NETFLIX RIFIUTA UNPLANNED E PROMUOVE SEX EDUCATION (CHE INDUCE AL DISPREZZO PER LA VITA)

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Segnalazione Redazione BastaBugie

Nella serie TV Sex Education ci sono scene di sesso estremo condite da un linguaggio scurrile e zeppo di parolacce, tradimenti e rapporti disordinati e infarciti di ideologia LGBT… e tu permetti ai tuoi figli di vederlo?
di Anna Bonetti

Nei giorni scorsi la metropolitana di Milano è stata invasa da manifesti promossi dalla serie TV Sex Education, difficilmente distinguibili da una pubblicità pornografica.
Si tratta di una serie di immagini storpiate in modo tale da assomigliare ai genitali maschili e femminili. Ad accompagnarle è la scritta “se la/o vediamo in forme diverse è perché non ce n’è una sola. Ognuna è perfetta, anche la tua”. Come se l’accettazione si sé dipendesse solo dagli organi sessuali che si hanno.
D’altronde i sostenitori di questa campagna non hanno esitato a scaldare gli animi per etichettare come “bigotto” chiunque abbia espresso qualche perplessità al riguardo.
È necessario sottolineare che più che focalizzare l’attenzione sui manifesti in sé, occorre interrogarci sulle conseguenze che il messaggio porta alla società, in particolar modo tra i giovanissimi.
Sin dall’inizio della serie l’attenzione dello spettatore piomba in scene di sesso estremo condite da un linguaggio scurrile e zeppo di parolacce, tradimenti e rapporti disordinati e infarciti di ideologia LGBT. Personaggi che cambiano orientamento sessuale da un giorno all’altro e senza una precisa ragione, spinti da una forte confusione interiore. Un insegnamento tutt’altro che educativo.

LE CONSEGUENZE SOCIALI
Più che una perplessità rivolta ad una sessualità forzata ed estrinseca, sarebbe utile cercare di comprendere quale siano le conseguenze sociali che l’insegnamento profondamente diseducativo di Sex Education pone nei confronti di essa. Il focus del film dichiara di concentrarsi sull’accettazione di sé. Eppure per tutta la durata delle tre stagioni il sesso è posto al centro di ogni cosa. Quando in realtà l’accettazione di sé dipende da molteplici fattori, siccome (e per fortuna) le relazioni umani sono fatte anche di molto altro. Il sesso viene presentato su un piatto d’argento come qualcosa da concedere a chiunque, pur di trarne piacere, piuttosto che interrogarci su chi abbiamo davanti.
Inoltre, nel film non mancano numerosi riferimenti a PornHub, che in maniera subliminale tendono a invitare i giovanissimi a lasciarsi travolgere dall’inferno a luci rosse che si cela nella pornografia, soprattutto in quella online. Un mondo virtuale ed illusorio, in cui tutto è finzione e l’amore non esiste, in cui si trascina lo spettatore ai limiti dell’immaginazione, in una dimensione sub-umana che non ha nulla a che vedere con la realtà. In sintesi, passa un messaggio distorto e lontano anni luce dall’amore vero.
L’affettività è mostrata come un mezzo per colmare tramite il sesso il vuoto creato dalla nostra società. Un vuoto che avrebbe bisogno di dialogo, comprensione ed empatia, anziché fare dei nostri corpi uno strumento usa e getta.
Da questo calderone di enigmi irrisolti emerge una retorica totalmente priva di amore. La contraccezione è posta come un mezzo di deresponsabilizzazione delle proprie azioni, con noncuranza del fatto che nella quasi totalità dei casi in cui una gravidanza ha inizio è perché è stata preceduta da un’azione consenziente.

SESSUALITÀ FORZATA E DISTORTA
La vera educazione sta nell’insegnare ai giovani che nel momento in cui si decide di avere un rapporto ci si assumono precise responsabilità. Ecco, invece, che nella prima stagione di Sex Education si ha modo di assistere anche alla scena di un aborto. È così che questa sessualità forzata e distorta dalla realtà sfocia in un disprezzo totale per la vita. Ma non solo, anche della maternità. Colpisce particolarmente la figura di una donna che abortisce, che si è appena risvegliata nel gelo di una clinica, vuota con il suo niente, che dichiara: «meglio non essere madre, che una pessima madre». Una frase infarcita di menzogna da cui traspare una sacrosanta verità che sottolinea come la morte nell’odierna società venga presentata come la soluzione ad ogni cosa.
Possiamo ben immaginare i risvolti drammatici che una simile pseudo-educazione può avere nella società, dall’aumento di relazioni vuote e insoddisfacenti a quello che rischia di diventare un aumento drammatico anche del numero di aborti. Più relazioni disordinate hanno un’altissima potenzialità di aumentare il numero di figli “non voluti”. Un dramma che rischia di gettare le proprie ripercussioni soprattutto tra i giovanissimi, ai quali andrebbe insegnato a vivere in maniera libera e spensierata la loro età e i loro amori, anziché accanirsi a creare problemi che non esistono per mezzo di una sessualizzazione violenta e precoce imposta dai giganti dei social media o dello streaming, come Netflix. Infatti, non dimentichiamo che tempo fa la piattaforma ha rifiutato di mettere in programma Unplanned, che racconta la storia vera di Abby Jhonson, ex dirigente di Planned Parenthood e oggi instancabile attivista pro-life.
Si percepisce, inoltre, una violenta imposizione contro la libertà di scelta educativa dei genitori, vista come un retaggio culturale e non più un bene in grado di indirizzare i figli sulla retta via. Inoltre dalle serie si evince un’immagine falsata dei pro-life, etichettati come retrogradi e analfabeti, quando dovremmo ricordarci che nel nostro paese oltre il 70 per cento dei medici sono obiettori. Dunque anche loro sarebbero retrogradi e analfabeti?
È nostra cura scegliere se preferire di aprire le nostre porte alla cultura della morte, al disprezzo totale di sé e degli altri, oppure se cogliere l’invito al rispetto di se stessi, della vita e dell’umanità.

Titolo originale: Sex Education: ecco come e perché è dannosa
Fonte: Provita & Famiglia, 26 settembre 2021

Il profeta della sorveglianza di massa

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Segnalazione Arianna Editrice

Fonte: L’intellettuale dissidente

di Alessandro Cifariello 

Un secolo fa Evgenij Zamjatin scrive “Noi”, il romanzo che anticipa le trame dello Stato totalitario e dell’uomo ridotto a numero.

George Orwell non poteva capirlo. Quello scrittore aveva un piglio troppo sintetico, rapinoso, optava per un verbo intriso di ferocia, d’ironia caustica, scandalosa; mescolava il lirico all’osceno, la vertigine al gergo popolare. “È un libro a cui prestare attenzione”, scriveva Orwell, perché “è sostanzialmente uno studio sul Meccanismo” – cioè, sulla tecnica come ghigliottina – e sugli “scopi impliciti della civiltà industriale”, scriveva, riferendosi a Noi, il capolavoro di Evgenij Zamjatin, il romanzo che ne ha previsti decine di altri, aurorale, totalmente contemporaneo (devoti a Noi, tra gli altri, vanno annoverati Aldous Huxley, Kurt Vonnegut, Tom Wolfe, Philip K. Dick…). Troppo english, Orwell non capiva il metodo narrativo di Zamjatin: quel romanzo, sottolineò, “ha una trama piuttosto debole ed episodica”. Col senno dei decenni, Noi si legge con più gusto di 1984: ha l’esattezza micidiale – propria delle opere rare – della profezia. Zamjatin, infatti, anticipa, ideando un mondo distante, l’era della statistica, l’epoca della sorveglianza di massa, l’uomo ridotto a numero, l’etica dello Stato-Dio, le fisime del totalitarismo, le esecuzioni pubbliche per il bene di tutti, l’impero dei buoni e dei giusti giustizialisti, il sesso meccanico, le sorti degli intellettuali di regime e dei poeti lacchè.

“I nostri poeti non aleggiano più tra gli empirei: sono discesi in terra; vanno di pari passo con noi al suono severo e meccanico della marcia della Fabbrica della Musica; la loro lira – è il fruscio al mattino degli spazzolini da denti elettrici, e il minaccioso crepitio di scintille nel Meccanismo del Benefattore, e la eco maestosa dell’Inno alla gloria dello Stato Unico… I nostri dèi – sono qui, sotto, con noi – in Ufficio, in cucina, in laboratorio, al gabinetto; gli dèi sono divenuti come noi: ergo – noi siamo divenuti come gli dèi”.

Orwell pubblicò la recensione a Noi, “Libertà e felicità” – segno, infine, di una fratellanza – nel 1946. Zamjatin era morto nove anni prima, a Parigi, povero di patria, di soldi, di amici. Quello stesso anno Ettore Lo Gatto scrive, in una nota per l’Enciclopedia Italiana, che Zamjatin, “scrittore originale di contenuto e di stile tra il raffinato e il popolare… non aveva ancora dato piena espressione delle sue grandi possibilità artistiche”. Era in anticipo su tutto, come sempre, Zamjatin; soltanto ora ne apprezziamo la propulsione romanzesca, il genio linguistico. Negli Oscar Mondadori, per la cura di Alessandro Niero, sono usciti i Racconti (2021) di Zamjatin e Noi (2020). L’editore Fanucci ha da poco pubblicato una nuova traduzione di Noi, curata da Alessandro Cifariello, che ho invitato al dialogo. Noi compie un secolo: Zamjatin lo sgrossa nel 1921, ma il romanzo non viene edito in patria. Dal 1924, la sua fama – che precorre quella di Boris Pasternak – esplode all’estero: prima nel mondo inglese; poi, nel 1927, è tradotto in ceco, per interesse di Roman Jakobson; nel 1929 è pubblico in Francia, per Gallimard, nella traduzione di Cauvet-Duhamel. Così è troppo. Zamjatin è impaniato nell’orda di attacchi contro gli scrittori non allineati; Maksim Gork’ij intercede per lui, Stalin gli permette, nel 1931, di andare all’estero. Per Zamjatin – russo fino al midollo, euforico della Rivoluzione –, che credeva in una soluzione temporanea, non ne sortì nulla di buono. Nel 1921, in un celebre articolo intitolato “Ho paura”, aveva messo in guardia contro i fautori dell’arte di Stato, quelli che sottomettono l’estro al potere: “Una letteratura autentica può esserci soltanto là dove a farla non sono funzionari coscienziosi e benpensanti, ma folli, eremiti, eretici, sognatori, ribelli, scettici”. In forma feroce e forse ineluttabile, vita e scrittura, estetica ed esistenza, finirono, sul corpo di Zamjatin, per coincidere. Tragicamente.

Noi. Un secolo dopo, che tipo di ‘attualità’ ha ancora quel romanzo? Quanto ad attualità letteraria, non c’è quasi dubbio: è più bello di 1984… Ma faccio dire a lei.

Come Čechov, che – nei suoi migliori racconti – non dava soluzioni, ma si limitava a fotografare il problema, allo stesso modo Zamjatin, che annovera Čechov tra i suoi autori preferiti, espone un problema, ma non fornisce soluzioni. Noi, al pari dei racconti di Čechov, è un capolavoro della letteratura russa senza tempo. Sarà il lettore a individuare in un determinato momento storico la soluzione più idonea al problema. Io mi permettono di formulare la mia personale – possibile – analisi del capolavoro di Zamjatin – il più sottovalutato tra i grandi capolavori della letteratura russa del Novecento. Ma anche in questo caso risolvere il problema in modo accettabile rimane compito del lettore.

