della pedopornografia. Interverranno altresì Massimo Gandolfini, neurochirurgo e presidente dell’Associazione Family Day, Miriam Incurvati, presidente del “Progetto Pioneer”, psicologo e psicoterapeuta, e Antonio Morra, giornalista autore di “Porno Tossina” e “Pornolescenza”. Modererà Jacopo Coghe, vicepresidente di Pro Vita & Famiglia Onlus.

Puoi seguire l’evento online sulla pagina Facebook oppure sul canale YouTube di Pro Vita & Famiglia Onlus.

Il problema dell’ipersessualizzazione dei minori sui media si è aggravato per via dell’isolamento dei minori dovuto alle restrizioni sociali conseguenti all’epidemia da Covid-19. È aumentato a dismisura il tempo passato sui social. Basti pensare che, nei mesi più difficili della pandemia, le polizie postali hanno riscontrato un aumento pari al 246% degli adescamenti di minori sui social.

Per affrontare queste sfide, l’associazione Pro Vita & Famiglia Onlus avviò all’inizio del mese di settembre la campagna “Piccole Vittime Invisibili”, presentata al Senato della Repubblica, e ha promosso diverse iniziative di sensibilizzazioni collegate. Inoltre, l’Associazione ha realizzato un docufilm sull’azione di Meter Onlus (presieduta da Don Fortunato Di Noto) contro la pedofilia e la pedopornografia.

Il webinar in forma di tavola rotonda dell’11 ottobre ore 21 farà il punto della situazione sulla campagna “Piccole Vittime Invisibili” di Pro Vita & Famiglia ed esplorerà le cause dell’ipersessualizzazione dei minori sui media, le conseguenze per le piccole vittime e i possibili rimedi. Evocheremo le testimonianze delle vittime, scopriremo le responsabilità dei giganti della media, approfondiremo i limiti tra l’arte e l’osceno… da non perdere!

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A presto!

La strategia della distorsione di chi invoca “scioglimenti” e caccia alle streghe

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di Eugenio Palazzini

Roma, 10 ott – “Sciogliere Forza Nuova e le formazioni che si richiamano al fascismo”. A sinistra è il leitmotiv delle ultime ore, dopo l’assalto – chiaramente condannato da tutte le forze politiche – alla sede della Cgil a Roma. Un mantra ripetuto fino alla nausea e copiato dallo stesso spartito tirato fuori a ogni piè sospinto, come una letargica litania. Potremmo chiamarla strategia della distorsione, dei fatti e degli intenti reali. Perché questa rinnovata campagna antifascista sarebbe utilissima a compattare il fronte di certa sinistra sul solito tema del pericolo nero, se quest’ultimo non fosse fantascienza.

La strategia della distorsione

A chi invoca la pericolosa avanzata del fascismo va riconosciuta d’altronde una fervida immaginazione, maturata da un punto di osservazione ben distante dalla piazza in cui si muove la contestazione. La stragrande maggioranza delle migliaia di persone che hanno manifestato ieri contro il green pass, molto semplicemente non ha nulla a che fare neppure con movimenti etichettati da omnia media come di estrema destra. Anzi, a giudicare da certi striscioni e slogan ricorrenti, è probabile che una parte dei manifestanti fosse pure dichiaratamente antifascista.

D’un tratto però ecco che qualcuno ha deciso di offrire su un piatto d’argento il pretesto per far invocare la più cruda repressione a chi già la pretendeva quando Salvini era al governo e semmai venivano assaltati i gazebo della Lega. Davvero a questo pensa il sindacalismo che ha abdicato da tempo al proprio ruolo precipuo, consistente nella difesa dei lavoratori? Rabbia e rivendicazioni di chi ieri è sceso in piazza vengono così del tutto ignorate. Come affatto considerate – da tempo immemore – sono crisi sociale, disoccupazione, sicurezza sul lavoro. Non si indicono allora manifestazioni nazionali per gridare a gran voce “basta morti bianche”, altresì ci si mobilita per ripetere a pappagallo un vetusto “mai più fascismi”. Il tutto apparirebbe surreale, non fosse che davvero certuni sono convinti di ridestarsi – risultando credibili dopo aver perso totalmente la propria credibilità – muovendosi in tal modo.

Una triste pantomima

Si procede così sul piano del fantastico, chiedendo lo scioglimento di movimenti che sulla carta si sono già sciolti da soli – come Forza Nuova – e buttando nello stesso calderone dell’inverosimile illegalità altri movimenti che ieri neppure erano in piazza (ad esempio CasaPound). Si passa poi dalla pura irrealtà alla grottesca lettura del reale nel momento in cui si ritiene sensato eliminare formalmente un’organizzazione politica, senza mettere in conto che i componenti della stessa potrebbero tranquillamente riformarne un’altra sulla carta edulcorata. Suvvia, anche la distrazione di massa può avere una sua logica. Nel caso di specie siamo però di fronte alla mera pantomima.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/strategia-distorsione-di-chi-invoca-scioglimenti-caccia-alle-streghe-210286/

No green pass, cosa ci dicono davvero le piazze piene

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DENTRO LA NOTIZIA

Il commento pubblicato sui social da parte del Responsabile Nazionale di Christus Rex Matteo Castagna:

RISPETTO PER PIAZZA DEL POPOLO
È incredibile come certa comunicazione possa diventare faziosa nel distorcere la realtà e come, certa politica istituzionale si dimostri priva di capacità d’analisi e suddita del mainstream di sinistra.
È assurdo che oggi i principali quotidiani non titolino: “A ROMA, UNA MAREA UMANA, COME DA ANNI NON SI VEDEVA, SI È RITROVATA SPONTANEAMENTE PER DIRE NO AL GREEN PASS”. Invece, il leitmotiv si è trasformato in una nenia per riesumare un anacronistico antifascismo, che serve solo a deviare l’attenzione dall’oggetto di una protesta, che non andrebbe snobbato ma ascoltato e rispettato, prima che, alla lunga, possa diventare un problema sociale ingestibile.
La politica non sia miope ed ipocrita, inseguendo bolse retoriche o questioni funzionali allo status quo, ma dia risposte serie e concrete alla rabbia e disperazione di tantissime persone.

di Eugenio Palazzini

10 Ott. – Da Milano a Roma, ieri migliaia di persone sono scese in piazza contro il green pass. Una mobilitazione impressionante condita da pesanti scontri, soprattutto nella capitale. Tentare però di bollare la protesta semplicemente come violenta è sciocco e riduttivo, perché non corrispondente al vero. Si rischia insomma di distorcere la realtà senza ottenere alcun risultato effettivo se non quello di acuire una rabbia sempre meno latente. Non sappiamo con esattezza quante persone abbiano gridato la propria netta contrarietà al certificato verde reso obbligatorio dal governo anche sui posti di lavoro – darsi al gioco dei numeri esatti in questi casi lascia il tempo che trova –, ma le foto di Piazza del Popolo piena ci dicono che erano più di 10mila a urlare “no green pass“.

Piazze no green pass: ma quale “fascismo”

Viceversa è chiaro a tutti che chi ha devastato la sede della Cgil e si è scontrato con la polizia ha fatto più rumore – come sempre accade quando vanno in scena gli scontri – ma rappresentava una netta minoranza dei manifestanti. Chi ha interesse a stroncare sul nascere le montanti proteste ricorre allora al solito metodo comunicativo: fare di tutta l’erba un fascismo montante. Eppure basterebbe osservare attentamente immagini e video delle manifestazioni di ieri per capire che quelle piazze erano intergenerazionali e politicamente inclassificabili. Lo erano perché  insolitamente riunivano giovani e meno giovani, Forza Nuova e centri sociali, nuovi e vecchi cittadini disillusi dalla politica. Un magma del tutto insolito.

La campanella della rabbia

La campanella del disincanto diffuso era già suonata e per sentirne il suono sarebbe stato sufficiente soffermarsi sul dato più emblematico delle elezioni amministrative dello scorso fine settimana: l’astensionismo. Quasi il 50% degli italiani ha scelto di disertare le urne, segno di un distacco totale dalla proposta politica. Stavolta quindi non servirà etichettare la piazza con i soliti termini tirati fuori dal cilindro dello sdegno. Non sarà lo spauracchio “squadrista” a riportare la palla al centro del confronto civile, perché quel confronto è stato troppo a lungo negato alla gran parte di coloro che protestano e si sentono abbandonati dalle istituzioni.

