APPELLO PER ALEPPO dal Vicario Apostolico mons. Abou Khazen

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Georges-Abou-Khazen

Cari amici : Pace e Bene

Vi scrivo da Aleppo dove, da qualche giorno, siamo sotto continui bombardamenti sui civili che causano morti, feriti e distruzione, solo la notte scorsa abbiamo avuto nei nostri quartieri 4 quattro morti e più di quindici feriti, oltre che le case e gli appartamenti danneggiati!

Questi bombardamenti vengono effettuati dai gruppi chiamati ‘opposizione moderata’ e come tali difesi , protetti ed armati ma in realta’ non differiscono dagli altri JIHADISTI se non col nome solamente.

Sembra che abbiano avuto il fuoco verde per intensificare i loro bombardamenti sui civili. Forse vogliono fare fallire i negoziati di pace?!

O fare intervenire delle forze regionali ed impedire all’esercito regolare di avanzare e liberare la regione dal terrorismo e dai Jihadisti?!

Facciamo appello di fare cessare questi bombardamenti ed incoraggiare le parti a sedere sul tavolo delle trattative e che i siriani risolvano col dialogo i loro problemi tra di loro.

Il Signore ci dia la sua Pace.

Grazie e saluti.

+Georges-Abou-Khazen Vicario Apostolico di Aleppo

(ricevuto via mail, domenica 14 febbraio alle ore 17,50)

 

Squarciare il silenzio: una guerra contro un popolo – Il dramma umanitario nel Donbass

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SQUARCIARE

Segnalazione di Andrea Giovanazzi

Squarciare il silenzio: una guerra contro un popolo – Il dramma umanitario nel Donbass che si terrà venerdì 19 febbraio a Rovereto ad ore 20:30 presso la sala della Fondazione Caritro in Piazza Rosmini.

Ospiti due relatori di eccezione: il reporter Vittorio Nicola RANGELONI inviato di LNR TODAY che ha vissuto oltre un anno nelle zone di guerra ed Eliseo BERTOLASI, Dottore di ricerca in antropologia culturale, russista, analista geopolitico e reporter dal Donbass per numerose testate fra cui “Vita”.

Un appuntamento molto importante per conoscere da chi ha vissuto con la popolazione del Donbass le vicende drammatiche del tentativo di genocidio, volutamente taciuto dai mass media nell’Europa del 2016 a doppio standard.

Dal marzo 2014 in Europa c’è una guerra dove le persone muoiono molto meno che nel resto del mondo. Anzi non muoiono per niente. Dove c’è la guerra che non c’è.

A causa di questo conflitto un milione di persone è stato accolto in Russia, dove ha trovato casa, assistenza e lavoro, mentre chi è rimasto nelle ex regioni ucraine di Donezk e Lugansk viene bombardato ogni giorno dall’esercito ucraino e subisce morte, distruzione e terrore. Oltre 8mila le vittime fra la popolazione civile ed oltre 20mila fra i soldati mandati coercitivamente a combattere contro i propri connazionali. La popolazione bloccata dalla guerra è sopravissuta solamente grazie ai 48 convogli umanitari (per un totale di oltre 70mila tonnellate) organizzati dalla Federazione Russa.

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Evola e la massoneria

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evola

 

 

Segnalazione del Centro Studi Federici 

Notizie dal Grand’Oriente (e dintorni) (segue) 

Il “Barone” Evola e il Gran Hyerophante Generale

E’ a tutti nota l’influenza del pensiero di Julius Evola (1898-1974) su quanti dicono di richiamarsi alla “Tradizione”. Ci sembra pertanto fare cosa utile ricordare ancora una volta di quale “Tradizione” si tratti. A questo scopo, segnaliamo ai nostri lettori un convegno tenutosi a Roma, tempo fa, esattamente il 29 novembre 2014, sul tema: “L’eredità di Julius Evola”.

Il convegno, con la collaborazione della “Fondazione Juilius Evola”, è stato organizzato dall’ “Antico e Primitivo Rito di Memphis e Misraïm. Libera Muratoria Universale. Grande Oriente d’Italia” guidato dal “Gran Hyerophante Generale” Pontentissimo fratello Giancarlo Seri e dall’Accademia dei Filaleti, dipendente dalla Massoneria.