Nell’osservare la realtà finzionale di Noi dalla finestra temporale del centenario dalla sua composizione, è possibile scorgere quanto poi sarebbe avvenuto nella realtà storica della Russia e del mondo intero: la contrapposizione continua e costante tra i diritti del singolo individuo e quelli della collettività nelle scelte di governo dei vari regimi che si sono succeduti. Tuttavia l’opera di Zamjatin non si limita alla produzione di un contenuto – dipingere un futuro distopico piuttosto ben definito – ma si sofferma sulla forma, creando un intreccio e un’espressione peculiari di un determinato ambiente linguistico, in cui quel futuro distopico si realizza. Esperimento artistico preparatorio è stato infatti un testo come Gli isolani (1917), contraddistinto, secondo il ‘Serapionide’ Lev Lunc, da “uno stile incomparabile, filigranato, che gira attorno a un perno di paglia”, che “spara cannonate ai passerotti” (si veda per questa e le successive citazioni di Lunc il volume I fratelli di Serapione, 1967). Inoltre, altro esperimento artistico preparatorio è stato Il pescatore d’uomini (1918; Gli isolani Il pescatore d’uomini possono essere letti nella bella traduzione di Alessandro Niero) che assieme a Gli isolani condivide con Noi non soltanto immagini, ma anche e soprattutto la funzione di monito contro l’obbligo coatto di attenersi a norme politiche e di comportamento, sociale e individuale, ben definite e limitanti. Certo, con Noi Zamjatin va oltre: produce, infatti, un’opera che “non può far meno di esistere”, che non è copia della natura, ma vive “alla pari con la natura” attraverso l’espressività della sua forma linguistica. In un contesto dove qualunque contenuto è riscontrabile nelle opere del passato, la novità di Zamjatin – e in ciò possiamo rinvenire l’attualità – è infatti, a mio parere, proprio la voce del suo eroe, D-503. È il protagonista stesso a narrare per iscritto in prima persona gli eventi cui assiste – l’autore sfrutta infatti il genere dei zapiski, ‘memorie’, ‘ricordi’, ‘diario’. Proprio un’attenta analisi della forma espressiva in D-503 – che è poi quella dello Stato Unico – permette di ritrovare alcune strette correlazioni tra l’opera di Zamjatin e il nostro mondo. Basti pensare alla scelta autoriale di denominare con lettere e numeri i personaggi del romanzo, dovuta non tanto a un’idea premonitrice di un futuro distopico, quanto all’associazione e alla rilettura dei sanguinosi eventi (vissuti in prima persona) tratti dal recente passato – la Guerra più grande del mondo – e dalla storia di allora – la Guerra civile tra bianchi e rossi in seguito alla Rivoluzione più grande di sempre. E così la persona, perduto lo status d’individuo dotato d’una storia personale, si è trasformata in ‘numer’ – prestito linguistico a indicare una matricola (linguaggio bellico) a cui, dopo la Guerra dei Duecento Anni, è stata tolta la propria individualità in nome di un ipotetico bene collettivo. Motivo per cui l’autore rimuove inizialmente dal testo l’individualità dell’‘io’ in favore di un collettivo ‘noi’ – soggetto del nuovo genere distopico – che nel corso del testo andrà a confliggere con i segni inconfondibili dell’umanità in potenza insita in ogni matricola, ossia l’emergere delle peculiarità incancellabili e inalienabili del singolo.

…insomma, l’individuo ridotto a numero… insomma, il nostro mondo: crediamo di avere una spiccata ‘personalità’, ma siamo cifre nell’era della statistica.

Proprio così. Nell’attualità del mondo moderno ognuno di noi è portatore di codici alfanumerici – siamo tutti individuabili non soltanto da un nome e un cognome – che può essere anche oggetto di omonimia –, ma da un univoco codice fiscale, da uno o più indirizzi di posta elettronica (che necessitano di univoche login e password), da uno o più profili social, da un account Skype e/o da un numero telefonico/Whatsapp, ecc. In Noi l’incarico di controllare le matricole è affidato ai Custodi (le matricole S, le spie), che operano non solo sulla superficie, ma anche dall’alto, sfruttando il volo basso e lento di aeromacchine in cui è montato uno dei più efficaci dispositivi di sorveglianza: le “nere proboscidi abbassate dei periscopi di sorveglianza” (sto citando dalla mia traduzione). L’azione profilattica dei Custodi è come quella di un dottore: “inizia le cure a una persona quand’è ancora sana, a una che si ammalerà solo dopo uno-due giorni, al più una settimana” (quest’affermazione anticipa la funzione profilattica dei Precog di Philip K. Dick di oltre trent’anni). Mutatis mutandis, profilassi simile si attua oggi grazie all’uso di programmi di vario tipo che, eludendo la privacy individuale, permettono il tracciamento, la conservazione e l’analisi di comunicazioni e dati differenti di ogni cittadino (tracciamenti telefonici, posta elettronica, social media, telecamere con riconoscimento facciale, intelligenze artificiali con riconoscimento vocale, scansione della retina, impronte digitali, ecc.). E sia nel romanzo che nella storia del Novecento e del primo ventennio del terzo millennio – si tratta non di un giudizio di merito ma di un puro dato di fatto – lo scontro tra libertà individuale e sicurezza collettiva vede spesso il prevalere di quest’ultima sulla prima. Si prenda a esempio il “ChatControl” – la sorveglianza di massa delle comunicazioni digitali – che sta per essere ratificato dall’Unione Europea: allo scopo – giustissimo – di contrastare i reati online sui minori, per tre anni i cittadini comunitari perdono il diritto alla riservatezza delle comunicazioni digitali personali, sancito in precedenza nel 2002 dalla Direttiva ePrivacy. Dati sensibili che in potenza potrebbero essere utilizzati da terze parti per terzi fini – da semplici profilazioni commerciali a preferenze politiche, per dirne un paio.  Dunque, senza saperlo il romanzo di Zamjatin, attraverso una forma innovativa e un contenuto dirompente, anticipa profeticamente le difficoltà del mondo contemporaneo di preservare la libertà individuale a scapito della sicurezza del collettivo – l’intera società.

Che valore ha la scrittura nel sistema concentrazionario ideato da Zamjatin? Che ruolo ha la ‘tecnica’, la meccanica, le sorti umane e progressive in quel sistema?

A mio pare Zamjatin dipinge qualcosa di difforme rispetto a un sistema concentrazionario. Il sistema concentrazionario, nel senso moderno del termine, è infatti relativo alla vita e all’organizzazione dei campi di concentramento e di sterminio. D’altronde, esempi del passato che per l’autore potrebbero assurgere a modello riguardano i campi di lavoro dell’Impero zarista, mentre il sistema GULag sarà approntato ufficialmente solo dopo un decennio dalla scrittura di Noi: il 25 aprile 1930. Sul piano del contenuto non sono assimilabili al romanzo di Zamjatin le due opere emblematiche del sistema della katorga, ossia la deportazione nelle colonie penali della Siberia e dell’Estremo Oriente dell’Impero Russo: Memorie dalla Casa dei morti di Fёdor Dostoevskij e L’isola di Sachalin di Anton Čechov. Sono altrettanto non assimilabili le opere successive più rappresentative del sistema concentrazionario sovietico: Una giornata di Ivan Denisovič (finzione) e Arcipelago Gulag (realtà) di Aleksandr Solženicyn e I racconti di Kolyma di Varlam Šalamov. D’altronde, lo stesso Solženicyn quasi venticinque anni fa, sulle pagine di Novyj mir (10, 1997), in un bellissimo articolo su Zamjatin – di cui era appassionato cultore – , non cita affatto Noi in relazione al sistema concentrazionario, mentre celebra il romanzo non tanto per il valore profetico riguardo all’evoluzione del neonato sistema statale (Zamjatin – scrive – vede il futuro remoto già nel 1920), quanto e soprattutto per la potenza espressiva della lingua (lessico, sintassi, combinabilità semantica, ecc.) del suo autore, che analizza nel dettaglio. Sulla storia e la narrativa concentrazionaria del sistema GULag, la lagernaja literatura, ha lavorato moltissimo il collega Andrea Gullotta, appena eletto presidente di Memorial Italia. Nella letteratura di finzione Noi costituisce il tentativo di creare un nuovo genere contrapposto a quello utopico – in russo ‘antiutopia’ e in Italiano ‘distopia’: nella narrazione utopica l’autore rappresenta la società ideale in un futuro ideale; al contrario, nella narrazione distopica l’autore mette in guarda il lettore dal pericolo insito nella realizzazione ed evoluzione futura di progetti utopici. Al pari di Čechov, come detto, in Noi Zamjatin fotografa un problema senza fornire soluzioni: dipinge l’organizzazione di un regime totalitario dove le libertà sono limitate da leggi e norme ben definite dallo Stato Unico. Nel corso della giornata, infatti, sono gli orari – regolamentati da quelle leggi e quelle norme – a scandire la vita dell’uomo al fine di rendere efficace e massimizzare il processo produttivo ed eliminare definitivamente le perdite di tempo. E poi si assiste all’applicazione delle idee di Ford che, ispiratosi a Taylor, innova la catena di montaggio per incrementare la produttività della fabbrica – la produzione di massa –, limitare le spese e aumentare i profitti. In una società simile persino la morte è vista come un evento esterno, subordinato esso stesso alla produzione. Medesima domanda è posta in maniera retorica da D-503 al lettore: “vi è mai capitato di aver fede… nella sensazione che un giorno le dita che ora stanno reggendo proprio questa pagina, saranno ingiallite, glaciali…”. Secondo D-503 il lettore non ha fede, poiché pur sapendo dell’ineluttabilità della morte continua a mangiare, a voltar pagina, a radersi la barba, a far sorrisi e a scrivere. Neppure la morte è capace di fermare l’attività dell’uomo, e con essa la produzione, in cambio della felicità personale. Zamjatin sta descrivendo più un mondo simile a quello di un film come Metropolis – di poco successivo al romanzo – rispetto a quanto rappresentato in un classico testo di lagernaja literatura.

La matricola, di cui si è detto in precedenza, è l’elemento inconfondibile che può rimandare a un sistema concentrazionario: indica, infatti, la perdita dello status individuale e in qualche modo preconizza l’uso nel sistema GULag di apporre in diversi punti del vestiario del condannato numeri di riconoscimento. In una conversazione con Gullotta proprio sulla questione del sistema concentrazionario in Zamjatin è emersa la possibilità di osservare – molto alla lontana – un elemento che potrebbe accomunare l’opera dell’ingegnere D-503 – la costruzione dell’Integrale – a quella degli ingegneri e architetti che sono costretti a operare, nel futuro post-rivoluzionario – per l’edificazione del paese nuovo, la realizzazione del radioso avvenire, proprio nel sistema repressivo del GULag: indicativa è la presenza improvvisa e peculiare di figure professionali come ingegneri e architetti tra i deportati nei campi di lavoro. In particolare è possibile seguire quest’attività produttiva dei campi di lavoro nella costruzione della grande opera del BBK – il Belomorkanal, il canale che unisce il Mar Bianco al Mar Baltico. Su questo è piuttosto esplicita la monografia di Gullotta – Intellectual Life and Literature at Solovki 1923-1930. The Paris of the Northern Concentration Camps (2018) –, soprattutto la parte inerente alla costituzione del sistema concentrazionario dei campi di lavoro del BBK (pp. 45-58).

 In un primo tempo, Zamjatin è un ‘rivoluzionario’, poi vede nella Rivoluzione un tradimento, e ne critica i cardini e i criteri: è così? In che misura questa esperienza precipita in Noi?