Lo ha parzialmente compreso anche il Corriere della Sera, che stamani apre così: “Manifestazioni no green pass, i timori di un’escalation. Volti mai visti tra i «soliti noti»: chi era in piazza”. Quei volti “mai visti” sono l’emblema di un’inafferrabile contestazione, a cui gettare addosso un colore piuttosto che un altro è un’operazione ben poco utile a contenerla. Il governo lo sa bene, ma ritiene che per stringere le maglie della repressione del dissenso, sia più funzionale negare l’evidenza.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/no-green-pass-cosa-ci-dicono-piazze-roma-milano-210262/

Russia: legge che limita la libertà religiosa dei protestanti e dei testimoni di Geova

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LA NOTIZIA

di Leonardo Motta

Dallo scorso 3 ottobre è entrato in vigore in tutta la Federazione Russa uno degli emendamenti recentemente introdotti alla legge “Sulla libertà di coscienza e le organizzazioni religiose”, approvata il 5 aprile scorso.
Il provvedimento richiede la verifica della “formazione religiosa ricevuta” dai servitori di culto di tutte le religioni. In particolare saranno valutati coloro che hanno compiuto parte o tutti gli studi teologici all’estero.
La legge era stata approvata dopo lunghe consultazioni dei rappresentanti delle diverse comunità con la commissione per gli affari religiosi della Duma (la camera bassa del parlamento), guidata dal comunista Sergei Gavrilov. Tuttavia, i redattori non sono riusciti a rimuovere le restrizioni e i controlli, che sono diventati ancora più astrusi con la formulazione finale della legge. La nuova Duma avrà il potere di approvare o meno “l’attività dei servitori di religione e del personale religioso che per la prima volta partecipano a celebrazioni e riti, allo svolgimento di compiti missionari o all’insegnamento nel territorio della Federazione”.
Se ritiene che la formazione ricevuta sia “insoddisfacente”, il neoconsacrato dovrà partecipare a “corsi di formazione integrativa presso enti autorizzati, i cui programmi siano debitamente accreditati, secondo la normativa statale”. Migliaia di comunità protestanti sono a rischio, poiché l’educazione religiosa è in gran parte gratuita. Inoltre, in ambito teologico e spirituale non c’è una chiara distinzione tra clero e laici, né tra educazione “patriottica” e internazionale.
La nuova legge sostituisce anche la nozione di “membro” di una comunità con quella di “partecipante” , senza ulteriori precisazioni. Ciò attribuisce ancor più responsabilità ai capi delle associazioni religiose per il comportamento di tutti i ‘partecipanti’. Con questa sfumatura, i legislatori hanno attribuito ai gruppi dei Testimoni di Geova una serie di comportamenti “estremisti”, dichiarati poi illegali con il “decreto Jarovoj” – che porta il nome del deputato responsabile delle modifiche introdotte nel 2016.
Nelle ultime settimane altre associazioni religiose in Russia sono state condannate e bollate come estremiste. Spicca il caso di quattro comunità pentecostali fondate in Lettonia e Ucraina con il nome di “Nuova Generazione”, ora bandite in tutta la Federazione. Sotto i riflettori ci sono tutti i gruppi evangelici russi, già pesantemente vessati per la loro allergia ai “registri statali”. Il 16 settembre, un tribunale della città siberiana di Kemerovo ha condannato un libro del fondatore dei gruppi New Generation, definendolo estremista. L’autore è Aleksej Ledjaev, e il suo testo, intitolato The New World Order, che esprime visioni escatologico-spirituali che costituiscono “un’ideologia estremista molto pericolosa”, secondo le autorità.
La Corte ha invece condannato Ledjaev per ribellione, nonostante l’uomo fosse incluso nell’elenco delle persone a cui è impedito l’ingresso nel territorio della Federazione. Pertanto, l’autore lettone non ha avuto la possibilità di difendersi direttamente, né di impugnare la sentenza. Non è stato nemmeno ufficialmente informato della procedura giudiziaria, né all’estero, né ai suoi rappresentanti nel tribunale di Kemerovo.

Transizione: ecologica o ideologica?

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Segnalazione del Centro Studi Livatino

di Domenico Airoma

Friday for future o venerdì di passione? ‘Transizione ecologica’ è diventata espressione di uso così frequente da precludere l’esatta percezione della posta in gioco sul fronte ambientale, e del substrato ideologico di un così forte battage.

  1. La transizione ecologica è il nuovo imperativo etico, la nuova frontiera politica, la nuova norma fondamentale dell’intero assetto normativo euro-unitario. Essa rappresenta l’esito di un percorso avviato da tempo, soprattutto in ambito sovranazionale. L’ambiente è, infatti, il settore nel quale il legislatore comunitario si dimostra più prolifico; significativa è pure la frequenza – superiore a quella registrata negli altri settori di competenza legislativa concorrente – con la quale vengono inflitte sanzioni agli Stati membri per il mancato recepimento delle disposizioni comunitarie.
  2. La diretta incidenza negli ordinamenti interni delle scelte in materia ambientale e l’effettività dell’attuazione delle normative è presidiata da un rigoroso sistema sanzionatorio. Il settore ambientale è, infatti, quello in cui si è registrata l’erosione più profonda alla sovranità degli stati membri, colpita in una delle sue espressioni più significative: la potestà di sanzionare penalmente i comportamenti dei propri cittadini. Plurime e gravi sono le fattispecie incriminatrici nazionali il cui precetto viene riempito dalle statuizioni non di assemblee elettive ma da organismi comunitari composti da tecnici ed esperti.
  3. La centralità delle tematiche ambientali nelle politiche dell’Unione Europea è, peraltro, testimoniata dalla trasversalità degli interventi che, giustificati dalla suprema esigenza di salvaguardare la casa comune, finiscono per l’invadere ed incidere significativamente negli ambiti riservati ai diritti delle persone, delle famiglie e delle imprese, che vengono relativizzati in chiave ecologista, in modo da far apparire con sempre maggiore evidenza, più che il verde, l’arcobaleno come bandiera ideologica di riferimento.
  4. La cifra ideologica del riferimento all’ambiente discende, infatti, in modo evidente dalla strumentalizzazione che viene operata di esigenze, pur condivisibili, di salvaguardia dell’habitat naturale per introdurre vincoli e obiettivi tali da condizionare in modo significativo non solo le politiche nazionali, ma la stessa vita dei singoli e delle comunità; vincoli ed obiettivi che, spesso, vanno ben al di là della pur sacrosanta tutela dell’ambiente.
  5. Né è da trascurare, quale ulteriore dato di conferma, il rilievo che è stato attribuito all’adesione agli indirizzi ed alle normative in materia ambientali nel novero delle condizionalità che i Paesi candidati ad accedere all’Unione Europea sono tenuti a soddisfare pena il mancato ingresso nel consesso comunitario (con gli annessi benefici economico-finanziari).
  6. Non è un caso, pertanto, se, fin dall’inizio, gli interventi in materia ambientale hanno assunto la veste di programmi e piani di azione, quasi a riproporre la mistica della pianificazione delle passate esperienze del cosiddetto socialismo reale. Il primo “piano di azione quinquennale sull’ambiente” risale al 19 giugno 1973; l’ultimo, in ordine di tempo, ha lanciato, per il quinquennio 2019-2024, la nuova frontiera, il green deal europeo, destinato ad assorbire un terzo dell’intero pacchetto di risorse stanziate per il più imponente programma di finanziamento euro-unitario, noto come “Next Generation EU”.
  7. Non si tratta di interventi marginali, e non solo per quantità di stanziamenti. Gli ambiti interessati vanno dall’economia all’agricoltura, dai trasporti all’istruzione, fino a comprendere la “coesione, la resilienza, i valori”. Non si tratta, insomma, di passare semplicemente da una forma di energia ad un’altra, ma da una politica ad un’altra, da una cultura ad un’altra, da un uomo ad un altro uomo. Come è stato osservato: “La transizione ecologica non è politicamente neutra. Non è una questione ‘solamente’ tecnica, scientifica e tecnologica”. E’ una questione, in definitiva, antropologica.
  8. Non c’è da scandalizzarsi per questo. Bisogna, tuttavia, chiamare le cose con il loro nome. E’ evidente, infatti, che l’ecologia non è più intesa nel senso di studio e cura della casa, per tutelare innanzitutto chi la abita e chi la abiterà in futuro; spostando l’accento sulla transizione, la casa perde le sue fondamenta, diventa qualcosa di fluido, nelle mani di chi ne decide il movimento ed, in fin dei conti, la destinazione. E la transizione, il movimento è destinata a prevalere sulla casa e su chi la abita; anzi quest’ultimo è guardato sempre più con sospetto, come un fastidioso intralcio, perché legato magari a valori non più sostenibili. Non è un caso, peraltro, se i sostenitori di tale transizione siano anche fautori di una politica di controllo delle nascite e del riconoscimento di un diritto all’aborto.
  9. Forse è davvero un Friday, un Venerdì, quello che stiamo vivendo, ma di passione. Quello che pare certo è che siamo nel bel mezzo di una transizione ideologica, in cui gli uomini, le famiglie e le imprese non hanno voce. Il compito dei giuristi è anche quello di smascherare questa truffa di etichetta e invocare la centralità dell’uomo, che deve rimanere l’obiettivo ultimo di ogni politica autenticamente a difesa della natura.