Troverete qui di seguito la notizia del Convegno:

http://www.memphismisraim.it/

Troverete qui il programma del Convegno:

http://www.memphismisraim.it/Convegno_20141129.pdf

 Infine, i video riguardanti il Convegno evoliano-massonico:

https://www.youtube.com/watch?v=9zu8nZBQg-E&list=PLWEtpm-cw25j9y3TCub__laZGQ9F2t-km

 

“Uccidere Dio e liberare il mondo da Dio. Questa è la prova suprema. Questi valori (Dio, n,d,r,) non possono suscitare nostalgia nell’individuo a meno che questi non fallisca e degeneri: sta qui la presunzione elementare della dottrina nicciana, ma è anche la saggezza del mito di ogni tradizione iniziatica dell’Oriente e dell’Occidente”

(Julius Evola, Par delà Nietzsche, conferenza tenuta alla Lega Teosofica Indipendente romana il 6 dicembre 1925, pubblicata in 900, Cahiers d’Italie et d’Europe, ristampata recentemente dall’editore Aragno. Traduzione di Simone Paliaga, Libero, 19 gennaio 2016)

http://www.sodalitium.biz/index.php?ind=news&op=news_show_single&ide=307

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Lombardia, arrestato Fabio Rizzi: il braccio destro di Maroni

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che du maroni

Nuovo terremoto per la sanità della Regione Lombardia. In manette, tra gli altri, ci finisce Fabio Rizzi, braccio destro del governatore Roberto Maroni e “padre” della Riforma della Sanità. Il blitz delle forze dell’ordine in Regione è avvenuto nel corso della commemorazione delle vittime delle forze dell’ordine: gli agenti si sono diretti nell’ufficio di Rizzi e lo hanno perquisito. Dopo la notizia dei 21 arresti, è stata subito sciolta l’assemblea ed è stata riunita la capigruppo. Anche la moglie di Rizzi è stata raggiunta da un ordine di custodia cautelare: per entrambi l’accusa è di associazione a delinquere.

Le indagini – L’inchiesta è condotta dal gip di Monza e si muove sull’ipotesi dell’associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, turbativa d’asta e riciclaggio. Al centro ci sarebbe un gruppo di imprenditori accusato di aver influenzato a proprio favore l’aggiudicazione di una serie di appalti pubblici banditi da varie aziende ospedaliere per la gestione esterna di servizi odontoiatrici. Per farlo, gli imprenditori avrebbero corrotto i funzionari preposti alla gestione delle gare. A far partire le indagini è stato il componente di un collegio sindacale di un’azienda ospedaliera. Nel mirino dei carabinieri sono finite per ora quattro imprenditori che riuscivano a vincere gare da appalto e ingenti commesse.

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Moka conciliare…

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Le ceneri di Renato Bialetti nella sua Moka “coi baffi”

Omegna – Una Moka davanti all’altare, una di quelle con il classico «omino con i baffi» che dal Dopoguerra hanno fatto il giro del mondo. All’interno però non c’erano miscele di caffè, ma le ceneri di colui che quelle caffettiere le ha fatte conoscere in ogni angolo del pianeta. È con un gesto altamente simbolo che oggi pomeriggio a Casale Corte Cerro è stato celebrato il funerale di Renato Bialetti, una figura legata in modo indissolubile a quella della Moka. Proprio alla sua caricatura si rifà l’omino coi baffi, una geniale idea di marketing degli Anni 50, celebrata anche da Carosello.

La moka all’altare

L’anziano imprenditore cusiano – 93 anni – era morto giovedì ad Ascona. Oggi è tornato per l’ultima volta nel suo paese d’origine, la frazione di Montebuglio del comune di Casale Corte Cerro, a pochi chilometri dalla città di Omegna dove la caffettiera è stata creata dal padre Alfonso e per decenni è stata prodotta.

 

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Conosci questa storia? Anche tu ci puoi aiutare …

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Elisa Anne Gomez

Conosci la drammatica storia di Elisa Gomez? A un certo punto nella sua vita, spinta dalle difficoltà economiche, ha commesso l’errore di “affitare il suo utero”.

