E’ in atto il “disordine complesso”: così ci spinge nel caos economico

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di Leopoldo Gasbarro

Vi ho raccontato in questi giorni con i miei ultimi articoli di quanto stia accadendo alla filiera produttiva mondiale, a tutte le strozzature e alle difficoltà che stanno generando interruzioni nella produzione di beni e servizi. Il tema sta diventando sempre più scottante e il mio scopo non è certo quello dì creare tensioni, isterismi, come ha scritto qualcuno, o inutili allarmismi.

Il ruolo di un giornalista è quello di informare, anche se a volte l’informazione stessa può risultare scomoda da ricevere. Personalmente credo sia sempre meglio conoscere che non conoscere, sapere che non sapere. La possibilità di scelta nelle nostre vite, oppure la libertà di scelta, sta nella conoscenza.

Chi ci lascia o ci vuole ignoranti non ha intenzione di permetterci di essere liberi.

Proprio per incrementare i livelli di conoscenza sugli argomenti trattati in questi giorni, soprattutto relativamente ai due argomenti principe da me trattati: Gas e grano, vi riporto integralmente un articolo pubblicato su Bloomberg a firma di Tyler Cowen che spiega, con estrema semplicità, ciò di cui vi ho già parlato.

La cattiva notizia è che i problemi della catena di approvvigionamento mondiale sono più persistenti e più gravi di quanto si pensasse in precedenza. La notizia peggiore è che non c’è un unico motivo e quindi nessuna soluzione semplice. E la notizia ancora peggiore è che nessuno sa davvero quando la situazione migliorerà.

Per quanto riguarda la buona notizia?

Sta almeno diventando possibile ricostruire una storia di come tutto questo è successo. Fondamentalmente, alcuni centri nevralgici chiave dell’economia mondiale sono stati colpiti da un mix di Covid e sfortuna, soprattutto nell’ultima parte di quest’anno.  Il trasporto, l’energia e i chip semiconduttori di alta qualità stanno tutti vivendo grossi problemi allo stesso tempo, per ragioni diverse ma ampiamente correlate.

Inizia con il trasporto. Mentre alcuni porti cinesi sono rimasti inattivi o operano a capacità ridotta a causa del Covid, questo non è certo l’unico problema. Un robusto commercio di beni durevoli ha messo a dura prova container, navi e operazioni portuali in tutto il mondo. Il prezzo dei container è salito alle stelle e può essere più di 10 volte superiore a quello di appena due anni fa. In breve, molto commercio internazionale ha subito un notevole rallentamento, inoltre parte di esso non è più redditizio.

In alcuni casi, i servizi relativi ai trasporti vengono razionati, poiché i prezzi vengono mantenuti bassi, forse per evitare di allienarsi gli acquirenti fedeli, o forse perché i venditori non sono sicuri che gli attuali shock della domanda siano permanenti. Ancora una volta, il risultato netto è che molti scambi semplicemente non avvengono in modo tempestivo.

Molti fornitori richiedono componenti commercializzati a livello internazionale per completare la produzione e la distribuzione dei loro beni e servizi. Ora sono bloccati. Inoltre, molte attività portuali e il relativo trasporto locale richiedono molta manodopera. Molte parti del mondo stanno affrontando carenze di manodopera, poiché le persone non sono sicure di come riconfigurare il loro futuro lavorativo post-Covid, o in alcuni casi i benefici del governo potrebbero impedire loro di lavorare. Ciò aggiunge ulteriori ritardi alle reti commerciali.

Una tipica risposta del mercato potrebbe essere quella di produrre più container (è più difficile e più lento aumentare il numero di navi o porti). Ma ciò richiederebbe proprio alle reti commerciali e di trasporto che attualmente sono malfunzionanti. Man mano che l’intero processo procedeva, le scorte si sono esaurite, il che significa che l’economia globale è stata molto meno fiacca.

Poi ci sono i problemi energetici del mondo, che hanno radici più profonde. Molti paesi hanno cercato di passare a forniture di energia più verdi, ma senza prima disporre di alternative sufficienti. Giappone e Germania hanno deciso di abbandonare i loro precedenti impegni sull’energia nucleare e, più recentemente, la Cina ha visto carenze di energia.

Le reti energetiche globali sembravano funzionare bene un anno fa, ma con l’avanzare della ripresa la fornitura di gas naturale non è stata sufficiente per soddisfare la nuova domanda. La produzione e l’esplorazione di gas sono state respinte nelle prime fasi della pandemia e la ripresa è stata più forte e più rapida di quanto previsto dal settore energetico.

Nel Regno Unito, i prezzi del gas naturale sono aumentati del 700% nell’ultimo anno, mentre l’Europa corre il rischio di non avere abbastanza energia per il prossimo inverno.
Naturalmente l’energia è un input significativo nella produzione di molti altri beni e servizi. Quindi questo crea un’altra serie di effetti a catena. E se le reti per l’energia e il commercio internazionale non funzionano bene, molte altre parti dell’economia saranno malfunzionanti.

Un’ulteriore area problematica sono i chip per computer di alta qualità. L’economia globale dipendeva già troppo da due paesi per l’approvvigionamento: Taiwan e Corea del Sud. Poi sono successe tre cose: le fabbriche di chip sono state chiuse durante i blocchi, una serie di sfortunati disastri naturali ha danneggiato l’offerta di chip e la domanda di chip è aumentata con l’aumento della domanda dei consumatori di beni durevoli come automobili ed elettrodomestici. Ai margini attuali, la produzione di automobili è gravemente limitata dalla disponibilità di chip, motivo per cui i prezzi delle auto nuove e usate rimangono così alti.

Quindi da un lato dell’equazione ci sono ritardi negli scambi, ritardi negli input, maggiori costi commerciali e di trasporto, prezzi dell’energia molto più alti e carenza di chip. Dall’altra ci sono i consumatori americani ed europei, che hanno risparmiato enormi quantità di denaro nel corso del 2020 e all’inizio del 2021 e che ora lo stanno spendendo.

Questa combinazione ha alimentato l’inflazione dei prezzi. La domanda sta colpendo il mercato e l’offerta non riesce a recuperare. E non è solo un problema che ha una soluzione facile e diretta, ma piuttosto una serie di percorsi interconnessi di caos economico e ritardo.

