La via cattolica per la Pace

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/03/21/la-via-cattolica-per-la-pace/

SULLA GUERRA I MEDIA HANNO UN APPROCCIO VIZIATO DAL MANICHEISMO LIBERALE

L’eccesso di esemplificazione in fenomeni complessi ed epocali come quelli che stiamo vivendo porta a posizioni tranchant che possono essere un ostacolo insormontabile per addivenire alla pace.

media avrebbero un ruolo importante nel dare un’informazione equilibrata, non deformata dalla propaganda. Dietro la guerra in Ucraina, ci sono motivazioni geopolitiche, economiche, culturali, storiche, religiose. Invece, assistiamo ad un approccio viziato dal manicheismo liberale, che è di matrice illuminista e protestante, per cui dopo il 1991, col crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, ovvero del comunismo, non vi sono più contrapposizioni ideologiche.

Esiste solo l’Occidente guidato dagli Stati Uniti e “fine della storia”, per dirla con una frase del politologo nippo-americano Francis Fukuyama.

Negli anni ’90 iniziava il processo di trasformazione del modello liberal-capitalista del XX secolo in globalismo. Il mondo unipolare, però, ha trovato alcuni ostacoli fin da subito, come ad esempio l’Islam politico, l’ascesa dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, india, Cina, Sudafrica) ma anche il populismo, persino in America, nella forma adottata da Donald Trump. I grandi globalisti George Soros, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Bill Gates, Barack Obama, Klaus Schwab, Hillary Clinton, Bernard Henri Levy e Joe Biden vogliono superare queste battute d’arresto al dominio globale e cementare il trionfo globale del liberalismo, che negli ultimi 30 anni ha progressivamente mutato la società, non solo attraverso la tecnologia, ma nei processi sociali e culturali, nella diffusione delle politiche di genere (LGBTQ+), nell’educazione, attraverso programmi scolastici mirati alla cancellazione di ogni identità e alla costruzione dell’ “uomo nuovo” come soggetto amorale, privo di pensiero e idee, sessuomane, perverso, transumano.

L’eredità di due anni di emergenza sanitaria è aver divinizzato la scienza (scientismo) come quinta colonna del sistema liberale, nell’arte si fa trionfare il surrealismo, nei social-media si alimenta la superbia della persona comune che si sente tuttologa, come zuccherino a un’umanità di sudditi consumatori dei prodotti delle élites globaliste. In tutto questo, non c’è più posto per Dio, che viene sostituito dalla religione unica mondiale, ossia l’unità nella diversità che fa convivere la Verità con l’errore, negando il principio di non contraddizione.

Va detto con estrema obiettività che Russia e Cina non hanno opposto un’ideologia contrastante. Al contrario, hanno fatto proprie le tesi del liberismo economico, fino a diventare due Superpotenze. Se è vero che Xi Jinping detiene il debito pubblico degli Stati Uniti e Putin dispone di una grande forza nucleare, l’Occidente liberale dimostra la sua debolezza nel non aver tenuto conto dell’avanzata esponenziale, concorrenziale e globale dell’Oriente del mondo.

Ha, dunque, ragione Alexander Dugin quando dice che “il comunismo è scomparso, ma l’Oriente, l’Eurasia, no“. Appare, quindi, piuttosto realistico ritenere che l’Occidente abbia sottovalutato l’altra parte del mondo, oggi in grande fermento, e che cerchi di sostituire la realtà stessa con il dominio incontrastato del mondo virtuale.

In un articolo sul Financial Times, Fukuyama parla direttamente della “guerra di Putin all’ordine liberale”. Perciò “l’operazione militare speciale in Ucraina è un accordo decisivo per stabilire la Russia come civiltà, come polo sovrano di un mondo multipolare”. Tutti i geopolitici anglosassoni hanno compreso tale assunto, da Halford Mackinder (1861-1947) a Zbigniew Brzezinski (1928-2017). Non potrà esservi pace duratura finché l’Occidente liberale non prenderà atto che dal suo fallimento è sorta una reazione multipolare incredibilmente forte, guidata dalla Russia.

La grande identità religiosa cristiano-ortodossa di questa reazione determina dei problemi di non poco conto per il mondo cristiano-cattolico, che non può permettersi di vedere incrinarsi il primato petrino di Roma, nonostante la secolarizzazione.

Nel mese di San Giuseppe, patrono della Chiesa universale, è più che mai necessario pregare perché il Cuore Immacolato di Maria possa trionfare sul virus liberale, sul cancro social-comunista e sulla paralisi modernista, così che la Chiesa possa irradiare di Luce salvifica tutto il Creato, affinché la pace non sia solo assenza di guerra ma la tranquillità dell’Ordine dato dal Magistero Perenne e dalla Dottrina Sociale dei Papi.

 

A Torino nasce la scuola di drag queen per bambini

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Segnalazione di Redazione BastaBugie

E intanto Tiziano Ferro annuncia trionfale insieme al compagno di aver avuto un bambino con l’utero in affitto e paradossalmente chiede il rispetto della loro privacy pur avendola infranta lui per primo
di Luca Marcolivio

Con la complicità dei media patinati e non, da La Stampa a Repubblica, fino a Elle, le “scuole” per drag queen sono una realtà che definire assurda e choccante è forse poco.
«L’idea è nata per gioco (gioco??? ndr), soprattutto su richiesta di alcune donne che volevano migliorare il proprio portamento e imparare a camminare con i tacchi», spiega a Repubblica Dario Bellotti, in arte Barbie Bubu, attore e trasformista, che si esibisce come drag queen da 21 anni, fondatore dell’Art Studio Drag Queen. Al “corso”, infatti, partecipano sia uomini che donne.
Tanto per cambiare l’impostazione dell’iniziativa è all’insegna del gender fluid più spinto. Sembra quasi che più le idee sono confuse, meglio è: «La drag queen non è per forza omosessuale può essere anche una donna, si chiama bio queen», spiega ancora Bellotti, in un video postato sulla pagina Facebook de La Stampa. Non può mancare il riferimento alle lotte per i «diritti omosessuali» che le drag queen incarnano. «In vent’anni è cambiato tutto», aggiunge l’artista, «abbiamo tolto parecchi blocchi, ci sono meno pregiudizi. Le persone hanno capito che essere drag queen non significa essere volgari o vendere sesso, ma semplicemente divertirsi».
Intanto Bellotti gongola per l'”evoluzione” che questi personaggi hanno conosciuto negli ultimi anni: se prima erano quelle che portavano «folclore» alle manifestazioni, oggi «le abbiamo portate nei teatri».
Giancarlo, un allievo (peraltro non giovanissimo) della scuola per drag queen non riesce a contenere tutto il suo entusiasmo: «Cosa mi affascina? Il fatto di essere qualcosa che nella vita forse non potrò mai essere. La drag queen invece è proprio diva per definizione». La scuola per drag queen, a suo dire, aiuterebbe a «superare i limiti che uno ha» e a vincere i «tanti pregiudizi» e «preconcetti che uno ha in testa».
Sul fenomeno, già di suo, ci sarebbe molto da discutere anche se coinvolgesse soltanto adulti. Invece, dai servizi che stanno girando in queste settimane, emerge che a frequentare i corsi per drag queen a Torino sono anche tanti minori. Non solo adolescenti, anche bambini. Alessandro (nome di fantasia, mentre sui social viene usato il suo nome vero ma noi preferiamo evitare) ad esempio, ha intorno ai 9-10 anni e il suo sogno è «essere Elektra Bionic perché innanzitutto è bellissima». La mamma è totalmente dalla sua parte, al punto che, afferma, «per me vederlo felice è la cosa che mi riempie». Tutti i «sacrifici» che una madre può fare per il figlio «svaniscono perché so che lui è contento, è felice e va bene così».
Il giornalista non manca poi di fare la domanda capziosa: «C’è molta discriminazione su queste tematiche… avete per caso subito qualche attacco?». La mamma di Alessandro risponde affermativamente: «Purtroppo sì, la discriminazione c’è, quello che mi fa più male è che parta dalle famiglie… una persona adulta che lo insegna a un bambino». Al figlio dice sempre di «non attaccare» ma di «difendersi».
L’interrogativo più importante, tuttavia, è: che bene può fare (noi crediamo l’esatto opposto) alla crescita di un bambino essere portato ad una scuola di drag queen? È la domanda che anche noi di Pro Vita & Famiglia, con rispetto, rivolgiamo al signor Bellotti, alla mamma di Alessio e al giornalista che l’ha intervistata.