“Mi sono offerta – ha affermato Elisa – come madre surrogata in un forum on line. Ho incontrato diverse coppie e ho deciso su una coppia gay. Sono stati meravigliosi al tempo e abbiamo deciso che avremmo usato i miei ovociti e il mio grembo per una maternità surrogata. Ho preso questa decisione in base ad un accordo che io sarei sempre stata la madre della mia bambina. La coppia mi ha pagato 8.000 dollari per dare vita a mia figlia e darla a loro.

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In Egitto c’è una dittatura: l’ipocrisia degli scopritori dell’acqua calda

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RADAMES

di Massimo Fini

«Non serviva il caso Regeni per capire che l’Egitto è il regno di tortura edesaparecidos». 

 

“Noi siamo le vergini dai candidi manti/ sfondate didietro ma sane davanti/ Nell’arte sovrana di fare i pompini battiamo le troie di tutti i casini”.

Le ‘vergini dai candidi manti’ sono in questo caso i governi, i politici, i politologi, i geopolitici, gli intellettuali, i giornali, gli opinionisti, i commentatori, i giornalisti del mondo cosiddetto democratico che si accorgono solo oggi, colpiti da improvvisa folgorazione, chi è il generale Abd al-Fattah al-Sisi e solo perché in Egitto è stato torturato e ucciso un giovane occidentale, sorte toccata ad almeno 1.500 oppositori, quasi tutti Fratelli musulmani, nei 3 anni di regime del rais del Cairo.

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La guerra psicologica degli Stati Uniti contro la Russia

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USA FOR AFRICA

Segnalazione Arianna Editrice

 

di Maria Bezciastnaya 

Continuiamo la nostra rassegna di opinioni di analisti russi sulle principali questioni di politica internazionale. In questo caso alcuni di loro analizzano le caratteristiche della nuova ondata di guerra psicologica imperialista contro la Russia, scatenata soprattutto allo scopo di giustificare il blocco delle trattative ginevrine per una soluzione negoziata del conflitto.

L’Occidente vuole interrompere a ogni costo la riuscita offensiva delle forze russo-siriane 

Il Segretario di Stato USA John Kerry ha accusato le forze aeree russe, che stanno conducendo l’operazione militare in Siria, dell’uccisione di donne e bambini. Secondo Kerry, gli americani sono in possesso di “prove convincenti” che l’aviazione russa utilizza bombe sprovviste di sistemi di precisione di guida, che provocano vittime tra i civili.

“Le bombe sono cadute su ospedali, in quartieri civili. E ci sono stati casi, in cui mentre i soccorritori cercavano di raccogliere i feriti dopo i bombardamenti, i bombardieri sono ritornati e li hanno bersagliati. Questo deve finire! Non c’è ombra di dubbio”, così la CNN riprende la patetica dichiarazione di Kerry. Continua a leggere

Un libro che parla del Trattato Transatlantico, senza farlo esplicitamente

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LIBRO De Benoist A., “Il Trattato Transatlantico”, Arianna Editrice.

Segnalazione Arianna Editrice

 

di Giorgio Romano

Fonte: domus-europa 

Il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) è un trattato, in corso di negoziazione dal 2013, fra Unione Europea e Stati Uniti d’America, volto a conseguire una liberalizzazione assoluta del commercio occidentale. Inizialmente secretato per intero, attualmente sono disponibili sul sito della Commissione solamente le linee guida e i punti salienti della trattativa.
Il lavoro di De Benoist (“Il Trattato Transatlantico. L’accordo commerciale Usa – Ue che condizionerà le nostre vite”, Arianna Editrice, 2015, 185 pp.) è molto interessante perché legge ciò che c’è dietro questo accordo. Si badi, non si tratta di nessuna teoria del complotto, perché sono, più che altro, le concezioni stesse dell’Uomo, della società, della comunità, e della politica a essere messe in gioco.