Questi problemi con la catena di approvvigionamento alla fine si risolveranno da soli, anche se nessuno può dire esattamente quando. Nel frattempo, fornitori e distributori – così come i consumatori – possono forse trarre qualche piccola consolazione dal fatto che stanno navigando, e si spera perseverando, attraverso un disordine complesso che non ha un parallelo stretto nella storia recente.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/economia/e-in-atto-il-disordine-complesso-cosi-ci-spinge-nel-caos-economico/?utm_source=nicolaporro.it&utm_medium=link&utm_campaign=economiafinanza

Green pass, rivolta nei porti: “È dittatura, non ci fermiamo”

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portuali di Trieste lo avevano detto: non ci fermeremo. E stanno mantenendo la promessa, mettendo sempre più pressione al governo Draghi sul lasciapassare, che inizia a mostrare i primi segni di cedimento. La situazione è esplosiva. Domani entra in vigore il lasciapassare obbligatorio nei luoghi di lavorio e l’Italia rischia la paralisi, almeno dal punto di vista logistico. Oltre ai portuali triestini  in rivolta contro il green pass, hanno annunciato lo sciopero anche i colleghi di Genova e tra gli autotrasportatori mancheranno all’appello 80mila conducenti. Se a questo si aggiunge una crisi globale della catena di distribuzione delle merci, non è difficile capire l’entità dell’insidiosa mina che il premier deve cercare di disinnescare.

Green pass, rivolta si allarga

Una prima vittoria i “resistenti” anti green pass l’hanno già ottenuta. Il governo nelle scorse settimane aveva escluso a prescindere la possibilità di rendere gratuiti i tamponi per chi non è vaccinato. Una certezza, ribadita in più sedi, che ora sta scricchiolando. Pare infatti che domani in Cdm il governo potrebbe discutere la possibilità di porre a carico delle aziende il costo dei test per i dipendenti. Proposta ovviamente rispedita al mittente da Confindustria. Salvini chiede che a finanziarli sia lo Stato, mozione contestata dal resto della maggioranza. L’alternativa, anche questa presa in considerazione dall’esecutivo, è quella di “ragionare sul fatto che test abbiano un prezzo calmierato“. Dunque uno sconto. Anche questa ipotesi, fino ad oggi sempre respinta da Draghi, sembra essere la conseguenza delle rivolte sorte in queste ore.

Lo sciopero a Trieste

A dire il vero, i portuali triestini sarebbero “disponibili a discutere”: domani potrebbero evitare lo sciopero, ma solo se l’avvio del green pass obbligatorio venisse rimandato al 30 ottobre. Altrimenti, nisba. Loro sono “determinati sulle nostre posizioni”, che riguardano sì il settore trasporti ma, dicono, anche tutto il resto del mondo del lavoro. Nemmeno il tampone gratuito, già proposto dal Viminale, li soddisferebbe. Il problema è che il governo non sarebbe disposto a rinviare l’entrata in vigore del decreto sul green pass. Dunque si andrà al muro contro muro. Domani i portuali minacciano di bloccare il porto sia in entrata che in uscita, un danno enorme per il sistema Paese. “Siamo disposti ad andare avanti fin quando il green pass non verrà tolto”, dice Stefano Puzzer, portavoce del Coordinamento lavoratori portuali Trieste (Clpt). Nessun passo indietro, anche se la Commissione sugli scioperi ha definito “illegittima” la mobilitazione annunciata dal 15 al 20 ottobre: “Siamo in dittatura, faremo comunque lo sciopero: noi pensiamo di essere una democrazia, lo Stato in una dittatura – insiste Puzzer – Vedremo chi vincerà. È ora di fermare l’economia che forse è l’unico segnale che possiamo dare a questo Stato, per fargli capire che ci sono tante persone in difficoltà, tante persone che rimarranno senza uno stipendio, e solo perché hanno esercitato una scelta libera quella di non farsi il vaccino. Adesso mi sembra ben chiaro che questo passaporto verde è solamente una manovra economica non sanitaria”.

Green pass, rischio caos autotrasporti

Altra grana riguarda gli autotrasportatori. Per Trasportounito mancheranno all’appello 80mila conducenti, difficilmente sostituibili vista la carenza di personale. Questo si tradurrà in ritardi nelle consegne di 320mila ore in più rispetto allo standard giornaliero. Per Confetra si rischia proprio “la paralisi del sistema logistico nazionale“. Su 400mila autisti confederati, il 30% sarebbe senza green pass. Oltre al fatto che molti di quelli stranieri sono vaccinati con Sputnik o altri farmaci non riconosciuti. Se il governo decidesse di permettere loro di lavorare lo stesso, Conftrasporto ha già annunciato che per protesta le imprese italiane fermeranno i camion. Almeno su questo una mezza pezza il governo potrebbe averla trovata: i camionisti che arriveranno dall’estero senza green pass potranno guidare in Italia, ma sarà loro vietato scaricare o caricare la merce.

A proposito di merci: il problema potrebbe verificarsi anche alla fonte. Confagricoltura fa notare infatti che in questa stagione stanno iniziando le raccolte della frutta e degli ortaggi autunnali, operazione spesso realizzata da stranieri. Il green pass, è il timore, rischia di provocare “mancanza di manodopera”: Un terzo degli operai dell’agricoltura sono stranieri, molti dei quali (il 60%) extracomunitari. La gran parte non sono vaccinati o hanno in corpo un siero non riconosciuto dall’Italia. Insomma: un caos totale. Cui ora Draghi, dopo aver tirato la corda, dovrà trovare una soluzione.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/green-pass-rivolta-nei-porti-e-dittatura-non-ci-fermiamo/

