Paura del futuro

Quarant’anni fa, di questi tempi, finiva la storia, finiva la modernità e cessava di battere il novecento, come l’avevamo conosciuto fino allora. Il nome che indicava questo congedo o questo collasso, diventò presto virale: postmodernità. Si intitolava La condizione postmoderna il libro-segnaepoca di Jean-Francois Lyotard, uscito nel 1979 che aprì le danze e la fuga dalla storia e dall’ideologia del progresso. Il postmoderno non designava solo una concezione artistica, ma segnava la liquidazione del secolo furioso, delle ideologie e dei grandi racconti, la fine dello spirito pubblico, il ritorno del privato che allora si chiamò Riflusso, che oggi ha solo un significato gastro-esofageo. Nel postmoderno tornava sotto false spoglie l’antico, come un nonno travestito da nipote, era il cortocircuito della storia, il comunismo si faceva catarroso per poi mostrare il segno della sua disfatta, il terrorismo politico finiva la sua stagione aurea che poi concise con gli anni di piombo. Era ormai sepolto il Novecento di due guerre mondiali, grandi rivoluzioni e guerre civili, irruzione delle masse e genocidi. “Con la storia mi accendo la pipa” annunciava Roland Barthes. Poi fu Gianni Vattimo a certificare nel pensiero “la fine della modernità”.
Esplosero le tv commerciali e le radio private, lo spirito ribelle del sessantotto virò sul sesso, i costumi e i consumi. Continua a leggere


Come prima, più di prima. La Rai era e resta TeleKabul. Lo provano i dati. La sinistra ha le mani sull’informazione del servizio pubblico, i talk show è “roba loro”. La denuncia –
Abbiamo raggiunto per un’intervista Giannicola Saldutti, dottore in lingue e culture straniere, con particolari conoscenze dell’area balcanica e non solo. Ha già collaborato con In Terris, Sputnik, Geopolitica ed Eurasian Business Dispatch ed affinato le proprie competenze viaggiando tra Belgrado e San Pietroburgo.
Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza
Ancora Milano, ancora “antirazzismo” autoreferenziale. La marcia degli anti-italiani, però, ancora una volta non ha nulla a che fare con la lotta alla discriminazioni, ma solo con la solita ipocrisia in salsa sinistrorsa e con il marciume dei media completamente asserviti ad essa. Dopo i 


QUINTA COLONNA
Non è bastata un’indignazione che è ormai sentimento nazionale. Non sono bastate le denunce per istigazione all’odio razziale. Non sono bastate neanche le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che di quella indignazione si è fatto portavoce, dicendo chiaramente che le istituzioni democratiche rifiutano e condannano ogni negazionismo verso la tragedia delle foibe. L’Anpi insiste e continua a negare che le violenze sul nostro confine orientale furono una vera e propria pulizia etnica operata dai partigiani titini contro gli italiani. Stavolta succede a Milano, dove a scatenare i deliri pseudostorici dell’Anpi è una mostra su Norma Cossetto promossa dal Municipio 5 e organizzata prendendo spunto dal fumetto Foiba Rossa, che ne racconta la storia in una forma editoriale innovativa.