Segnalazione del Centro Studi Federici
La Settimana Santa
Segnalazione del Centro Studi Federici
Primo turno a Macron. Secondo idem.
La società aperta contro la società tradizionale
L’EDITORIALE DEL LUNEDI
di Matteo Castagna per InFormazione Cattolica
C’È UN PROGETTO POLITICO PER LA SOCIETÀ APERTA, PENSATO PER L’EUROPA E PER L’INTERO OCCIDENTE, ANCHE TRAMITE “GUERRE DEMOCRATICHE” E PROPAGANDE MEDIATICHE AL SOLDO DI GEORGE SOROS, UTILI A CONDIZIONARE L’OPINIONE PUBBLICA VERSO IL LUPO TRAVESTITO D’AGNELLO, CHE ARRICCHISCE LE SOLITE POCHE FAMIGLIE MONDIALISTE GLOBAL SULLA PELLE DEI POPOLI
Il silenzio mediatico sull’ennesima (netta) vittoria del 3 aprile scorso di Victor Orban in Ungheria e la conferma di Aleksandar Vucic in Serbia è determinato dal fatto che il Sistema globalista Ue teme le conseguenze per i futuri assetti geopolitici europei, trattandosi di due alleati della Russia che hanno sin qui mostrato una maggior equidistanza diplomatica nella crisi in corso in Ucraina.

Orban ha festeggiato il successo elettorale, citando anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky tra i nemici della sua democrazia: “La sinistra in patria, la sinistra internazionale, i burocrati di Bruxelles, le organizzazioni dell’impero di Soros, i media stranieri e alla fine anche il presidente ucraino”.
Nonostante l’Ungheria abbia aderito al pacchetto di sanzioni contro Mosca, si è espressa contrariamente all’invio di armi, sostenuto dagli alleati UE e NATO, nonché al loro transito su territorio ungherese. Inoltre, Budapest ha posto un veto all’embargo su gas e petrolio dalla Russia. Oltre a tutelare le esportazioni energetiche verso Budapest, Mosca trova così una “pecora nera” dentro l’UE e la NATO, in grado di minare quell’inedita compattezza occidentale delle prime settimane di conflitto.
Discorso diverso per la Serbia, i cui rapporti con la Russia si radicano su altre premesse. Anche qui, le importazioni energetiche sono di fondamentale importanza, dal momento che il paese balcanico dipende all’89% dal gas e dal petrolio russo, che acquista a prezzi di favore, ma ci sono considerazioni soprattutto di natura politica. L’equidistanza di Belgrado sull’invasione russa segue la sua tradizionale politica di sedere su due poltrone: condanna l’invasione dell’Ucraina, in linea con i partner occidentali, ma senza sanzionare Mosca. Una posizione giustificata sia dal voler continuare a usufruire del sostegno russo, e del suo veto al Consiglio di Sicurezza, contro l’indipendenza del Kosovo, sia dalla necessità politica di capitalizzare il filo-russismo, che in Serbia ha un grosso capitale elettorale.
Negli anni, attorno a Budapest si è creato il cosiddetto “blocco sovranista”, un allineamento tra leader nazionalisti e conservatori che include la Polonia e la Slovenia di Janez Jansa ed gode parecchie simpatie ovunque, nei partiti e movimenti identitari dell’Europa occidentale, inclusa l’Italia.
Il principale nemico dell’Ungheria di Orban è rappresentato dall’ungherese George Soros, uno degli uomini più ricchi del pianeta, per cui il patriottismo, sotto ogni specie, costituisce l’ostacolo principale al progetto di società aperta, sostenuto dalla maggioranza delle lobby sovranazionali anglo-americane e, per conseguenza dalla colonia atlantica costituita dall’Unione europea. Soros iniziò in Ungheria il suo raggio d’azione negli anni ’80. Con la caduta del Muro di Berlino raddoppiò il suo potenziale nell’Europa dell’est, creando in Polonia la fondazione Stefan Batory, e in Russia aprì il suo ufficio di Mosca nel 1987.
Nel libro autobiografico “Soros su Soros”, l’autocrate ungherese scrive: “le mie spese sono aumentate da 3 milioni di dollari nel 1987 a più di 300 milioni di dollari all’anno nel 1992“. Nel 1990 finanziò il “piano dei 500 giorni”, che saccheggiò le risorse strategiche russe e scatenò il liberalismo più sfrenato che portò la Russia al più alto tasso di criminalità e di consumo di droghe della sua storia. A frenare questa deriva fu l’avvento al potere di Vladimir Putin. Per formare nuovi dirigenti politici, indottrinati dal suo modello di società aperta, completamente amorale, fluida, ultra liberal, priva di religione, Soros fondò nel 1991 l’Università dell’Europa Centrale, investendo circa la metà dei fondi della sua Open Society Foundation.
L’economista William F. Engdahl scrive dei rapporti tra le attività di Soros e l’intelligence USA fin dai tempi di George Bush e poi Clinton: mentre certi scellerati ex generali del KGB e i loro protetti scelti saccheggiavano le riserve aurifere dell’Unione Sovietica ormai disfunzionale, oltre a beni finanziari importanti del Partito Comunista dopo che fu improvvisamente posto fuori legge, con la benedizione e complicità di Boris Eltsin e della sua cerchia, i “vecchi amici” della CIA di Bush erano pronti a lanciare la fase successiva: la conquista sistematica dell’energia strategica, delle materie prime e delle industrie militari di Stato dell’ex URSS, attraverso le operazioni di privatizzazione imposte dal FMI.

Il fatto che a distanza di circa trent’anni Putin freni progressivamente la catastrofe della società aperta, con l’appoggio di un settore ancora sano e sovranista dello Stato “profondo” russo e le inchieste giudiziarie nei confronti di una delle quinte colonne legate agli USA e Soros nel tentativo di sfondamento liberale Anatoli Ciubais, costituiscono, per William F. Engdahl, il segno che la Russia di Putin abbia deciso di continuare a liberare le proprie istituzioni da certi elementi, ancora legati ai circoli della società aperta. (Confronta Pierre-Antoine Plaquevent, “Soros e la società aperta” – metapolitica del globalismo, Ed. Passaggio al Bosco, 2020)
L’azione delle reti di Soros in Russia e in Europa Orientale è una realtà sempre più documentata e conosciuta dall’opinione pubblica. Adesso sarebbe compito dei patrioti europei prendere la testa del movimento e coordinare gli sforzi per appoggiare i conservatori dell’Europa orientale contro queste reti, che vorrebbero riservare alle Nazioni occidentali la stessa sorte funesta che progettarono per la Russia dagli anni ’90.
Una sapiente miscela di impoverimento e di sostituzione demografica che farà precipitare il nostro continente nella guerra civile e nella sottomissione all’estero, che è il progetto politico della società aperta, pensato per l’Europa e per l’intero Occidente, anche tramite “guerre democratiche” e propagande mediatiche al soldo dello stesso Soros, utili a condizionare l’opinione pubblica verso il lupo travestito d’agnello, che arricchisce le solite poche famiglie mondialiste global sulla pelle dei popoli.
Fonte: https://www.informazionecattolica.it/2022/04/11/la-societa-aperta-contro-la-societa-tradizionale/
Valute, gas, materie prime: in palio c’è il dominio del mondo
di Leopoldo Gasbarro
Vincerà chi avrà il controllo della produzione di materie prime. La guerra, la vera guerra, non la si combatte a colpi di mitragliatrici e di cannoni, non la si conduce da un carrarmato o dalla cabina di un aereo a reazione. La guerra che si sta combattendo è una guerra economico-finanziaria ed in palio c’è il dominio del Mondo, per meglio dire di Mezzo Mondo.
Quella che si sta consumando in Ucraina è stata definita “Guerra Ibrida“. C’è quella sul campo di battaglia, sempre più cruenta, c’è quella che ruota attorno alla sicurezza informatica,c’è quella finanziaria e poi, forse la più importante, c’è quella combattuta attraverso la comunicazione, immagini, notizie, con milioni di canali che si rincorrono.