Il lasciapassare come strumento di guerra di classe

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di Thomas Fazi

Il lasciapassare come strumento di guerra di classe

Fonte: Thomas Fazi

Da domani milioni di lavoratori rischiano di rimanere senza stipendio e/o lavoro (o di dover sborsare 200-300 euro al mese) per il semplice fatto di aver esercitato una libera scelta consentita dalla legge: cioè quella di non vaccinarsi. Una libera scelta – tra l’altro – che non ha nessuna ripercussione sul prossimo.
In primis perché – come ci ricorda l’ANMA, l’associazione nazionale dei medici d’azienda – «allo stato attuale, la possibilità di contagiare e di contagiarsi sussiste indipendentemente dalla condizione vaccinale e/o dal possesso del green pass», e dunque un non vaccinato non rappresenta un rischio apprezzabilmente superiore per un vaccinato di un altro vaccinato. L’ultimo studio in materia ci dice che la contagiosità dei vaccinati, nella più ottimistica delle ipotesi, scende praticamente allo stesso livello dei non vaccinati nel giro di un paio di mesi – mentre il green pass ha una validità di 12 mesi. E questo senza considerare l’uso della mascherina al chiuso, che realisticamente riduce ulteriormente lo scarto già minimo.
Da ciò ne consegue, come dice Crisanti, (1) che «il green pass non può assolutamente essere considerata una misura di sanità pubblica perché non crea ambienti sicuri e anzi incoraggia di fatto comportamenti che possono favorire la trasmissione»; e (2) che l’unica misura che garantisce veramente la sicurezza dei lavoratori è la disponibilità di tamponi gratuiti per tutti, indipendentemente dallo stato vaccinale (cioè esattamente quello che il governo ha ripetutamente negato nonostante le richieste dei sindacati).
E in secundis perché la netta maggioranza dei non vaccinati (oltre il 90 per cento) rientra ormai nelle fasce di età che hanno rischio di complicazioni gravi e/o di morte bassissimo o prossimo allo zero, quindi il rischio che la scelta di taluni di non vaccinarsi possa ripercuotersi sulla comunità sotto forma di saturazione del sistema ospedaliero è anch’esso prossimo allo zero – da cui si evince anche l’assurdità della posizione di quelli che sono contro il green pass ma vorrebbero l’obbligo vaccinale.
A questo punto la scelta del governo di insistere sulla strada dell’obbligo di green pass per tutti i lavoratori – una misura, lo ricordiamo, che non ha equivalenti in nessun altro paese occidentale – appare talmente irrazionale dal punto di vista epidemiologico che dobbiamo necessariamente ipotizzare che il green pass non sia (solo) un mezzo per obbligare surrettiziamente la gente a vaccinarsi – obiettivo comunque clamorosamente fallito, visto che i tassi di vaccinazione giornaliera sono crollati in seguito all’introduzione del green pass: a quanto pare la gente non apprezza di essere bullizzata e ricattata dallo Stato – ma anche e forse soprattutto un fine in sé e per sé, che ha l’obiettivo di dividere la classe lavoratrice e creare quello stato di emergenza permanente (in assenza di qualsivoglia emergenza reale dal punto di vista sanitario) necessario per portare avanti il violento processo di ristrutturazione capitalistica di Draghi – e la guerra al lavoro che esso comporta – e reprimere qualunque opposizione (vedasi per esempio l’annunciata stretta sui cortei).
Anche per questo la scelta dei portuali di Trieste (Clpt Trieste: seguiteli e sosteneteli) di proseguire con la protesta finché non sarà eliminato l’obbligo di green pass per tutti i lavoratori rappresenta un gesto di solidarietà di classe importantissimo. Oggi la lotta contro il green pass non è una distrazione rispetto ad altre questioni “più importanti” – salario, diritti, sicurezza ecc. – ma al contrario, proprio perché riguarda tutti, può rappresentare anzi la scintilla fondamentale per riaccendere una coscienza di classe tra i lavoratori.
Vuoi vedere che forse stavolta il migliore ha fatto male i conti?

Rinaldi: con il CCF e le norme di Basilea III e IV rischiamo una stretta creditizia

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I Credit Conversion factor non sono altro che ulteriori criteri di “Peso” del rischio dei crediti, imposti dalle normative Basilea III e dal futuro Basilea IV, che vengono ad ulteriormente appesantite da cautele che, in teoria , dovrebbero garantire le banche, ma, in realtà, non fanno altro che predisporre le basi per l’ennesima stretta credizia a sfavore delle piccole e medie aziende. Questo è stato il tema dell’intervento di Antonio Maria Rinaldi, ma non è di nessun interesse per Enria e per lEBA, l’ente bancario europeo, come potrete ascoltare. Per lui va benissimo così. Tra l’altro il merito che assegna alla stretta nelle  norme creditizie per aver salvato l’economia dal covid è falso: a permettere l’erogazione del credito durante il lockdown sono state le garanzie statali!

Ecco l’intervento di Rinaldi

Grazie Presidente,

Grazie Dott. Enria,

 La revisione delle regole di Basilea IV, in particolare il tema del CCF (Credit Conversion Factor) che introduce l´assorbimento a capitale sulle linee di credito a vista e autoliquidanti, può indurre una restrizione del credito delle PMI e sulle ditte individuali. 

Di conseguenza potrebbe portare un aumento del costo del credito in un momento delicato per la ripresa economica. 

Ritengo la proposta di Basilea IV punitiva per queste categorie e pertanto le chiedo se ritiene che sarebbe utile individuare una soluzione più adatta a conciliare le esigenze di questi ultimi così importanti per le economie europee. 

Grazie.

Ecco il video con la risposta di Enria https://scenarieconomici.it/rinaldi-con-il-ccf-e-le-norme-di-basilea-iii-e-iv-rischiamo-una-stretta-creditizia/

 

13 Ottobre 1917 – Ultima apparizione della Madonna di Fatima e miracolo del Sole

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13 ottobre 1917: Sono 70 mila le persone che, chiamate a raccolta da tre pastorelli alla Cova da Iria presso a cittadina portoghese di Fátima, vedono il sole, che può essere fissato direttamente senza difficoltà, cambiare coloredimensione e posizione per circa dieci minuti.

Durante tutta la notte tra il 12 e il 13 ottobre e tutta la mattina del 13 ottobre cade una pioggia continua, insistente e a volte torrenziale, ma ciò non ferma i pellegrini che raggiungono un numero stimato fra le cinquantamila e le settantamila persone.
Verso le undici e mezza arrivano Lucia, Francesco e Giacinta, sotto la pioggia; ciò nonostante Lucia domanda alla folla, che acconsente, di chiudere gli ombrelli per recitare il rosario.
A mezzogiorno la Madonna compare sul piccolo leccio, preceduta come le altre volte dal lampo da oriente.
La pioggia cessa del tutto e, di colpo, il cielo si rasserena.

VIDEO del MIRACOLO DEL SOLE: https://youtu.be/K3OQXAbgP9c


– Che cosa vuole da me Vostra Grazia? Chiede Lucia.
– Voglio dirti che si faccia qui una cappella in mio onore. Io sono Nostra Signora del Rosario. Che si continui sempre a recitare il rosario tutti i giorni. La guerra sta per finire e i soldati ritorneranno presto alle loro famiglie.
– Avrei molte cose da chiedervi: di guarire alcuni malati e convertire alcuni peccatori, ecc.
– Gli uni sì, gli altri no. Bisogna che si correggano, che domandino perdono dei loro peccati.
Poi, prendendo una espressione più triste:
– Che non si offenda di più Dio, Nostro Signore, perché è già troppo offeso!
Aprendo le mani fece con esse specchio al sole. E, mentre si innalzava, il riflesso della sua luce continuava a proiettarsi sul sole.
Ecco il motivo per il quale ho gridato che guardassero il sole. Il mio scopo non era di richiamare l’attenzione della folla da quel lato: non mi rendevo neppure conto della sua presenza; lo feci soltanto perché trascinata da un moto interiore che mi spingeva.
Una volta sparita la Madonna nell’immensità del firmamento abbiamo visto vicino al sole San Giuseppe col Bambino Gesù e la Madonna vestita di bianco con un mantello azzurro. San Giuseppe ed il Bambino Gesù sembravano benedire il mondo con i gesti che facevano con la mano in forma di croce.
Poco dopo, scomparsa questa apparizione, ho visto il Signore e la Madonna sotto un aspetto che dava l’idea di essere Nostra Signora Dei Dolori Il Signore sembrava benedire il mondo nello stesso modo come aveva fatto San Giuseppe.
Scomparsa questa apparizione mi parve di vedere ancora la Madonna con un aspetto che sembrava Nostra Signora Del Carmelo. Anche questa volta, durante il colloquio, per tre volte, alla base del piccolo leccio, si forma, visibile alla folla, una nube che si ingrandisce e si solleva fina a cinque o sei metri di altezza per poi dissolversi come se fosse il fumo di un grande turibolo dell’incenso .