Nota di BastaBugie: Tommaso Scandroglio nell’articolo seguente dal titolo “Tiziano Ferro, quante stecche oltre lo zucchero filato” parla dell’annuncio della “paternità” del cantante che non rivela come ha avuto i due bambini per non creare polemiche sul tema utero in affitto e chiede il rispetto della loro privacy infrangendolo lui per primo.
Ecco l’articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 2 marzo 2022:

Post su Instagram di Tiziano Ferro: “Sono diventato papà, e voglio presentarvi queste due meraviglie di 9 e 4 mesi. Margherita e Andres”. A corredo del post una foto in cui il cantante abbraccia i due bambini e dietro lui Victor Allen, l’uomo che Ferro ha “sposato” negli Usa.
Il post, dopo qualche pensierino sulla paternità al sapore di zucchero filato, così continua: “Comprendiamo e accettiamo la curiosità che regna intorno a noi, ma vi chiediamo di rispettare la riservatezza di Margherita e di Andres. Ci prenderemo cura dei nostri figli proteggendoli e custodendone l’intimità meglio che potremo. Saranno solo e soltanto loro a decidere ‘quando’ – e soprattutto ‘se’ – condividere il racconto della loro vita, è giusto che lo conoscano prima del resto del mondo. E’ un diritto insindacabile”.
Qualche pensierino nostro, però, purtroppo, non al gusto di zucchero filato. Ferro non rivela come ha avuto questi due bambini. Due sono le ipotesi, escludendo un incontro amoroso del nostro con una donna: l’adozione e la pratica dell’utero in affitto. La maggior parte dei media parla di adozione, ma non ne abbiamo le prove. Come ha fatto notare acutamente la giornalista di Repubblica Elena Stancanelli, se Ferro avesse adottato i due pargoli lo avrebbe detto. Infatti il cantante da anni adotta cani e non ne ha mai fatto mistero, anzi. Il fatto che invece sia omertoso sul come i due bebè siano entrati in casa Ferro puzza di bruciato. Si potrebbe quindi ipotizzare che il cantante abbia preferito non rivelare che i due bambini provengono dall’utero affittato di una donna dato che la pratica qui da noi è vietata (ma se la pratichi all’estero nulla quaestio). Insomma un silenzio voluto per non creare polemiche e per non incrinare l’immagine patinata in bianco e nero di lui che stringe a sé i due marmocchi.
Seconda riflessione che già alcuni tabloid hanno fatto. Il post su Instagram di Ferro è un vero e proprio ossimoro, una contraddizione in termini: mostra i due bambini sui social e nello stesso tempo chiede di rispettarne la privacy, già violata con questo primo scatto. E’ come appiccare un incendio in un bosco e sperare che non divampi. E’ come dare un sorso d’acqua all’assetato ed esigere da lui che non chieda altra acqua. Se si voleva davvero proteggere la vita privata dei due bambini, non sarebbe stato più semplice, sin dall’inizio, non dire nulla su di loro, non postare nemmeno una foto? Se si afferma che saranno loro a decidere se divulgare i fatti della loro vita privata perché allora non si è rispettato questo principio sin da subito?
Ma – e qui sta il punto fondamentale di tutta questa vicenda – se davvero si avesse avuto a cuore il bene di questi bambini in primis non si doveva chiamarli ad esistenza tramite fecondazione artificiale eterologa e poi tramite utero in affitto (se realmente si è fatto ricorso a queste pratiche) e in secondo luogo, sia nel caso fossero nati in modo naturale sia nel caso opposto, i due bambini, a proposito di diritti insindacabili come dice Ferro, hanno il diritto nativo di essere educati dai propri genitori o, se questi fossero ritenuti non idonei alla loro educazione, hanno il diritto di essere cresciuti da un uomo e da una donna (in merito ai danni sui minori provocati da un’educazione priva della figura materna o paterna ci permettiamo di rimandare ad un lungo elenco di studi scientifici contenuti in T. Scandroglio, Dizionario elementare dei luoghi comuni – voce Figli di coppie gay? L’importante è l’amore, IdA, Milano).
Quante stecche per un cantante.

Titolo originale: Torino choc. Scuola drag queen per bambini
Fonte: Provita & Famiglia, 14 marzo 2022

San Pio X il Papa parrocchiano di San Giuseppe al Trionfale

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Auguri per la festa di san Giuseppe, Sposo della B. V. Maria, Padre putativo di Gesù e Patrono della Chiesa universale. Lo festeggiamo con questo articolo relativo al ruolo che ebbe san Pio X nella costruzione della parrocchia di San Giuseppe al Trionfale a Roma.
 
San Pio X il Papa parrocchiano di San Giuseppe al Trionfale
 
Proseguiamo il viaggio nella storia del quartiere romano de Il Trionfale nato e sviluppato intorno alla parrocchia di San Giuseppe.
A sostenere Don Luigi Guanella che si adoperava per i poveri non solo con le opere sociali ma soprattutto con la costruzione di chiese in ogni luogo dove voleva far nascere una comunità fu un “parrocchiano” speciale: il Papa Pio X.
Il Pontefice si definì da subito un “parrocchiano di San Giuseppe”, anche perché dai giardini vaticani agli inizi del ‘900 il cantiere della basilica si vedeva vicina. 
Alejandro Maria Dieguez nel libro pubblicato per i cento anni della parrocchia scrive: “Fin dall’inizio del suo pontificato, Pio X, un Papa pastore vissuto sempre a contatto diretto con la realtà dei fedeli, aveva constatato gli effetti dell’incremento della popolazione di Roma per l’espansione edilizia e quindi la necessità di indirizzare risorse umane e materiali verso la periferia, diventata quasi ‘terra di missione’.
Il Papa inizia rivedendo l’assetto delle parrocchie, le toglie dal centro meno abitato e ne fa nascere nuove in periferia, molte ne fa costruire con quasi 12 milioni da lui faticosamente stanziati. 
Quando don Guanella nel 1908 va in udienza dal Papa per proporre la costruzione di una chiesa per una nuova parrocchia il Papa è entusiasta: “Sento che avete un pensierino lontano di fare una chiesa oltre porta Trionfale. Vi auguro che quel pensiero si faccia vicino e concreto” dice a Don Guanella. Ma non si ferma agli auguri. “Voi – dice – avete sperimentato gli effetti della divina Provvidenza. Non tentate Iddio, ma confidate, confidate ne sarei tanto tanto contento. Dicono che sono ricco e ricevo milioni. Non credetelo perché non è vero! Dalle fonti alle quali vorrebbero alludere non ricevo neppure un centesimo. Tuttavia in quanti posso io vi aiuterò, perché una chiesa in quella località è proprio necessaria”.
Pio X in varie occasioni e momenti arrivò a contribuire con 440 mila lire. Una somma davvero alta a quel tempo. Sarebbe stato un prestito in attesa della vendita dei terreni delle colonìe di Monte Mario, come scritto in una ricevuta firmata da Don Guanella. Ma il Papa sapeva che lo “straccione” come lo chiamava affettuosamente, non gli avrebbe ridato nulla: “pagheranno, non pagheranno, intanto mi hanno fatto una chiesa necessaria”. Il debito alla fine fu del tutto condonato. Ma la chiesa veniva su bene, e al Trionfale tra le baracche, lavoravano le suore che al loro arrivano avevano solo una cappellina proprio in una di quelle baracche. 
Il Papa volle che la nuova chiesa fosse utile e anche bella. Così toglie il ciborio dorato dalla Capella di Santa Matilde e la regala alla chiesa di San Giuseppe. 
Le donazione riguardano poi l’asilo e la mensa, ma soprattutto la cura pastorale. Il Papa sa che la gente deve avere facilità di trovare confessori e sacerdoti disponibili all’ascolto.  I sussidi si moltiplicano in varie forme, una lunga serie di aiuti che arrivano anche tramite i suoi segretari che spesso si univano ai preti della parrocchia per fare apostolato.  San Giuseppe non era solo una parrocchia ma un vero centro di carità e di ascolto. E questo grazie al Papa.
Il Trionfale si trasformava così da zona degradata a luogo di riferimento. 
Don Bacciarini scrive: “Qui il bene bisogna farlo più fuori di chiesa che in chiesa. Qui si indice una prima Comunione? L’avviso in chiesa e sul bollettino è lettera morta: bisogna andare a domicilio e non una ma due e tre volte. Tale è l’indifferenza romana”. 
E aggiunge: “Senza questo metodo noi possiamo star qui a confessare donne e poche anche di quelle e lasciare che la massa del popolo dorma i sonni della sua indifferenza che fa spavento”. 
Parole drammaticamente attuali anche oggi proprio nella città del Papa come in tante altre parti del mondo. 
Quando a marzo del 1912 Don Guanella andò in udienza due volte dal Papa con gruppi di fedeli e sacerdoti la nuova chiesa era stata appena inaugurata, il 19 marzo appunto. Di questo Guanella parla con il Papa. Le sorelle del pontefice avevano partecipato alla messa pontificale.
Sulla facciata della chiesa si legge: “ O Giuseppe- patrono della Chiesa cattolica- in questo tempio- che ricorda il giubileo sacerdotale ed episcopale – di Pio X- benedici al suo zelo – inteso  a restaurare ogni cosa in Cristo”. 
 