Però oggi occupiamoci della parte di economia e finanza. Qual è il vero obiettivo di questa guerra? E soprattutto chi ne avrà vantaggio? Lo scenario che sta emergendo potrebbe portare alla nascita di un fronte molto netto: da una parte la CIna che ha bisogno come il pane della cisterna di gas e petrolio rappresentata dalla Russia; dall’altra gli Stati Uniti che hanno necessità di trovare qualcuno a cui vendere il loro gas.
Insomma, stando così le cose, non è difficile immaginare che la Russia possa diventare un vassallo Cinese e che l’Europa lo diventi degli Stati Uniti. In questo contesto l’attuale braccio di ferro finanziario esistente tra Russia e Occidente assume sempre più importanza e risalto.Così il taglio dei tassi della banca centrale russa hanno fatto risalire le quotazioni del rublo, ma al tempo stesso la riapertura all’utilizzo delle transazioni di valuta straniera, sempre concertata dal massimo organo finanziario di Putin permetterà alle banche russe di vendere di nuovo valute estere in contanti ai loro cittadini riaprendo, di fatto, alle operazioni su tutti i mercati.
Questo vuol dire che continua ad esistere una sorta di dualismo finanziario in cui da una parte ci si chiude a riccio e dall’altra si riapre alle connessioni con l’occidente. Tutto questo avviene nel momento in cui la Russia sembra essere sull’orlo del baratro finanziario, sull’orlo di un default che qualcuno ha definito “selettivo”.
E’ come se si volesse arrivare al fallimento della Russia ma lasciando, al tempo stesso, porte aperte a possibili trattative. Sin qui la comunicazione e la finanza. Ma la guerra ibrida di cui stiamo parlando continua anche sui campi di battaglia. Le dichiarazioni di chi continua ad alimentarla diventano sempre più inaccettabili.
La pace non è barattabile, men che meno con un climatizzatore. L’Italia non è un paese che vuole la guerra, a differenza di ciò che esprimono spesso e volentieri i suoi massimi vertici politici. Parlare addirittura di patrimoniali necessarie per riarmare il paese appare come la più assurda delle scelte.
2.800 miliardi di debito pubblico rappresentano la certezza di un futuro nerissio per i nostri figli. Che si lavori sulla crescita, sulle prospettive di sviluppo e sugli investimenti verso un futuro in cui la pace non debba passare per proclami roboanti e belligeranti, che non debba passare per guerre ibride.
Rinunciare agli atti di forza è l’unico vero atto di forza accettabile. Costringere la diplomazia internazionale, la Nato, anche con posizioni opposte a quelle americane rappresenterebbe e rappresenta l’unica vera via d’uscita. Qui non c’è in gioco qualche grado in meno d’estate e Draghi lo sa benissimo; qui c’è in gioco il lavoro di milioni di persone, il futuro di centinaia di migliaia di aziende.
Leopoldo Gasbarro, 10 aprile 2022
Le Pen insegna: perché il sovranismo non è morto
di Francesco Giubilei
Il risultato del primo turno delle elezioni presidenziali in Francia ci consegna un nuovo quadro politico. Partiamo da Emmanuel Macron. Nonostante gli errori compiuti negli ultimi mesi dal suo governo, è riuscito a tenere botta, attestandosi al 27,6 per cento.
Altro dato interessante: al ballottaggio andrà – come previsto dai sondaggi – Marie Le Pen con il 23,4 per cento. Questo risultato ci spiega una serie di cose. La Le Pen era stata data per morta politicamente fino a qualche mese fa. Prima con la discesa in campo di Macron e dopo con quella di Valérie Pécresse. Invece la leader del Rassemblement National ha tenuto, a conferma che il tema del sovranismo – al contrario di quanto ci avevano detto – non è superato o scomparso. Lo abbiamo visto in Ungheria con il risultato di Orbán, lo vediamo con i voti della Le Pen.
Il concetto di sovranità è quanto mai attuale. Lo è in riferimento alla pandemia, che ha testimoniato la necessità nei settori strategici di avere anche una produzione interna. Ma lo è anche sul fronte dell’economia e dell’energia: la sovranità energetica è infatti un argomento estremamente importante. In Italia ancora di più, visto in Francia, grazie alle centrali nucleari, hanno una minore dipendenza dal gas russo rispetto a noi. Tutto questo ci testimonia che la stagione politica del sovranismo è ancora viva. Ma è cambiata rispetto al periodo pre pandemia. Tant’è che la Le Pen ha modificato la propria offerta politica.
Altro dato da tenere in considerazione all’interno delle elezioni francese è il risultato importante di Jean-Luc Mélenchon, che ha chiuso a circa il 21 per cento. Un risultato importante che ha fatto sì crollassero i socialisti con la Hidalgo ferma all 1,7 per cento. Il risultato di Jean-Luc Mélenchon diventa particolarmente importante in fase di ballottaggio: il suo è un elettorato di sinistra, ma è anche post ideologico: vari di questi elettori, se non andranno a votare per Macron, probabilmente si asterranno; mentre una piccola percentuale voterà con ogni probabilità per Le Pen.
Da valutare anche il risultato di Eric Zemmour, che ha raccolto al 7 per cento. Un risultato un po’ sotto le aspettative, soprattutto dopo il lancio la sua campagna elettorale che si pensava potesse raggiungere un risultato più ampio. Ha prevalso forse un sentimento che esiste anche in Italia: quello del cosiddetto voto utile. Probabile che all’ultimo molti elettori abbiano scelto la Le Pen. Probabile abbia influito la guerra in Ucraina, con Zemmour costretto a difendersi dalle accuse di essere un candidato filorusso ed estremista.
Poi c’è il dato di Valerie Pécresse, che non ha raggiunto neanche il 5 per cento. La candidata, pur presentandosi come di centrodestra, si è subito affrettata a dire che appoggerà Macron, creando anche una spaccatura all’interno del partito dei Repubblicani. Molti elettori repubblicani avevano già intuito questa possibilità e quindi in molti non l’hanno votata. Un monito per il mondo del centrodestra italiano: quando vi è una proposta troppo “leggera”, il risultato è fallimentare. Staremo a vedere cosa accadrà al ballottaggio. La sfida è aperta: Macron è in vantaggio, ma non è da escludere un voto antisistema.
Fonte: https://www.nicolaporro.it/le-pen-insegna-perche-il-sovranismo-non-e-morto/
Embargo su gas, petrolio e carbone russo!
Lettera di 10 ex corrispondenti di guerra contro la propaganda dei mezzi di comunicazione
di Massimo Alberizzi, Remigio Benni, Toni Capuozzo, Renzo Cianfanelli, Cristiano Laruffa, Alberto Negri, Giovanni Porzio, Amedeo Ricucci, Claudia Svampa, Vanna Vannuccini e Angela Virdò
“Ecco perché sull’Ucraina il giornalismo sbaglia. E spinge i lettori verso la corsa al riarmo”: lo sfogo degli ex inviati in una lettera aperta. “Basta con buoni e cattivi, in guerra i dubbi sono preziosi”
Undici storici corrispondenti di grandi media lanciano l’allarme sui rischi della narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto: “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin”. L’ex inviato del Corriere Massimo Alberizzi: “Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni”. Toni Capuozzo (ex TG5): “Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori. Trattare così il tema vuol dire non conoscere cos’è la guerra”
“Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male”. Inizia così l’appello pubblico di undici storici inviati di guerra di grandi media nazionali (Corriere, Rai, Ansa, Tg5, Repubblica, Panorama, Sole 24 Ore), che lanciano l’allarme sui rischi di una narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto nel giornalismo italiano (qui il testo integrale sul quotidiano online Africa ExPress). “Noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro: siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti”, esordiscono Massimo Alberizzi, Remigio Benni, Toni Capuozzo, Renzo Cianfanelli, Cristiano Laruffa, Alberto Negri, Giovanni Porzio, Amedeo Ricucci, Claudia Svampa, Vanna Vannuccini e Angela Virdò. “Proprio per questo – spiegano – non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina, il primo di vasta portata dell’era web avanzata. Siamo inondati di notizie, ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi“, notano i firmatari. “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin e quindi, in qualche modo, di essere corresponsabile dei massacri in Ucraina. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico. La propaganda ha una sola vittima: il giornalismo”.