Analizzare dettagliatamente i punti e le previsioni del trattato è sicuramente uno studio estremamente necessario, ma occorre altresì una riflessione sugli aspetti culturali che stanno accompagnando questa negoziazione. Se ne conoscono, anche per esperienza, i tratti essenziali, perché la politica internazionale è abituata ad accordi del genere: gli Stati Uniti, ad esempio, conoscono il North American Free Trade Agreement (Accordo nordamericano per il libero scambio), stipulato assieme a Canada e Messico, e il Free Trade Agreement, stipulato solamente con il Canada. Anche l’Europa e i suoi Stati conoscono simili iniziative internazionali, si pensi al Multilateral Agreement on Investment e al General Agreement on Tariffs and Trade. La stessa Unione Europea ha, come pietra fondante, la libera circolazione dei mezzi, dei servizi, dei capitali e delle persone (art. 26 TFUE), nonché, di conseguenza, il principio della concorrenza (art. 101 ss.).
Il TTIP, però, costituisce una svolta epocale perché, per la prima volta, si persegue un assoluto (e questa volta non come intento, ma con effetto immediato) azzeramento di ogni tipo di barriera tariffaria che ostacoli la libera circolazione dei prodotti, su un territorio che potrebbe essere qualificato come corrispondente a un terzo del commercio globale.
Non solo, a essere in pericolo saranno anche le c.d. “barriere non tariffarie”, ovvero l’insieme di norme (generalmente pubblicistiche) che si pongono a tutela di determinati ambiti e settori. Si pensi ai “Rapporti economici” della Costituzione italiana, che prescrivono tutele molto serrate ai diritti dei lavoratori e delle fasce più deboli, per poi funzionalizzare in un’ottica socialmente ispirata ogni tipo di iniziativa economica, anche privata.
Proprio per questo è in gioco il futuro della nostra stessa concezione della politica, delle istituzioni, del vivere insieme come parte di una comunità. Non a caso, il TTIP è stato definito, in questa opera, come l’ultimo stadio del processo di erosione della sovranità statale, conseguente al sistema di vincoli fiscali ed economici stabiliti in sede europea (Patto di Stabilità e Crescita, Fiscal Compact, ecc…).
Quale è il substrato culturale che anima la negoziazione del TTIP e incoraggia la conclusione delle trattative? La mondializzazione. Questa tendenza è ben diversa dal capitalismo tradizionale che è terminato nel Novecento: a differenza di quell’epoca, in cui gli Stati erano attivi nel favorire e incoraggiare il libero scambio dei beni su scala internazionale, l’odierno “turbocapitalismo” annullerebbe gli Stati stessi. Saremmo di fronte, di conseguenza, a una vera e propria cancellazione dello spazio (“non c’è più l’Altrove”, p. 52). Ne discende di conseguenza, in capo al cittadino (che diventa “cittadino mondiale”), una perdita assoluta di ogni tipo di prerogativa, controllo, contributo decisionale, partecipazione politica: difatti, “Trasferire le decisioni su una scala in cui i cittadini si ritrovano necessariamente impotenti, dato che la democrazia non può esercitarsi, è il mezzo che la forma – capitale ha trovato per emanciparsi da qualsiasi controllo politico” (p. 67).
Deriva da quest’assunto il ruolo decisivo svolto dalla governance e dalla tecnica. La prima rivendica l’utilizzo dei principi dell’economia privata per gli affari pubblici (p. 87), a discapito del verticalismo del governo classico (p. 102); la seconda, conseguentemente, fissa degli obiettivi neutrali, “incontestabili”, spesso di natura contabile, a cui le istituzioni si devono conformare (p. 95), finendo per distogliere l’attenzione dagli obiettivi classici della politica.
Dal concetto aristotelico – tomista di “bene comune”, dunque, si passa a quello di “interesse generale”, molto più fluido, risultato di interessi privati contrapposti in cui lo Stato diventa mero regolatore (p. 105 ss.)
L’aspetto più interessante dell’opera di De Benoist è, però, il pragmatismo che contraddistingue la sua lettura. Si pensi al tema, attuale, dell’uscita dall’Eurozona: in quest’ambito è facile cadere nella demagogia, predicando la soluzione più radicale. La posizione dell’Autore è differente: ben venga, afferma, l’uscita dall’Euro in modo tale da riprendere parzialmente le redini dell’economia monetaria, ad esempio per agire sulla svalutazione, ma tornare a una moneta nazionale non avrebbe senso, se non si mantiene saldo un circuito comune più forte, riservato agli scambi internazionali (p. 43). Lucidissima, d’altra parte, è la critica agli “altermondialisti”, ovvero a coloro che, “cittadini del mondo”, pur criticando le derive della globalizzazione, non ne contestano le fondamenta neutralizzanti di ogni popolo, intendendo solamente “moralizzarala” o adeguarla secondo un paradigma “socialmente sostenibile”.
Di pari merito, è criticabile la posizione dei c.d. “sovranisti”, secondo cui la soluzione della crisi europea e internazionale sarebbe unicamente costituita dal ritorno allo Stato nazionale (p. 148 ss.). Lo Stato, da una parte, si troverebbe irrimediabilmente in una fase di declino, troppo piccolo per resistere alla politica internazionale e troppo grande per rispondere alle istanze della propria società, sempre più complessa. Soprattutto, però, rivendicare una mera Europa dei popoli significherebbe fare il medesimo gioco dei tecnocrati europei, ovvero mantenere un’Europa intergovernativa, in cui a uscire vincitore sarebbe sempre il libero mercato.
L’Europa, quindi, continua a essere vista come un’occasione assolutamente da non abbandonare. La sovranità europea, ancora da raggiungere, non dovrà essere una sovranità accentrata secondo i paradigmi ottocenteschi, bensì diffusa. Ed ecco che si schiude la vera, unica forma Europea, quella più corrispondente alla sua complessità, alla sua “multicromaticità”: l’Europa come Imperium. Confini sfumati ma certi, nazioni non cancellate ma integrate secondo un’applicazione vera, e non sbiadita, del principio di sussidiarietà; gli Imperi “riuniscono diverse etnie, diverse comunità, diverse culture, una volta separate, sempre distinte” (p. 153), non appiattiscono le identità ma le valorizzano in un sistema solidale più grande.
Solo così l’Europa potrebbe raggiungere la forma di un vero blocco territoriale – politico in grado di resistere alle pressioni d’Oltreoceano e del Capitale, magari in una collaborazione, sempre più intensa, con la Russia.
A questo punto, però, emerge una domanda sempre più pressante: esiste tale coscienza europea? Se è vero, come dice lo stesso Autore, che la coscienza di popolo può essere raggiunta anche successivamente a un’unificazione, come accadde per la Francia (p. 148; lettura, di questa dinamica, che meriterebbe un approfondimento a parte), occorrerebbe chiedersi se i leader europei abbiano in mente un cammino contraddistinto da tale nobiltà. La domanda, ovviamente, è puramente retorica, alla quale si aggiungerebbe il dubbio che molti cittadini europei, sovrastati dal nichilismo di questi tempi, non riescano neanche a immaginare o, meglio, a esser pronti per questa svolta.
Se un’unificazione vera e propria dell’Europa, dunque, sembra essere ancora remota nel manifestarsi, è comunque indubbio che la strada da percorrere sia solo questa.
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Meditazione per la prima domenica di Quaresima