 

L’economia dei territori e il Quinto rapporto sul Welfare aziendale

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di Vincenzo Silvestrelli

IL WELFARE AZIENDALE NON SOLO FÀ BENE AI LAVORATORI MA CONTRIBUISCE ANCHE ALLO SVILUPPO DI COMUNITÀ LOCALI MODELLATE SUL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ. IL CONTRIBUTO DEL LABORATORIO DELL’UNIVERSITÀ STATALE DI MILANO

Il Welfare territoriale, oltre che al benessere dei lavoratori, ha un grande valore in quanto esercita una funzione di sussidiarietà e permette il protagonismo della comunità nella gestione e nel controllo dei servizi sociali.

«Un’azione può essere propriamente definita “territoriale” solo se è condivisa tra gli attori territoriali e, soprattutto, se mira a valorizzare e “accrescere il valore delle risorse territoriali, intese nel modo più vario e più ampio possibile”. Si genera così un circolo virtuoso: un progetto specifico utilizza le risorse del territorio ma, allo stesso tempo, le moltiplica e le rafforza». Questa è solo una delle interessanti citazioni che possono essere tratte dal Quinto rapporto sul welfare aziendale, un contributo qualificato destinato ad arricchire lo sviluppo delle conoscenze teoriche e delle esperienze pratiche di economie locali e socialmente responsabili.

Con l’accattivante titolo Il ritorno dello Stato sociale? Mercato, Terzo Settore e comunità oltre la pandemia, lo studio è stato curato da Franca Maino ed è uscito nel gennaio 2022 a cura del laboratorio sul Secondo Welfare costituito fin dal 2011 nell’ambito dell’Università Statale di Milano. Il rapporto ha una cadenza annuale e presenta alcuni dati quantitativi e qualitativi sul tema descrivendo alcune esperienze concrete. Il Quinto rapporto esamina in particolare gli effetti della pandemia e sottolinea l’attuale processo di “ritorno allo Stato sociale”.

In questa edizione sono anche presentati i dati di ricerche e focus group sul tema del Welfare aziendale, filantropico e di comunità. Tali analisi sono arricchite dal racconto di esperienze innovative di Welfare sviluppate da Nord a Sud della Penisola, in linea con quell’approccio attento all’eccellenza che da sempre contraddistingue il metodo di ricerca di percorsi del laboratorio Secondo Welfare. Fra gli esempi di Welfare territoriale virtuoso viene descritto “Valoriamo”, un progetto che si svolge nella zona di Lecco per la diffusione del Welfare aziendale, la creazione di servizi e la collocazione lavorativa di persone svantaggiate.

Il testo complessivo del Quinto Rapporto è scaricabile liberamente in forma integrale ma è acquistabile anche in formato cartaceo.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2022/03/19/leconomia-dei-territori-e-il-quinto-rapporto-sul-welfare-aziendale/

Gratteri: «Dopo la guerra in Ucraina la ‘ndrangheta comprerà armi a prezzo da outlet»

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Il procuratore di Catanzaro: «È già successo in Bosnia, dove i clan hanno acquistato dalla mafia pugliese o barattato con la coca»

CATANZARO «Non succederà adesso, ma a bocce ferme. In questo momento le armi servono per fare la guerra, non per fare baratti. Alla fine delle ostilità chi avrà bisogno di armi andrà a comprarle a prezzi da outlet, come già accaduto in Bosnia. Quando la ‘ndrangheta ne ha avuto bisogno, è andata in Bosnia a comprare armi, le ha comprate dalla mafia pugliese oppure le ha barattate con la cocaina». Così all’AdnKronos il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, sul rischio che l’enorme giro di armi ed esplosivi, mitra, bombe, missili anti carro, arrivati in Ucraina, possano in qualche modo finire nel circuito della grande criminalità organizzata internazionale, dove la ‘ndrangheta la fa da padrone.
«La ‘ndrangheta – spiega Gratteri -, ha già avuto questo tipo di armi, non sarebbe un elemento di novità. La ‘ndrangheta non ha questa primazia, tutte le organizzazioni criminali che hanno bisogno di armi andranno a cercarle a basso costo, ad un costo inferiore rispetto a quello del mercato nero. Ma le mafie non hanno mai avuto problemi di approvvigionamento di armi, perché nel mondo ce n’è una grande quantità, l’approvvigionamento può avvenire dove si vuole. Dalla Svizzera all’ex Jugoslavia e in qualsiasi teatro di guerra c’è il mercato nero delle armi, dunque non sarebbe una novità. Anche se, ribadisco, c’è la possibilità di comprare armi più sofisticate a buon prezzo».
Quanto al modo per impedire che ciò accada, Gratteri chiosa: «Se gli Stati si parlano, se le polizie e le magistrature si parlano, sarebbe l’unico modo per impedirlo».

Fonte: https://www.corrieredellacalabria.it/2022/03/16/gratteri-dopo-la-guerra-in-ucraina-la-ndrangheta-comprera-armi-a-prezzo-da-outlet/

“Attueremo tutti i piani”. Ecco il discorso integrale di Putin sull’Ucraina

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Lo Zar parla di Ucraina di fronte a migliaia di persone nello stadio di Mosca. L’occasione è la festa della “riunificazione” della Crimea.

Pubblichiamo la traduzione integrale del discorso tenuto da Vladimir Putin nello stadio di Mosca di fronte a migliaia di persone. Il concerto era dedicato all’ottavo anniversario della “riunificazione” della Crimea con la Federazione Russa.Tra i temi toccati dallo Zar, la guerra in Ucraina.


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Noi, popolo multinazionale della Federazione Russa, unito da un destino comune sulla nostra terra, siamo le prime linee della legge fondamentale del Paese, la Costituzione. E ogni parola è piena di significato profondo, ha un grande significato.

Sulla propria terra, uniti da un destino comune: questo è ciò che probabilmente le persone hanno pensato e da cui sono state guidate quando si sono recate al referendum in Crimea e Sebastopoli il 18 marzo 2014. Vivevano e vivono nella loro stessa terra e volevano vivere un destino comune con la loro patria storica – con la Russia. Avevano tutto il diritto di farlo e hanno raggiunto il loro obiettivo. Prima di tutto, congratuliamoci con loro. Congratulazioni!

Durante questo periodo, la Russia ha fatto molto per aiutare la Crimea e Sebastopoli. Era necessario fare cose che non sono immediatamente visibili ad occhio nudo. Sono di natura fondamentale: fornitura di gas, fornitura di energia, servizi comunali, ripristino della viabilità, costruzione di nuove strade, autostrade e nuovi ponti.

Bisognava tirare fuori la Crimea da quella posizione umiliante, da quello stato umiliante in cui erano immerse quando facevano parte di un altro Stato che finanziava questi territori secondo il cosiddetto principio residuale.