“L’opinione pubblica spinta verso la corsa al riarmo” – Gli inviati, come ormai d’obbligo, premettono ciò che è persino superfluo: “Qui nessuno sostiene che Vladimir Putin sia un agnellino mansueto. Lui è quello che ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina. Lui è quello che ha lanciato missili provocando dolore e morte. Certo. Ma dobbiamo chiederci: è l’unico responsabile? Noi siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci domandino perché e come è nata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin“. Mentre, notano, “manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo”. Quegli stessi media che “ci continuano a proporre storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a una pericolosissima corsa al riarmo. Per quel che riguarda l’Italia, a un aumento delle spese militari fino a raggiungere il due per cento del Pil. Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione. L’emergenza guerra – concludono – sembra ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre”.
Alberizzi: “Non è più informazione, è propaganda” – Parole di assoluto buonsenso, che tuttavia nel clima attuale rischiano fortemente di essere considerate estremiste. “Dato che la penso così, in giro mi danno dell’amico di Putin”, dice al fattoquotidiano.it Massimo Alberizzi, per oltre vent’anni corrispondente del Corriere dall’Africa. “Ma a me non frega nulla di Putin: sono preoccupato da giornalista, perché questa guerra sta distruggendo il giornalismo. Nel 1993 raccontai la battaglia del pastificio di Mogadiscio, in cui tre militari italiani in missione furono uccisi dalle milizie somale: il giorno dopo sono andato a parlare con quei miliziani e mi sono fatto spiegare perché, cosa volevano ottenere. E il Corriere ha pubblicato quell’intervista. Oggi sarebbe impossibile“. La narrazione del conflitto sui media italiani, sostiene si fonda su “informazioni a senso unico fornite da fonti considerate “autorevoli” a prescindere. L’esempio più lampante è l’attacco russo al teatro di Mariupol, in cui la narrazione non verificata di una carneficina ha colpito allo stomaco l’opinione pubblica e indirizzandola verso un sostegno acritico al riarmo. Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni e nemmeno chi si informa leggendo più quotidiani al giorno riesce a capirci qualcosa”.
Negri: “Fare spettacolo interessa di più che informare” – “Questa guerra è l’occasione per molti giovani giornalisti di farsi conoscere, e alcuni di loro producono materiali davvero straordinari“, premette invece Alberto Negri, trentennale corrispondente del Sole da Medio Oriente, Africa, Asia e Balcani. “Poi ci sono i commentatori seduti sul sofà, che sentenziano su tutto lo scibile umano e non aiutano a capire nulla, ma confondono solo le acque. Quelli mi fanno un po’ pena. D’altronde la maggior parte dei media è molto più interessata a fare spettacolo che a informare”. La vede così anche Toni Capuozzo, iconico volto del Tg5, già vicedirettore e inviato di guerra – tra l’altro – in Somalia, ex Jugoslavia e Afghanistan: “L’influenza della politica da talk show è stata nefasta”, dice al fattoquotidiano.it. “I talk seguono una logica binaria: o sì o no. Le zone grigie, i dubbi, le sfumature annoiano. Nel raccontare le guerre questa logica è deleteria. Se ci facciamo la domanda banale e brutale “chi ha ragione?”, la risposta è semplice: Putin è l’aggressore, l’Ucraina aggredita. Ma una volta data questa risposta inevitabile servirebbe discutere come si è arrivati fin qui: lì verrebbero fuori altre mille questioni molto meno nette, su cui occorrerebbe esercitare l’intelligenza”.
Capuozzo: “In guerra i dubbi sono preziosi” – “Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori”, argomenta Capuozzo. “Invece è proprio in queste circostanze che i dubbi sono preziosi e l’unanimismo pericolosissimo. Credo che questo modo di trattare il tema derivi innanzitutto dalla non conoscenza di cos’è la guerra: la guerra schizza fango dappertutto e nessuno resta innocente, se non i bambini. E ogni guerra è in sè un crimine, come dimostrano la Bosnia, l’Iraq e l’Afghanistan, rassegne di crimini compiute da tutte le parti”. Certo, ci sono le esigenze mediatiche: “È ovvio che non si può fare un telegiornale soltanto con domande senza risposta. Però c’è un minimo sindacale di onestà dovuta agli spettatori: sapere che in guerra tutti fanno propaganda dalla propria parte, e metterlo in chiaro. In situazioni del genere è difficilissimo attenersi ai fatti, perché i fatti non sono quasi mai univoci. Così ad avere la meglio sono simpatie e interpretazioni ideologiche”. Una tendenza che annulla tutte le sfumature anche nel dibattito politico: “La mia sensazione è che una classe dirigente che sente di avere i mesi contati abbia colto l’occasione di scattare sull’attenti nell’ora fatale, tentando di nascondere la propria inadeguatezza. Sentire la parola “eroismo” in bocca a Draghi è straniante, non c’entra niente con il personaggio”, dice. “Siamo diventati tutti tifosi di una parte o dell’altra, mentre dovremmo essere solo tifosi della pace”.
Credere, obbedire, combattere
di Toni Capuozzo
Fonte: Toni Capuozzo
Pasqua: gli italiani stringono la cinghia sulle vacanze, solo 8 mln pronti a partire
di Mariangela Tessa
Gli effetti della guerra tra Russia e Ucraina e il caro energia, ma anche l’andamento dei contagi, impattano sulle intenzioni di vacanze degli italiani durante la Pasqua. In tale ottica, spinti dalla voglia di vacanza low cost a causa dell’aumento dell’inflazione, sono circa un milione gli italiani che, in questa vacanze pasquali, opteranno per le scampagnate in agriturismo. Una soluzione per chi non vuole rinunciare a stare all’aria aperta senza pesare troppo sul bilancio familiare.
È quanto emerge da un’analisi di Coldiretti che sottolinea come, complice l’allentamento delle misure restrittive, a beneficiarne saranno le 25mila strutture agrituristiche presenti in Italia, dove si lavora sia per l’accoglienza degli ospiti che per quella di chi vuole trascorrere una giornata in campagna, magari approfittando della cucina dei cuochi contadini o delle pietanza da asporto.
I ponti di Pasqua e primavera rappresentano un appuntamento molto atteso dal settore agrituristico con le aziende che hanno perso nel 2021 ben il 27% delle presenze rispetto a prima della pandemia nel 2019, soprattutto per effetto del crollo degli stranieri ma anche degli italiani, secondo l’analisi di Terranostra e Coldiretti. L’Italia è leader mondiale nel turismo rurale e può contare su 253 mila posti letto e quasi 442 mila posti a tavola negli agriturismi presenti in Italia lungo tutta la Penisola dove – conclude la Coldiretti – si è verificata una profonda qualificazione dell’offerta.
A rischio anche le vacanze estive
L’analisi di Coldiretti va a braccetto con quella dell’Osservatorio di Confturismo-Confcommercio di marzo sui dati Radar Swg da cui emerge che per Pasqua solo 8 milioni di italiani si dicono intenzionati a partire (contro gli oltre 21 milioni di viaggiatori della Pasqua 2019) e la metà ha già confermato la vacanza.
Allungando l’orizzonte temporale all’estate ecco il campanello d’allarme: 8 su 10 prevedono di non partire o taglieranno la durata delle ferie o il budget. Oggi prevale dunque la cautela. Gli italiani dimostrano di avere già tirato il freno a mano sulle spese.
“Le famiglie italiane hanno già ridotto drasticamente i consumi per turismo e cultura a causa della pandemia – spiega Carlo Sangalli, presidente Confcommercio -. E proprio turismo e cultura risentiranno di più degli effetti del conflitto in Ucraina e del caro energia. Occorre un’operazione fiducia per le imprese attraverso l’aumento dei fondi emergenziali e la proroga delle moratorie bancarie e fiscali. Ma occorre farlo subito perché il sistema imprenditoriale non può reggere una situazione di crisi continua”.
Terra Santa – I santuari della Passione di Cristo
Segnalazione del Centro Studi Federici
7 motivi per cui perderemo la guerra dei condizionatori
di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi
Draghi dice che dobbiamo scegliere tra i condizionatori e la guerra. Ha detto “pace”, ma intendeva chiaramente la sconfitta della Russia, economica tramite le sanzioni e anche militare inviando armi agli ucraini. Draghi quindi dice che dobbiamo scegliere tra i condizionatori e la guerra contro la Russia, nel nostro caso specialmente la guerra economica.