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La Quaresima è il periodo della penitenza per tutti i Cristiani questa penitenza la Chiesa vuole che si concretizzi in vari modi con il digiuno, con l’elemosina e con la preghiera assidua per implorare la misericordia divina per i nostri peccati. Nostro Signore si sottopone alle tentazioni del demonio, per insegnarci a vincere le tentazioni appunto con il digiuno e la preghiera. Non soltanto la preghiera vocale, ma la preghiera interiore. La Santa Quaresima deve farci rientrare in noi, abbandonando ciò che di esteriore ci allontana da Dio. “Quante ricchezze spirituali ha l’uomo interiore e non le cerca” insegna Sant’Agostino, questo è il periodo opportuno per scavare dentro di noi e per abbandonare le cose del mondo e per dedicarci a Dio. Anticamente la Quaresima iniziava solo questa domenica i precedenti giorni furono aggiunti solo successivamente al tempo di Gregorio II per completare i ciclo dei quaranta giorni di digiuno che erano interrotti dalle domeniche in cui il digiuno era interrotto perché festivi.

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Riecco Soros: “Putin è peggio dell’Isis”. Invito alla guerra?

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Carri armati Nato in Lituania

Londra, 13 feb – Una vita passata a combattere la Russia, prima comunista poi putiniana,  ampiamente ricambiato se è per questo, a prevenire qualsiasi seria ipotesi di asse pan-europeo e soprattutto tra Berlino e Mosca, e a fare tanti soldi sulla pelle dello sterminato parco buoi di piccoli investitori nonché di parecchi Stati (tra cui l’Italia, ma anche la Gran Bretagna), portavoce e ascoltato suggeritore dei neocon americani che tengono in ostaggio la Casa Bianca, per trovarsi a quasi 86 anni d’età con il Cremlino protagonista della scena mondiale e gran tessitore delle trame diplomatiche internazionali. Come nemesi, per lo speculatore e assai presunto filantropo George Soros, non c’è male.