Ma non è solo questo. Il fatto è che sappiamo cosa dobbiamo fare dopo, come dobbiamo farlo dopo e contro chi: sicuramente attueremo tutti i piani che abbiamo delineato.

Ma non sono solo queste decisioni. Il fatto è che la Crimea e Sebastopoli hanno fatto la cosa giusta quando hanno messo una dura barriera sulla strada dei neonazisti e dei nazionalisti estremisti. Perché quello che è successo nel Donbass ( sta ancora accadendo) ne è la migliore conferma.

Anche le persone che vivevano e vivono nel Donbas non erano d’accordo con questo colpo di stato (quello del 2014, ndr). Contro di loro furono immediatamente organizzate operazioni militari punitive, e non solo una, furono soggette a bombardamenti sistematici con cannoni e attacchi aerei: tutto ciò che viene chiamato “genocidio”.

È salvare le persone da questa sofferenza, da questo genocidio: questo è il motivo principale, il motivo e l’obiettivo dell’operazione militare che abbiamo lanciato nel Donbass e in Ucraina, questo è esattamente l’obiettivo. E qui, si sa, mi vengono in mente parole della Sacra Scrittura: non c’è amore più grande, che dare vita per i propri amici. E vediamo come i nostri ragazzi agiscono e combattono eroicamente durante questa operazione.

Queste parole provengono dalle Sacre Scritture del cristianesimo, da ciò che è caro a coloro che professano questa religione. Ma la linea di fondo è che questo è un valore universale per tutti i popoli e i rappresentanti di tutte le fedi in Russia, e in particolare per il nostro popolo, principalmente per il nostro popolo. E la migliore conferma di ciò è come combattono, come si comportano i nostri ragazzi durante questa operazione militare: spalla a spalla, si aiutano, si sostengono a vicenda e, se necessario, coprono il proprio fratello con i loro corpi da un proiettile sul campo di battaglia. Non abbiamo avuto una tale unità per molto tempo.

Accadde così che l’inizio dell’operazione coincise – quasi per caso coincise – con il compleanno di uno dei nostri eccezionali capi militari, santi canonizzati – Fyodor Ushakov, che in tutta la sua brillante carriera militare non perse una sola battaglia. Una volta ha detto che questi temporali serviranno alla gloria della Russia. Così era allora, così è oggi e così sarà sempre!

Grazie!

Vladimir Putin, 18 marzo 2022

“Attueremo tutti i piani”. Ecco il discorso integrale di Putin sull’Ucraina

Ecco le armi che abbiamo spedito in Ucraina

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La lista “segreta” ormai di dominio pubblico

Eccola, la lista “segreta”. Eccole le armi che l’Italia, grazie alla decisione del governo e del Parlamento, ha deciso di inviare a Kiev. Si tratta di un elenco teoricamente secretato dal Copasir, l’organo di vigilanza dei servizi segreti, ma che ormai sta diventando praticamente di dominio pubblico. A organizzare la spedizione sarà il Comando Operativo di Vertice Interforze, coordinato dal generale Figliuolo, e poi ci penserà la Nato a far arrivare – attraversi sentieri segreti – gli armamenti all’Ucraina.

Qui sotto l’elenco degli strumenti con cui armeremo gli ucraini nella speranza che possano resistere alle bombe di Putin.

  • Mitragliatrice Mg 7.62: si tratta di un’arma “automatica di reparto a corto rinvulo di canna con chiusura geopetrica a rulli”. Può sparare fino a 730-900 colpi al minuto. “Può essere impiegata sia con bipiede come arma d’accompagnamento sia con treppiede come mitragliatrice media d’appoggio – si legge sul sito dell’Esercito – installata su veicoli come arma singola di bordo o come arma coassiale”. Il calibro del proiettile è 7,62×51 mm Nato, il peso 10,5 kg, l’alimentazione a nastro e ha un tiro utile di 400-500 metri sul bipiede e 800-1000 metri sul treppiede.

Mitragliatrice media MG 42/59 cal. 7,62 mm

  • Mitragliatrici 12.7 Browning: questa arma, spiega l’Esercito, “è stata acquisita allo scopo di garantire un adeguato supporto di fuoco alla manovra delle unità terrestri in termini di volume, gittata e letalità d’ingaggio”. Si tratta di un’arma “a corto rinculo e tiro selettivo (colpo singolo e raffica libera)” ed “è dotata di otturatore e meccanismo di alimentazione invertibili per consentire l’introduzione del nastro da destra o da sinistra secondo il tipo di installazione previsto, ovvero montaggio su aereo o su veicolo”. A cosa serve? “L’arma può essere impiegata per effettuare azioni di fuoco sia terrestre che contraereo e può essere montata a bordo di mezzi. Le caratteristiche tecniche e balistiche della Browning, unite ai più moderni tipi di munizionamento (in grado di perforare a una distanza di oltre mille metri una lastra di acciaio balistico di 10 mm di spessore), ne fanno un’arma versatile e pienamente rispondente alle necessità operative.​​​

Mitragliatrice BROWNING cal. 12,7 mm

  • Mortai da 120 (oltre alle bombe da mortaio):  mortaio Thomson-BrandtTr61 da 120 mm a canna rigata si tratta di “un’arma semplice, rustica, di facile maneggio e impiego, in grado di fornire supporto di fuoco di accompagnamento a tiro curvo alle lunghe distanze”. L’arma presenta diversi vantaggi: “Oltre ad essere trainabile, è anche avio-trasportabile, caratteristiche che gli conferiscono elevata mobilità e una capacità di rapido schieramento sul campo di battaglia”.​​

Mortaio rigato da 120 mm

  • Razioni alimentari da combattimento
  • 100 missili
  • Lanciatori Stinger e relativi missili: ​si tratta di “un sistema d’arma missilistico terra-aria impiegato contro la minaccia aerea condotta alle bassissime quote”.
    Il sistema d’arma è composto da:

    • missile;
    • tubo di lancio;
    • unità di alimentazione elettrica;
    • sistema di identificazione: il missile, una volta esploso il colpo, riconosce l’obiettivo e lo insegue.

Stinger, arma missilistica terra-aria

  • Centinaia di missili Milan (Missile d’Infanterie Léger ANtichar): è un missile anticarro a medio raggio
  • Elmetti militari, 5mila giubbotti antiproiettile
  • 200 missili C-c Mk72Law

Cancellate gli eroi e le grandi imprese

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di Marcello Veneziani

La miserabile cancellazione di Italo Balbo dalla flotta aerea di Stato, chiesta e ottenuta da un parlamentare della sinistra che non val la pena nemmeno citare, solleva una questione che va ben al di là del leggendario personaggio, eroe di pace, fondatore dell’aeronautica italiana e trasvolatore onorato in tutto il mondo per le sue imprese straordinarie. È una questione che va pure al di là del trito e ritrito divieto di verità sul fascismo e sull’antifascismo. Tocca il nostro rapporto con la grandezza, con gli eroi e con la nostra storia.

Siamo nani sulle spalle di giganti ma la cosa meschina è che i pigmei martellano la testa dei giganti e li vituperano, mentre sono seduti in alto grazie a loro. L’Italia sarebbe solo un’espressione geografica, per dirla con Metternich, se non ci fossero stati i giganti a fondarla, innalzarla e lasciare tracce indelebili nelle opere e nelle imprese, nelle città e nell’arte, nella storia e nella letteratura.

Da decenni, ormai, la guerra alla storia ha assunto la piega più infame: non la revisione storica per cogliere i lati in ombra dei grandi – geni, condottieri, scopritori ed eroi- ma la rimozione a priori, la cancellazione, sulla base di un’etichetta che suona come un marchio d’infamia a priori: razzista, nazifascista, criminale di guerra. Accuse che nel caso specifico di Balbo sono peraltro infondate, ma non è del caso Balbo che stiamo ragionando.

Applicare quei criteri retroattivi alla storia, ai miti e agli eroi significa eliminare ogni storia e ogni traccia di eroismo, lasciando al più solo le vittime, ma solo quelle dalla parte politicamente corretta. Finora ci ha salvati, paradossalmente, l’ignoranza e l’incoerenza degli inquisitori e dei questurini: se conoscessero le biografie dei condottieri di tutti i tempi, da Alessandro Magno a Napoleone, passando per i nostri Cesari e per qualunque altro condottiero, li cancellerebbero come spietati criminali di guerra; con relativa rimozione dei loro nomi dalla storia e dalla toponomastica.