Lasciando da parte il profilo etico-morale, che abbiamo affrontato in altri articoli, può essere che Draghi ci porti ad una guerra che non vinciamo e non sarebbe la prima volta nella storia italiana che ci imbarchiamo in imprese del genere. Qui non si tratta di inviare qualche centinaio di soldati in Libano, Iraq e Afghanistan e qualche bombardiere.
Riportiamo di seguito alcuni fatti degli ultimi giorni che mostrano un quadro diverso da quello presentato dai nostri giornali e dai nostri partiti, i quali anche al parlamento europeo hanno votato compatti a favore dell’embargo immediato e totale sul gas, petrolio nonché carbone russo.
1. Siamo noi a tagliare il gas russo e gli Usa ci vendono il loro guadagnandoci un sacco. I cinesi sono così gentili da dircelo visto che non lo capiamo: “Le sanzioni anti-Russia hanno portato all’Europa un deflusso di capitali e una carenza di risorse energetiche, mentre gli Stati Uniti ne hanno beneficiato” (il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian).
2. Il Ministro degli Esteri dell’India dice che vogliono fare pagamenti in rupie e in rubli nel commercio con la Russia. Quindi approfittano della politica di sanzioni europee per pagare tutto meno e inoltre liberarsi, anche grazie alla Russia, dall’obbligo di usare dollari. Il Pakistan idem, e il suo Presidente denuncia un tentativo americano di farlo dimettere, perché appunto non cede sul tema Russia e indice elezioni. Quindi i tre maggiori paesi asiatici per popolazione e tutti con atomiche solidarizzano con la Russia.
3. Bloomberg stima che quest’anno la Russia incasserà 320 mld di $ dalla vendita di materie prime, circa 100 mld in più dell’anno scorso grazie all’aumento di tutti i prezzi. Questo anche tenendo conto dell’impatto delle sanzioni europee. Per ora quindi sembra che Putin e la Russia, nel complesso, non soffrano delle sanzioni in termini perlomeno di incassi dall’export di materie prime.
4. Javier Blas, esperto di energia di Bloomberg afferma: “Il calo della produzione petrolifera russa all’inizio di aprile è significativamente inferiore ai 3 milioni di barili al giorno previsti dall’Agenzia internazionale per l’energia. Sono i primi giorni del mese, ma sembra che la Russia abbia trovato acquirenti volenterosi e molte scappatoie per continuare a vendere il suo petrolio”.
5. Il rublo è salito ancora, è tornato al livello pre-guerra nonostante gli esperti dicano che l’economia russa collasserà. Ora è arrivato anzi al livello a cui Banca di Russia si è impegnata a scambiarlo con oro. Sissignore, i giornali non ne hanno parlato molto, ma da oggi la Banca Centrale russa ti paga se vuoi vendere oro, 5mila rubli per grammo, prezzo fisso. Questo prezzo ora, grazie al fatto che il rublo sale, corrisponde al prezzo in rubli di mercato dell’oro, anzi oggi era leggermente più alto. Quindi, se il rublo resta a questi livelli, conviene prendere rubli e scambiarli con oro presso la Banca Centrale Russa. Ci sono molti esperti monetari e finanziari che parlano del fatto che, chiedendo pagamenti per gas e petrolio in rubli e poi pagando l’oro in rubli più del mercato, la Russia stia ancorando il rublo a gas, petrolio e oro.
6. Passiamo alla guerra. I servizi anglo americani diffondono ogni giorno sui media le loro analisi che una volta erano riservate: hanno una nuova politica che inonda ogni giorno i media di notizie militari riservate, in pratica è come se dicessero in pubblico quello che vedono con i satelliti e l’intelligence. I media occidentali sono pieni di storie di sette generali e centinaia di carri ed elicotteri russi distrutti nonché 40mila soldati morti, dispersi, prigionieri o che disertano. Stranamente non leggi sui media occidentali una sola notizia su perdite degli ucraini. Temiamo che si tratti di propaganda rivolta ad incoraggiare a tutti i costi gli ucraini, ci sono in effetti alcune centinaia di società ora, specie a Londra, che sono sorte di colpo per coordinare l’informazione sulla guerra pro-Ucraina.
7. Tuttavia, anche se non siamo esperti militari vediamo che le notizie, anche di fonte Usa su Reuters, ad esempio, indicano che sta partendo l’offensiva russa a est e sud-est, contro il grosso delle forze ucraine schierate contro il Donbass. Gli esperti militari indipendenti che proviamo a leggere indicano questo: la guerra vera, con manovre di carri armati sorretti da aviazione per accerchiare i circa 100mila ucraini di fronte al Donbass inizia in realtà ora. (vedi qui ad es. “Il ritiro da Kiev è l’escalation russa. È la… trasformazione da un’operazione psicologica a una guerra da manuale”). Per motivi propagandistici Zelensky non vuole che le truppe ucraine si ritirino dalle zone di lingua russa a est, ha anche degradato due generali e dice che li punirà. Sembra però che in questo modo da nord e da sud i russi possano ora cominciare la vera battaglia di accerchiamento.
Draghi quindi dice che dobbiamo scegliere tra i condizionatori e, di fatto, la guerra contro la Russia, nel nostro caso specialmente la guerra economica. Tutti danno per scontato che l’Occidente unito sotto la guida degli USA la vincerà, per cui siamo sul lato vincente e dobbiamo solo collaborare con gli USA e poi ci sarà la vittoria finale.
Abbiamo riportato però alcuni dati sul lato economico, sul comportamento di India e Cina o Pakistan, sui ricavi russi dall’energia in realtà aumentati, sul rublo che sale, sull’oro per rubli, che contraddicono l’idea del collasso economico russo. Queste notizie non danno un quadro negativo per ora per la Russia. Oggi segnaliamo anche qualcosa sul lato militare che indica come l’escalation vera inizia ora.
Dai fatti che elenchiamo sembra che la Russia abbia alleati nel mondo, venda le sue materie prime, rafforzi il rublo e lo leghi alle materie prime. Inoltre, può essere che, come leggiamo, ora inizi la vera battaglia di truppe per l’accerchiamento di quelle che Zelensky si ostina a tenere contro le province russe.
Può darsi che Draghi ci stia conducendo a una guerra che per gli Stati Uniti ha comunque dei vantaggi, ma una guerra che non si vince facilmente, anzi forse una guerra che non si vince affatto. E quindi che noi seguendo gli Usa contro la Russia ci sacrifichiamo e basta, portando il Paese al collasso della sua economia
I macellai di Bucha? “Noi mai stati in Ucraina”
LA GUERRA (DI FAKE) IN UCRAINA
La fotografia dei “killer di Bucha” fa il giro del mondo. Un fake? “Lo scatto è vecchio”
Alla fine torniamo sempre lì. Alla voglia giornalistica di indossare l’elmetto. Al vizio, comprensibile forse, ma errato, di prendere per buono tutto quello che arriva da fonti governative ucraine. Ricordate gli aerei che sorvolano le città carichi di bombe, spacciati per veri e invece simulazione da videogioco? Oppure i martiri dell’isola dei serpenti, che martiri non sono visto che alla fine sono tornati sani e salvi in Patria? Ecco. Qualcosa di simile potrebbe essere accaduto per la strage di Bucha.
Toni Capuozzo da giorni predica calma, o meglio il sano esercizio del dubbio. Mentre ci si indigna per i cadaveri di Bucha, per le orribili storie di sevizie, per i racconti dei testimoni, ci si può anche porre alcune domande sulle strane date di quei corpi lasciati per strada, sul nastro bianco al braccio dei cadaveri, sulla caccia ai disertori sponsorizzata da Kiev. Ma soprattutto, bisognerebbe andarci coi piedi di piombo quando chissà chi spiattella la fotografia dei “colpevoli” del massacro senza che vi sia stata alcuna sicura indagine internazionale.