Fonte: https://www.centrostudilivatino.it/transizione-ecologica-o-ideologica/

Gas, prezzi e North Stream 2: le armi di Putin per tenere in pugno l’Europa

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LETTERE DEL LETTORE

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo interessante, pubblicato anche su https://www.ilmiogiornale.net/gas-prezzi-north-stream-2-armi-putin-per-tenere-in-pugno-europa/

di Ferdinando Bergamaschi

Gas naturale: come si spiega la corsa dei prezzi arrivati alle stelle in queste ultime settimane? Per capire che cosa sta succedendo bisogna alzare lo sguardo sullo scenario globale, partendo ad esempio dalle mosse dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie).

Per rallentare gli aumenti, l’Agenzia ha chiamato in causa direttamente Mosca e quindi la Gazprom, colosso russo del settore controllato dal Cremlino. L’Aie così ha invitato Mosca a “fare di più per aumentare la disponibilità di gas in Europa e garantire un adeguato stoccaggio in vista della stagione invernale”. Aggiungendo come sia “impreciso e fuorviante attribuire la responsabilità dell’aumento del prezzo del gas alla transizione verso l’energia pulita”.

Il tutto in un quadro più favorevole, vista la recente soluzione delle tensioni sul gasdotto North Stream 2 di proprietà della Gazprom, per anni oggetto di forti scontri geopolitici, con tanto di minacce e sanzioni, che hanno coinvolto principalmente Russia, Germania e Stati Uniti. Questa pipeline consente infatti a tutta l’Europa di fare a meno del transito di gas dall’Ucraina, Paese che ha rapporti sempre molto tesi con la Russia e strettamente legato a Washington. Tuttavia, dopo che la Germania ha trovato un accordo sul North Stream 2 col Cremlino, nelle ultime settimane anche Biden si è convinto ad accontentare Berlino – e quindi, in questo caso, gli interessi europei – dando sostanzialmente l’ok per il completamento del gasdotto, che dovrebbe entrare in funzione a fine anno. 

La fame del Dragone

Questo clima di “distensione internazionale” sulla vicenda del North Stream 2 non è bastato però a riportare i prezzi del gas nel novero di una normale crescita stagionale. Di certo sugli aumenti stratosferici (oltre il 600% in un anno dei future) ha pesato anche una crescita della domanda globale, che a sua volta dipende in larga parte dalla ripresa economica seguita alla pandemia. E soprattutto da una grande richiesta di gas naturale da parte della Cina.

La strategia a breve termine della Russia sembra comunque quella di limitare le esportazioni di gas verso l’Europa, anche per l’elevata domanda interna russa. Possono essere lette in questa prospettiva le parole dell’amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, che nelle scorse settimane aveva dichiarato: “La società sta rispettando i propri accordi di fornitura ed è pronta ad aumentare la produzione se necessario, ma ha avvertito che i prezzi potrebbero salire ulteriormente in inverno”.

Parola di Putin

Uno scenario che vede quindi l’Europa “ostaggio” della Russia, come sottolineato da diversi osservatori? Pare credibile, se è bastato l’intervento di Vladimir Putin a rassicurare gli operatori internazionali e soprattutto l’Europa non più tardi di ieri l’altro. Il presidente russo infatti ha respinto tutte le accuse, dichiarando di voler aumentare le forniture di gas verso il vecchio continente. E questa sola affermazione ha fatto sì che su tutti i mercati il prezzo del gas abbia registrato un netto calo (-7%).

Gas al futuro

Resta da capire che cosa potrebbe succedere quando entrerà in funzione il North Stream 2, visto che Mosca da tempo sostiene che grazie all’apertura della nuova pipeline i prezzi del gas si dovrebbero riequilibrare. Putin li farà calare per dimostrare che aveva ragione? Se succedesse, il segnale avrebbe comunque un valore emblematico: l’Europa sulle forniture resta nelle mani di Mosca. Quindi deve cercare alternative nell’approvvigionamento di gas naturale e puntare su fonti energetiche pulite per sostenere la transizione ecologica.

 

 

Dio è buono perché punisce e manda all’Inferno…altrimenti sarebbe cattivo

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

Invece per l’eresia buonista tutti gli uomini sono concepiti immacolati, in quanto, come diceva Rousseau ciò che rende cattivo l’uomo è la società in cui vive
di Pierfrancesco Nardini

In un precedente articolo abbiamo parlato di un atteggiamento sempre più diffuso: quello di prendersela con Dio per le cose negative della vita e mai ringraziarlo per quelle belle [leggi: A DIO PUOI CHIEDERE TUTTO, MA NON PUOI PRETENDERE NULLA, clicca qui, N.d.BB].
A questo si collega un altro pensiero, molto spesso come critica che viene rivolta al mondo della Tradizione: Dio non è cattivo, quindi non punisce, non manda all’Inferno. Questo sottintende (ma a volte lo dicono proprio) che chi parla di peccato mortale, Inferno e cose affini è il solito retrogrado duro di cuore con i paraocchi, che non ha capito nulla di Dio.
Perché si collega al prendersela con Dio?
Sono due lati della stessa medaglia. Da un lato si bestemmia Dio, attribuendoGli cattiveria, dall’altro Gli si attribuisce una sdolcinata accondiscendenza ad ogni disobbedienza alla sua Legge. In ambedue i casi si nega a Dio una sua qualità: la Bontà infinita da un lato, la Giustizia perfetta dall’altro.
Torniamo all’argomento attuale. Dov’è il problema in questo ragionamento (Dio non punisce, Dio non manda all’Inferno, ecc…)? In primis sta in quel che sottintende.
Nei casi di cui parliamo infatti è chiaro che non si dice solo “Dio è buono”, letteralmente (fosse solo questo, sarebbe corretto). Si sottintende invece contrapposizione a una cattiveria erroneamente collegata al giudicare i peccatori. In parole povere si dice che Dio non giudica e non manda all’inferno perché non è cattivo. Lui ama e basta…
Si nota come questo sia una deriva di quel buonismo che ha oramai invaso la Chiesa con evidenti conseguenze sul modo di intendere la dottrina e non solo.