Ma la censura fa salti, si accanisce solo col Novecento o retrocede agli antichi a casaccio, random, solo perché qualcuno ha estrapolato, magari da wikipedia, una frase razzista, un pensiero misogino, un’espressione sessista.

Il problema è ancora più radicale e sconfortante: è l’incapacità di cogliere e rispettare la grandezza, la bellezza, l’eroismo, le grandi imprese non solo sportive ma a rischio di vita (come furono le trasvolate di Balbo, che ebbero dei caduti); le grandi opere di fondazione, i solchi e le eredità che lasciano. Non abbiamo più mente né occhi per vedere la grandezza, per rispettarla, se non per ammirarla, o quantomeno per riconoscerla, anche obtorto collo; non riusciamo a uscire dal metro piccino dei precetti presenti e sulla base di quelli siamo pronti a bandire chiunque. Il criterio è uguale a chi abbatte le statue di Cristoforo Colombo o di chi denigra Dante Shakespeare perché scrissero cose incompatibili col lessico stupido dei nostri giorni e con i suoi pregiudizi.

L’opera di demolizione degli eroi e dei grandi segue due strade, e non saprei dire quale sia la peggiore. La prima si riassume in quella stupida frase estrapolata da Bertolt Brecht: Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi. Ovvero le masse sono le uniche forze che contano nella storia; non i geni, non i condottieri, non gli eroi o i santi. Questa visione antieroica è un residuo tardivo della mentalità comunista, collettivista e livellatrice, che coincide di fatto con l’abolizione della storia.

Ma c’è pure una seconda operazione molto praticata in questi tempi: ed è la sostituzione degli eroi cancellati con una produzione di finti eroi, di palloni gonfiati, se non di veri e propri antieroi, eco-sostenibili, cioè compatibili con l’epoca. Terroristi, violenti o tossici che diventano martiri ed esempi, ma anche martiri senza martirio, nullità elevate a modelli, mediocri personaggi innalzati al rango di statisti e di grandi e poi celebrati come eroi d’Italia, d’Europa, dell’Umanità.

Il risultato di entrambe le vie è la decadenza, il degrado verticale della società, l’incapacità di distinguere la luce dall’ombra, il grande dal meschino, il merito dal demerito, l’eccellenza dall’ordinarietà. Con l’effetto aggiunto di mortificare e disincentivare ogni ricerca di elevazione, di miglioramento, di riconoscimento. Non serve a nulla la tua impresa, la tua opera, le tue fatiche, i tuoi studi e i tuoi risultati; il metro della storia segue criteri ideologici in cui non c’è spazio per l’eccellenza, la qualità, l’altezza. Per i pigmei tutto sa di pigmeo.

Ma ciò che rende ulteriormente patologica questa mania di cancellazione è il contesto a cui si riferisce, l’Italia. Se la cancellazione si accanisce in America, è una pagina infame ma si tratta di un paese povero di storia e di tradizioni. Ma se la cancellazione riguarda un paese antico come l’Italia, la cui vera ricchezza e grandezza è legata proprio alla sua storia e alle grandi imprese, allora il danno è letale. L’Italia non spicca per potenza economica, tecnologica o militare né per potenza demografica o vastità territoriale: la sua eccellenza è proprio legata a quelle vette e ai loro lasciti, alle tracce di storia. Se le cancelliamo, cancelliamo pure noi. Se poi lo scopo finale è sostituire gli italiani con i migranti, meglio se africani, allora tutto coincide. Risparmiateci almeno la retorica: non parlate più di cultura, di civiltà, di patria e nemmeno di progresso. Non ne avete il diritto perché state lavorando per la loro definitiva distruzione. Balbo solcava i cieli, i barbari pigmei strisciano nel sottosuolo.

MV, La Verità (18 marzo 2022)

Fonte: http://www.marcelloveneziani.com/articoli/cancellate-gli-eroi-e-le-grandi-imprese/

Catechismo Maggiore di San Pio X – Della festa di San Giuseppe

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di Redazione

Oggi è San Giuseppe, Patrono della Chiesa universale. Festa di precetto. Sono prescritti digiuno e astinenza. Santa Messa tradizionale “non una cum” gli occupanti conciliari a Rovereto loc. Mori Stazione, chiesa di Sant’Ignazio di Loyola alle ore 18.00 celebrata da don Ugolino Giugni, IMBC.

 

185 D. Perché la Chiesa celebra con speciale solennità la festa di S. Giuseppe?

R. La Chiesa celebra con speciale solennità la festa di S. Giuseppe, perché egli é stato uno dei più grandi santi, sposo di Maria Vergine, padre putativo di Gesù Cristo, e fu dichiarato Patrono della Chiesa.

186 D. Che cosa vuoi dire: Giuseppe fu padre putativo di Gesù Cristo?

R. Le parole: Giuseppe fu padre putativo di Gesù Cristo, voglion dire che egli era comunemente creduto padre di Gesù Cristo, perché adempì verso di lui gli offici paterni.

187 D. Dove dimorava d’ordinario S. Giuseppe?

R. S. Giuseppe d’ordinario dimorava in Nazaret, piccola città della Galilea.

188 D. Qual’era la professione di S. Giuseppe?

R. SGiuseppe, benché fosse della stirpe reale di David, era povero, e ridotto a guadagnarsi il vitto colla fatica delle sue mani.

189 D. Che cosa c’insegna la povertà della famiglia di Gesù Cristo?

R. La povertà della famiglia di Gesù Cristo c’insegna a distaccare il cuore dalle ricchezze, e a soffrire volentieri la povertà, se Dio ci vuole in questo stato.

190 D. A qual gloria crediamo noi, che Iddio abbia elevato S. Giuseppe nel cielo?

R. Noi crediamo che Iddio abbia elevato San Giuseppe ad un’altissima gloria, quanto è stato eminente il suo grado e la sua santità sulla terra.

191 D. Qual’è la protezione di S. Giuseppe verso i suoi devoti?

R. La protezione di S. Giuseppe verso i suoi devoti è potentissima, perché non è credibile che Gesù Cristo voglia negare alcuna grazia ad un Santo a cui in terra ha voluto esser soggetto.

192 D. Qual grazia speciale dobbiamo noi sperare dall’intercessione di S. Giuseppe?

R. La grazia speciale che noi dobbiamo sperare dall’intercessione di S. Giuseppe è quella di una buona morte, perché egli ebbe la sorte di morire tra le braccia di Gesù e di Maria.

193 D. Che cosa dobbiamo noi fare per meritarci la protezione di S. Giuseppe?

R. Per meritarci la protezione di S. Giuseppe noi dobbiamo invocarlo sovente, e imitarlo nelle sue virtù, e sopratutto nella sua umiltà e perfetta rassegnazione alla divina volontà, la quale fu sempre la regola delle sue azioni.

Fonte: https://www.sodalitium.biz/catechismo-maggiore-san-giuseppe/

Ucraina, le manovre della Cina (con l’assist di Bergoglio)

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Il diavolo e l’acqua santa. Potrebbe essere la Cina a mediare con la Russia con l’aiuto a sorpresa del Vaticano di Bergoglio e Parolin. Pechino, dopo aver rinunciato – per ora – ad invadere Taiwan, ha deciso di prendere le distanze da Mosca tanto che si sta già rifiutando di fornire pezzi e manutenzione all’aviazione. A dare una mano a Xi Jinping e fargli guadagnare un possibile ruolo di mediatore mondiale, si sta operando la Santa Sede che, dopo anni di carcerazione di alti prelati e torture ai missionari, sta riannodando i fili con Pechino. Ma andiamo con ordine.