Ricorderete forse che il giorno successivo alla pubblicazione delle prime immagini di Bucha, i giornali occidentali – italiani in primis – hanno mostrato al mondo la foto di una unità dell’esercito russo proveniente dalla Siberia e indicata come il covo di macellai che avrebbero seminato morte nella cittadina alle porte di Kiev. Articoli su articoli sul comandante della 64esima brigata di yakuti. La loro fotografia che fa il giro del mondo. Commenti sulle atrocità su Asanbekovich e l’unità 51460. Titoli ad effetto tipo “killer di Bucha” e “ultimo mostro del putinismo”. Piccolo problema: con ogni probabilità, quelli nella famosa fotografia non sono gli autori della strage.
Luigi De Biase, giornalista del Tg5, è riuscito a parlare con alcuni di loro. Due vivono in Yakutia, hanno lasciato l’esercito da mesi e non hanno mai prestato servizio militare in Ucraina. Per la verità non sanno praticamente neppure dove sia, visto che – dicono – non ci sono stati neppure da civili. La famosa fotografia sarebbe stata scattata a Khabarovsk nel 2019, all’inizio della leva. Poi Vladimir Osipov è stato congedato a dicembre ed è tornato a casa. Lo stesso anche Andrey, un altro dei soldati immortalati, secondo cui tutti i suoi compagni nello scatto hanno lasciato l’esercito da tempo.
La loro foto era finita sui giornali attraverso quello strano percorso che si chiama rimbalzo delle notizie: prima il governo ucraino ha diffuso le sigle delle compagnie che avrebbero occupato Bucha, poi il sito InformNapalm ha diffuso i dati di migliaia di soldati che hanno prestato servizio al loro interno, l’informazione è stata ripresa di giornale in giornale e così è diventata di dominio pubblico. Come i nomi e gli indirizzi dei presunti boia. Va detto che sui canali Telegram russi da giorni si sosteneva che i protagonisti di quella foto non avessero mai prestato servizio in ucraina. Ma ovviamente nessuno ci ha creduto. Propaganda.
Possibile che i due soldati sentiti da De Biase e intervistati dal Manifesto stiano mentendo? Certo, tutto è possibile. “Il servizio è durato due anni e l’ho svolto con la 64esima brigata, a Khabarovsk, nella base di Knyaze Volkonskoye – dice però Osipov – La leva è finita a dicembre e io da allora ho sempre vissuto qui con la mia famiglia“. Gli fa eco Andrey: “Assieme a quella fotografia, giorni fa, sono stati resi pubblici i miei dati personali. I primi ad accorgersene sono stati alcuni amici. Mi hanno avvertito. Mi hanno chiesto che cosa stesse succedendo. Ho ricevuto messaggi con insulti e minacce. Ero sotto shock. Come potete capire è una brutta situazione”.
Capuozzo: “Ecco perché Stati Uniti e Regno Unito non vogliono la fine della guerra”
Roma, 8 apr – Stati Uniti e Regno Unito “sembrano volere fortemente la continuazione del conflitto fino a quando Putin non ci lascia le penne: vogliono la fine dello zar russo, non la fine della guerra”. Toni Capuozzo, storico reporter di guerra, sospetta che nei piani di Washington e Londra il conflitto in Ucraina deve durare ancora a lungo.
Capuozzo: “Fine della guerra? Non per la Nato”
Intervistato da Il Sussidiario, Capuozzo spiega perché a suo avviso questa terribile prospettiva va considerata attentamente: “Una guerra lunga è proprio quello che vuole la Nato e lo scenario è plausibile se tutti gli alleati si comporteranno come soldatini ordinati. Lo stesso Stoltenberg ha riportato le sorti della guerra alla casella iniziale: riproponendo le porte aperte all’adesione di Kiev alla Nato, non fa altro che rilanciare l’invito a continuare il conflitto. Il mio auspicio è che l’Europa ritrovi un po’ di buon senso”.
Lo spazio per i negoziati sembra però sempre più ridotto, anche alla luce della mancata volontà dei principali attori internazionali di sedersi al tavolo per trattare un immediato cessate il fuoco. A perseguire davvero la via diplomatica, nonostante tutto, pare siano rimaste soltanto Turchia e Ungheria. “Chiunque tenti qualcosa è benvenuto, anche se Erdogan e Orban non mi sembrano campioni della democrazia. Anche perché i campioni della democrazia sono impegnati a comminare sanzioni e a mandare armi…”, afferma Capuozzo.
“C’è più spazio per le trattative da parte russa, se son vere le bastonate che hanno preso e visto che ormai controllano tutta la costa del Mar d’Azov in continuità con la Crimea. È una situazione che potrebbe assomigliare a qualcosa di soddisfacente per Mosca”, dice Capuozzo. “Ma temo che a Zelensky non vada bene, per lui l’integrità territoriale dell’Ucraina non può essere minimamente messa in dubbio”, specifica l’inviato di guerra.
Le sanzioni? “Fanno più male ai sanzionatori”
Poi Capuozzo spiega anche perché, dal suo punto di vista, le sanzioni imposte alla Russia rischiano di trasformarsi in un boomerang. “Credo che queste sanzioni siano un caso piuttosto raro: fanno più male ai sanzionatori che ai sanzionati. Oltre tutto la Russia è un paese pachidermico, ha la capacità di affrontare le restrizioni molto più di noi, abituati al felice consumismo occidentale. I russi campano su un’economia chiusa, stagnante, di sussistenza. Noi soffriremo per le carenze di grano o dei fertilizzanti, loro sono più autarchici e per certi aspetti più invulnerabili alle sanzioni”.
Agcom, Massimiliano Capitanio neo-eletto Commissario nel silenzio dei più
Scarsa trasparenza nelle procedure di elezione. Il neo Commissario in quota Lega Salvini dichiara al suo “Giornale di Monza”: “mai avrei sognato tutto questo”.
Come è noto ai più attenti lettori di questo quotidiano online (che è stata una delle pochissime testate giornalistiche a segnalare la notizia) mercoledì della scorsa settimana la Camera dei Deputati ha eletto un componente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom), nella persona del deputato leghista Massimiliano Capitanio (detto Max), membro della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai (e capogruppo della Lega). Capitanio va ad affiancare l’attuale Presidente Giacomo Lasorella e gli attuali Commissari Laura Aria, Antonello Giacomelli ed Elisa Giomi. Il nuovo Commissario farà parte della “Cir”, ovvero la Commissione per le Infrastrutture e le Reti di Agcom.
L’elezione è avvenuta a tre mesi dalla morte del Commissario Enrico Mandelli (venuto meno il 10 dicembre 2021), che era stato eletto nell’estate del 2020 (e considerato di area leghista).
Elezioni con una curiosa numerologia: Capitanio è stato eletto con 221 voti. L’elezione è stata proclamata, poco prima delle ore 19 di mercoledì 30 marzo dal Presidente di turno, Ettore Rosato. I votanti sono stati 431 (su un totale attuale di 630 deputati che siedono a Montecitorio), nessun astenuto, i voti “dispersi” 10, le schede “bianche” 170, e 30 le schede “nulle”. Quindi, Capitanio è stato eletto con poco più di un terzo del totale dei parlamentari aventi diritto al voto (221 voti su 630 elettori, circa il 35 %).
Purtroppo non è possibile acquisire dalla Presidenza della Camera i nominativi dei cosiddetti “voti dispersi”, per dinamiche burocratico-procedurali che risultano ancora oggi incomprensibili (ci siamo scontrati con questo muro di silenzio ed opacità in occasione delle precedenti elezioni Agcom: vedi “Key4biz” del 15 luglio 2020, “Agcom e Garante Privacy, eletti gli 8 consiglieri. Un voto “blindato” in occulte trattative tra Governo e opposizioni”; vedi anche “Key4biz” del 15 settembre 2020, “I misteri dell’Agcom: dopo due mesi il nuovo consiglio non è ancora operativo”). E peccato non poter prendere visione nemmeno delle schede “nulle”: perché questa incomprensibile… segretezza???.
Quello di componente del Consiglio dell’Agcom è un ruolo importante, nella economia (e nella… ecologia, volendo) del sistema della comunicazione in Italia: queste elezioni dovrebbero essere caratterizzate da un dibattito pubblico ampio e plurale, e magari anche da una procedura pubblica comparativa. Il che invece non è, come abbiamo avuto occasione di denunciare – da molti anni – anche su queste colonne.