DIO NON È CATTIVO
“Ma Dio non è Bontà infinita?” mi potrebbe eccepire qualcuno. “Che c’è di male nel dire che non è cattivo?”.
Nulla di male, ovviamente, a dire che Dio non è cattivo. Ribadiamo che dirlo sarebbe una contraddizione in termini. C’è però differenza tra l’essere buono e l’essere buonista (leggi nota in fondo all’articolo).
Quel “mica Dio è cattivo”, poi, non è solo e semplicemente un ribadire l’ovvio, ma, detto con un certo senso, diventa una riduzione di Dio alla sola Bontà, intesa come un restringimento dell’azione divina ad una stucchevole salvezza per tutti che renderebbe inutile il Sacrificio di Cristo… (a proposito, fa pensare qualcosa il “per tutti” della Messa Novus Ordo rispetto al “pro multis” di quella Vetus Ordo?).
In effetti non è Dio che manda all’Inferno, non è Cristo che si diverte nel giudizio particolare a decidere della nostra gioia o dannazione eterna.
I versetti del Siracide ci ricordano che siamo noi a decidere quel che ci toccherà dopo la morte, che «a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà».
È l’uomo che, peccando gravemente, si mette da solo nella condizione di finire all’Inferno. Non è Cristo a deciderlo nel giudizio particolare.
Le suddette eccezioni fanno anche a volte perdere la pazienza perché, neanche troppo sottilmente, accusano di pensare che Cristo, nel giudizio particolare, a priori (ossia senza valutare la vita di chi subisce quel giudizio), decida arbitrariamente chi va dove…
L’errore invece è esattamente il contrario ed è di chi queste eccezioni le solleva.
Come abbiamo detto, proprio perché Dio è Bontà infinita, Amore perfetto, non è Lui che manda all’Inferno, nel senso letterale, ma è l’uomo a “mandarcisi” con il suo peccato.

DIO NON È SOLAMENTE BUONO, È ANCHE GIUSTO
Nel giudizio particolare la sentenza sarà semplicemente “dichiarativa” e non “costitutiva”, come si dice nel gergo del diritto. In sostanza, Gesù non costituirà una situazione nuova (stato di dannazione eterna dal nulla), ma si limiterà ad accertare lo status dell’anima (esistenza o meno del peccato grave) e a dichiarare la conseguenza di quello stato.
«Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà».
Dio non è solamente buono, è anche giusto!
Dire che Dio è giusto non significa in alcun modo che Dio è cattivo. L’essere giusto è l’esatto opposto dell’essere cattivo. L’essere giusto non è alternativo o in contrapposizione con l’essere buono.
Se ci si dice invece che Dio è buono e che non è cattivo, ponendo in essere quella contrapposizione, si cade nel gravissimo errore di non riconoscerGli una qualità: la Giustizia.
Provate a chiedere: «ma quindi secondo te Dio non è giusto?», la risposta sarà sicuramente «certo che lo è!». Allora si cala il carico e si risponde «e ti sembra giusto Dio che è solo buono e non manda nessuno all’Inferno, così da dare il premio del Paradiso sia a chi è in stato di grazia sia a chi è in peccato mortale?». O, per essere ancora più chiari: «riterresti giusto il Signore se andassi in Paradiso e vicino a te trovassi chi sai per certo essere in peccato mortale e non aver fatto nulla per uscirne?».
Proprio questo è il problema di questo modo di pensare.
Dire che Dio è (solo) buono nel senso evidenziato non significa dire che non è anche giusto?
Rileggiamo il Catechismo di San Pio X e ricordiamo che «Dio è l’essere perfettissimo» (n. 2), ossia che in Lui «è ogni perfezione, senza difetti e senza limiti» (n. 3). “Ogni perfezione”: quindi anche la Giustizia perfetta.

Nota di BastaBugie: Corrado Gnerre nell’articolo seguente dal titolo “Ti spieghiamo perché il buonismo è il contrario della bontà” spiega la differenza tra il perdono e la pena.
Ecco l’articolo completo pubblicato su I Tre Sentieri il 21 settembre 2021:

Per buonismo s’intende quell’atteggiamento secondo cui bisognerebbe evitare di castigare e di punire.
Si sa però che le deformazioni estremizzate della realtà si traducono sempre in una negazione della realtà stessa; così come l’estremizzazione di una cosa buona si traduce sempre nel suo contrario, cioè in una cosa cattiva.
Lo stesso vale per la bontà; infatti il buonismo è il maggior nemico della bontà. Essere buoni a tutti i costi, dimenticando la punizione e la pena, significa diventare cattivi e ingiusti.
Quando succede qualcosa di tragico, per esempio un pirata della strada che uccide investendo un bambino, oppure un rapinatore che uccide un padre di famiglia, ecc… i giornalisti spesso chiedono ai familiari delle vittime: siete pronti a perdonare? Domanda che nelle intenzioni di chi intervista ha un significato ben preciso: confondere il perdono con la volontà di non infierire, di non pretendere che il colpevole paghi, per la serie: non pretenderai mica che chi è colpevole sconti chissà che cosa…
La dottrina cattolica, invece, ci presenta una differenza importante, quella tra perdono e pena.
Il perdono è il perdono; ma questo non esclude la pena, anzi. Il Sacramento della Riconciliazione (la Confessione) assolve il peccatore, ma non toglie totalmente la pena che deve essere scontata in questa vita o, se non basta questa vita, in Purgatorio.
Dunque, Dio stesso, che è amore e giusto giudice, quando perdona e assolve non elimina la pena. Non è cristiano, quindi, confondere perdono con il fatto che il colpevole non debba “pagare”; né tantomeno può essere accusato di essere vendicativo chi pretende che il colpevole sconti la sua pena.
Ma qual è l’origine del buonismo? La risposta non è facile. Se ne può però individuare un’origine filosofica. Basterebbe fare riferimento al pensiero di Jean Jacques Rousseau. Questi disse che l’uomo nascerebbe buono e che ciò che lo renderebbe cattivo sarebbero le condizioni sociali, quali un certo tipo di progresso. Pertanto, le cause della cattiveria umana non sarebbero da ricercare nell’uomo e nella sua libertà, quanto in ciò che è al di fuori di lui: società, ambiente, educazione, ecc. Insomma, una vera e propria immacolata concezione dell’uomo. Tra parentesi: questa antropologia è stata fatta propria da tutte le dottrine progressiste e materialiste e quindi anche dal positivismo filosofico. Fu così che nella seconda metà dell’Ottocento (anno 1858) la Vergine apparve a Lourdes (dunque in Francia, patria del positivismo) confermando la solenne definizione della sua Immacolata Concezione, proprio per ricordare che, tranne Lei, ogni uomo nasce con il peccato di origine.

Titolo originale: Se Dio non è anche giusto… vuol dire che è cattivo
Fonte: I Tre Sentieri, 5 novembre 2020

NETFLIX RIFIUTA UNPLANNED E PROMUOVE SEX EDUCATION (CHE INDUCE AL DISPREZZO PER LA VITA)

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Segnalazione Redazione BastaBugie

Nella serie TV Sex Education ci sono scene di sesso estremo condite da un linguaggio scurrile e zeppo di parolacce, tradimenti e rapporti disordinati e infarciti di ideologia LGBT… e tu permetti ai tuoi figli di vederlo?
di Anna Bonetti

Nei giorni scorsi la metropolitana di Milano è stata invasa da manifesti promossi dalla serie TV Sex Education, difficilmente distinguibili da una pubblicità pornografica.
Si tratta di una serie di immagini storpiate in modo tale da assomigliare ai genitali maschili e femminili. Ad accompagnarle è la scritta “se la/o vediamo in forme diverse è perché non ce n’è una sola. Ognuna è perfetta, anche la tua”. Come se l’accettazione si sé dipendesse solo dagli organi sessuali che si hanno.
D’altronde i sostenitori di questa campagna non hanno esitato a scaldare gli animi per etichettare come “bigotto” chiunque abbia espresso qualche perplessità al riguardo.
È necessario sottolineare che più che focalizzare l’attenzione sui manifesti in sé, occorre interrogarci sulle conseguenze che il messaggio porta alla società, in particolar modo tra i giovanissimi.
Sin dall’inizio della serie l’attenzione dello spettatore piomba in scene di sesso estremo condite da un linguaggio scurrile e zeppo di parolacce, tradimenti e rapporti disordinati e infarciti di ideologia LGBT. Personaggi che cambiano orientamento sessuale da un giorno all’altro e senza una precisa ragione, spinti da una forte confusione interiore. Un insegnamento tutt’altro che educativo.