Si deve innanzitutto distinguere il Zamjatin uomo dal Zamjatin artista. Afferma Zamjatin che in arte non esistono rivoluzioni: nel campo dell’arte domina l’evoluzione. Le nuove conquiste dell’arte, in realtà, non sono altro che l’evoluzione artistica di quanto in precedenza accumulato: in arte nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Invece la rivoluzione nell’esistenza umana, secondo Zamjatin, serve a – ha lo scopo indissolubile di – produrre nella società la felicità delle masse. Pur credendo nella rivoluzione, Zamjatin ha una visione duplice e contraddittoria della felicità, che gli spacca letteralmente la coscienza – e ciò si riflette ampiamente in Noilo scontro tra diritto della felicità delle masse attraverso la rivoluzione e necessità del singolo individuo di godere della felicità personale. Nella prefazione per una prima edizione russa mai realizzata di Noi sulla rivista Osnova Zamjatin scrive che le insurrezioni, le rivoluzioni – che sono energia – sono necessarie come i temporali. Noi narra ciò che secondo Zamjatin avviene dopo l’era delle rivoluzioni: è il racconto della terribile, ineluttabile, era entropica – un periodo temporale infinitamente lontano dai giorni tempestosi in cui l’autore vive e scrive. Ricorda Darko Suvin che per Zamjatin la rivoluzione rappresenta l’energia – l’“indiscutibile splendente principio di vita e di movimento”, che si contrappone all’entropia – il “principio di male dogmatico e di morte”. Zamjatin scrive che dopo che lo stato, nei ‘secoli’, sarà diventato granitico, “ci sarà brava gente col desiderio, rimanendo nel vagone dormiente dell’evoluzione, di giungere a un ordinamento territoriale senza stato”. A questo nuovo desiderio di tempesta lo stato opporrà resistenza – “e di nuovo fulmini, tempeste, incendi”. Con un calembour tutto russo l’autore definisce “la legge che con la ‘r’ di temporale guarnisce in eterno la dolce ‘evoluzione’”: dunque dalla ‘ėvoljucija’ (evoluzione) si genera la tempesta della ‘revoljucija’ (rivoluzione). Il problema non è, dunque, la rivoluzione in sé, ma la questione legata alla costruzione di uno stato post-rivoluzionario in cui si abbandoni il principio della rivoluzione in favore del dogma dell’entropia: per la costituzione di uno stato granitico, leggi e norme statali limitano le libertà dei singoli individui per il bene della collettività. Zamjatin sta qui ricodificando apertamente materiale letterario pregresso – pura evoluzione-rivoluzione letteraria dell’idea espressa, ad esempio, nelle Memorie dal sottosuolo del suo amato Dostoevskij: in Noi si osserva l’annullamento della volontà individuale in un contesto programmatico di organizzazione sociale collettiva – una società massificata in cui l’individuo perde il diritto alla natura, all’istinto, alla fantasia, e persino al libero arbitrio. Su questo punto mi pare adeguata l’affermazione di Riccardo Donati in Critica della trasparenza (2016), nella parte dedicata alla ‘fabbrica trasparente’, quando scrive che “l’ingiunzione al summum bonum, … per quanto benintenzionata possa essere, è tanto oppressiva quanto ogni altra forma di dispotismo” (p. 57). Il libero arbitrio – componente naturale dell’individualità umana – non è nemmeno contemplato, ad esempio, nelle scelte dei rapporti amorosi. La “Lex sexualis” è infatti nel futuro distopico di Noi l’evoluzione – portata da Zamjatin all’estremo – delle idee di Aleksandra Kollontaj, commissario del popolo che nei primi anni post-rivoluzionari si batteva per la liberazione fisica e sociale della donna, e propagandava una nuova morale basata su un nuovo modello di relazioni sessuali, un vero e proprio nuovo codice sessuale parte integrante dell’ideologia di classe. Riguardo alle relazioni sessuali della classe operaia Kollontaj scriveva infatti che “una maggiore fluidità e una minore solidità delle relazioni sessuali” – il cosiddetto poliamore – erano i principali obiettivi che quella classe doveva realizzare (in Sem’ja i kommunističeskoe gosudarstvo, 1920, p. 59). Oltre all’estremizzazione del concetto di ‘poliamore’, in Noi si compie la subordinazione dei concetti di maternità e famiglia agli ideali dello Stato Unico – che in Kollontaj corrispondeva alla Russia comunista: al posto di un amore ‘limitato’ alla propria prole, scriveva la Kollontaj, la madre-operaia doveva occuparsi della crescita dei figli della collettività, senza più distinzioni tra proprio e altrui (in Sem’ja i kommunističeskoe gosudarstvo, p. 22). La città dello Stato Unico rappresenta, dunque, il luogo delle leggi e degli ideali – innaturali, razionali, utopici – di quello Stato, ed è perciò delimitata da un muro di vetro che permette di scorgere, separandola, il verde mondo della natura al di fuori di essa. Infrangere il vetro vuol dire allora rinunciare all’artefatta perfezione del mondo artificiale di ‘noi’ – dove l’errore non è contemplato, ovunque domina la felicità collettiva e tutto abbonda per soddisfare le necessità materiali della società – per tornare al libero arbitrio – imperfetto, impreciso, irregolare, naturale – dell’‘io’ individuale.

Zamjatin non sembra a suo agio tra i russi in esilio a Parigi: come mai?

Nonostante Zamjatin abbandoni de facto la patria, alla base della sua partenza sono poste motivazioni non sono assimilabili a quelle dell’emigrazione russa. Nel 1929, a seguito di una campagna denigratoria che lo colpisce (assieme a Boris Pil’njak), interviene in sua difesa Maksim Gor’kij, che solo nel 1931 riesce a fargli ottenere il passaporto. Nel frattempo Zamjatin scrive a Stalin con la richiesta di partire per l’estero per un periodo limitato di tempo – un anno – perché – sostiene – gli è ormai preclusa ogni possibilità di lavorare in patria. Ottenuto in modo perfettamente legale il permesso di un anno, non trancia definitivamente i legami con la madrepatria, anche se nei fatti non rimetterà più piede in Unione Sovietica, inserendosi alla fine nella vita culturale francese – anche se spesso visto dai compatrioti dell’emigrazione con sospetto – Zamjatin è un ‘eretico’. Questo fatto certamente determina in lui una sorta di autoisolamento protettivo. Zamjatin spera sempre e comunque di ritornare in patria. Questo fatto è riportato a lettere cubitali nelle memorie di Nina Berberova, che ne Il corsivo è mio (del 1969, tradotto e pubblicato in italiano nel 1989 per i tipi di Adelphi) sottolinea quanto Zamjatin frequentasse un numero estremamente esiguo di suoi compatrioti, non ritenendosi un emigrato, anzi aspettando costantemente la prima occasione possibile per tornare in Russia – e come Berberova evidenzia, intanto soprassedeva e si acquattava in attesa di vivere in seguito in patria. Come sappiamo, le sue speranze rimarranno deluse: nel 1937 Zamjatin muore, drammaticamente povero, a Parigi, con accanto pochissimi amici.

Anticlericale, antipolitico: in cosa crede Zamjatin? E qual è il ‘genio’ della sua scrittura, la sua caratteristica?

Se, come ha scritto Zamjatin, nell’arte domina l’evoluzione, la novità di Zamjatin è proprio l’evoluzione del materiale artistico del passato attraverso una nuova personalissima forma d’espressione. Noi, infatti, è un continuo rimando, una continua citazione di opere e autori coevi e del passato. Se si prende l’edizione critica del romanzo pubblicata nel 2011 che riproduce il testo del dattiloscritto originale – che differisce in modo sostanziale dalle precedenti edizioni russe e su cui si basa la mia traduzione per Fanucci –, si possono contare ben 287 note in cui compaiono testi e autori citati dall’autore in grandissima quantità – dalle cosiddette ‘espressioni alate’ del russo a interi rimaneggiamenti di brani celebri (si pensi, su tutti, al Grande Inquisitore di Dostoevskij). L’opera di Zamjatin può essere definita un ‘metaromanzo’ il cui scopo è la rinascita della letteratura e del suo linguaggio, dove lingua e forma diventano elementi distintivi del ‘genio’ del loro autore. Più che per il contenuto distopico – certamente dirompente se letto a posteriori – sono lo stile, i procedimenti stilistici, la sapienza dell’intreccio, a lasciare letteralmente senza parole. Stile, procedimenti, intreccio che si fanno a loro volta contenuto e permettono di decodificare un sottotesto ancor più complesso di quanto si sia portati a credere. Si prenda ad esempio la figura del poeta R-13. Nella mia introduzione spiego come fonetica e skaz testopoietico permettano di definire R-13 sintesi fisico-fonetica dei poeti del passato e del presente, caricatura allo stesso tempo di Vladimir Majakovskij e di Boris Pasternak – ma anche di Velimir Chlebnikov, ad esempio. Il poeta possiede una personalità dotata d’inalienabile creatività artistica, e per questo motivo è inconciliabile con la rigidità di uno Stato Unico che non ammette la fantasia. L’Intervento Supremo, necessario a eradicare la fantasia, è incompatibile con la creatività del poeta: attraverso l’Intervento Supremo il poeta perderebbe per sempre la capacità di comporre versi artistici, e non essendo più poeta diverrebbe un essere artificiale – un automa senza creatività. Per questo motivo l’attività poetica può essere silenziata esclusivamente dalla morte fisica del poeta: R-13 muore proprio nel corso della Rivoluzione. Zamjatin crede dunque che vero motore della poesia è l’energia della rivoluzione, mentre l’entropia sociale dello Stato Unico – ossia la Russia post-rivoluzionaria – può solo uccidere il poeta. L’autore termina di scrivere Noi nel 1921 – eppure questa visione costituisce un’ulteriore, profetica, anticipazione del destino del Majakovskij poeta di stato, e in generale del destino del poeta, incompatibile con lo Stato Unico. Il poeta, infatti, incarna allo stesso tempo le figure del rivoluzionario e dell’eretico, soggetti la cui caratteristica è l’accumulo di energia e passione necessarie a una radicale evoluzione del modo di vivere e pensare. Su questo punto Zamjatin sente e sa di essere un eretico ribelle che si rifà al prototipo degli eretici ribelli: lo scienziato Robert Mayer, padre della termodinamica, da cui l’autore riprende la definizione di entropia. Proprio nel periodo della stesura di Noi Zamjatin dedica a Mayer un racconto biografico (si veda Il destino di un eretico pubblicato nel 1988 dai tipi di Sellerio) e i concetti di Mayer riecheggiano nelle parole di I-330 (la protagonista femminile del romanzo) – che parla in nome dei Mefi: “Al mondo esistono due forze – l’entropia e l’energia. Una spinge verso la pace beata, verso l’equilibrio felice; l’altra – verso la distruzione dell’equilibrio, verso il movimento tormentosamente-senza-fine. L’entropia era venerata come Dio dai nostri – o meglio – dai vostri antenati, i cristiani. Mentre noi, gli anticristiani, noi…”. D’altro canto, per Zamjatin l’arte stessa è eresia, e ogni artista in qualità di creatore deve essere un eretico – l’unica medicina capace di superare l’entropia del pensiero umano, ossia tutto il materiale del passato – incluso la stessa religione – che, cristallizzatosi nel tempo, è divenuto dogma. L’eretico, ed è questo in fondo l’anticlericalismo e l’antipolitica in – e di – Zamjatin, è colui che rappresenta la realizzazione della predestinazione dell’individuo – e in particolare dell’artista: l’eterna rivoluzione, in nome dell’evoluzione e della perfezione dell’essere umano.

A cura di Davide Brullo

Elezioni: astensionismo e voto classista

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Ottima analisi di Luigi Tedeschi, che abbiamo fatto, identica nella sostanza, anche noi di “Christus Rex” (N.d.R.). I grassetti sono nostri.

di Luigi Tedeschi

Fonte: Italicum

Qual è il risultato sostanziale delle elezioni del 4/5 ottobre? La vittoria del centrosinistra, esaltata dalla retorica mediatica era scontata, a causa della prevedibile disfatta del M5S. In realtà, è il record delle astensioni il fatto più eclatante di questa tornata elettorale. L’astensionismo ha raggiunto la percentuale del 45,31 quota mai raggiunta nella storia repubblicana. Il record negativo è stato registrato a Milano e Torino, proprio nell’ex cuore pulsante dell’industria italiana, in cui la partecipazione politica di massa era più accentuata.

La democrazia italiana, già in stato comatoso, probabilmente morirà a causa del dissanguamento del corpo elettorale. Va estinguendosi cioè la partecipazione popolare alla politica, dato la divaricazione sempre più marcata creatasi sia nella società civile che nelle istituzioni politiche tra classi dirigenti elitarie e masse di cittadini emarginate ed escluse dai centri decisionali della politica.

La politica mediatica si pone l’irrisorio problema se questo risultato elettorale possa rafforzare o indebolire il governo Draghi. Ma per Draghi è del tutto indifferente l’esito di questa competizione elettorale, dato che il suo governo non si è insediato in virtù di una maggioranza emersa dal consenso popolare. E’ nella sostanza un governo tecnico (e governo del Presidente), camuffato politicamente dal sostegno di quasi tutto il parlamento, che impone l’attuazione delle direttive europee, a prescindere dagli orientamenti politici dei partiti.

Con il governo Draghi si è imposta una cabina di regia di stampo oligarchico e tecnocratico che di fatto ha esautorato il potere legislativo del parlamento. I partiti della compagine governativa rivestono una funzione notarile, quella cioè di legittimare politicamente decisioni ed indirizzi già concordati e, nella sostanza, imposti dagli organismi della UE (vedi riforme e condizionalità del NGEU). In questo contesto, le elezioni quindi di tramutano in acclamazioni, in un assenso formale simile a quello vigente dei regimi totalitari.

Gli stessi partiti di governo hanno accettato questo ruolo subalterno, con l’intento di deresponsabilizzarsi politicamente: non vogliono cioè assumersi la paternità di leggi e riforme impopolari. A tal fine hanno investito Draghi del potere decisionale, un uomo che vanta un grande prestigio nella UE e non necessita di consensi elettorali. Draghi è pertanto quotidianamente acclamato ed esaltato dalla politica ufficiale e dal circo mediatico, al punto di invocare una sua permanenza al governo illimitata, un premierato simile alla presidenza a vita conferita a Xi Jinping in Cina. Ma è certo che i partiti di governo pagheranno assai duramente questa svolta “draghista” in termini di consenso e credibilità.

La crisi della democrazia in Occidente è da imputare proprio alla formazione dei governi di unità nazionale scaturita da stati di emergenza, ma poi divenuta governance ordinaria e permanente. Con l’unità nazionale viene meno la dialettica democratica degli schieramenti contrapposti, del necessario confronto tra maggioranza e opposizione. La tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra (ridotta ormai ad un talk show permanente), nell’unità nazionale si dissolve in un centrismo asettico conformista, privo di idee e contenuti politici, limitato alla gestione dell’esistente.