I Presidenti della Camera e del Senato avrebbero in verità la possibilità di adottare un regolamento che rendesse la procedura elettorale più trasparente e tecnocratica, come pure è stato invocato in passato da più parti. Sia Roberto Fico sia Elisabetta Casellati hanno ignorato queste istanze della società civile.
Elezioni Agcom: si rinnova “trasparenza zero”
Le elezioni dei commissari dell’Agcom si traducono nei fatti in una nomina discrezionale che avviene nelle segrete stanze della partitocrazia: trasparenza zero.
Questa volta, non soltanto la riconferma di zero trasparenza, ma anche una sorta di curiosa cortina fumogena, se è vero che nessun quotidiano nazionale ha segnalato la notizia della elezione (nomina) di Capitanio, e soltanto oggi, a distanza di una settimana, la rassegna stampa registra un qualche articolo, seppure su testate locali (in primis il “Giornale di Monza”, ma anche il “Giornale di Vimercate”, ed il “Giornale di Seregno”, ed ancora il “Giornale di Carate” e finanche il “Giornale di Desio”… tutte edizioni del gruppo lombardo Netweek, che pubblica 58 testate in 6 regioni, per oltre 550mila copie settimanali).
In particolare, si segnala quel che scrive oggi (5 aprile) il “Giornale di Monza”, testata locale ben affermata, quotidiano di cui è stato redattore lo stesso Capitanio: titolo: “L’onorevole della Lega Massimiliano Capitanio è il nuovo commissario dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni”, a firma del direttore, Sergio Nicastro (che pure onestamente conclude l’articolo con una nota simpatica, dichiarandosi amico del parlamentare). Sottotitolo: “Dalle nottate in Consiglio comunale all’Agcom. Gli esordi come cronista al Giornale di Vimercate e di Monza, poi l’approdo in Parlamento, da cui si dovrà dimettere. «Mai avrei sognato tutto questo»”. È ovviamente del tutto naturale che la testata pubblichi un articolo ben simpatizzante nei confronti del neo-eletto…
Sono interessanti, piuttosto, alcune tesi manifestate da Capitanio: scrive il “Giornale di Monza” che è salito, solo recentemente, agli onori delle cronache per i richiami a Dazn per i problemi di trasmissione del segnale e per le sanzioni alle compagnie telefoniche, solo per fare alcuni esempi. “La priorità è la realizzazione delle autostrade digitali per l’uso dei servizi telefonici e le trasmissioni televisive e radiofoniche… Gli scenari di guerra hanno dimostrato che il Paese deve rapportarsi in modo strutturato e non subalterno con le piattaforme social. Per me, l’aspetto fondamentale sarà sviluppare una cultura digitale”.
Capitanio, neo Commissario Agcom: “mai avrei sognato tutto questo”
Il quotidiano specifica oggi che, in questi giorni, di messaggi e telefonate a Capitanio ne sono arrivati tanti (“anche da rappresentanti del Pd, a partire dal presidente Debora Serracchiani, e dei Cinque Stelle, e questo mi ha fatto molto piacere perché significa che è stato colto il mio lavoro istituzionale”), di ringraziamenti ne ha fatti anche lui (“in primis a Matteo Salvini e Fabrizio Cecchetti, poi ai ministri Giancarlo Giorgetti, Erika Stefani e Massimo Garavaglia”). Da queste dichiarazioni – emerse oggi – si intravvede indirettamente una qualche traccia del “dietro le quinte” dell’elezione. Ed i dubbi iniziali di Capitanio paiono essersi dissolti: “quando mi è stata ventilata questa opportunità, non nascondo che ero dubbioso, dal momento che avrei dovuto rinunciare alla politica attiva”.
Il “Giornale di Monza” ricorda che, “di certo, in questi quattro anni, Capitanio non è rimasto con le mani in mano: dalla legge sull’Educazione civica al contrasto alla pirateria, da Concorezzo nel novero dei 12 Borghi del Futuro all’inserimento della metropolitana Cologno-Vimercate come priorità nell’ultima manovra di Bilancio, dall’attenzione al Tribunale e alla Questura di Monza al supporto a don Mario Ciceri di Sulbiate, fino ai fondi per le scuole di Correzzana, agli odg sugli sfollati di Bernareggio e al salvataggio delle Poste di Ruginello. Ma mancherà più il territorio a Capitanio o il contrario? «Non posso dirlo io, alcuni messaggi ricevuti mi hanno fatto capire che è stato colto il mio impegno per la Brianza e questo mi rende felice perché vuol dire che qualcosa di buono ho fatto»”. Senza dubbio, si tratta di un politico ben attivo – come s’usa dire – sul territorio.
Interessante, nella sua franchezza, la risposta alla domanda “Avrebbe mai pensato di arrivare a questo?”. Capitanio risponde: “No, pensavo di aver toccato la vetta dei sogni liceali arrivando in Parlamento. È un addio alla politica? No, direi solo un arrivederci…”.
Così ha commentato Adnkronos subito dopo l’elezione (il 30 marzo): “Massimiliano Capitanio, eletto oggi dalla Camera dei Deputati con più del 50 % dei voti dei presenti, è il nuovo consigliere dell’Agcom, che va a sostituire Enrico Mandelli, lasciando così alla Lega il compito di trovare un nuovo Capogruppo del partito in Commissione di Vigilanza Rai, un nuovo Segretario della stessa bicamerale e un attento componente della Commissione Poste e Telecomunicazioni di Montecitorio. Capitanio, infatti, si dimetterà dalla Commissione di Vigilanza e, più in generale, dalla Camera dei Deputati dopo la firma del decreto di nomina del presidente della Repubblica”. L’agenzia diretta da Gianmarco Chiocci (gruppo Giuseppe Marra Communications) ribadisce il dato dell’elezione con più del 50 % dei presenti, e ricorda brevemente la biografia: giornalista, vicedirettore della struttura stampa del Consiglio regionale della Lombardia prima del suo approdo in Parlamento e, negli anni ancora precedenti, Capo Segreteria e Responsabile Stampa dell’Assessorato Politiche Sociali della Provincia di Milano, consulente giornalistico per il programma “L’Ultima parola” di Rai2 (il controverso programma condotto da Gianluigi Paragone dal gennaio 2010 al giugno del 2013), Responsabile Politica e Cronaca Nera del “Giornale di Monza” e del “Giornale di Vimercate”.
Classe 1974, sposato, padre di due figli; laureato in Lettere Moderne con 110 e lode alla Cattolica di Milano, corso di perfezionamento alla Sda Bocconi in Management delle Pubbliche Amministrazioni, giornalista professionista iscritto all’Ordine dal 2002. Il quotidiano “Domani”, l’11 gennaio scorso, scriveva che “lobbisti e colleghi di altri partiti sanno che per avere rapporti con la Lega su infrastrutture e telecomunicazioni devono rivolgersi a Edoardo Rixi e al deputato Massimiliano Capitanio”.
Da segnalare che Capitanio è stato tra l’altro promotore di commendevole iniziativa, come primo firmatario della legge che ha determinato il ritorno dell’educazione civica obbligatoria nelle scuole (legge n. 92 del 2019), con obbligo di voto in pagella.