LE CONSEGUENZE SOCIALI
Più che una perplessità rivolta ad una sessualità forzata ed estrinseca, sarebbe utile cercare di comprendere quale siano le conseguenze sociali che l’insegnamento profondamente diseducativo di Sex Education pone nei confronti di essa. Il focus del film dichiara di concentrarsi sull’accettazione di sé. Eppure per tutta la durata delle tre stagioni il sesso è posto al centro di ogni cosa. Quando in realtà l’accettazione di sé dipende da molteplici fattori, siccome (e per fortuna) le relazioni umani sono fatte anche di molto altro. Il sesso viene presentato su un piatto d’argento come qualcosa da concedere a chiunque, pur di trarne piacere, piuttosto che interrogarci su chi abbiamo davanti.
Inoltre, nel film non mancano numerosi riferimenti a PornHub, che in maniera subliminale tendono a invitare i giovanissimi a lasciarsi travolgere dall’inferno a luci rosse che si cela nella pornografia, soprattutto in quella online. Un mondo virtuale ed illusorio, in cui tutto è finzione e l’amore non esiste, in cui si trascina lo spettatore ai limiti dell’immaginazione, in una dimensione sub-umana che non ha nulla a che vedere con la realtà. In sintesi, passa un messaggio distorto e lontano anni luce dall’amore vero.
L’affettività è mostrata come un mezzo per colmare tramite il sesso il vuoto creato dalla nostra società. Un vuoto che avrebbe bisogno di dialogo, comprensione ed empatia, anziché fare dei nostri corpi uno strumento usa e getta.
Da questo calderone di enigmi irrisolti emerge una retorica totalmente priva di amore. La contraccezione è posta come un mezzo di deresponsabilizzazione delle proprie azioni, con noncuranza del fatto che nella quasi totalità dei casi in cui una gravidanza ha inizio è perché è stata preceduta da un’azione consenziente.

SESSUALITÀ FORZATA E DISTORTA
La vera educazione sta nell’insegnare ai giovani che nel momento in cui si decide di avere un rapporto ci si assumono precise responsabilità. Ecco, invece, che nella prima stagione di Sex Education si ha modo di assistere anche alla scena di un aborto. È così che questa sessualità forzata e distorta dalla realtà sfocia in un disprezzo totale per la vita. Ma non solo, anche della maternità. Colpisce particolarmente la figura di una donna che abortisce, che si è appena risvegliata nel gelo di una clinica, vuota con il suo niente, che dichiara: «meglio non essere madre, che una pessima madre». Una frase infarcita di menzogna da cui traspare una sacrosanta verità che sottolinea come la morte nell’odierna società venga presentata come la soluzione ad ogni cosa.
Possiamo ben immaginare i risvolti drammatici che una simile pseudo-educazione può avere nella società, dall’aumento di relazioni vuote e insoddisfacenti a quello che rischia di diventare un aumento drammatico anche del numero di aborti. Più relazioni disordinate hanno un’altissima potenzialità di aumentare il numero di figli “non voluti”. Un dramma che rischia di gettare le proprie ripercussioni soprattutto tra i giovanissimi, ai quali andrebbe insegnato a vivere in maniera libera e spensierata la loro età e i loro amori, anziché accanirsi a creare problemi che non esistono per mezzo di una sessualizzazione violenta e precoce imposta dai giganti dei social media o dello streaming, come Netflix. Infatti, non dimentichiamo che tempo fa la piattaforma ha rifiutato di mettere in programma Unplanned, che racconta la storia vera di Abby Jhonson, ex dirigente di Planned Parenthood e oggi instancabile attivista pro-life.
Si percepisce, inoltre, una violenta imposizione contro la libertà di scelta educativa dei genitori, vista come un retaggio culturale e non più un bene in grado di indirizzare i figli sulla retta via. Inoltre dalle serie si evince un’immagine falsata dei pro-life, etichettati come retrogradi e analfabeti, quando dovremmo ricordarci che nel nostro paese oltre il 70 per cento dei medici sono obiettori. Dunque anche loro sarebbero retrogradi e analfabeti?
È nostra cura scegliere se preferire di aprire le nostre porte alla cultura della morte, al disprezzo totale di sé e degli altri, oppure se cogliere l’invito al rispetto di se stessi, della vita e dell’umanità.

Titolo originale: Sex Education: ecco come e perché è dannosa
Fonte: Provita & Famiglia, 26 settembre 2021

Il profeta della sorveglianza di massa

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Segnalazione Arianna Editrice

Fonte: L’intellettuale dissidente

di Alessandro Cifariello 

Un secolo fa Evgenij Zamjatin scrive “Noi”, il romanzo che anticipa le trame dello Stato totalitario e dell’uomo ridotto a numero.

George Orwell non poteva capirlo. Quello scrittore aveva un piglio troppo sintetico, rapinoso, optava per un verbo intriso di ferocia, d’ironia caustica, scandalosa; mescolava il lirico all’osceno, la vertigine al gergo popolare. “È un libro a cui prestare attenzione”, scriveva Orwell, perché “è sostanzialmente uno studio sul Meccanismo” – cioè, sulla tecnica come ghigliottina – e sugli “scopi impliciti della civiltà industriale”, scriveva, riferendosi a Noi, il capolavoro di Evgenij Zamjatin, il romanzo che ne ha previsti decine di altri, aurorale, totalmente contemporaneo (devoti a Noi, tra gli altri, vanno annoverati Aldous Huxley, Kurt Vonnegut, Tom Wolfe, Philip K. Dick…). Troppo english, Orwell non capiva il metodo narrativo di Zamjatin: quel romanzo, sottolineò, “ha una trama piuttosto debole ed episodica”. Col senno dei decenni, Noi si legge con più gusto di 1984: ha l’esattezza micidiale – propria delle opere rare – della profezia. Zamjatin, infatti, anticipa, ideando un mondo distante, l’era della statistica, l’epoca della sorveglianza di massa, l’uomo ridotto a numero, l’etica dello Stato-Dio, le fisime del totalitarismo, le esecuzioni pubbliche per il bene di tutti, l’impero dei buoni e dei giusti giustizialisti, il sesso meccanico, le sorti degli intellettuali di regime e dei poeti lacchè.

“I nostri poeti non aleggiano più tra gli empirei: sono discesi in terra; vanno di pari passo con noi al suono severo e meccanico della marcia della Fabbrica della Musica; la loro lira – è il fruscio al mattino degli spazzolini da denti elettrici, e il minaccioso crepitio di scintille nel Meccanismo del Benefattore, e la eco maestosa dell’Inno alla gloria dello Stato Unico… I nostri dèi – sono qui, sotto, con noi – in Ufficio, in cucina, in laboratorio, al gabinetto; gli dèi sono divenuti come noi: ergo – noi siamo divenuti come gli dèi”.

Orwell pubblicò la recensione a Noi, “Libertà e felicità” – segno, infine, di una fratellanza – nel 1946. Zamjatin era morto nove anni prima, a Parigi, povero di patria, di soldi, di amici. Quello stesso anno Ettore Lo Gatto scrive, in una nota per l’Enciclopedia Italiana, che Zamjatin, “scrittore originale di contenuto e di stile tra il raffinato e il popolare… non aveva ancora dato piena espressione delle sue grandi possibilità artistiche”. Era in anticipo su tutto, come sempre, Zamjatin; soltanto ora ne apprezziamo la propulsione romanzesca, il genio linguistico. Negli Oscar Mondadori, per la cura di Alessandro Niero, sono usciti i Racconti (2021) di Zamjatin e Noi (2020). L’editore Fanucci ha da poco pubblicato una nuova traduzione di Noi, curata da Alessandro Cifariello, che ho invitato al dialogo. Noi compie un secolo: Zamjatin lo sgrossa nel 1921, ma il romanzo non viene edito in patria. Dal 1924, la sua fama – che precorre quella di Boris Pasternak – esplode all’estero: prima nel mondo inglese; poi, nel 1927, è tradotto in ceco, per interesse di Roman Jakobson; nel 1929 è pubblico in Francia, per Gallimard, nella traduzione di Cauvet-Duhamel. Così è troppo. Zamjatin è impaniato nell’orda di attacchi contro gli scrittori non allineati; Maksim Gork’ij intercede per lui, Stalin gli permette, nel 1931, di andare all’estero. Per Zamjatin – russo fino al midollo, euforico della Rivoluzione –, che credeva in una soluzione temporanea, non ne sortì nulla di buono. Nel 1921, in un celebre articolo intitolato “Ho paura”, aveva messo in guardia contro i fautori dell’arte di Stato, quelli che sottomettono l’estro al potere: “Una letteratura autentica può esserci soltanto là dove a farla non sono funzionari coscienziosi e benpensanti, ma folli, eremiti, eretici, sognatori, ribelli, scettici”. In forma feroce e forse ineluttabile, vita e scrittura, estetica ed esistenza, finirono, sul corpo di Zamjatin, per coincidere. Tragicamente.