Ad Haren in Belgio, quartiere generale della Nato, mentre si stanno decriptando i rapporti dei servizi di sicurezza sulla crisi ucraina, è di tutta evidenza che, a dirla con Márquez, si sia trattato della cronaca di una guerra annunciata. Doveva essere una guerra lampo, poco più che una formalità con la resa o l’omicidio di Zelensky, e invece si è trasformata in un massacro. Il presidente degli Stati Uniti Biden era stato informato dell’attacco russo dopo la visita del 2 novembre a Mosca di William Burns, il capo della Cia, non a caso già ambasciatore a Mosca degli Usa dal 2005 al 2008, che aveva incontrato il segretario del consiglio di sicurezza Patrushev. Era stato invece proprio Putin in persona ad avvertire il Premier cinese della svolta in Ucraina il 2 febbraio scorso, in un vertice a Pechino in cui ufficialmente si era parlato di accrescere la “connessione” tra la Belt and Road Initiative (Bri, o nuova via della seta) e l’Unione economica eurasiatica (Uee).

Xi che, dopo l’esplosione del Covid-19 partita da un suo laboratorio, da tempo si stava approvvigionando di grano, gas e materie prime, non si era opposto, convinto che si trattasse di un conflitto rapido. Ma poi, vista l’escalation di bombardamenti anche su ospedali e asili, ha dovuto cambiare radicalmente strategia perché avallare i massacri sovietici, con migliaia di profughi in movimento ormai di dominio pubblico anche in Cina attraverso i media, avrebbe offerto un’arma a tutti quei movimenti separatisti, dal Tibet alla Mongolia di confine, che puntano all’indipendenza da Pechino. Una circostanza che Xi assieme ai mai sopiti mal di pancia dell’intellighenzia pacifista di Hong Kong, non può proprio permettersi, soprattutto alla vigilia del prossimo congresso di novembre del Partito comunista cinese, dove certamente non vuole arrivare con un alleato come Putin che, comunque vada a finire, sarà considerato solo un criminale di guerra. Anche perché storicamente la Cina, secondo la vulgata imperante tra i mandarini, è sempre stata rappresentata come vittima, vedi il conflitto con il Giappone e la Korea, e non vuole certo stare dalla parte dell’aggressore.

Xi, perfino più di Biden, ha capito che, nel 2022, le guerre si combattono in borsa e sui mercati, non più sui campi di battaglia, e che la fluidità della finanza è oggi l’unico vero elemento di discrimine. Almeno per i prossimi dieci anni saranno i russi a pagare le azioni belliche di Putin e le grandi finanziarie cinesi si stanno già organizzando per comprare, pezzo per pezzo, quello che rimarrà delle aziende sovietiche, con buona pace per la via della seta. La domanda che allora ci si fa nei circoli dell’intelligence del Dragone è piuttosto: “Possiamo fermare la guerra senza antagonizzare l’aggressore e, al tempo stesso, migliorare la nostra reputazione, soprattutto dopo l’era Trump?”. È proprio sulla base di questi ragionamenti che si è tirato il freno su una possibile prossima invasione di Taiwan. L’isola del Pacifico gode di un trattato di mutua difesa con gli Usa, vanta forze armate moderne, una fiorente democrazia, una grande potenza tecnologica e sarà sempre più vitale per l’Occidente.

In questo contesto, dunque, Pechino, incredibilmente anche con l’aiuto del Vaticano di Bergoglio, può diventare davvero l’unico mediatore possibile nel conflitto Russia-Ucraina. Molti in Asia si augurano che sia veramente arrivato il momento per la Cina di fare il salto proprio nell’anno della Tigre. Bergoglio, assieme al segretario di Stato Pietro Parolin, che da anni segue da vicino i rapporti difficilissimi con Pechino, la sta aiutando. Perché, come ha detto recentemente il Cardinale a capo della diplomazia vaticana: “I fedeli in Cina possono testimoniare la propria fede e aprirsi anche al dialogo tra tutti i popoli e alla promozione della pace”. Non resta dunque che farci il segno della croce e intanto preghiamo per tutte le vittime di questa guerra.

Luigi Bisignani, Il Tempo 13 marzo 2022

DA

Ucraina, le manovre della Cina (con l’assist di Bergoglio)

Scorte carburante al minimo ovunque. La Crisi è mondiale

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Le scorte globali di diesel e altri distillati medi sono scese al livello stagionale più basso dal 2008, quando carenze simili di questi carburanti industriali e per il trasporto hanno contribuito a spingere i prezzi del petrolio a livelli record. Le scorte di olio combustibile distillato negli Stati Uniti sono 30 milioni di barili (21%) al di sotto della media stagionale quinquennale pre-pandemia e al livello più basso dal 2005, ha affermato la US Energy Information Administration.

Le scorte in Europa sono 35 milioni di barili (8%) al di sotto della media quinquennale pre-pandemia al livello più basso dal 2008, ha rilevato Euroilstock, che compila i dati di inventario per conto dell’Unione Europea.

E le scorte di distillati medi a Singapore sono 4 milioni di barili (32%) al di sotto della media quinquennale pre-pandemia e anche al livello più basso dal 2008, secondo il Ministero del Commercio e dell’Industria del Paese.

Le scorte combinate nelle tre località sono diminuite di 110 milioni di barili rispetto allo stesso punto dell’anno scorso, poiché i consumi hanno costantemente superato la produzione.

La domanda di diesel e altri distillati medi è fortemente orientata al ciclo economico poiché vengono utilizzati principalmente nel trasporto merci, nella produzione, nell’agricoltura, nell’estrazione mineraria e nell’estrazione di petrolio e gas.

Il rapido rimbalzo dell’attività economica dopo la prima ondata di pandemia e la fine dei lockdown e la sua attenzione alla produzione e al trasporto di merci ad alta intensità di diesel, hanno aumentato l’uso del carburante. Allo stesso tempo, le raffinerie hanno limitato la lavorazione del greggio per esaurire le scorte in eccesso che si sono accumulate durante la recessione del coronavirus e adattarsi alla minore domanda di carburante per aerei da parte delle compagnie aeree passeggeri. Ma il continuo esaurimento delle scorte di distillati è diventato insostenibile.

L’invasione russa dell’Ucraina e il successivo boicottaggio del carburante russo minacciano di aggravare la carenza di diesel . In Francia, Germania, Ungheria e Svezia sono state segnalate carenze di carburante effettive o potenziali 

La produzione di distillati dovrà essere aumentata al di sopra del consumo per un periodo per ricostruire le scorte a un livello più confortevole.

C’è un certo margine per le raffinerie di aumentare la produzione di distillati riportando la lavorazione del greggio ai tassi pre-pandemici, ma ciò trasformerà una carenza di distillato in una carenza di petrolio greggio.

La pressione per stabilizzare e ricostruire le scorte di prodotti distillati farà accelerare il consumo di greggio delle raffinerie entro la fine dell’anno e nel 2023. Ma il mercato globale del greggio è già eccezionalmente teso e la domanda di greggio extra lo farà restringere ulteriormente. Ogni incremento della domanda porterà a un aumento del prezzo.

Se i prezzi vengono adeguati all’inflazione e convertiti ai valori del 2022, il greggio Brent è salito dai già alti $ 135 al barile di fine febbraio 2008 (non lontano dai prezzi recenti) a $ 187 al barile a fine giugno e brevemente sopra $ 196 a luglio .

“Se qualcosa non può andare avanti per sempre, si fermerà”, ha detto nel 1986 l’economista Herbert Stein, che era stato il capo consigliere economico del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon. In questo caso, l’unica domanda è come sarà invertita l’esaurimento di prodotti petroliferi finiti. Questo può avvenire solo con: a)produzione più veloce. b) Consumo più basso. O entrambi

Quindi o ci sarà più petrolio o ci sarà meno consumo, e prezzi più alti.

DA

https://scenarieconomici.it/scorte-carburante-al-minimo-ovunque-la-crisi-e-mondiale/

Catechismo Maggiore di San Pio X – Della Quaresima

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Catechismo Maggiore di San Pio X – Della Quaresima

35 D. Che è la Quaresima?
R. La Quaresima è un tempo di digiuno e di penitenza istituito dalla Chiesa per tradizione apostolica.

36 D. Per qual fine è istituita la Quaresima?
R. La Quaresima è istituita:
1.    per farci conoscere l’obbligo che abbiamo di far penitenza in tutto il tempo della nostra vita, di cui, secondo i santi Padri la Quaresima è la figura;
2.    per imitare in qualche maniera il rigoroso digiuno di quaranta giorni, che Gesù Cristo fece nel deserto;
3.    per prepararci coi mezzo della penitenza a celebrare santamente la Pasqua.