La politica si è convertita in antipolitica istituzionale. I poteri decisionali sono stati devoluti ad organismi sovranazionali: l’antipolitica ha soppiantato dal democrazia.

Quali le ragioni di questo astensionismo di massa? Esse sono molteplici. Ha certo influito l’emergenza pandemica, che ha prodotto uno stato di angoscia collettiva per la propria sopravvivenza. Si è quindi affermato un regime terapeutico, cui ha fatto riscontro una totale soggezione delle masse ai provvedimenti governativi emergenziali e alle autorità sanitarie. Si è generato un clima di accettazione acritica della politica dell’emergenza.

La pandemia ha inoltre determinato il fenomeno del riflusso nella sfera privata dell’esistenza e quindi un atteggiamento di indifferenza nei confronti di una politica divenuta estranea alle problematiche individuali.

Ma soprattutto ad incidere sulla diserzione dalle urne è stata la delusione derivante dal tradimento delle aspettative di cambiamento che il popolo italiano aveva riposto nel M5S, che, grazie al successo elettorale nelle elezioni politiche del 2018, era diventato partito di maggioranza relativa.

Il M5S, che formò con la Lega il governo gialloverde Conte 1, rappresentava il superamento della dicotomia destra / sinistra, adottò un atteggiamento critico verso la UE in difesa della sovranità nazionale, istituì il reddito di cittadinanza e approvò in tema previdenziale quota 100 (un parziale superamento della legge Fornero). Ma poi, sia il M5S che la Lega vennero meno alle promesse di cambiamento. Il M5S diede vita al governo giallorosso con il PD (aveva giurato “mai col PD”) e insieme alla Lega ha aderito al governo Draghi.

L’astensionismo di massa è quindi interpretabile come la manifestazione di netto dissenso verso la classe politica nella sua generalità, specie nei confronti di quei partiti che hanno tradito le istanze di cambiamento sistemico emerse dalla società civile. E’ stato ripetutamente affermato che il successo del PD sia frutto di una scelta dell’elettorato per i partiti tradizionali, in quanto “usato sicuro”, preferibile al velleitarismo confuso dei partiti populisti del cambiamento. Ma l’astensionismo dilagante dimostra invece che il PD, unitamente ai partiti ascari di Draghi, rappresentano invece un “usato da destinare allo smaltimento dei rifiuti urbani”. Infatti sia il centrodestra che il centrosinistra non sono riusciti a riconquistare le periferie.

L’astensione non è affatto un sintomo di qualunquismo e / o indifferenza, ma semmai della impotenza della politica a contrastare un modello neoliberista, la cui governance è appannaggio di una classe dominante finanziaria – tecnocratica, che ha determinato la destrutturazione delle istituzioni democratiche.

Non esiste oggi un partito anti – Draghi. Non esiste dunque una opposizione credibile e rappresentativa delle masse emarginate. Il popolo subisce gli effetti devastanti di un incombente processo di ristrutturazione del capitalismo, quale si rivela essere la quarta rivoluzione industriale. Si moltiplicano le crisi industriali, aumentano le diseguaglianze sociali e la disoccupazione. E non sarà certo Draghi ad affrontare questo dissesto sociale ed economico accentuatosi con la pandemia, dal momento che egli stesso ha dichiarato come non sia opportuno sostenere imprese non adeguate alla innovazione e alla competitività del mercato, vale a dire la piccola e media impresa.

Questa tornata elettorale ha evidenziato la stratificazione classista di questa società. Infatti, mentre la percentuale dei votanti è risultata elevata nelle aree residenziali delle classi più elevate, l’astensionismo è stato invece dilagante nelle periferie. Sono state le classi dominanti a determinare il successo del PD, quale  sostenitore talebano di Draghi, premier di un governo di esperti, liberali e convinti europeisti, soprattutto in avversione al populismo sovranista diffuso tra le classi popolari. Il PD è il partito della sinistra classista. Ma il suo classismo è capovolto, in favore delle elite. Le classi dominanti progressiste e liberiste, ostentano uno sdegnoso disprezzo, un quasi – razzismo nei confronti delle classi subalterne. Sostengono Draghi perché privo di una linea politica: sono infatti i meccanismi finanziari della UE e del libero mercato globale a determinare gli orientamenti della politica.

La borghesia che conta non ha partiti di riferimento, le sue scelte consistono nell’adeguamento dei propri interessi all’andamento della politica corrente. Non a caso, la Milano – bene, che per un ventennio circa aveva sostenuto Forza Italia, ha trasferito i suoi voti in massa in area PD. Tra l’altro, nelle stesse zone, anche Scelta Civica di Mario Monti aveva trionfato.

La nuova borghesia ha fatto propria l’ideologia neoliberista della global class, da cui tuttavia, presto o tardi sarà fagocitata e proletarizzata.

In realtà, nel sistema liberaldemocratico attuale, i voti non hanno soltanto una valenza numerica, ma hanno anche un peso politico differenziato. Tutti i voti rappresentativi di interessi consolidati nella società vengono ritenuti meritevoli di tutela politica e, oltre ad essere rappresentati nei parlamenti e nei governi, hanno il potere si influenzare l’indirizzo politico dei governi. Al contrario, i voti delle classi inferiori, non sono rappresentativi di interessi dotati di valenza politica. Anzi, il popolo necessita invece di tutele sociali e politiche occupazionali e assistenziali. Pertanto, alle esigenze delle classi popolari non è riservata una adeguata rappresentanza politica.

Gli stessi partiti, al di là delle percentuali di consenso popolare, hanno un peso specifico diverso. Solo quei partiti che rappresentano gli interessi delle classi dominanti nella società civile sono in grado di incidere nel governo del paese. Al contrario, qualsiasi partito populista, dinanzi ai rapporti di forza consolidati nella società civile, è totalmente disarmato, quand’anche esso disponga della maggioranza dei consensi elettorali.

Del resto, sono oggi i mercati a legittimare e orientare la linea politica dei governi abrogando, nei fatti, la democrazia e la sovranità popolare. Infatti, il commissario UE Oettinger, giudicando l’operato del governo gialloverde non compatibile con le direttive europee, ebbe ad affermare: “I mercati insegneranno agli italiani a votare in modo giusto”. La liberaldemocrazia è tornata alle proprie origini: nei fatti si sta tornando alla democrazia censitaria del secolo XIX°. Un sistema elitario cioè in cui il voto è divenuto un privilegio riservato alle classi abbienti e non un diritto politico universale ed indisponibile come nelle democrazie moderne.

Questa esplosione assenteista è l’espressione di una presa di coscienza generale delle masse della irrilevanza politica delle classi subalterne e quindi del voto popolare.         

Un anniversario da non dimenticare: il martirio di Marcantonio Bragadin (1571-2021)

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Nel corso della catechesi del Circolo Christus Rex del primo mercoledì del mese, l’Ing. raffaele Amato ha tenuto una bellissima relazione sull’attualità della battaglia di Lepanto, soffermandosi particolarmente sulla figura ed il martirio di Marcantonio Bragadin, che rifiutò di apostatare dalla fede cattolica. Un esempio ed un monito importante per tutti i cattolici. (n.d.r.)

Segnalazione Corrispondenza Romana

di Roberto De Mattei

Vi sono molti personaggi storici che attendono di essere elevati agli altari, perché uccisi in odio alla fede e alla Civiltà cristiana: Simone di Montfort (1170-1218), vittima degli eretici Albigesi; la regina di Scozia Maria Stuart, fatta uccidere nel 1587 da Elisabetta I Tudor; i Reali di Francia Luigi XVI e Maria Antonietta, ghigliottinati nel 1793 dai giacobini e, non ultimo, Marcantonio Bragadin, l’eroico difensore di Famagosta scorticato vivo dai Turchi nel 1571. Quest’anno, è il 450° anniversario della vittoria di Lepanto, ma anche del sacrificio di Marcantonio Bragadin. La tragica morte del patrizio veneziano è stata tramandata alla storia da un testimone oculare, Nestore Martinengo (1547- 1598), che nel 1572 presentò al governo della Repubblica di Venezia una celebre relazione su L’assedio et la presa di Famagosta. Chi poi volesse inquadrare questo evento nel suo contesto religioso e politico, potrà approfondirlo nel libro da me dedicato a Pio V. Storia di un Papa santo, pubblicato quest’anno dall’editore Lindau.

Tutto iniziò la notte tra il 13 e il 14 settembre 1569, quando un tremendo boato scosse Venezia. Era saltato in aria il gigantesco deposito di munizioni dell’arsenale. Il Senato della Repubblica ne attribuì la responsabilità a dei sabotatori assoldati da Josef Nassì, un ricco ebreo di origine portoghese, nemico giurato della Repubblica di Venezia, che viveva a Costantinopoli e spingeva il sultano Selim II alla conquista di tutte le isole dell’Egeo.

Selim II (1524-1574), che era succeduto al padre Solimano il Magnifico come capo dell’Impero Ottomano, decise di rompere la pace conclusa nel 1540 con Venezia, rivendicando presunti diritti sull’isola di Cipro, una colonia veneziana che rivestiva grande importanza strategica e costituiva, con Malta, l’unica enclave cristiana in un mare dominato dai Turchi.

Le autorità della Repubblica di Venezia si trovarono di fronte a un dilemma: abbandonare l’isola di Cipro, oppure sfidare la potenza ottomana, rinunciando alla politica di conciliazione verso i Turchi, tenuta dalla “Serenissima” negli ultimi decenni. Il 28 marzo 1570 Selim inviò a Venezia un suo ambasciatore per consegnare un ultimatum: cedere l’isola di Cipro o subire la guerra. Il colloquio tra l’inviato turco e il doge Pietro Loredan durò pochi minuti. “La Repubblica difenderà sé stessa fidando nell’aiuto di Dio e nella forza delle sue armi”, dichiarò il vecchio doge. Il lunedì di Pasqua nella basilica di San Marco venne consegnato lo stendardo di combattimento al “capitano general da mar” della flotta della Serenissima, Girolamo Zane. Venezia si preparava alla guerra.

Il Papa Pio V (1566-1572), che regnava da quattro anni, si rallegrò della notizia: la guerra sarebbe stata una grande occasione per realizzare l’obiettivo che si era posto fin dall’inizio del suo pontificato: la costituzione di una “Santa Lega” dei principi cristiani contro il nemico secolare della fede cattolica. Egli era convinto che ciò che era in gioco non era solo l’interesse di Venezia, ma quello dell’intera Cristianità.

Intanto, il 3 luglio 1570 le truppe di Lala Mustafà Pascià (1500 circa-1580), inviate da Selim II, sbarcarono a Cipro e posero l’assedio a Nicosia, capitale dell’isola. La guarnigione veneta schierava 6000 uomini contro oltre 100.000 ottomani, muniti di 1.500 cannoni e appoggiati da circa 150 navi, che bloccavano l’afflusso di rifornimenti e rinforzi. Nonostante l’accanita difesa. Nicosia cadde dopo un assedio di due mesi, la guarnigione fu massacrata, più di duemila abitanti catturati e venduti come schiavi. Sotto il controllo dei veneziani rimaneva però Famagosta, la principale piazzaforte dell’isola.

I Turchi inviarono ai difensori di Famagosta la testa mozzata del governatore di Nicosia Niccolò Dandolo, per ammonirli ad arrendersi, ma i veneziani, guidati dal governatore civile Marcantonio Bragadin e dal comandante militare Astorre Baglioni (1526-1571), erano decisi a resistere a oltranza.

Nel gennaio 1571, l’audace comandante veneziano Marco Querini, partendo da Creta forzò il blocco turco con sedici delle sue galee, portò via da Famagosta i civili e rinforzò la piccola guarnigione con munizioni, viveri e 1600 uomini.  Bragadin e Baglioni riuscirono a resistere per tutto l’inverno, grazie all’ottimo sistema fortificato della città e alle incursioni a sorpresa che effettuavano al di fuori delle mura nell’accampamento degli assedianti. I Veneziani avvelenarono anche i pozzi di acqua esterni e fecero credere di aver fatto evacuare la città, spingendo il nemico ad avvicinarsi senza precauzioni e infliggendogli perdite ingentissime

A primavera gli attacchi dei Turchi si rinnovarono con sempre maggior furore, mentre Pio V era riuscito a costituire la sua Santa Lega, con la partecipazione dello Stato Pontificio, della Spagna e della Repubblica di Venezia.

Bragadin contava ormai solo sull’arrivo dei soccorsi cristiano, ma Mustafà che temeva un’altra disastrosa sconfitta, dopo quella subita a Malta cinque anni prima, chiese ulteriori rinforzi e il suo esercito raggiunse le 250.000 unità, contro poco più di 2000 combattenti veneziani. Dopo undici mesi di eroica resistenza, i continui bombardamenti e la fine dei viveri e delle munizioni, costrinsero Bragadin, il 1 agosto 1571, a decretare la resa di Famagosta.