Noi. Un secolo dopo, che tipo di ‘attualità’ ha ancora quel romanzo? Quanto ad attualità letteraria, non c’è quasi dubbio: è più bello di 1984… Ma faccio dire a lei.

Come Čechov, che – nei suoi migliori racconti – non dava soluzioni, ma si limitava a fotografare il problema, allo stesso modo Zamjatin, che annovera Čechov tra i suoi autori preferiti, espone un problema, ma non fornisce soluzioni. Noi, al pari dei racconti di Čechov, è un capolavoro della letteratura russa senza tempo. Sarà il lettore a individuare in un determinato momento storico la soluzione più idonea al problema. Io mi permettono di formulare la mia personale – possibile – analisi del capolavoro di Zamjatin – il più sottovalutato tra i grandi capolavori della letteratura russa del Novecento. Ma anche in questo caso risolvere il problema in modo accettabile rimane compito del lettore.

Nell’osservare la realtà finzionale di Noi dalla finestra temporale del centenario dalla sua composizione, è possibile scorgere quanto poi sarebbe avvenuto nella realtà storica della Russia e del mondo intero: la contrapposizione continua e costante tra i diritti del singolo individuo e quelli della collettività nelle scelte di governo dei vari regimi che si sono succeduti. Tuttavia l’opera di Zamjatin non si limita alla produzione di un contenuto – dipingere un futuro distopico piuttosto ben definito – ma si sofferma sulla forma, creando un intreccio e un’espressione peculiari di un determinato ambiente linguistico, in cui quel futuro distopico si realizza. Esperimento artistico preparatorio è stato infatti un testo come Gli isolani (1917), contraddistinto, secondo il ‘Serapionide’ Lev Lunc, da “uno stile incomparabile, filigranato, che gira attorno a un perno di paglia”, che “spara cannonate ai passerotti” (si veda per questa e le successive citazioni di Lunc il volume I fratelli di Serapione, 1967). Inoltre, altro esperimento artistico preparatorio è stato Il pescatore d’uomini (1918; Gli isolani Il pescatore d’uomini possono essere letti nella bella traduzione di Alessandro Niero) che assieme a Gli isolani condivide con Noi non soltanto immagini, ma anche e soprattutto la funzione di monito contro l’obbligo coatto di attenersi a norme politiche e di comportamento, sociale e individuale, ben definite e limitanti. Certo, con Noi Zamjatin va oltre: produce, infatti, un’opera che “non può far meno di esistere”, che non è copia della natura, ma vive “alla pari con la natura” attraverso l’espressività della sua forma linguistica. In un contesto dove qualunque contenuto è riscontrabile nelle opere del passato, la novità di Zamjatin – e in ciò possiamo rinvenire l’attualità – è infatti, a mio parere, proprio la voce del suo eroe, D-503. È il protagonista stesso a narrare per iscritto in prima persona gli eventi cui assiste – l’autore sfrutta infatti il genere dei zapiski, ‘memorie’, ‘ricordi’, ‘diario’. Proprio un’attenta analisi della forma espressiva in D-503 – che è poi quella dello Stato Unico – permette di ritrovare alcune strette correlazioni tra l’opera di Zamjatin e il nostro mondo. Basti pensare alla scelta autoriale di denominare con lettere e numeri i personaggi del romanzo, dovuta non tanto a un’idea premonitrice di un futuro distopico, quanto all’associazione e alla rilettura dei sanguinosi eventi (vissuti in prima persona) tratti dal recente passato – la Guerra più grande del mondo – e dalla storia di allora – la Guerra civile tra bianchi e rossi in seguito alla Rivoluzione più grande di sempre. E così la persona, perduto lo status d’individuo dotato d’una storia personale, si è trasformata in ‘numer’ – prestito linguistico a indicare una matricola (linguaggio bellico) a cui, dopo la Guerra dei Duecento Anni, è stata tolta la propria individualità in nome di un ipotetico bene collettivo. Motivo per cui l’autore rimuove inizialmente dal testo l’individualità dell’‘io’ in favore di un collettivo ‘noi’ – soggetto del nuovo genere distopico – che nel corso del testo andrà a confliggere con i segni inconfondibili dell’umanità in potenza insita in ogni matricola, ossia l’emergere delle peculiarità incancellabili e inalienabili del singolo.

…insomma, l’individuo ridotto a numero… insomma, il nostro mondo: crediamo di avere una spiccata ‘personalità’, ma siamo cifre nell’era della statistica.

Proprio così. Nell’attualità del mondo moderno ognuno di noi è portatore di codici alfanumerici – siamo tutti individuabili non soltanto da un nome e un cognome – che può essere anche oggetto di omonimia –, ma da un univoco codice fiscale, da uno o più indirizzi di posta elettronica (che necessitano di univoche login e password), da uno o più profili social, da un account Skype e/o da un numero telefonico/Whatsapp, ecc. In Noi l’incarico di controllare le matricole è affidato ai Custodi (le matricole S, le spie), che operano non solo sulla superficie, ma anche dall’alto, sfruttando il volo basso e lento di aeromacchine in cui è montato uno dei più efficaci dispositivi di sorveglianza: le “nere proboscidi abbassate dei periscopi di sorveglianza” (sto citando dalla mia traduzione). L’azione profilattica dei Custodi è come quella di un dottore: “inizia le cure a una persona quand’è ancora sana, a una che si ammalerà solo dopo uno-due giorni, al più una settimana” (quest’affermazione anticipa la funzione profilattica dei Precog di Philip K. Dick di oltre trent’anni). Mutatis mutandis, profilassi simile si attua oggi grazie all’uso di programmi di vario tipo che, eludendo la privacy individuale, permettono il tracciamento, la conservazione e l’analisi di comunicazioni e dati differenti di ogni cittadino (tracciamenti telefonici, posta elettronica, social media, telecamere con riconoscimento facciale, intelligenze artificiali con riconoscimento vocale, scansione della retina, impronte digitali, ecc.). E sia nel romanzo che nella storia del Novecento e del primo ventennio del terzo millennio – si tratta non di un giudizio di merito ma di un puro dato di fatto – lo scontro tra libertà individuale e sicurezza collettiva vede spesso il prevalere di quest’ultima sulla prima. Si prenda a esempio il “ChatControl” – la sorveglianza di massa delle comunicazioni digitali – che sta per essere ratificato dall’Unione Europea: allo scopo – giustissimo – di contrastare i reati online sui minori, per tre anni i cittadini comunitari perdono il diritto alla riservatezza delle comunicazioni digitali personali, sancito in precedenza nel 2002 dalla Direttiva ePrivacy. Dati sensibili che in potenza potrebbero essere utilizzati da terze parti per terzi fini – da semplici profilazioni commerciali a preferenze politiche, per dirne un paio.  Dunque, senza saperlo il romanzo di Zamjatin, attraverso una forma innovativa e un contenuto dirompente, anticipa profeticamente le difficoltà del mondo contemporaneo di preservare la libertà individuale a scapito della sicurezza del collettivo – l’intera società.

Che valore ha la scrittura nel sistema concentrazionario ideato da Zamjatin? Che ruolo ha la ‘tecnica’, la meccanica, le sorti umane e progressive in quel sistema?