37 D. Perché il primo giorno di Quaresima si chiama il giorno delle Ceneri?
R. Il primo giorno di Quaresima si chiama giorno delle Ceneri, perché la Chiesa mette in quel giorno le sacre ceneri sul capo dei fedeli.

38 D. Perché la Chiesa nel principio della Quaresima usa imporre le sacre ceneri?
R. La Chiesa nel principio della Quaresima usa imporre le sacre ceneri, affinché noi ricordandoci che siamo composti di polvere, e colla morte dobbiamo ridurci in polvere, ci umiliamo e facciamo penitenza de’ nostri peccati mentre ne abbiamo il tempo.

39 D. Con quale disposizione dobbiamo noi ricevere le sacre ceneri?
R. Noi dobbiamo ricevere le sacre ceneri con cuor contrito ed umiliato, e con la santa risoluzione di passare la Quaresima nelle opere di penitenza.
40 D. Che cosa dobbiamo noi fare per passar bene la Quaresima secondo la mente della Chiesa?
R. Per passar bene la Quaresima secondo la mente della Chiesa dobbiamo fare quattro cose:
1.    osservare esattamente il digiuno, e mortificarci non solamente nelle cose illecite e pericolose, ma ancora, per quanto si può, nelle cose lecite, come sarebbe moderarsi nelle ricreazioni;
2.    fare preghiere, limosine, ed altre opere di cristiana carità verso il prossimo più che in ogni altro tempo;
3.    ascoltare la parola di Dio non già per pura usanza o curiosità, ma per desiderio di mettere in pratica le verità che si ascoltano;
4.    essere solleciti a prepararci alla confessione, per rendere più meritorio il digiuno, e per disporci meglio alla Comunione pasquale.

41 D. In che consiste il digiuno?
R. Il digiuno consiste nel fare un solo pasto al giorno, e nell’astenersi dai cibi vietati.

42 D. Nei giorni di digiuno oltre l’unico pasto è vietata qualunque altra refezione?
R. Nei giorni di digiuno la Chiesa permette una leggiera refezione alla sera, o pure sul mezzogiorno quando l’unico pasto viene differito alla sera.

43 D. Chi è obbligato al digiuno?
R. Al digiuno sono obbligati tutti coloro che hanno compito il ventesimo primo anno e non ne sono legittimamente impediti.

44 D. Quelli che non sono obbligati al digiuno sono affatto esenti dalle mortificazioni?
R. Quelli che non sono obbligati al digiuno non sono affatto esenti dalle mortificazioni, perché niuno è dispensato dall’obbligo generale di far penitenza e perciò devono mortificarsi in altre cose secondo le loro forze.

DISCIPLINA DEL DIGIUNO E DELL’ASTINENZA:
https://www.sodalitium.biz/disciplina-del-digiuno-dellastinenza/

 

Fonte: https://www.sodalitium.biz/della-quaresima/

 

Contro l’aborto e il gender la prima presidente della Repubblica donna d’Ungheria

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di Matteo Orlando

KATALIN NOVÁK, DEL PARTITO FIDESZ, FEDELISSIMA DEL PRIMO MINISTRO VIKTOR ORBÁN, È DIVENTATA PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DI UNGHERIA CON 137 VOTI

Il parlamento ungherese ha eletto la prima donna presidente del Paese, per un mandato di cinque anni. Si tratta di Katalin Novák.

Candidata del partito governativo Fidesz, fedelissima del Primo ministro Viktor Orbán, è diventata presidente della Repubblica di Ungheria con 137 voti (il candidato di opposizione, il professore di economia Peter Ronai, ha preso 51 voti).

Katalin Novák è già stata ministro della Famiglia ungherese e l’abbiamo conosciuta quando ha partecipato al XIII Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families), che si era tenuto a Verona dal 29 al 31 marzo 2019, riscuotendo numerosi apprezzamenti.

La Novák, già vicepresidente del partito Fidesz, quarantaquattro anni, due lauree (economia ottenuta presso l’Università Corvinus di Budapest e giurisprudenza presso l’Università di Szeged), sposata con Attila István Veres (dal 2013 direttore del mercato monetario e dei cambi della Magyar Nemzeti Bank) e madre di tre figli (Ádám del 2004, Tamás del 2006 e Kata del 2008), andrà a sostituire il vecchio Presidente Janos Ader.

Katalin Novák, che oltre all’ungherese parla francese, inglese e tedesco, in qualità di ministro per la Famiglia ha promosso e sostenuto, in Ungheria e nel mondo, l’immagine familiare naturale opponendosi all’ideologia gender.

“Congratulazioni a Katalin Novák, eletta oggi presidente della Repubblica d’Ungheria, la prima donna nella storia della Nazione magiara. Un politico determinato e capace alla quale mi lega un sentimento di amicizia e stima. Da ministro della Famiglia ha dimostrato con i fatti che è possibile investire sulle politiche a sostegno per la famiglia e la natalità e sono convinta che saprà essere all’altezza del ruolo che da oggi è chiamata a ricoprire, soprattutto in questo delicato momento storico che vede l’Ungheria in prima linea nell’accoglienza dei rifugiati ucraini”, ha dichiarato il presidente di Fratelli d’Italia e dei Conservatori europei (ECR Party), Giorgia Meloni.

La Novák nel 2019 era stata insignita come Dame dell’Ordine Nazionale Francese della Legion d’Onore e Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica di Polonia. Secondo il Barometer 2020, era la ventunesima persona più influente in Ungheria e secondo l’elenco Forbes 2021 era al primo posto nell’elenco delle donne più influenti d’Ungheria.

L’elezione di Katalin Novak a Presidente della Repubblica ungherese è una bella notizia per tutte le associazioni pro vita e famiglia nell’Unione Europea. L’ex Ministro della Famiglia del Governo Orban ha inserito nella Costituzione ungherese la dignità della vita sin dal concepimento, incentivato le nascite e i matrimoni, promosso un fisco amico delle famiglie e difeso la libertà educativa dei genitori contro l’indottrinamento gender nelle scuole. Intervenendo al Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona la Presidente Novak ha affermato: ‘Io non sono un genitore 1 o un genitore 2, ma la madre dei miei figli’. Speriamo che la sua elezioni ci aiuti a frenare la deriva ideologica che hanno preso le istituzioni europee contro la vita, la famiglia e la libertà educativa”, ha dichiarato Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia, commentando l’elezione di Katalin Novak a prima donna Presidente della Repubblica ungherese.

Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2022/03/10/contro-laborto-e-il-gender-la-prima-presidente-della-repubblica-donna-dungheria/

Luca Palamara: Le verità nascoste sulle fughe di notizie

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NOTA STAMPA:

La problematica della fuga di notizie riservate dagli uffici della Procura della Repubblica, è spesso sminuita all’interno della magistratura da parte di chi sostiene:

• che la pubblicazione di atti e informazioni da qualificarsi segreti ai sensi del codice penale riguarda un numero minimo di casi;
• che in questi pochi casi le fughe di notizie sono, comunque, solamente “asserite”;
• che la rivelazione che precede tale pubblicazione è un reato grave, che ogni volta diventa oggetto di indagine;
• che è estremamente difficile individuarne gli autori considerando: il numero non limitato di soggetti a conoscenza del segreto; la possibilità per il giornalista di non rilevare la fonte; l’utilizzazione di chat segrete per inviare e/o ricevere gli atti.