Lalà Mustafà aveva promesso, con un documento firmato, di permettere ai superstiti di lasciare l’isola, imbarcandosi sulle loro navi, “a tocco di tamburo, con le insegne spiegate, artiglieria, arme et bagaglio, moglie e figli”, ma si macchiò di un infame tradimento. Il 2 agosto Bragadin, accompagnato da Astorre Baglioni si presentò alla tenda di Lalà Mustafà per consegnargli le chiavi della città, ma i due comandanti veneziani furono coperti di insulti e arrestati. Astorre Baglioni e gli altri rappresentanti della delegazione veneziana vennero decapitati seduta stante, mentre una sorte ben peggiore aspettava Bragadin a cui vennero mozzate le orecchie e il naso e fu rinchiuso per dodici giorni in una gabbia sotto il sole cocente, con pochissima acqua e cibo. Al quarto giorno i turchi gli proposero la libertà se si fosse convertito all’Islam, ma Bragadin rifiutò sdegnosamente.

Il 17 agosto il comandante veneziano fu appeso all’albero della propria nave e massacrato con oltre cento frustate, quindi costretto a portare in spalla per le strade di Famagosta una grande cesta piena di pietre e sabbia, finché non ebbe un collasso. Fu quindi riportato sulla piazza principale della città incatenato a una colonna e qui un rinnegato genovese infisse il coltello sulla spalla sinistra e iniziò a scuoiarlo vivo. Il comandante veneziano sopportò il martirio con eroico coraggio, continuando a recitare il Miserere e ad invocare il nome di Cristo finché, dopo che gli ebbero scorticato il busto e le braccia, urlò: “In manus tuas Domine commendo spirituum meum” e spirò Erano le 15 del 17 agosto 1571. Il corpo di Bragadin fu quindi squartato, e la sua pelle, imbottita di paglia e cotone, e rivestita degli abiti e delle insegne del comando, fu portata in macabro corteo per le vie di Famagosta, e poi appesa all’antenna d’una galea, che la portò a Istanbul come trofeo, insieme con le teste dei capi cristiani.

La risposta cristiana all’eccidio di Famagosta avvenne il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto, dove la flotta turca venne annientata. La pelle di Marcantonio Bragadin, sottratta nel 1580 all’Arsenale di Istanbul, fu portata a Venezia e viene venerata come una reliquia nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, nel retro del monumento dell’eroe veneziano. Marcantonio Bragadin meriterebbe di figurare tra i Beati del V Cielo del Paradiso, descritti da Dante nella Divina Commedia, e di essere ricordato accanto ai grandi combattenti per la fede degli ultimi secoli, dai Vandeani ai Cristeros. Un giorno, forse, la Chiesa lo canonizzerà come martire.

Fonte: https://scholapalatina.lt.acemlna.com/Prod/link-tracker?redirectUrl=aHR0cHMlM0ElMkYlMkZ3d3cuY29ycmlzcG9uZGVuemFyb21hbmEuaXQlMkZ1bi1hbm5pdmVyc2FyaW8tZGEtbm9uLWRpbWVudGljYXJlLWlsLW1hcnRpcmlvLWRpLW1hcmNhbnRvbmlvLWJyYWdhZGluLTE1NzEtMjAyMSUyRg==&sig=5gF1nTCxMt847RYZANex9AXk7uLjUhg6DD1MSgvMjj6b&iat=1633554930&a=650260475&account=scholapalatina%2Eactivehosted%2Ecom&email=WGByPjZY3AMGHbnlPw2cQTpxdzkQNl9LgdxZ9pnzLRY%3D&s=7fe708e192b517c76cb9155f667678b1&i=582A617A15A5906

Ennesima follia BLM: “Abbattete le statue di Cristo bianco. E’ simbolo della supremazia “

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Segnalazione M.T.

di Pietro Sighel

Sembra si alimenti sempre di più l’odio scellerato della sinistra americana e dei Black Lives Matter verso le statue occidentali.

Il gruppo che si potrebbe definire anti monumentalista, si è da tempo prefissato l’obiettivo di distruggere qualunque monumento che rappresenti l’occidente. Per loro, l’occidente è simbolo di rovina e di distruzione.

Nel mirino dell’associazione anti razzista questa volta è finito nientemeno che l’onnipotente. Cristo.

Secondo costoro, ed in particolare a parere dell’attivista scrittore Shaun King, tutte le statue di Cristo bianco dovranno essere distrutte.

Gesù, da ora in poi, in America dovrà essere solamente nero. King si è scagliato contro le statue su Twitter.

Lo scrittore ha infatti specificato  quanto sia acclarato che il figlio di Dio avesse la pelle olivastra e l’aspetto da meridionale. La sua raffigurazione da uomo occidentale sarebbe infatti solamente una forma di supremazia bianca.

Penso che anche le statue del cristo raffigurato come un europeo bianco dovrebbero essere buttate giù, sono una forma di supremazia bianca- scrive nel tweet lo scrittore- Nella Bibbia quando la famiglia di Gesù voleva nascondersi e mimetizzarsi, indovinate dove sono andati? In Egitto e non in Danimarca. Abbatteteli”.

Naturalmente da tutti gli Stati Uniti sono piovute critiche e condanne di queste frasi che fanno riflettere quanto in là si sia spinto l’accanimento verso qualunque cosa sia occidentale e non nera.

(SP)

Fonte: https://www.lavocedeltrentino.it/2021/10/06/ennesima-follia-blm-abbattete-le-statue-di-cristo-bianco-e-simbolo-della-supremazia/

La nuova frontiera del giornalismo d’inchiesta

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https://www.camerepenali.it/cat/11145/la_nuova_frontiera_del_giornalismo_dinchiesta.html

Pubblichiamo il documento dell’Osservatorio sull’Informazione Giudiziaria, Media e processo penale.

Venerdì scorso il programma Piazza Pulita ha dato voce e spazio alla rivista on line Fanpage.it mandando in onda un filmato girato con una telecamera nascosta da un giornalista che per tre anni si è finto un uomo d’affari a cui interessava finanziare un gruppo politico italiano al fine di ottenere vantaggi per il proprio business e ha iniziato a frequentare personaggi della destra milanese.

Tale divulgazione pare abbia suggerito, ieri, l’apertura di un fascicolo di indagine con le ipotesi provvisorie di condotte di finanziamento illecito ai partiti, riciclaggio e apologia di fascismo.

Non ci interessa entrare nel merito, né tornare a parlare dell’uso strumentale delle indagini giudiziarie per contrastare quello o quell’altro avversario politico e neppure, una volta tanto, di populismo giudiziario.

Il tema, o meglio dire, il fenomeno che ci interessa è questa nuova forma di “giornalismo d’inchiesta”.

Mentre il Parlamento è impegnato nella ‘traduzione’ legislativa della Direttiva Europea in materia di presunzione d’innocenza, ove centrale è il tema affrontato in relazione alle ricadute anche sul versante mediatico, lo ‘strepitus’ connesso al risalto offerto dalla stampa ad una vicenda dai connotati ‘penalmente’ rilevanti trova infatti un’ulteriore modalità espressiva.

In questo caso non si assiste più alla ‘ricerca’ di informazioni correlate alla vicenda sottostante un’indagine giudiziaria in corso o alle solite, impunite violazioni del segreto istruttorio.

Questa volta siamo al cospetto di un reporter che, dissimulando il proprio status personale, stimola proposizioni e comportamenti penalmente rilevanti, sino a determinare il momento genetico della notitia criminis, all’esito della pubblicazione del reportage.

Il percorso ‘informativo’ subisce così una drammatica inversione ad U nel suo ‘fisiologico’ sviluppo informando il cittadino con la notizia di un fatto innescato e non con l’approfondimento di un fatto già accaduto.

Questo non è giornalismo di inchiesta così come lo si vuol definire.

È piuttosto il frutto di una vera e propria attività investigativa, sottratta a qualunque forma di controllo dell’Autorità Giudiziaria ed alle regole che presidiano la genesi e lo sviluppo delle vicende processuali.

Siamo giunti ad un crocevia estremamente pericoloso, nel quale le persone sono offerte in pasto all’opinione pubblica sulla base di informazioni raccolte nel corso di una vera e propria ‘indagine privata’, che addirittura precede e ‘genera’ la vicenda procedimentale propriamente intesa.

Un’indagine che non conosce termini da osservare, autorizzazioni da chiedere, contraddittori da rispettare, che si avvale dei mezzi più invasivi della privacy, di intercettazioni ambientali, telecamere nascoste e agenti provocatori, i cui risultati vengono divulgati senza alcun controllo.

Altro che direttive sulle conferenze stampa, garanzie e presunzione di innocenza.

La domanda sorge spontanea: si tratta di un’attività lecita?

Il primo precetto che appare violato è quello di cui all’art. 494 c.p. (sostituzione di persona), poi, dietro fila, entrano in gioco l’art 167 Codice Privacy (trattamento illecito dei dati tramite diffusione delle conversazioni, l’art. 615-bis c.p. (interferenze illecite nella vita privata, l’art. 617-septies c.p. (diffusione di riprese e registrazioni fraudolente).

Dunque, la punibilità per la violazione di quest’ultima norma è espressamente esclusa (scriminata) allorquando la diffusione si commetta per l’esercizio del diritto di difesa o di cronaca.

Nel parametrare la scriminante del diritto di cronaca al reato di sostituzione di persona, la Corte di Cassazione in un primo momento ha avuto modo di affermare che il giornalista non può realizzare un inganno tale da sostituirsi ad altra persona per carpire informazioni alla fonte, nè, in generale, deve ritenersi che egli possa commettere reati strumentali, prodromici e funzionali alla acquisizione della notizia, sia pur di interesse pubblico, contando sull’effetto “salvifico” della scriminante dell’esercizio del diritto ad informare.

Per poi affermare di recente come “l’interpretazione convenzionalmente orientata della causa di giustificazione dell’esercizio di un diritto alla luce dell’art. 10 della convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali impone di ritenere configurabile la scriminante del diritto di cronaca non soltanto in relazione ai reati commessi con la pubblicazione della notizia, ma anche con riguardo ad eventuali reati compiuti al fine di procacciarsi la notizia medesima, salva la valutazione della violazione o meno degli eventuali limiti estrinseci del diritto.”

In altre parole, spetterebbe al giudice valutare nel merito il bilanciamento tra gli interessi in gioco e verificare se la pubblicazione della notizia abbia apportato un contributo ad un dibattito pubblico su un tema di interesse generale e se nelle circostanze del caso concreto l’interesse ad informare la collettività prevalga “sui doveri e sulle responsabilità ” che gravano sui giornalisti.

Siamo dunque al cospetto di una nuova pericolosa frontiera del processo mediatico, che non possiamo non segnalare, perché essa è posta oltre confine ed è in grado di oltrepassare qualsiasi limite, tra quelli finora ipotizzati dal legislatore, al fine di salvaguardare il principio della presunzione di innocenza.

Se non si porranno sanzioni effettive alla violazione del segreto istruttorio e limiti alle interpretazioni estensive delle norme sovranazionali in contrasto con la nostra costituzione (come del resto è accaduto in tema di mafia e di prescrizione), il “giornalismo d’inchiesta” si sostituirà alla magistratura inquirente, con l’unico impellente target di raggiungere lo scoop, senza trovare alcun freno inibitore, neppure le sanzioni penali.

Oggi è successo ad un partito politico, domani potrà accadere ad altri schieramenti, ed ancor peggio, a qualsiasi cittadino, al di là della personale visibilità o notorietà.

Sarà sufficiente che il caso che si vorrà scoprire o creare sia idoneo a promuovere un dibattito pubblico che, come al solito, assumerà più importanza di un eventuale, successivo procedimento penale.

Roma, 7 ottobre 2021

L’Osservatorio sull’informazione giudiziaria

La Costituzione sopra la legge UE: la decisione della Corte Costituzionale di Varsavia definisce nuovi limiti legali per la UE

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Colpo di scena da Varsavia. La Corte Costituzionale polacca ha stabilito che la costituzione del paese ha la precedenza su alcune leggi dell’UE.

Lo sforzo della Corte di giustizia dell’Unione europea di interferire nel sistema giudiziario polacco viola il principio dello stato di diritto, il principio del primato della costituzione polacca nonché il principio del mantenimento della sovranità nel processo di integrazione europea ”, ha stabilito il tribunale. Questo porta lo scontro fra la Polonia e la commissione a un livello superiore, perché contesta l’applicabilità delle leggi di Bruxelles nel Paese, e dato che, per ora, la Commissione non ha una forza armata per applicarle, si rischia di arrivare a uno stallo.