Quando Nostra Signora si eleva in cielo per allontanarsi e Lucia grida: Se ne va! Se ne va! e poi: Guardate il sole! comincia per la folla il miracolo del sole mentre invece, e contemporaneamente, per Lucia, Francesco e Giacinta avvengono le tre apparizioni descritte prima.
Il sole appare allo zenit, nel cielo senza nuvole, come un disco dal bordo ben netto che è possibile fissare senza danno per gli occhi; esso ha un colore bianco ben chiaro, con sfumature perlacee, da non confondere con quello di un sole velato.
All’improvviso, a tre riprese separate da brevi intervalli, il sole si mette a tremare, a scuotersi con movimenti bruschi, a girare su se stesso, come un fuoco di artificio, a velocità vertiginosa, lanciando intorno fasci di luce abbagliante di tutti i colori dell’arcobaleno, raggi che coloravano la folla.
All’ultima delle tre riprese, dalla folla si alza un clamore, come un grido di angoscia e di terrore: il sole, conservando il suo moto vorticoso di rotazione sembra staccarsi dal firmamento e, rosso sangue, sembra piombare verso la terra, scendendo verso destra con movimenti bruschi, minacciando di schiacciare tutti con la sua massa infuocata mentre un calore intenso si fa sentire. Precipitato fin quasi alla linea dell’orizzonte il sole rimonta verso lo zenit, spostandosi verso sinistra, e, infine, si arresta. Il percorso complessivo sembra una specie di ellisse sinuoso. La folla, passato il terrore, si scopre, con sua sorpresa, asciutta da fradicia che era. Il miracolo è durato circa dieci minuti e, a differenza da quanto successo per i segni straordinari del 13 settembre, è stato visto da tutti, come preannunciato dalla Madonna, e non solo nella Cova da Iria ma anche a distanza di qualche decina di chilometri (villaggi di Alburitel e di Sao Pedro De Muel).
Il grande miracolo del sole, visto da decine e decine di migliaia di persone, preannunciato mesi prima, ci appare come il sigillo visibile, tangibile, incontestabile, che Dio ha voluto apporre alle apparizioni di Fatima, alle profezie, alle promesse, agli avvertimenti terribili che la Madre Sua Immacolata è venuta a rivelare alla Cova da Iria. Il grande miracolo del sole ha avuto l’aspetto di un terribile castigo di Dio che si abbatte sulla umanità peccatrice per sollecitarla a convertirsi: teniamone conto.

Fonte: www.reginamundi.info

Terra Santa – “Sogno sionista” e incubo cristiano

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Il governo di Tel Aviv ha annunciato con soddisfazione la crescita dell’immigrazione ebraica in Terra Santa (in prevalenza giovani) che realizza, secondo il ministro dell’immigrazione, il “sogno sionista”. Il massiccio arrivo di immigrati ebrei non si è fermato neppure con l’emergenza sanitaria, che invece ha bloccato i pellegrinaggi ai Luoghi Santi, con gravissimi danni alle famiglie cristiane palestinesi che vivono principalmente di turismo. La crescente immigrazione ebraica mette così in ulteriore minoranza i pochi cristiani locali sopravvissuti alle sopraffazioni sioniste del 1948 e del 1967.
 
Nel 2021 cresce del 31% l’immigrazione ebraica in Israele
 
Calano gli arrivi dalla Russia, in aumento da Stati Uniti, Sud Africa ed Etiopia nel quadro dell’operazione Tzur Israel. Un’immigrazione in larga maggioranza giovanile. Il flusso in entrata non si è mai fermato, nemmeno durante la fase più acuta della pandemia di Covid-19. Per il ministro israeliano sono cifre “positive”.
 
Gerusalemme (AsiaNews/Agenzie) – Nei primi mesi del 2021 l’immigrazione ebraica in Israele è cresciuta del 31%, con un numero crescente di ingressi da Stati Uniti, Francia, Ucraina, Bielorussia, Sud Africa ed Etiopia, mentre si registra una lieve flessione dalla Russia. È quanto emerge dai dati ufficiali forniti dal ministero israeliano dell’Immigrazione e dall’Agenzia ebraica, alla vigilia della festa di domani in ricordo delle persone che hanno intrapreso il viaggio verso la “terra promessa”.
Secondo le statistiche ufficiali, anche per quest’anno il maggior numero di immigrati ebrei proviene dalla Russia (5.075), a dispetto di una diminuzione del 5% nel numero rispetto al 2020. Vi sono stati 3.104 nuovi ingressi dagli Stati Uniti, con una crescita del 41% rispetto ai primi nove mesi dell’anno passato.
 
Almeno 2.819 nuovi immigrati si sono trasferiti dalla Francia (+55%), 2.123 dall’Ucraina (+4%), 780 dalla Bielorussia (+69%), 633 dall’Argentina (+ 46%), 490 dal Regno Unito (+20%), 438 dal Brasile (+4%) e 373 dal Sudafrica (+56%). Dall’Etiopia si registrano 1.589 immigrati nel quadro dell’operazione Tzur Israel, una iniziativa voluta dal governo per favorire l’immigrazione di membri della comunità ebraica dal Paese africano. 
In base all’età, oltre la metà degli immigrati ebrei in Israele giunti nel 2021 ha meno di 35 anni, con il 23,4% di età compresa fra 0 e 17 anni; il 33,4% ha fra i 18 e i 35 anni. Il 16,3% rientra nella fascia 36-50 anni, il 13% ha fra 51 e 64 anni e il 13,9% ha più di 65 anni. Il ministero dell’Immigrazione aggiunge che 2.184 nuovi immigrati si sono trasferiti a Gerusalemme, 2.122 a Tel Aviv, 2.031 a Netanya, 1.410 ad Haifa e 744 ad Ashdod. Il titolare del dicastero Pnina Tamano-Shata parla di cifre “positive”, sottolineando il grande contributo fornito dagli immigrati ebrei alla società israeliana in un’ottica complessiva di sviluppo. 
 
In una nota scritta in inglese, ma usando i termini ebraici per riferirsi all’immigrazione e agli immigrati, il ministro ha detto: “Sono lieto di lanciare la settimana Aliyah per il 2021, dove salutiamo e accogliamo gli immigrati per il loro contributo allo Stato di Israele. Ho lavorato nel governo per garantire che l’immigrazione non si fermasse, nemmeno durante la pandemia di Covid-19, e perché l’aliyah possa essere la realizzazione del sogno sionista”. 
Lo scorso anno, durante il periodo più acuto dell’emergenza sanitaria innescata dalla pandemia di nuovo coronavirus, il dato relativo all’immigrazione ebraica in Israele è calato di circa il 40%. Il dato nel 2020 si è fermato a 21.200, rispetto ai 33.500 dell’anno precedente, con un calo complessivo del 36,7%.
 