Alcune posizioni di Capitanio (come parlamentare della Lega) sulla Rai…
Rispetto alla Rai (una delle aree di competenza dell’Autorità), vanno segnalate alcune prese di posizione, che immaginiamo Capitanio rinnoverà nella novella veste di Commissario Agcom, nella italica logica delle “sliding doors”…
Poco più di un mese fa, il 23 febbraio, manifestava apprezzamento per la “Risoluzione” approvata in Vigilanza Rai (praticamente all’unanimità) presieduta dal forzista Alberto Barachini, che riconosce il ruolo fondamentale della Testata Giornalistica Regionale (Tgr): “non solo chiediamo di mantenere degli spazi di informazione nella fascia serale, ma anche di sfruttare al meglio le opportunità fornite dalle nuove tecnologie e dalla interazione con le piattaforme social”. Il 10 febbraio 2022 dichiarava: “se le notizie riportate da ‘Il Riformista’ riguardanti il conduttore dalla trasmissione ‘Report’, Sigfrido Ranucci, venissero confermate, ci troveremmo davanti a fatti gravissimi. La Lega presenterà un’interrogazione in vigilanza Rai, anche a tutela della trasmissione e delle stesse persone che ci lavorano. Serve un’attenta riflessione anche dopo la notizia dei messaggi intercorsi tra il vice direttore di Rai3 e alcuni parlamentari. Anche quando ci siamo trovati sotto attacco, abbiamo sempre difeso la libertà di inchiesta e di informazione. Siamo contro il giornalismo a tesi e di dossieraggi”. Il 1° febbraio: “le polemiche di queste ore non sono un omaggio a Sanremo. Chi vuole trasformare l’Ariston in un comizio per la liberalizzazione delle droghe probabilmente confonde il Festival dei fiori con quello dell’erba”… Andando indietro nel tempo, emerge la presa di posizione sulla vicenda Fedez-Rai del “Concertone” del 1° maggio 2021: si ricorderà che la sera del concertone, durante la “festa dei lavoratori”, il popolare rapper se l’è presa soprattutto con i leghisti in merito al Ddl Zan, facendo l’elenco delle loro prese di posizione su omosessualità e scelte di genere… Dichiarò Capitanio: “vogliamo vedere il contratto tra la società esterna che ha organizzato il Concertone (si tratta della iCompany, che realizza la kermesse da otto anni, n.d.r.) e la Rai. Dalle prime verifiche che ho fatto, risulta che la Rai abbia speso circa 600mila euro tra costi esterni e costi di produzione. Chiederemo approfondimenti, per vedere se ci sono gli estremi per un esposto alla Corte dei Conti e per esprimere un atto di indirizzo in Vigilanza, affinché l’Azienda di Servizio Pubblico impugni il contratto alla luce dei gravi errori che ci sono stati sul palco del Concertone. E mi riferisco sia all’uso strumentale della festa dei lavoratori per parlare d’altro, senza contraddittorio, peraltro in una rete pubblica, e sia al mancato controllo sulla promozione di marchi pubblicitari da parte di Fedez, cosa assolutamente vietata dalle policy Rai”… Nel maggio del 2019, allorquando alcuni esponenti grillini dichiaravano di non voler rinnovare la convenzione con Radio Radicale, Capitanio si fece notare per una presa di posizione chiara: con un emendamento al “Decreto Crescita” a prima firma Massimiliano Capitanio, la Lega propose una proroga di sei mesi, con una copertura di circa 3,5 milioni di euro: “non vogliamo passare per quelli che chiudono le radio a causa di decisioni discutibili del passato. Ma bisogna rivedere la gestione delle risorse e l’affidamento dei servizi. Questa è una proposta-ponte, di traghettamento. L’auspicio è di coinvolgere la Rai ed eventualmente soggetti privati, come Radio Radicale, ma con tecnologie in grado di contenere i costi”…
Come dire?! Come campeggia sulla sua pagina web, lo slogan “La rivoluzione del buon senso” incarna lo spirito del personaggio.
Generalmente, in casi come questi, ad elezione avvenuta, si registra un profluvio di comunicati stampa e dichiarazioni politiche. In questo caso, invece, curiosamente, pochi sono emersi, almeno sulle agenzie stampa. Prevalente silenzio. Strana dinamica. Diffuso disinteresse?! Eppure – ribadiamo – la eletta schiera dei 5 commissari dell’Agcom ha un ruolo determinante nel sistema della comunicazione nazionale.
Alternativa (ex M5s): “elezione di Capitanio: ennesimo vergognoso atto di lottizzazione politica”
La prima reazione (ufficiale) della “politica” non è comunque stata esattamente benevolente: i parlamentari fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle, che si sono riuniti a fine febbraio 2021 nella componente L’Alternativa C’è (nel Gruppo Misto; componente divenuta nel novembre dell’anno scorso semplicemente Alternativa, movimento attualmente guidato da Pino Cabras), hanno sparato a pallettoni: “riteniamo l’elezione di Massimiliano Capitanio come componente dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni l’ennesimo vergognoso atto di lottizzazione da parte della politica delle autorità indipendenti”.
I colleghi di Alternativa precisano: “non c’è nulla di personale nei confronti dell’onorevole Capitanio, ma non siamo assolutamente d’accordo con questo sistema, che vede le formazioni politiche spartirsi ogni brandello di potere e occupare qualunque poltrona. L’Agcom è un’autorità amministrativa indipendente di regolazione e garanzia e, sebbene i suoi membri vengano eletti dal Parlamento, sarebbe opportuno che fossero tecnici e non politici”.
Tesi condivisibile, ma non ci risulta che i parlamentari di Alternativa abbiano richiesto a Roberto Fico o a Maria Elisabetta Alberti Casellati di mettere in atto procedure diverse rispetto a quelle, oscure anzi misteriose, ormai purtroppo consolidate.
Unica voce che ha manifestato i propri complimenti a Capitanio – almeno sulle agenzie stampa, da una settimana ad oggi – è stata quella di Fabrizio Cecchetti, Vice Capogruppo della Lega alla Camera dei Deputati e Coordinatore della Lega Lombarda per Salvini Premier: “l’uomo giusto per la sua competenza e preparazione per un incarico così delicato e complesso, e analoghi complimenti e auguri alla nostra storica militante brianzola, ed ex Sindaco di Cesano Maderno (in Provincia di Monza e della Brianza, n.d.r.),Marina Romanò, che subentra alla Camera dei Deputati al suo posto”.
Il neo-eletto lascerà il suo seggio alla Camera dei Deputati dopo la firma del decreto di nomina del Presidente della Repubblica, che si prevede entro fine aprile (tempi tecnici).
Tornando al tema della trasparenza, anche la notizia della imminente elezione del membro Agcom non è stata oggetto di attenzione mediatica di sorta. L’avviso per la presentazione delle candidature è stato pubblicato sul sito della Camera il 9 febbraio, le candidature dovevano pervenire entro l’11 marzo. Fino ad una settimana prima, erano pervenuti soltanto 14 curricula (come emerso dalla conferenza dei capigruppo).
Democrazia non avrebbe voluto che la nomina andasse ad un esponente (tecnicamente qualificato) “in quota” all’opposizione?!
“Key4biz” ha seguito la vicenda doverosamente: si rimanda all’articolo di Paolo Anastasio del 17 marzo 2022, “La nomina del nuovo membro dell’Agcom andrà all’opposizione?”, che segnalava – tra l’altro – l’avvenuta pubblicazione, il 16 marzo, sul sito web della Camera, dell’elenco delle candidature pervenute (49 candidature, di cui – si noti – soltanto 10 donne). Scriveva Anastasio, ricostruendo le dinamiche storiche: “dal 1997 a oggi, la nomina dei componenti del consiglio Agcom è sempre stato equamente divisa tra centrosinistra e centrodestra, tra maggioranza ed opposizione. Oggi si verifica nuovamente il caso imprevisto della nomina di un commissario in sostituzione di un altro venuto a mancare. Era già successo nella scorsa consiliatura, con la prematura scomparsa del compianto Antonio Preto. Allora Preto, che era stato nominato in quota centrodestra, fu sostituito con Mario Morcellini indicato dal centrosinistra”. E giustamente sosteneva: “non è, quindi, per nulla automatico che il nuovo commissario debba essere in quota Lega (che al momento si trova peraltro in una oggettiva condizione di isolamento), e si pone semmai un problema di “garanzia” e di presenza equilibrata tra maggioranza e opposizione, specialmente in considerazione delle prossime elezioni, che rappresentano uno degli ambiti più sensibili nel rapporto tra partiti e Agcom”. Concludeva Anastasio: “il Parlamento dovrebbe riconoscere la presenza dell’opposizione in seno al consiglio dell’Agcom, evitando colpi di mano dell’ultimo momento, che ledono il ruolo stesso di garanzia delle autorità indipendenti”.
Il Parlamento ha completamente ignorato queste sane argomentazioni. Di fatto, la “poltrona” della Lega resta assegnata ad un leghista. E non ci risulta che vi sia stata opposizione alcuna, se non giustappunto da parte degli esponenti di Alternativa. Per il resto, silenzio (parlamentare e politico) assoluto.
