di Frà Leone da Bagnoregio
Mentre scorrevo gli articoli ultimamente pubblicati, ho individuato alcuni spropositi sostenuti anche da brillanti scrittori in ambito tradizionalista come Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira e altri al suo seguito in merito alla corretta interpretazione del magistero ecclesiastico e petrino, ultimamente anche Mons. Richard Williamson ha sostenuto tesi non teologicamente fondate, riguardo alle canonizzazioni di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II.
A seguito della convocazione del Vaticano II, sono stati emanati gli atti del concilio e tutta una serie di documenti pontifici e di encicliche che più o meno contengono elementi che si allontanano dalla costante dottrina cattolica esposta dal magistero precedente al concilio.
Al fine di non addivenire a conclusioni logiche sull’autorità emanante gli atti, si sta cercando di sminuire il valore degli atti stessi, consegnandoli ad una specie di limbo “magisteriale” in cui l’ortodossia degli stessi è vagliata dai fedeli cioè dalla “chiesa discente”, quando per sua essenza dovrebbe essere l’atto emanato dalla “chiesa docente” ad essere recepito dai fedeli con religioso assenso! Si stanno in breve invertendo i ruoli.
Se si è nella condizione che deve essere la “chiesa discente” a valutare il magistero ecclesiastico è perché in quel magistero si riscontrano gravi errori se non eresie, pertanto, non deve essere considerato magistero insistono sia da Silveira sia Mons. Richard Williamson. Particolarmente quest’ultimo insiste sul fatto che essendo modernisti o affetti dal modernismo, i documenti del Vaticano II, e tutti i documenti promulgati dai “papi conciliari” non hanno un valore dottrinale. Continua a leggere