Tuttavia, la realtà sembra dire altro:
non è vero che le fughe di notizie riguardano un numero limitato di casi. Infatti a partire da calciopoli del 2006, quando l’Espresso pubblicò il famoso “libro nero”, si sono moltiplicati i casi in cui atti e notizie secretati sono stati interamente pubblicati dagli organi di stampa. Tra i più eclatanti, basta ricordare: la diffusione dell’audio Berlusconi–Sacca’ nell’indagine sulla compravendita di voti a Napoli; l’intercettazione Fassino–Consorte nell’inchiesta Unipol; la diffusione delle telefonate Adinolfi–Renzi nell’inchiesta sulla CPL Concordia; la diffusione degli interrogatori nell’inchiesta Consip; la diffusione delle intercettazioni nell’inchiesta perugina sul CSM; la recente indagine sulla fondazione Open di Matteo Renzi. E gli esempi potrebbero tranquillamente continuare;

non è vero che le fughe di notizie sono “asserite”. Infatti quando i giornali pubblicano atti riservati, la fuga di notizie deve considerarsi “conclamata” e non “asserita”. Questo è quello che ad esempio è avvenuto nella vicenda della fondazione Open posto che i principali quotidiani nazionali hanno pubblicato atti coperti dal segreto dell’inchiesta condotta dalla Procura di Firenze (si pensi ad esempio ai conti correnti, alle missive riservate, ai nominativi dei soggetti terzi da perquisire). Intervenendo nella trasmissione Piazza Pulita, il Cassese ha autorevolmente affermato che: “noi abbiamo una norma della Costituzione che dice che l’accusa va comunicata riservatamente al destinatario. È questa pubblicità che preoccupa soprattutto perché tra gli indagati il 75% risulta poi innocente. Invece nel caso di cui parliamo nessuno era indagato, eppure stanno subendo tutti un processo mediatico durissimo e ingiusto;

non è vero che le notizie riservate sono a disposizione di un numero non limitato di soggetti. In realtà la cerchia dei soggetti a conoscenza del segreto investigativo, soprattutto nella prima fase delle indagini, deve ritenersi limitata ai pubblici ministeri titolari delle indagini e agli ufficiali della polizia giudiziaria che hanno redatto l’informativa. Ciò si evince anche dalla lettura della sentenza n. 229 del 2018 della Corte Costituzionale, che annullando la norma che prevedeva la comunicazione di notizie riservate ai vertici di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, ha altresì precisato che: “nell’attuale sistema del codice di rito, il segreto investigativo deve assistere gli atti d’indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari… impedendo che sia conosciuto il contenuto di un atto d’indagine, il segreto investigativo, secondo la giurisprudenza di questa Corte (sentenze n. 420 e n. 59 del 1995), si appalesa strumentale al più efficace esercizio dell’azione penale, al fine di scongiurare ogni possibile pregiudizio alle indagini”. Vale la pena ricordare che nell’agosto del 2016 in concomitanza con l’entrata in vigore di questa norma, tanti magistrati, tra cui i capi delle più importanti procure italiane, avevano duramente protestato temendo che in questo modo potesse allargarsi la ristretta cerchia dei soggetti a conoscenza di indagini riservate. Oggi, che i giornali pubblicano quasi in tempo reale notizie riservate di inchieste in corso, si ode solo un silenzio assordante.

Quali allora le cause della mancata individuazione dei responsabili? È proprio lo stretto collegamento spesso esistente tra gli inquirenti e i giornalisti rende estremamente problematico l’accertamento della responsabilità penale nel caso in cui si verifica una rivelazione di segreto d’ufficio. Sul punto il Dott. Gratteri, in una recente intervista sul quotidiano La Verità, afferma con molto coraggio che: “ci sono troppi mostri sbattuti in prima pagina per un cattivo rapporto tra magistrati e giornalisti. Abbiamo bisogno di giornalisti che raccontano il lavoro del magistrato perché la criminalità si combatte anche informando con onestà l’opinione pubblica in modo che si rafforzi una coscienza civile. Ma i giornalisti non devono fare i piacioni vantando rapporti privilegiati con questa o quella toga, non devono innamorarsi dei pubblici ministeri: il giornalismo che fa il copia e incolla delle ordinanze della magistratura passando le ore nelle sale di attesa rende un pessimo servizio alle due professioni e al paese nel suo complesso”.
Si tratta di parole che scattano una fotografia impietosa ma vera della realtà perché c’è un momento dell’indagine penale in cui chi indaga ha necessità di rendere il procedimento penale oggetto di attenzione mediatica al fine di ottenere vantaggi in termini di notorietà e carriera. Quando questo accade a scrivere sono sempre gli stessi giornalisti individuati come affidabili dal punto di vista della credibilità personale e della testata che rappresentano da parte dei pubblici ministeri e/o della polizia giudiziaria.

Nel giugno del 2007 la Corte dei diritti dell’uomo, nel caso Dupuis, ha definito la stampa il cane da guardia della democrazia. Pertanto il giornalista che riceve e pubblica una notizia riservata non fa altro che esercitare il suo mestiere anche in considerazione del fatto che il reato di rivelazione di segreto di ufficio è un reato del pubblico ufficiale e il giornalista ne risponde solamente, in concorso, se ha istigato o determinato lo stesso pubblico ufficiale a commetterlo. A ciò si aggiunga che il codice di procedura penale non obbliga il giornalista a rivelare la fonte da cui ha appreso la notizia.
In questo quadro individuare il pubblico ufficiale che materialmente si è reso responsabile del reato di rivelazione di segreto di ufficio, magari utilizzando chat segrete, diventa estremamente problematico anche perché le indagini su questi reati vengono svolte dalla stessa Procura della Repubblica presso cui si è verificata la fuga di notizie, con il paradossale effetto per cui i pubblici ministeri dovrebbero indagare su se stessi o peggio ancora sugli ufficiali di polizia giudiziaria con i quali normalmente lavorano, salvi i casi in cui non scatta la competenza prevista dall’art. 11 del codice di procedura penale.
Perché allora a prescindere da ogni altra eventuale forma di responsabilità penale, il Consiglio Superiore della magistratura in occasione della procedura di conferma quadriennale non valuta il comportamento del dirigente anche sotto questo profilo ed in particolare sulla sua capacità di aver adottato tutti gli accorgimenti idonei ad evitare la pubblicazione di atti e notizie riservate? Infatti nel nostro ordinamento esistono delle norme che impongono una serie di obblighi a chi, come ad esempio il Procuratore della Repubblica, ha la titolarità di gestire atti e notizie riservate la cui inosservanza può essere foriera di una responsabilità sul piano civile, amministrativo e disciplinare.

Al riguardo l’art. 111 della Costituzione stabilisce che nel processo penale la legge assicura che la persona accusata di un reato sia nel più breve tempo possibile informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico.
Tale articolo riceve una pratica attuazione nel D.Lvo 106/06 nell’art. 1, secondo comma, del D.Lvo 106/06 a mente del quale il Procuratore della Repubblica è tenuto ad assicurare il corretto, puntuale ed uniforme esercizio dell’azione penale nonché il rispetto delle norme sul giusto processo da parte del suo ufficio.
Più di recente il secondo comma dell’art. 89 bis delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, norma introdotta dalla riforma Orlando per disciplinare la segretezza delle intercettazioni, ha ulteriormente responsabilizzato il ruolo del Procuratore della Repubblica stabilendo che: “l’archivio è gestito, anche con modalità informatiche, e tenuto sotto la direzione e la sorveglianza del procuratore della Repubblica, con modalità tali da assicurare la segretezza della documentazione custodita. Il Procuratore della Repubblica impartisce, con particolare riguardo alle modalità di accesso, le prescrizioni necessarie a garantire la tutela del segreto su quanto ivi custodito”.

A chiudere il sistema vi è infine l’art. 124 del codice di procedura penale il quale stabilisce che i magistrati i cancellieri e gli altri ausiliari del giudice, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria sono tenuti a osservare le norme di questo codice anche quando l’inosservanza non importa nullità o altra sanzione processuale. Benché sfornita di una specifica sanzione, questa norma ulteriormente responsabilizza il ruolo del Procuratore della Repubblica implicando in caso di inosservanza una responsabilità civile, disciplinare e/o amministrativa.
In conclusione la credibilità del sistema giudiziario passa anche attraverso la capacità dei suoi protagonisti di coniugare il diritto all’informazione con la tutela della privacy delle persone coinvolte e soprattutto con la capacità di chi indaga, pubblici ministeri e polizia giudiziaria di riferimento, di evitare corsie e canali preferenziali con questa o quella testata giornalistica, strumentalizzando in questo modo la funzione del processo penale che non diventa più il luogo nel quale verificare i fatti e la rilevanza penale degli stessi, ma uno strumento per realizzare altri fini ed altri obiettivi totalmente estranei a quella funzione.

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