Lo stesso giorno, il 17 marzo, “Key4biz” dava spazio anche alla Commissaria Elisa Giomi, che sosteneva la necessità di “una svolta profonda nel metodo di selezione dei candidati, a fronte dei molti rischi di vulnerabilità e di cooptazione da parte della politica”, segnalando lo studio “The Selection of Regulators, or, the Political Economy of Regulation in Italy” di due ricercatori italiani, Leo Fulvio Minervino e Diego Piacentino (pubblicato sulla rivista “l’industria” edita da il Mulino, n°1/2021, gennaio-marzo), che ha dimostrato come, delle 32 nomine fatte a partire dal 1997 fino al 2019 nelle tre autorità indipendenti di regolazione dei mercati, ben 22 hanno riguardato politici o soggetti legati alla politica (vedi “Key4biz” del 17 marzo 2022, “Elisa Giomi (AgCom): “Modalità di selezione pubblica per il nuovo commissario segnale importante per indipendenza Autorità”). Segnalammo l’attività di questi due studiosi già su queste colonne: ne scrivemmo su “Key4biz” il 15 settembre del 2020 nell’articolo “I misteri dell’Agcom: dopo due mesi il nuovo consiglio non è ancora operativo”.
In verità, non ci sembra che la procedura rimessa in atto da Fico e Casellati abbia modificato di una virgola quel che è stato realizzato in passato.
Ma due anni fa, in occasione delle elezioni Agcom, emerse un qualche parlamentare dissidente…
Si ricorda che in occasione delle precedenti elezioni Agcom (luglio del 2020), almeno emerse una qualche voce di dissenso: la deputata Alessandra Ermellino (fuoriuscita dal Movimento 5 Stelle ed iscritta al Gruppo Misto, attualmente in Centro Democratico – Cd) indirizzò una “lettera aperta” al Presidente della Camera per denunciare l’assenza di trasparenza soprattutto nelle elezioni Agcom (senza ricevere risposta di sorta da Roberto Fico); Nicola Fratoianni, portavoce nazionale di Sinistra Italiana, che, poco prima delle votazioni a Montecitorio, dichiarò che “il voto avviene nell’oscurità dei criteri che presiedono alle scelte… è abbastanza sconcertante che si stiano eleggendo i consigli dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e del Garante per i Dati Personali come se fosse un mero atto burocratico”; la deputata Silvia Fregolent spiegò perché Italia Viva non ritenne opportuno partecipare al voto per Agcom e Privacy, per ragioni “sia di metodo che di merito”, precisando che “la nostra decisione è stata dettata dall’atteggiamento degli altri partiti della maggioranza che, invece di confrontarsi sulle questioni da noi sollevate, hanno scelto la strada di un accordo blindato”; Riccardo Magi, deputato di Radicali +Europa, denunciò la “solita lottizzazione politica”…
Va rimarcato che si tratta dello stesso deficit di trasparenza che si continua a registrare in occasione delle elezioni dei membri del Consiglio di Amministrazione della Rai. Si ricordi, in argomento, la presa di posizione assunta da questa testata, in occasione della procedurale elettorale 2018: vedi la “lettera aperta” redatta da alcuni candidati – Piero De Chiara, Marco Mele, Raffale Barberio (direttore di “Key4biz”), Patrizio Rossano, Giandomenico Celata –, indirizzata al Presidente della Camera, pubblicata da “Key4biz” del 2 luglio 2018, “Cda Rai, lettera aperta al Presidente della Camera Roberto Fico”). Chiedevano, i cinque candidati, con democratica semplicità, di promuovere almeno una sorta di questionario, una griglia di poche domande: “a nostro avviso, domande e risposte dovrebbero essere pubbliche e consultabili non solo dai deputati ma da tutti i cittadini e utenti del servizio pubblico. Un’alternativa, o un’integrazione a quanto sopra, potrebbe essere lo svolgimento di un incontro dei candidati con deputati e stampa in un’aula del Parlamento”. Inascoltati.
Per una vera trasparenza Agcom, serve una procedura comparativa, con audizioni pubbliche
Il 13 luglio 2020, un centro di monitoraggio indipendente qual è la Fondazione Openpolis sostenne che le “authority” in Italia sono divenute, una volta ancora, una “ennesima pedina nello scacchiere delle nomine pubbliche”: si tratta di “strutture che stentano ad essere realmente autonome, per un processo di nomine purtroppo fortemente politicizzato e poco trasparente”. Openpolis proponeva, in sintonia con quel che anche noi abbiamo sostenuto su queste colonne: “non si vuole contestare il principio per cui sia la politica (governo o parlamento) a fare queste nomine, ma il metodo andrebbe migliorato. Alcuni piccoli accorgimenti potrebbero migliorare il processo di selezione: (1.) Istituzionalizzare la pubblicazione di avvisi per la manifestazione di interesse per l’individuazione dei candidati alla posizione; (2.) Messa a disposizione dei cv ricevuti sui siti internet istituzionali; (3.) Ciclo di audizioni pubbliche (come per la nomina dei Commissari Europei) per una rosa di candidati individuati dalle commissioni competenti”.
Se i primi due criteri sono stati messi in atto (dopo una decisione avviata nel 2012 dall’allora Presidente della Camera Gianfranco Fini), il terzo “accorgimento” – l’unico che consentirebbe una seria procedura comparativa – è stato, ancora una volta, ignorato. Servirebbero audizioni pubbliche, o anche soltanto chiedere ai candidati una sorta di “manifesto programmatico”, o anche soltanto di rispondere ad un questionario ben strutturato. Openpolis si associava alla denuncia di deficit di trasparenza (trasparenza a metà?!) ma, ancora una volta, “il voto invece seguirà altre logiche, che rimangono nascoste allo scrutinio pubblico”. E così purtroppo è stato.
L’avviso recita: il neo Commissario “sarà scelto sulla base del merito, delle competenze e della conoscenza del settore, tra persone di riconosciuta levatura ed esperienza professionale”. Il “dietro le quinte” di questa scelta parlamentare è ignoto, almeno per i comuni cittadini: nebbia assoluta.
Il 6 giugno del 2012, la Federazione Nazionale della Stampa (Fnsi) denunciava: “nomine Agcom: impressionante sordità delle istituzioni rispetto alle richieste di trasparenza”. Son passati quasi 10 anni da allora: la sordità delle istituzioni s’è aggravata.
Questa volta, in più, silenzio assoluto da parte dei nostri (circa) 1.000 parlamentari (a parte, e comunque… “ex post”, ad elezione avvenuta, del gruppo Alternativa). Incredibile, ma vero.
In questa nebbiosa vicenda delle elezioni dell’Agcom, la “Storia” purtroppo si ripete, ed il dominio della partitocrazia si rinnova, con buona pace della trasparenza, della tecnocrazia, e – in fondo – della democrazia stessa.
L’Ue se ne faccia una ragione: gli ungheresi vogliono Orban
di Francesco Giubilei
Il premier magiaro eletto di nuovo con un’ampia maggioranza: “Vittoria che si vede da Bruxelles”
Viktor Orban riconfermato primo ministro dell’Ungheria con oltre il 50% dei voti. Nulla da fare per la grande coalizione contro il premier magiaro, il quale ieri ha parlato di una “vittoria così grande che si può vedere dalla Luna” e soprattutto da Bruxelles.
Ci sono alcune cose da notare sull’esito di questa tornata elettorale.
- Primo, l’opposizione già prima dell’apertura delle urne parlava di possibili brogli, denunce rilanciate anche dai media italiani. Il castello (di carta) viene giù però nel momento in cui la vittoria di Orban è così schiacciante che renderebbe addirittura superflui eventuali tentativi di truccare il voto.
- Secondo, ieri si sono svolte anche le elezioni in Serbia dove è uscito vincitore Vicic, un dettaglio che rinsalda il legame tra Budapest e Belgrado: un blocco geopolitico che potrebbe diventare alternativo all’interno dell’Unione Europea.
- Terzo, bisogna ammettere che la linea portata avanti da Orban è quella più vicina alle sensibilità e alle esigenze del popolo ungherese, anche se è diversa da quella che sognano gli intellettuali italiani.
In questo video vi racconto cosa è successo in Ungheria nel giorno della riconferma di Orban a primo ministro.
Francesco Giubilei, 4 aprile 2022