Come riporta DW, la corte ha esaminato specificamente la compatibilità delle disposizioni dei trattati dell’UE, che vengono utilizzate dalla Commissione europea per giustificare l’opinione in merito allo stato di diritto negli Stati membri, con la costituzione polacca.

Una sentenza della Corte di giustizia europea di marzo ha affermato che l’UE può obbligare gli Stati membri a ignorare alcune disposizioni del diritto nazionale, compreso il diritto costituzionale. La Corte di giustizia europea afferma che la procedura recentemente implementata dalla Polonia per la nomina dei membri della sua Corte suprema costituisce una violazione del diritto dell’UE. La sentenza della Corte di giustizia europea potrebbe potenzialmente costringere la Polonia ad abrogare parti di una controversa riforma giudiziaria legata alla nomina dell’equivalente del CSM. Con la propria  decisione la Corte Costituzionale polacca viene a disapplicare, a sua volta, la decisione della Corte di Giustizia. Ricordiamo che il concetto di applicazione della “Rule of law”, fortemente voluto dal centro sinistra nel parlamento europeo, viene a imporre una serie di regole, teoricamente basate sul diritto europeo, che sono indigeste a paesi tradizionalisti come la Polonia,

Il partito di governo PiS ha accolto positivamente la decisione, che fornisce un ulteriore strumento a suo favore, e sicuramente lo utilizzerà a fini politici. “Il primato del diritto costituzionale su altre fonti di diritto deriva direttamente dalla Costituzione della Repubblica di Polonia”, ha scritto su Twitter il portavoce del governo PiS Piotr Muller dopo la decisione della corte. “Oggi (ancora una volta) questo è stato chiaramente confermato dalla Corte Costituzionale”.

Nello stesso tempo Varsavia è il maggio percettore di fondi europei dal 2004, percettore netto, mica come l’Italia che paga più di quanto riceva. Quindi la Commissione ha un forte strumento di pressione verso Varsavia. Nello stesso tempo però Berlino ha delocalizzato nel vicino una parte consistente delle proprie produzioni industriali più scomode e non può permettersi uno scontro economico permanente senza delle ricadute negativa. la Polonia è un importante membro della Nato che poi confida direttamente sull’aiuto di Washington nei confronti dei vicini russi e bielorussi. Si è aperta una partita molto complessa. La Commissione per ora si riserva di studiare la sentenza prima di reagire, ma reagirà, e il rischio è di giungere al Polexit, all’uscita della Polonia dalla UE

Ora un  semplice pensiero: alla fine Bruxelles può solo ricattare con i soldi Varsavia per contrastare questa sentenza. Però nei confronti dell’Italia, datore, netto, cosa potrebbe fare, nel caso di una sentenza sulla superiorità del diritto italiano su quello europeo? Niente, perché noi paghiamo più di quanto prendiamo…

Fonte: https://scenarieconomici.it/la-costituzione-sopra-la-legge-ue-la-decisione-della-corte-costituzionale-di-varsavia-definisce-nuovi-limiti-legali-per-la-ue/

 

 

La Polonia aumenta i tassi di interesse per limitare l’inflazione (dopo l’acquisto di tanto oro)

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Una vera sorpresa è arrivata dalla Polonia, la cui banche centrali ha inaspettatamente aumentato i tassi di interesse di 40 punti base, cedendo alle pressioni per una lotta all’aumento dell’inflazione che ha già spinto le vicine Ungheria e Repubblica Ceca ad iniziare a inasprire la politica monetaria. Nessuno dei 29 economisti intervistati da Bloomberg aveva previsto l’aumento che ha spinto il tasso di riferimento allo 0,5%, a fronte di un’inflazione al 5,8%.

Ecco l’andamento dell’inflazione polacca:

Il primo aumento della Polonia dal 2012 è arrivato il giorno dopo che il governatore della banca centrale Adam Glapinski aveva segnalato la disponibilità dei decisori ad aumentare i tassi, anche se non aveva parlato dell’imminenza di questa decisione.  Arriva anche un giorno dopo che il banchiere centrale ha affermato che la Polonia avrebbe cercato di acquistare 100 tonnellate di oro nel 2022.

Uno sguardo più attento alla dichiarazione rivela che la decisione sembra essere stata un po’ caotica e mentre affermava che era stata motivata dal tentativo di ridurre l’inflazione al suo obiettivo nel medio termine, la dichiarazione non specifica inoltre se si tratti di una decisione una tantum o del primo passo di un’inversione di tendenza di lungo periodo.

A differenza della Fed, almeno la Polonia ha avuto il coraggio per l’inflazione che sembra non essere più transitoria, e invece “potrebbe rimanere elevata più a lungo del previsto”.

“Tra una probabile ulteriore ripresa economica e condizioni favorevoli del mercato del lavoro, l’inflazione potrebbe rimanere elevata più a lungo del previsto”

“Anche se l’impatto di alcuni fattori dell’offerta attualmente in aumento dell’inflazione diminuirà l’anno prossimo, l’aumento dei prezzi globali sia dell’energia che delle materie prime agricole osservato negli ultimi mesi potrebbe ancora aumentare la crescita dei prezzi nei prossimi trimestri”. nello stesso tempo la crescita sembra essere sufficiente a mantenere una crescita sostenuta nonostante il ritocco dei tassi, come si può vedere.

Anche la disoccupazione permette una visione positiva della situazione:

Bloomberg osserva che la dichiarazione ha anche omesso una frase che diceva che la banca centrale continuerà il suo programma di acquisto di obbligazioni. Quindi il QE polacco, a favore del governo, non si interromperà troppo presto, come quello della BCE.

Fonte: https://scenarieconomici.it/la-polonia-aumenta-i-tassi-di-interesse-per-limitare-linflazione-dopo-lacquisto-di-tanto-oro/?utm_medium=push&utm_source=onesignal&utm_campaign=push_scenarieconomici

 

USA: gli stati più vaccinati sono quelli con più casi di covid…

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Il Vermont, lo stato con il più alto tasso di vaccinazione negli Stati Uniti, sta vivendo un’impennata di casi di covid a livelli mai visti dal picco della pandemia lo scorso inverno. Lo Stato ha un tasso di vaccinazioni record: 89% dei maggiorenni, 99% degli over 65% teoricamente immunizzati. Però non basta: lo stato ha anche avuto i due giorni con maggior mortalità proprio nel mese di settembre. Però il vaccino non doveva proteggere dai casi di covid grave?

Naturalmente questo sta creando una grande frustrazione fra burocrati dello Stato che si trovano a fronteggiare un’esplosione di casi e di ricoveri che, almeno in teoria, non sarebbe dovuta succedere. Lo stato ha registrato il più alto tasso di ricoveri ogni 100.000 residenti il ​​30 settembre, superando il record stabilito il 31 gennaio dello scorso anno. Il record di morti, otto, è stato raggiunto il 13 settembre. I casi sono del 69% più alti che nella mite Florida, dove i vaccinati sono molti, ma molti di meno.

Alla fine di agosto, quattro dei dieci casi di COVID-19 nel Vermont erano tra le persone vaccinate, secondo una lettera firmata da 90 dipendenti del Dipartimento della salute del Vermont, tra cui l’epidemiologo statale Patsy Kelso.

Il governatore Phil Scott (R) ha revocato lo stato di emergenza nel Vermont a giugno, quando l’80% della popolazione aveva ricevuto almeno un’iniezione del vaccino. Da allora ha indicato che è cauto nel reintrodurre lo stato di emergenza. “Non possiamo essere in uno stato di emergenza perenne”,

Il caso del Vermont non è il solo. Il capo di UMass Memorial Health, il più grande sistema sanitario nel Massachusetts centrale, ha affermato di recente che gli ospedali regionali hanno visto quasi 20 volte più pazienti COVID-19 rispetto a giugno e non c’è un letto di terapia intensiva da vendere. Il Massachusetts ha il quinto tasso di vaccinazione più alto della nazione.

Nel Connecticut, il secondo stato più vaccinato degli Stati Uniti, il legislatore ha recentemente esteso i poteri di emergenza del governatore per fronteggiare la pandemia.

Il 22 settembre, il Maine, il terzo stato degli Stati Uniti più vaccinato, aveva quasi 90 persone in unità di terapia intensiva, un picco di pandemia per lo stato.

Non è che, più che le vaccinazioni, possano le condizioni climatiche? Così, un vago suggerimento per il dotto Fauci. Altrimenti non si spiegherebbero la differenze fra stati del New England, estremamente ligi nella vaccinazioni, e quelli del Sud, molto più pigri…

Fonte: https://scenarieconomici.it/usa-gli-stati-piu-vaccinati-sono-quelli-con-piu-casi-di-covid/

 

L’alba di un nuovo Medio Oriente

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Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

di Salvo Ardizzone

Il radicale ribaltamento della situazione in Medio Oriente, già in corso da tempo e reso più celere dall’accordo sul nucleare iraniano, ha subito una nuova brusca accelerazione con la scesa in campo della Russia. Per comprendere la portata di eventi destinati a ridisegnare tutta l’area, ed avere ripercussioni globali, occorre fare un passo indietro alle radici degli equilibri di forza che hanno cristallizzato per un tempo lunghissimo quel quadrante a beneficio, più che di Stati, di centri di potere che ne hanno tratto utili immensi.

Il legame stretto che ha unito le enormi riserve energetiche del Golfo alle Major Usa del petrolio, ha determinato un interesse primario delle Amministrazioni che si sono succedute a Washington a tutelare quei petrostati, e più d’ogni altro l’Arabia Saudita. Un legame antico, reso “speciale” dai colossali interessi che ha coinvolto, creatosi oltre sessant’anni fa.

Allora, dopo aver espulso la tradizionale influenza inglese, tutta l’area era sotto il controllo Usa, che con un colpo di Stato, nel ’53, si erano liberati dallo scomodo primo ministro iraniano Mossadeq, reinsediando Reza Pahalavi e facendone il proprio gendarme nel Golfo.

Sembrava una situazione destinata a durare in eterno, ma la Rivoluzione Islamica del ’79 segnò la rottura di quegli equilibri consolidati, segnando la nascita di un forte polo di resistenza all’imperialismo Usa e di contrapposizione alla corrotta dinastia saudita.

Aggressioni in Medio Oriente

Gli eventi che nei decenni successivi si sono succeduti (l’aggressione dell’Iraq all’Iran, la prima e la seconda guerra del Golfo solo per rimanere ai più eclatanti), sono tutti figli del tentativo di mantenere l’assoggettamento dell’area da parte di Washington e Riyadh, eliminando l’unico vero ostacolo, appunto la Rivoluzione Islamica. E quando tutti sono falliti, si è pensato di colpirla con le sanzioni, per indebolirla e isolarla.

Ma la Storia non rimane ferma e le situazioni maturano: l’Amministrazione Obama, portatrice di interessi diversi da quelli dei centri di potere che sostenevano le precedenti, s’è mostrata assai meno incline ad assecondare Riyadh e le lobby ad essa legate. Per il Presidente americano il Medio Oriente era un pantano da cui gli Usa avevano ben poco da guadagnare e già nella campagna elettorale del 2007 si era dato l’obiettivo di districarsi da Iraq e Afghanistan.

Era ed è più che mai convinto che le sorti di potenza globale per gli Usa si decidano nel Pacifico, nella contrapposizione con la Cina. Praticamente una bestemmia per Riyadh, che ha visto nel progressivo allontanamento di Washington e nell’attenuarsi del suo ombrello protettivo un pericolo mortale, in questo pienamente accomunata da Tel Aviv.

Di qui le contromisure: scalzare Governi scomodi o comunque non allineati sostituendoli con altri manovrabili e spezzare quell’area di naturale collaborazione che si stava consolidando dall’Iran al Libano, attraverso Iraq e Siria. Ecco nascere il fenomeno delle “Primavere”, subito cavalcate e indirizzate; di qui il fiorire di conflitti per procura in quelle aree, sia per destabilizzare Stati considerati ostili o comunque non “amici”, che per suscitare zone di crisi in cui invischiare gli Usa impedendone il disimpegno.

Avvento delle Primavere

Ma le cose non sono andate così; dopo anni durissimi (ormai sta scorrendo il quinto), malgrado tutti gli sforzi per sviarla, la Storia ha continuato la sua strada. A parte il destino delle “Primavere”, che meritano un discorso tutto a parte, gli Stati sotto attacco non sono affatto caduti. Inoltre, presa in un pantano irrisolvibile e con in testa altre priorità, l’Amministrazione di Washington s’è mostrata sempre più svogliata nel sostenere il gioco via via più pesante dei suoi storici “alleati” locali: Arabia Saudita, appunto, ma anche Israele.