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A Lisbona il “trattamento Atene”. Poi tocca a noi

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GIULIO SPINELLI NINO GALLONI

Segnalazione Arianna Editrice

di Maurizio Blondet 

Aumenta lo spread dei titoli di stato portoghesi. Il governo di sinistra, che si aspetta un deficit di bilancio del 2,2 per cento del Pil, è ovviamente allarmato: deve chiedere quel 2,2 per cento che manca a quadrare i bilanci ai “mercati”. Le agenzie di rating già hanno catalogato il debito pubblico portoghese “speculativo”, ossia a massimo rischio di insolvenza: i “mercati” (l’usura) esigono ovviamente di estrarre dal paese interessi altissimi, proibitivi dopo 8 anni di tagli della cinghia e austerità feroce. Feroce come prova il fatto che il deficit di bilancio portoghese, l’anno scorso, è stato del 4,2 per cento. Contrariamente all’Italia, Lisbona ha fatto i compiti a casa, tagliando il deficit quasi della metà.

Otto anni di sacrifici durissimi senza prospettive di miglioramento sono anche la causa per cui l’elettorato ha votato “a sinistra”. A novembre, il primo ministro Antonio Costa, eletto (non come il nostro), ha promesso di porre fine alla “strategia di impoverimento dell’Unione Europea”. Con l’appoggio di verdi, comunisti e blocco delle sinistre, ha aumentato il salario minimo, l’IVA, e approvato una legge che protegge dal pignoramento della casa gli insolventi. Ha anche promesso un aumento delle pensioni e riduzione delle contribuzioni sociali per i lavoratori a più basso reddito.

Ovviamente, Bruxelles si è avventata contro Lisbona: “La UE ritiene la bozza di bilancio di previsione a rischio di non-adempimento della Patto di Stabilità e di Crescita”, ha comunicato nella sua neolingua orwelliana, ed obbligato il governo eletto a cambiarlo, mettendo in forse le promesse di Costa. La Commissione ha di fatto preso il bilancio portoghese sotto la sua amministrazione controllata ed annunciato che lo “valuterà” (correggerà) ad aprile. Il governo eletto ha scongiurato il rigetto puro e semplice del bilancio mettendosi a trattare: Bruxelles ha ordinato che Lisbona tiri fuori quasi un altro miliardo (950 milioni d euro) dalla sua miseria per dedicarlo alla riduzione del debito. Mario Centeno, il ministro delle finanze, ha proposto tagli per 450. Alla fine ha dovuto accettare tagli per 850 milioni. A questo scopo, dovrà rincarare ulteriormente l’Iva su petrolio e tabacchi, varare una supertassa per l’acquisto di auto nuove, prelievi fiscali   sui servizi bancari e sulle transazioni finanziarie.

Non basta. Quindi è entrata in scena la vera padrona d’Europa, la cancelliera. Ha convocato il primo ministro socialista a Berlino per fargli la lezione. In una intervista al Frankfurter Allegemeine Zeitung, Costa ha provato a difendere la sua posizione con argomenti del tipo:   il lavoro portoghese soffre la concorrenza globale con i paesi a bassi salari, Cina ed Est Europa; dall’entrata nell’euro, “la nostra economia è in stagnazione”; il governo precedente non ha corretto la situazione: “Era un errore pensare che fosse possibile a forza di impoverire ciascuno”. La Merkel ha respinto il ragionamento. “Tutto si deve fare per continuare nella direzione precedente, che ha avuto successo”.

Secondo certe valutazioni il vero scopo della durezza di Berlino è spaccare la alleanza delle sinistre e far cadere il governo. L’alleanza è fratturata. Già la liquidazione della Banca Banif, che su “suggerimento” europeo è stata accollata ai contribuenti portoghesi, facendo aumentare il deficit del Pil dal 3 a 4,2 per cento, ha visto la viva opposizione di tutte le formazioni che sostengono il governo socialista, comunisti, verdi, blocco delle sinistre. La Troika ha naturalmente fatto la sua parte, lanciando “avvertimenti”. Adesso la portavoce di quest’ultima formazione, Catarina Martins, sembra aver capito il gioco, perché ha dichiarato: “Nessun avvertimento da nessuna parte lanciato può mettere in questione l’accordo che abbiamo firmato per mettere fine all’impoverimento in Portogallo”.