A mio pare Zamjatin dipinge qualcosa di difforme rispetto a un sistema concentrazionario. Il sistema concentrazionario, nel senso moderno del termine, è infatti relativo alla vita e all’organizzazione dei campi di concentramento e di sterminio. D’altronde, esempi del passato che per l’autore potrebbero assurgere a modello riguardano i campi di lavoro dell’Impero zarista, mentre il sistema GULag sarà approntato ufficialmente solo dopo un decennio dalla scrittura di Noi: il 25 aprile 1930. Sul piano del contenuto non sono assimilabili al romanzo di Zamjatin le due opere emblematiche del sistema della katorga, ossia la deportazione nelle colonie penali della Siberia e dell’Estremo Oriente dell’Impero Russo: Memorie dalla Casa dei morti di Fёdor Dostoevskij e L’isola di Sachalin di Anton Čechov. Sono altrettanto non assimilabili le opere successive più rappresentative del sistema concentrazionario sovietico: Una giornata di Ivan Denisovič (finzione) e Arcipelago Gulag (realtà) di Aleksandr Solženicyn e I racconti di Kolyma di Varlam Šalamov. D’altronde, lo stesso Solženicyn quasi venticinque anni fa, sulle pagine di Novyj mir (10, 1997), in un bellissimo articolo su Zamjatin – di cui era appassionato cultore – , non cita affatto Noi in relazione al sistema concentrazionario, mentre celebra il romanzo non tanto per il valore profetico riguardo all’evoluzione del neonato sistema statale (Zamjatin – scrive – vede il futuro remoto già nel 1920), quanto e soprattutto per la potenza espressiva della lingua (lessico, sintassi, combinabilità semantica, ecc.) del suo autore, che analizza nel dettaglio. Sulla storia e la narrativa concentrazionaria del sistema GULag, la lagernaja literatura, ha lavorato moltissimo il collega Andrea Gullotta, appena eletto presidente di Memorial Italia. Nella letteratura di finzione Noi costituisce il tentativo di creare un nuovo genere contrapposto a quello utopico – in russo ‘antiutopia’ e in Italiano ‘distopia’: nella narrazione utopica l’autore rappresenta la società ideale in un futuro ideale; al contrario, nella narrazione distopica l’autore mette in guarda il lettore dal pericolo insito nella realizzazione ed evoluzione futura di progetti utopici. Al pari di Čechov, come detto, in Noi Zamjatin fotografa un problema senza fornire soluzioni: dipinge l’organizzazione di un regime totalitario dove le libertà sono limitate da leggi e norme ben definite dallo Stato Unico. Nel corso della giornata, infatti, sono gli orari – regolamentati da quelle leggi e quelle norme – a scandire la vita dell’uomo al fine di rendere efficace e massimizzare il processo produttivo ed eliminare definitivamente le perdite di tempo. E poi si assiste all’applicazione delle idee di Ford che, ispiratosi a Taylor, innova la catena di montaggio per incrementare la produttività della fabbrica – la produzione di massa –, limitare le spese e aumentare i profitti. In una società simile persino la morte è vista come un evento esterno, subordinato esso stesso alla produzione. Medesima domanda è posta in maniera retorica da D-503 al lettore: “vi è mai capitato di aver fede… nella sensazione che un giorno le dita che ora stanno reggendo proprio questa pagina, saranno ingiallite, glaciali…”. Secondo D-503 il lettore non ha fede, poiché pur sapendo dell’ineluttabilità della morte continua a mangiare, a voltar pagina, a radersi la barba, a far sorrisi e a scrivere. Neppure la morte è capace di fermare l’attività dell’uomo, e con essa la produzione, in cambio della felicità personale. Zamjatin sta descrivendo più un mondo simile a quello di un film come Metropolis – di poco successivo al romanzo – rispetto a quanto rappresentato in un classico testo di lagernaja literatura.

La matricola, di cui si è detto in precedenza, è l’elemento inconfondibile che può rimandare a un sistema concentrazionario: indica, infatti, la perdita dello status individuale e in qualche modo preconizza l’uso nel sistema GULag di apporre in diversi punti del vestiario del condannato numeri di riconoscimento. In una conversazione con Gullotta proprio sulla questione del sistema concentrazionario in Zamjatin è emersa la possibilità di osservare – molto alla lontana – un elemento che potrebbe accomunare l’opera dell’ingegnere D-503 – la costruzione dell’Integrale – a quella degli ingegneri e architetti che sono costretti a operare, nel futuro post-rivoluzionario – per l’edificazione del paese nuovo, la realizzazione del radioso avvenire, proprio nel sistema repressivo del GULag: indicativa è la presenza improvvisa e peculiare di figure professionali come ingegneri e architetti tra i deportati nei campi di lavoro. In particolare è possibile seguire quest’attività produttiva dei campi di lavoro nella costruzione della grande opera del BBK – il Belomorkanal, il canale che unisce il Mar Bianco al Mar Baltico. Su questo è piuttosto esplicita la monografia di Gullotta – Intellectual Life and Literature at Solovki 1923-1930. The Paris of the Northern Concentration Camps (2018) –, soprattutto la parte inerente alla costituzione del sistema concentrazionario dei campi di lavoro del BBK (pp. 45-58).

 In un primo tempo, Zamjatin è un ‘rivoluzionario’, poi vede nella Rivoluzione un tradimento, e ne critica i cardini e i criteri: è così? In che misura questa esperienza precipita in Noi?

Si deve innanzitutto distinguere il Zamjatin uomo dal Zamjatin artista. Afferma Zamjatin che in arte non esistono rivoluzioni: nel campo dell’arte domina l’evoluzione. Le nuove conquiste dell’arte, in realtà, non sono altro che l’evoluzione artistica di quanto in precedenza accumulato: in arte nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Invece la rivoluzione nell’esistenza umana, secondo Zamjatin, serve a – ha lo scopo indissolubile di – produrre nella società la felicità delle masse. Pur credendo nella rivoluzione, Zamjatin ha una visione duplice e contraddittoria della felicità, che gli spacca letteralmente la coscienza – e ciò si riflette ampiamente in Noilo scontro tra diritto della felicità delle masse attraverso la rivoluzione e necessità del singolo individuo di godere della felicità personale. Nella prefazione per una prima edizione russa mai realizzata di Noi sulla rivista Osnova Zamjatin scrive che le insurrezioni, le rivoluzioni – che sono energia – sono necessarie come i temporali. Noi narra ciò che secondo Zamjatin avviene dopo l’era delle rivoluzioni: è il racconto della terribile, ineluttabile, era entropica – un periodo temporale infinitamente lontano dai giorni tempestosi in cui l’autore vive e scrive. Ricorda Darko Suvin che per Zamjatin la rivoluzione rappresenta l’energia – l’“indiscutibile splendente principio di vita e di movimento”, che si contrappone all’entropia – il “principio di male dogmatico e di morte”. Zamjatin scrive che dopo che lo stato, nei ‘secoli’, sarà diventato granitico, “ci sarà brava gente col desiderio, rimanendo nel vagone dormiente dell’evoluzione, di giungere a un ordinamento territoriale senza stato”. A questo nuovo desiderio di tempesta lo stato opporrà resistenza – “e di nuovo fulmini, tempeste, incendi”. Con un calembour tutto russo l’autore definisce “la legge che con la ‘r’ di temporale guarnisce in eterno la dolce ‘evoluzione’”: dunque dalla ‘ėvoljucija’ (evoluzione) si genera la tempesta della ‘revoljucija’ (rivoluzione). Il problema non è, dunque, la rivoluzione in sé, ma la questione legata alla costruzione di uno stato post-rivoluzionario in cui si abbandoni il principio della rivoluzione in favore del dogma dell’entropia: per la costituzione di uno stato granitico, leggi e norme statali limitano le libertà dei singoli individui per il bene della collettività. Zamjatin sta qui ricodificando apertamente materiale letterario pregresso – pura evoluzione-rivoluzione letteraria dell’idea espressa, ad esempio, nelle Memorie dal sottosuolo del suo amato Dostoevskij: in Noi si osserva l’annullamento della volontà individuale in un contesto programmatico di organizzazione sociale collettiva – una società massificata in cui l’individuo perde il diritto alla natura, all’istinto, alla fantasia, e persino al libero arbitrio. Su questo punto mi pare adeguata l’affermazione di Riccardo Donati in Critica della trasparenza (2016), nella parte dedicata alla ‘fabbrica trasparente’, quando scrive che “l’ingiunzione al summum bonum, … per quanto benintenzionata possa essere, è tanto oppressiva quanto ogni altra forma di dispotismo” (p. 57). Il libero arbitrio – componente naturale dell’individualità umana – non è nemmeno contemplato, ad esempio, nelle scelte dei rapporti amorosi. La “Lex sexualis” è infatti nel futuro distopico di Noi l’evoluzione – portata da Zamjatin all’estremo – delle idee di Aleksandra Kollontaj, commissario del popolo che nei primi anni post-rivoluzionari si batteva per la liberazione fisica e sociale della donna, e propagandava una nuova morale basata su un nuovo modello di relazioni sessuali, un vero e proprio nuovo codice sessuale parte integrante dell’ideologia di classe. Riguardo alle relazioni sessuali della classe operaia Kollontaj scriveva infatti che “una maggiore fluidità e una minore solidità delle relazioni sessuali” – il cosiddetto poliamore – erano i principali obiettivi che quella classe doveva realizzare (in Sem’ja i kommunističeskoe gosudarstvo, 1920, p. 59). Oltre all’estremizzazione del concetto di ‘poliamore’, in Noi si compie la subordinazione dei concetti di maternità e famiglia agli ideali dello Stato Unico – che in Kollontaj corrispondeva alla Russia comunista: al posto di un amore ‘limitato’ alla propria prole, scriveva la Kollontaj, la madre-operaia doveva occuparsi della crescita dei figli della collettività, senza più distinzioni tra proprio e altrui (in Sem’ja i kommunističeskoe gosudarstvo, p. 22). La città dello Stato Unico rappresenta, dunque, il luogo delle leggi e degli ideali – innaturali, razionali, utopici – di quello Stato, ed è perciò delimitata da un muro di vetro che permette di scorgere, separandola, il verde mondo della natura al di fuori di essa. Infrangere il vetro vuol dire allora rinunciare all’artefatta perfezione del mondo artificiale di ‘noi’ – dove l’errore non è contemplato, ovunque domina la felicità collettiva e tutto abbonda per soddisfare le necessità materiali della società – per tornare al libero arbitrio – imperfetto, impreciso, irregolare, naturale – dell’‘io’ individuale.