Quest’ultimo, con cieca arroganza e totale ottusità politica, non ha mancato occasione per scontrarsi con Obama (che, gli piacesse o no, era alla guida del suo tradizionale protettore d’oltre Atlantico) e compattare i suoi nemici, moltiplicando le provocazioni, le aggressioni, i crimini. Un insperato e stupefacente capolavoro politico per i suoi avversari.

È in questo clima che è maturato e ha preso il via l’accordo sul nucleare iraniano, evento di rilevanza storica perché infrange il muro dietro cui si voleva isolare Teheran, e per questo fino all’ultimo avversato invano da sauditi e israeliani.

L’accordo fortemente voluto da Washington non deve stupire. In esso non c’è nessuna resipiscenza per 40 anni di aggressioni ed ingiustizie, quanto il calcolo che l’Iran è indispensabile per la stabilizzazione del Medio Oriente, evitando il completo ed irreversibile collasso delle aree di crisi, come auspicato dagli “alleati” (Turchia, Arabia Saudita ed Israele), che le hanno create per spartirsene le spoglie. Nell’ottica dell’Amministrazione Obama, rinunciato ad un’egemonia Usa sulla regione (ormai impossibile), voleva però impedire che un’unica altra potenza la controlli.

Il disegno Usa in Medio Oriente

Da questo disegno discende tutta l’ambiguità e la contraddizione dell’operato Usa, soprattutto nei confronti dell’Isis, creato a tavolino per destabilizzare l’area e poi ingigantitosi e sfuggito al controllo. Washington sa bene che, spazzato via quel “nemico” tutt’altro che irresistibile (malgrado l’immagine che continuano a darne i media), si otterrebbe la stabilizzazione dell’Iraq ed a seguire della Siria; ma in questo modo si favorirebbe l’unità di un’area di collaborazione da Iran a Libano cementata ora da anni di lotte comuni; proprio quella che, quand’era ancora in embrione, è stata il bersaglio della destabilizzazione del Golfo.

Ed ecco la ridicola attività simbolica della coalizione internazionale a guida Usa che dovrebbe combatterlo, una forza che a volerlo avrebbe potuto incenerirlo in poche settimane, e che da più d’un anno fa poco o nulla. Di qui le resistenze a fornire ciò che serve all’Iraq per difendersi e il malumore nel constatare che quello Stato, un tempo un semplice vassallo, comincia a far da sé con gli aiuti (veri) di Teheran e di Mosca.

Ed ecco tutte le contraddittorie ambiguità sulla Siria, che è e resta il nodo dei problemi in Medio Oriente. In quel pantano sanguinoso, nella distorta logica avvalorata dai media, s’è giunti al paradosso di voler distinguere fra i tagliagole dell’Isis, cattivi perché sfuggiti al controllo di chi li manovrava, e quelli di Al-Nusra, ufficialmente affiliati ad Al-Qaeda ma “buoni” perché controllati da Riyadh. Secondo questa logica distorta, che Arabia Saudita, Turchia e Qatar, col pieno avallo e appoggio degli Usa, armino, finanzino ed aiutino in ogni modo bande di assassini ufficialmente prezzolati, perché destabilizzino uno Stato sovrano per poi spartirlo, sarebbe lecito quanto giusto.

Inserimento della Russia

Il fatto è che la posizione ambigua tenuta da Washington ha generato un colossale vuoto di potere, ed in quel vuoto s’è inserita la Russia, che è una storica alleata della Siria e di interessi in Medio Oriente ne ha eccome. La base navale di Tartus, i nuovi legami con l’Iran, il ruolo nella ricostruzione dell’area che diverrà il terminale della Via della Seta cinese, sono solo alcuni. Poi la possibilità di avere carte in mano da scambiare con Washington nell’altra area di crisi che a Mosca sta a cuore: l’Ucraina. Un intervento che ha sparigliato le carte, suscitando le inviperire reazioni di chi ha visto il proprio gioco irrimediabilmente compromesso, perché, in nome di un ulteriore paradosso sostenuto da tanti osservatori interessati, il fatto che un Governo legittimo sotto attacco chieda sostegno ad un alleato farebbe scandalo, quello che non c’è ad armare i terroristi che lo attaccano.

Sia come sia Putin ha rotto gli indugi e sta dando l’assistenza chiesta da Damasco. In buona sostanza sta fornendo cospicui aiuti militari e con l’aviazione sta colpendo le bande di assassini senza fare quelle distinzioni comprensibili solo alla luce degli interessi di chi la Siria voleva distruggerla per poi spartirsela.

L’intervento ha dato una fortissima accelerazione alla risoluzione delle crisi (peraltro già avviata); malgrado le strenue proteste dei sauditi e degli Stati nel loro libro paga (Francia in testa), non passerà molto che le famigerate bande del “califfo” verranno distrutte e con loro gli altri tagliagole che infestano Siria ed Iraq.

La completa sconfitta Usa

Anche Washington ha protestato con forza, ma nella realtà l’intervento di Putin ali Usa sta bene. Il Medio Oriente era già perduto per gli Usa e neanche considerato più prioritario; così i tempi sono stati solo accelerati. E piuttosto che esserne completamente esclusa, a Washington fa comodo che al centro ci sia la Russia, con cui ha molto da scambiare per la soluzione del problema ucraino e per le sanzioni inferte per la Crimea.

Per Riyadh è il crollo totale del disegno di mantenere potere e privilegi come sempre, in cui tanto aveva investito. È l’ennesimo fallimento che s’aggiunge a una pericolosa crisi finanziaria ed alla sciagurata aggressione allo Yemen, che si sta trasformando in un disastro; insieme potrebbero minare le stesse fondamenta del Regno.

La Turchia, frustrata nei sogni megalomani di Erdogan e con una guerra civile ritrovata con il Pkk che rischia di internazionalizzarsi, coinvolgendo le altre formazioni curde.

Israele è completamente solo, attorniato da nemici che lui stesso ha compattato; adesso può attendere solamente che la soluzione delle crisi che ha contribuito largamente ad attizzare indirizzi su di lui tutte le forze della Resistenza.

È un Medio Oriente allargato assai diverso che sta emergendo rapidamente. Un’area finalmente liberata da antichi imperialismi oppressivi: quello Usa, quello sionista e quello del Golfo. Un’area che dopo anni e anni di lotte sta conquistando il suo autonomo cammino di sviluppo.

In tutto questo spicca la totale assenza dell’Europa, che pure tanti interessi avrebbe ad essere presente, anche solo politicamente. L’ennesima dimostrazione d’inconsistenza, di pochezza e d’inutilità, di Istituzioni tali solo sulla carta. È l’ennesima manifestazione di totale sudditanza di Stati privi di sovranità o, più semplicemente, di una politica che non sia miope egoismo o totale asservimento.

Fonte: https://ilfarosulmondo.it/lalba-di-un-nuovo-medio-oriente/

Tremila bambini palestinesi uccisi da Israele dalla Seconda Intifada

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Segnalazione di Redazione Il Faro sul Mondo

di Yahya Sorbello

Il ministero dell’Informazione palestinese ha sottolineato la brutale violenza contro i bambini palestinesi da parte dell’esercito israeliano, affermando che più di tremila minori hanno perso la vita per mano delle truppe israeliane dalla Seconda Intifada.

Il ministero ha affermato in una dichiarazione che almeno 3.100 bambini palestinesi sono stati uccisi, mentre decine di migliaia hanno riportato ferite dall’inizio della Seconda Intifada, scoppiata il 28 settembre 2000 contro l’occupazione del territorio palestinese da parte del regime di Tel Aviv.

La dichiarazione riporta che 123 minori palestinesi sono stati uccisi e molti altri feriti da quando l’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale israeliana nel dicembre 2017. Più di 17mila bambini palestinesi sono stati arrestati durante questo periodo.

Secondo le statistiche del Palestinian Prisoners Club e dell’Autorità palestinese per gli affari dei prigionieri, le forze israeliane hanno arrestato oltre 300 bambini tra l’inizio dell’anno in corso. Il numero di minori palestinesi attualmente detenuti nelle carceri israeliane è di 155.

Settemila bambini palestinesi arrestati dal 2015

Più di settemila bambini palestinesi sono stati arrestati dalle autorità israeliane dal 2015 e alcuni sono stati condannati a dieci anni di prigione o all’ergastolo, ha affermato la Palestinian Prisoners ‘Society (Ppd) in una dichiarazione rilasciata alla stampa. La società ha sottolineato che la maggior parte dei bambini detenuti proviene da Gerusalemme.

Il Pps ha invitato le istituzioni internazionali per i diritti umani, e in particolare il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), a compiere seri sforzi per proteggere i bambini palestinesi e ad obbligare le autorità israeliane a rispettare una serie di accordi sulla protezione dei bambini detenuti.

Più di settemila prigionieri palestinesi sono attualmente detenuti in circa 17 carceri israeliane, dozzine di loro stanno scontando condanne all’ergastolo.

di Yahya Sorbello

Fonte: https://ilfarosulmondo.it/tremila-bambini-palestinesi-uccisi-israele-seconda-intifada/

Povertà e clima, falò dell’ipocrisia

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di Massimo Fini

Fonte: Massimo Fini

Fra le varie forme di globalizzazione che ci funestano adesso c’è anche quella dell’ipocrisia. Al genere appartiene il Global Citizen Live che chiede la fine della povertà estrema entro il 2030. È  il sequel di un fenomeno cominciato nel 1985 con Live Aid e proseguito con Usa for Africa, Band Aid, Farm Aid, Ferry Aid, Consipiracy of Hope. Sono eventi cui partecipano cantanti artisti vip di ogni genere. Costoro sono le moderne “Dame di San Vincenzo” che si lavano l’anima molto a buon mercato, anzi ricavandone un vantaggio, perché è vero che i cantanti o gli artisti si esibiscono gratuitamente, ma ne hanno un ritorno in immagine e popolarità. La novità del Global Citizen Live è che, come dice il nome stesso è mondiale, passando per Sydney, Seul, Mumbai, Johannesburg, Madrid, Parigi, New York. Vi si sono esibiti, fra gli altri, Elton John, Maneskin, Coldplay, Jennifer Lopez, insomma vecchie e nuove glorie. Né potevano mancare in questa gara della nobiltà d’animo Meghan Markle e il principe Harry. Ma questi sono solo dettagli. La manifestazione è ipocrita perché non si potrà eliminare alcuna povertà, né estrema né meno estrema, se non si cambia il modello di sviluppo nato con la Rivoluzione industriale. Cosa di cui né gli artisti né il miliardo circa di coloro che hanno seguito l’evento sembrano avere consapevolezza. In questo senso, e non solo in questo, il Global Citizen Live si lega al Youth4Climate che negli stessi giorni si è tenuto a Milano con la partecipazione anche di politici fra cui Mario Draghi. Perché fa gioco farsi vedere amichevoli e consenzienti con i giovani (altra retorica insopportabile) e magari essere immortalati con le nuove star del movimento ecologista Greta Thunberg e Vanessa Nakate.

I problemi epocali della povertà e dell’ambiente sono strettamente legati fra di loro e si sono sviluppati col modello innescato dalla Rivoluzione industriale. Partiamo da quello ambientale. Dal momento del take off, partito più o meno a metà del diciottesimo secolo in Inghilterra, l’aumento dell’emissione di CO2 è stato, in soli due secoli e mezzo, del 30 per cento. Il marcio sta quindi in quello che noi chiamiamo Sviluppo. Un politico onesto con se stesso e con i suoi elettori invece di fare promesse mirabolanti (il “bla bla” di cui parla Thunberg) dovrebbe dir loro: consumate di meno. Ma questo significherebbe anche, e soprattutto, produrre di meno. Cioè verrebbe completamente scaravoltato il modello su cui oggi viviamo che può essere sintetizzato col distico dei CPI: produci, consuma, crepa. Un politico che volesse essere ambientalista sul serio, e non solo a parole, farebbe questo discorso: io non vi prometto più viaggi ai Caraibi, migliori automobili, straordinarie innovazioni tecnologiche, al contrario propongo la riduzione di tutto questo, in cambio vi prometto più tempo per voi stessi. Negli Stati Uniti, paese di punta dell’attuale modello di sviluppo e che, in quanto tale, è il primo a produrre degli anticorpi, esistono due correnti di pensiero, il bioregionalismo e il neocomunitarismo, il cui discorso di fondo, in estrema sintesi, è il seguente: un ritorno limitato, graduale e ragionato a forme di autoproduzione e autoconsumo che passano necessariamente per un recupero della terra, depauperata in gran parte della chimica con cui con cui si crede di difenderla, e un ridimensionamento drastico dell’apparato industriale e finanziario. Ma sono correnti di pensiero che, per quanto siano autorevoli negli Usa e non totalmente ignorate come da noi, sono al momento assolutamente minoritarie. In un mondo tutto proiettato verso la crescita pensieri del genere suonano come bestemmie in Chiesa. Eppure gli ignorantissimi contadini del Medioevo, `i secoli bui`, avevano intuito la dannosità dell’uso del carbon fossile al posto della cara e vecchia legna. Ma naturalmente furono ignorati in nome del progresso.