Il giornale del blocco delle sinistre, Esquerda, ritiene che la inflessibilità brutale di Bruxelles (Berlino) serva anche come messaggio lanciato alla Spagna: “Dissuadere il partito socialista spagnolo dall’optare per una soluzione di tipo portoghese”. Berlino vuol spingere Madrid, dove la disoccupazione è al 24 per cento, a tornare entro i limiti del famoso 3%: che si tradurrebbe nell’estrazione dalle tasche spagnole di altri 8 miliardi di euro. “Podemos”ha come programma dichiarato di metter fine alla politica di austerità, che “ha avuto tanto successo”. Il commissario europeo all’economia e finanze, il francese Moscovici  non ha fatto commenti sui negoziati in corso fra il partito socialista iberico e “Podemos” (sarebbe stato imbarazzante, essendo Moscovici un ‘socialista’, il che fa’ un po’ridere), ma ha pronunciato le solite frasi in neolingua sull’obbligo per Madrid di rispettare “Il patto di stabilità e crescita” con “un maggiore sforzo”.

 

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Gruppo Bilderberg, ecco chi governa davvero il mondo

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BILDENBERG

Segnalazione Arianna Editrice

di Diego Fusaro 

Con un’espressione in bilico tra l’onesto riconoscimento della realtà fattuale e l’arroganza propria del potere, così ebbe modo di affermare uno dei massimi miliardari del pianeta: “La lotta di classe esiste e la mia classe la sta vincendo”. Si tratta, in effetti, di una chiara e ludica analisi del rapporto di forza quale si è venuto riconfigurando nel tempo della ribellione delle èlites e dell’offensiva neoliberista al mondo del lavoro e dei diritti. Scenario di cui, tuttavia, non si ha contezza, poiché il potere impone le sue mappe ingannatorie e usa armi di distrazione di massa.