 

“Clima” per imporre l’agenda abortista

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Segnalazione di Corrispondenza Romana

di Tommaso Scandroglio

Dal primo al 12 novembre si svolgerà a Glasgow la conferenza annuale dell’Onu sui cambiamenti climatici, chiamata Cop-26. Una coalizione di più di 60 organizzazioni pro-aborto ha scritto una lettera ad Alok Sharma, presidente della conferenza sul clima Cop26, chiedendo al Regno Unito di modificare i criteri di ammissibilità al finanziamento per il clima, che ammontano a ben 11,6 miliardi di sterline, facendo ricomprendere anche progetti per sovvenzionare la cosiddetta salute riproduttiva. In altre parole, le organizzazioni pro-choice chiedono che un po’ di soldi destinati al clima finiscano per finanziare aborto, contraccezione e sterilizzazione.

Prontamente un portavoce del Foreign, Commonwealth and Development Office ha dichiarato: «Il Regno Unito è un leader globale sia nell’uguaglianza di genere che nella lotta ai cambiamenti climatici. È evidente che sostenere le donne, anche attraverso la pianificazione familiare e l’istruzione delle ragazze, aiuta le comunità ad adattarsi e ad essere più resilienti ai cambiamenti climatici. Ecco perché ci stiamo assicurando che i nostri finanziamenti internazionali per il clima rispondano alle questioni di genere e stiamo usando la nostra presidenza Cop26 per invitare gli altri a fare lo stesso».

Bethan Cobley , direttore dell’organizzazione abortista MSI Reproductive Choices, ex Marie Stopes International, ha voluto precisare “che ciò che vogliono veramente” le comunità più colpite dall’emergenza climatica “è l’accesso all’assistenza sanitaria riproduttiva, in modo che possano scegliere quando o se avere figli”. Sulla stessa frequenza d’onda la prof.ssa Susannah Mayhew, della London School of Hygiene & Tropical Medicine, la quale afferma che c’è una connessione tra clima e accesso alla contraccezione e aborto: «le persone che sono state colpite dai cambiamenti climatici e che hanno scarso accesso a servizi sanitari di qualità, comprendono tale connessione molto più di noi». Insomma pare proprio che milioni di donne africane vogliano abortire a causa del surriscaldamento del pianeta.

Ma dopo due occidentali, diamo la parola ad un africano, ad un addetto ai lavori: Obinuju Ekeocha, fondatore e presidente di Culture of Life Africa. Di fronte a queste argomentazioni Ekeocha ha così obiettato: «Se parliamo di aborto, beh, non credo che nessun paese occidentale abbia il diritto di pagare per gli aborti in un paese africano, soprattutto quando la maggior parte delle persone non vuole l’aborto… In tal caso, allora, diventerebbe una forma di colonizzazione ideologica». Ekeocha ha poi ricordato che i programmi di pianificazione familiare delle organizzazioni internazionali inviano in Africa circa 2 miliardi di preservativi all’anno, al costo di 17 milioni di dollari, denaro che potrebbe essere destinato all’accesso al cibo a prezzi accessibili, a fonti di acqua pulita, all’assistenza sanitaria e all’istruzione.

Di parere diverso è il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) che usa come pretesto il tema del cambiamento climatico per sdoganare l’aborto in tutto il mondo. L’UNFPA ha pubblicato un documento dal titolo “Cinque modi in cui il cambiamento climatico danneggia donne e ragazze”. Nel quinto modo si legge: «Come ha dimostrato il COVID-19, le emergenze deviano le risorse sanitarie per contrastare la minaccia sanitaria più recente e li distraggono dai servizi ritenuti meno essenziali. Le emergenze dovute ai cambiamenti climatici diventeranno più frequenti, il che significa che i servizi per la salute e per i diritti sessuali e riproduttivi potrebbero essere tra i primi a essere ridotti». Con agghiacciante candore il documento, ricordando la devastazione del ciclone Idai che colpì il Malawi nel 2019, riporta la testimonianza del dott. Treazer Masauli, che lavora presso l’ospedale del distretto di Mangochi: «Abbiamo dovuto utilizzare un elicottero per raggiungere aree non accessibili su strada per fornire servizi di salute sessuale e riproduttiva, come i preservativi, metodo di pianificazione familiare e per la prevenzione dell’HIV e delle malattie sessualmente trasmissibili». Il lettore ha capito bene: i soccorritori si sono alzati in volo in elicottero per distribuire preservativi agli abitanti che erano feriti, assetati, affamati, infreddoliti, che annaspavano nell’acqua, avevano la casa distrutta e piangevano i propri cari perché morti. Non portavano acqua, cibo, beni di prima necessità e medicinali, bensì preservativi e pillole abortive.

Il documento dell’UNFPA così prosegue: «I raccolti andati persi a causa del cambiamento climatico possono anche influenzare la salute sessuale e riproduttiva. Uno studio ha scoperto che dopo uno shock come l’insicurezza alimentare, le donne tanzaniane che lavoravano nell’agricoltura si sono rivolte al sesso transazionale per sopravvivere, il che ha contribuito a tassi più elevati di infezione da HIV/AIDS». Tradotto: le donne impoverite dai mancati raccolti dovuti ad un sedicente cambiamento climatico sono finite nella tratta internazionale della prostituzione. Da lì gravidanze indesiderate e malattie veneree. Conclusione: le donne, causa il clima che sta cambiando, hanno bisogno di aborto e contraccezione. Straordinari quelli dell’UNFPA: invece di preoccuparsi di trovare risorse per tamponare i danni provocati dai raccolti mancati, per incentivare le donne a rimanere in patria a lavorare e per disincentivare la tratta delle schiave del sesso, si preoccupano di fornire loro strumenti abortivi e contraccezione dato che si prostituiscono, finendo così per incentivare la prostituzione stessa dato che in tal modo diventerà più sicura per le donne.

Conclusione: il clima è solo un pretesto per diffondere ancor di più il credo abortista nel mondo.

Fonte: https://scholapalatina.lt.acemlna.com/Prod/link-tracker?redirectUrl=aHR0cHMlM0ElMkYlMkZ3d3cuY29ycmlzcG9uZGVuemFyb21hbmEuaXQlMkZjbGltYS1wZXItaW1wb3JyZS1sYWdlbmRhLWFib3J0aXN0YSUyRg==&sig=CYcpVyuf9jDZxWm6SfuKmirwpaT25gNe3Ln76XtG6QQM&iat=1634126750&a=650260475&account=scholapalatina%2Eactivehosted%2Ecom&email=WGByPjZY3AMGHbnlPw2cQTpxdzkQNl9LgdxZ9pnzLRY%3D&s=7fe708e192b517c76cb9155f667678b1&i=619A653A15A6238

Il caso Polonia, tra sovranismo e libertà d’azione: la spina dell’Est nel fianco della Ue

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LETTERE DEL LETTORE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo che si trova anche su: https://www.ilmiogiornale.net/il-caso-polonia-tra-sovranismo-e-liberta-dazione-la-spina-dellest-nel-fianco-della-ue/

di Ferdinando Bergamaschi

La Polonia è uno dei 27 Stati membri dell’Unione europea. Insieme a Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia fa parte del Gruppo di Visegrád. Questo gruppo, come è noto, si è spesso scontrato con l’impostazione giuridica (e in un secondo momento anche finanziaria) dell’Unione europea.