In quanto alla povertà, estrema e non, della cui eliminazione si fanno vessilliferi le “anime belle” del Global Citizen Live è stato proprio il sistema di sviluppo industriale a creare la straordinaria divaricazione fra paesi ricchi e paesi poveri e all’interno dei paesi dello stesso mondo occidentale. Il primo a notare questo fenomeno è stato Alexis de Tocqueville, che pur non può essere in alcun modo annoverato fra gli antimodernisti, ma è piuttosto uno dei padri dell’Illuminismo, a notare nel suo libro Il pauperismo che è del 1835 questo straordinario fenomeno. Scrive infatti Tocqueville: “Allorché si percorrono le diverse regioni d’Europa, si resta impressionati da uno spettacolo veramente strano, e all’apparenza inesplicabile. I paesi reputati come i più miserabili sono quelli dove, in realtà, si conta il minor numero di indigenti, mentre tra le nazioni che tutti ammirano per la loro opulenza, una parte della popolazione è costretta, per vivere, a ricorrere all’elemosina dell’altra”. Del resto nel Medioevo europeo i poveri rappresentavano l’1 per cento della popolazione, ed erano tali per loro scelta, come oggi certi clochard.

Bene, dirà il lettore, se ci sono più poveri al mondo ci dovrebbe essere almeno meno inquinamento perché i poveri consumano meno. Ma non è così perché la loro povertà è compensata, per così dire, dagli enormi consumi dei ricchi, diventati sempre più ricchi, e dei benestanti.

Il Covid avrebbe potuto essere una straordinaria occasione per un cambiamento di rotta. Ci eravamo abituati, per necessità, a consumare di meno e ad abbandonare l’enorme superfluo che ci circonda. Ma si vedono già le avvisaglie che non andrà così. Continueremo a correre, correre, correre, inseguendo il mito della Crescita finché non finiremo per spiaccicarci contro il Limite che esiste in tutte le cose, umane e non umane (“in ogni principio è contenuta la sua fine”, Eliot). I dinosauri scomparvero perché erano troppo grossi. Noi, con le nostre propaggini tecnologiche siamo diventati i dinosauri di oggi. La Natura ci sbatterà fuori.

Pandora Papers: ecco perché tolleriamo paradisi fiscali ed evasori

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di Alberto Negri

Fonte: Quotidiano del sud

Fa parte del gioco: dall’Unione europea alla Gran Bretagna si fa finta di non vedere quello che è sotto gli occhi di tutti. Il caso Blair
Cose nuove e cose risapute ma soprattutto una domanda: perché il dossier “Pandora Papers” sui conti nei paradisi fiscali è un’inchiesta giornalistica e non un’indagine della finanza e delle autorità competenti dei vari Paesi? La risposta è semplice: c’è una larga connivenza a livello internazionale che lascia prosperare i paradisi fiscali e i metodi illegali travestiti da legalità. L’ipocrisia fiscale è il vero male da combattere: i ricchi evadono, i poveri pagano.
Dopo di che possiamo anche divertirci con i nomi contenuti nell’inchiesta che è destinata a restare un gossip giornalistico, sia pure ben documentato, se non ci saranno conseguenze e indagini della magistratura e della polizia internazionale. E’ chiaro che per avere indagini serve una decisione politica ben chiara che è quella di farla finita con i paradisi fiscali mentre la gente comune paga regolarmente le tasse e i servizi che usano anche questi delinquenti in giacca e cravatta, in diversi casi non solo politici ma anche uomini dello spettacolo, dello sport, ovvero idoli delle folle e dei social. Non si tratta di fare una caccia alle streghe ma di avviare indagini delle autorità competenti serie su evasori fiscali e paradisi fiscali.
“Pandora Papers” è un’inchiesta coordinata dall’International Consortium of Investigative Journalists, che svela le operazioni off-shore di decine di figure di spicco di oltre 90 stati, arriva fino in Italia. E’ basata su circa 12 milioni di documenti relativi a oltre 25 anni di attività, l’indagine è frutto delle rivelazioni di una fonte interna allo studio legale Alemán, Cordero, Galindo & Lee e testimonia l’esistenza di oltre 29 mila beneficiari di società offshore, intenzionati a occultare in paradisi fiscali parte delle loro ingenti ricchezze per sfuggire aPandora Papers, tolleriamo, paradisi fiscali, evasoril fisco. L’inchiesta, come i “Panama Files”, mette in fila operazioni, in alcuni casi al limite della legalità, messe in atto da 14 società internazionali incaricate da clienti facoltosi nel gestire capitali miliardari. Nella maggior parte dei casi l’attività principale è stata creare strutture “offshore” e “trust” in paradisi fiscali come Panama, Dubai, Isole Cayman e in paesi deve la riservatezza mette al riparo da controlli fiscali, come Monaco e Svizzera.
E non c’è forse neppure bisogno di andare troppo sull’esotico per rincorrere i paradisi fiscali: alcuni come l’Olanda li abbiamo nel cuore dell’Europa magari non  riguardano singole persone ma ancora peggio intere multinazionali. Da tempo abbiamo scoperto che l’Olanda è un paradiso fiscale di cui hanno approfittato le multinazionali e anche tante aziende italiane famose come Luxottica, Ferrero Campari, Exor, holding della famiglia Agnelli, e Mediaset.
Sono cose davanti agli occhi di tutti ma che l’Unione europea tollera, come tollera che la “frugale” Olanda faccia la morale ai Paesi europei come l’Italia che non hanno i conti in ordine. Non è un caso che nell’elenco degli azionisti schermati dal velo delle società offshore ci sia anche il ministro olandese dell’Economia, oltre al premier della Repubblica Ceca, l’ex capo del governo britannico Tony Blair, il Re di Giordania e presidenti in carica di Paesi come Ucraina, Kenya, Cile, Ecuador. Nella lista spiccano i nomi di molte celebrità dello sport, della moda e dello spettacolo. Ma ci sono anche criminali. Ex terroristi. Bancarottieri. Trafficanti di droga. E boss mafiosi, anche italiani, con i loro tesorieri.
Insomma c’è un’ipocrisia ai massimi livelli istituzionali internazionali che poi è anche quella che consente di prosperare ai paradisi fiscali fuori dell’Europa. Va bene  indagare sui paradisi fiscali ma prima ancora l’Unione europea deve fare pulizia dentro casa.
Facciamo qualche esempio che forse non è contemplato nei Panama Papers. La Gran Bretagna  custodisce da anni, cioè da quando era ancora membro dell’Unione europea, il tesoro di Gheddafi, ovvero un patrimonio di beni e partecipazioni societarie stimato in 12 miliardi di dollari, dove dentro ci sono sicuramente società offshore nei paradisi fiscali. I governi di Londra, negli ultimi anni, avrebbero ricavato dal patrimonio dell’ex Raìs libico, tra tasse, dividendi e interessi, oltre 17 milioni di sterline, soltanto nel periodo dal 2015 al 2018. In parte questi soldi sono stati destinati ai famigliari delle vittime dell’Ira, il terrorismo nord-irlandese. Ora non si capisce perché la Gran Bretagna, che nel 2011 insieme a Francia e Usa ha bombardato Gheddafi gettando poi il Paese nel caos, debba gestire questi soldi che dovrebbero essere restituiti al popolo libico. A Londra Gheddafi i soldi ce li metteva, finanziando persino università come la London School of Ecomomics, perchè gli inglesi gli garantivano un regime fiscale favorevole.
Insomma Londra è un paradiso fiscale gestito come una bisca e all’occorrenza sostenuto dalle armi quando si vuole far fuori qualche dittatore scomodo.
Se noi accettiamo questo accettiamo tutto, anche i paradisi fiscali. Il nome di Tony Blair è emblematico. Questo signore è un mascalzone che con Bush junior sostenne che l’Iraq di Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa pur di bombardare l’Iraq aprendo il vero vaso di Pandora del disastro mediorientale con cui facciamo i conti ancora adesso. Il suo nome compare da anni nei peggiori affari internazionali _ vendeva armi anche a Gheddafi _ e ha persino ricoperto la carica di inviato per la pace in Medio Oriente, un ruolo che gli ha consentito di riscuotere cospicue consulenze da numerosi governi. Blair è uno dei diversi esempi di leader politici che non solo dovrebbero rispondere di evasione fiscale ma anche di crimini di guerra e contro l’umanità. Che il suo nome e quello di altri dittatori e cacicchi compaia anche nei Pandora Papers non stupisce. Stupisce che tutti questi siano ancora a piede libero e prosperino ai danni di tutti.

AIFA sotto inchiesta: clamorosa rilevazione di “Fuori dal Coro”

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Ieri la trasmissione “Fuori dal coro” di Mario Giordano ha fatto una rivelazione shock: l’AIFA, l’agenzia italiana per il farmaco, è sotto inchiesta da parte della magistratura contabile per aver rifiutato la donazione di 10 mila dosi di anticorpi monoclonali della Eli Lily, successivamente perfino autorizzati. L’AIFA si è spinta in precedenza perfino a negare la donazione, ed ha rifiutato l’accesso al verbale nonostante una sentenza della magistratura.

Nicola Magrini, direttore generale dell’agenzia, si è visto chiedere dalla Corte dei Conti il verbale, segretato, del 29/10/2020, nel quale veniva rifiutata la donazione dell’anticorpo monoclonale, e l’accusa è di “Scelta pubblica non ponderata”, e i membri del consiglio rischiano di dover rispondere personalmente per i danni derivanti dal rifiuto della donazione degli anticorpi. Ecco un estratto dalla trasmissione:

Gli anticorpi monoclonali Eli Lily, attualmente talmente ricercati negli USA da essere soggetti, insieme a quelli Regeneron, a un vero e proprio contingentamento da parte dell’amministrazione federale perché la domanda supera l’offerta.

Il problema dell’utilizzo, anzi del mancato utilizzo, per ben 5 mesi degli anticorpi monoclonali potrebbe avere, prima o poi, anche delle conseguenze più serie: il problema delle 10 mila dosi rifiutate non è solo erariale, ma è legato anche a vite umane che sono state sacrificate dal ritardo. Anzi, come rivelato dalla trasmissione, se non fosse per il professor Palù questi farmaci non sarebbero stati approvati neppure in primavera.

La dirigenza AIFA naturalmente difende le sue posizioni. In Italia nessuno è mai responsabile.

Fonte: https://scenarieconomici.it/aifa-sotto-inchiesta-clamorosa-rilevaziondi-fuori-dal-coro/

 

 

Catechesi di “Christus Rex”: l’attualità della battaglia di Lepanto, a cura dell’Ing. Raffaele Amato

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di Redazione

il Circolo Christus Rex-Traditio da circa due anni tiene delle riunioni online sulla piattaforma MEET “Catechesi del Circolo Christus Rex-Traditio” riservate ai suoi militanti, sostenitori e simpatizzanti. Si svolgono ogni primo Mercoledì del mese alle ore 21.00. Chi desiderasse partecipare, può chiamare il Responsabile Nazionale Matteo Castagna al numero +39/3474230340 per un colloquio conoscitivo e, successivamente, partecipare alla formazione cattolica. In alternativa, è possibile scrivere una mail a c.r.traditio@gmail.com indicando i propri dati e la volontà di partecipare alle catechesi, così da poter ricevere il link per accedere.

Stasera, primo mercoledì di Ottobre, l’Ing. Raffaele Amato terrà un’istruzione sull’ “ATTUALITA’ DELLA BATTAGLIA DI LEPANTO DEL 1571”, la cui ricorrenza è domani, 7 ottobre. Seguiranno, la recita del Santo Rosario, guidato sempre dall’ Ing. Amato e poi ci sarà spazio per il dibattito, anche su tematiche di attualità. Le riunioni sono riservate agli iscritti, non sono registrate né vengono diffusi i contenuti, in alcuna forma, al fine di garantire la piena libertà e privacy di tutti ed evitare eventuali imbarazzi nel porgere domande.

Il prossimo Mercoledì 3 Novembre alle ore 21.00 ci sarà un’istruzione di Storia della Dottrina Sociale della Chiesa su “LA VITA ETICO-GIURIDICA DELLA CHIESA PRECOSTANTINIANA” seguita da dibattito anche su temi di attualità.

L’importanza della formazione cattolica è fondamentale per se stessi e per l’apostolato.

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