Per una comprensione della reale entità dell’èlite neo-oligarchica come maschera di carattere e come agente del capitale assoluto-totalitario nel tempo del disarmo del Servo può giovare soffermare l’attenzione sul cosiddetto “gruppo Bilderberg”, emblema  dell’Internazionale liberal-finanziaria del tempo neofeudale.
Contrariamente a quanto si può a tutta prima essere indotti a pensare, il gruppo Bilderberg non consiste in una società, né in una cospirazione: si tratta, invece, di un incontro privato tra potenti di tutto il mondo, che ricorre annualmente, a partire dal primo consesso, che avvenne nel 1954 presso l’Hotel Bilderberg della cittadina olandese di Oosterbeek.
Tale incontro annuale ha lo scopo di porre a confronto i potenti dell’èlite, uniti dall’ideologia neoliberista che li rappresenta e dalla volontà di porre in essere una rete atta a tutelare i loro interessi e a unire le istituzioni finanziarie.
Si tratta, appunto, di una specifica Internazionale liberal-finanziaria il cui motto pare potersi cristallizzare nel rovesciamento delle parole con cui Marx chiudeva il Manifesto: “potenti di tutto il mondo, unitevi!”.
Da un certo angolo prospettico, si potrebbe sostenere che il gruppo Bilderberg coincide tout court con una rete di interessi interdipendenti di tipo finanziario e politico, economico e industriale.
Dal 1954 ad oggi, non è mai stato permesso alla stampa di assistere ai consessi del gruppo Bilderberg, né si è mai pubblicata l’agenda del convegno, né sono state rilasciate dichiarazioni da parte di chi vi ha partecipato.
Espressione degli arcana imperii dell’economia mondiale finanziarizzata, la massima segretezza neo-oligarchica finisce per essere, paradossalmente, quanto mai rivelativa del vero carattere del gruppo Bilderberg come governo occulto che opera nell’ombra, determinando le linee generali di una politica ridotta a mera continuazione dell’economia con altri mezzi.
Ancorché le riunioni siano strettamente segrete, gli interessi dell’èlite Bilderberg sono ampiamente noti, perché coincidono con quelli del finanz-capitalismo della fase assoluta del capitalismo (per un’analisi della quale mi permetto di rinviare al mio studio “Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo”).
Tali interessi orbitano intorno al fuoco prospettico dell’eliminazione degli Stati nazionali e dei diritti sociali, della creazione di un’immensa pauper class precarizzata, nomade e disposta a tutto pur di sopravvivere, della distruzione delle costituzioni e dei confini nazionali, della creazione di nuovi trattati internazionali vincolanti mediante il primato economico e bancario, dell’offensiva integrale al mondo del lavoro e delle garanzie sociali.
Nei piani e nei progetti del gruppo Bilderberg si incarna l’essenza della rivolta delle èlites: le unioni e i trattati internazionali vengono impiegati come strumenti mediante i quali operare la rimozione della sovranità nazionale democratica e, per questa via, destrutturare i diritti e lo stato sociale, imponendo la competitività internazionale come unico parametro.
Per il tramite dei trattati internazionali, infatti, i governi nazionali vengono privati del loro potere, che è ceduto ad agenzie internazionali e finanziarie, che si sostituiscono in misura sempre crescente agli Stati nazionali, le cui guide e i cui rappresentanti erano, almeno sulla carta, eletti dal popolo.
Per questa via, l’oligarchia finanziaria dell’èlite può operare in qualità di società per azioni mondiale e di aristocrazia di intenti aspirante ad amministrare il pianeta mediante una rete transnazionale in grado di imporre senza incontrare resistenza un nuovo ordine mondiale plasmato dalla logica del capitalismo assoluto e flessibile.
Come ebbe ad affermare David Rockefeller, nel giugno del 1991, durante l’incontro del gruppo Bilderberg a Baden Baden, una sovranità sovranazionale esercitata da una èlite intellettuale e da banchieri mondiali è senza dubbio da preferirsi senza esitazioni alla tradizionale autodeterminazione delle nazioni.
In queste parole, in fondo, si condensa il programma internazionalista di liberalizzazioni senza frontiere perseguito dalla nuova Internazionale liberal-finanziaria e della sua distruzione complementare del Servo come soggetto organizzato e oppositivo e di tutti i limiti reali e simbolici di frenare l’estensione illimitata del nichilismo economico.
L’obiettivo ultimo consiste nell’instaurazione di un governo unico mondiale con un solo mercato planetario, ove non sopravvivano identità e culture plurali, l’umanità sia dissolta in atomi di consumo privi di radici e di progettualità, nella forma di un’immensa plebe precarizzata e asservita.
È il trionfo del classismo planetario e del fanatismo economico transnazionale.
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Notizie dal Grand’Oriente (e dintorni)

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napolitano_amendola

Segnalazione del Centro Studi Federici

Articolo pubblicato sulla rivista Sodalitium n. 67 (dicembre 2015) di Padre Torquemada

Amendola e Napolitano

Interessanti genealogie, dal Risorgimento fino ai nostri giorni, attraverso le colonne dei Templi massonici. Non è passato inosservato il libro di Alfredo Capone su Giovanni Amendola (1882-1926) (Salerno editrice), non fosse altro perché la presentazione è dovuta all’illustre penna dell’allora presidente della repubblica italiana, Giorgio Napolitano. Napolitano è legato ad Amendola non solo dal fatto che Giorgio Amendola (1907-1980), figlio di Giovanni, sia stato, nelle fila del Partito Comunista, il suo maestro, ma anche dal fatto che anche Napolitano, come Giorgio Amendola, ebbe un padre liberale iniziato alla Massoneria. Ecco quanto scrivono al proposito Luigi Pruneti e Aldo Alessandro Mola, nella pagina internet del Pruneti: «”Fu massone il padre di Giorgio Napolitano?” È l’interrogativo sollevato a margine del recente libro di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara, ‘I panni sporchi della sinistra’ (Chiarelettere), che ha riattizzato le chiacchiere sulla presunta iniziazione massonica del presidente della Repubblica. Qualcuno aggiunge che, se Giorgio Napolitano non risulta “fratello” da alcun documento, di sicuro lo fu suo padre, Giovanni, ma non precisa come e quando.

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