L’ultimo caso riguarda la Polonia. La Corte suprema di Varsavia nei giorni scorsi ha infatti stabilito che alcune parti della legislazione dell’Unione Europea non sono compatibili con la Costituzione della Polonia. In questo modo, com’è evidente, si dice implicitamente che il diritto nazionale prevale su quello europeo. 

Così facendo, Varsavia pone le basi per un possibile scontro con Bruxelles. A questo proposito il giudizio della Corte polacca è chiaro: “Il tentativo della Corte europea di giustizia di essere coinvolta nei meccanismi legislativi polacchi viola le norme che rispettano la sovranità nell’ambito del processo di integrazione europea”. Ce n’è abbastanza perché molti osservatori parlino già di Polexit. 

Muri e dintorni

Quel che è certo è che la reazione dell’Unione europea non si è fatta attendere. È la stessa presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, che risponde seccamente alla Polonia: “Useremo tutti i poteri che abbiamo in base ai trattati per assicurare il primato del diritto Ue su quelli nazionali incluse le disposizioni nazionali. È quello che gli Stati membri hanno sottoscritto, come membri dell’Unione europea”. 

In questo clima, che ha visto scendere in piazza anche i polacchi pro Bruxelles, si inserisce un’altra questione spinosa che riguarda ancora una volta direttamente Varsavia. Infatti il Governo guidato da Mateusz Jakub Morawiecki, insieme con altri 11 Paesi dell’Ue (molti dei quali già satelliti dell’impero sovietico più Danimarca, Grecia e Cipro), nelle scorse settimane ha inviato alla Commissione europea una lettera con la richiesta che Bruxelles finanzi la costruzione di muri anti-migranti.

Lapidaria è stata a questo riguardo la risposta da Bruxelles: fate come volete ma non con i soldi comuni. E su questa linea di difesa dei confini nazionali Varsavia, peraltro, ha deciso di prolungare lo stato d’emergenza alla frontiera con la Bielorussia mobilitando migliaia di militari per frenare il flusso di migranti messi (appositamente o meno) in fuga dal regime di Lukashenko. 

È evidente comunque che il nodo della questione è sempre lo stesso: quale sia la capacità dell’Unione europea di risolvere problemi che pur riguardando singoli Stati nazionali riguardano al tempo stesso il fondamento della sua stessa unità ed esistenza.

Est Europa in mezzo al guado

Da un certo punto di vista si può dire che l’imperialismo sovietico era più “nazionalista” di quanto non lo è stato l’imperialismo occidentale. Se infatti la feroce egemonia dell’Urss si basava sul concetto nazionalista della “grande madre patria russa”, l’egemonia o, per meglio dire, l’influenza occidentale era in gran parte fondata sul concetto, internazionalista per eccellenza, di dominio della finanza; e la finanza, per definizione, non ha né patria, né nazione, né terra d’origine. 

Per quanto, quindi, gli stati dell’Est Europa guardino giustamente con orrore alla passata dominazione sovietica, negli stessi è però rimasta una matrice nazionalista. Questo perché il regime stalinista e post-stalinista non era fondato sulla finanza bensì sulla burocrazia, la quale, rispetto alla finanza, quantomeno riconosce l’appartenenza ad una nazione.   

D’altra parte, però, l’Occidente liberaldemocratico, dopo la caduta del muro di Berlino, poteva garantire a quegli Stati una libertà d’azione per i singoli cittadini enormemente superiore rispetto a quella che garantiva la gabbia sovietica.

Ecco allora che quei popoli – e la Polonia ne è l’esempio più lampante – una volta venuta meno la cortina di ferro, si sono trovati in mezzo a due pulsioni: quella della rivendicazione della loro coscienza nazionale che l’Urss, malgrado tutto, non aveva soppiantato; e quella della libertà d’azione che sarebbe stata garantita prima dalla Nato e poi dall’Europa, e quindi dall’Occidente nel suo complesso.  

Così si spiega la ricerca di mediazione che questi Paesi anelano, tra identitarismo con le proprie radici (sovranismo) e libertà d’azione (occidentalismo): ma questa mediazione, crediamo, sarebbe proprio un sano ed equilibrato europeismo.

Fumetti sempre più Lgbt: Superman diventa bisessuale. E la Marvel rilancia con il supereroe gay

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di Carlo Marini

Superman sventolerà la bandiera dell’orgoglio gay il 9 novembre, quando verrà rivelato che il supereroe è bisessuale nel prossimo numero della DC Comics Superman: Son of Kal-El. Lo riporta il sito Deadline.

L’attuale Superman è Jon Kent, figlio di Clark Kent e Lois Lane. Nei pannelli pubblicati dal fumetto, i lettori possono conoscere il nuovo interesse amoroso del giovane Kent: Jay Nakamura, un giornalista, naturalmente. Il fumetto mostrerà la fiorente amicizia di Jon e Jay che diventa romantica dopo che il giornalista si prende cura dell’Uomo d’Acciaio che si sente mentalmente e fisicamente esaurito dal tentativo di tenere tutti al sicuro.

“Ho sempre detto che tutti hanno bisogno di eroi e tutti meritano di vedere se stessi nei loro eroi e sono molto grato che DC e Warner Bros. condividano questa idea”, ha detto lo scrittore Tom Taylor in una nota. “Il simbolo di Superman è sempre stato sinonimo di speranza, verità e giustizia. Oggi quel simbolo rappresenta qualcosa di più. Oggi, più persone possono vedersi nel supereroe più potente dei fumetti”. L’artista John Timms ha aggiunto: “Sono incredibilmente onorato di lavorare al fianco di Tom nella serie Superman: Son of Kal-El, che mostra Jon Kent affrontare la sua complessa vita moderna, salvando anche il mondo dalle sue più grandi minacce, cattivi e minacce”.

“Non potremmo essere più orgogliosi di raccontare questa importante storia di Tom Taylor e John Timms”, ha affermato Jim Lee, Chief Creative Officer ed Editore DC. “Parliamo molto del potere del DC Multiverse nella nostra narrazione e questo è un altro incredibile esempio. Possiamo avere Jon Kent che esplora la sua identità nei fumetti così come Jon Kent che impara i segreti della sua famiglia in tv su Superman & Lois. Convivono nei loro mondi e tempi, e i nostri fan possono godersi entrambi contemporaneamente”.