Zamjatin non sembra a suo agio tra i russi in esilio a Parigi: come mai?

Nonostante Zamjatin abbandoni de facto la patria, alla base della sua partenza sono poste motivazioni non sono assimilabili a quelle dell’emigrazione russa. Nel 1929, a seguito di una campagna denigratoria che lo colpisce (assieme a Boris Pil’njak), interviene in sua difesa Maksim Gor’kij, che solo nel 1931 riesce a fargli ottenere il passaporto. Nel frattempo Zamjatin scrive a Stalin con la richiesta di partire per l’estero per un periodo limitato di tempo – un anno – perché – sostiene – gli è ormai preclusa ogni possibilità di lavorare in patria. Ottenuto in modo perfettamente legale il permesso di un anno, non trancia definitivamente i legami con la madrepatria, anche se nei fatti non rimetterà più piede in Unione Sovietica, inserendosi alla fine nella vita culturale francese – anche se spesso visto dai compatrioti dell’emigrazione con sospetto – Zamjatin è un ‘eretico’. Questo fatto certamente determina in lui una sorta di autoisolamento protettivo. Zamjatin spera sempre e comunque di ritornare in patria. Questo fatto è riportato a lettere cubitali nelle memorie di Nina Berberova, che ne Il corsivo è mio (del 1969, tradotto e pubblicato in italiano nel 1989 per i tipi di Adelphi) sottolinea quanto Zamjatin frequentasse un numero estremamente esiguo di suoi compatrioti, non ritenendosi un emigrato, anzi aspettando costantemente la prima occasione possibile per tornare in Russia – e come Berberova evidenzia, intanto soprassedeva e si acquattava in attesa di vivere in seguito in patria. Come sappiamo, le sue speranze rimarranno deluse: nel 1937 Zamjatin muore, drammaticamente povero, a Parigi, con accanto pochissimi amici.

Anticlericale, antipolitico: in cosa crede Zamjatin? E qual è il ‘genio’ della sua scrittura, la sua caratteristica?

Se, come ha scritto Zamjatin, nell’arte domina l’evoluzione, la novità di Zamjatin è proprio l’evoluzione del materiale artistico del passato attraverso una nuova personalissima forma d’espressione. Noi, infatti, è un continuo rimando, una continua citazione di opere e autori coevi e del passato. Se si prende l’edizione critica del romanzo pubblicata nel 2011 che riproduce il testo del dattiloscritto originale – che differisce in modo sostanziale dalle precedenti edizioni russe e su cui si basa la mia traduzione per Fanucci –, si possono contare ben 287 note in cui compaiono testi e autori citati dall’autore in grandissima quantità – dalle cosiddette ‘espressioni alate’ del russo a interi rimaneggiamenti di brani celebri (si pensi, su tutti, al Grande Inquisitore di Dostoevskij). L’opera di Zamjatin può essere definita un ‘metaromanzo’ il cui scopo è la rinascita della letteratura e del suo linguaggio, dove lingua e forma diventano elementi distintivi del ‘genio’ del loro autore. Più che per il contenuto distopico – certamente dirompente se letto a posteriori – sono lo stile, i procedimenti stilistici, la sapienza dell’intreccio, a lasciare letteralmente senza parole. Stile, procedimenti, intreccio che si fanno a loro volta contenuto e permettono di decodificare un sottotesto ancor più complesso di quanto si sia portati a credere. Si prenda ad esempio la figura del poeta R-13. Nella mia introduzione spiego come fonetica e skaz testopoietico permettano di definire R-13 sintesi fisico-fonetica dei poeti del passato e del presente, caricatura allo stesso tempo di Vladimir Majakovskij e di Boris Pasternak – ma anche di Velimir Chlebnikov, ad esempio. Il poeta possiede una personalità dotata d’inalienabile creatività artistica, e per questo motivo è inconciliabile con la rigidità di uno Stato Unico che non ammette la fantasia. L’Intervento Supremo, necessario a eradicare la fantasia, è incompatibile con la creatività del poeta: attraverso l’Intervento Supremo il poeta perderebbe per sempre la capacità di comporre versi artistici, e non essendo più poeta diverrebbe un essere artificiale – un automa senza creatività. Per questo motivo l’attività poetica può essere silenziata esclusivamente dalla morte fisica del poeta: R-13 muore proprio nel corso della Rivoluzione. Zamjatin crede dunque che vero motore della poesia è l’energia della rivoluzione, mentre l’entropia sociale dello Stato Unico – ossia la Russia post-rivoluzionaria – può solo uccidere il poeta. L’autore termina di scrivere Noi nel 1921 – eppure questa visione costituisce un’ulteriore, profetica, anticipazione del destino del Majakovskij poeta di stato, e in generale del destino del poeta, incompatibile con lo Stato Unico. Il poeta, infatti, incarna allo stesso tempo le figure del rivoluzionario e dell’eretico, soggetti la cui caratteristica è l’accumulo di energia e passione necessarie a una radicale evoluzione del modo di vivere e pensare. Su questo punto Zamjatin sente e sa di essere un eretico ribelle che si rifà al prototipo degli eretici ribelli: lo scienziato Robert Mayer, padre della termodinamica, da cui l’autore riprende la definizione di entropia. Proprio nel periodo della stesura di Noi Zamjatin dedica a Mayer un racconto biografico (si veda Il destino di un eretico pubblicato nel 1988 dai tipi di Sellerio) e i concetti di Mayer riecheggiano nelle parole di I-330 (la protagonista femminile del romanzo) – che parla in nome dei Mefi: “Al mondo esistono due forze – l’entropia e l’energia. Una spinge verso la pace beata, verso l’equilibrio felice; l’altra – verso la distruzione dell’equilibrio, verso il movimento tormentosamente-senza-fine. L’entropia era venerata come Dio dai nostri – o meglio – dai vostri antenati, i cristiani. Mentre noi, gli anticristiani, noi…”. D’altro canto, per Zamjatin l’arte stessa è eresia, e ogni artista in qualità di creatore deve essere un eretico – l’unica medicina capace di superare l’entropia del pensiero umano, ossia tutto il materiale del passato – incluso la stessa religione – che, cristallizzatosi nel tempo, è divenuto dogma. L’eretico, ed è questo in fondo l’anticlericalismo e l’antipolitica in – e di – Zamjatin, è colui che rappresenta la realizzazione della predestinazione dell’individuo – e in particolare dell’artista: l’eterna rivoluzione, in nome dell’evoluzione e della perfezione dell’essere umano.

A cura di Davide Brullo

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