Superman bisex e la Marvel lancia il primo supereroe gay

La tendenza è inarrestabile. Da una parte Superman con la Dc Comics, dall’altra il colosso Marvel. All’interno del prossimo kolossali, Gli Eterni, ha infatti inserito il primo supereroe apertamente gay. Il personaggio in questione sarà Phastos, interpretato da Brian Tyree Henry.
Grazie alle dichiarazioni dell’attore Haaz Sleiman, sappiamo che si tratta proprio di Phastos. Le precedenti partecipazioni dell’attore di origine libanese naturalizzato statunitense comprendono Assassin’s Creed e le serie tv Jack Ryan e The Good Wife, e del suo ruolo ne Gli Eterni, sappiamo solo che sarà il marito di Phastos.
Sleiman ha confermato che il film vedrà anche un bacio gay trai due: “Oh sì, assolutamente, ed è un bacio bellissimo e molto commovente. Tutti hanno pianto sul set. Per me è molto importante mostrare quanto possa essere amorevole e bella una famiglia strana.”

Fonte. https://www.secoloditalia.it/2021/10/fumetti-sempre-piu-lgbt-superman-diventa-bisessuale-e-la-marvel-rilancia-con-il-supereroe-gay/

Green pass, i portuali sfidano Draghi: “Blocchiamo tutto”

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Comunque la si pensi, i portuali dimostrano di essere una categoria di lavoratori compatta e coraggiosa, in grado di trattare, proprio grazie a questo binomio di caratteristiche, direttamente col Governo, avendo anche la forza di poter dettare le condizioni. Un loro comunicato spiega come stiano arrivando loro migliaia di messaggi di sostegno da parte di lavoratori e famiglie italiane che ritengono ingiusto il Green Pass. Le azioni concrete di seria protesta sono queste, e si differenziano di gran lunga da proclami, libelli, scontri e raduni, facilmente strumentalizzabili e/o palesemente inutili (N.d.R.)

Se le trattative non andranno in porto, saranno guai seri. Non solo per il sistema portuale italiano, che non può certo fare a meno di Trieste. Ma anche per l’economia nostrana, in un periodo in cui la filiera della logistica mondiale è in subbuglio. E soprattutto per il governo, che si trova sul piatto una grana enorme che rischia di esplodere nel giorno del battesimo del green pass obbligatorio.  I lavoratori portuali di Trieste lo hanno detto chiaro e tondo: il 15 ottobre ci sarà il “blocco delle operazioni del porto” se “non sarà tolto l’obbligo“ del lasciapassare verde, non solo per loro “ma per tutte le categorie di lavoratori”.

Un ultimatum a Draghi in cui non sembrano esserci spazi di mediazione. Ieri il Viminale aveva provato a trovare una soluzione, chiedendo alle aziende di pagare i tamponi ai dipendenti sprovvisti di green pass. Una sorta di “privilegio” rispetto al resto dell’Universo mondo, visto che la linea Draghi è sempre stata quella di non avvallare le tesi “no vax” a suon di test molecolari gratuiti. Infatti, i portuali hanno respinto al mittente pure questa ipotesi. Niente da fare. Neppure le paventate dimissioni del presidente dell’Autorità, Zeno d’Agostino, li ha scalfiti. I 950 operai triestini non scendono a patti: se anche un solo lavoratore italiano dovesse essere escluso dal lavoro, si metteranno a braccia conserte fermando – di fatto – l’intera macchina organizzativa del porto. Il 40% di loro non è vaccinato, e dunque è sprovvisto del pass, in una città in cui il movimento 3V dei No Vax ha sfiorato il 5% dei consensi. In città le manifestazioni anti green pass vanno avanti da settimane. Mentre gli occhi d’Italia erano puntati sugli assalti romani alla Cgil, qui sfilavano 15mila persone capitanate proprio dai portuali. “Siamo venuti a conoscenza – ha scritto il leader della protesta  Stefano Puzzer – che il Governo sta tentando di trovare un accordo, una sorta di accomodamento riguardante i portuali di Trieste, e che si paventano da parte del Presidente Zeno D’Agostino le dimissioni. Nulla di tutto ciò ci farà scendere a patti fino a quando non sarà tolto l’obbligo di green pass per lavorare. Non solo noi, ma tutte le categorie di lavoratori”.

Una guerra senza esclusione di colpi, che dimostra come il governo si sia presentato impreparato all’appuntamento col green pass. Non solo i portuali, infatti. I poliziotti da giorni sono sul piede di guerra perché la possibile esclusione dal servizio di 15-19mila divise non vaccinate rischia di paralizzare il sistema di sicurezza italiano. Chi occuperà i turni dei colleghi rimasti a casa, vista la cronica mancanza di organico? E se la durata del tampone dovesse “scadere” in mezzo al servizio, il poliziotto che fa: lascia scappare il ladro? Draghi ora dovrà trovare una soluzione. Non semplice. I portuali triestini gli hanno lanciato il guanto di sfida. E per ora hanno loro il coltello dalla parte del manico: la ripresa italiana non può permettersi di perdere un porto. Col rischio che la protesta contagi anche gli altri scali. A partire da Genova.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/green-pass-i-portuali-sfidano-draghino-green-pass-o-blocchiamo-tutto-i-portuali-sfidano-draghi/ 

Immagini tagliate, frasi decontestualizzate. È credibile l’inchiesta di Fanpage?

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Qualcosa sembra non tornare nella ormai celeberrima inchiesta di Fanpage sulla “lobby nera”. In attesa che la magistratura si pronunci ufficialmente, e nonostante presunte fonti della procura di Milano parlino di “inchiesta fedele al girato”, ieri sera, a Quarta Repubblica, un servizio a firma di Claudio Rinaldi ha mostrato in maniera inequivocabile come la stessa frase del “barone nero” Jonghi Lavarini sia stata inserita e montata due volte, vale a dire in entrambe le puntate della video-inchiesta e riferita dunque a due contesti differenti. 

Vedi il Video del servizio su: https://www.nicolaporro.it/immagini-tagliate-frasi-decontestualizzate-e-credibile-linchiesta-di-fanpage/

Come spiega bene il servizio, nella prima puntata in cui l’inchiesta punta i riflettori su Fdi e Carlo Fidanza, il barone nero si esprime così: “Se vogliamo riprenderci il governo di Milano, ci deve essere spazio anche per noi”. Pronuncia queste parole stando in piedi, con alle spalle delle vetrate scure e alla sua destra un uomo, seduto, che rientra nell’inquadratura. 

Ecco, se si osserva attentamente le immagini di entrambe le video-inchieste, non potrà non risultare evidente come la seconda porzione di frase, vale a dire “ci deve essere spazio anche per noi”, viene riproposta paro paro anche nella secondo puntata quando, però, ad essere messi in mezzo sono il partito di Salvini e due esponenti lombardi del Carroccio, Angelo Ciocca e Silvia Sardone. “In un grande partito come la nuova Lega – dice il barone nero – ci deve essere spazio anche per noi”. E non vi è alcun dubbio che le immagini siano le stesse. Identica postura, stesse vetrate scure alle sue spalle, stesso uomo alla destra. Insomma, è proprio la stessa frase utilizzata due volte. E a confermarlo ci sono anche i tagli del montaggio che vengono effettuati prima della parola “ci”. Il primo netto e visibile, per quanto ben fatto e il secondo nascosto con un’immagine di copertura.

Dunque, anche non avendo visionato tutto il girato, come chiedeva Giorgia Meloni, che temeva proprio furbate di questo tipo, una prima certezza sembra esserci già: quella frase, con tutta probabilità, è estranea ad almeno uno dei due contesti. E non è la prosecuzione naturale delle due frasi precedenti dati i tagli.

Questa operazione sarà stato fatta in buona fede o no? Avrà in qualche modo alterato il significato di una delle due situazioni o anche solo presentato sotto una luce utile a qualcuno alcuni eventi, oppure può essere ritenuto un fatto di poco conto nell’ambito totale dell’inchiesta? Questo non lo possiamo sapere.

Quello che invece sappiamo è che anche nella seconda puntata una frase dell’europarlamentare leghista, Angelo Ciocca, sembra esser stata in qualche modo decontestualizzata. E più precisamente questa: “C’è solo un modo per difendere la nostra patria, uno non ce n’è un altro: fare quello che hanno fatto i nostri militari nella prima e nella seconda guerra mondiale”, dice il politico nel video mostrato da Fanpage. Peccato che sia stata tagliata la parte finale del suo ragionamento che, come sostiene lo stesso Ciocca, avrebbe rivelato senza ombra di dubbio come non vi fosse alcuna correlazione tra quelle parole e il fascismo. Tant’è che il leghista è stato ripreso anche altre volte mentre sosteneva il medesimo concetto, come mostra subito dopo il servizio di Quarta Repubblica. E proprio in quei filmati si può cogliere il senso reale del discorso di Ciocca, che lo utilizzava anche in campagna elettorale.

In ultimo, un’altra stranezza: la donna che ritira i soldi (in realtà dei libri) per conto di Lavarini, che è vestita con un outfit invernale mentre tutte le altre persone sono a maniche corte. È così che si dovrebbe fare per non farsi notare mentre si sta facendo un’operazione losca? Anche questo appare francamente un po’ strano.

Tre indizi fanno una prova? Forse no, però era giusto rendere pubbliche queste incongruenze che siamo certi, non sorprenderanno minimamente la leader di Fratelli d’Italia. Ora, palla alla magistratura.

Fonte: https://www.nicolaporro.it/immagini-tagliate-frasi-decontestualizzate-e-credibile-linchiesta-di-fanpage/

AIFA: il verbale dello scandalo non esiste! 10 mila dosi salvavita gratis rifiutate senza una parola

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Avevamo pubblicato, come la maggioranza di siti e media, la notizia rivelata per primo da Mario Giordano riguardante l’AIFA. Ora giunge lo scandalo prosegue… (n.d.r.)

Continua incredibile scandalo dell’AIFA, ora sotto inchiesta da parte della Corte dei Conti per non aver accettato 10 mila dosi di anticorpi monoclonali della Eli Lily GRATIS ad ottobre. “Scelta pubblica non ponderata” dice la corte contabile.

La scelta in questione, quella di rifiutare un farmaco che avrebbe potuto salvare migliaia di vite e che comunque è stato poi accettato, e pagato, a marzo 2021,  è stata presa il 29 ottobre 2020, e la Corte dei Conti chiede il verbale di quella riunione. Colpo di scena! IL VERBALE NON ESISTE! Non c’è, nessuno lo tiene, nessuno risponde. 

Fuori dal Coro: https://twitter.com/i/status/1448034263467692037

Un ente pubblico importantissimo perché prende decisioni che incidono direttamente sulla salute dei cittadini prende decisioni senza tenere nessun verbale delle riunioni, in barba a qualsiasi forma di regolarità. Che dirà il direttore Nicola Magrini, nominato in quella posizione dal governo Conte due (PD+M5S)? Chi lo sa, forse lo stesso che dice Arcuri per i banchi di scuola a rotelle che prendono fuoco (circa 100 mila banchi da distruggere) o per i milioni di mascherina non a norma.

Naturalmente, a parte la magistratura contabile, nessuno indaga, nessuno guarda sull’insieme di interessi fra case farmaceutiche e AIFA. Alla Eli Lily, che voleva donare questi farmaci essenziali, è stato semplicemente detto che “Non interessavano”. Nel frattempo gente è morta. Però in Italia il problema è il fascismo, ricordatevelo bene! Non i dirigenti intoccabili che fanno tutto quello che vogliono sulla pelle delle persone.

Fonte: https://scenarieconomici.it/aifa-il-verbale-dello-scandalo-non-esiste-10-mila-dosi-salvavita-gratis-rifiutate-senza/?utm_medium=push&utm_source=onesignal&utm_campaign=push_scenarieconomici

Emergenza Fascismo

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QUINTA COLONNA – SATIRA

di Alfio Krancic

Riunione straordinaria del Comitato TS dopo i gravissimi episodi di squadrismo fascista ai danni dei Sindacati, delle F.d.O. e delle Istituzioni. Il Comitato ha deciso di posticipare la lotta alle emergenze sanitaria e climatica ad una nuova data, dando la priorità assoluta all’emergenza fascismo, giudicata più letale delle altre. Sono state prese pertanto le prime misure per salvaguardare l’integrità delle Istituzioni, dei Sindacati, delle Forze dell’Ordine e non ultima la salute della grande massa (80%) dei vaccinati a rischio contagio da parte dei novax.

Le misure consisteranno:

  1. scioglimento di tutti i partiti fascisti e cripto fascisti: FN, Casa Pound, FdI, Lega;
  2. arresti domiciliari per i dirigenti di FdI/Lega; carcere per i più facinorosi, quali Castellino, il Barone Nero etc.;
  3. deportazione dei novax in campi di rieducazione retti dai Virologi che più si sono distinti nelle lotta alle fake news;
  4. vaccinazione obbligatoria di massa dei novax e dei fascisti;
  5. inoculazione virus Covid negli irriducibili con conseguente ricovero, sedazione, intubamento e morte.

Plauso delle forze politiche, sindacali, giudiziarie e sanitarie per decisioni prese dal CTS. PD-M5S hanno ribadito in un comunicato congiunto che in Italia non c’è posto per il fascismo squadristico e per la follia novax. “Ora”, prosegue la nota, “l’Italia potrà riprendere il suo cammino verso un futuro di inclusione, solidarietà, accoglienza e vaccinazione per tutti .“

Fonte: https://alfiokrancic.com/2021/10/11/emergenza-fascismo/

 

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